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Vino adulterato in 3,5 milioni di bottiglie:arrestati in 10 fra Lombardia e Piemonte

Thursday, April 18th, 2013

arrestati in 10 fra Lombardia e Piemonte

I carabinieri del Nas di Milano, assieme ai colleghi di altri comandi di Lombardia e Piemonte, hanno eseguito dieci arresti (tre in carcere e sette ai domiciliari), oltre a perquisizioni personali e domiciliari, nei confronti di imprenditori di varie aziende vinicole e società di trasporto responsabili di associazione per delinquere transnazionale finalizzata alla frode in commercio e adulterazione di vini per un totale di circa tre milioni e mezzo di bottiglie e mancato pagamento delle relative accise per quasi 7 milioni di euro.

L’operazione, denominata ‘Red wine e coordinata dalla Procura della Repubblica di Vigevano, è stata condotta con i comandi di provinciali di Alessandria, Asti, Brescia, Bergamo, Cuneo, Novara, Pavia e Torino, in collaborazione con l’Agenzia delle dogane di Milano e il Servizio antisofisticazioni vinicole (Sav) del Piemonte. E Coldiretti ha annunciato tolleranza zero sull’adulterazione del vino. “Una truffa del genere in un momento di crisi economica generale, mette a rischio l’immagine di un settore che ha assicurato opportunità di lavoro a 1milione e 250mila italiani (+ 3 per cento), impegnati direttamente in vigne, cantine e nella distribuzione commerciale, ma anche in attività connesse, di servizio e nell’indotto”, si legge in un comunicato.

Fonte: repubblica.it

Vandali in cantina la notte distrutte 5 annate di Brunello

Monday, December 3rd, 2012

Vandali in cantina la notte distrutte 5 annate di Brunello

Cinque anni di Brunello, le intere produzioni dal 2007 fino al 2012, distrutte da vandali entrati nella cantina di una dell’azienda Case Basse, tra i produttori più prestigiosi del vino più pregiato di Montalcino. A denunciare l’atto vandalico, avvenuto la notte scorsa, è il proprietario della tenuta Gianfranco Soldera, che ha raccontato al sito WineNews di aver scoperto, entrato in cantina al mattino, che l’intera produzione di oltre 600 ettolitri di vino, per un valore di decine di migliaia di euro, era andata perduta. Secondo il racconto del proprietario nessuna bottiglia o altro bene che si trovava nella cantina seminterrata è stato rubato. Si è dunque trattato di un atto vandalico, che sta mettendo in agitazione tutta la zona dove si produce uno dei vini più famosi e buoni al mondo. Si teme che chi ha colpito l’altra notte possa ripetere il suo gesto, prendendo di mira altre cantine. Il podere Case Basse conta circa 6 ettari e mezzo coltivati a vigneto a 350 metri di altitudine e produce circa 10mila bottiglie all’anno.

L’azienda colpita non è grande ma è una di quelle rinomate perché preparano un Brunello con metodo tradizionale. Quando nel 2008 scoppiò lo scandalo delle cantine che utlizzavano oltre al Sangiovese (previsto dal disciplinare) anche vitigni francesi per dare al loro vino un gusto più “internazionale”, Case Basse venne presa come esempio da cui ripartire per tornare a un prodotto radicato nel territorio

Fonte: La Repubblica

Un vino più «eco»? In bottiglie di carta

Tuesday, November 15th, 2011

È stata annunciata in Inghilterra l’imminente immissione sul mercato della prima bottiglia di vino interamente fatta di carta. Anche se agli enofili rischia di andar di traverso il primo sorso del loro vino preferito, l’azienda che ha realizzato questo prodotto innovativo ha già intavolato trattative con una importante catena di supermercati e assicura che la bottiglia di carta sarà sugli scaffali ai primi del nuovo anno. Davanti alle preoccupanti previsioni che nei prossimi sette anni l’Inghilterra non avrà più terreni a disposizione da adibire a discariche per i rifiuti, l’azienda della bottiglia di carta sostiene che i contenitori biodegradabili saranno una soluzione importantissima al problema, tanto per i consumatori che per i produttori. La bottiglia di carta pesa soltanto 55 grammi, rispetto ai 500 grammi di una bottiglia di vetro, e ciò significa che i costi di spedizione verranno considerevolmente ridotti. Inoltre, l’emissione di anidride carbonica per il nuovo contenitore arriva solo al 10 per cento di quella della classica bottiglia di vetro. La bottiglia di carta può essere inserita nel composter e si degrada nel giro di poche settimane.
 
Il contenitore er il latte dell’azienda
Greenbottle, l’azienda che propone la novità, produce già la prima bottiglia di latte in carta al mondo, in rodaggio presso i supermercati Asda, nel sud ovest dell’Inghilterra, apprezzata dalla clientela più sensibile alle tematiche ambientali. Annualmente in Inghilterra vengono utilizzati oltre 15 milioni di bottiglie di plastica, la stragrande maggioranza delle quali finisce nelle discariche, dove impiegano quasi cinque secoli per decomporsi. «Per quel che riguarda il latte, nei negozi dove sono disponibili, si vendono due-tre bottiglie di carta per ogni confezione di plastica» spiega Martin Myerscough, un imprenditore del Suffolk, inventore della bottiglia di carta. Myerscough ha messo in piedi la sua azienda quando ha appreso, dal gestore di una discarica, che le bottiglie di plastica rappresentano il peggiore grattacapo per quanto riguarda lo smaltimento. Tuttavia, ha voluto conservare la forma della bottiglia del vino nel tentativo di rassicurare il consumatore. «Avremmo potuto spingerci oltre, ma abbiamo inventato un nuovo concetto e non è nostra intenzione spaventare il pubblico. Se vogliamo convincere il consumatore a modificare le sue abitudini, occorre invogliarlo gradualmente».
 
Separazione tra carta e plastica biodegradabile 
La bottiglia di carta contiene al suo interno un involucro di plastica - riciclabile - in modo da conservare al meglio la bevanda. I prodotti della Greenbottle vengono attualmente confezionati in Turchia, ma è prevista a breve l’apertura di una fabbrica in Cornovaglia. L’azienda si propone di vendere questa tecnologia innovativa ad altre imprese, per consentire loro di fabbricare questi contenitori accanto agli impianti di imbottigliamento e risparmiare così sulle spese di trasporto.
I macchinari oggi impiegati sono in grado di confezionare 50 bottiglie di latte al minuto e sono protetti da brevetto. Ma se i consumatori si sono mostrati entusiasti per le bottiglie del latte in carta, avventurarsi nel mercato del vino potrebbe rivelarsi più rischioso. «La presentazione del vino è d’importanza cruciale, qui entriamo in un terreno profondamente arcano» afferma Adam Lechmere, editore della rivista Decanter , una delle più note del settore. «Ai consumatori non importa tanto se il loro vino rispetta l’ambiente oppure no, non è sullo stesso piano della carne e delle verdure. Non siamo ancora pronti a fare con il vino quello che faremmo per il pollo e la sua filiera».

 

Jamie Doward
© Guardian News and Media Limited, 2011

La cantina sostenibile per l’ecovino

Friday, September 30th, 2011

La cantina è per definizione un luogo buio. Al massimo c’è qualche lampadina per poter eseguire i lavori. La Società agricola Salcheto di Montepulciano invece ha ribaltato concetti sedimentati da secoli e ha trasformato la propria cantina, inaugurata il 29 settembre in corrispondenza con l’inizio della vendemmia nella zona doc delle colline senesi, nel primo esempio mondiale di una cantina non collegata alla rete di distribuzione elettrica (off grid), con la luce del sole che penetra all’interno dei locali tramite una serie di collettori luminosi.

PROGETTO - «Il progetto è in linea con gli obiettivi del Protocollo di Kyoto», ha affermato Domenico Andreis, coordinatore del gruppo Salcheto carbon free. «Se si applicasse il nostro modello all’intera produzione vinicola nazionale, si potrebbero ridurre le emissioni di 2,3 milioni di tonnellate equivalenti di CO2». «La cantina è un edificio sostenibile ideale in cui produrre il nostro vino riducendo al minimo l’impatto ambientale attraverso lo sfruttamento delle risorse presenti nell’azienda agricola, senza distogliere terre alla coltivazione», ha aggiunto Michele Manelli, presidente di Salcheto.

OFF GRID - Il 54% della produzione della nuova cantina viene soddisfatto dal risparmio energetico ottenuto da innovative dotazioni tecniche: collettori solari che convogliano la luce solare all’interno, i giardini verticali e il recupero di ventilazioni naturali fredde notturne che isolano dal caldo estivo, i vinificatori che sfruttano il gas autoprodotto dalla fermentazione per movimentare i vini. Fondamentale l’utilizzo delle biomasse prodotte in azienda da cui si ricava il 29% della produzione energetica necessaria (35% da cippato da vigneto che fornisce 110 mila kWh/anno, 9% da cespuglietti, 14% da siepi razionali e il 42% da coltivazione arborea). Il 15% dell’energia viene inoltre ricavata dal geotermico che sfrutta 400 metri di sonde interrate a bassa profondità lungo i filari. Infine, la poca energia elettrica necessaria è prodotta dal fotovoltaico (2%). Rispetto a una cantina tradizionale, inoltre, la potenza termica da 200 kW passa a 150 kW, la potenza frigorifera da 230 kW a 100 kW e per quanto riguarda la potenza elettrica da 80 kW a 50 kW. «Abbiamo investito 350 mila euro, ma questo ci consentirà di risparmiare 46 mila euro di bollette all’anno», ha specificato Manelli. Un investimento, quindi, che sarà ammortizzato in 7-8 anni. Forse meno se il costo dell’energia, come probabile, aumenterà.

Redazione Online
Fonte: Corriere della Sera

Vino, sorpasso storico sulla Francia

Sunday, June 12th, 2011

Con i risultati finali dell’ultima vendemmia 2010-2011 l’Italia diventa il principale produttore di vino al mondo sfilando il primato finora detenuto dalla Francia. Lo afferma la Coldiretti sulla base dei dati della Commissione Ue che rilevano una produzione di 49,6 milioni di ettolitri per l’Italia, superiore - anche se di misura - ai 46,2 milioni di ettolitri sulla Francia, su un totale comunitario di 157,2 milioni di ettolitri, in calo del 3,7%.
Il primato del Made in Italy viene confermato - spiega la Coldiretti - anche se si considerano i valori italiani al netto della feccia stimabile in un 5%. Il risultato è il frutto di una sostanziale stabilità della produzione in Italia e di un calo in Francia.

VINI DI QUALITA’ - Il 60 per cento della produzione nazionale è rappresentata da vini di qualità con ben 14,9 milioni di ettolitri sono destinati a vini Docg/Doc e 15,4 milioni di ettolitri a vini Igt, segnala la Coldiretti. Un risultato incoraggiante arriva anche dalle esportazioni, aumentate del 15 per cento nel primo bimestre del 2011. «Si tratta - è stato precisato - del risultato di una crescita record del 31% negli Stati Uniti, che diventano il primo mercato di sbocco in valore davanti alla Germania, ma anche dell’aumento del 6% dell’export nell’Unione Europea e di un significativo e benaugurante incremento del 146 per cento in Cina». Un andamento che conferma i risultati positivi ottenuti dal vino Made in Italy all’estero nel 2010 con un valore record dell’esportazioni di 3,93 miliardi, superiori per la prima volta ai consumi nazionali. Inoltre le esportazioni di vino Made in Italy dei piccoli produttori sotto i 25 milioni di euro di fatturato, sono cresciute in valore del 16 per cento, quasi il doppio dell’8,5 per cento messo a segno dalle prime 103 società italiane produttrici di vino, secondo una analisi della stessa Coldiretti sulla base dei dati 2010 di Mediobanca e Istat. Il fatturato complessivo realizzato dal vino italiano nel 2010 è stato pari a 7,82 miliardi. Primato italiano sui cugini francesi anche per quanto riguarda i marchi doc: in Italia - segnala l’organizzazione agricola - può contare su 504 vini tra denominazione di origine controllata (Doc), controllata e garantita (Docg) e a indicazione geografica tipica (330 vini Doc, 56 Docg e 118 Igt)

Fonte: Corriere della Sera

Sequestrati due milioni di litri di vino: adulterato con liquido di refrigerazione

Friday, October 15th, 2010

La Guardia di Finanza ha sequestrato oltre 2 milioni di litri di vino in parte inquinato da liquido da refrigerazione e in parte irregolare per l’acidità riscontrata, notevolmente superiore al valore massimo consentito dalla legge, in una cantina vinicola di Castellammare del Golfo. Il nucleo di polizia tributaria di Trapani su disposizione della Procura di Trapani, con l’aiuto dei tecnici dell’Asp 9 di Trapani e dell’Arapa Sicilia, ha sequestrato l’impianto di lavorazione di prodotti vinicoli di Castellammare del Golfo «in quanto il ciclo produttivo di trasformazione avveniva senza l’utilizzo del depuratore da tempo non funzionante».

REFLUI SCARICATI NELLE FOGNE - La Finanza dice che «è stato accertato che i reflui liquidi, altamente inquinanti, derivanti dalla lavorazione delle uve, venivano convogliati direttamente nella rete fognaria, per poi defluire successivamente verso il mare, ove nei giorni precedenti all’intervento era stata notata un’intensa scia di colore rosso». Le analisi chimiche sul vino, poi, hanno dimostrato che la bevanda non era commercializzabile.

COLDIRETTI - Il rappresentante legale e presidente del Cda della cooperativa che gestisce l’impianto è stato segnalato alla Procura per «violazioni di carattere penale in materia di inquinamento ambientale, delitti colposi contro la salute pubblica e adulterazione e contraffazione di sostanze alimentari». La Coldiretti commentando l’operazione dice che «il commercio di vino adulterato con refrigerante colpisce gravemente un settore che dopo la grave crisi del metanolo ha saputo recuperare in un quarto di secolo grande credibilità grazie all’impegno dei produttori, diventando il simbolo del successo made in Italy all’estero». «Tolleranza zero - chiede la Coldiretti - di fronte al ripetersi di questi fenomeni che mettono a rischio il lavoro di centinaia di migliaia di agricoltori impegnati a garantire la qualità a tavola».

Cento vini da non perdere

Tuesday, September 7th, 2010

Rossi di gran fascino. Bianchi eleganti. Bollicine. Dolci. Per tutte le tasche, con qualche eccezione. Ecco le bottiglie che tutti dovremmo assaggiare almeno una volta nella vita

La cantina ideale non esiste e se esistesse assomiglierebbe alla biblioteca di Alessandria: sconfinata, dovrebbe contenere tutti i vini del mondo e, naturalmente, sarebbe schiacciante la prevalenza di bottiglie mediocri o pessime. Ma la propria cantina ideale ciascuno la immagina e, se dispone di conoscenza e mezzi, se la costruisce su misura. Oggi è meno difficile di ieri procurarsi le bottiglie predilette, e quelle che non si trovano in enoteca o dai produttori sono acquistabili nelle aste e on line. Con due limiti: uno soggettivo, il costo, e l’altro oggettivo, la sostanziale irreperibilità di certe bottiglie a tiratura quasi confidenziale, oggetti di culto per gli appassionati.

Unendo esperienza (tutte le bottiglie indicate sono state assaggiate più volte) e passione, ho selezionato cento etichette che consiglio a chi voglia avvicinarsi all’eccellenza del vino e che - vedi la nutrita sezione dei “miti” - ogni amante del buon vino dovrebbe concedersi almeno una volta nella vita. È la “mia” scelta: parziale, discutibile, soggettiva per definizione.

Comprende tanta Francia, Bourgogne soprattutto, molto Piemonte, più rossi che bianchi, poche etichette extraeuropee, qualche esclusione calcolata anche di bottiglie famose, nessun particolare trasporto per i cosiddetti “vini naturali” (biologici, biodinamici, troppo spesso “biofurbi” e imbevibili), e un occhio benevolmente critico all’Italia, dettato anche dalla necessità di restare con i piedi per terra quanto a prezzi. Il prezzo medio delle bottiglie selezionate resta comunque alto, ma il vino eccellente non è né può essere a buon mercato, innanzitutto perché costa molto produrlo e poi perché quasi mai, con l’eccezione degli château bordolesi, qualità e quantità sono compatibili.

Vale d’altronde anche per il vino la regola che i gourmet avveduti seguono: nell’arco di un mese, meglio regalarsi una sola grande cena rinunciando a quattro cene mediocri, meglio una bottiglia super che quattro qualsiasi. I “centovini” sono segnalati per la loro qualità consolidata negli anni, senza riferimento a una particolare annata e, infine, di ogni produttore ho indicato una sola etichetta, anche nei casi, e sono parecchi, in cui più bottiglie, se non l’intera gamma, sono al top.

Ecco la preziosa lista, distinta in: MITI (bianchi e rossi), ECCELLENTI (bianchi e rossi), DOLCI e BOLLICINE

Fonte: L’Espresso

Vendemmia, un’ottima annata ma non significa vino di qualità

Wednesday, August 25th, 2010

La produzione enologica italiana potrebbe crescere del 5% rispetto al 2009. Ma non sarà festa per tutti Nel corso degli anni troppe autorizzazioni a impiantare vitigni di qualità, anche in aree non ad alta vocazione Così il Barolo sarà pagato due euro al litro e il Barbaresco poco più di uno. Una manna per i commercianti spregiudicati, una rovina per i veri “vignerons” di CARLO PETRINI

COME sempre accade in questo periodo si fanno tante chiacchiere sulla qualità della vendemmia e, neppure stessimo parlando di una partita di calcio, si rincorrono i discorsi da bar sport sulla sfida con i nostri cugini transalpini. Da inizio agosto è partito il tam tam mediatico e si sono alzate inopportune grida di giubilo per il sorpasso di produzione degli italiani sui francesi. Secondo i dati diffusi da alcune associazioni di categoria risulta che la produzione di vino italiano potrebbe (e l’uso del condizionale è d’obbligo) segnare un aumento fino al 5% rispetto allo scorso anno, su valori intorno ai 47,5 milioni di ettolitri. Oltralpe, invece, la produzione potrebbe far registrare una crescita limitata che si assesterebbe a 47,3 milioni di ettolitri.

Oltre a non appassionarmi più di tanto, trovo questa sfida anche un po’ inutile. Una vendemmia si giudica, come mi insegnano i miei amici viticoltori, non solo dopo aver portato le uve in cantina, ma alcuni mesi dopo. Infatti, le tre settimane che precedono la raccolta sono decisive dal punto di vista climatico e possono decretare la grandezza o meno di un’annata. L’uva è una cosa viva e si deve per forza attendere la magia della fermentazione per capire se tutte le premesse verranno poi mantenute nel vino. Una grande bottiglia ha bisogno di tempo, bisogna aspettare e aver pazienza per capire la sua evoluzione.

Ma passiamo dalle chiacchiere a discorsi ben più seri e gravi sul futuro della viticoltura italiana. Stiamo vivendo un momento di svolta che va analizzato nella sua complessità. Il fatto che la vendemmia sarà ricca non mi conforta più di tanto se questa abbondanza non farà che aumentare il processo di svendita del vino sfuso che è già in corso da più di un anno a questa parte. Le settimane che precedono la vendemmia sono le più febbrili per i mediatori del vino che per conto dei grandi commercianti e imbottigliatori girano le cantine italiane a caccia dell’affare.

Da una parte trovano produttori che non essendo riusciti a vendere il vino che avevano prodotto sono obbligati a svuotare la cantina per fare spazio al nuovo raccolto e dall’altra un mercato che sta richiedendo vini dal basso costo e non fa così tanto caso alla qualità di quello che consuma. Informandosi, non è difficile scoprire come il Barolo sfuso abbia raggiunto la deprimente quotazione di due euro e mezzo al litro, stesso prezzo che mi dicono spunti il Brunello 2005. Per non parlare di un vino a cui sono molto affezionato come il Barbaresco, che viene pagato la cifra folle di un euro o poco più. Una situazione insostenibile e ridicola, soprattutto per quei produttori che in vigna lavorano seriamente.

Ma quali sono le cause di questa situazione così deprimente? Diciamo che il governo del limite, che dovrebbe regolare il mondo agricolo, è andato a farsi benedire. Sono quindici anni che predichiamo nel vento dicendo che le viti vanno piantate solo nelle zone ad alta vocazione evitando di aumentare a dismisura le superfici vitate. Tutto inutile. Il Barolo, il Barbaresco, il Brunello hanno raddoppiato le bottiglie in commercio nel giro di un decennio. L’Amarone è passato da quattro milioni di pezzi agli attuali sedici.

All’inizio degli anni Novanta i prezzi dei vini, che erano obiettivamente molto bassi, sono stati giustamente alzati, ma poi si è esagerato pensando che tutti potessero superare tranquillamente i quaranta euro a bottiglia. Ma in cosa consiste questo governo del limite nel settore vitivinicolo? Semplice: nei momenti in cui il mercato tira occorre contenere i nuovi impianti e non esagerare con l’aumento dei prezzi; nei momenti di crisi bisogna ridurre la produzione dei vini di eccellenza e salvaguardarne il prezzo.

In Italia si è fatto l’esatto contrario. Molti dicono che le diverse categorie di produttori (vignaioli, industriali, commercianti) sono tra loro inconciliabili. In realtà, in un momento così drammatico, i vigneron italiani dovrebbero prendere esempio dai cugini francesi: qualche anno fa, in un momento di vacche magre, i produttori di Champagne decisero di diminuire la produzione del 30%. Tutti uniti: vignaioli, cooperative sociali e industriali. In Italia manca una visione comune, una politica di sviluppo che riesca a mettere d’accordo un mondo lacerato da troppe divisioni e incapace di dialogare per gestire al meglio la situazione economica e, se fosse possibile, progettare seriamente il futuro. Una scelta come quella francese sarebbe non solo auspicabile, ma anche possibile, perché i produttori potrebbero declassare una parte dei loro grandi vini potendo contare su denominazioni meno importanti che in gergo vengono chiamate di ricaduta: basti pensare al Langhe Nebbiolo, al Rosso di Montalcino o di Montepulciano, così come al Valpolicella Rosso.

Bisogna tutelare i nostri grandi vini come veri patrimoni nazionali e la loro gestione non dovrebbe ricadere nelle mani di pochi imbottigliatori pronti a speculare quando il mercato è in affanno. Gli stessi produttori dovrebbero limitare la loro produzione unicamente alle zone più vocate, ai cru storicamente riconosciuti come tali, e ai vigneti con piante più vecchie. Altrimenti l’eccellenza rischia di essere svilita e assistiamo così alla vendita di bottiglie di Barolo a 8 euro negli autogrill italiani, presi d’assalto in questi giorni da vacanzieri frettolosi.
Questa deriva è manna per commercianti spregiudicati e industriali a cui non interessa la qualità, non mette ansia alle grandi firme (che magari svendono le eccedenze sotto banco), ma distrugge il prestigio dei grandi vini e mette in ginocchio le miriadi di piccoli e medi produttori che, in questi ultimi vent’anni, hanno realizzato il rinascimento del vino italiano. Per la prima volta in tanti anni ho sentito invocare un po’ di grandine per ridurre le eccedenze, magari nelle vigne dei vicini.

Vino? No, è acido e concime

Tuesday, June 15th, 2010

Un milione e mezzo di litri sequestrati. E un sospetto: dietro c’è lo stesso gruppo di adulteratori dello scandalo di due anni fa


Lo scandalo è stato inutile. Due anni fa scattò l’allarme su una colossale centrale del vino adulterato, che da oscure cantine della Puglia finiva in bottiglie dai marchi insospettabili (vedi “L’espresso” n.14 del 2008). E oggi la Forestale crede che la stessa banda sia ancora all’opera e inondi negozi e supermarket italiani con etichette che celano prodotti molto poco genuini.
All’epoca tutto partì da una misteriosa cantina di Massafra (Taranto) poi, alla fine di febbraio, gli ispettori del Corpo hanno fatto una nuova scoperta in due aziende di Casoli e Perano (Chieti): vasche con quasi un milione e mezzo di litri destinati ad essere venduti come vino da tavola. Dalle prime analisi è risultata l’adulterazione e ora sono in corso le controverifiche di laboratorio. Tutto il prodotto proveniva da una ditta di Ginosa Jonica, in provincia di Taranto, non lontana da Massafra. Gli investigatori sospettano intrecci allarmanti: esisterebbe fra i due responsabili delle aziende di Casoli e Ginosa un “sodalizio criminoso” per la produzione e vendita di “prodotti vinosi sofisticati”, che potrebbe portare direttamente ai produttori di Massafra. Un sodalizio non nuovo all’adulterazione, per la presenza di “gravi precedenti penali” per gli stessi reati. Gli inquirenti presumono infatti che, dietro l’imprenditore tarantino di Ginosa, agisca sempre la stessa banda di sofisticatori e vogliono chiarire ogni complicità.

Si tratta di quantità industriali sfuggite alla rete dei controlli. Come è stato possibile? A fine di luglio i dieci imputati per lo scandalo del vino di Massafra compariranno davanti al gip, dopo la richiesta di rinvio a giudizio formulata dal procuratore di Taranto Pietro Argentino. Più ancora dei capi d’imputazione del pm, ora c’è un video esclusivo che mostra come veniva “confezionato” quel cosiddetto vino. Il video doveva essere distrutto ma “L’espresso” è riuscito invece a entrarne in possesso: un brodame verdastro esce dai silos che dovrebbero contenere vino. Dentro si trovano fertilizzanti, prodotti ogm, acido cloridico, solforico e fosforico, glicerina, lieviti, solfati di vario genere. Questo è il prodotto della Enoagri export e della VMC: la base di quel liquido è acqua, concimi e acidi. Il video si conclude con un agente che rovescia a terra gli acidi che al contatto con l’aria vanno in ebollizione. Dentro quelle vasche ci sono “prodotti vinosi del tutto differenti dal prodotto alimentare vino”, ottenuti “mediante pratiche enologiche illecite”, scrive il procuratore: di uve, infatti, non c’è traccia, “in realtà mai o solo in infima parte utilizzate”. Ma dei 70 milioni di litri partiti da lì, ne sono stati “certamente individuati” solo 16. Gli altri è probabile che siano finiti sulle nostre tavole.

Secondo l’atto d’accusa, la banda avrebbe goduto di protezioni nel municipio di Massafra dove sono inspiegabilmente spariti i documenti di trasporto dal registro delle convalide della Tirrena vini, la terza azienda sotto accusa che aveva sede sempre nello stesso stabilimento delle altre due. Gli ispettori scrivono che “il fascicolo è stato intenzionalmente sottratto o occultato presso il comando della Polizia municipale”. Ma proprio la documentazione sparita e gli accertamenti fanno temere che siano ben più di 70 milioni i litri partiti dalla centrale di adulterazione. Alla faccia dei tanti che si impegnano per difendere la qualità dell’enologia italiana

Fonte: L’Espresso

Gli italiani bevono sempre peggio

Sunday, April 25th, 2010

 È stabile in Italia il consumo di alcol, ma si rafforza l’abitudine a bere bevande alcoliche fuori dai pasti soprattutto fra i giovani, sempre più inclini al cosiddetto binge drinking. La categoria più a rischio, però, è quella degli over 65: metà degli anziani maschi esagera, in particolare con il «tradizionale» vino con non meno conseguenze per la salute rispetto ai ragazzi, senza contare i pericoli alla guida. E se secondo l’indagine di Eurobarometro il nostro è fra i Paesi con il minor numero di bevitori («solo» il 60 per cento rispetto al 76 della media europea), non c’è di certo da rallegrarsi visto che proprio nei giorni scorsi uno studio italiano ha definitivamente individuato i legami biologici tra il consumo elevato di alcol, il rischio di tumori e l’invecchiamento precoce.

I TEENAGERS CAMBIANO (IN PEGGIO) GUSTI E MODI – Il rapporto sull’uso e l’abuso di alcol dell’Istat (dati 2009) che ha scattato una fotografia su una popolazione dagli 11 anni in su e per 10 anni non lascia dubbi: i più giovani sono quelli che alzano di più il gomito soprattutto fuori pasto. La diffusione dell’alcol in generale è sostanzialmente stabile, ma il modello tradizionale, basato sulla consuetudine di bere vino durante i pasti con frequenza giornaliera, sta progressivamente cambiando avvicinandosi al tipo nord europeo. Aumenta infatti il consumo di alcolici fuori pasto, mentre non variano di molto i dati sul binge drinking, ossia il consumo di più bicchieri in un’unica occasione, comune soprattutto fra i minorenni. E poi cambiano i gusti. I ragazzi non bevono più solo vino e birra (meno 50,5 per cento nella fascia 14-17 anni, meno 31,5 tra i 18-24enni e meno 14,1 tra i 25 e i 44 anni), mentre cresce l’uso di altri alcolici come aperitivi, amari e superalcolici ( più 18,5 per cento tra 14-17 anni, più 12,3 tra 18-24 anni e più 1,9 tra 25-44 anni). Insomma, nel 2009, quasi 613mila adolescenti hanno esagerato per lo meno una volta: il 17,8 per cento dei maschi e il 12,3 delle femmine fra 11 e 17 anni.

ANZIANI IN PERICOLO - I comportamenti a rischio sono però più diffusi gli anziani, che sono più esposti agli «eccessi» proprio perché con l’avanzare dell’età cambia la capacità dell’organismo di assimilare l’alcol. In totale sono 3 milioni e 17mila gli over 65 (il 44,7 per cento degli uomini e l’11,3 delle donne) che esagerano e lo fanno soprattutto con i bicchieri di vino a pranzo e cena.

BEVONO 3 ITALIANI SU 4 – A conti fatti, nella popolazione tra i 25 e i 74 anni circa tre persone su quattro dichiarano di aver consumato alcol nel 2009. Tra gli uomini la quota è almeno pari all’85 per cento, mentre per le donne non supera il 65 per cento. Notevole è però la quota di giovanissimi di 11-15 anni che ha assunto alcolici negli ultimi 12 mesi: il 18,5 per cento dei ragazzi e 15,5 delle loro coetanee, mentre già a partire dai 18 anni i valori di consumo sono prossimi alla media della popolazione (78 per cento dei maschi e 58,4 delle femmine). Il consumo giornaliero cresce fortemente all’aumentare dell’età e raggiunge il massimo tra i 65-74 anni, con percentuali del 60,5 per cento per gli uomini e 25,3 per le donne. Gli italiani preferiscono nell’ordine vino, birra e altri alcolici come aperitivi, amari e superalcolici. Infine, a livello territoriale, il consumo di alcol è più diffuso nel Centro-nord, soprattutto nel Nord-est e soprattutto nei piccoli comuni fino a duemila abitanti.

IN EUROPA SIAMO TRA I PIU’ «MORIGERATI» – Anche tre quarti degli europei hanno bevuto alcolici negli ultimi 12 mesi. Stando al sondaggio Eurobarometro su un campione di 27mila cittadini della Ue, la metà di loro beve una, due o tre volte alla settimana e il 70 per cento solo uno o due bicchieri per volta, mentre il 10 per cento afferma di berne almeno 5 in una sola occasione. L’Italia risulta qui fra i paesi con il minor numero di bevitori: il 60 per cento, ben al di sotto della media europea (76), superata fra gli altri da danesi (93), olandesi (88), anche francesi (83), tedeschi e inglesi (81). Dietro di noi c’è solo il Portogallo, con il 58 per cento di bevitori nell’ultimo anno. Ecco la fotografia scattata all’Europa: gli uomini bevono più spesso delle donne e in maggiore quantità e sono le categoria professionali più elevate a fare un uso più frequente. Consumano alcolici soprattutto le persone che hanno più di 55 anni e i più giovani. E sebbene la maggioranza degli intervistati si dichiari consapevole della pericolosità di bere alcol prima di mettersi al volante, il 14 per cento ammette di averlo fatto. Quanto ai danni per la salute, il 97 per cento conosce i possibili rischi di malattie del fegato, ma solo il 67 per cento pensa che ci sia un legame fra alcol e tumore.

BICCHIERE DI VINO ADDIO – Tornando ai dati Istat, in totale 8milioni e 454mila connazionali l’hanno scorso hanno alzato il gomito come minimo una volta, di cui 6milioni e 434mila maschi (25 per cento) e 2milioni 20mila femmine (7,3per cento). Anche fra gli adulti va riducendosi la quota di consumatori giornalieri, mentre cresce quella dei fruitori occasionali e, soprattutto fra le donne, l’abitudine di bere alcolici fuori dai pasti. Aperitivi, amari e superalcolici si fanno sempre più strada anche tra gli italiani di mezza età, che non esenti dal binge drinking (lo fa il 12,4 per cento degli uomini e il 3,1 delle donne). Il consumo giornaliero non moderato interessa poi il 14,8 per cento degli uomini e il 3,8 delle donne, ma chi eccede, in questa categoria, lo fa ancora prevalentemente stando seduto a tavola.

IL LEGAME TRA ALCOL E CANCRO – Queste stime devono far riflettere anche alla luce degli esiti di uno studio italiano presentato nei giorni scorsi all’Annual Meeting della American Association for Cancer Research. I ricercatori dell’Università di Padova, in collaborazione con colleghi milanesi, hanno infatti svelato il legame tra l’elevato consumo di alcol, il rischio di tumori e l’invecchiamento precoce delle cellule. La causa è l’accorciamento dei telomeri, ovvero le regioni terminali dei cromosomi che regolano la vita della cellula. Lo studio ha confrontato il Dna di 59 persone che hanno fatto largo consumo di alcol con quello di 197 volontari che hanno assunto invece una quantità di alcol nella norma. Nei risultati, gli esperti hanno notato una lunghezza dei telomeri «drammaticamente ridotta» nei soggetti che hanno consumato quantità eccessive di alcol che produce nelle nostre cellule stress ossidativo e infiammazione, due meccanismi che possono accelerare l’accorciamento dei telomeri. In pratica più si beve più si rischia di perdere il meccanismo che fa invecchiare le cellule in modo naturale e, con i telomeri danneggiati, le cellule possono trasformarsi in un tumore.

Vera Martinella (Fondazione Veronesi)

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