Posts Tagged ‘UE’

Auto elettriche, uno standard Ue per i caricabatterie entro il 2011

Sunday, May 9th, 2010

I deputati dell’Europarlamento hanno approvato una risoluzione che delinea i passi avanti da compiere verso un unico mercato europeo dei veicoli elettrici

(Rinnovabili.it) – Tutti d’accordo a Strasburgo su ciò che potrà costituire un passo fondamentale verso un mercato unico europeo delle auto elettriche. La parola d’ordine è standard per la ricarica, cuore della risoluzione adottata ieri dal Parlamento europeo. Più in generale la proposta, votata in aula dagli eurodeputati, mette a fuoco le necessità future che andranno sviluppate in tema di mobilità pulita, a partire dalle reti elettriche intelligenti che, si legge nel documento, renderebbero questi veicoli più facili da usare.
Le auto elettriche e ibride sono entrate definitivamente come importante opzione nella più ampia strategia europea per ridurre le emissioni di CO2. La risoluzione – sostenuta da sei gruppi politici e adottata per alzata di mano – pone l’obiettivo di definire uno standard europeo entro il 2011 per la ricarica di veicoli elettrici, necessario al fine di garantire l’interoperabilità e la sicurezza delle infrastrutture.
E ove possibile invita la Commissione ad adoperarsi per standard globali.
Lo sviluppo di automobili elettriche, inoltre, dovrebbe essere ben equilibrato, incentrato sulla riduzione della congestione, dei consumi energetici, delle emissioni senza trascurare altri tipi di veicoli, come l’e-bikes, tram e treni. Il documento chiede all’esecutivo europeo di fornire un calcolo globale delle emissioni complessive di CO2 dei veicoli elettrici. La proposta suggerisce anche che i governi nazionali e altre autorità, comprese le istituzioni dell’UE, potrebbero stimolare la domanda sostituendo la flotta dei servizi pubblici con modelli elettrici.

Dai rubinetti rischi per neonati e ragazzi

Saturday, April 24th, 2010

Un comitato scientifico incaricato dalla Commissione europea lancia l’allarme sulla qualità delle acque potabili italiane. Nelle tubazioni elementi tollerati dagli adulti ma pericolosi per i bambini e i giovani nell’età dello sviluppo

BRUXELLES - Neonati e ragazzi corrono rischi nel bere acqua che viene dai rubinetti delle case italiane, contaminata - a quanto pare - da arsenico, boro e fluoruro che, in alcune Regioni, superano di cinque volte i livelli consentiti dalle norme europee. Ad dirlo è il comitato scientifico incaricato dalla Commissione Ue di dare un parere sulle acque potabili nel nostro Paese. E’ stato il risultato di una analisi delle tubazioni lungo le quali scorrono livelli di sostanze tossiche che, se non sono immediatamente pericolose per gli adulti, pongono però dei rischi per i ragazzi in età dello sviluppo e soprattutto per i neonati.

L’Italia, che per nove anni ha agito in regime di deroga rispetto alla direttiva Ue sulle acque, dovrebbe uniformarsi alle regole europee entro il 2012, come chiesto da Bruxelles. Ma qualche mese fa ha chiesto una proroga dei termini. La Commissione Ue dovrà decidere nelle prossime settimane se concederla o meno, e la sua decisione si baserà anche sul parere del comitato scientifico.

Fonte: La Repubblica

Alimenti, l’Ue boccia l’etichetta ’segnaletica’

Monday, March 22nd, 2010
Le associazioni dei consumatori non sono soddisfatte. Persa un’occasione importante per la diffusione dell’educazione alimentare

Il Parlamento europeo ha detto no a un’etichetta alimentare che segnali i cibi contenenti una troppo elevata quantità di grassi o sali. L’etichetta ’segnaletica’ avrebbe avrebbe definito quello che è il miglior profilo nutrizionale di ogni prodotto, sulla base della sola presenza di grassi saturi, zuccheri e sale, senza tener conto delle varie culture alimentari europee

L’emendamento approvato dall’Ue è stato proposto dalla deputata tedesca Renate Sommer, membro del Partito Popolare Europeo, secondo la quale i profili nutrizionali possono trarre in inganno i consumatori creando disparità di trattamento nei confronti di alcuni prodotti portandoli così a ritenerli “cattivi”.

Protestano le organizzazioni di difesa del consumatore tra cui l’Adoc, il cui presidente Carlo Pileri ha dichiarato: “La decisione della Ue di eliminare i profili nutrizionali relativi ai grassi, agli zuccheri e al sale degli alimenti è una nuova vergogna europea. Dopo l’introduzione del gelato che non si scioglie e la patata Ogm l’Unione Europea infligge un altro duro colpo alla tutela della salute e dell’informazione dei consumatori, che non potranno sapere che valori nutrizionali possiede il cibo che acquisteranno. In un momento in cui negli Usa e in Europa si lotta contro l’obesità e il diabete - prosegue Pileri - l’Unione Europea sceglie di allinearsi alle richieste delle multinazionali e non alla tutela della salute”

Membri dell’organizzazione europea per i consumatori si sono detti “delusi dal voto del Parlamento europeo, in quanto gli eurodeputati hanno mancato un’occasione la diffusione dell’educazione alimentare nelle giovani generazioni.

Soddisfatta della decisione Ue, invece, la Confeuro (Confederazione delle Associazioni e Sindacati Liberi dei Lavoratori Europei). “Qualora fosse passata questa particolare normativa infatti - dichiara il presidente nazionale Rocco Tiso - si sarebbe imposta l’idea di un giusto profilo nutrizionale, quando invece è nota la convinzione dei più grandi nutrizionisti italiani e non, che non esistano cibi buoni o cattivi, ma solo culture e diete differenti”.

Fonte: Kataweb

UE: ecco il manuale per valutare l’impatto ambientale dei prodotti

Tuesday, March 16th, 2010

Il Commissario europeo all’ambiente ha lanciato una guida autorevole che permetta a governanti e per promuovere un consumo più sostenibile e ridurre impatto ambientale in Europa

(Rinnovabili.it) – La Commissione europea ha lanciato in questi giorni una guida dedicata alla modalità di valutazione dell’impatto ambientale dei prodotti e destinata a responsabili politici e imprese. Presentandola il Commissario per l’Ambiente Janez Potočnik ha dichiarato: “Se l’Europa vuole avere un futuro sostenibile, deve divenire più efficiente in termine di risorse e meno inquinante. Questo manuale fornirà un riferimento necessario a sostenere il processo decisionale ed a garantire una migliore scelta ambientale nella progettazione di beni e servizi. Un approccio scientificamente robusto e affidabile è essenziale per sostenere le esigenze delle imprese e dei responsabili politici in modo coerente ed efficace”.
I prodotti che acquistiamo e usiamo quotidianamente contribuiscono indubbiamente al comfort e benessere, ma al tempo stesso hanno la capacità di concorrere ai problemi ambientali come cambiamenti climatici, inquinamento atmosferico e idrico o l’esaurimento delle risorse naturali. Per raggiungere una produzione e modelli di consumo più sostenibili, dobbiamo considerare le implicazioni ambientali di tutta la catena di fornitura dei prodotti siano essi, beni o servizi, il loro uso e la gestione dei rifiuti; in altre parole il loro intero ciclo di vita, dalla “culla alla tomba”.
Il Manuale fornisce internazionale di riferimento Life Cycle Data System (ILCD) vuole garantire ai governi e alle imprese una base per assicurare la qualità e la coerenza di dati, metodi e valutazioni del ciclo di vita; in particolare riporta informazioni dettagliate su come condurre un Life Cycle Assessment per quantificare le emissioni, le risorse consumate e le pressioni sull’ambiente e sulla salute umana, che possono essere attribuite ad un prodotto.Sviluppato dal CCR Istituto per l’ambiente e la sostenibilità (IES), in collaborazione con la Direzione della Commissione generale per l’ambiente, la guida è in linea con gli standard internazionali ed è stato realizzato attraverso una serie di consultazioni pubbliche con le parti interessate.

Fonte: La Repubblica

Vandana Shiva: “Gli Ogm uccideranno i piccoli coltivatori”

Friday, March 5th, 2010
L’attivista: in India 200 mila suicidi in 10 anni con quei semi modificati ci si indebita per sempre
ANDREA ROSSI
È una brutta notizia. È la vittoria dell’Europa dei burocrati e delle lobbies sull’Europa dei popoli, che restano in larga parte contrari all’utilizzo dei semi geneticamente modificati». Vandana Shiva, 58 anni, attivista indiana (nel 1993 ha vinto il «Right Livelihood Award», una sorta di Nobel assegnato a chi si batte per un’economia più giusta), una vita a combattere contro gli Ogm, è diretta come sempre. E delusa: «L’Europa era la grande speranza di chi difende la biodiversità. Per 12 anni aveva resistito a pressioni di ogni sorta. Il sì alla patata Amflora, invece, è una resa».Se è per questo anche tra i governi serpeggia un certo malumore: il ministro italiano Luca Zaia propone un referendum e Francia, Germania, Austria, Lussemburgo, Ungheria e Grecia potrebbero appellarsi alla clausola di salvaguardia per bloccare l’autorizzazione.
«E fanno bene. Meno di un anno fa prima la Francia e poi la Germania hanno bandito le coltivazioni di mais Ogm. E hanno deciso forti di recenti ricerche secondo cui gli Ogm sono nocivi per l’ambiente».Molti scienziati sostengono il contrario. E dicono che chi si oppone è agitato da fobie o paure legate alle possibili conseguenze economiche. È così?
«Ah sì? Vadano a vedere di quanto è cresciuto l’uso dei fitofarmaci dove si sono impiantati gli Ogm. In India otto Stati hanno adottato una moratoria per vietare la melanzana transgenica. L’Ogm non è sicuro. E comunque le conseguenze economiche esistono e sono pesanti: nel mio Paese gli agricoltori che sono passati alle coltivazioni geneticamente modificate sono andati in rovina. E sa perché?»

Lo spieghi.
«Ogm equivale a brevetto. Vuol dire che un’azienda può diventare monopolista di un certo seme e imporlo a chiunque lo voglia coltivare. In India coltivare a riso un ettaro, prima che arrivassero le multinazionali con le loro sementi, costava circa 16 mila rupie. Quando molti hanno spostato la coltivazione sulla vaniglia, il costo è salito a 300 mila rupie per ettaro».

Come è successo?
«A tanti contadini è stato fatto credere che si sarebbero arricchiti comprando i nuovi semi, che avrebbero incrementato le produzioni. Chi si è lasciato convincere ha scoperto che bisognava acquistare le sementi tutti gli anni - non si riproducono, hanno un gene “suicida”, ed è la dimostrazione che sono contro natura - a un prezzo triplo rispetto ai semi tradizionali. Così si sono indebitati fino al collo. Risultato: 200 mila suicidi in 10 anni».

Crede che possa succedere anche in Europa?
«Forse non in modo così dirompente. Ma gli Ogm saranno la rovina dei piccoli produttori: i costi, per loro, diventeranno insostenibili. Perderanno la terra».

Chi approva la decisione dell’Ue sostiene che le aziende europee potranno entrare nell’agricoltura industriale. Saranno più competitive?
«Se lo saranno, succederà a danno dell’agricoltura organica e biologica. L’introduzione degli Ogm sarà un genocidio per i piccoli coltivatori. La biodiversità, che è lo strumento per battere la fame, sarà spazzata via. Tutto il mondo rischia di essere soggetto a una dittatura dei semi».

Oggi un quarto del mais coltivato è Ogm. Secondo molti scienziati è più sicuro: combatte i parassiti senza i pesticidi e non permette la formazione di funghi, responsabili delle microtossine. Perché vi opponete?
«Perché non così. Una delle cause dell’indebitamento degli agricoltori indiani è stata la spesa in fitofarmaci. Le coltivazioni sono più vulnerabili. Hanno bisogno di più pesticidi e acqua. L’Ogm non cambia l’agricoltura, non ammortizza l’impatto sul clima, né produce più cibo. È solo una resa agli interessi delle lobbies».

Fonte: La Stampa

Rifiuti in Campania, Italia condannata «Messi in pericolo l’uomo e l’ambiente»

Friday, March 5th, 2010

La Corte di giustizia Ue accoglie il ricorso presentato dalla Commissione nel 2008: congelati 500 milioni

l’accusa è di «non aver creato una rete adeguata di recupero e smaltimento»

Rifiuti in Campania, Italia condannata
«Messi in pericolo l’uomo e l’ambiente»

La Corte di giustizia Ue accoglie il ricorso presentato dalla Commissione nel 2008: congelati 500 milioni

MILANO - Italia condannata dall’Unione europea sull’emergenza rifiuti in Campania. L’accusa: «Non aver adottato tutte le misure necessarie per evitare di mettere in pericolo la salute umana e danneggiare l’ambiente». La Corte di giustizia di Lussemburgo ha accolto il ricorso presentato dalla Commissione europea a luglio 2008. I giudici condannano l’Italia per «non aver creato una rete adeguata e integrata di impianti di recupero e di smaltimento dei rifiuti nelle vicinanze del luogo di produzione»: in questo modo, spiega la Corte, «l’Italia è venuta meno agli obblighi che le incombono in forza della direttiva rifiuti». In Campania i rifiuti ammassati nelle strade, nonostante l’assistenza di altre regioni italiane e delle autorità tedesche, dimostrano «un deficit strutturale di impianti, cui non è stato possibile rimediare». L’Italia ha peraltro ammesso, si legge ancora nella sentenza, che «alla scadenza del termine stabilito nel parere motivato, gli impianti esistenti e in funzione nella regione erano ben lontani dal soddisfare le sue esigenze reali». 

LE MOTIVAZIONI - Il ricorso era partito dopo l’emergenza rifiuti del 2007, quando la Commissione ha proposto alla Corte di procedere per inadempimento contro l’Italia, criticando la mancata creazione di «una rete integrata e adeguata di impianti atta a garantire l’autosufficienza nello smaltimento dei rifiuti sulla base del criterio della prossimità geografica». La Commissione, come poi confermato dai giudici, riteneva che «tale situazione rappresentasse un pericolo per la salute umana e l’ambiente». Dopo l’avvio della procedura d’infrazione, la Commissione ha inoltre congelato i fondi comunitari destinati alla Campania per circa 500 milioni di euro. Allora il governo italiano aveva chiesto di respingere il ricorso sottolineando come era stato fatto ogni possibile sforzo per arginare la crisi e affermando di aver aumentato il livello di raccolta differenziata, aperto due discariche e costruito inceneritori. Ha inoltre addotto inadempimenti contrattuali e comportamenti criminali, riferisce la Corte di giustizia, indipendenti dalla sua volontà. «Né l’opposizione della popolazione, né gli inadempimenti contrattuali e neppure l’esistenza di attività criminali costituiscono casi di forza maggiore che possono giustificare la violazione degli obblighi derivanti dalla direttiva e la mancata realizzazione effettiva e nei tempi previsti degli impianti» scrivono i giudici nella sentenza.

CONGELATI FONDI - Restano dunque congelati i fondi comunitari destinati alla Campania e bloccati dalla Commissione europea dopo l’avvio della procedura d’infrazione. In ballo ci sono circa 500 milioni di euro, secondo i dati della Regione, di cui 300 della programmazione 2007-2013 e i restanti dei sette anni precedenti, bloccati da Bruxelles a giugno del 2007. L’argomento è stato affrontato giorni fa a Bruxelles nella riunione della commissione petizioni del Parlamento europeo, presieduta da Erminia Mazzoni (Pdl), a cui hanno partecipato rappresentanti delle autorità regionali e nazionali e dei cittadini firmatari di sedici petizioni relative ai problemi ambientali e dei rifiuti a Napoli e in Campania. «Siamo pronti a riconsiderare la decisione quando la situazione sarà cambiata, di fronte a risultati» ha spiegato Pia Bucella, direttrice alla dg Ambiente della Commissione, evidenziando gli elementi essenziali per raggiungere l’erogazione dei fondi comunitari per il settore: la definizione di una «solida programmazione» con un piano di gestione dei rifiuti, un’adeguata rete di infrastrutture per lo smaltimento, affiancato da un rendiconto reale e documentato e il ritorno alla gestione ordinaria. Aspetti su cui Bruxelles ritiene, in massima parte, di non aver avuto le delucidazioni necessarie.

RITORNO ALLA NORMALITÀ - In commissione è toccato a Raimondo Santacroce per la Campania e ad Ettore Figliolia per il governo illustrare i provvedimenti presi dall’Italia. La Regione ha assicurato che è in dirittura d’arrivo un piano capace di consentire il ritorno alla normalità e ha citato un aumento significativo della raccolta differenziata che si attesta al 22%. Di «obiettivi raggiunti» ha parlato anche il rappresentante del governo secondo cui il termovalorizzatore di Acerra sarà in grado di assorbire il 40% della produzione di rifiuti della Regione. «Siamo pronti a documentare quello che diciamo» hanno precisato i rappresentanti italiani. Poco convinte un’eurodeputata inglese del gruppo socialista e una danese dei Verdi, che hanno annunciato una visita in Campania. La presidente di commissione Mazzoni si è detta convinta della necessità di cercare e verificare le soluzioni per scongiurare il pericolo di perdere fondi comunitari. Ora, dopo la condanna della Corte Ue, i fondi potranno essere erogati solo se Bruxelles avrà elementi tali da certificare il ritorno alla normalità in Campania. L’Italia ha trasposto la direttiva rifiuti nel 2006 e, per quanto riguarda la regione Campania, una legge regionale ha definito 18 zone territoriali omogenee in cui si deve procedere alla gestione e allo smaltimento dei rifiuti urbani prodotti nei rispettivi bacini.

Fonte: Corriere della Sera

Ogm: Ue decreta fine dell’embargo

Wednesday, March 3rd, 2010

 È la fine di un embargo durato anni. La Commissione europea ha deciso l’autorizzazione alla coltivazione della patata geneticamente modificata Amflora, prodotta dalla multinazionale Basf. La decisione mette fine all’embargo sulle nuove colture geneticamente modificate, che resisteva nell’Ue dall’ottobre 1998. La Commissione europea ha annunciato il via libera alla coltivazione della patata geneticamente modificata Amflora «per uso industriale», nonché l’utilizzo dei prodotti dell’amido della stessa Amflora come mangime.

CONTROVERSIA - La patata Amflora, modificata in modo da avere un maggior contenuto di amido, è stata a lungo al centro di una controversia fra l’Efsa (autorità Ue di sicurezza alimentare), con sede a Parma, che ha dato il suo via libera tecnico, e le due autorità sanitarie, europea e mondiale, l’Emea (agenzia Ue del farmaco) e l’Oms. La controversia riguardava la presenza nell’organismo geneticamente modificato (ogm) di un gene «marker» che conferisce resistenza a un antibiotico importante per la salute umana. L’Efsa ha dato il suo via libera nonostante il fatto che la direttiva Ue 2001/18, relativa al rilascio deliberato di ogm nell’ambiente, proibisca espressamente l’autorizzazione agli Ogm contenenti geni di resistenza ad antibiotici importanti per la salute umana. A più riprese, negli anni scorsi, la Commissione aveva cercato di ottenere il sostegno degli Stati membri nel comitato di regolamentazione degli ogm e in Consiglio Ue, senza mai ottenere la maggioranza richiesta per l’autorizzazione alla coltura. Le norme Ue, tuttavia, danno all’esecutivo comunitario il potere di assumere da solo la decisione sull’autorizzazione, se non si esprime contro almeno la maggioranza qualificata degli Stati membri. Dopo che il precedente commissario all’Ambiente, Staros Dimas, aveva bloccato la proposta, il suo successore, il maltese John Dalli, ha creduto bene di marcare con questa decisione il suo primo atto pubblico. Oltre alla patata Amflora, sono state approvate anche altri tre nuove varietà di mais ogm, tutte destinate all’importazione e la commercializzazione per l’alimentazione degli animali.

CLAUSOLA SALVAGUARDIA - I Paesi membri contrari alla coltivazione della patata transgenica o di un altro qualsiasi ogm possono fare appello alla «clausola di salvaguardia» per impedire la coltivazione all’interno del territorio nazionale. Lo si apprende da fonti comunitarie, che hanno ricordato che tale strumento è già stato utilizzato da Francia, Germania, Austria, Lussemburgo, Ungheria e Grecia per impedire la coltivazione del mais ogm Monsanto 810, la cui coltura è stata approvata dall’Ue nel 1998.

ZAIA - Critico contro l’introduzione della nuova coltura il ministro delle Politiche agricole, Luca Zaia: «La decisione della Commissione europea ci vede contrari. Il fatto di rompere una consuetudine prudenziale che veniva rispettata dal 1998 è un atto che rischia di modificare profondamente il settore primario europeo. Non solo non ci riconosciamo in questa decisione - commenta ancora il ministro - ma ci teniamo a ribadire che non permetteremo che questo metta in dubbio la sovranità degli Stati membri in tale materia. Proseguiremo nella politica di difesa e salvaguardia dell’agricoltura tradizionale e della salute dei cittadini. Non consentiremo che un simile provvedimento, calato dall’alto, comprometta la nostra agricoltura. Valuteremo la possibilità di promuovere un fronte comune di tutti i Paesi che vorranno unirsi a noi nella difesa della salute dei cittadini e delle agricolture identitarie europee».

REALACCI - Negativa anche l’opinione di Ermete Realacci, responsabile ambiente del Pd: «Quella dell’Unione Europea sugli ogm è una decisione molto grave. Lo è in assoluto, ma per l’Italia, oltre alle ragioni legate alla sicurezza alimentare, se ne aggiungono molte altre. Il futuro dell’agricoltura del nostro Paese non è certo nelle coltivazioni ogm, ma nell’agricoltura di qualità, legata al territorio e alle produzioni tipiche».

VERDI: DECISIONE GRAVISSIMA - Molto critici anche i Verdi. «La decisione della Commissione europea è gravissima e inaccettabile - sottolineano in una nota -. Siamo pronti a presentare un referendum già dalla prossima settimana per evitare che gli ogm vengano coltivati in Italia. Non solo è stato violato il principio di precauzione nei confronti delle colture geneticamente modificate, ma anche la direttiva Ue 2001/18 che proibisce l’autorizzazione agli ogm che contengono geni di resistenza ad antibiotici importanti per la salute umana. I Verdi si mobiliteranno per difendere la tradizione agroalimentare del nostro Paese e la salute dei cittadini».

AGRONOMI: PRUDENZA - Andrea Sisti, presidente del Conaf (Consiglio dell’ordine nazionale dei dottori agronomi e dottori forestali), invita alla prudenza: «Come ogni cambiamento epocale è necessaria la massima prudenza, anche se bisogna prendere in considerazione che la scienza non può essere fermata. Auspico che la ricerca scientifica in Europa non si appiattisca sulle logiche di solo mercato, della produttività esasperata, e che in Italia la diversità biologica delle nostre produzioni possa ancora rappresentare il presupposto per uno sviluppo economico delle aree rurali dei nostri territori».

VATICANO: OK A OGM CONTRO LA FAME NEL MONDO - Il Vaticano, invece, ribadisce la sua approvazione agli ogm, se servono per combattere la fame nel mondo. Il cancelliere della Pontificia accademia per le scienze, monsignor Marcelo Sanchez Sorondo, a Cuba per un vertice sui problemi dell’economia nella globalizzazione, nel suo intervento ha difeso la trasformazione transgenica in agricoltura purché contribuisca ad alleviare la fame nel mondo e non si trasformi in attività speculativa che colpisce la giustizia. Sanchez Sorondo ha affermato che lo sviluppo di sementi transgeniche per combattere la fame è un «fatto positivo», e può aiutare a far affermare «la giustizia tra i beni e le persone».

Fonte: Corriere della Sera

ACQUA: A BRUXELLES LANCIO CARTA ETICA, ORO BLU DI TUTTI

Tuesday, February 9th, 2010

L’acqua e’ un patrimonio comune, il cui accesso deve essere garantito a tutti. Questo il filo rosso di un manifesto per l’uso sostenibile dell’oro blu sul Pianeta, lanciato recentemente a Bruxelles da Cipsi-solidarieta’ e cooperazione (coordinamento nazionale di 45 organizzazioni non governative), Comitato italiano per il contratto mondiale sull’ acqua e Centro di volontariato internazionale (Cevi), nel corso di un seminario al Parlamento europeo. ”Le indicazioni contenute nel documento - ha spiegato Guido Barbera, presidente di Cipsi - sottolineano con urgenza la necessita’ di un uso sostenibile di quello che deve essere considerato il bene piu’ prezioso del Pianeta. Mentre oggi nel mondo il 12% della popolazione usa e spreca l’85% delle risorse idriche, l’accesso partecipato all’acqua puo’ infatti contribuire al rafforzamento della solidarieta’ fra i popoli, le comunita’, i Paesi”. Tra i principi della ”Carta etica dell’ acqua”, quello che la proprieta’, il governo e il controllo politico dell’acqua, in particolare della gestione e dei servizi idrici, devono restare pubblici. Per assicurare la disponibilita’ della risorsa, le collettivita’ locali, dai comuni allo Stato, devono assicurare gli investimenti necessari per garantire il diritto essenziale all’acqua potabile per tutti ed un suo uso sostenibile. Nel mondo, riferisce Cipsi, 1,6 miliardi di persone non hanno accesso all’acqua potabile, mentre in Italia si perdono 104 litri d’acqua per abitante al giorno. Ciascun italiano consuma 213 litri di acqua al giorno: 39% per la doccia, 20% per i sanitari, 12% per il bucato, 10% per le stoviglie, 6% in cucina, 6% per giardinaggio e lavaggi auto, 1% per bere e 6% per altri usi.
Fonte: Ansa.it

Il caos delle pile scariche

Friday, February 5th, 2010
Arriva la normativa dell’Ue sul riciclo, ma in Italia nessuno sa dove raccoglierle
ROSARIA TALARICO
Arriva la normativa Ue sul riciclo delle pile scaricheROMA
Di sicuro ad avere le pile scariche saranno i consumatori, dopo aver girato invano tra tabaccai, negozi di elettronica e cassonetti alla ricerca di un contenitore dove buttare le batterie esauste. Sempre che, in preda alla disperazione, le pile non vengano poi gettate in mezzo agli altri rifiuti, con tanti cari saluti alla coscienza ecologista.Celebrare il funerale delle batterie è un’impresa destinata a soccombere tra direttive europee, decreti, commissioni, ministeri e scartoffie burocratiche. Un classico della disorganizzazione italiana. La direttiva europea che disciplina la materia «rifiuti di pile e accumulatori» è del 2006 e viene recepita dall’Italia nel 2008, con la calma solitamente riservata alla legislazione comunitaria. Di proroga in proroga si è arrivati al 2010. E il caos regna sovrano.Nel frattempo si è avuta la liberalizzazione del settore. Mentre prima esisteva un unico consorzio senza fini di lucro (il Cobat, incaricato da vent’anni della raccolta e del riciclo delle batterie industriali e non), adesso ne sono nati altri 14. La normativa prevede infatti che i costi della raccolta e lo smaltimento delle pile siano a carico dei produttori. Che però possono anche scegliere come farlo, se autonomamente o avvalendosi appunto dei consorzi. Esiste finanche un Registro Nazionale Pile, a cui per legge i produttori devono essere iscritti. Di fatto però il cittadino non sa dove andare a buttare le batterie di orologi, macchine fotografiche e telefonini.

Al Cobat lo dicono senza giri di parole: «Riteniamo che la gestione dei rifiuti delle pile e degli accumulatori, soprattutto quelle portatili, sia governata dal caos». La confusione di cui sopra scaturisce anche dal fatto che, mentre per le batterie delle auto (accumulatori al piombo), c’è un ritorno economico - le quotazioni oscillano intorno ai 1600 euro alla tonnellata, attirando anche soggetti che effettuano la raccolta al limite della legalità - delle pile normali nessuno si cura, visto che la gestione del rifiuto è solo un costo e i materiali recuperabili non arrivano al 50 per cento, a causa delle dimensioni ridotte. Inoltre non esistono impianti adatti in Italia (i più vicini sono in Francia e Svizzera).

«Abbiamo spinto molto per la liberalizzazione del settore», spiega Maria Antonietta Portaluri, direttore di Confindustria Anie, l’associazione di categoria dei produttori che rappresenta il 90 per cento del mercato. «Così ognuno è libero di organizzarsi, facendo in casa la raccolta e lo smaltimento oppure aderendo ai consorzi». Numeri, però, non ce ne sono. «Solo tra un anno sarà possibile avere delle cifre. Nel caso della raccolta di apparecchi elettrici ne servirono due». Gli unici a fornire delle cifre sono quelli del Cobat. «Il servizio di raccolta e riciclo delle batterie al piombo - quelle delle auto - è a disposizione di 70 mila produttori del rifiuto, per un numero di ritiri pari a 140.780 l’anno, 560 al giorno. In 20 anni di attività il Cobat ha raccolto quasi 3 milioni di tonnellate di batterie esauste, pari a circa 230 milioni di batterie avviate a riciclo e ha recuperato oltre un milione e mezzo di tonnellate di piombo, 131 mila tonnellate di polipropilene e ha neutralizzato 455 milioni di litri di acido solforico».

Ma dove bisognerà buttare invece le pile stilo del telecomando? A decidere tutto questo sarà un fantomatico Centro di Coordinamento, che dovrebbe far capo al ministero dell’Ambiente e che però molto prosaicamente gestirà pure i finanziamenti per le operazioni di raccolta, trattamento e riciclo in funzione della tipologia e delle quantità delle pile. «Noi come Anie coordineremo il centro di coordinamento e siamo in attesa del riconoscimento», continua l’avvocato Portaluri. Coordinare il centro di coordinamento è un’attività che di per sé mette già i brividi. In effetti abbiamo sollecitato molte volte il ministero su questo punto - ammette il direttore dell’Anie -. Speriamo entro fine mese di avere una risposta».

Francesco Panerai, presidente dell’Associazione commercianti radio, tv, elettrodomestici, dischi e affini aggiunge: «La situazione è peggiorata. Prima era un obbligo se non effettivo almeno morale per le municipalizzate raccogliere questo tipo di rifiuti. Oggi, essendo stati responsabilizzati i produttori, se ne possono lavare le mani». Italia: dove, oltre alle pile, è meglio che anche la pazienza sia ricaricabile.

 

Fonte: La Stampa

Energia: una maxi-rete europea per le rinnovabili

Thursday, January 7th, 2010

FRANCOFORTE. Chiuso il recente vertice di Copenhagen, con risultati per molti versi deludenti sul fronte della lotta all’inquinamento, l’Europa continua a immaginare nuove soluzioni per potenziare l’energia verde. Qualche mese fa un gruppo di imprese tedesche si è lanciato nello studio di un mega impianto di energia solare nel Sahara. Ieri è emersa l’idea di creare una nuova rete elettrica tutta dedicata alle fonti energetiche rinnovabili.

Nove paesi del Nord Europa stanno lavorando a un progetto che dovrebbe potenziare il ruolo dell’energia eolica, solare e idroelettrica. Germania, Gran Bretagna, Francia, Danimarca, Belgio, Olanda, Irlanda, Lussemburgo e Norvegia hanno firmato un primo accordo di cooperazione con l’obiettivo di costruire «rapidamente», secondo il ministro tedesco dell’Economia Rainer Brüderle, una nuova rete di cavi ad alta tensione.

Secondo la Süddeutsche Zeitung, che per prima ieri mattina ha dato la notizia confermata successivamente dal governo federale, un incontro al vertice dovrebbe avvenire il 9 febbraio. Il progetto avrebbe un costo di circa 30 miliardi di euro su un periodo di 10 anni. L’obiettivo è di collegare i parchi eolici inglesi e tedeschi, le centrali idroelettriche norvegesi, belghe e danesi, gli impianti solari francesi e di altri paesi europei.

«L’attuale rete di energia elettrica non è abbastanza potente per accogliere la produzione derivante dai nuovi parchi eolici», ha spiegato alla Süddeutsche Zeitung Sven Teske, un esperto dell’associazione ambientalista Greenpeace. In questa ottica la creazione di una nuova rete elettrica diventa indispensabile tenuto conto anche del desiderio dell’Unione di produrre entro il 2020, grazie alle fonti rinnovabili, il 20% dell’elettricità.

Tutti i governi europei stanno potenziando per quanto possibile l’energia verde. La Germania sta cavalcando con inatteso successo gli impianti di energia solare, mentre in Danimarca, in Spagna e in Gran Bretagna non passa quasi giorno senza che spuntino parchi eolici soprattutto lungo le coste. Nel 2020 in Inghilterra, secondo il Carbon Trust, il 70% dell’elettricità prodotta da fonti rinnovabili dipenderà dalla forza del vento.

In Germania, il primo parco eolico off-shore è stato completato in novembre: dovrebbe garantire corrente elettrica a 50mila famiglie. Composto da 12 turbine, si trova a nord dell’isola di Borkum. L’ipotesi di una nuova rete transnazionale giunge dopo che alcune imprese tedesche hanno annunciato di voler studiare l’idea di una centrale solare nel Sahara con la quale produrre elettricità per l’Europa, un’operazione del valore di 400 miliardi di euro da qui al 2050.

Fonte: Il Sole 24 ORE

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