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L’Italia incompiuta

Saturday, March 20th, 2010

Dalla Val d’Aosta alla Sicilia, centinaia di opere cominciate e non completate. Viaggio tra i cantieri dello spreco che hanno bruciato miliardi di euro. E che continuano a ingoiare finanziamenti
SEGNALATE LE OPERE INCOMPIUTE CHE AVETE VISTO

 

L’idrovia Padova-Venezia - Foto Offmanphoto

RACCONTA LA TUA INCOMPIUTAStorie che i giarresi conoscono bene. La loro cittadina, 26 mila abitanti a nord di Catania, è soffocata da opere pubbliche annunciate, in parte realizzate e abbandonate prima dell’inaugurazione. C’è la follia del campo da polo, poi riciclato in pista da atletica e campo di calcio, con gigantesche tribune inagibili e palestre incomplete oltre che vandalizzate (lavori tra l’88 e il ‘94, finanziamenti da 3 milioni e 600 mila euro). C’è il nuovo teatro, progetto da un milione e mezzo di euro, mai aperto e con le vetrate rotte, le poltroncine rubate, rubati gli impianti di aria condizionata come anche le piastrelle della facciata. Per non parlare del centro polifunzionale in frazione Trepunti, 894 mila euro stanziati dalla Regione nell’83, oggi una parata di mattoni a pezzi, svastiche alle pareti e brandelli ferrosi che sbucano dai piloni. Fino alla dimenticata pista di automodellismo, con annessi campi da tennis (141 mila euro tra l’81 e l’82), e il mai aperto mercato dei fiori per cui l’assessorato regionale all’Agricoltura ha impegnato nel ‘97 oltre 500 mila euro.

L’acqua non c’è, dentro la piscina comunale di Giarre. Non c’è mai stata, neppure per un secondo. Ci sono i topi, invece, che corrono a pochi metri dal cemento grezzo della vasca. C’è la distesa di bottiglie vuote, cartoni sfasciati, vecchi vasi di plastica, tubi arrugginiti e sterco che assediano lo scheletro incompleto del palazzetto. Ci sono le matasse di rovi e cespugli che ostruiscono l’ingresso della struttura. E non consola lo sfondo cartolinesco dell’Etna innevato, o il profumo dello Jonio a un passo. “Questa piscina coperta”, testimonia il sindaco Teresa Sodano (Movimento per l’autonomia), è stata finanziata nel 1985 dall’assessorato regionale alla Presidenza con 2 milioni e mezzo di euro. La parte strutturale è stata conclusa, i lavori regolarmente collaudati. Poi l’impresa è fallita e si è bloccato tutto”. Niente più ruspe, niente più cantiere. “Soltanto questo simbolo dello spreco, di un degrado che umilia la nostra gente”.

Sono le incompiute d’Italia. Lo scempio di ospedali e strade, carceri e stazioni ferroviarie, campi sportivi e case di riposo, autoporti e dighe che non hanno conosciuto la parola fine. Oppure sono state concluse, inaugurate dopo indicibili vicissitudini ma non attivate. Un’epidemia che in questi anni si è estesa dalla Sicilia alla Valle d’Aosta, dalla Campania al Veneto, dalla Calabria al Piemonte. “Ha trionfato la logica del fare per fare”, sostiene Bernardino Romano, professore di Pianificazione e valutazione ambientale all’Università dell’Aquila: “Politici e imprenditori hanno raccolto finanziamenti ovunque, a livello europeo e nazionale, costruendo nel loro interesse e non in quello delle collettività. Risultato, la spaventosa debolezza di progetti che franano al primo intoppo: un cambio di giunta, la crisi di un’impresa appaltatrice, il banale prolungarsi dei lavori…”.

Un sistema in bilico tra cialtroneria e malaffare che la Corte dei conti ha censurato il 17 febbraio scorso, all’inaugurazione dell’anno giudiziario in pieno scandalo ‘Cricca’ del G8. “Anche nel 2009″, ha scritto il procuratore generale Mario Ristuccia, “molte fattispecie di illecito hanno riguardato il fenomeno delle opere incompiute”. Un “ingente spreco di risorse pubbliche” dovuto alla “carenza di programmazione, all’eccessiva frammentazione, alla dilatazione dei tempi di esecuzione (…) e alle carenze ed inadeguatezze dei controlli tecnici ed amministrativi”. Il peggio, insomma. Tanto oscuro e articolato da causare “un’oggettiva difficoltà nell’accertamento delle responsabilità, il più delle volte ascrivibili ai vari livelli decisionali”.

Il centro polifunzionale di Giarre
Foto Offmanphoto

Parole che sembrano fuori luogo, pronunciate tra le montagne di Aosta. Qui tutto appare ordinato, ligio alle regole del buon senso. Ma c’è qualche eccezione. Singolare, per esempio, è quanto accade al trenino che doveva collegare le stazioni sciistiche di Cogne e Pila. “La vicenda è partita nel 1926″, dice il consigliere regionale Raimondo Donzel, “con la realizzazione di una linea per trasferire la magnetite dalla miniera di Cogne allo stabilimento siderurgico del capoluogo”. Nel 1979 la miniera chiude e il treno si ferma, ma presto spunta un’ipotesi alternativa: adattare l’impianto al trasporto delle persone. Servirà ad agevolare gli spostamenti in valle e sostenere il turismo, prevedono i politici nel 1980. Senonché, trent’anni dopo, i vagoni giacciono inutilizzati nella deserta stazione di Acque Fredde. L’amarezza è tanta. In parte per i 30 milioni di euro spesi in attesa dell’inaugurazione, ma anche per il modo in cui si è realizzata l’opera (11 chilometri, dei quali otto in galleria). “Un’apposita commissione tecnica”, dice il consigliere Donzel, “ha indicato alla Regione che i locomotori sono in condizioni precarie, che le batterie del trenino non bastano ad affrontare il tragitto, che le gallerie sono deteriorate dagli svariati allagamenti, che risultano gravi problemi di scuotimenti verticali e trasversali, che le curve sono più strette del dovuto e che sotto carico si registrano cedimenti del binario. Non a caso la Corte dei Conti della Valle d’Aosta ha chiesto al progettista e direttore dei lavori un risarcimento da 14,6 milioni di euro (l’udienza è fissata il 10 giugno, ndr)”. Quant’è bastato a scatenare polemiche, ma non a spingere la giunta ad archiviare il tutto. Anzi, giorni fa è spuntata l’ipotesi di utilizzare parzialmente strutture e tracciato come percorso turistico verso il museo minerario di Cogne. “Un progetto”, nota Donzel, “che richiederebbe ulteriori finanziamenti”.
 

La diga sul Metrano
Foto Offmanphoto

La domanda è: quante situazioni simili esistono in Italia? Quanti milioni di euro vengono buttati in sogni fallimentari? E quante volte un’opera, dopo anni di oblio, viene recuperata in extremis? Risposta: nessuno lo sa. Non c’è un elenco ufficiale delle incompiute, al massimo emergono cifre parziali. Nel 2007 il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, ha scritto che le opere a metà sono 357. Nel 2009 è rimbalzata on line la notizia che sarebbero invece 395, delle quali 156 nella sola Sicilia. Cifre che le istituzioni non negano e non confermano: semplicemente tacciono. A più riprese (16 giugno 2009 e 4 marzo 2010) ‘L’espresso’ ha contattato il ministero delle Infrastrutture per intervistare Altero Matteoli. Inutilmente. Il 3 marzo scorso ci si è rivolti anche all’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici (Avcp), ma il presidente Luigi Giampaolino non si è reso disponibile. “L’unica certezza, statistiche a parte, è che le incompiute non sono incidenti di percorso, bensì il sintomo di uno sfaldamento culturale”, dice l’urbanista Vezio De Lucia, ex membro del Consiglio superiore dei lavori pubblici: “La catena di controllo è saltata, degenerata. Le fresche cronache su La Maddalena e i grandi appalti testimoniano come gli appetiti privati abbiano sovrastato il pubblico interesse”. Il resto viene di conseguenza: “Nella progressiva assenza di controlli, nazionali ma anche locali, si buttano soldi e non si terminano i lavori”.

Gli esempi abbondano. Dalla Campania, Valerio Calabrese di Legambiente passa in rassegna alcune incompiute di Battipaglia: c’è la casa di riposo Villa Maria, “già finita nel 1996, celebrata con ben tre inaugurazioni e mai aperta agli anziani (spesa stimata: 1,3 milioni di euro)”. C’è lo stadio di calcio, “progettato per i Mondiali del ‘90 ma con un’unica tribuna agibile e la pista inutilizzabile (costo stimato: 10 milioni di euro)”. E c’è, in centro città, quella che doveva diventare una caserma di polizia ma è rimasta un abbozzo. “L’errore più grave”, avverte Costanza Pratesi, responsabile ufficio studi del Fai (Fondo per l’ambiente italiano), “sarebbe credere che le incompiute siano un problema del passato. Non è così: il vizio politico degli annunci eclatanti, delle sparate propagandistiche, genera sempre più investimenti irrazionali e abusi di territorio”. Dopodiché il rischio è che “manchino sia i fondi per concludere le opere, sia quelli per eventualmente abbatterle”.

In questo clima, il Fai ha chiesto agli italiani di indicare le brutture che infestano i loro luoghi più amati, e tra le 10 mila segnalazioni ricevute, 595 indicano costruzioni in disuso, mentre 157 vengono segnalate come incompiute. Un catalogo in cui potrebbe entrare anche l’ex clinica Madonna delle Rose, non nascosta in qualche anfratto del territorio nazionale ma bene in vista a Fonte Nuova, comune con 30 mila abitanti alle porte di Roma. Per arrivarci va percorsa tutta via Nomentana, fino al colle dove svetta una palazzina giallognola in pessime condizioni. I muri sono sbrecciati, le finestre inesistenti, le tapparelle devastate. Tutt’attorno nessuno, a parte i due cagnoni del custode. “La struttura è stata avviata e non conclusa da un privato tra il 1959 e il 1961″, spiega un operaio che ha partecipato all’opera: “Poi la clinica è stata aperta per un paio d’anni da un secondo privato”. Dopodiché l’università la Sapienza ha acquistato i muri e il terreno (fonti interne ricordano per 6 miliardi di lire) e i cittadini hanno atteso che succedesse qualcosa. Invano. Prima sono arrivati gruppi di extracomunitari che hanno occupato illegalmente il palazzo. “Quindi, nel 1996, l’università ha presentato un progetto che prevedeva il restauro e l’ampliamento della struttura, con tanto di campus universitario”, spiega l’ex assessore comunale all’Urbanistica Daniele Patrizi: “Senonché niente si è concretizzato: la clinica è incompiuta, e la diffidenza abbonda sulle ultime dichiarazioni di Luigi Frati, rettore de La Sapienza, che ipotizza di trasformare la clinica in un polo medico-chirurgico da 200 posti letto”.

Inutile stupirsi. Un rapporto della fondazione Italia/Decide certifica che l’Italia è la peggiore in Europa sul fronte delle opere pubbliche, dieci volte più lente e tre volte più care rispetto al resto del Continente. Stando al World economic forum, la nostra nazione è al cinquantaquattresimo posto per dotazione di strade, ferrovie e quant’altro. E come non bastasse, il dossier 2009 dell’Ance (Associazione nazionale costruttori edili) sulle infrastrutture propone numeri allarmanti: dai quattro anni e mezzo impiegati in media per progettare opere sotto i 50 milioni di euro (oltre questa soglia gli anni diventano sei), ai nove mesi di ritardo medio accumulati in fase di cantiere dalle opere poi concluse, “pari al 43,2 per cento del tempo contrattuale”. “Cifre sconcertanti”, dice Stefano Lenzi, responsabile dell’ufficio legislativo di Wwf Italia: “Ma non c’è verso di cambiare rotta. Anzi, nella Finanziaria 2010 è stato inserito il comma 232 dell’articolo 2 che rischia di generare altre mastodontiche incompiute. Permette, infatti, di avviare la realizzazione di strutture comprese nei corridoi Ten-T (le famose reti transeuropee) con in cassa soltanto il finanziamento del primo lotto, e di almeno il 20 per cento dei lavori complessivi. Diventa cioè elevatissimo il pericolo che manchino i soldi, eppure nessuno si scandalizza”.

Al contrario, le incompiute si moltiplicano nell’indifferenza generale. Un classico caso è quello dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, eterno cantiere. Ma c’è anche, a Nord-Est, l’idrovia Padova-Venezia, ideata mezzo secolo fa come un’autostrada d’acqua lunga 27 chilometri, costata circa 140 milioni tra ponti e chiuse e tuttora incompleta. C’è ancora, in Abruzzo, l’autoporto di Roseto, in teoria fulcro del trasporto intermodale delle merci, in pratica cattedrale nel deserto pagata dalla Regione 5 milioni di euro. E c’è, sulle colline di Reggio Calabria, in un silenzio d’altri tempi tagliato dal vento, il carcere di Arghillà: concepito nel 1988, costruito negli anni Duemila e oggi al centro di un paradosso finanziato con 52 milioni di euro: “Sono pronti il padiglione detentivo, quello sanitario, gli uffici, l’area colloqui, il muro di cinta e addirittura la portineria esterna”, ammette l’assessore regionale al Bilancio Demetrio Naccari: “Eppure si ritarda l’apertura perché manca, tra l’altro, una strada decente che porti al penitenziario”.

Vero è, aggiunge Naccari, che il Cipe (Comitato interministeriale per lo sviluppo economico) ha stanziato nel 2009 21 milioni 500 mila euro per terminare l’opera, ma visti i precedenti la prudenza è d’obbligo. “A volte”, dice il sindaco di Torino e presidente dell’Anci (Associazione nazionale comuni italiani) Sergio Chiamparino, “si parte entusiasti e ci si arrende, anni dopo, per gli scenari che cambiano”. Altre volte, interviene il presidente dell’Ance Paolo Buzzetti,”l’abbandono dell’opera arriva per le lungaggini amministrative”. Fatto sta che spesso ci si ritrova come a Matera, capoluogo della Basilicata dove le Ferrovie hanno avviato nel 1986 la tratta per Ferrandina (20 chilometri) per collegare il Tirreno all’Adriatico. Marco Ponti, docente di Economia dei trasporti al Politecnico di Milano, definisce l’opera “una conclamata assurdità per la carenza di viaggiatori”, e molti ambientalisti concordano. Ma non è questo il punto. Il problema è che questa linea è stata quasi ultimata, sotto il profilo strutturale. Mancano i binari, d’accordo, però prima che finissero i soldi si è scavata la galleria di Miglionico, sei chilometri di terra franosa e gas. Si è costruita la stazione di Matera, ora lucchettata e invasa dalle sterpaglie. Si sono realizzati il ponte sulla gravina di Picciano e quello sul fiume Bradano, dove lo scorso 9 marzo il cantiere sullo strapiombo era pericolosamente accessibile attraverso un cancello aperto. E tutto questo sforzo, questo investimento da 270 milioni di euro (stima del mensile ‘La nuova ecologia’, mentre Fs non fornisce cifre) porta alla sintesi che fa Pio Acito, anima storica di Legambiente in Lucania: “Tante promesse, miopia totale e valanghe di euro buttati”. Un finale che mette malinconia.
Fonte: L’Espresso

L’Aquila, il grande affare dei ponteggi Uno spreco da centinaia di milioni

Sunday, February 21st, 2010

 Si fanno strani incontri, nella “zona rossa”. “L’altro giorno - racconta Eugenio Carlomagno, direttore dell’Accademia di Belle Arti e portavoce del comitato “Un centro storico da salvare” - si presenta da me un signore e dice: “Sono il progettista del puntellamento”. Viene a guardare la mia casa, in via Rustici e subito propone: “Meglio puntellarla”. Io replico: “Guardi che non è danneggiata. Non posso abitarci solo perché è in zona rossa, in mezzo a edifici pericolanti”. Lui non molla. “La puntelliamo, così se arriva un’altra scossa resiste meglio”. Io perdo la pazienza. “Se si ragiona così, allora meglio puntellare mezza Italia”. Il tecnico è sorpreso dal mio rifiuto. “Ma perché dice no? Tanto paga il Comune”. Il giorno dopo, un altro “progettista del puntellamento” si presenta a un mio amico che ha una casa in via Coppito. “La sua casa è da abbattere”, sentenzia. “Intanto però la puntelliamo, tanto paga il Comune”. Sana o da abbattere, ogni casa secondo loro dovrebbe essere imbottita di tubi Innocenti”.

Si sono alzate nuove barriere, attorno alla zona rossa. Sono le reti di plastica arancione stese a protezione dei nuovi cantieri dalle imprese che, dopo avere costruito le New town, ora si sono gettate nell’affaire puntellamento. “Anche in questa operazione - dice Eugenio Carlomagno - girano milioni a non finire. Per puntellare un edificio vincolato dalla Sovrintendenza si mettono impalcature speciali, con “nodi” - sono i ganci che bloccano quattro tubi - che costano dai 18 ai 28 euro l’uno. In un palazzo se ne usano migliaia. Nel nostro Comitato - ci sono ingegneri, architetti, docenti e altri tecnici - abbiamo calcolato che, anche per le case private, in un’abitazione media si spendano dai 50 ai 60 mila euro. Per un palazzo importante si arriva a 500.000 euro e anche a cifre più alte. È comunque assurdo spendere soldi anche per quegli edifici che saranno abbattuti. Oggi mezzo milione per il puntellamento, domani duecentomila euro per togliere tubi e cavi e poi si tornerà al punto di prima. Il puntellamento avrebbe avuto un senso forse nei primi giorni dopo la scossa. Ma anche allora si era capito che le misure da prendere dovevano essere diverse. Si dovevano abbattere le parti pericolanti, portare via le macerie e iniziare una ricostruzione vera. E invece le macerie sono ancora tutte qui”

Basta entrare in piazza San Pietro per capire cosa succede in questa città dove “ricostruzione” è solo una parola annunciata. La fontana del ‘400, risparmiata dal terremoto, è sommersa di macerie. Sono quelle cadute in questo inverno dal palazzo sopra il ristorante Lingosta. I muri del secondo piano, gonfiati dalla pioggia e dalla neve, dieci mesi dopo la scossa si sono gonfiati e sono crollati nella piazza. Accanto, nel palazzo Venturi, migliaia di tubi Innocenti ingabbiano delle rovine. Le imprese fanno i lavori poi mandano il conto al Comune. (quello che la notte del 6 aprile rideva nel suo letto) l’8 maggio era stato facile profeta. “L’Edilcapacci porta i materiali per puntellare… fare carpenteria a puntellamento… tutto questo va in economia… avete capito? Non è che ci sono misure e niente”.

“Da mesi - dice Eugenio Carlomagno - chiediamo al Comune le linee guida obbligatorie per i nostri consorzi di proprietari di case. Nel nostro siamo in cento e siamo rappresentati da un architetto e da un ingegnere. Il Comune finora non ha dato direttive ma solo “raccomandazioni” che non bastano. Che succede, se un proprietario non vuole ricostruire? Chi porta via le macerie? Il centro sta marcendo e noi siamo ancora qui ad aspettare. I puntellamenti sono già un affare per tante imprese, quasi tutte arrivate da lontano, ma un business ancor più importante sarà quello legato alla rimozione delle macerie. Ce ne sono più di quattro milioni di tonnellate, come il primo giorno. Vede quella Ford, sepolta dal 6 aprile? Hanno tolto le macerie dalla Casa dello studente per spostarle di duecento metri e avviare la selezione dei materiali. Noi abbiamo proposto di portare almeno due milioni di tonnellate in un sito di stoccaggio e poi fare là la selezione imposta dalla legge. Non siamo stati ascoltati”.

Le macerie riusciranno a “rendere” bene alle imprese. “Per costruire le nuove case antisismiche le aziende hanno dovuto pagare ingegneri e architetti, operai e ovviamente il materiale da costruzione. Per portare via le macerie bastano ruspe e camion e manodopera a bassa professionalità. I guadagni saranno altissimi”.

In una città attonita per le parole degli sciacalli che il 6 aprile erano già pronti a banchettare all’Aquila, Stefania Pezzopane, la presidente della Provincia, dice che l’allarme deve essere altissimo. “Dobbiamo pensare che fino ad oggi sono stati spesi 1,3 - 1,5 miliardi e se ne dovranno spendere più di quindici. L’Aquila sarà il più grande cantiere d’Europa. Lo stato d’animo? Sembra di essere nei giorni tesissimi che hanno preceduto il terremoto. C’erano le scosse, tutti eravamo spaventati ma la commissione Grandi rischi assicurava: non succederà nulla. Poi venne la notte del 6 aprile”. 

Fonte: La Repubblica

Acqua, la rete colabrodo e la privatizzazione fantasma

Wednesday, February 10th, 2010

Niente accomuna oggi trasversalmente la sinistra e la destra come l’acqua. Se il «religiosissimo » (autodefinizione) governatore della Puglia Nichi Vendola azzarda un paragone blasfemo, dicendo che «privatizzare l’acqua è una bestemmia in chiesa», una liberista come Emma Bonino non esita a liquidare così la faccenda: «Mancano le condizioni ». Mentre la Lega, che per lealtà ha dovuto ingoiare il boccone amaro, votando la legge che potrebbe trasferire in mani private la gestione delle risorse idriche, comincia a intuire quanto rischia di rivelarsi indigesto. E anche molti amministratori locali del Pdl storcono il naso.

Il paradosso è che niente, come l’acqua, divide gli italiani. Basta dare un’occhiata al Blue Book del centro di ricerca Proacqua per rendersi conto di come l’unità «idrica» del Paese non si sia mai realizzata. A Milano si pagano tariffe pari a un quarto di quelle di Terni, che sono appena più alte rispetto alle bollette di Latina. O di Agrigento, dove l’acqua è un bene raro e prezioso. Per non parlare degli sprechi. Ogni anno, secondo un documento della Confartigianato, il 30,1% dell’acqua immessa in rete non arriva ai rubinetti: per fare un paragone europeo, in Germania le perdite non arrivano al 7%. Come se buttassimo dalla finestra 2 miliardi e 464 milioni, somma che basterebbe a compensare l’abolizione dell’Ici per la prima casa. Chi è responsabile? Reti colabrodo, investimenti carenti, una gestione spesso sconsiderata. I colpevoli sono diversi, e tutti in qualche modo imparentati con l’azionista pubblico. Problemi così grandi che la buona volontà, senza i soldi, serve a poco. In tre anni l’Acquedotto pugliese, il più grande d’Europa con i suoi 20 mila chilometri di rete, è riuscito a recuperare 40 milioni di metri cubi di perdite. Le quali sarebbero così scese al 35% dal 37,7%. Bene. Anzi, benissimo. Ma se ai tubi rotti e agli allacci abusivi si sommano le perdite amministrative, calate comunque dal 12,8% all’ 11,8%, l’emorragia economica dell’azienda sfiora ancora il 47%.

Tutto questo rende difficilmente comprensibile, al di là delle pur rispettabili opinioni ideologiche, la sollevazione bipartisan contro la privatizzazione del servizio, con la motivazione che ciò esproprierebbe i cittadini di un bene pubblico vitale a vantaggio di imprese che hanno il solo obiettivo del profitto. Privatizzazione che peraltro in Italia, a dispetto di quello che si immagina, è ancora una illustre sconosciuta. Prendiamo il caso di Agrigento, dove si pagano le tariffe fra le più alte d’Italia, con una media di oltre 400 euro l’anno a famiglia per un servizio, come ha dimostrato il bel servizio trasmesso da Presa diretta di Riccardo Iacona, di qualità inaccettabile. Ebbene, da tre anni la gestione è appaltata a una società «privata», la Girgenti acque, che opera in perdita. Ma di «privato » ha il nome e gli azionisti di minoranza. Perché il 56,5% è controllato dalla Acoset spa, società dei Comuni catanesi, e dalla Voltano spa, a sua volta di proprietà dei Comuni agrigentini. Che della Girgenti acque hanno anche la gestione: presidente e amministratore delegato sono infatti i manager delle due società comunali, Vincenzo Di Giacomo e Giuseppe Giuffrida.

In Acqualatina, società che gestisce le risorse idriche nell’area pontina, la gestione è invece nelle mani del socio privato. È la francese Veolia, che con il 49% delle azioni esprime l’amministratore delegato Jean Michel Romano e deve convivere con una situazione molto curiosa, per un azionista privato: gestire un’azienda di cui è presidente un senatore, Claudio Fazzone del Pdl. Nel 2008 Acqualatina ha perso 4,4 milioni e ha dovuto varare un piano di lacrime e sangue. Nonostante tariffe astronomiche.

Dimostrazione che nemmeno i privati, in un sistema come il nostro, hanno la bacchetta magica. Ecco perché prima di tutto sarebbe il caso di risolvere il problema della regolamentazione del FarWest dell’acqua, affidando a un’autorità indipendente il compito di stabilire tariffe eque e imporre la decenza del servizio. Se anche qui si vuole aprire il capitolo dei privati, è uno strumento fondamentale per mettere al sicuro da ogni rischio l’uso di un bene vitale. C’è per il gas e l’elettricità. Perché non per l’acqua? O si vuole ripetere l’errore già compiuto in occasione di altre privatizzazioni?

Anche l’Enea ‘s’illumina di meno’

Tuesday, February 9th, 2010

Il 12 febbraio anche un gruppo di giovani ricercatori Enea seguiranno come tedofori il percorso per le strade di Roma della “Torcia fotovoltaica”, mentre l’Agenzia darà vita ad una serie di impegni ‘anti-spreco’ per tutti i sui Centri di Ricerca sul territorio

(Rinnovabili.it) – Continua a fare il pieno di adesioni l’edizione 2010 “M’illumino di Meno – Meglio Sole che Male Illuminati”, la fortunata iniziativa lanciata dal programma di Radio2 Caterpillar per il 12 febbraio. A contribuire all’evento anche l’Enea che in qualità di Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile non poteva non dare un contributo importante come quello promesso di una serie di azioni per la riduzione dei consumi energetici. Gli interventi, messi in atto negli 11 Centri di Ricerca, coinvolgeranno i dipendenti in prima persona, invitati a piccoli impegni per evitare gli sprechi energetici quali: lasciare chiuse porte e finestre per non disperdere calore o spegnere gli standby delle apparecchiature elettroniche. Nessuno dispendio anche a livello di gestione che per l’occasione prevede di servire nelle mense “pasti a km 0”, dunque con prodotti della filiera locale che abbiano viaggiato il meno possibile sul territorio, e programmando la riduzione della temperatura degli impianti di riscaldamento di un grado e lo spegnimento prima della fine dell’orario di lavoro.
Come già annunciato il 12 febbraio sarà per l’agenzia anche il giorno di presentazione di KiloWàttene, il software realizzato con il Comune di Bologna per effettuare un’analisi dei consumi elettrici domestici in maniera interattiva attraverso il confronto della bolletta reale e cercando di valutare accuratamente il contributo dei vari dispositivi in base alle loro caratteristiche.
E rivolta al pubblico è anche la scelta di fornire opuscoli informativi che forniscano consigli per un uso più efficiente dell’energia nelle abitazioni da scaricare direttamente dal sito internet di Enea.

Scandalo Formato G8

Saturday, January 30th, 2010

Per il summit dei grandi della terra alla Maddalena lavori da 300 milioni di euro. E l’appalto più ricco va a una società vicina alla moglie del dirigente della Protezione civile che sovrintendeva all’intera opera

 

In Italia è tra le più piccole imprese edili e incasserà oltre 117 milioni in nove mesi. Non è la lotteria di Capodanno, ma la montagna di soldi pubblici che l’Anemone Costruzioni di Grottaferrata, alle porte di Roma, riceverà grazie ai lavori per il G8 sull’isola della Maddalena. Luciano Anemone, 54 anni, amministratore unico della società a responsabilità limitata, tra le tante opere sta costruendo il centro congressi che nel luglio 2009 ospiterà il primo grande vertice internazionale con il neopresidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Ed è come se gli italiani gli consegnassero 2 euro a testa. Neonati compresi. Un record. Anche perché il signor Anemone, pur dichiarando soltanto 26 dipendenti, si è preso la fetta più grossa della torta da quasi 300 milioni di euro suddivisi tra cinque società. Una spesa da nababbi con l’aria che tira, le famiglie in crisi, la Fiat in gravi difficoltà e l’Alitalia ko. Inutile tentare di sapere perché sia stata scelta proprio la ditta Anemone. I criteri di selezione delle cinque imprese, chiamate senza pubbliche gare d’appalto, così come i progetti, sono coperti dal segreto di Stato: provvedimento imposto da Romano Prodi, confermato da Silvio Berlusconi e affidato con tutte le opere alla Protezione civile e al suo direttore, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Guido Bertolaso.

 

 

 

 

Questioni di sicurezza, hanno dichiarato. Ma sollevando il velo della riservatezza si incontra ben altro. ‘L’espresso’ è entrato di nascosto nei cantieri sull’isola della Maddalena. E ha scoperto cosa finora il segreto di Stato ha impedito di vedere. Il sospetto di spese gonfiate. Costi di costruzione da capogiro a più di 3.800 euro al metro quadro. Lavoratori senza contratto. Operai pagati con fondi neri. Le minacce del caporalato (vedi l’articolo a pag. 38). E un curioso legame d’affari tra la famiglia del coordinatore della struttura di missione della Protezione civile Angelo Balducci, e l’impresa che a fine lavori guadagnerà di più. L’Anemone, appunto.

Non finisce qui. Il secondo grande appalto, 59 milioni per la costruzione dell’albergo che ospiterà i capi di Stato, la Protezione civile lo ha affidato alla Gia.Fi. di Valerio Carducci, 60 anni, cavaliere della Repubblica, l’imprenditore fiorentino coinvolto nell’inchiesta di Luigi De Magistris sulla presunta rete di favori tra malaffare e politica nazionale in Calabria. E anche i criteri di selezione della Gia.Fi. sono coperti da segreto.

Angelo Balducci, ingegnere spesso accanto a Bertolaso, ha fama di uomo da centinaia di milioni di euro. È il braccio operativo nei grandi appalti della Protezione civile. Non solo calamità, soprattutto organizzazione di grandi eventi come il G8. Per anni provveditore ai Lavori pubblici su Lazio e Sardegna, Balducci ha coltivato le amicizie che contano con l’imprenditoria e il Vaticano. Le sue relazioni politiche vanno dal leader della Margherita, Francesco Rutelli, al ministro di An alle Infrastrutture, Altero Matteoli. Il 10 ottobre scorso Matteoli propone al Consiglio dei ministri e ottiene la nomina di Balducci a presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici. Nei mesi precedenti, dal 19 marzo al 13 giugno 2008, proprio durante il periodo più delicato con la preparazione dei cantieri e il conferimento degli appalti, l’ingegnere è il soggetto attuatore di tutte le opere per il G8, cioè l’uomo dalle mani d’oro: provvede alle procedure necessarie per l’affidamento degli incarichi, alla stipula dei contratti, alla direzione dei lavori e al pagamento degli stati di avanzamento. E come soggetto attuatore si occupa delle imprese della famiglia Anemone.

Balducci è un grande esperto nei contratti assegnati d’urgenza dalla Protezione civile, senza gare d’appalto. Segue per mesi i lavori per i Mondiali di nuoto del 2009 a Roma e per le manifestazioni del centocinquantesimo anniversario della Repubblica da celebrare nel 2011. Venerdì 13 giugno, però, è una pessima giornata. Un’ordinanza di Berlusconi lo rimuove dall’incarico di soggetto attuatore per il G8 e i Mondiali di nuoto. Ai cantieri della Maddalena, Balducci viene sostituito da un ingegnere dello staff, Fabio De Santis. Ma continua a occuparsene con “funzioni di raccordo tra la struttura di missione”, cioè la Protezione civile, e i “soggetti coinvolti dagli interventi infrastrutturali”. In quell’ordinanza, c’è però un passaggio che farebbe tremare i polsi a qualunque funzionario. Berlusconi dispone che Bertolaso costituisca “una commissione di garanzia composta da tre esperti di riconosciuta competenza e professionalità, anche estranei alla pubblica amministrazione”. Una spesa in più per il G8, perché i compensi per gli esperti sono ovviamente a carico dello Stato. Obiettivo della commissione: “Assicurare un’adeguata attività di verifica degli interventi infrastrutturali posti in essere dai soggetti attuatori… in termini di congruità dei relativi atti negoziali”.

Qualcosa insomma non va nella contrattazione degli appalti. Ma il segreto di Stato mette tutto a tacere. Così la squadra della Protezione civile in missione in Sardegna può raccontare, senza essere smentita, che Balducci è stato promosso. Anche se per lui, che era già stato presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, è un ritorno al passato. Il 31 ottobre tocca a De Santis. Sostituito per decreto, come Balducci. Berlusconi ora nomina un esterno alla pubblica amministrazione, Gian Michele Calvi, professore di ingegneria all’Università di Pavia. Il caso è archiviato.

Eppure non è solo una questione di nomine tra il governo e la Protezione civile. Tutte le ditte per lavorare ai progetti del G8 devono ottenere il nulla osta di segretezza. E il nulla osta dovrebbe essere rilasciato dal ministero dell’Interno soltanto dopo accurate indagini sulla trasparenza delle imprese. Invece troppi particolari sono sfuggiti a chi avrebbe dovuto controllare. Bisogna lasciare la Maddalena, volare a Fiumicino e salire a Grottaferrata, alle porte di Roma. Via 4 novembre 32, nel mezzo di un quartiere di viali alberati, è l’indirizzo dichiarato da Luciano Anemone come sua residenza o come sede legale dell’Anemone Costruzioni. Ed è anche, come ha scoperto ‘L’espresso’, l’indirizzo di una casa di produzioni cinematografica, la Erretifilm srl. Di chi è? Amministratore unico e proprietaria al 50 per cento è Rosanna Thau, 62 anni, moglie di Angelo Balducci. Venticinquemila euro per costituire la srl della signora Balducci li ha messi però Vanessa Pascucci, 37 anni, amministratore unico e socia a metà di un’altra impresa edile legata alla famiglia Anemone, la Redim 2002 di Grottaferrata. E attraverso la Redim 2002, Vanessa Pascucci è anche socia dell’Arsenale scarl: società costituita apposta per il cantiere nell’ex Arsenale della Maddalena. Così il cerchio si chiude. Protetto dal segreto di Stato, l’appalto più ricco del G8 è finito a società amiche di chi aveva in mano la cassa. Con il suo seguito di domande. A cominciare da questa: chi ha scelto di affidare a Balducci l’incarico più delicato?

I guadagni in gioco sono spaventosi. L’opera su cui è già possibile fare qualche conto è l‘albergo che ospiterà i presidenti. Capocommessa del cantiere, la Gia.Fi. di Valerio Carducci. Le poche notizie uscite dagli uffici della Regione Sardegna parlano di 57 mila metri cubi per un costo d’opera salito da 59 a 73 milioni di euro. Considerando un’altezza media delle stanze di 3 metri, sono 19 mila metri quadri coperti. Dunque un costo di costruzione al metro quadro di 3.842 euro, escluso il valore dell’area. Una cifra pazzesca se paragonata al valore di costruzione che per le case di lusso, secondo un capomastro della Maddalena, non supera i 1.200 euro al metro. Polverizzati anche i valori di vendita pubblicati dal sito dell’Agenzia del territorio: un massimo di 3.100 euro al metro quadro per le ville e di 2.000-2.300 per le attività commerciali. Così un ente dello Stato, la Protezione civile, sta finanziando un’opera ignorando le quotazioni pubblicate da un altro ente statale, l’Agenzia del territorio. L’esubero potrebbe essere giustificato con le spese per l’arredamento, il centro benessere e i letti su cui dormiranno Nicolas Sarkozy, Carla Bruni e Angela Merkel. Ma è difficile crederlo. Ammettendo un costo di costruzione molto vantaggioso per le imprese di 2000 euro al metro quadro (38 milioni in totale), per l’arredamento avanzerebbero 35 milioni. Cioè il costo di un altro albergo.

Fonte: La Repubblica

Acqua, reti colabrodo e record a Sud

Friday, January 8th, 2010

Ogni giorno usiamo 250 litri a testa

 
Per quanto riguarda l’acqua potabile, “nel 2008 si registra una perdita pari al 47%. Le maggiori dispersioni in Puglia, Sardegna, Molise e Abruzzo. E  il prelievo di acqua potabile ammonta, a livello nazionale, a 9,1 miliardi di metri cubi

 

“In Italia per ogni 100 litri di acqua erogata si preleva una quantità di 165 litri, cioé il 65% in più”. Una rete colabrodo che evidenzia le maggiori dispersioni nelle regioni del Sud, dove per erogare 100 litri di acqua ne servono quasi altri 100. Per quanto riguarda l’acqua potabile, “nel 2008 si registra una perdita pari al 47%”. Questa la fotografia scattata dall’Istat e contenuta nel ‘Censimento delle risorse idriche a uso civile’ per l’anno 2008, presentato ieri a Roma. Rispetto alla dispersione anche in Valle d’Aosta si devono prelevare 158 litri per averne erogati 100, nella provincia di Trento 109, in Sardegna 104.

Le maggiori dispersioni di rete si osservano in Puglia, Sardegna, Molise e Abruzzo dove, per ogni 100 litri di acqua erogata, se ne immettono in rete circa 80 litri in più. Mentre le dispersioni minori si registrano in Lombardia e nelle province autonome di Trento e Bolzano, con un eccesso di immissione in rete inferiore ai 30 litri per ogni 100 erogati. Tra i comuni con più di 200.000 abitanti, Bari ha la maggiore dispersione di acqua, pari a 106 litri in più immessi per 100 litri erogati, seguono Palermo con 88 litri, Trieste con 76. Dispersioni superiori al 50% per Catania, Roma, Napoli, Torino e Padova.

Mentre al di sotto del 35% sono quelle a Venezia, Milano, Firenze e Bologna. Una situazione che nel 2005 necessitava del 67% di prelievo in più e del 68% nel 1999, e che secondo il presidente dell’Istituto di statistica, Enrico Giovannini, “preoccupa” anche se “c’é lo spazio per migliorare l’efficienza” della rete. A questo proposito, dice, “molto dipende dagli investimenti dei comuni”. Le dispersioni in Italia, spiega l’Istat, sono dovute sia per garantire afflusso alle condutture di acqua concesse alle imprese industriali, sia a prelievi non autorizzati, ma anche a perdite e mancata regolazione.

Inoltre, il consumo medio italiano di acqua si attesta sui 250 litri al giorno pro-capite. Ci sono differenze rilevanti da regione a regione: per l’acqua immessa si va dai 497 litri al giorno della Valle d’Aosta ai 277 dell’Umbria; per l’acqua erogata il maggior quantitativo è della provincia di Trento con 348 litri, il minimo della Puglia con 174 litri. Nel 2008, riferisce l’Istat, il prelievo di acqua a uso potabile ammonta, a livello nazionale, a 9,1 miliardi di metri cubi (più 1,7% rispetto al 2005 e più 2,6% rispetto al 2006); aumenti significativi si registrano nelle regioni del nord-est e del centro, mentre altrove si osservano riduzioni dovute alla carenza di precipitazioni. Nel 2008 il 32,2% dell’acqua prelevata è stata sottoposta a trattamenti di potabilizzazione, la quota varia in base alle caratteristiche idrogeologiche del territorio. Le regioni con la maggior quota di potabilizzazione di acqua sono la Sardegna con l’89,2%, la Basilicata con l’80,5%, la Liguria con il 55,6% e l’Emilia-Romagna con il 53,7%. I livelli più bassi si osservano nel Lazio con il 2,9%, in Molise con l’8,9% e in Campania con il 9,1%.(Ansa)

Natale: il 40 per cento del cibo andrà sprecato

Thursday, December 10th, 2009

Nell’occidente dell’iper-consumo c’è anche l’eccesso di cibo. Non solo perché ne mangiamo ben oltre le nostre necessità, ma anche perché ne buttiamo via tantissimo: una ricerca pubblicata da PloS ONE svela che il 40 per cento degli acquisti alimentari se ne va nella spazzatura, e le cose sembrano andare sempre peggio rispetto a 30 anni fa. Soprattutto ora che ci avviciniamo alle feste di Natale, un richiamo alla morigeratezza pare perciò più che necessario.

SPRECHI – Lo sostiene Kevin Hall, del National Institute of Diabetes and Digestive and Kidney Diseases statunitense, che ha analizzato la faccenda in modo originale rispetto a quanto è stato fatto in passato, quando gli sprechi alimentari sono stati valutati attraverso interviste ai consumatori o una poco piacevole ispezione della spazzatura. Hall ha messo in piedi un modello di metabolismo umano: attraverso le stime del peso medio degli americani fra il 1974 e il 2003, ha calcolato quanto cibo potevano aver mangiato, considerando l’attività fisica media stabile negli anni; poi ha consultato i dati trasmessi durante lo stesso periodo dal governo USA alla FAO sulla quantità di cibo a disposizione della popolazione. La differenza fra calorie disponibili e calorie consumate, dice Hall, è il cibo sprecato. Carson Chow, il matematico che ha collaborato con Hall, chiarisce: «Nel 2003 ogni giorno ciascun americano aveva a disposizione 3750 calorie; 2300 sono state effettivamente ingerite, per cui 1450 sono andate perse». Il 40 per cento del cibo, insomma, è finito nella spazzatura.

TENDENZA – Secondo i due studiosi, la colpa per gran parte degli sprechi ricade sui consumatori: citando una ricerca recente della Cornell University, i due riferiscono che il 20 per cento delle perdite deriva dalla produzione, un altro 20 per cento dalla distribuzione, mentre il 60 per cento è da imputare ai cittadini. A noi, cioè, che compriamo troppo cibo, lo facciamo scadere nel frigorifero, lo cuciniamo in abbondanza senza poi saper che farcene degli avanzi. Peraltro, pare che stiamo diventando sempre più spreconi: nel 1974 era il 30 per cento delle calorie disponibili a venir «perso», contro il 40 per cento di oggi. Uno dei motivi potrebbe essere il costo del cibo, che almeno negli Stati Uniti è sceso negli ultimi tre decenni; e può darsi che c’entri molto il cambiamento degli stili di vita, visto che oggi riempiamo i carrelli della spesa una volta alla settimana (se non ancor più raramente) di enormi scorte spesso inutili. Un problema solo americano? Tutt’altro: qualche mese fa l’Associazione Nazionale Dietisti (ANDID) rivelò che in Italia ogni anno finiscono alla discarica sei milioni di tonnellate di cibi ancora buoni e ciascuno di noi butta via 27 chili di alimenti commestibili. Il 5 per cento del pane che acquistiamo, il 18 per cento della carne, il 12 per cento della frutta e verdura, per un totale di 584 euro sprecati ogni anno. Perché il cibo finisce nella pattumiera? Nel 40 per cento dei casi perché ne abbiamo comprato troppo, nel 21 per cento dei casi perché abbiamo ceduto alle offerte tre per due senza pensare che non ci servivano; in un caso su quattro buttiamo gli alimenti perché sono scaduti o andati a male, in un caso su dieci perché non ci sono piaciuti. Forse allora è proprio il momento di pensare di più agli acquisti, quando andiamo a far la spesa. Tanto più in questo periodo di cenoni e pranzi sontuosi, quando farsi prendere la mano dagli eccessi è facile più che mai.

Fonte: Corriere della Sera

“L’era degli sprechi è finita per sempre. I leader lo sanno”

Friday, December 4th, 2009
“Il futuro è nella tecnologia verde”
GABRIELE BECCARIA
Per i climatologi il problema è «complesso», per le opinioni pubbliche è un incomprensibile «pasticcio». E poi ci sono studiosi che disegnano soluzioni, come Barbara Buchner, «ragazza prodigio» impegnata all’Agenzia internazionale dell’energia (base a Parigi): analista del clima, è uno dei cervelli che cercheranno di sbrogliare la matassa del summit di Copenhagen.Dottoressa Buchner, i pessimisti prevalgono e citano il flop del Protocollo di Kyoto: doveva tagliare le emissioni, ma non è stato così.
«Il Protocollo è stato un primo passo. E’ chiaro che non è bastato, ma ha evidenziato i problemi sul tappeto e senza quel documento non saremmo dove siamo».Cioè dove?
«Alla vigilia di nuovi negoziati e il Protocollo ha generato una vasta consapevolezza in ogni Paese. Si è capito che si rischia uno scenario catastrofico, quello dell’aumento delle temperature vicino ai 6°: le conseguenze sarebbero irreparabili».

Come si convincono cinesi e indiani a inquinare meno? Per loro «più emissioni» sono sinonimo di «più sviluppo».
«L’obiettivo, ora, è -50% di gas serra entro il 2050 e a Copenhagen si dovrà fare un ulteriore passo: un accordo politico di lungo termine tra tutti i Paesi e vedo segnali positivi proprio da Cina e India. Stanno dimostrando di avere capito che anche loro devono contribuire».

Come si traducono in pratica le buone intenzioni?
«Aiutando a fare gli investimenti giusti nelle nuove energie e ideando una serie di incentivi. D’altra parte, Cina e India hanno iniziato a guadagnare anche con il “carbon trading”, il mercato delle emissioni».

Il presidente Barack Obama punta sulla «green economy», l’economia basata sulle fonti pulite, ma c’è di mezzo la crisi finanziaria globale.
«Proprio la crisi può rivelarsi un’opportunità: se i consumi energetici sono scesi, è anche evidente che in questo settore saranno presto necessari grandi investimenti in infrastrutture e tecnologie. Queste iniziative, dal solare all’eolico, rappresentano la via per combattere il cambiamento climatico, razionalizzando i consumi e riducendo le emissioni, e si riveleranno tanto più efficaci in quelle zone, come l’Europa, dove si fissano prezzi specifici sulle emissioni di CO2. Così le industrie e la gente si stanno rendendo conto che inquinare meno significa risparmiare».

In realtà sono poche le industrie «verdi» e anche la gente non è così virtuosa: che strategia si deve ideare?
«Con obiettivi politici e vincoli normativi: per esempio con quelli dell’Ue di non superare le 450 parti per milione di polveri nell’atmosfera e non oltrepassare i due gradi di aumento delle temperature entro fine secolo. E’ uno scenario che, secondo i nostri calcoli, richiede 10 trilioni di dollari di investimenti nel solo settore energetico ed è chiaro che non basteranno i fondi dei governi. Ci vorrà l’intervento dei privati e a Copehagen si parlerà anche di questa collaborazione».

Questo è il futuro, ma all’ultimo G8 l’Agenzia internazionale dell’energia ha presentato una serie di «raccomandazioni» che si possono applicare, giusto?
«Sì e sono legate alle tecnologie già esistenti per garantire una migliore efficienza energetica: due esempi sono l’illuminazione e gli elettrodomestici, che permettono risparmi consistenti. Ma è fondamentale migliorare l’informazione».

E chi insiste a sprecare?
«A chi persegue egoisticamente il “self-interest” si dovrà far pagare il prezzo degli sprechi e delle emissioni eccessive, ma ci vuole anche l’educazione».

Intanto è scoppiato il «climategate»: è vero che il «panel» dll’Onu sul clima è troppo catastrofista e censura i dissenzienti?
«Non c’è dubbio che il clima sia una realtà complessa, ma l’International Panel on Climate Change raccoglie i dati di migliaia di ricercatori ed elabora tante possibili conclusioni. Che ci sia una censura mi sembra impossibile e sarebbe terribile se si usasse questa ipotesi per giustificare l’inazione di fronte alle emergenze climatiche».

Barbara Buchner è ricercatrice presso l’International Energy Agency di Parigi, dove è impegnata nell’analisi del Protocollo di Kyoto e nello studio dell’effetto serra, con l’obiettivo di analizzare quali conseguenze generino le politiche energetiche. Fa anche parte dell’advisory board del «Barilla Center for Food&Nutrition».

Nella spazzatura degli americani le calorie per sfamare il pianeta

Thursday, November 26th, 2009

NEW YORK - Mentre oltre un miliardo di persone nei paesi in via di sviluppo muoiono di fame, il cibo gettato nei mondezzai dagli americani è aumentato del 50% dal 1974 ad oggi, raggiungendo uno spreco di oltre 1400 calorie pro capite al giorno. Pari complessivamente a 150 milioni di miliardi di calorie l’anno.

E’ la scioccante rivelazione che emerge da uno studio realizzato da Kevin Hall del National Institute of Diabetes and Digestive and Kidney Diseases di Bethesda, in Maryland, pubblicato oggi sulla rivista PLoS ONE.

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Oltre ad incidere sui bilanci famigliari del Paese in un periodo di grave crisi economica, gli sprechi alimentari degli americani hanno un impatto a dir poco devastante sull’ambiente. Buttare via significa infatti inquinare. Più si butta e più si inquina. Come? “Quando gettiamo via gli avanzi nella spazzatura, finiamo di fatto per sprecare l’acqua e il petrolio serviti per la produzione e il trasporto di quei cibi”, teorizza il rapporto, “oltre ad aumentare le emissioni di CO2 e metano per via della decomposizione degli alimenti”.

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Secondo Hall, le calorie buttate quotidianamente nella pattumiera da ogni singolo americano equivalgono a quasi i tre quarti del fabbisogno giornaliero di un altro essere umano, che è intorno a 2000 calorie. Ogni americano, in sostanza, getta via una quantità di cibo sufficiente a sfamare un altro individuo.

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 Attenti però a biasimare soltanto gli Usa. Secondo le ultime rilevazioni dell’associazione dei consumatori Adoc, ogni famiglia italiana getta nel cassonetto ogni anno una media di 515 euro in cibo: il 9% della spesa totale effettuata, con un picco di sprechi proprio nel periodo natalizio. Sarebbe bene ricordarselo, quando si va a fare la spesa di fine anno.

I cassonetti di Palermo con le misure sbagliate

Monday, June 22nd, 2009

Sembrava impossibile anche a loro, agli ingegneri, agli autisti e agli spazzini di lungo corso convocati in gran segreto sul piazzale della discarica di Bellolampo. Spingi a destra, spingi a sinistra. Niente. Spingi da sotto, spingi da sopra. Niente. Riprova a destra, riprova da sopra. Niente, ma proprio niente da fare. I cassonetti comprati l’anno scorso per far partire a Palermo la raccolta differenziata non vanno bene. Misure sbagliate, sistema di aggancio incompatibile: i camion non li possono sollevare e svuotare. Se ne sono accorti diversi mesi fa quelli dell’Amia, l’azienda comunale che si occupa di rifiuti e di cui spesso si è occupata la magistratura. Visto il comprensibile imbarazzo, hanno provato a tenere nascosta la notizia. E pure i cassonetti, confinati in un piazzale fuori città.

Li avevano comprati un anno fa, primo blocco da 1.500 esemplari a 500 euro l’uno per un totale di euro 750 mila a spese dell’ignaro contribuente. Dovevano consentire il recupero di carta, plastica e vetro, risollevando Palermo da quel misero 4 per cento di raccolta differenziata che spinge la quinta città d’Italia in fondo alla classifica nazionale. E invece si sono trasformati da contenitore per i rifiuti in rifiuti punto a basta. Mai utilizzati, nemmeno per un giorno. Inservibili anche per sostituire almeno una parte dei 5 mila cassonetti incendiati o danneggiati nelle ultime settimane in città, quando la raccolta si è fermata per mancanza di soldi e i palermitani hanno cominciato a dare fuoco ai cumuli di spazzatura che riempivano le strade. Ancora adesso sono fermi in quel piazzale di Bellolampo, la discarica cittadina vicina all’esaurimento (ovvio) visto che senza differenziata tutta la spazzatura finisce qui. Avvistarli non è cosa semplice: la discarica è recintata e sorvegliata. Bisogna prendere la strada che sale verso Torretta e poi tagliare per i rimboschimenti della forestale, armati di un buon teleobiettivo.

Chi ha sbagliato? Non la ditta che ha costruito i cassonetti e li ha regolarmente consegnati. Era proprio l’ordine ad essere impreciso e adesso l’Amia non può rivalersi su nessuno. L’azienda ha pure provato a rivenderli come affarone di seconda mano. Ma il salvataggio in corner non è riuscito. Qualcuno aveva pensato di piazzarli negli Emirati Arabi, visto che lì l’Amia doveva partecipare ad un bando proprio per la raccolta differenziata. Ma nemmeno gli arabi ne hanno voluto sapere. Di quelle missioni a Dubai ed Abu Dhabi resta solo l’inchiesta aperta nelle settimane scorse dalla magistratura palermitana. In 22 viaggi la delegazione guidata dall’allora presidente del consiglio d’amministrazione Vincenzo Galioto, ora senatore del Pdl, avrebbe speso almeno 300 mila euro. Più o meno la metà di quanto l’Amia ha pagato quei cassonetti ancora fermi sul piazzale. Cassonetti che adesso rischiano di fare la stessa (triste) fine degli ultimi camion per la raccolta comprati dall’Amia.

Con un debito che supera i 150 milioni di euro, l’azienda non riesce a pagare l’assicurazione dei nuovi mezzi, che quindi restano chiusi in garage. Solo che l’Amia non riesce a comprare nemmeno i pezzi di ricambio necessari per i camion vecchi, gli unici che circolano ancora. Non resta che smontare i camion nuovi e prendere da lì i pezzi che servono per quelli vecchi. Anche per i cassonetti mancano i pezzi di ricambio: solo per rimettere a posto tutte le ruote danneggiate o sparite negli ultimi anni servirebbero 50 mila euro. Soldi che l’Amia non ha. Qualcuno in azienda ha pensato di riciclare le ruote di quei cassonetti fermi sul piazzale, che tanto non servono a niente, e rimontarli su quelli vecchi che zoppicano in strada. Un modo per limitare i danni ma attenzione: la compatibilità non è stata ancora verificata. Visti i precedenti, si raccomanda prudenza.

Lorenzo Salvia
Fonte: Corriere della Sera

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