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L’Aquila, il grande affare dei ponteggi Uno spreco da centinaia di milioni

Sunday, February 21st, 2010

 Si fanno strani incontri, nella “zona rossa”. “L’altro giorno - racconta Eugenio Carlomagno, direttore dell’Accademia di Belle Arti e portavoce del comitato “Un centro storico da salvare” - si presenta da me un signore e dice: “Sono il progettista del puntellamento”. Viene a guardare la mia casa, in via Rustici e subito propone: “Meglio puntellarla”. Io replico: “Guardi che non è danneggiata. Non posso abitarci solo perché è in zona rossa, in mezzo a edifici pericolanti”. Lui non molla. “La puntelliamo, così se arriva un’altra scossa resiste meglio”. Io perdo la pazienza. “Se si ragiona così, allora meglio puntellare mezza Italia”. Il tecnico è sorpreso dal mio rifiuto. “Ma perché dice no? Tanto paga il Comune”. Il giorno dopo, un altro “progettista del puntellamento” si presenta a un mio amico che ha una casa in via Coppito. “La sua casa è da abbattere”, sentenzia. “Intanto però la puntelliamo, tanto paga il Comune”. Sana o da abbattere, ogni casa secondo loro dovrebbe essere imbottita di tubi Innocenti”.

Si sono alzate nuove barriere, attorno alla zona rossa. Sono le reti di plastica arancione stese a protezione dei nuovi cantieri dalle imprese che, dopo avere costruito le New town, ora si sono gettate nell’affaire puntellamento. “Anche in questa operazione - dice Eugenio Carlomagno - girano milioni a non finire. Per puntellare un edificio vincolato dalla Sovrintendenza si mettono impalcature speciali, con “nodi” - sono i ganci che bloccano quattro tubi - che costano dai 18 ai 28 euro l’uno. In un palazzo se ne usano migliaia. Nel nostro Comitato - ci sono ingegneri, architetti, docenti e altri tecnici - abbiamo calcolato che, anche per le case private, in un’abitazione media si spendano dai 50 ai 60 mila euro. Per un palazzo importante si arriva a 500.000 euro e anche a cifre più alte. È comunque assurdo spendere soldi anche per quegli edifici che saranno abbattuti. Oggi mezzo milione per il puntellamento, domani duecentomila euro per togliere tubi e cavi e poi si tornerà al punto di prima. Il puntellamento avrebbe avuto un senso forse nei primi giorni dopo la scossa. Ma anche allora si era capito che le misure da prendere dovevano essere diverse. Si dovevano abbattere le parti pericolanti, portare via le macerie e iniziare una ricostruzione vera. E invece le macerie sono ancora tutte qui”

Basta entrare in piazza San Pietro per capire cosa succede in questa città dove “ricostruzione” è solo una parola annunciata. La fontana del ‘400, risparmiata dal terremoto, è sommersa di macerie. Sono quelle cadute in questo inverno dal palazzo sopra il ristorante Lingosta. I muri del secondo piano, gonfiati dalla pioggia e dalla neve, dieci mesi dopo la scossa si sono gonfiati e sono crollati nella piazza. Accanto, nel palazzo Venturi, migliaia di tubi Innocenti ingabbiano delle rovine. Le imprese fanno i lavori poi mandano il conto al Comune. (quello che la notte del 6 aprile rideva nel suo letto) l’8 maggio era stato facile profeta. “L’Edilcapacci porta i materiali per puntellare… fare carpenteria a puntellamento… tutto questo va in economia… avete capito? Non è che ci sono misure e niente”.

“Da mesi - dice Eugenio Carlomagno - chiediamo al Comune le linee guida obbligatorie per i nostri consorzi di proprietari di case. Nel nostro siamo in cento e siamo rappresentati da un architetto e da un ingegnere. Il Comune finora non ha dato direttive ma solo “raccomandazioni” che non bastano. Che succede, se un proprietario non vuole ricostruire? Chi porta via le macerie? Il centro sta marcendo e noi siamo ancora qui ad aspettare. I puntellamenti sono già un affare per tante imprese, quasi tutte arrivate da lontano, ma un business ancor più importante sarà quello legato alla rimozione delle macerie. Ce ne sono più di quattro milioni di tonnellate, come il primo giorno. Vede quella Ford, sepolta dal 6 aprile? Hanno tolto le macerie dalla Casa dello studente per spostarle di duecento metri e avviare la selezione dei materiali. Noi abbiamo proposto di portare almeno due milioni di tonnellate in un sito di stoccaggio e poi fare là la selezione imposta dalla legge. Non siamo stati ascoltati”.

Le macerie riusciranno a “rendere” bene alle imprese. “Per costruire le nuove case antisismiche le aziende hanno dovuto pagare ingegneri e architetti, operai e ovviamente il materiale da costruzione. Per portare via le macerie bastano ruspe e camion e manodopera a bassa professionalità. I guadagni saranno altissimi”.

In una città attonita per le parole degli sciacalli che il 6 aprile erano già pronti a banchettare all’Aquila, Stefania Pezzopane, la presidente della Provincia, dice che l’allarme deve essere altissimo. “Dobbiamo pensare che fino ad oggi sono stati spesi 1,3 - 1,5 miliardi e se ne dovranno spendere più di quindici. L’Aquila sarà il più grande cantiere d’Europa. Lo stato d’animo? Sembra di essere nei giorni tesissimi che hanno preceduto il terremoto. C’erano le scosse, tutti eravamo spaventati ma la commissione Grandi rischi assicurava: non succederà nulla. Poi venne la notte del 6 aprile”. 

Fonte: La Repubblica

Acqua, la rete colabrodo e la privatizzazione fantasma

Wednesday, February 10th, 2010

Niente accomuna oggi trasversalmente la sinistra e la destra come l’acqua. Se il «religiosissimo » (autodefinizione) governatore della Puglia Nichi Vendola azzarda un paragone blasfemo, dicendo che «privatizzare l’acqua è una bestemmia in chiesa», una liberista come Emma Bonino non esita a liquidare così la faccenda: «Mancano le condizioni ». Mentre la Lega, che per lealtà ha dovuto ingoiare il boccone amaro, votando la legge che potrebbe trasferire in mani private la gestione delle risorse idriche, comincia a intuire quanto rischia di rivelarsi indigesto. E anche molti amministratori locali del Pdl storcono il naso.

Il paradosso è che niente, come l’acqua, divide gli italiani. Basta dare un’occhiata al Blue Book del centro di ricerca Proacqua per rendersi conto di come l’unità «idrica» del Paese non si sia mai realizzata. A Milano si pagano tariffe pari a un quarto di quelle di Terni, che sono appena più alte rispetto alle bollette di Latina. O di Agrigento, dove l’acqua è un bene raro e prezioso. Per non parlare degli sprechi. Ogni anno, secondo un documento della Confartigianato, il 30,1% dell’acqua immessa in rete non arriva ai rubinetti: per fare un paragone europeo, in Germania le perdite non arrivano al 7%. Come se buttassimo dalla finestra 2 miliardi e 464 milioni, somma che basterebbe a compensare l’abolizione dell’Ici per la prima casa. Chi è responsabile? Reti colabrodo, investimenti carenti, una gestione spesso sconsiderata. I colpevoli sono diversi, e tutti in qualche modo imparentati con l’azionista pubblico. Problemi così grandi che la buona volontà, senza i soldi, serve a poco. In tre anni l’Acquedotto pugliese, il più grande d’Europa con i suoi 20 mila chilometri di rete, è riuscito a recuperare 40 milioni di metri cubi di perdite. Le quali sarebbero così scese al 35% dal 37,7%. Bene. Anzi, benissimo. Ma se ai tubi rotti e agli allacci abusivi si sommano le perdite amministrative, calate comunque dal 12,8% all’ 11,8%, l’emorragia economica dell’azienda sfiora ancora il 47%.

Tutto questo rende difficilmente comprensibile, al di là delle pur rispettabili opinioni ideologiche, la sollevazione bipartisan contro la privatizzazione del servizio, con la motivazione che ciò esproprierebbe i cittadini di un bene pubblico vitale a vantaggio di imprese che hanno il solo obiettivo del profitto. Privatizzazione che peraltro in Italia, a dispetto di quello che si immagina, è ancora una illustre sconosciuta. Prendiamo il caso di Agrigento, dove si pagano le tariffe fra le più alte d’Italia, con una media di oltre 400 euro l’anno a famiglia per un servizio, come ha dimostrato il bel servizio trasmesso da Presa diretta di Riccardo Iacona, di qualità inaccettabile. Ebbene, da tre anni la gestione è appaltata a una società «privata», la Girgenti acque, che opera in perdita. Ma di «privato » ha il nome e gli azionisti di minoranza. Perché il 56,5% è controllato dalla Acoset spa, società dei Comuni catanesi, e dalla Voltano spa, a sua volta di proprietà dei Comuni agrigentini. Che della Girgenti acque hanno anche la gestione: presidente e amministratore delegato sono infatti i manager delle due società comunali, Vincenzo Di Giacomo e Giuseppe Giuffrida.

In Acqualatina, società che gestisce le risorse idriche nell’area pontina, la gestione è invece nelle mani del socio privato. È la francese Veolia, che con il 49% delle azioni esprime l’amministratore delegato Jean Michel Romano e deve convivere con una situazione molto curiosa, per un azionista privato: gestire un’azienda di cui è presidente un senatore, Claudio Fazzone del Pdl. Nel 2008 Acqualatina ha perso 4,4 milioni e ha dovuto varare un piano di lacrime e sangue. Nonostante tariffe astronomiche.

Dimostrazione che nemmeno i privati, in un sistema come il nostro, hanno la bacchetta magica. Ecco perché prima di tutto sarebbe il caso di risolvere il problema della regolamentazione del FarWest dell’acqua, affidando a un’autorità indipendente il compito di stabilire tariffe eque e imporre la decenza del servizio. Se anche qui si vuole aprire il capitolo dei privati, è uno strumento fondamentale per mettere al sicuro da ogni rischio l’uso di un bene vitale. C’è per il gas e l’elettricità. Perché non per l’acqua? O si vuole ripetere l’errore già compiuto in occasione di altre privatizzazioni?

Anche l’Enea ‘s’illumina di meno’

Tuesday, February 9th, 2010

Il 12 febbraio anche un gruppo di giovani ricercatori Enea seguiranno come tedofori il percorso per le strade di Roma della “Torcia fotovoltaica”, mentre l’Agenzia darà vita ad una serie di impegni ‘anti-spreco’ per tutti i sui Centri di Ricerca sul territorio

(Rinnovabili.it) – Continua a fare il pieno di adesioni l’edizione 2010 “M’illumino di Meno – Meglio Sole che Male Illuminati”, la fortunata iniziativa lanciata dal programma di Radio2 Caterpillar per il 12 febbraio. A contribuire all’evento anche l’Enea che in qualità di Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile non poteva non dare un contributo importante come quello promesso di una serie di azioni per la riduzione dei consumi energetici. Gli interventi, messi in atto negli 11 Centri di Ricerca, coinvolgeranno i dipendenti in prima persona, invitati a piccoli impegni per evitare gli sprechi energetici quali: lasciare chiuse porte e finestre per non disperdere calore o spegnere gli standby delle apparecchiature elettroniche. Nessuno dispendio anche a livello di gestione che per l’occasione prevede di servire nelle mense “pasti a km 0”, dunque con prodotti della filiera locale che abbiano viaggiato il meno possibile sul territorio, e programmando la riduzione della temperatura degli impianti di riscaldamento di un grado e lo spegnimento prima della fine dell’orario di lavoro.
Come già annunciato il 12 febbraio sarà per l’agenzia anche il giorno di presentazione di KiloWàttene, il software realizzato con il Comune di Bologna per effettuare un’analisi dei consumi elettrici domestici in maniera interattiva attraverso il confronto della bolletta reale e cercando di valutare accuratamente il contributo dei vari dispositivi in base alle loro caratteristiche.
E rivolta al pubblico è anche la scelta di fornire opuscoli informativi che forniscano consigli per un uso più efficiente dell’energia nelle abitazioni da scaricare direttamente dal sito internet di Enea.

Scandalo Formato G8

Saturday, January 30th, 2010

Per il summit dei grandi della terra alla Maddalena lavori da 300 milioni di euro. E l’appalto più ricco va a una società vicina alla moglie del dirigente della Protezione civile che sovrintendeva all’intera opera

 

In Italia è tra le più piccole imprese edili e incasserà oltre 117 milioni in nove mesi. Non è la lotteria di Capodanno, ma la montagna di soldi pubblici che l’Anemone Costruzioni di Grottaferrata, alle porte di Roma, riceverà grazie ai lavori per il G8 sull’isola della Maddalena. Luciano Anemone, 54 anni, amministratore unico della società a responsabilità limitata, tra le tante opere sta costruendo il centro congressi che nel luglio 2009 ospiterà il primo grande vertice internazionale con il neopresidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Ed è come se gli italiani gli consegnassero 2 euro a testa. Neonati compresi. Un record. Anche perché il signor Anemone, pur dichiarando soltanto 26 dipendenti, si è preso la fetta più grossa della torta da quasi 300 milioni di euro suddivisi tra cinque società. Una spesa da nababbi con l’aria che tira, le famiglie in crisi, la Fiat in gravi difficoltà e l’Alitalia ko. Inutile tentare di sapere perché sia stata scelta proprio la ditta Anemone. I criteri di selezione delle cinque imprese, chiamate senza pubbliche gare d’appalto, così come i progetti, sono coperti dal segreto di Stato: provvedimento imposto da Romano Prodi, confermato da Silvio Berlusconi e affidato con tutte le opere alla Protezione civile e al suo direttore, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Guido Bertolaso.

 

 

 

 

Questioni di sicurezza, hanno dichiarato. Ma sollevando il velo della riservatezza si incontra ben altro. ‘L’espresso’ è entrato di nascosto nei cantieri sull’isola della Maddalena. E ha scoperto cosa finora il segreto di Stato ha impedito di vedere. Il sospetto di spese gonfiate. Costi di costruzione da capogiro a più di 3.800 euro al metro quadro. Lavoratori senza contratto. Operai pagati con fondi neri. Le minacce del caporalato (vedi l’articolo a pag. 38). E un curioso legame d’affari tra la famiglia del coordinatore della struttura di missione della Protezione civile Angelo Balducci, e l’impresa che a fine lavori guadagnerà di più. L’Anemone, appunto.

Non finisce qui. Il secondo grande appalto, 59 milioni per la costruzione dell’albergo che ospiterà i capi di Stato, la Protezione civile lo ha affidato alla Gia.Fi. di Valerio Carducci, 60 anni, cavaliere della Repubblica, l’imprenditore fiorentino coinvolto nell’inchiesta di Luigi De Magistris sulla presunta rete di favori tra malaffare e politica nazionale in Calabria. E anche i criteri di selezione della Gia.Fi. sono coperti da segreto.

Angelo Balducci, ingegnere spesso accanto a Bertolaso, ha fama di uomo da centinaia di milioni di euro. È il braccio operativo nei grandi appalti della Protezione civile. Non solo calamità, soprattutto organizzazione di grandi eventi come il G8. Per anni provveditore ai Lavori pubblici su Lazio e Sardegna, Balducci ha coltivato le amicizie che contano con l’imprenditoria e il Vaticano. Le sue relazioni politiche vanno dal leader della Margherita, Francesco Rutelli, al ministro di An alle Infrastrutture, Altero Matteoli. Il 10 ottobre scorso Matteoli propone al Consiglio dei ministri e ottiene la nomina di Balducci a presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici. Nei mesi precedenti, dal 19 marzo al 13 giugno 2008, proprio durante il periodo più delicato con la preparazione dei cantieri e il conferimento degli appalti, l’ingegnere è il soggetto attuatore di tutte le opere per il G8, cioè l’uomo dalle mani d’oro: provvede alle procedure necessarie per l’affidamento degli incarichi, alla stipula dei contratti, alla direzione dei lavori e al pagamento degli stati di avanzamento. E come soggetto attuatore si occupa delle imprese della famiglia Anemone.

Balducci è un grande esperto nei contratti assegnati d’urgenza dalla Protezione civile, senza gare d’appalto. Segue per mesi i lavori per i Mondiali di nuoto del 2009 a Roma e per le manifestazioni del centocinquantesimo anniversario della Repubblica da celebrare nel 2011. Venerdì 13 giugno, però, è una pessima giornata. Un’ordinanza di Berlusconi lo rimuove dall’incarico di soggetto attuatore per il G8 e i Mondiali di nuoto. Ai cantieri della Maddalena, Balducci viene sostituito da un ingegnere dello staff, Fabio De Santis. Ma continua a occuparsene con “funzioni di raccordo tra la struttura di missione”, cioè la Protezione civile, e i “soggetti coinvolti dagli interventi infrastrutturali”. In quell’ordinanza, c’è però un passaggio che farebbe tremare i polsi a qualunque funzionario. Berlusconi dispone che Bertolaso costituisca “una commissione di garanzia composta da tre esperti di riconosciuta competenza e professionalità, anche estranei alla pubblica amministrazione”. Una spesa in più per il G8, perché i compensi per gli esperti sono ovviamente a carico dello Stato. Obiettivo della commissione: “Assicurare un’adeguata attività di verifica degli interventi infrastrutturali posti in essere dai soggetti attuatori… in termini di congruità dei relativi atti negoziali”.

Qualcosa insomma non va nella contrattazione degli appalti. Ma il segreto di Stato mette tutto a tacere. Così la squadra della Protezione civile in missione in Sardegna può raccontare, senza essere smentita, che Balducci è stato promosso. Anche se per lui, che era già stato presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, è un ritorno al passato. Il 31 ottobre tocca a De Santis. Sostituito per decreto, come Balducci. Berlusconi ora nomina un esterno alla pubblica amministrazione, Gian Michele Calvi, professore di ingegneria all’Università di Pavia. Il caso è archiviato.

Eppure non è solo una questione di nomine tra il governo e la Protezione civile. Tutte le ditte per lavorare ai progetti del G8 devono ottenere il nulla osta di segretezza. E il nulla osta dovrebbe essere rilasciato dal ministero dell’Interno soltanto dopo accurate indagini sulla trasparenza delle imprese. Invece troppi particolari sono sfuggiti a chi avrebbe dovuto controllare. Bisogna lasciare la Maddalena, volare a Fiumicino e salire a Grottaferrata, alle porte di Roma. Via 4 novembre 32, nel mezzo di un quartiere di viali alberati, è l’indirizzo dichiarato da Luciano Anemone come sua residenza o come sede legale dell’Anemone Costruzioni. Ed è anche, come ha scoperto ‘L’espresso’, l’indirizzo di una casa di produzioni cinematografica, la Erretifilm srl. Di chi è? Amministratore unico e proprietaria al 50 per cento è Rosanna Thau, 62 anni, moglie di Angelo Balducci. Venticinquemila euro per costituire la srl della signora Balducci li ha messi però Vanessa Pascucci, 37 anni, amministratore unico e socia a metà di un’altra impresa edile legata alla famiglia Anemone, la Redim 2002 di Grottaferrata. E attraverso la Redim 2002, Vanessa Pascucci è anche socia dell’Arsenale scarl: società costituita apposta per il cantiere nell’ex Arsenale della Maddalena. Così il cerchio si chiude. Protetto dal segreto di Stato, l’appalto più ricco del G8 è finito a società amiche di chi aveva in mano la cassa. Con il suo seguito di domande. A cominciare da questa: chi ha scelto di affidare a Balducci l’incarico più delicato?

I guadagni in gioco sono spaventosi. L’opera su cui è già possibile fare qualche conto è l‘albergo che ospiterà i presidenti. Capocommessa del cantiere, la Gia.Fi. di Valerio Carducci. Le poche notizie uscite dagli uffici della Regione Sardegna parlano di 57 mila metri cubi per un costo d’opera salito da 59 a 73 milioni di euro. Considerando un’altezza media delle stanze di 3 metri, sono 19 mila metri quadri coperti. Dunque un costo di costruzione al metro quadro di 3.842 euro, escluso il valore dell’area. Una cifra pazzesca se paragonata al valore di costruzione che per le case di lusso, secondo un capomastro della Maddalena, non supera i 1.200 euro al metro. Polverizzati anche i valori di vendita pubblicati dal sito dell’Agenzia del territorio: un massimo di 3.100 euro al metro quadro per le ville e di 2.000-2.300 per le attività commerciali. Così un ente dello Stato, la Protezione civile, sta finanziando un’opera ignorando le quotazioni pubblicate da un altro ente statale, l’Agenzia del territorio. L’esubero potrebbe essere giustificato con le spese per l’arredamento, il centro benessere e i letti su cui dormiranno Nicolas Sarkozy, Carla Bruni e Angela Merkel. Ma è difficile crederlo. Ammettendo un costo di costruzione molto vantaggioso per le imprese di 2000 euro al metro quadro (38 milioni in totale), per l’arredamento avanzerebbero 35 milioni. Cioè il costo di un altro albergo.

Fonte: La Repubblica

Acqua, reti colabrodo e record a Sud

Friday, January 8th, 2010

Ogni giorno usiamo 250 litri a testa

 
Per quanto riguarda l’acqua potabile, “nel 2008 si registra una perdita pari al 47%. Le maggiori dispersioni in Puglia, Sardegna, Molise e Abruzzo. E  il prelievo di acqua potabile ammonta, a livello nazionale, a 9,1 miliardi di metri cubi

 

“In Italia per ogni 100 litri di acqua erogata si preleva una quantità di 165 litri, cioé il 65% in più”. Una rete colabrodo che evidenzia le maggiori dispersioni nelle regioni del Sud, dove per erogare 100 litri di acqua ne servono quasi altri 100. Per quanto riguarda l’acqua potabile, “nel 2008 si registra una perdita pari al 47%”. Questa la fotografia scattata dall’Istat e contenuta nel ‘Censimento delle risorse idriche a uso civile’ per l’anno 2008, presentato ieri a Roma. Rispetto alla dispersione anche in Valle d’Aosta si devono prelevare 158 litri per averne erogati 100, nella provincia di Trento 109, in Sardegna 104.

Le maggiori dispersioni di rete si osservano in Puglia, Sardegna, Molise e Abruzzo dove, per ogni 100 litri di acqua erogata, se ne immettono in rete circa 80 litri in più. Mentre le dispersioni minori si registrano in Lombardia e nelle province autonome di Trento e Bolzano, con un eccesso di immissione in rete inferiore ai 30 litri per ogni 100 erogati. Tra i comuni con più di 200.000 abitanti, Bari ha la maggiore dispersione di acqua, pari a 106 litri in più immessi per 100 litri erogati, seguono Palermo con 88 litri, Trieste con 76. Dispersioni superiori al 50% per Catania, Roma, Napoli, Torino e Padova.

Mentre al di sotto del 35% sono quelle a Venezia, Milano, Firenze e Bologna. Una situazione che nel 2005 necessitava del 67% di prelievo in più e del 68% nel 1999, e che secondo il presidente dell’Istituto di statistica, Enrico Giovannini, “preoccupa” anche se “c’é lo spazio per migliorare l’efficienza” della rete. A questo proposito, dice, “molto dipende dagli investimenti dei comuni”. Le dispersioni in Italia, spiega l’Istat, sono dovute sia per garantire afflusso alle condutture di acqua concesse alle imprese industriali, sia a prelievi non autorizzati, ma anche a perdite e mancata regolazione.

Inoltre, il consumo medio italiano di acqua si attesta sui 250 litri al giorno pro-capite. Ci sono differenze rilevanti da regione a regione: per l’acqua immessa si va dai 497 litri al giorno della Valle d’Aosta ai 277 dell’Umbria; per l’acqua erogata il maggior quantitativo è della provincia di Trento con 348 litri, il minimo della Puglia con 174 litri. Nel 2008, riferisce l’Istat, il prelievo di acqua a uso potabile ammonta, a livello nazionale, a 9,1 miliardi di metri cubi (più 1,7% rispetto al 2005 e più 2,6% rispetto al 2006); aumenti significativi si registrano nelle regioni del nord-est e del centro, mentre altrove si osservano riduzioni dovute alla carenza di precipitazioni. Nel 2008 il 32,2% dell’acqua prelevata è stata sottoposta a trattamenti di potabilizzazione, la quota varia in base alle caratteristiche idrogeologiche del territorio. Le regioni con la maggior quota di potabilizzazione di acqua sono la Sardegna con l’89,2%, la Basilicata con l’80,5%, la Liguria con il 55,6% e l’Emilia-Romagna con il 53,7%. I livelli più bassi si osservano nel Lazio con il 2,9%, in Molise con l’8,9% e in Campania con il 9,1%.(Ansa)

Natale: il 40 per cento del cibo andrà sprecato

Thursday, December 10th, 2009

Nell’occidente dell’iper-consumo c’è anche l’eccesso di cibo. Non solo perché ne mangiamo ben oltre le nostre necessità, ma anche perché ne buttiamo via tantissimo: una ricerca pubblicata da PloS ONE svela che il 40 per cento degli acquisti alimentari se ne va nella spazzatura, e le cose sembrano andare sempre peggio rispetto a 30 anni fa. Soprattutto ora che ci avviciniamo alle feste di Natale, un richiamo alla morigeratezza pare perciò più che necessario.

SPRECHI – Lo sostiene Kevin Hall, del National Institute of Diabetes and Digestive and Kidney Diseases statunitense, che ha analizzato la faccenda in modo originale rispetto a quanto è stato fatto in passato, quando gli sprechi alimentari sono stati valutati attraverso interviste ai consumatori o una poco piacevole ispezione della spazzatura. Hall ha messo in piedi un modello di metabolismo umano: attraverso le stime del peso medio degli americani fra il 1974 e il 2003, ha calcolato quanto cibo potevano aver mangiato, considerando l’attività fisica media stabile negli anni; poi ha consultato i dati trasmessi durante lo stesso periodo dal governo USA alla FAO sulla quantità di cibo a disposizione della popolazione. La differenza fra calorie disponibili e calorie consumate, dice Hall, è il cibo sprecato. Carson Chow, il matematico che ha collaborato con Hall, chiarisce: «Nel 2003 ogni giorno ciascun americano aveva a disposizione 3750 calorie; 2300 sono state effettivamente ingerite, per cui 1450 sono andate perse». Il 40 per cento del cibo, insomma, è finito nella spazzatura.

TENDENZA – Secondo i due studiosi, la colpa per gran parte degli sprechi ricade sui consumatori: citando una ricerca recente della Cornell University, i due riferiscono che il 20 per cento delle perdite deriva dalla produzione, un altro 20 per cento dalla distribuzione, mentre il 60 per cento è da imputare ai cittadini. A noi, cioè, che compriamo troppo cibo, lo facciamo scadere nel frigorifero, lo cuciniamo in abbondanza senza poi saper che farcene degli avanzi. Peraltro, pare che stiamo diventando sempre più spreconi: nel 1974 era il 30 per cento delle calorie disponibili a venir «perso», contro il 40 per cento di oggi. Uno dei motivi potrebbe essere il costo del cibo, che almeno negli Stati Uniti è sceso negli ultimi tre decenni; e può darsi che c’entri molto il cambiamento degli stili di vita, visto che oggi riempiamo i carrelli della spesa una volta alla settimana (se non ancor più raramente) di enormi scorte spesso inutili. Un problema solo americano? Tutt’altro: qualche mese fa l’Associazione Nazionale Dietisti (ANDID) rivelò che in Italia ogni anno finiscono alla discarica sei milioni di tonnellate di cibi ancora buoni e ciascuno di noi butta via 27 chili di alimenti commestibili. Il 5 per cento del pane che acquistiamo, il 18 per cento della carne, il 12 per cento della frutta e verdura, per un totale di 584 euro sprecati ogni anno. Perché il cibo finisce nella pattumiera? Nel 40 per cento dei casi perché ne abbiamo comprato troppo, nel 21 per cento dei casi perché abbiamo ceduto alle offerte tre per due senza pensare che non ci servivano; in un caso su quattro buttiamo gli alimenti perché sono scaduti o andati a male, in un caso su dieci perché non ci sono piaciuti. Forse allora è proprio il momento di pensare di più agli acquisti, quando andiamo a far la spesa. Tanto più in questo periodo di cenoni e pranzi sontuosi, quando farsi prendere la mano dagli eccessi è facile più che mai.

Fonte: Corriere della Sera

“L’era degli sprechi è finita per sempre. I leader lo sanno”

Friday, December 4th, 2009
“Il futuro è nella tecnologia verde”
GABRIELE BECCARIA
Per i climatologi il problema è «complesso», per le opinioni pubbliche è un incomprensibile «pasticcio». E poi ci sono studiosi che disegnano soluzioni, come Barbara Buchner, «ragazza prodigio» impegnata all’Agenzia internazionale dell’energia (base a Parigi): analista del clima, è uno dei cervelli che cercheranno di sbrogliare la matassa del summit di Copenhagen.Dottoressa Buchner, i pessimisti prevalgono e citano il flop del Protocollo di Kyoto: doveva tagliare le emissioni, ma non è stato così.
«Il Protocollo è stato un primo passo. E’ chiaro che non è bastato, ma ha evidenziato i problemi sul tappeto e senza quel documento non saremmo dove siamo».Cioè dove?
«Alla vigilia di nuovi negoziati e il Protocollo ha generato una vasta consapevolezza in ogni Paese. Si è capito che si rischia uno scenario catastrofico, quello dell’aumento delle temperature vicino ai 6°: le conseguenze sarebbero irreparabili».

Come si convincono cinesi e indiani a inquinare meno? Per loro «più emissioni» sono sinonimo di «più sviluppo».
«L’obiettivo, ora, è -50% di gas serra entro il 2050 e a Copenhagen si dovrà fare un ulteriore passo: un accordo politico di lungo termine tra tutti i Paesi e vedo segnali positivi proprio da Cina e India. Stanno dimostrando di avere capito che anche loro devono contribuire».

Come si traducono in pratica le buone intenzioni?
«Aiutando a fare gli investimenti giusti nelle nuove energie e ideando una serie di incentivi. D’altra parte, Cina e India hanno iniziato a guadagnare anche con il “carbon trading”, il mercato delle emissioni».

Il presidente Barack Obama punta sulla «green economy», l’economia basata sulle fonti pulite, ma c’è di mezzo la crisi finanziaria globale.
«Proprio la crisi può rivelarsi un’opportunità: se i consumi energetici sono scesi, è anche evidente che in questo settore saranno presto necessari grandi investimenti in infrastrutture e tecnologie. Queste iniziative, dal solare all’eolico, rappresentano la via per combattere il cambiamento climatico, razionalizzando i consumi e riducendo le emissioni, e si riveleranno tanto più efficaci in quelle zone, come l’Europa, dove si fissano prezzi specifici sulle emissioni di CO2. Così le industrie e la gente si stanno rendendo conto che inquinare meno significa risparmiare».

In realtà sono poche le industrie «verdi» e anche la gente non è così virtuosa: che strategia si deve ideare?
«Con obiettivi politici e vincoli normativi: per esempio con quelli dell’Ue di non superare le 450 parti per milione di polveri nell’atmosfera e non oltrepassare i due gradi di aumento delle temperature entro fine secolo. E’ uno scenario che, secondo i nostri calcoli, richiede 10 trilioni di dollari di investimenti nel solo settore energetico ed è chiaro che non basteranno i fondi dei governi. Ci vorrà l’intervento dei privati e a Copehagen si parlerà anche di questa collaborazione».

Questo è il futuro, ma all’ultimo G8 l’Agenzia internazionale dell’energia ha presentato una serie di «raccomandazioni» che si possono applicare, giusto?
«Sì e sono legate alle tecnologie già esistenti per garantire una migliore efficienza energetica: due esempi sono l’illuminazione e gli elettrodomestici, che permettono risparmi consistenti. Ma è fondamentale migliorare l’informazione».

E chi insiste a sprecare?
«A chi persegue egoisticamente il “self-interest” si dovrà far pagare il prezzo degli sprechi e delle emissioni eccessive, ma ci vuole anche l’educazione».

Intanto è scoppiato il «climategate»: è vero che il «panel» dll’Onu sul clima è troppo catastrofista e censura i dissenzienti?
«Non c’è dubbio che il clima sia una realtà complessa, ma l’International Panel on Climate Change raccoglie i dati di migliaia di ricercatori ed elabora tante possibili conclusioni. Che ci sia una censura mi sembra impossibile e sarebbe terribile se si usasse questa ipotesi per giustificare l’inazione di fronte alle emergenze climatiche».

Barbara Buchner è ricercatrice presso l’International Energy Agency di Parigi, dove è impegnata nell’analisi del Protocollo di Kyoto e nello studio dell’effetto serra, con l’obiettivo di analizzare quali conseguenze generino le politiche energetiche. Fa anche parte dell’advisory board del «Barilla Center for Food&Nutrition».

Nella spazzatura degli americani le calorie per sfamare il pianeta

Thursday, November 26th, 2009

NEW YORK - Mentre oltre un miliardo di persone nei paesi in via di sviluppo muoiono di fame, il cibo gettato nei mondezzai dagli americani è aumentato del 50% dal 1974 ad oggi, raggiungendo uno spreco di oltre 1400 calorie pro capite al giorno. Pari complessivamente a 150 milioni di miliardi di calorie l’anno.

E’ la scioccante rivelazione che emerge da uno studio realizzato da Kevin Hall del National Institute of Diabetes and Digestive and Kidney Diseases di Bethesda, in Maryland, pubblicato oggi sulla rivista PLoS ONE.

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Oltre ad incidere sui bilanci famigliari del Paese in un periodo di grave crisi economica, gli sprechi alimentari degli americani hanno un impatto a dir poco devastante sull’ambiente. Buttare via significa infatti inquinare. Più si butta e più si inquina. Come? “Quando gettiamo via gli avanzi nella spazzatura, finiamo di fatto per sprecare l’acqua e il petrolio serviti per la produzione e il trasporto di quei cibi”, teorizza il rapporto, “oltre ad aumentare le emissioni di CO2 e metano per via della decomposizione degli alimenti”.

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Secondo Hall, le calorie buttate quotidianamente nella pattumiera da ogni singolo americano equivalgono a quasi i tre quarti del fabbisogno giornaliero di un altro essere umano, che è intorno a 2000 calorie. Ogni americano, in sostanza, getta via una quantità di cibo sufficiente a sfamare un altro individuo.

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 Attenti però a biasimare soltanto gli Usa. Secondo le ultime rilevazioni dell’associazione dei consumatori Adoc, ogni famiglia italiana getta nel cassonetto ogni anno una media di 515 euro in cibo: il 9% della spesa totale effettuata, con un picco di sprechi proprio nel periodo natalizio. Sarebbe bene ricordarselo, quando si va a fare la spesa di fine anno.

I cassonetti di Palermo con le misure sbagliate

Monday, June 22nd, 2009

Sembrava impossibile anche a loro, agli ingegneri, agli autisti e agli spazzini di lungo corso convocati in gran segreto sul piazzale della discarica di Bellolampo. Spingi a destra, spingi a sinistra. Niente. Spingi da sotto, spingi da sopra. Niente. Riprova a destra, riprova da sopra. Niente, ma proprio niente da fare. I cassonetti comprati l’anno scorso per far partire a Palermo la raccolta differenziata non vanno bene. Misure sbagliate, sistema di aggancio incompatibile: i camion non li possono sollevare e svuotare. Se ne sono accorti diversi mesi fa quelli dell’Amia, l’azienda comunale che si occupa di rifiuti e di cui spesso si è occupata la magistratura. Visto il comprensibile imbarazzo, hanno provato a tenere nascosta la notizia. E pure i cassonetti, confinati in un piazzale fuori città.

Li avevano comprati un anno fa, primo blocco da 1.500 esemplari a 500 euro l’uno per un totale di euro 750 mila a spese dell’ignaro contribuente. Dovevano consentire il recupero di carta, plastica e vetro, risollevando Palermo da quel misero 4 per cento di raccolta differenziata che spinge la quinta città d’Italia in fondo alla classifica nazionale. E invece si sono trasformati da contenitore per i rifiuti in rifiuti punto a basta. Mai utilizzati, nemmeno per un giorno. Inservibili anche per sostituire almeno una parte dei 5 mila cassonetti incendiati o danneggiati nelle ultime settimane in città, quando la raccolta si è fermata per mancanza di soldi e i palermitani hanno cominciato a dare fuoco ai cumuli di spazzatura che riempivano le strade. Ancora adesso sono fermi in quel piazzale di Bellolampo, la discarica cittadina vicina all’esaurimento (ovvio) visto che senza differenziata tutta la spazzatura finisce qui. Avvistarli non è cosa semplice: la discarica è recintata e sorvegliata. Bisogna prendere la strada che sale verso Torretta e poi tagliare per i rimboschimenti della forestale, armati di un buon teleobiettivo.

Chi ha sbagliato? Non la ditta che ha costruito i cassonetti e li ha regolarmente consegnati. Era proprio l’ordine ad essere impreciso e adesso l’Amia non può rivalersi su nessuno. L’azienda ha pure provato a rivenderli come affarone di seconda mano. Ma il salvataggio in corner non è riuscito. Qualcuno aveva pensato di piazzarli negli Emirati Arabi, visto che lì l’Amia doveva partecipare ad un bando proprio per la raccolta differenziata. Ma nemmeno gli arabi ne hanno voluto sapere. Di quelle missioni a Dubai ed Abu Dhabi resta solo l’inchiesta aperta nelle settimane scorse dalla magistratura palermitana. In 22 viaggi la delegazione guidata dall’allora presidente del consiglio d’amministrazione Vincenzo Galioto, ora senatore del Pdl, avrebbe speso almeno 300 mila euro. Più o meno la metà di quanto l’Amia ha pagato quei cassonetti ancora fermi sul piazzale. Cassonetti che adesso rischiano di fare la stessa (triste) fine degli ultimi camion per la raccolta comprati dall’Amia.

Con un debito che supera i 150 milioni di euro, l’azienda non riesce a pagare l’assicurazione dei nuovi mezzi, che quindi restano chiusi in garage. Solo che l’Amia non riesce a comprare nemmeno i pezzi di ricambio necessari per i camion vecchi, gli unici che circolano ancora. Non resta che smontare i camion nuovi e prendere da lì i pezzi che servono per quelli vecchi. Anche per i cassonetti mancano i pezzi di ricambio: solo per rimettere a posto tutte le ruote danneggiate o sparite negli ultimi anni servirebbero 50 mila euro. Soldi che l’Amia non ha. Qualcuno in azienda ha pensato di riciclare le ruote di quei cassonetti fermi sul piazzale, che tanto non servono a niente, e rimontarli su quelli vecchi che zoppicano in strada. Un modo per limitare i danni ma attenzione: la compatibilità non è stata ancora verificata. Visti i precedenti, si raccomanda prudenza.

Lorenzo Salvia
Fonte: Corriere della Sera

L’Italia a metà

Thursday, June 18th, 2009

 

Sono quelle cose che quando le sfiori viaggiando pensi subito quanto ci starebbe bene l’ambientazione di un film. È come se uno sceneggiatore banale e scontato avesse avuto mano libera attraverso tutta la penisola. Nella tradizione letteraria il viaggio in Italia è scoperta di bellezze artistiche e naturali nonché di caratteri umani. Due fotografi – Pablo Balbontin e Luca Marinelli – l’hanno invece fatto per costruire un reportage (con la collaborazione di Lega Ambiente) sulle opere incompiute del nostro paese. Opere pubbliche (o con la partecipazione di enti pubblici) lasciate a metà, inutilizzate, sbagliate e inservibili. Tante, tantissime. Dal Nord al Sud. Spopola la Sicilia, dove ne sono state censite centinaia, con l’apoteosi- record di Giarre. Va forte l’Abruzzo (“sfortunatissimo” nel settore, il terremoto l’ha appena dimostrato): negli anni ’90, a Teramo si era pensato di organizzare tour turistici per visitare strutture in abbandono. Ma anche il Nord si fa valere (lì, anzi, si registra il primato per la più antica: l’idrovia Milano-Cremona - ovvero un canale fino al Po - mai completata pur avendo dato nome a un quartiere milanese, Porto di mare). In questo campo siamo una nazione unita: da Roma a Matera, dalla Toscana a Vercelli. La casistica è variegata (e indica gradi diversi di responsabilità). Ci sono le incompiute che pur sarebbero necessarie. Quelle magari completate ma in abbandono perché nefaste. Quelle pronte ma inutilizzate per qualche ghiribizzo della politica o della burocrazia. E quelle malprogettate, ferme a metà perché le due rampe del ponte non si incontravano, erano ad altezza diversa. A valle dei madornali errori tecnici, i perché degli intoppi sono innumerevoli. Li illustra Franco Bassanini, docente di diritto costituzionale e presidente di Aspen Italia: «Innanzitutto pesa - anche se non è una caratteristica solo italiana - la complessità del sistema, con la sovrapposizione di competenze tra diversi livelli istituzionali.

Qui, però, mancano procedure efficaci per risolvere questo tipo di controversie. La legge “Obiettivo” di Lunardi dava l’ultima parola al Consiglio dei Ministri ma la Corte Costituzionale, con una sentenza un po’ acrobatica, ha detto che questo va bene se c’è l’intesa con Regioni e comuni: così finisce che l’accordo è più facile più è forte l’interesse locale. E poi alcune amministrazioni (ambiente, salute, patrimonio artistico) possono bloccare le scelte delle Conferenze dei servizi che oggi varano molti di questi progetti: forti del diritto di veto, non partecipano e non dialogano. Il problema non è la complessità ma i tempi delle procedure». Poi, altri intoppi possono bloccare tutto. Continua Bassanini: «Il sistema delle gare col massimo ribasso finisce per affidare i lavori a imprese che non hanno fatto bene i conti o, addirittura, falliscono. E la giustizia amministrativa, con ricorsi al Tar o al Consiglio di Stato, determina altre situazioni di rallentamenti che, forse, si potrebbero snellire». Infine c’è un altra tagliola, quella finanziaria: «Oggi la crisi obbliga le imprese a rifare conti per opere prese in appalto prima: con la stretta del credito non tornano più. Succede, ad esempio, per alcune autostrade lombarde. E non bisogna dimenticare che gran parte di questi lavori (più dell’80%) è finanziata da Regioni ed Enti locali. I quali, dopo il patto di stabilità europeo, hanno rigidissimi vincoli sul deficit. Questo incide sulle opere pubbliche: non è che se ne avviano di meno, semmai si fanno partire (magari per ragioni elettorali) e poi si bloccano per anni». Così vanno le cose in Italia. Sperando che alla fine non succeda davvero come in un film. Quando in Tre passi nel delirio di Federico Fellini (che, detto per inciso, conosceva bene gli stabilimenti cinematografici in abbandono a Tirrenia) Terence Stamp impara mortalmente cosa vuol dire correre lungo una strada che è ancora un cantiere.

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