L’Italia incompiuta
Saturday, March 20th, 2010Dalla Val d’Aosta alla Sicilia, centinaia di opere cominciate e non completate. Viaggio tra i cantieri dello spreco che hanno bruciato miliardi di euro. E che continuano a ingoiare finanziamenti
SEGNALATE LE OPERE INCOMPIUTE CHE AVETE VISTO

L’idrovia Padova-Venezia - Foto Offmanphoto
L’acqua non c’è, dentro la piscina comunale di Giarre. Non c’è mai stata, neppure per un secondo. Ci sono i topi, invece, che corrono a pochi metri dal cemento grezzo della vasca. C’è la distesa di bottiglie vuote, cartoni sfasciati, vecchi vasi di plastica, tubi arrugginiti e sterco che assediano lo scheletro incompleto del palazzetto. Ci sono le matasse di rovi e cespugli che ostruiscono l’ingresso della struttura. E non consola lo sfondo cartolinesco dell’Etna innevato, o il profumo dello Jonio a un passo. “Questa piscina coperta”, testimonia il sindaco Teresa Sodano (Movimento per l’autonomia), è stata finanziata nel 1985 dall’assessorato regionale alla Presidenza con 2 milioni e mezzo di euro. La parte strutturale è stata conclusa, i lavori regolarmente collaudati. Poi l’impresa è fallita e si è bloccato tutto”. Niente più ruspe, niente più cantiere. “Soltanto questo simbolo dello spreco, di un degrado che umilia la nostra gente”.
Sono le incompiute d’Italia. Lo scempio di ospedali e strade, carceri e stazioni ferroviarie, campi sportivi e case di riposo, autoporti e dighe che non hanno conosciuto la parola fine. Oppure sono state concluse, inaugurate dopo indicibili vicissitudini ma non attivate. Un’epidemia che in questi anni si è estesa dalla Sicilia alla Valle d’Aosta, dalla Campania al Veneto, dalla Calabria al Piemonte. “Ha trionfato la logica del fare per fare”, sostiene Bernardino Romano, professore di Pianificazione e valutazione ambientale all’Università dell’Aquila: “Politici e imprenditori hanno raccolto finanziamenti ovunque, a livello europeo e nazionale, costruendo nel loro interesse e non in quello delle collettività. Risultato, la spaventosa debolezza di progetti che franano al primo intoppo: un cambio di giunta, la crisi di un’impresa appaltatrice, il banale prolungarsi dei lavori…”.
Un sistema in bilico tra cialtroneria e malaffare che la Corte dei conti ha censurato il 17 febbraio scorso, all’inaugurazione dell’anno giudiziario in pieno scandalo ‘Cricca’ del G8. “Anche nel 2009″, ha scritto il procuratore generale Mario Ristuccia, “molte fattispecie di illecito hanno riguardato il fenomeno delle opere incompiute”. Un “ingente spreco di risorse pubbliche” dovuto alla “carenza di programmazione, all’eccessiva frammentazione, alla dilatazione dei tempi di esecuzione (…) e alle carenze ed inadeguatezze dei controlli tecnici ed amministrativi”. Il peggio, insomma. Tanto oscuro e articolato da causare “un’oggettiva difficoltà nell’accertamento delle responsabilità, il più delle volte ascrivibili ai vari livelli decisionali”.

Il centro polifunzionale di Giarre
Foto Offmanphoto

La diga sul Metrano
Foto Offmanphoto
Gli esempi abbondano. Dalla Campania, Valerio Calabrese di Legambiente passa in rassegna alcune incompiute di Battipaglia: c’è la casa di riposo Villa Maria, “già finita nel 1996, celebrata con ben tre inaugurazioni e mai aperta agli anziani (spesa stimata: 1,3 milioni di euro)”. C’è lo stadio di calcio, “progettato per i Mondiali del ‘90 ma con un’unica tribuna agibile e la pista inutilizzabile (costo stimato: 10 milioni di euro)”. E c’è, in centro città, quella che doveva diventare una caserma di polizia ma è rimasta un abbozzo. “L’errore più grave”, avverte Costanza Pratesi, responsabile ufficio studi del Fai (Fondo per l’ambiente italiano), “sarebbe credere che le incompiute siano un problema del passato. Non è così: il vizio politico degli annunci eclatanti, delle sparate propagandistiche, genera sempre più investimenti irrazionali e abusi di territorio”. Dopodiché il rischio è che “manchino sia i fondi per concludere le opere, sia quelli per eventualmente abbatterle”.
In questo clima, il Fai ha chiesto agli italiani di indicare le brutture che infestano i loro luoghi più amati, e tra le 10 mila segnalazioni ricevute, 595 indicano costruzioni in disuso, mentre 157 vengono segnalate come incompiute. Un catalogo in cui potrebbe entrare anche l’ex clinica Madonna delle Rose, non nascosta in qualche anfratto del territorio nazionale ma bene in vista a Fonte Nuova, comune con 30 mila abitanti alle porte di Roma. Per arrivarci va percorsa tutta via Nomentana, fino al colle dove svetta una palazzina giallognola in pessime condizioni. I muri sono sbrecciati, le finestre inesistenti, le tapparelle devastate. Tutt’attorno nessuno, a parte i due cagnoni del custode. “La struttura è stata avviata e non conclusa da un privato tra il 1959 e il 1961″, spiega un operaio che ha partecipato all’opera: “Poi la clinica è stata aperta per un paio d’anni da un secondo privato”. Dopodiché l’università la Sapienza ha acquistato i muri e il terreno (fonti interne ricordano per 6 miliardi di lire) e i cittadini hanno atteso che succedesse qualcosa. Invano. Prima sono arrivati gruppi di extracomunitari che hanno occupato illegalmente il palazzo. “Quindi, nel 1996, l’università ha presentato un progetto che prevedeva il restauro e l’ampliamento della struttura, con tanto di campus universitario”, spiega l’ex assessore comunale all’Urbanistica Daniele Patrizi: “Senonché niente si è concretizzato: la clinica è incompiuta, e la diffidenza abbonda sulle ultime dichiarazioni di Luigi Frati, rettore de La Sapienza, che ipotizza di trasformare la clinica in un polo medico-chirurgico da 200 posti letto”.
Al contrario, le incompiute si moltiplicano nell’indifferenza generale. Un classico caso è quello dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, eterno cantiere. Ma c’è anche, a Nord-Est, l’idrovia Padova-Venezia, ideata mezzo secolo fa come un’autostrada d’acqua lunga 27 chilometri, costata circa 140 milioni tra ponti e chiuse e tuttora incompleta. C’è ancora, in Abruzzo, l’autoporto di Roseto, in teoria fulcro del trasporto intermodale delle merci, in pratica cattedrale nel deserto pagata dalla Regione 5 milioni di euro. E c’è, sulle colline di Reggio Calabria, in un silenzio d’altri tempi tagliato dal vento, il carcere di Arghillà: concepito nel 1988, costruito negli anni Duemila e oggi al centro di un paradosso finanziato con 52 milioni di euro: “Sono pronti il padiglione detentivo, quello sanitario, gli uffici, l’area colloqui, il muro di cinta e addirittura la portineria esterna”, ammette l’assessore regionale al Bilancio Demetrio Naccari: “Eppure si ritarda l’apertura perché manca, tra l’altro, una strada decente che porti al penitenziario”.
Vero è, aggiunge Naccari, che il Cipe (Comitato interministeriale per lo sviluppo economico) ha stanziato nel 2009 21 milioni 500 mila euro per terminare l’opera, ma visti i precedenti la prudenza è d’obbligo. “A volte”, dice il sindaco di Torino e presidente dell’Anci (Associazione nazionale comuni italiani) Sergio Chiamparino, “si parte entusiasti e ci si arrende, anni dopo, per gli scenari che cambiano”. Altre volte, interviene il presidente dell’Ance Paolo Buzzetti,”l’abbandono dell’opera arriva per le lungaggini amministrative”. Fatto sta che spesso ci si ritrova come a Matera, capoluogo della Basilicata dove le Ferrovie hanno avviato nel 1986 la tratta per Ferrandina (20 chilometri) per collegare il Tirreno all’Adriatico. Marco Ponti, docente di Economia dei trasporti al Politecnico di Milano, definisce l’opera “una conclamata assurdità per la carenza di viaggiatori”, e molti ambientalisti concordano. Ma non è questo il punto. Il problema è che questa linea è stata quasi ultimata, sotto il profilo strutturale. Mancano i binari, d’accordo, però prima che finissero i soldi si è scavata la galleria di Miglionico, sei chilometri di terra franosa e gas. Si è costruita la stazione di Matera, ora lucchettata e invasa dalle sterpaglie. Si sono realizzati il ponte sulla gravina di Picciano e quello sul fiume Bradano, dove lo scorso 9 marzo il cantiere sullo strapiombo era pericolosamente accessibile attraverso un cancello aperto. E tutto questo sforzo, questo investimento da 270 milioni di euro (stima del mensile ‘La nuova ecologia’, mentre Fs non fornisce cifre) porta alla sintesi che fa Pio Acito, anima storica di Legambiente in Lucania: “Tante promesse, miopia totale e valanghe di euro buttati”. Un finale che mette malinconia.
Fonte: L’Espresso



