Posts Tagged ‘sicurezza’

Le regole per pedalare sicuri con la bicicletta a norma

Monday, June 14th, 2010
Torna la bella stagione e i cicloamatori rispolverano le due ruote. Ma non tutti sanno che dal 2006 esistono regole molto precise, valide in tutta l’Unione europea, su come debba essere costruita una bici a norma. In Italia a occuparsi di sicurezza sui pedali è l’Uni, l’Ente italiano di unificazione

Torna la bella stagione e i cicloamatori rispolverano la bicicletta, gonfiano le gomme e danno un’aggiustatina ai freni. Insomma, le preparano per nuove passeggiate e scampagnate. L’importante è affidarsi a biciclette sicure, che non ci tradiscano neanche nelle situazioni più complicate. Anche se in pochi lo sanno, dal 2006 esistono regole molto precise su come debba essere costruita una bicicletta a norma. Regole ferree, che richiedono persino dei crash test – come per le automobili - valide in tutti i paesi dell’Unione Europea, anche se non obbligatorie.

Nel nostro paese, ad occuparsi di sicurezza sui pedali è l’Uni - l’ente italiano di unificazione -, che ha pubblicato una guida (che potete navigare attraverso la nostra grafica) e stabilito sigle che ci permettono di riconoscere immediatamente una bici a norma, perché devono essere stampate sul telaio.

A seconda del tipo di bicicletta cambiano anche i test di sicurezza. Per questo l’Uni ha creato quattro sigle differenti:
- le biciclette da città e da trekking devono presentare la sigla EN 14764
- le biciclette da ragazzo, la sigla EN 14765
- le mountain bike, la sigla EN 14766
- le biciclette da corsa, la sigla EN 14781

Come deve essere una bici sicura? Manubrio, telaio, forcelle, sterzo: perché la bicicletta possa fregiarsi della sigla europea, ogni componente deve rispettare precisi parametri. Il manubrio, i telai e le selle, ad esempio, vengono sottoposti a “prove di forza”: macchinari che li premono, li spingono verso l’alto o verso il basso per migliaia di volte. Se, al termine del test, il componente non si è rotto e non si è crepato, viene considerato sicuro.
Anche lo sterzo deve passare una serie di prove: deve poter ruotare di almeno 60 gradi in ogni lato e non dev’essere rigido né più lento in alcun punto della sterzata.

Terminati i test in laboratorio, viene il momento del test su strada. La bicicletta dev’essere stabile in frenata, in curva o durante una sterzata; con due mani sul manubrio ma anche con una sola. Il ciclista, infatti, può aver bisogno di segnalare una manovra agli automobilisti alzando il braccio. Anche in questo caso la sua sicurezza dev’essere garantita.

Se l’asfalto è asciutto, a una velocità di 25 chilometri orari la bici deve arrestarsi in 6 metri; lo spazio diminuisce a 5 metri in condizioni di asfalto bagnato e velocità di 16 km/h.

Le norme europee prescrivono qualche accorgimento anche in fase di assemblaggio: tutte le viti devono essere ben bloccate da rondelle di bloccaggio o dadi autobloccanti; niente bordi taglienti in quelle parti che possono entrare in contatto con le braccia o le gambe del ciclista.

Infine, qualche regola anche sulle biciclette pieghevoli, di cui Consumi si è occupato nel novembre 2009. Queste bici, particolarmente utili soprattutto nelle città, possono essere richiuse alla fine della pedalata in modo da occupare meno spazio. L’Ue chiede ai produttori di queste particolari biciclette di progettarle in modo che il bloccaggio – una volta richiusa la bici – sia sicuro e che sia impossibile riaprirla in modo involontario. Quando la bici è richiusa, i cavi non devono essere danneggiati, mentre durante l’utilizzo nessun meccanismo di bloccaggio deve entrare in contatto con ruote né pneumatici.

Il codice della strada. Dove finiscono gli obblighi dei produttori di biciclette, cominciano quelli dei ciclisti. Che, nel momento in cui circolano sulle strade, devono rispettare il codice esattamente come gli automobilisti. Ecco le principali regole che devono seguire i cicloamatori:
- tenere sempre la destra.
- prima di svoltare a destra o a sinistra, bisogna segnalare le proprie intenzioni con le braccia.
- fuori dai centri abitati e quando il traffico è più intenso, procedere in fila indiana. Si può circolare parallelamente solo se uno dei due ciclisti è un bambino minore di 10 anni e deve comunque pedalare alla destra dell’altro.
- i ciclisti non possono trainare né farsi trainare da altri mezzi.
- non si possono trasportare passeggeri. Unica eccezione: bambini fino agli 8 anni, ma solo se la bici ha un seggiolino regolamentare.
- in presenza di piste ciclabili, i ciclisti sono obbligati a utilizzarle.
- i ciclisti devono procedere in modo uniforme, senza zigzagare. Quando bisogna attraversare una strada molto trafficata o quando le circostanze lo richiedono, bisogna scendere dalla bici e portarla a mano.
Fonte: Kataweb

Nucleare. Conti: C’è assoluta sicurezza. Prima centrale in 2020

Wednesday, April 21st, 2010

Problema gestione scorie è “trascurabile”

 

Roma, 20 apr. (Apcom) - “Il nucleare non mi preoccupa. Mi baso sull’esperienza di tanti Paesi che usano da sempre questa fonte, sui fatti scientifici che ne comprovano l’assoluta sicurezza”. Così Fulvio Conti, amministratore delegato dell’Enel, in un faccia a faccia con Giovanni Minoli per Rai Educational che andrà in onda mercoledì 21 aprile su Rai Due. “Per essere prudenti - sottolinea - la prima centrale sarà in grado di produrre energia diciamo a partire dall’ inizio del 2020″. Per quanto riguarda la localizzazione degli impianti, Conti sottolinea: “aree adatte ce ne sono e comunque teniamo conto che, anche in situazioni di estrema sismicità, come ad esempio in Giappone, è provato che le moderne centrali nucleari vengono costruite con criteri così rigorosi che possono resistere a qualsiasi tipo di scossa. Siamo in presenza di un percorso definito. Ci aspettiamo che l’Agenzia per la sicurezza, elemento fondamentale per portare avanti il programma nucleare italiano, venga costituita entro breve: all’inizio del 2011 arriverà l’approvazione del progetto; nel 2013 l’apertura del cantiere; tra il 2019 e il 2020, l’entrata in esercizio della prima centrale. E conclude: “Da quel momento ogni 18 mesi saremo in condizioni di aprire una nuova centrale. Per essere prudenti questa centrale sarà in grado di produrre energia diciamo a partire dall’inizio del 2020″. Quanto allo smaltimento delle scorie Conti lo definisce un problema “trascurabile. Una centrale come quella che vogliamo fabbricare e costruire qui in Italia - spiega - ci mette sette anni di funzionamento per riempire un container di scorie, di rifiuti potenzialmente radioattivi. E’ un problema assolutamente gestibile”. Mentre sul timore diffuso che le centrali nucleari, nel loro normale funzionamento siano un pericolo per la salute di chi vive vicino, Conti dichiara: “Depositi e centrali sono luoghi molto controllati e sorvegliati; costruiti per non avere alcun impatto sulla salute e sull’ambiente”. Copyright APCOM

Fonte: La Stampa.it

NdR:

Body scanner, Fazio mette in guardia Possibili danni da radiazioni

Saturday, January 9th, 2010

Pareri discordanti sui bodyscanner tra ministri sui possibili effetti sulla salute. Per il capo del Viminale, Roberto Maroni, «sono sicuri ed è un’inutile polemica». Per il ministro della Salute «non si possono escludere, almeno in via teorica, possibili effetti da parte delle radizioni ionizzanti» emesse dai bodyscanner che saranno installati negli aeroporti italiani, in particolare per donne in gravidanza, bambini o viaggiatori frequenti.

FAZIO - Secondo il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, non si possono assumere per buone le analisi eseguite da altre nazioni e quindi ogni apparecchio dovrà avere il parere del ministero. Fazio, in un’intervista alla Stampa, ha reso noto che il dicastero ha già preparato una squadra di quattro persone incaricata di fare le verifiche. «In linea teorica, le radiazioni cosiddette ionizzanti possono presentare più rischi», secondo il mistro. «Non possiamo escludere a prescindere nessuna ipotesi, soprattutto se si tratta di donne in gravidanza, bambini o viaggiatori frequenti». La commissione ministeriale dovrà dire «cosa è sicuro per quali cittadini e quali accorgimenti usare per i soggetti a rischio. Non possiamo dire nulla di preciso fino a quando non avremo fatto un’analisi approfondita. Né sappiamo ancora quanti e quali tipi di macchine sono disponibili».

MARONI - Non ha dubbi invece il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, intervistato da Canale 5. Sui bodyscanner «c’è stata la solita inutile polemica, ma sono strumenti sicuri». Per Maroni questi apparecchi «sono molto utili per contrastare forme di terrorismo che sono difficili da intercettare se non con la tecnologia. Proprio per risolvere ogni dubbio abbiamo costituito con il ministero delle Infrastrutture una commissione tecnica che deve valutare le conseguenze sul piano della salute e della privacy. Ci vorranno due-tre mesi per l’acquisizione dei macchinari».

Fonte. Corriere della Sera

Rischio idrogeologico: 44 miliardi per mettere in sicurezza il Belpaese

Wednesday, November 4th, 2009

Per mettere in sicurezza il Belpaese sul fronte del rischio idrogeologico occorrerebbero 44 miliardi di euro, di cui, 27 per il Centro-Nord, 13 per il Mezzogiorno e 4 per il settore del patrimonio costiero. L’indagine conoscitiva sulla difesa del suolo presentata oggi dalla commissione Ambiente della Cameraattesta che circa il 10% del territorio italiano e più dell’80% dei Comuni sono interessati da aree a forte criticità idrogeologica. Entrando nei particolari il 10% è classificato a elevato rischio per alluvioni, frane e valanghe e più di 2/3 delle aree esposte a rischio interessano centri urbani, infrastrutture e aree produttive.«Quella di 44 miliardi di euro - spiega Francesco Nucara (Gruppo misto), relatore dell’indagine – è una valutazione per difetto, che potrebbe tranquillamente salire a 50 miliardi di euro. Ora, invece, ci sono a disposizione solo poche centinaia di milioni».

Spesi in 50 anni 16 miliardi per danni da alluvioni. L’indagine segnala che negli ultimi 50 anni sono stati spesi più di 16 miliardi di euro per sopperire solo ai danni derivanti da fenomeni alluvionali. L’Italia, fra le altre, risulta anche uno dei Paesi europei maggiormente colpiti da disastri naturali. Il disastro di Messina è l’ultimo di una lunga serie di disastri da dissesto idrogeologico che hanno colpito il Paese negli ultimi anni. Da Sarno, alle alluvioni in Piemonte, alla Valtellina. Negli ultimi 8 mesi per le emergenze di protezione civile sono costate 4,6 miliardi di euro. «Le risorse finanziarie – sottolinea Nucara – sono a rischio molto elevato. Da lì bisogna partire per decidere le priorità rispetto alle risorse esigue a disposizione».

L’abusivismo edilizio e i disastri annunciati. L’obiettivo dell’indagine è puntato sui casi di abusivismo edilizio, primi a provocare «disastri annunciati». Una delle principale cause, spiega il rapporto, è chi costruisce case nell’alveo dei fiumi o su un terreno franoso, spesso ricevendo un condono invece di una demolizione. Su questo fronte «le 4mila famiglie in pericolo nella foce del Tevere rappresentano un esempio eclatante». Ulteriori cause di dissesto, ha detto il sottosegretario alla protezione civile Guido Bertolaso nel corso delle audizioni, la dissennata pianificazione urbanistica, la carenza o l’errato dimensionamento di opere d’ingegneria, scriteriati comportamenti individuali, la generale fragilità del Belpaese e l’inadeguatezza normativa. Forte, in questi casi, la responsabilità degli amministratori che hanno autorizzato le costruzioni, con i piani regolatori «stravolti da mille compromessi, che perseguono interessi di parte e non la compatibilità con le caratteristiche del territorio».

In Europa, come negli States, “strategia di adattamento”. In Europa, come è già avvenuto negli States, si parla di una “strategia di adattamento”, di mitigazione del rischio che agisce sulla prevenzione. La Commissione ha messo in cantiere una serie di proposte che vanno dalla programmazione triennale con assoluta priorità per la messa in sicurezza delle zone a rischio più elevato fino a un programma straordinario di prevenzione e manutenzione del territorio da parte dei singoli Comuni. Poi una revisione del quadro normativo e un recupero della visione multidisciplinare della difesa del territorio.

Linee guida per grandi e piccole opere. Dalle grandi infrastrutture alle piccole opere, poi, la Commissione auspica la predisposizione di linee guida. «Occorrerebbe anche puntare su una formazione multidisciplinare dei professionisti e dei tecnici - dice Nucara - con corsi di studio interdisciplinari presso le facoltà di ingegneria, agraria e geologia, sulla difesa del suolo e la prevenzione del rischio idrogeologico». E, ancora, la prosecuzione del Piano straordinario di telerilevamento, la riforma dei distretti idrografici, l’introduzione di norme per favorire la trasformazione delle aree dismesse, anche attraverso la leva fiscale e gli incentivi. Necessario delocalizzare gli edifici nelle aree a rischio, controllare i corsi d’acqua a monte, rispettare le fasce di pertinenza fluviale (ridando spazio anche per esondare), con grande attenzione anche ai corsi minori, attività di controllo lungo i fiumi, spesso sede di abusi edilizi e discariche illegali che comportano un aumento del rischio.

Sette consigli sugli incendi boschivi. Una serie di consigli, divisi in 7 punti, riguardano gli incendi boschivi. La Commissione sollecita la costituzione di una rete di intervento a livello comunitario, nell’ottica di razionalizzare l’uso delle risorse e rendere più efficaci gli interventi. Si chiede anche di migliorare la legge 353/2000. Le Regioni, dal canto loro, chiedono di ampliare i finanziamenti dedicati all’incendio boschivo e di rivedere i criteri di riparto dei fondi. Sotto il profilo operativo si vorrebbero rendere più efficaci sia la fase di avvistamento rapido, sia la fase di lotta attiva a terra. da affidare al lavoro congiunto di Forestale e Vigili del fuoco. Si chiede anche di sviluppare le attività di formazione e addestramento dei volontari del soccorso e di coniugare l’attività di prevenzione con il ciclo produttivo del territorio e la sostenibilità economica delle aree a rischio incendio. Poi si vorrebbe rendere omogenei i sistemi di monitoraggio e rilevazione del rischio incendi e rafforzare le attriti di sorveglianza svolte dall’uomo.

Fonte : Il Sole 24 ORE

Tuffi in mare: le trappole sottovalutate

Wednesday, July 29th, 2009
Troppi annegati in un solo giorno.
Ecco come si può nuotare tranquilli
FABIO POZZO
La «Spoon River» degli annegati, come ogni estate. Ma quest’ultimo weekend è stato davvero tragico. Quindici morti. Tre nel Ravennate: l’ultimo - un romeno di 26 anni - è spirato ieri mattina all’ospedale. Un quarantatreenne che sul litorale di Latina s’è tuffato per salvare un padre col figlio in difficoltà e non è più tornato a riva. Un uomo scomparso in un canale a Venezia. Altri quattro bagnanti in Abruzzo, tra i quali un padre che si era tuffato in soccorso dei figli. Un pensionato a Menfi nell’Agrigentino, un altro a Borghetto Santo Spirito in Liguria, un terzo ancora a Torvaianica. Un bimbo di dodici anni, figlio dello storico bagnino del hotel Cala di Volpe, in Costa Smeralda, che è annegato dopo essere rimasto incastrato col piede in una cima legata ad una boa. E poi, anche se qui il mare non c’entra, due romeni affogati nel Po a Mantova.

Imprudenze, malori, fatalità. Ma anche un segno dei tempi, fanno notare al comando generale delle Capitanerie di porto: le vacanze - sarà colpa della crisi - si sono accorciate, il tempo è contato e concentrato ormai sempre più nel weekend. Ci pigiamo tutti lì, in quella fascia di mare prospiciente la riva: bagnanti, subacquei, diportisti (un milione di imbarcazioni, stimato nell’ultimo fine settimana). Pretendiamo che i due giorni rubati all’ufficio valgano come la villeggiatura di un mese, ricordo d’antan. C’è il mare mosso? Che importa, bisogna sfruttare al massimo le ore che restano. Ci si tuffa, alzando la soglia del rischio. «Il mare non lo conoscono. Non sanno che forza può avere» dice il campione di pallanuoto Eraldo Pizzo (vedi intervista a fianco), che sul mare è nato e vive. Non è un caso, se spesso è il turista a non tornare più a riva. Il motivo è legato, sì, alle qualità natatorie spesso di tutto rispetto che contraddistinguono chi abita il blu, ma non è l’unico: chi conosce le onde, le teme ed è prudente. Proprio su questo tasto, quello della prudenza battono gli uomini delle capitanerie e guardia costiera: in Adriatico, durante il weekend, spiegano, c’era mare forza 3-4, che significa onde e correnti, ed era sconsigliato con tanto di bandiera rossa il tuffo. Eppure.

Perché le regole ci sono. Codificate, come appunto le bandiere che sventolano sugli stabilimenti balneari, che informano sulle condizioni meteomarine (rossa: balneazione vietata per condizioni di pericolo o servizio di sorveglianza non attivo; gialla: balneazione non consigliata per condizioni avverse, sorveglianza attiva). Ma anche le boe che delimitano la zona riservata ai bagnanti e sono interdette al transito delle imbarcazioni: non è vietato oltrepassarle, ma chi nuota lo fa a proprio rischio e pericolo. Così come entrare nei corridoi di transito riservati al traffico nautico. Per non dire delle prescrizioni, soprattutto in materia di sicurezza, dettate dal nuovo codice della nautica per i subacquei e apneisti (ma spesso, anche semplici snorkelisti).

Le «divise bianche» consigliano prudenza anche a coloro che, con grande altruismo e coraggio, si gettano in acqua per prestare aiuto a chi si trova in difficoltà. «Avvisate o fate allertate da altri la macchina dei soccorsi. Chiamate le Capitanerie, col numero blu 1530. Non siamo ovunque, non possiamo controllare palmo per palmo gli ottomila chilometri di costa italiani, ma l’arrivo di una nostra motovedetta può essere fondamentale per risolvere una situazione difficile. E comunque, deve essere sempre allertato anche il personale di sorveglianza sull’arenile, i bagnini». E poi, ci sono le regole elementari di sicurezza, dettate dal buon senso. Quelle che si tramandano da generazioni. E che sono ancora e sempre valide. «E’ preferibile attendere tre ore dopo il pranzo prima di fare il bagno» dice il medico spotivo Andrea Felici, responsabile della Nazionale italiana di Salvamento (che ha appena conquistato il secondo posto agli World Game di Taipei). «Il pericolo è dato dalla congestione, dallo choc termico che può scattare quando la temperatura corporea è molto più elevata di quella del mare», spiega. Vero che i grandi campioni del nuoto, i Rosolino e le Pellegrini, spesso mangiano prima della gara: ma loro sono su un altro pianeta.

Consigli che fa propri anche Telefono blu, che ha appena lanciato una campagna di denuncia sul fronte degli annegamenti, convinta che «con maggiori mezzi a disposizione ed una maggiore informazione i morti potrebbero essere almeno dimezzati». L’associazione chiede di estendere l’orario, e anche il periodo dell’anno (non soltanto nei mesi estivi di punta), di presenza dei servizi di salvataggio e dotare questi di mezzi come acquascooter; di integrare questi servizi con un coordinamento di spiaggia; maggiori controlli sulle prescrizioni delle bandiere; maggiore diffusione dei messaggi sulla pericolosità e sulle forme di prevenzione da distribuire nelle spiagge in forma di volantino.

E’ vero, è stato un weekend tragico. Ma, purtroppo, la stagione in corso risulta in linea con quelle che l’hanno preceduta. Gli uomini della guardia costiera hanno soccorso già più di mille persone, quest’anno (dal 21 giugno); trecento i bagnanti. E il conto degli annegati si avvicina alla trentina. Nel 2008, i soccorsi complessivi erano stati ben oltre cinquemila, ed erano stati 78 i morti annegati. «Dagli Anni Ottanta il numero di questa tipologia di vittime è diminuito rispetto al passato. E questo, grazie alla diffusione dei corsi di nuoto» dice Felici. È così, sicuramente. Ma la «Spoon River del mare», nonostante tutto, ha chiamato nuovi epitaffi.

Fonte: La Stampa

La fine della paperella

Friday, July 3rd, 2009
Giro di vite sui giocattoli, proibiti         

Addio paperelle galleggianti sul mare delle vacanze infantili e nei ricordi degli adulti. Una nuova Direttiva europea, pubblicata martedì sulla Gazzetta Ufficiale, in vigore tra venti giorni e a regime nel giro di due anni, dà un giro di vite in materia di sicurezza dei giocattoli, compresi quelli acquatici. Così la paperella, o qualsiasi altro divertente animale salvagente con la mutandina per infilare il piccino sgambettante, diventa a tutti gli effetti un ausilio da usare con la sorveglianza di un adulto e quindi non avrà un aspetto ludico, oltre a rispettare una normativa diversa.

Le nuove regole nascono sia dalle statistiche degli incidenti, sia soprattutto dallo sviluppo tecnologico nel settore che ha posto nuove problematiche, mentre le scoperte in campo medico hanno rivelato rischi e pericolosità ignorate nel 1988, quando fu varata la precedente direttiva in base alla quale i prodotti vengono a tutt’oggi certificati dal marchio CE. Tra le maggiori novità, come spiega Paolo Taverna, direttore di Assogiocattoli, che ieri ha fatto tappa alla Fiera di Genova con un Road show sui problemi legati a sicurezza e contraffazione, l’aumento appunto dei requisiti di sicurezza, una precisa definizione degli obblighi di fabbricante, distributore e dettagliante, la rintracciabilità dei giocattoli.

Si definisce meglio il concetto stesso di giocattolo, come sottolinea Giovanni Battista Orsi, responsabile per la normativa e sicurezza dell’associazione di categoria: è un prodotto progettato o destinato in modo esclusivo o meno a essere utilizzato per fini di gioco dai bambini di età inferiore a 14 anni. Quindi diventano a tutti gli effetti giocattoli i peluche portachiavi, gli zainetti a forma di animale e tutti i gadget e souvenir, dalle matite-Pinocchio agli astucci-pupazzo. Per contro, secondo la nuova direttiva, le biciclette con altezza alla sella maggiore di 435 millimetri non saranno più considerate giocattoli ma veicoli per strada pubblica, pertanto dovranno adeguarsi ai regolamenti del codice della strada e non avranno più il «CE» di tipo. Non sono più giocattoli le fionde, i veicoli con motore a combustione, le freccette, puzzle oltre 500 pezzi, pattini, skateboard e monopattini per ragazzi oltre i 50 chili.

Per quanto riguarda i fabbricanti, «prima di immettere sul mercato il prodotto, devono effettuare un’analisi dei pericoli chimici, fisico-meccanici ed elettrici, di infiammabilità, di igiene e di radioattività che il giocattolo può presentare ed effettuano una valutazione della potenziale esposizione a tali pericoli». Sono stati abbassati i livelli delle sostanze potenzialmente tossiche come arsenico, cadmio, cromo VI, piombo, mercurio, stagno organico; vietate le sostanze cancerogene, mutagene o tossiche per la riproduzione. Le istruzioni e informazioni su sicurezza e rischi devono considerare l’utilizzo previsto dell’oggetto, ma anche quello possibile da parte del bambino. Il tutto ben visibile pure per acquisti on line.

Fonte: La Stampa

Sicurezza dopo il sisma

Sunday, May 10th, 2009

Le risposte dell’esperto del Wwf Adriano Paolella alle domande dei nostri lettori su come ricostruire rispettando l’ambiente

 

ROMA - Come ricostruire rispettando ambiente e sicurezza? Che materiali utilizzare per integrare le nuove abitazioni nei centri storici? Passata la prima emergenza del sisma in Abruzzo, ecco le risposte dell’architetto Adriano Paolella, esperto del Wwf, alle domande dei nostri lettori.

Sto per avviare la ristrutturazione di una casa costruita nel 1980 con muratura in tufo e fondamenta e solai in cemento. Il tetto è in coppi sostenuti da intelaiatura in legno. Posso avere qualche consiglio su come intervenire in fase di ristrutturazione per rendere la casa più sicura. Preciso che abito a Cerreto Sannita (BN) , quindi paese a rischio sismico.
Vincenzo Parente

Caro Parente, è molto difficile potere dare indicazioni senza conoscere in dettaglio l’edificio; per quanto riguarda gli interventi per ridurre il rischio sismico, essi per gran parte si attuano sui nodi (ad esempio gli attacchi solaio muri portanti) e quindi sarebbe importante conoscere come è stato costruito l’edificio. Credo che sia opportuno che Lei si rivolga ad un tecnico locale (ingegnere, architetto, geometra) chiedendo se non il progetto almeno una consulenza specifica. Di sicuro un tetto leggero come il suo facilita l’intervento di riduzione del rischio oltre a comportare una notevole efficienza energetico ambientale (se adeguatamente isolato). Le murature portanti le dovrebbero garantire un buon isolamento termico e quindi credo che Lei abbia la possibilità operando adeguatamente di avere un edificio che possa farLe risparmiare molta energia.

Avevo un attività di parrucchiera nel comune di Barisciano (AQ). Il locale era situato nei locali sotto casa. Attualmente è stato dichiarato inagibile e volevo chiedere cosa mi spetta dal decreto fatto dal governo. C’è la possibilità di costruire nuovamente il negozio e casa? C’è un aiuto mensile per venire incontro alla situazione di disoccupata momentanea. Contributi per il locale? per la casa? disoccupazione per me? Attualmente mi è stata data la possibilità di locazione in altra città ma dovrò rientrare nel mio comune per non perdere i contatti necessari per poter riprendere un giorno….(speriamo presto).

Sandra Di Felice

 

 

 

L’insieme delle scelte governative si sta definendo in questi giorni. Partendo dalle esperienze maturate negli altri terremoti per i residenti e le attività vi era un contributo significativo per la ricostruzione degli edifici danneggiati. Non credo che per questa volta si procederà in altra maniera. E’ bene non perdere i contatti con il luogo di residenza al fine di non allontanarsi dai processi di ricostruzione che interesseranno anche la sua abitazione. Nel momento della ricostruzione si ricordi di controllare la qualità della sua abitazione cercando di migliorarne la struttura e l’efficienza energetica. Se posso consigliarLa l’inviterei a tenersi in contatto con i suoi concittadini e con le associazioni di cittadini che si stanno costituendo al fine di esercitare una adeguata pressione ed un giusto controllo sulla ricostruzione. E’ sempre meglio condividere con altri che rimanere da soli. Per quanto attiene le questioni di lavoro non so rispondere.

Per il centro storico dell’Aquila - penso ad esempio a Porta Napoli, ai palazzi nobili del centro storico (palazzo Alfieri) - sarebbe molto bello ricostruire il tutto utilizzando le stesse pietre, per conservare il bel colore e l’atmosfera calda e pacata che si respirava in quella meravigliosa città. So che molti architetti o urbanisti non la pensano così, ma su questo bisognerebbe sentire la popolazione.
Maria Di Falco

Quello che dice è completamente condivisibile. Non solo ma anche dal punto di vista ambientale il recupero dei materiali edili appare una azione di prioritaria importanza: si evita di scavare nuovo materiale, si riducono i materiali da mandare a discarica, si mantiene in sintesi l’energia già impegnata nelle attività di produzione delle pietre riducendo emissioni e limitando la compromissione dell’ambiente. L’uso di materiale recuperato non è assolutamente in contraddizione. E’ importante considerare le sue capacità tecniche e metterlo in opera con adeguate soluzioni tecnologiche. Infine l’uso delle pietre porterebbe alla costruzione di edifici “massivi” e quindi con un inerzia termica maggiore di quelli in telaio e tamponature.

Ho una casa in provincia di Siracusa, danneggiata da un terremoto del 1990. Risiedevo (e risiedo tuttora) in Lombardia e non feci in tempo a presentare domanda per fruire di aiuti nella riparazione. Non ho quelle risorse finanziarie necessarie per i lavori e non riesco a venderla perché, essendo ubicata nel centro storico, non si può abbattere e ricostruire. In paese sono tante le case puntellate. Il centro si svuota e nascono rioni nuovi, periferici. Ha un suggerimento?
Teresa Mirani

L’abbandono dei centri storici è stato un fenomeno che ha interessato gran parte degli insediamenti di piccole dimensioni. Recenti segnali indicano una inversione di tendenza, un interesse di coloro che vivono in luoghi dequalificati a recuperare una qualità di vita che i piccoli centri e meglio i centri storici dei piccoli centri consentono. Recuperare la sua abitazione potrebbe essere un’azione importante per avviare un recupero più esteso; dovrebbe dedicare un po’ di tempo a capire chi tra gli abitanti del paese potrebbe essere interessato ad agire con Lei ed insieme verificare presso la Regione, la Provincia (che potrebbe avere programmi di cofinanziamento per il recupero dei centri storici) la presenza di possibili agevolazioni. Per quanto riguarda l’abbattimento e la ricostruzione non sempre sono l’azione più conveniente. In termini energetici sicuramente è meglio conservare ed adattare piuttosto che distruggere (pensi solo ai materiali da mandare a discarica e gli effetti negativi connessi). Tra l’altro oggi le tecniche di intervento garantiscono la possibilità di migliorare l’efficienza energetica ed ambientale degli edifici storici conservando al tempo stesso la qualità dell’edificato, qualità che caratterizza il nostro paese e lo rende riconoscibile ed unico nel mondo. Mi sembra che avviare il recupero dell’edificio, evitando costi elevati ma operando con attenzione e con tempo, potrebbe essere una attività di grande prestigio culturale ed ambientale e forse anche un investimento economico.
E’ evidente che queste note non sono basate sulla conoscenza dei luoghi e della situazione al contorno.

Mi chiedo se un’abitazione, sebbene non ferita dal terremoto, verrà dichiarata agibile nonostante mostri evidenti mancanze da un punto di vista di interventi stabiliti della legge antisismica. In altri termini mi chiedo se lo stato permetterà il rientro delle famiglie in abitazioni integre ma che non abbiano, evidentemente, rispettato le regole dettate dal comune in materia antisismica.
Emiliano Albiani

L’agibilità delle costruzioni credo che venga data sullo stato dell’edificio nel momento della verifica; si controllano la presenza di crepe, di distacchi, etc. e quanto queste siano strutturali. Nel momento in cui i sopralluoghi evidenziassero edifici che sono palesemente carenti dal punto di vista sismico immagino che i tecnici evidenzierebbero il rischio. Comunque consideri che se un edificio è rimasto in piedi dopo avere subito un terremoto di tale entità è come se avesse subito un collaudo antisismico: se non presenta danni risulta possedere una struttura capace di sostenere terremoti almeno simili. Infine consideri che normalmente i tecnici che operano tali verifiche anche per evidenti motivi di responsabilità individuali solitamente sono molto attenti.

La mia casa si trova sull’epicentro del terremoto del 6 aprile scorso. Si tratta di una montagna sbancata (tipo terrazzamenti) e la mia casa è sul livello più alto. Ebbene, nonostante sembri che la struttura abbia retto (fuori nulla, dentro crepe sulle tamponature), il terreno su cui si trova sta lentamente cedendo (è un pendio ripido), per questo è costantemente monitorato attraverso sonde dai geologi. Sull’asfalto è visibile una spaccatura, segno della presenza di una fagli. Il quesito che le pongo è questo: come si fa a “mettere in sicurezza”, come mi dicono i vigili, tutta una parte di montagna in maniera stabile e duratura?
M. A.

Se non ho capito male la sua abitazione si trova su di un terreno che già era in movimento. Se così fosse il terremoto può avere peggiorato un processo che trova la sua origine in una incongrua collocazione degli edifici. La crepa può essere la faglia ma può essere un distacco provocato dal fenomeno franoso in atto, peggiorato dalle condizioni climatiche. Se così fosse credo che non avrebbero dovuto consentire la costruzione. In tutti i casi il problema si presenta complesso. Riqualificare la struttura di una casa è già impegnativo ma fermare un processo che interessa una vasta superficie montana, con sopra edifici interessati dal sisma è molto più impegnativo. Mi riesce difficile di poterle dare indicazioni specifiche non conoscendo il luogo ed i fenomeni che lo interessano; è possibile che il consolidamento del versante sia la prima azione da fare ma di questo dovrebbe sentire i tecnici presenti. Per il prossimo futuro il governo ha promesso molti finanziamenti credo che un’azione diretta da parte dei cittadini, e quindi anche Sua, a verificare l’impegno dei fondi ed a indirizzarli verso effettive necessità sia la migliore garanzia per il nostro Paese di una buona

Fonte: La Repubblica

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