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Pompei: i randagi degli scavi trovano famiglia

Friday, January 22nd, 2010

 Ancora due adozioni tra i cani randagi che vivono tra le rovine di Pompei

Ancora due adozioni tra i cani randagi che vivono negli Scavi di Pompei. Prosegue, dunque, con successo il progetto (C)Ave Canem nato su iniziativa del commissario delegato, Marcello Fiori, per affrontare il problema del randagismo nell’area archeologica, coniugando la tutela degli animali con la sicurezza e promuovendo una campagna per l’adozione dei cani, in collaborazione con le associazioni animaliste nazionali Lav, Enpa e Lega Nazionale per la difesa del cane e con il sostegno del ministero del Lavoro. E’ l’attrice Marisa Laurito, da tempo impegnata sul fronte animalista, ad accogliere all’ingresso degli Scavi la famiglia che ha deciso di adottare i due cani, tra quelli censiti e accuditi all’interno dell’area archeologica grazie all’impegno dei volontari. All’incontro partecipano anche i presidenti della Lega Nazionale per la difesa del Cane e dell’Enpa. La prima fase del progetto, partito due mesi fa, ha visto la realizzazione dell’anagrafe dei cani presenti nel sito, i quali sono stati dotati di microchip, collare e medaglietta di riconoscimento. Tutti gli animali sono stati curati, vaccinati e sterilizzati ed hanno trovato rifugio e cibo in aree attrezzate con cucce, allestite all’interno degli scavi.

Fonte: Ansa.it

Cani di Pompei, adozioni senza frontiere

Tuesday, November 17th, 2009

I cani randagi di Pompei, per anni simbolo del degrado e dell’abbandono dell’area archeologica, diventano adottabili in tutto il mondo. Su iniziativa del commissario delegato Marcello Fiori è partito il progetto (C)Ave Canem, destinato a risolvere definitivamente uno problema più antichi degli scavi, coniugando la tutela degli animali con la sicurezza pubblica con la promozione di una campagna per l’adozione dei cani, in collaborazione con le associazioni animaliste Lav, Enpa e Lega Nazionale per la difesa del cane e con il sostegno del Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali.

«INIZIATIVA DI LEGALITA’» - «Una iniziativa di legalità e di civiltà - ha detto Fiori presentando il progetto nella casa del Poeta Tragico, quella del famoso mosaico del cane alla catena e della scritta ‘cave canem’ -. Il randagismo aveva dato di Pompei una immagine pessima, i cani non devono essere eliminati ma curati, non restare negli scavi per sempre. Il nostro obiettivo è infatti far trovare loro una famiglia».

ANAGRAFE CANINA - La prima fase del progetto è già partita con l’anagrafe canina: gli animali sono stati dotati di microchip, collare e medaglietta di riconoscimento ed eventualmente curati e poi sterilizzati. Già allestite aree con cucce e cibo a cura dei volontari. Meleagro, Odone, Plautus, Vesonius, Polibia, Menade, Licinio, Eumachia, Caio sono alcuni dei nomi scherzosamente scelti in base alle aree o al personaggio storico proprietario della domus nel cui territorio il cane ama maggiormente girovagare.

ADOZIONI SENZA FRONTIERE - I cani saranno adottabili in tutto il mondo grazie al sito www.canidipompei.com. Con la soprintendente, Mariarosaria Salvatore, hanno partecipato il sottosegretario ai Beni e alle Attività Culturali Francesco Giro («Una azione contro il randagismo - ha detto - che attendevamo da anni, anche questo conferma che il commissariamento di quest’area era un atto dovuto»), Gianluca Felicetti, presidente LAV, Carla Rocchi, presidente Enpa, Laura Porcasi Rossi, presidente Lega nazionale difesa del cane.

Brera soffoca. Pompei si sbriciola: spariscono 10 centimetri al giorno

Thursday, June 18th, 2009

L’allarme di Mario Resca e Andrea Carandini: decenni
di trascuratezza, visitatori in calo. Tra gli scavi i briganti

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Corroso da decenni d’indif­ferenza politica, avvinghia­to dall’edera della burocra­zia, come una venerabile ruina il ministero dei Beni culturali «muore un po’ ogni giorno». L’ar­cheologo è mestiere che ha a che fa­re con le civiltà scomparse, e dun­que l’allarme lanciato ieri dal presi­dente del Consiglio superiore dei Beni culturali, Andrea Carandini, è di quelli da tenere in conto: «Dagli anni Ottanta calano i finanziamenti al ministero, gli introiti sono la me­tà delle necessità. Senza nuove as­sunzioni tra sette anni gli uffici sa­ranno chiusi. In compenso ci sono un miliardo e 200 milioni di euro non spesi». Attenzione: «Il ministe­ro dei Beni culturali rischia di esse­re come la milza: un organo del qua­le qualcuno un giorno potrebbe ve­nirci a dire che se ne può fare an­che a meno».

 

 

 

 

  Il manager, invece, è un mestiere che ha a che fare con i conti. E Ma­rio Resca, appena nominato diretto­re generale per la valorizzazione dei Beni culturali (ma bisogna dargli ri­sorse e sostegno) fa due conti: «Nel 2008 il numero di visitatori dei no­stri musei è sceso del 3,8% e il pri­mo semestre di quest’anno è ancor più in calo. Gli stranieri vengono di meno. Gli Uffizi sono precipitati al 23˚posto dei musei più visitati del mondo. Abbiamo 4 mila musei, 2.500 siti archeologici e una sola possibilità per salvarli: valorizzarli per tutelarli. Perché ho timore, anzi­tutto, per l’attuale tutela. Ma prima della mia nomina sono state raccol­te 7 mila firme contro di me». La coppia dei due maggiori re­sponsabili dei Beni culturali, ieri a Milano su invito degli Amici di Bre­ra per celebrare il secolo dalla pri­ma grande legge sulla tutela in Ita­lia (legge Rosadi del giugno 1909, ne hanno parlato anche Aldo Basset­ti, Giulio Volpe e Fabrizio Lemme al­la Biblioteca nazionale Braidense di Milano), sono pronti a combattere «anche contro i tombaroli»; ma so­no partiti con esemplare onestà dal rilievo di un «foro» in rovina: quel­lo dei Beni culturali del Belpaese.

«Viaggio in incognito nei nostri musei - racconta Resca -: i custo­di sono avanti negli anni e non valo­rizzati, non ci sono sistemi tecnolo­gici di tutela, il Colosseo chiude alle 16, il ricavato dei biglietti e delle caf­fetterie va all’erario e non al museo, non c’è la defiscalizzazione per chi investe, gli allestimenti sono puniti­vi, non c’è nemmeno il posto per se­dersi ». E poi, come nelle cronache locali del Settecento, «a Pompei ci sono ancora forme direi di ‘brigan­taggio’: c’è chi vende e rivende l’ac­compagnamento di gruppi di visita­tori». Pompei è uno dei due malati fuo­ri controllo (l’altro è Brera)… Eppu­re, «si imparerebbe meglio la storia romana con poche gite a Pompei re­staurata - scriveva Chateaubriand nel suo Viaggio in Italia - che con la lettura di tutte le opere antiche». Invece «ogni giorno 10 centimetri di Pompei vanno in polvere - ag­giunge Carandini -; fra trent’anni sarà scomparsa. Bisognerebbe al­meno documentarla. Ma in Italia nessuno si è mai preoccupato di re­alizzare né musei paesistici né mu­sei di città: non c’è un museo di Mi­lano, Firenze o Roma. Non c’è tute­la del paesaggio; alcuni castelli sem­brano un Tiziano in un parcheggio. Spero che il codice dei Beni cultura­li per il paesaggio possa essere vara­to per dicembre (la presidente del Fai, Giulia Maria Crespi, lo attende­va dal ministro per giugno, ndr), ma il problema è raccordarsi con le Regioni. Anche il problema di Bre­ra entro dicembre va risolto: si deve partire con il risanamento».

«A Brera - gli fa eco Resca - l’allestimento è inadeguato, non è narrativo, emozionale: il ‘Cristo morto’ di Mantegna è messo tra al­tre opere; bisogna aumentare i visi­tatori e si può fare dando vita a una fondazione pubblica e privata che gestisca il complesso senza esauto­rare la sovrintendenza». Del resto la stessa sovrintendente di Brera, Sandrina Bandera, ha scritto una let­tera di denuncia e disponibilità su questo: «Bisogna propendere per l’ampliamento della Pinacoteca di Brera, l’attuale allestimento non è convincente specie per la pittura ve­neta e per il ’900. Erano state pro­messe delle collezioni private a Bre­ra ma non arriveranno finché la pi­nacoteca non sarà adeguata negli spazi». Carandini-Resca, comunque, co­me una coppia di settecenteschi an­tiquari, stanno scavando nelle canti­ne per tirar fuori le antichità dome­stiche e stanno facendosi strada nel labirinto delle burocrazie e delle inefficienze di una pubblica ammi­nistrazione forse non ancora scossa dal metodo Brunetta. «È bastata una nuova comunicazione per au­mentare le presenze nella settima­na dei Beni culturali del 70%; abbia­mo portato una sola opera, per giunta poco nota, come il trittico di Beffi alla National Gallery di Washington, per sensibilizzare sul terremoto in Abruzzo, e l’hanno col­locata dove negli anni Sessanta fu posta la ‘Gioconda’», racconta Re­sca.

Le restituzioni delle nostre ope­re? «Le nostre opere all’estero fan­no promozione per il nostro Pae­se ».«Al Consiglio ci siamo dati uno statuto e siamo riusciti a far reintegrare nel Piano Casa la possi­bilità per i soprintendenti di porre il vincolo sui beni che si vogliono tutelare», aggiunge Carandini. «Io sono favorevole alla direzione del­la valorizzazione. Dobbiamo supe­rare il concetto di una tutela bor­ghese e arrivare a una tutela di si­stema: l’articolo 9 della Costituzio­ne non incarica lo Stato della tute­la, ma la Repubblica, quindi tutti insieme». Si deve combattere in prima persona, in ogni deposito, centro storico, museo, anche se i nostri sovrintendenti sono tra i meno pa­gati del mondo. L’Italia è, nel mon­do globale, il territorio della me­moria: da noi le prime leggi di tu­tela risalgono al Codice di Giusti­niano del 554, che alla conserva­zione dei «pubblici edifici» riser­vava la terza parte dei pubblici pro­venti.

Fonte: Corriere della Sera

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