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Po: bloccato l’inquinamento da petrolio, ma scatta l’allarme per gli «sciacalli»

Tuesday, March 2nd, 2010

L’inquinamento del Po causato dallo sversamento di centinaia di tonnellate di idrocarburi scaricate nel Lambro a causa del sabotaggio della Lombarda Petroli, uno dei suoi affluenti, è stato quasi totalmente fermato. Al momento nel Po «non ci sono tracce preoccupanti di idrocarburi». Ad assicurarlo è la Guardia costiera a conclusione dell’attività di monitoraggio sul fiume compiuta dal velivolo della Guardia costiera ATR 42 «Manta». «Ciò nonostante - spiega una nota - permane lo stato d’allerta dei mezzi navali della Guardia costiera dislocati alla foce del fiume, un pattugliatore e due motovedette, attrezzati con mezzi antinquinamento, pronti ad intervenire».
Una notizia confermata anche dalle analisi della Protezione civile. I riscontri incrociati delle analisi di sei Arpa provinciali appartenenti a tre regioni diverse «non hanno evidenziato lungo il Po valori da inquinamento di idrocarburi a valle dell’Isola Serafini a Piacenza e della barriera di Polesella». Lo ha reso noto il direttore della sezione Rischi Nazionali della Protezione civile, Nicola Dell’Acqua, al termine della riunione dell’Unità di Crisi, di cui è coordinatore. Pressoché la totalità della parte solida dell’ondata di idrocarburi transitata dal Lambro al Po è stata quindi effettivamente fermata dallo sbarramento di isola Serafini nel Piacentino.

IN AZIONE GLI SCIACALLI - Ma se l’allarme idrocarburi sembra rientrato vi sono ancora problemi per alcuni comuni vicini al fiume come Porto Tolle e Adria dove i sindaci hanno vietato l’utilizzo dell’acqua del rubinetto per scopi potabili e alimentari a causa di un inquinamento da 1.2 dicloroetano. Approfittando del velo oleoso provocato dagli idrocarburi che non permetteva di far vedere immediatamente l’ingresso in acqua delle sostanze inquinanti infatti alcuni criminali hanno provveduto a versare nel Po l’1,2 dicloroetano. Quest’ultimo conosciuto anche come cloruro di etilene è un composto cancerogeno, molto infiammabile, nocivo ed irritante per le vie respiratorie. Il suo principale utilizzo è come intermedio nella sintesi del cloruro di vinile , a sua volta precursore del Pvc (il polivinilcloruro, che è una delle materie plastiche di maggior consumo al mondo), ma è anche usato come agente sgrassante e diluente per vernici. «Il danno alle popolazioni deltizie, alle attività produttive e alla natura rischia così di essere veramente grave e inaccettabile – ha dichiarato Stefano Leoni, Presidente del WWF Italia – Chiediamo che tutte le istituzioni preposte sul territorio e in particolare Regioni e Province, avviino controlli urgenti su tutte le possibili situazioni a ‘rischio scarico’ lungo il Lambro, il Po e i suoi principali rami».

GALAN - Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente della Regione Veneto Giancarlo Galan: «Stiano tranquilli che saranno scoperti coloro che hanno approfittato dell’emergenza idrocarburi nel Po per liberarsi di altre sostanze inquinanti» Il governatore del Veneto non ha dubbi sulle cause del nuovo allarme inquinamento affiorato sul Po polesano: «i dicloroetani non c’entrano con gli idrocarburi - sottolinea Galan - è evidente che qualche sciacallo ne ha approfittato. Ma fin dal primo momento di questa emergenza la Protezione Civile ha attivato voli per acquisire foto aeree e consentire analisi agli infrarossi. Sarà quindi possibile risalire ai punti di immissione in Po dei dicloroetani e ricercare i responsabili, che saranno senz’atro trovati».

L’onda nera del petrolio minaccia la fauna del Po

Saturday, February 27th, 2010
 
   
Il petrolio riversato nel fiume Lambro tra non molto invaderà il Delta del Po: una delle zone umide più importanti d’Italia e d’Europa, un ecosistema che «in questo momento è estremamente vulnerabile anche a causa del livello delle acque del fiume, che permette una connessione diretta con molti rami laterali e con le aree di maggiore interesse naturalistico».A lanciare l’allarme è il Wwf, preoccupato per il destino delle migliaia e migliaia di uccelli che svernano nel Delta. In questa stagione, continua il Wwf, «nelle zone umide deltizie vi sono migliaia di uccelli alla vigilia della cova e della stagione di riproduzione: anatre (germani reali, morette, moriglioni, mestoloni, alzavole), aironi (aironi cenerini, aironi bianchi maggiori, garzette, aironi guardabuoi), limicoli (avocette, pantane, piro piro). Inoltre quest’area è fondamentale per la presenza di molte specie di pesci che si riproducono, transitano o trovano qui rifugio come l’anguilla, la cheppia, la savetta, il muggine calamita, o, nelle zone umide tra i canneti, come il luccio e la tinca. Non vanno poi dimenticati anfibi e rettili come ad esempio la testuggine palustre».«Il Wwf si augura quindi che vengano adottate tutte le misure necessarie ed utili a scongiurare che l’ondata di petrolio arrivi al Delta del Po - dichiara Stefano Leoni, presidente del Wwf Italia - se ciò non avvenisse gli effetti su golene, canneti di foce, lagune e tratti costieri, potrebbero essere devastanti. A pagarne un prezzo altissimo non sarebbe solo uno degli ecosistemi più ricchi del nostro Paese, ma anche le attività che sostengono economicamente questo territorio come la pesca e il turismo».Il Wwf chiede, inoltre, che nel caso la macchia arrivi a Mantova e la superi, «si coinvolgano urgentemente anche i Parchi regionali del Delta del Po veneto ed emiliano, per precludere l’accesso alle golene e ai rami deltizi caratterizzati da una più elevata biodiversità.In questo modo si potrebbero ridurre i danni e cercare di concentrare le azioni di recupero e successiva bonifica solo in alcuni punti, garantendo aree incontaminate che potrebbero essere utilizzate come rifugio per gli uccelli attualmente presenti nelle aree direttamente interessate dall’onda nera».

Infine, prosegue Leoni, «sono pronti e disponibili da subito i Centri di recupero per la fauna selvatica Wwf (con relativi volontari e istituzioni che vi collaborano) in particolare quelli situati nelle province di Rovigo e Ferrara, che hanno tutti i mezzi necessari per soccorrere uccelli acquatici investiti dagli idrocarburi».

«Affrontata con decisione e sperabilmente risolta al più presto questa emergenza - conclude Leoni - gli amministratori pubblici e tutti gli organi di controllo e prevenzione dovranno compiere un’impietosa analisi di quanto successo: della mancata prevenzione, di un sistema di controlli che, nonostante la delicatezza dell’area interessata, non ha funzionato a dovere; di un sistema di allerta e pronto intervento trovatosi non equipaggiato a dovere per affrontare una simile urgenza».

E intanto si iniziano a prendere i primi provvedimenti per gli animali contaminati. La Lipu di Reggio Emilia ha messo a punto un kit di pulizia e pronto soccorso per volatili, composti da una pastiglia di carbone attivo da somministrare subito agli animali per far loro smaltire la tossicità degli idrocarburi, una confezione di olio di vasellina per pulire le zone glabre come zampe, becco, occhi e orecchie, garze e un paio di guanti di lattice. I kit sono in distribuzione agli operatori che lavorando sul fiume.

La Lega Italiana Protezione Uccelli lancia anche un appello a chiunque si dovesse imbattere in un volatile contaminato, queste le operazioni da effettuare subito «tenere l’animale al caldo, almeno a 40 gradi, generando calore anche con il riscaldamento della auto, pulire subito occhi, orecchie, zampe e becco e contattare uno dei centri delle associazioni animaliste» e, ovviamente, soccorrerlo tempestivamente dato che «i rischi per la salute sono ancora più gravi se non si interviene velocemente, l’imbrattamento può provocare oltre alla ipotermia ed alla incapacità a galleggiare, anche l’avvelenamento».

 

Fonte: La Zampa.it

Lambro, l’onda nera è arrivata al Po

Thursday, February 25th, 2010

La marea di olio combustibile che ha invaso all’alba di martedì il fiume Lambro è arrivata al Po. E’ allarme a livello nazionale per i dieci milioni di litri di gasolio fuoriusciti all’alba di martedì dai depositi della ex raffineria «Lombarda Petroli» di Villasanta, vicino a Monza. Sull’atto doloso i dubbi degli inquirenti sono minimi. Nei prossimi 5 giorni, parte del materiale inquinante interesserà l’asta del Po nelle province di Piacenza, Parma, Reggio Emilia e Ferrara. L’incessante lavoro dei vigili del fuoco non è stato sufficiente per fermare la sostanza inquinante, che ha passato anche la barriera di galleggianti posta nel territorio di Sant’Angelo Lodigiano: gli sbarramenti non hanno raggiunto il fondo del fiume, perché la forza dell’acqua li ha sollevati. Al lavoro una task force formata dai Pontieri, i Vigili del Fuoco, la Protezione Civile e l’Arpa. È già attivo un tavolo di coordinamento tra i diversi enti interessati alla salute del Po. Il direttore regionale della Protezione civile dell’Emilia Romagna, Demetrio Egidi, farà un sopralluogo in elicottero per valutare dall’alto la situazione e decidere quali interventi adottare. Sono in corso analisi chimico-fisiche da parte di Arpa e la realizzazione di tre sbarramenti in provincia di Piacenza per il contenimento e il parziale recupero del materiale inquinante. «Il passaggio della massa di olio combustibile - fa sapere la Protezione civile - potrà essere segnalato da odore caratteristico di idrocarburi che perdurerà per alcuni giorni e da una colorazione iridescente delle acque superficiali». Durante la notte, alla diga di San Zenone al Lambro (sbarramento realizzato negli anni ‘30 per utilizzare le acque del Lambro nella centrale idroelettrica di Enel Green Power), i tecnici della società hanno lavorato febbrilmente per contribuire a fermare l’onda inquinante. Lo sbarramento si è rivelato determinante per bloccare in parte il defluire degli idrocarburi.

Petrolio nel Lambro
Petrolio nel Lambro   Petrolio nel Lambro   Petrolio nel Lambro   Petrolio nel Lambro   Petrolio nel Lambro   Petrolio nel Lambro   Petrolio nel Lambro

STATO DI CALAMITA’ - La Regione Lombardia chiederà lo stato di calamità per «finanziare gli interventi» sul fiume Lambro: l’ha reso noto l’assessore al Territorio Davide Boni al termine della riunione, in Prefettura a Milano, del Comitato per l’ordine e la sicurezza. «Nel contempo - ha continuato Boni - è necessario individuare i colpevoli di quanto sta accadendo, comportandoci in maniera inflessibile e punendo duramente coloro che hanno determinato questo disastro». L’assessore ha anche reso noto che sarà organizzata una riunione tra gli enti locali interessati. Boni ha voluto rassicurare i cittadini che abitano nelle zone percorse dal fiume sul fatto che «l’acqua in zona è potabile, anche se c’è in effetti cattivo odore». L’assessore ha spiegato che «sono in atto i controlli dell’Arpa e degli enti locali, 24 ore su 24, per i pozzetti della falda acquifera». Il prefetto di Milano, Gian Valerio Lombardi, ha sottolineato il lavoro fatto: «E’ stato attenuato fortemente l’impatto negativo della massa oleosa. È in atto un’azione di contenimento molto importante».

«ATTO CRIMINALE» - «Siamo davanti ad un atto criminale contro cui dobbiamo ribellarci», è il commento del presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni. «C’è stato qualche criminale - ha aggiunto il governatore - che ha deciso di intervenire in maniera dolosa e vigliacca, mettendo a repentaglio un patrimonio che è di tutti. Ci deve essere una ribellione contro questi atti criminali, vanno individuati i responsabili e assicurati alla giustizia, e la giustizia contro costoro deve essere particolarmente rigorosa». «Di fronte a questo atto criminale - ha concluso - le istituzioni e la Regione in primis hanno reagito facendo tutto quello che si doveva fare. I nostri tecnici sono impegnati fin dal primo momento. Siamo davanti ad un atto di boicottaggio e di odio, frutto di una mentalità che va stigmatizzata».

ANIMALI A RISCHIO - Il Wwf, annunciando che si costituirà parte civile nel processo, riferisce che è stata colpita anche l’Oasi di Montorfano, «uno degli unici esempi di riqualificazione su 130 km del Lambro». Le prime specie a essere direttamente colpite dal disastro ambientale sono state quelle acquatiche: pesci, anatre selvatiche, le colonie di aironi che proprio in questi giorni hanno iniziato a nidificare sulle sponde del Po. Sono decine gli animali ripescati senza vita. In allerta il centro di recupero animali selvatici Wwf di Vanzago, dove già ieri sono stati portati i primi germani reali interamente coperti di gasolio: verranno curati dai veterinari del centro. Purtroppo, spiegano gli esperti, i danni di questo sversamento si ripercuoteranno su tutta la catena alimentare, con conseguenze che dureranno nel tempo, e si registrano già gravissime conseguenze sul settore agricolo che gravita intorno al sistema fluviale. «Per rimediare a questo disastro ambientale, non basterà bonificare le macchie nere, si dovrà anche ricreare un habitat naturale capace di sostenersi - spiega Stefano Leoni, presidente del Wwf Italia -. Il Lambro è da più parti dato per morto, ma il rilancio dei 130 km del fiume non solo è possibile ma è soprattutto necessario per il benessere di tutto l’ecosistema del Po e delle attività che da esso dipendono».

LE AUTOBOTTI E LO SMALTIMENTO - La Provincia di Milano, dopo il vertice svoltosi martedì pomeriggio a Palazzo Diotti, ha individuato, di concerto con la Prefettura, una serie società e consorzi in grado di aspirare, attraverso pompe idrauliche, le diverse tonnellate di gasolio e olio combustibile per poi caricarle su apposite autobotti. Il Gli oli saranno smaltiti in centri di smaltimento rifiuti autorizzati della Lombardia, ma anche del Piemonte e della Liguria. Unità della Direzione ambiente, della Polizia provinciale e del Servizio di Protezione civile hanno operato con il massimo impegno per fare fronte al disastro ecologico.

«EMERGENZA NAZIONALE» - Legambiente intanto ha lanciato un appello: «La Regione Lombardia chieda al Governo la dichiarazione di stato di emergenza ambientale nazionale». Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale, e Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia, commentano: «Siamo di fronte a un disastro ambientale vero e proprio, il problema non riguarda solo il fiume Lambro ma tutta l’asta del Po fino al delta. Per arginare i danni che può causare la macchia d’olio, urge un coordinamento nazionale degli interventi delle Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna». Rosalba Giugni, presidente dell’associazione Marevivo, aggiunge che gli oli inquinanti, passando dal Po all’Adriatico, causeranno gravi danni all’ecosistema marino, mettendo in pericolo circa 10mila specie marine tra fauna e vegetali.

Fonte: Corriere della Sera

Così rinasce la foresta sul grande fiume Po

Wednesday, January 20th, 2010

Nel Mantovano mille ettari di nuovi alberi destinati a rinverdire un territorio fortemente compromesso, schiacciato tra speculazioni e veleni. Il piano della provincia per salvare questo “luogo dell’anima”dal nostro inviato PAOLO RUMIZ

 

MANTOVA - Salici, olmi, frassini, querce. Mille ettari di alberi nuovi per il Po, vincolati a bosco perenne. Mille ettari, tra Borgoforte e Ostiglia, in soccorso al vecchio fiume saccheggiato dagli uomini. Da lontano sembrano la peluria sulla testa di un neonato; li vedi bene sulla sommità di un’isola chiamata Rodi, un “balenone” di sabbia e limo color argento, alto sui fianchi piallati dalla corrente. È l’isola-laboratorio, uno spazio franco di cinquanta ettari che in autunno si copre di migratori ed è protetto sulle sponde da una boscaglia di salici ingrigiti dal fango e dai detriti d’alluvione.

Ed è solo una minima parte del piano di ripristino avviato in provincia di Mantova, l’unica di tutto il Nord a governare sulle due sponde, per giunta nel punto più vulnerabile del fiume. Qui, al centro perfetto della pignatta padana, un bacino da venti milioni di abitanti.

C’è solo il guado per arrivarci, e la jeep pattina, affonda nella plastilina, si mette di trequarti, fatica a mordere qualcosa di solido poi esce dalla mota e guadagna la dorsale. Lassù par di navigare, è come il ponte di un battello del Mississippì. Da vicino, i nuovi nati sono fusti esili, schierati per plotoni irregolari. Non è roba che vien su da sola, l’impianto è ancora un asilo-nido. Marco Goldoni, un entusiasta che dirige i lavori del Consorzio forestale padano di Casalmaggiore, mostra con orgoglio la sua nursery. Schierate su file irregolari, le creature son protette alla base da un cilindretto di plastica e da una stuoia di fibra di cocco che evita gli choc termici e l’aggressione delle erbacce. Un tubicino interrato garantisce un’alimentazione a goccia, di tipo israeliano. “Tra cinque anni toglieremo tutto, e lasceremo che il bosco si ricrei da solo”.

“E’ arrivato il tempo di restituire il maltolto  -  dice l’assessore provinciale all’ambiente Giorgio Rebuschi, nella mota fino alle caviglie  -  siamo la terra con meno foreste della Lombardia e ora siamo obbligati a lavorare sul benessere verde”. I nuovi alberi abbatteranno di mille tonnellate l’anno le emissioni di CO2, e per questa performance l’uomo del Pd ha appena avuto dal sindaco Pdl di Roma, Gianni Alemanno, il premio “Un bosco per Kyoto”. Quella di Mantova sarà anche l’unica “macchia rossa” della regione più azzurra d’Italia, ma è il verde che ne fa la differenza. Sul tema della protezione ambientale è forse quella che, paradossalmente, prende più sul serio i progetti della Lombardia formigoniana.

Il maltolto, si diceva. Un’enormità: seimila ettari. Tanto hanno rubato al fiume nel solo tratto tra Emilia e Lombardia, per metter su pioppeti industriali, piantagioni di mais, cemento, dragaggi abusivi di sabbia. Maurizio Fontanili è il presidente della provincia più “umida” d’Italia e gli tocca vivere col fucile in mano per impedire altri scempi. “In 50 anni hanno asportato 500 milioni di metri cubi di roba, con danni terribili, ma ora basta. Abbiamo messo le mani su una trentina di cavatori e la giustizia s’è messa in moto”. La rapina ha abbassato il letto di quattro metri e ha messo a nudo il basamento dei piloni sotto i ponti. Sugli argini i salici non pescano più in acqua con le radici e alla fine “muoiono in piedi”, dice Fontanili, mostrando i neri scheletri emergenti dalla boscaglia delle scarpate.

E’ guerra al coltello contro l’estrema predazione; e ai ladri  -  ovviamente  -  il piano verde della Lombardia non piace affatto. I cartelli che indicano le oasi sono stati oggetto di atti di teppismo, e sulla stampa locale filtrano lettere di accusa dove si parla di sperpero di soldi pubblici (nonostante siano in gioco fondi europei) e sottrazione di “diritti acquisiti” ai danni dei privati. In politica è un putiferio. Uno pensa che la Lega, con la storia del “Dio Po”, sia d’accordo con la riforestazione, e invece no. A tuonare contro è l’onorevole deputato Gianni Fava, capogruppo dei “lumbard” in Provincia e nel Comune di Sabbioneta, oltre che ben remunerato consigliere d’amministrazione di una decina di società di smaltimenti rifiuti. “Uno con più sedie che culi”, dicono al bar di Sustinente i padani veri, che non hanno peli sulla lingua.

Ma che dice Fava? Dice: “E’ uno scempio”. Motivo? Mancano “studi di pre-fattibilità ambientale, indagini geologiche, geotecniche, idrologiche e sismiche”. Avete sentito bene: sismiche. Le foreste crollano, è arcinoto. A nessuno al mondo verrebbe in mente di sottoporre un bosco alla valutazione di impatto ambientale (Via), ma alla Lega lombarda viene in mente eccome. “Roma da Gabibbo” ghigna un abitante dell’argine tra Ostiglia e San Benedetto, e scommette: “In Italia è più facile metter su una centrale termica che un bosco”. C’è da immaginarsi cosa accade se passa il principio di sottoporre a “Via” i rimboschimenti non industriali: la paralisi dell’intero piano di riforestazione della Lombardia, una bazzecola da cento milioni di euro in cinque anni fra l’Emilia-Romagna e le Alpi.

Non è solo una questione di alberi. Il rischio è che il Po stesso scappi di mano, nel punto chiave dove nel 2000  -  grazie alla rottura “tecnica” dell’argine  -  la pianura si salvò da un’alluvione simile a quella del 1951. Da qualche anno, dopo la legge Tremonti sulla “cartolarizzazione” (leggi vendita o svendita) dei beni demaniali, si sono incautamente privatizzati pezzi di golena  -  gli spazi allagabili tra l’argine e il fiume  -  con l’effetto che l’autorità di bacino oggi non ha più autorità assoluta sulla gestione del Po. Ma la natura segue testardamente il suo corso. Nonostante i dissesti idrogeologici, da quattro-cinque anni sono tornate le albanelle reali, piccoli rapaci che l’inquinamento aveva messo in fuga. Nelle campagne la volpe fa tana ovunque, i caprioli sono scesi al fiume e qualcuno l’ha pure attraversato a nuoto. C’è anche qualche nuovo venuto come il gruccione, un bell’uccello azzurro che nidifica sulle scarpate in erosione.

“Sono tornate anche le lucciole, e l’argine si riempie di usignoli” racconta Valeria Formigoni che gestisce un tranquillo “Bed & breakfast” alla confluenza fra il Po e la Secchia. “Questo è un luogo dell’anima”, dice del suo piccolo mondo sotto l’argine, dimenticato dai deliri speculativi. Intorno non c’è più niente di dritto, il rettilineo muore, l’argine disegna fantastiche circonlocuzioni, il piattume è inciso ovunque dagli spostamenti del Dio-Serpente: meandri, scarpate ricurve nel nulla, virgole, parentesi, immensi geroglifici, tracce antiche di un’acqua che non accetta il governo degli uomini. In qualche secolo è cambiato tutto. Il Po correva più a Sud, a Suzzara c’era un fiume di nome Zara che ora è solo un fosso, la Secchia era un pezzo di Po, l’Adda arrivava fino a Pizzighettone e l’Oglio confluiva nel Mincio. Il Po era semplicemente “il fiume”. Anzi, “la fiuma”, come lo chiamano i rivieraschi, visto che l’acqua  -  fino a prova contraria  -  è femmina.

Risaliamo un tratto del fiume verso Governolo, dove papa Leone fermò Attila invasore, e la raffica di colpi del picchio segna l’ingresso in un altro mondo, quello delle golene, ultimo spazio comunitario in un Paese sbranato dagli egoismi. “Grazie” al rischio alluvioni, il Dio Fiume l’ha protetto dalle speculazioni più sfacciate, e anche qui si lavora al ripristino del bosco. Ma è una fatica di Sisifo, perché c’è un’altra guerra da combattere, quella contro i rifiuti. Se lo spazio fosso privo d’alberi, l’immondizia padana passerebbe oltre, invece con le nuove piantine che fanno da ostacolo, l’orrenda verità si mostra. Ecco come l’Italia onora il Dio Fiume: bottiglie di plastica, fustini, frigoriferi, bombole di gas, lavandini. E ancora cucine economiche, scarpe, carcasse di automobili, carogne di animali, il tutto in un marciume di legname. Tutta roba da portar via, con costi enormi sulle spalle “virtuose” di chi rimboschisce.

Il campanile di Borgoforte batte mezzogiorno e il tapis roulant del fiume esce dalle brume con gorghi e smagliature, segni arcani di qualcosa di terribile. “Ora va a 400 metri cubi al secondo, ma nelle piene arriva a tredicimila, non c’è Danubio che tenga”, sorride Umberto Chiarini da Roncarolo, roccioso difensore delle acque padane. E racconta del mito di Fetonte, che volle guidare il carro del Sole e finì per cadere nel Po. “Le ninfe che lo piansero divennero il pioppo e il salice”. Guarda un po’: agli antichi era già chiaro che tra acqua, Sole, terra e alberi il legame era indissolubile. Oggi che il Sole è mangiato dallo smog, la terra dalla speculazione e l’acqua dai veleni, restano solo gli alberi a impedire la fine del mondo.

Rendere il Po navigabile

Tuesday, October 6th, 2009

Rendere il Po di nuovo navigabile tutto l’anno come negli anni Cinquanta e collegare via acqua Milano e Venezia per il trasporto delle merci. È questo il progetto da 2,4 miliardi di euro che il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, cercherà di trasformare in realtà dopo decenni di inutili tentativi, il primo dei quali risale al 1917. «Portare le industrie della Lombardia al mare», come ha sintetizzato oggi il ministro per le Riforme durante una sopralluogo nel comune alle porte di Milano dove dovrebbe sorgere il nuovo porto fluviale, sarà però un’impresa tutt’altro che facile. Serviranno almeno sei anni di lavori e soprattutto un lunghissimo iter autorizzativo che coinvolgerà decine di amministrazioni locali affacciate lungo il Grande fiume, «cuore della Padania».

Il progetto, seguito dall’Agenzia interregionale per il fiume Po (Aipo) e dalla Regione Lombardia in collaborazione con il ministero alle Infrastrutture e ai Trasporti, prevede due grandi opere: da una parte la realizzazione di cinque dighe sul Po che rendano costante il livello dell’acqua durante tutto l’anno (1,5 miliardi di euro), dall’altra l’adattamento del canale delle Muzza (900 milioni di euro) per collegare Truccazzano (Milano) e Pizzighettone (Cremona) e raggiungere così il Grande fiume attraverso il canale navigabile già esistente. Oggi il percorso è stato visitato da Bossi, dal vice ministro alle Infrastrutture e ai Trasporti Roberto Castelli, dal presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni e dall’ex ministro alle Infrastrutture Pietro Lunardi. «Non siamo nemmeno al progetto preliminare - ha precisato Castelli - però stiamo lavorando su questo tema che un grande sogno di Milano da tantissimo tempo e che Umberto Bossi vorrebbe tradurre in realtà».

Un sogno appoggiato, ha garantito Castelli, anche dal ministro Altero Matteoli. «Oggi cominciamo un iter - ha aggiunto l’ex guardasigilli - che sarà relativamente lungo. Quando si va a mettere mano al più grande fiume d’Italia bisogna farlo anche con cognizione di causa. Ho parlato con il governatore del Veneto, Giancarlo Galan, che si è detto assolutamente favorevole a questo progetto. Restano da sciogliere le perplessità legittime dell’Emilia Romagna, anche di natura costituzionale, visto che l’articolo 117 dà grande potere anche alle Regioni. C’è dunque anche un’opera di convincimento delle Regioni, non sarà semplice».

Realizzare un sistema «completo» di navigazione fluviale, ha aggiunto Formigoni, significherebbe un investimento di miliardi di euro e «per ora sarebbe impossibile, ma si può fare per alcuni tratti del Po con alcuni progetti diversificati. Secondo i promotori l’opera potrebbe però finanziarsi da sola attraverso la vendita dell’energia prodotta dalle cinque nuove centrali idroelettriche previste in ciascuna delle nuove dighe. Una volta conclusi i lavori le merci potranno viaggiare su chiatte lunghe fino a un centinaio di metri e larghe al massimo 11,5.

Fonte: La Stampa

Quattro chiuse sul Po. Per navigarlo

Saturday, June 20th, 2009

«Il nostro grande fiume tornerà navigabile. La nostra civiltà è nata sulle rive di quell’acqua e noi non ce ne dimentichiamo». Umberto Bossi lo ripete spesso, nei comizi come nelle lunghe chiacchierate notturne. Il progetto di cui parla è una sorta di macchina del tempo: vuole riportare le condizioni del maggior fiume italiano al 1954.

Per il Carroccio, che al progetto ha dato una spinta decisiva attraverso il viceministro Roberto Castelli e l’assessore lombardo Davide Boni, c’è l’ovvio significato simbolico del recuperare la culla della Padania. Ma in realtà, si tratta di un’opera gigantesca che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe dispiegare i suoi benefici effetti sul paesaggio, sulla qualità delle acque e dell’ambiente e sull’agricoltura. Spiega Castelli: «Il progetto si basa su due pilastri principali. Da una parte, la messa a regime delle acque del Po attraverso quattro sbarramenti dotati di conche di risalita per le navi. Dall’altra, il collegamento di Milano con il fiume attraverso l’adeguamento del canale della Muzza».

In realtà, quello che di solito viene presentato come il futuro porto di Milano dovrebbe sorgere a Truccazzano, una ventina di chilometri a est del capoluogo lombardo. Il primo obiettivo, spiega Castelli, «è quello di rendere navigabile il Po tutto l’anno, visto che oggi per alcuni mesi la cosa è, come minimo, avventurosa. Il che renderebbe, almeno per alcuni tipi di merci, il trasporto su fiume un’alternativa credibile a quello su gomma». Il progetto è infatti dimensionato per rendere possibile la navigazione delle navi di classe quinta: bestioni lunghi fino a 105 metri, larghi fino a 11,5, dal pescaggio di 2,5. Oggi, continua l’ingegnere-ministro, «il drammatico prelievo delle cave di materiali da costruzione ha abbassato il livello del fiume anche di 5 metri rispetto a mezzo secolo fa». Con effetti devastanti anche sull’ambiente: «Per esempio, molto spesso i pesci depositano le uova su banchi di sabbia sommersi. Senonché, nei periodi di magra, le uova si ritrovano all’asciutto e dunque muoiono».

I quattro sbarramenti (ma se ne ipotizza anche un quinto in provincia di Rovigo) dovrebbero sorgere tra Motta Baluffi (Cremona) e Roccabianca (Parma), tra Viadana (Mantova) e Brescello (Parma), tra Borgoforte e Motteggiana (Mantova), tra Sustinente e Quingentole (Mantova), poco più a valle della confluenza del Mincio nel Po. Negli sbarramenti (o «traverse»), di altezza variabile tra gli 1,8 e i 5 metri, c’è anche la chiave del finanziamento dell’opera: la caduta dell’acqua alimenterà quattro impianti idroelettrici (in totale, 930 Gwh all’anno, il 2% dell’energia rinnovabile italiana) in grado di ripagare entro il 2024 il miliardo e 344 milioni necessari alla regimentazione. La formula di realizzazione è il project financing che, secondo lo studio di fattibilità realizzato dall’agenzia interregionale per il fiume Po (Aipo), ne consentirebbe il finanziamento senza alcuna contribuzione pubblica. In ogni caso, «abbiamo già sollecitato il commissario ai Trasporti Antonio Tajani per capire se esiste la possibilità di un finanziamento Ue, soprattutto per il collegamento di Truccazzano. Secondo Castelli, l’iter autorizzativo sarà completato entro il 2012 e i lavori dovrebbero terminare nel 2018.

Il progetto servirà inoltre a innalzare e stabilizzare le falde idriche, anche se ciò potrebbe rappresentare un problema in alcune zone di golena in cui il piano di campagna è particolarmente basso. Secondo Castelli, inoltre, la regolamentazione delle acque sarà utilissima «anche per l’irrigazione nei periodi di siccità». Per l’agricoltura, in primo luogo, ma anche per il raffreddamento delle centrali termoelettriche di Ostiglia e Sermide. Inoltre, la regolamentazione contrasterà la risalita dell’acqua salata nel delta. Castelli è ingegnere e parla da ingegnere.

Per Davide Boni, assessore regionale all’Urbanistica, la maxi è opera «è un sogno che in me coinvolge il cuore più ancora che la testa. Io corro dietro a questo da quando ero presidente della Provincia di Mantova: se ci crediamo, saremo in grado di riportare in vita l’antica civiltà fluviale, per migliaia di anni il cuore vivo di queste regioni». Boni si lancia: «Il 56% del Pil italiano nasce su queste rive, ma soprattutto qui sono nate tutte le spinte al cambiamento: intorno al Po è nato il socialismo italiano, le prime leghe contadine. E poi il fascismo e anche la resistenza. E scusatemi se io ci metto anche la Lega». In realtà, sul progetto è anche possibile nutrire riserve. Per Marco Ponti, ordinario di Politica dei trasporti al Politecnico di Milano, il punto più debole del piano è proprio la sua capacità di rilanciare il Po come via d’acqua per il trasporto merci: «L’utilizzo delle vie d’acqua a questo scopo è in grave crisi anche nei Paesi, come Francia e Germania, in cui c’è un’antica tradizione e infrastrutture ammortate da tempo. Uno dei suoi maggiori nemici, è la cosiddetta “rottura di carico”: il dover cioè disfare i carichi per poi ricostituirli una volta sbarcati».

Il trasporto via fiume «è adatto soltanto a pochi tipi di merci, povere e pesanti, che non hanno problemi di deperibilità e di velocità di consegna. Beni come carbone, mattoni, legname, sabbia, in cui l’economicità del trasporto è cruciale». Inoltre, sul Po «la domanda sarebbe tutta da costruire, o quasi». Marco Ponti sembra scettico anche sul sistema della finanza di progetto: «All’inizio, anche a me era sembrata una nuova leva importante. Ma a oggi, abbiamo visto che non sempre dà i risultati sperati: comprime la concorrenza e spesso si trasforma in una sorta di prestito mascherato dei privati al pubblico. Ma ai politici piace moltissimo perché consente di dire che una certa opera è a costo zero». Molto più possibilista, il professore milanese appare sugli altri aspetti dell’opera, in primo luogo quello ambientale: «In generale, gli ambientalisti non sono entusiasti delle opere di irregimentazione. Ma in questo caso, mi pare che quanto meno si possa sospendere il giudizio in vista di un approfondimento». Insomma, il sogno potrebbe avverarsi. Mentre l’impulso alla riscoperta delle vie d’acqua sembra diffondersi: lo Yachting club di Milano sta promuovendo il recupero della Darsena, il vecchio porto di Milano, a fini diportistici. Ci crede anche Castelli: «E bastano due milioni di euro».

Fonte; Corriere della Sera

Po inquinato, i pesci cambiano sesso

Saturday, May 30th, 2009

Le acque del Po presentano livelli molto elevati di interferenti endocrini che attraverso la catena alimentare, vengono assimilati dai pesci. Questa esposizione si ripercuote sull’apparato riproduttivo e provoca l’intersessualità: un’alterazione che mette a rischio la sopravvivenza della specie”. Lo studio, pubblicato qualche mese fa, è stato presentato da Luigi Viganò dell’Istituto Ricerca sulle Acque del Cnr a ‘Sicura’, Convention sulla Sicurezza Alimentare e Nutrizione che si tiene a Modena. 

“L’alterazione riscontrata più frequentemente - chiarisce Viganò - è la femminilizzazione: ossia esemplari di sesso maschile il cui testicolo subisce una trasformazione ad ovario”. Gli interferenti endocrini (IE), sostanze esogene di origine naturale e sintetica, comprendono oltre ai farmaci, fitoestrogeni ed estrogeni. Vengono utilizzati nella detergenza industriale e nel diserbo in agricoltura, oltre che nella produzione di vernici, plastiche e cosmetici. Gli interferenti sono inoltre presenti nei composti antiaderenti di molti contenitori alimentari, nei ritardanti di fiamma, nei tessuti sintetici e nelle plastiche di computer, televisori e autoveicoli.

 

Il problema non è solo italiano, poichè la presenza di IE si riscontra nelle acque del Po come in quelle del Mississippi; nei fiumi spagnoli come in quelli danesi, tedeschi e olandesi. Recenti studi sull’alterazione del sistema endocrino umano da parte degli IE, hanno dimostrato che l’esposizione è correlata all’insorgere di determinate patologie. “Nel lungo periodo - spiega Alberto Mantovani, direttore del reparto di Tossicologia Alimentare e Veterinaria dell’Istituto Superiore di Sanità - la contaminazione tramite la dieta e il bioaccumulo ha aumentato il rischio di disfunzioni organiche, ghiandolari e addirittura di interi sistemi, quali quello riproduttivo, nervoso ed immunitario”. I principali effetti nocivi di tali sostanze negli esseri umani sono i disturbi neurocomportamentali nei bambini e l’aumento del rischio di infertilità da adulti.

Fonte Agi

Piena del Po, crolla ponte a Piacenza

Friday, May 1st, 2009

La Coldiretti stima in 100 milioni di euro i danni all’agricoltura
L’onda distrugge la Motonautica a Cremona. Allerta in Emilia Romagna

CREMONA - Crolla il ponte sul Po che collega Piacenza a Lodi, sulla sponda lombarda. Un’arcata ha ceduto alla furia della piena del fiume e l’asflato si è piegato verso l’acqua trascinando quattro auto. La strada si è piegata in una sorta di “v”. Le macchine sono scivolate verso il fiume incastrandosi l’una nell’altra. I passeggeri terrorizzati hanno cercato di trovare salvezza arrampicandosi verso la parte più alta del ponte rimasto ancora integro, mentre un automobilista ha atteso l’arrivo dei soccorritori aggrappandosi alla portiera della sua auto. Pochi centimetri sotto i suoi piedi, in un rumore sordo e inquietante, correvano seimila metri cubi al secondo. Neppure i vigili del fuoco sommozzatori hanno potuto scendere in acqua per soccorrere gli automobilisti. Li hanno recuperati usando le autoscale. Quattro sono i feriti, contusioni non serie per tre, l’ultimo - Marco Grandini, 27 anni - è stato ricoverato nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Piacenza ma non corre pericolo di vita.

Temuto il blocco della ferrovia. I blocchi di cemento che si sono staccati dal ponte hanno rischiato di danneggiare anche il collegamento ferroviario che corre parallelo al ponte stradale crollato. Per precauzione, i tecnici delle Ferrovie hanno verificato la stabilità delle strutture che però non hanno subito danni. Il blocco ai treni, paventato subito dopo l’incidente, non è stato quindi applicato.

Il ponte ristrutturato pochi mesi fa.
I lavori di ristrutturazione del ponte erano terminati qualche mese fa. Costruito con l’unità d’Italia, bombardato nel luglio del 1944 e ricostruito, fu inaugurato una seconda volta quattro anni dopo. Recentemente una ditta specializzata ha condotto lavori di manutenzione inziati l’anno scorso e conclusi non molto tempo fa. I tecnici incaricati dal giudice dovranno chiarire se esistono eventuali nessi causali tra i lavori e il cedimento, anche se una nota dell’Anas scioglie ogni dubbio e scrive che il crollo della campata del ponte

“è stato provocato dall’eccezionale ondata di piena del Po”.

Un ponte sostitutivo entro 60 giorni. Per risolvere in tempi brevi l’enorme problema di mobilità nella zona, è al vaglio l’ipotesi della posa di un Ponte Bailey, quello reso celebre dai film sulla seconda guerra mondiale con cui i genieri militari sostituivano i ponti distrutti. Il responsabile della protezione civile dell’Emilia-Romagna, Demetrio Egidi, ha detto che i piloni del ponte crollato sembrano poter essere le basi d’appoggio di un ponte a elementi modulari metallici, così chiamato dal nome dell’ideatore, l’ingegnere britannico Donald Bailey. Se ci fosse l’ok, un ponte del genere potrebbe essere montato in un paio di mesi.

Nella notte il Po in piena aveva distrutto la Motonautica di Piacenza e allagato la Canottieri di Cremona. Gonfio d’acqua prosegue verso la foce lasciando alle spalle danni per 100 milioni di euro nell’agricoltura del basso Piemonte, e disastri nell’Alessandrino sconvolto dall’esondazione del Tanaro.

Danni a Piacenza. Oltre al ponte, a Piacenza il Po ha affondato la sede galleggiante della motonautica e travolto gli otto motoscafi che erano ormeggiati alle banchine. Sono stati i rifiuti che trascina con prepotenza il fiume a danneggiare i galleggianti e a far affondare la sede della motonautica. Sconfortato, un socio dell’associazione racconta: “Da trent’anni quella casetta galleggiante era la nostra sede: c’era il baretto, gli uffici. Aveva resistito a tutte le piene, anche a quella del 2000 che era ben più grave di quella di ’sta notte”.

Allagamenti a Cremona. Danni anche a Cremona. Alle 9.30 il livello del fiume era quattro metri sopra il livello di zero idrometrico. Era cresciuto di quasi due metri dalla mezzanotte. Otto mila metri cubi al secondo d’acqua che si sono abbattutti contro le società canottieri rivierasche ed è stata ancora distruzione. I tronchi d’albero trascinati dal fiume in piena, si sono scagliati contro le barche ormeggiate come arieti. Le società canottieri Bissolati, Dopolavoro Ferroviario, Tamoil e Flora si sono ritrovate circondate dall’acqua come fossero isole. Parcheggi e campi di calcio sono finiti sommersi. Una piena paroganabile a quella del 2002. Il sindaco della città, Gian Carlo Corada, ha diramato un’ordinanza di preallarme e mobilitato decine di volontari.

Allarme in Emilia. Ora tocca a Reggio Emilia stare all’allerta. “Stiamo per attivare lo stato di allarme a Reggio Emilia - spiega il direttore della protezione civile dell’Emilia-Romagna Demetrio Egidi - mentre manteniamo il pre-allarme a Parma e lo estendiamo anche alle province di Modena e Ferrara. Nelle prossime 36 ore - aggiunge il direttore della protezione civile - la piena è prevista a Boretto e abbiamo già squadre pronte per il monitoraggio a Modena, anche se non è lambita particolarmente dal Po, e a Ferrara”.

Calamità per l’agricoltura.
E se l’acqua nel piacentino sta lentamente defluendo e i seimila sfollati hanno potuto rientrare nelle loro case, la Coldiretti stima in 100 milioni di euro i danni provocati dall’alluvione all’agricoltura. Le esondazioni hanno colpito i campi coltivati a grano, mais, ortaggi e foraggere dal Piemonte alla Liguria, dalla Lombardia all’Emilia ma anche in Veneto e, nei giorni scorsi, in Puglia e nel Lazio

Fonte: La Repubblica

MALTEMPO: PO IN PIENA, SORVEGLIATO SPECIALE

Wednesday, April 29th, 2009
L’Agenzia Interregionale per il Po (Aipo) sta “monitorando attentamente la piena del fiume in corso in queste ore, in stretto coordinamento con tutti gli enti preposti alla sicurezza del territorio”. Ne dà notizia la stessa Aipo precisando che l’Ufficio servizio di piena e gli uffici territoriali sono allertati da ieri. Il Po ha superato la scorsa notte il livello di guardia all’ idrometro di Valenza (Alessandria) di circa 50 cm. Il livello raggiunto è 3,90, il livello di guardia 3,50. Alle attuali condizioni meteo, è ipotizzabile che il passaggio della piena comporti via via un superamento del livello di guardia lungo l’asta del grande fiume di circa un metro/un metro e mezzo.  Un eventuale aggiornamento delle previsioni sarà possibile nelle prossime ore, anche in base all’evoluzione delle condizioni meteo.

ALESSANDRIA, EVACUATA POPOLAZIONE
E’ diventata esecutiva ad Alessandria l’ordinanza di evacuazione di alcune zone della città a causa del maltempo. Complessivamente sono coinvolte 6.000 persone. A rischio sono i piani terra dei quartieri Orti, Piscina e altre zone nei pressi del Ponte Cittadella che è stato chiuso al traffico già da ieri. Nel primo pomeriggio, infatti, è prevista l’ondata di piena del Tanaro. La polizia municipale invita con i megafoni ad abbandonare le abitazioni e a raggiungere i punti di raccolta che sono nei pressi dell’ospedale e nei grandi parcheggi dei centri commerciali. Al momento la situazione è tranquilla e sotto controllo. Ad Alessandria il peggio è comunque passato, e il rischio esondazione dovrebbe essere scongiurato.L’onda massima della piena del Tanaro, arrivata in città intorno alle 14,30, si è mantenuta nell’alveo del fiume. Il Ponte della Cittadella ha retto l’urto e il livello dell’acqua si è mantenuto circa 80 centimetri al di sotto della sommità dell’arcata. Il deflusso è ancora sostenuto, ma si ritiene che in quattro-cinque ore l’area potrà essere dichiarata fuori pericolo. I problemi si spostano ora più valle, dove viene monitorato l’innesto del Tanaro con la Bormida, al momento molto difficoltoso. Lo ha riferito all’ANSA l’assessore alla Protezione Civile della Regione Piemonte, Luigi Ricca, che si trova sul posto per seguire da vicino l’evolversi della situazione. In Piemonte intanto si è aperto il dibattito sul dopo-emergenza e in particolare sul futuro del ponte. Già ieri era stato ipotizzato l’abbattimento della struttura, ritenuto però troppo rischioso durante la piena. Al momento il ponte è sottoposto a vincolo, ma Ricca ritiene che si dovrà agire per poterlo abbattere e per ricostruirne poi uno più sicuro. La struttura attuale infatti ha già fatto da tappo al deflusso delle acque in precedenti alluvioni, provocando l’esondazione del Tanaro.

CROLLA PALAZZINA PAVESE, RIPRESE RICERCHE DISPERSO - Si chiama Giuseppe Pessina, l’uomo di 70 anni disperso da ieri sera dopo il crollo di una palazzina in via Recoaro a Broni. Pessina abita nella casa a fianco di quella crollata, per una frana improvvisa. Da quanto si è saputo l’uomo era uscito dalla sua abitazione con la moglie su invito delle forze dell’ordine: anche il suo alloggio, infatti, era stato evacuato in seguito alla frana staccatasi dalla collina. Si teme che Pessina possa essere stato travolto dall’onda di acqua e fango. Nella zona scorre il torrente Rile. Le ricerche dell’uomo scomparso e l’intervento di soccorso erano state sospese verso le 2 di stanotte a causa di un ulteriore smottamento. Le ricerche sono riprese stamattina, nonostante la situazione sia critica in diverse parti dell’Oltrepò Pavese, a causa di allagamenti e frane, ma al momento non ci sono novità.
ASTI: FRANE E ALLAGAMENTI, E’ ANCORA EMERGENZA - Notte in bianco per amministratori pubblici di Asti, Castello d’Annone e Rocchetta Tanaro, nell’ astigiano, per il pericolo alluvione. La situazione è ancora di emergenza con stato di allerta per la protezione civile. Sono circa un centinaio gli interventi dei vigili del fuoco di Asti, Canelli e Nizza Monferrato per frane, allagamenti di scantinati, per alberi e pali dell’Enel caduti sulle strade. La Provincia ha reso noto che sono almeno una decina le strade interrotte per frane e smottamenti. Il corso Alessandria é ancora bloccato tra Asti e Quarto per l’inagibilità del ponte sul torrente Versa. A Castello d’Annone si è lavorato tutta la notte con l’impiego di idrovore per evitare allagamenti al centro abitato. Il livello delle acque del Tanaro continua a crescere ed alle 7 era a 50 centimetri dal livello di guardia. Tutti gli altri fiumi e torrenti dell’Astigiano sono straripati in più punti, ma al momento non ci sono pericoli per le persone.

DISAGI A ROMA, OLTRE CENTO CHIAMATE A VIGILI FUOCO - Ancora pioggia e disagi, soprattutto per la circolazione stradale, questa mattina a Roma. Molti i quartieri, dal centro alle periferie, dove il traffico è stato paralizzato dalle strade allagate. Problemi per gli automobilisti soprattutto sul grande raccordo anulare, in via Ostiense, via Colombo, via Tiburtina, via Nomentana, via Salaria e sulla Pontina. Notte di lavoro per i vigili del fuoco che hanno effettuato oltre cento interventi in quasi tutta la città per rimuovere alberi e rami caduti ieri pomeriggio e durante la notte, ma anche insegne e cartelloni pubblicitari divelti dal vento che ieri si è abbattuto sulla capitale. Alcuni incidenti dovuti alla forte pioggia, sulla tangenziale e in via di San Gregorio, hanno paralizzato il traffico nelle prime ore della mattina. Rallentamenti anche sul Gra nel tratto tra la via Cassia e la via Aurelia. Sempre in nottata i vigili del fuoco e le forze dell’ordine hanno soccorso molte persone in difficoltà a causa della caduta di alberi. Come in via Predoso a Monte Mario dove un grosso pino si è abbattuto su una casa impedendo l’accesso degli inquilini per molte ore. Stesso problema anche in via Ostiense e poi in via Trionfale dove un albero si è letteralmente appoggiato su un muro impedendo il passaggio di pedoni ed auto.

CIAMPINO, UN VOLO DIROTTATO E LIEVI RITARDI - Qualche lieve ritardo nella partenza e arrivo dei voli e un aereo dirottato da Ciampino a Fiumicino. Le cattive condizioni metereologiche, in particolare la forte pioggia e la scarsa visibilità che hanno colpito, in particolare tra le 9.30 e le 10.30, anche l’area circostante lo scalo di Ciampino hanno causato qualche ritardo negli atterraggi e decolli dei velivoli. Un volo in particolare della compagnia Ryanair proveniente da Stoccolma, che doveva atterrare a Ciampino alle 9.55, è stato dirottato sullo scalo di Fiumicino, dove è atterrato circa un’ora dopo.

 
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Fonte: Ansa.it

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