Posts Tagged ‘pesci’

IN MAR LIGURE UNA MEDUSA KILLER DI PESCI

Tuesday, August 4th, 2009

- E’ arrivata anche nel Mediterraneo la medusa killer che fa strage di pesci ma non è un pericolo per l’uomo. A riferirlo Ferdinando Boero del dipartimento di scienze e tecnologie biologiche e ambientali dopo la segnalazione con tanto di servizio fotografico nel mar Ligure, avvenuta nell’ambito della campagna ‘Occhio alla Medusa’, a Marinella di San Terenzio, vicino La Spezia. Si chiama Mnemiopsis leyidi, spiega Boero, ed è “un piccolo essere gelatinoso che somiglia a una medusa ma con i tentacoli collosi e non urticanti”. Introdotto nel Mar Nero nei primi anni ‘80 dalle petroliere Usa, dove e’ presente lungo le coste, con i carichi di acque di zavorra, ha portato “al collasso la pesca del mar Nero svuotandolo dei suoi pesci”.

La piccola ‘medusa’ è, infatti, ghiotta di uova e larve di pesci e preda i piccoli crostacei nello stadio giovanile. Non si pensava, aggiunge Boero, che potesse uscire dalle acque del mar Nero. Ma, da due anni, con una capatina anche nell’Adriatico, si è avventurato nel Mediterraneo: “Due mesi fa è stato avvistato lungo la costa d’Israele, che è il posto più caldo, il che significa che si è acclimatato”. Ora, dopo l’esplorazione nel bacino orientale, “questo è il primo avvistamento nel bacino occidentale: e se è qui, vuol dire che é arrivata dappertutto”. Questo, conclude Boero, è “un segnale di come il Mediterraneo stia cambiando in modo inequivocabile”, ed è per questo che è “stato presentato anche un progetto al ministero dell’Ambiente per conoscere il fenomeno e pensare poi eventualmente a delle misure”.

Fonte: Ansa.it

Po inquinato, i pesci cambiano sesso

Saturday, May 30th, 2009

Le acque del Po presentano livelli molto elevati di interferenti endocrini che attraverso la catena alimentare, vengono assimilati dai pesci. Questa esposizione si ripercuote sull’apparato riproduttivo e provoca l’intersessualità: un’alterazione che mette a rischio la sopravvivenza della specie”. Lo studio, pubblicato qualche mese fa, è stato presentato da Luigi Viganò dell’Istituto Ricerca sulle Acque del Cnr a ‘Sicura’, Convention sulla Sicurezza Alimentare e Nutrizione che si tiene a Modena. 

“L’alterazione riscontrata più frequentemente - chiarisce Viganò - è la femminilizzazione: ossia esemplari di sesso maschile il cui testicolo subisce una trasformazione ad ovario”. Gli interferenti endocrini (IE), sostanze esogene di origine naturale e sintetica, comprendono oltre ai farmaci, fitoestrogeni ed estrogeni. Vengono utilizzati nella detergenza industriale e nel diserbo in agricoltura, oltre che nella produzione di vernici, plastiche e cosmetici. Gli interferenti sono inoltre presenti nei composti antiaderenti di molti contenitori alimentari, nei ritardanti di fiamma, nei tessuti sintetici e nelle plastiche di computer, televisori e autoveicoli.

 

Il problema non è solo italiano, poichè la presenza di IE si riscontra nelle acque del Po come in quelle del Mississippi; nei fiumi spagnoli come in quelli danesi, tedeschi e olandesi. Recenti studi sull’alterazione del sistema endocrino umano da parte degli IE, hanno dimostrato che l’esposizione è correlata all’insorgere di determinate patologie. “Nel lungo periodo - spiega Alberto Mantovani, direttore del reparto di Tossicologia Alimentare e Veterinaria dell’Istituto Superiore di Sanità - la contaminazione tramite la dieta e il bioaccumulo ha aumentato il rischio di disfunzioni organiche, ghiandolari e addirittura di interi sistemi, quali quello riproduttivo, nervoso ed immunitario”. I principali effetti nocivi di tali sostanze negli esseri umani sono i disturbi neurocomportamentali nei bambini e l’aumento del rischio di infertilità da adulti.

Fonte Agi

Mediterraneo, mare di spreco si butta via un pesce su tre

Wednesday, April 22nd, 2009

Sempre più raro, sempre più pregiato, sempre più sprecato. E’ il pesce del Mediterraneo, un mare che per millenni ha fatto da mensa generosa ai popoli che si sono succeduti sulle sue rive e che oggi appare in affanno, soffocato dal cemento, dall’inquinamento, dalle specie invasive che il cambiamento climatico trascina con sé. Il paradosso è che a questi nemici, difficili da combattere, si aggiunge un atto gratuito di puro autolesionismo: non solo si pesca troppo ma un terzo delle prede che finiscono nella rete viene ucciso per nulla, preso e ributtato in mare. Non perché non sia buono ma semplicemente perché la sua commercializzazione è giudicata non conveniente. In un mondo in cui il pesce è sempre più prezioso (secondo la Fao a livello globale gli stock ittici a rischio sono passati in 30 anni dal 50 al 75 per cento) gettar via appare più conveniente che usare. Possibile?

“Purtroppo è più che possibile: è vero ed è un problema particolarmente acuto nel Mediterraneo perché la pesca è meno mirata”, risponde Angelo Cau, docente di biologia marina all’università di Cagliari. “Ecco i dati che darò a SlowFish, il salone del pesce organizzato dallo Slow Food. Pescando a 400 metri di profondità si butta in mare il 60 per cento del pescato. Pescando a 200 metri di profondità si può arrivare a buttare in mare anche più del 90 per cento del pescato. In media si spreca un terzo di tutto ciò che finisce nelle reti e 4 specie su 10 non vengono commercializzate pur avendo le carte in regole per essere vendute”.

I motivi dello spreco sono vari ma i principali restano due. Il primo è che le navi che puntano ai crostacei e ai pesci più cari non vogliono perdere spazio per trasportare un prodotto che rende meno. Il secondo è di tipo culturale: le ricette della tradizione sono state dimenticate e con loro l’uso sapiente dei pesci che popolano i nostri mari. Al loro posto spunta una rosa molto ristretta di specie e, visto che scarseggiano, sempre più spesso al posto dei pesci autentici si trovano dei sosia, oriundi camuffati: il pangasio al posto del merluzzo, il pesce serra al posto delle spigole, il pesce ghiaccio al posto del bianchetto, la verdesca al posto del pecespada, l’halibut atlantico al posto delle sogliole. Nel 17 per cento dei casi infatti l’etichettatura obbligatoria è assente, nel 38 per cento dei casi è incompleta.


“Sulla diagnosi siamo d’accordo, il punto è trovare una terapia che funzioni”, osserva Ettore Ianì, presidente di Legapesca. “I nostri pescatori il pesce lo porterebbero volentieri a terra, ma se poi nessuno lo compra? Quello che serve è una grande campagna di educazione al gusto e alla salute che parta dalle scuole. Il modello da replicare lo abbiamo sperimentato con successo: la promozione delle alici. Fino a qualche anno fa erano considerate una cenerentola della cucina, oggi fanno parte dei manicaretti da servire anche nei pranzi di gala. Dobbiamo ripetere l’operazione con gli altri pesci dimenticati”.

Fonte: La Repubblica

Cavalli, asini, bovini, suini, uccelli e pesci vittime della vivisezione

Friday, November 14th, 2008

La Lav lancia una nuova denuncia contro la vivisezione: sempre più cavalli, asini, bovini, suini, uccelli e pesci finiscono la loro vita in un laboratorio.
La denuncia nasce sulla base dei dati relativi al numero di animali utilizzati in Italia per fini scientifici e sperimentali nel triennio 2004-2006, pubblicati (GU n. 243 del 16-10-2008) con un cronico ritardo di nove mesi dal Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali, ai sensi del decreto legislativo 116/92 (Protezione degli animali utilizzati a fini sperimentali o ad altri fini scientifici).

Rispetto al triennio 2001-2003, in Italia è sensibilmente aumentato l’utilizzo a fini sperimentali di cavalli e asini (221 nel triennio 2004-2006 contro i 90 nel 2001-2003), suini (8.097 nel 2004-2006 contro i 6.840 nel 2001-2003) e bovini (2.795 nel 2004-2006 contro i 1.584 nel 2001-2003); si aggiunge un forte incremento del ricorso ad uccelli (90.493 nel 2004-2006 contro gli 85.651 nel 2001-2003) e pesci (45.418 nel 2004-2006 contro i 7.979 nel 2001-2003).
Le specie più rappresentate continuano ad essere topi (1.664.294 nel triennio 2004-006) e ratti (820.143), seguono altri roditori (7.100) e conigli (32.314): animali largamente impiegati a causa del loro basso costo e perché facilmente maneggiabili, piuttosto che per ragioni strettamente scientifiche.

Sono disponibili, perché validati, un sempre maggior numero di metodi di ricerca che non si avvalgono di animali: ciò nonostante i numeri legati alla sperimentazione risultano perfino in aumento, come mostrano le statistiche delle poche nazioni che hanno reso pubblici i dati relativi all’uso di animali nella sperimentazione (Italia, Inghilterra, Svizzera).

La maggior parte dell’impiego di animali riguarda studi biologici di base, ricerca e sviluppo di prodotti e apparecchi per medicina umana e veterinaria, che coinvolgono più del 73% degli animali; seguono le indagini tossicologiche, che comprendono ancora un alto numero di cani e primati e controlli di qualità per prodotti e apparecchi.

I dati deludenti e allarmanti, diventano ulteriormente critici tenendo conto che anche le autorizzazioni relative alle sperimentazioni in deroga – ovvero che prevedono l’impiego di cani, gatti e primati non umani, o l’utilizzo di qualsiasi specie animale a fini didattici o il non ricorso ad anestesia (art.8 e 9 del D.lgs. 116/92) - sono aumentate da una media di 128 per il biennio 2004-2005 a 141 per il 2006-2007, riflettendo un trend negativo che vincola la ricerca biomedica italiana in un sistema antiquato e superato.

Poche le note positive tra cui la mancanza di esperimenti che coinvolgono animali per prove tossicologiche per sostanze cosmetiche, dato intuibile vista l’imminente entrata in vigore del bando dell’Unione Europea per i test animali sui cosmetici (D.lgs 2003/15) e la riduzione del numero di animali per l’istruzione e la formazione, dovuto anche alla legge che in questo caso è particolarmente restrittiva, autorizzando il ricorso ad animali vivi solo in caso di inderogabile necessità; in questa particolare area di applicazione della sperimentazione animale esistono moltissimi supporti didattici che si avvalgono di metodi alternativi, dimostratisi più formativi, economici ed etici; evidenziando come non esista, nei fatti, alcuna necessità al ricorso di animali.

Da pochi giorni la Commissione UE ha presentato l’attesa proposta di revisione della direttiva europea 86/609 che regolamenta la sperimentazione animale: questo è un momento cruciale che potrebbe segnare, in pochi anni, un profondo cambiamento nello scenario nazionale e internazionale nella ricerca scientifica grazie al riconoscimento del valore della vita animale, umana compresa. La comunità scientifica guarda con sempre maggiore diffidenza alla sperimentazione animale, la Federazione Europea delle industrie farmaceutiche è impegnata nella messa a punto di ricerche senza animali, la Commissione UE ha annunciato il “risparmio” di ben 200.000 conigli per i test sui pirogeni; i cittadini europei sono sensibili al tema, inoltre la ricerca nell’ambito di metodi di indagine avanzati e non cruenti sta avanzando rapidamente, rendendo l’uso degli animali una pratica sempre più obsoleta e ingiustificabile. Ma buoni propositi e nuove ricerche si devono tradurre in atti concreti.

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