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Aiuto, mi è scappata la canola Se l’ogm si riproduce in natura

Wednesday, August 11th, 2010

Per la prima volta una pianta geneticamente modificata è stata osservata allo stato selvatico. Accade in North Dakota. Gli scienziati temono che possano minacciare la biodiversità. L’esperto italiano Rosellini: “Geni vagliati e considerati sicuri, nessun pericolo” di JACOPO PASOTTI

Piante di canola OGM si stanno propagando dai terreni agricoli del Nord Dakota, negli Stati Uniti, invadendo aree incoltivate. Le piante transgeniche possono dunque abbandonare i campi ed invadere le zone naturali circostanti. Lo sostengono alcuni scienziati statunitensi che hanno osservato, per la prima volta, la presenza di piante geneticamente modificate che si sono riprodotte in aree naturali, e che sono quindi una minaccia per la biodiversità. La scoperta, secondo gli esperti, avrà “implicazioni importanti” nelle politiche agricole degli Stati Uniti.

In luglio i ricercatori hanno raccolto, fotografato ed analizzato 406 piante di canola cresciute fuori dai terreni coltivati lungo un transetto di 5.400 chilometri che attraversa vaste regioni agricole. Di queste, ben 347 (l’86%) sono risultate positive ai test sulla presenza di proteine che le rendono più resistenti ad alcuni erbicidi (la CP4 EPSPS e la PAT).

Un segnale d’allarme, dunque, che non giunge da associazioni ambientaliste ma da Meredith Schafer, ricercatrice presso Università dell’Arkansas, insieme a colleghi della Environmental Protection Agency (Epa, l’agenzia federale che si occupa della protezione dell’ambiente). Secondo lei queste piante “scappate” dai campi potrebbero influenzare la biodiversità della regione. Meredith Schafer ha presentato i risultati delle sue analisi alla conferenza annuale della Società Ecologica Americana (ESA) tenutasi nei giorni scorsi a Pittsburgh. Gli scienziati non sanno se questo possa essere accaduto anche ad altre colture OGM.

Secondo Daniele Rosellini, biologo presso l’Università di Perugia, la scoperta dei ricercatori statunitensi è una conferma di un fenomeno già noto. “Che i geni introdotti mediante ingegneria genetica persistano nell’ambiente in piante coltivate presenti fuori dai campi o in piante spontanee di specie affini che possono incrociarsi con loro è indesiderato da molti. Questo non è comunque pericoloso per l’ambiente e la salute, perché quei geni sono stati vagliati e considerati sicuri prima di autorizzare la coltivazione delle piante OGM che li contengono”, conclude Rosellini.

Ma c’è di più. I ricercatori hanno anche trovato “due casi di modificazioni multiple all’interno di singoli individui”. Un fatto che, secondo gli scienziati, “indica che alcune colture si sono inselvatichite, cioè oltre ad essersi stabilite al di fuori dei campi coltivati, si stanno riproducendo in natura”.
Niente di male per le piante di canola, che sono in questo modo più resistenti e di maggior produttività. Ma la scoperta potrebbe essere l’indizio che il controllo esercitato dai biotecnologi sugli organismi OGM ha maglie più larghe di quanto si pensasse. “I nostri risultati hanno conseguenze rilevanti sulla ecologia e la gestione sia per le piante native che per i prodotti OGM del paese”, dicono gli scienziati.

La scoperta non può passare inosservata in Europa. La commissione europea ha infatti appena dato il via libera alle prime colture OGM, ponendo fine a un embargo in vigore dal 1998. Dalla primavera di quest’anno il gruppo tedesco Basf è autorizzato a produrre la patata transgenica Amflora per usi industriali e come mangimi.

La canola è una varietà della colza, prodotta inizialmente in Canada (il suo nome deriva appunto da Canada e olio). È impiegata nell’alimentazione degli animali da allevamento e per la produzione di biocarburanti. Attualmente i campi di canola ricoprono 2 milioni di ettari del territorio statunitense, ma l’estensione delle coltivazioni è destinata a crescere a causa del continuo aumento dell’impiego dei bio-combustibili.
Fonte: La Repubblica

Ogm, blitz di Greenpeace

Friday, July 30th, 2010

Gli attivisti intervengono sul campo illegale: “Le autorità competenti continuavano a rimandare mentre i pollini contaminavano i terreni circostanti”. La protesta sostenuta anche dalle associazioni degli agricoltori di ANTONIO CIANCIULLO

IL CAMPO era illegale. Il mais transgenico 1 piantato senza autorizzazioni. Le autorità erano state avvertite, ma nulla è successo per giorni e giorni, mentre il polline ogm contaminava i terreni circostanti. Lo stallo è durato fino all’alba di oggi, quando venti attivisti di Greenpeace sono arrivati a Vivaro, in provincia di Pordenone, e hanno tagliato le infiorescenze del mais mettendole in contenitori sigillati.

 ”La decisione delle autorità di rinviare la messa in sicurezza di questo campo è stata irresponsabile”, ha denunciato Federica Ferrario, responsabile della campagna Ogm di Greenpeace. “Il mais è fiorito e sta già disseminando il polline sulle coltivazioni vicine. Questo è il secondo campo di mais transgenico identificato da Greenpeace in pochi giorni. A questo punto non possiamo escludere che esistano anche altre coltivazioni di mais Ogm in Friuli. Serve una scrupolosa campagna di campionamenti e analisi ad ampio raggio”.

A fine mattinata gli attivisti di Greenpeace, che avevano messo in sicurezza circa tre quarti del cmapo, sono stati fermati dalla polizia che ha sequestrato i contenitori con le infiorescenze del mais transgenico. Rischiano l’arresto per “arbitraria invasione di terreno agricolo”.

Ma il consenso al blitz degli ecologisti è quasi corale. L’azione di protesta è stata sostenuta dalle associazioni agricole, dalla Confederazione italiana agricoltori alla Coldiretti che ha creato un “presidio della legalità”: “Tutti gli otto campioni prelevati sono risultati positivi per la presenza di mais Mon 810. E’ stata una vera e propria semina priva di autorizzazione su almeno 4 ettari di terreno agricolo, punibile dalla legge con il carcere fino a due anni”.

La task force “Per un’Italia Libera da Ogm”, che comprende tra gli altri Legambiente, Wwf, Aiab, Greenpeace e Slow Food, contesta, in particolare, la scelta del procuratore della Repubblica di Pordenone Antonio Delpino: il provvedimento di sequestro del campo di mais, privo della procedura di urgenza sollecitata dagli ecologisti, si è rivelato insufficiente. La contaminazione è avvenuta nonostante le segnalazioni e la possibilità di intervento. Gli ambientalisti chiedono al ministro di Grazia e Giustizia Angelino Alfano un provvedimento disciplinare a fronte di un danno che avrà un evidente impatto sull’ambiente e sollecitano l’applicazione del “protocollo operativo di gestione tecnica in presenza di Ogm”, che venne utilizzato nel 2003, quando si verificò un caso analogo, dall’allora ministro delle Politiche agricole Gianni Alemanno.

Anche il presidente di Confeuro, Rocco Tiso, favorevole alla sperimentazione e alla ricerca in materia di ingegneria genetica, ha giudicato i due campi in Friuli “un atto irresponsabile che sta già causando la contaminazione per via aerea dei terreni vicini. E’ indispensabile che le autorità competenti provvedano al più presto a isolare e eliminare entrambi i campi ogm di Fanna e Vivaro, e che avviino prontamente un’indagine accurata di campionamenti e analisi a largo spettro”.

Fonte: La Repubblica

La guerra del mais transgenico

Friday, July 30th, 2010

Ambientalisti e cittadini mobilitati in provincia di Pordenone. Le analisi di Greenpeace hanno confermato che nelle coltivazioni di Fanna è stato piantato il Mon810 della Monsanto: “Un atto irresponsabile e illegale, i pollini ogm stanno già volando nei terreni vicini”. La difesa degli agricoltori di ELISA COZZARINI

PORDENONE - E’ uno dei primi casi programmati in Italia di coltivazione di mais geneticamente modificato ed è per questo che sui campi di Fanna, in provincia di Pordenone, si è acceso subito lo scontro. Se c’era qualche dubbio, del resto, sono state le analisi sui campioni prelevati nei giorni scorsi da Greenpeace a confermare i timori degli ambientalisti: l’oggetto delle coltivazioni è il Mon810, un mais geneticamente modificato brevettato e commercializzato dalla multinazionale americana Monsanto.

“Abbiamo scoperto in pochi giorni quello che le autorità avrebbero dovuto dire da tempo, rivelando la fonte della contaminazione transgenica - denuncia Federica Ferrario, responsabile della campagna Ogm di Greenpeace - Siamo di fronte a un atto assolutamente irresponsabile e illegale. Il mais è già completamente fiorito e da giorni sta spargendo il proprio polline sui campi vicini e su una vasta area, trasportato dal vento e dagli insetti”.

Quanto alla legalità dell’iniziativa, gli ambientalisti sono certi che non è sufficiente il via libera dato dal Consiglio di Stato a gennaio: la piantumazione del mais Ogm in Friuli, accusa Greenpeace, viola il decreto legislativo 212 del 2001, che prevede il rilascio di una specifica autorizzazione per la loro semina. Per chi procede in assenza di autorizzazione è previsto l’arresto da sei mesi a tre anni o l’ammenda fino a 51.700 euro. Inoltre, aggiunge Greenpeace, un decreto interministeriale (agricoltura, salute, ambiente) di aprile a tutela delle produzioni tradizionali locali, vieta espressamente la coltivazione di mais Ogm Mon810 in Friuli.

Dalla parte dei contestatori c’è il precedente della Regione Piemonte che pochi giorni fa, d’intesa con la magistratura, ha ordinato la distruzione di coltivazioni “fuorilegge” di mais geneticamente modificato su oltre 300 ettari nella zona di Pinerolo, in provincia di Cuneo, e al confine con la Lombardia. Dice Giorgio Cavallo, presidente di Legambiente Friuli Venezia Giulia: “Al di là della sua pericolosità, ciò che sta avvenendo è paradossale. Il Friuli vorrebbe distinguersi per la tipicità delle sue coltivazioni, mentre con gli Ogm si va proprio in senso opposto, verso un’agricoltura omogeneizzata”. “Vogliamo ribadire il principio di precauzione - aggiunge Roberto Pizzutti, del Wwf friuliano - che non consente il via libera a sostanze o prodotti fino alla dimostrazione della loro assoluta innocuità. Inoltre, la cittadinanza si è più volte espressa contro gli Ogm”.

“Il Procuratore di Pordenone - dice Federica Ferrario - non può più perdere un solo minuto di tempo e deve porre fine a questa incomprensibile dilazione dei tempi. Va incriminato il responsabile di questa violazione e chi l’ha aiutato, e bisogna iniziare la conta dei danni legati a questo atto scellerato, che non devono certo ricadere sugli agricoltori onesti o sugli Enti pubblici”. Greenpeace chiede anche l’intervento immediato dei ministeri interessati, mentre tutte le associazioni ambientaliste, cittadini della zona e rappresentanti di istituzioni parteciperanno domani a una “veglia per la legalità” davanti al municipio di Fanna. Sinistra ecologia e libertà (Sel) chiede invece che il ministro Galan ordini il sequestro dei campi e la distruzione del mais ogm.

Dall’altra parte, a parte gli agricoltori dell’associazione Futuragra che hanno avviato la coltivazione del mais ogm, ci sono anche altre organizzazioni di categoria che si battono per l’introduzione in Italia delle coltivazioni transegiche. Giorgio Fidenato, presidente degli “Agricoltori federati”, ha minacciato di denunciare per procurato allarme l’assessore regionale all’agricoltura, il leghista Claudio Violino, che aveva espresso preoccupazione per l’uso del mais ogm. La polemica è alimentata anche dalle novità provenienti da Bruxelles.

La commissione europea proprio oggi ha infatti dato il via libera definitivo all’importazione in Europa, a fini alimentari e per la produzione di mangimi - e non per la coltura - di sei mais Ogm: si tratta di cinque nuovi mais transgenici e del rinnovo dell’autorizzazione, per altri 10 anni, all’importazione a utilizzazione del mais Bt11. Le nuove autorizzazioni riguardano il mais della Syngenta, il Bt11xGa21; il mais Dow AgroScience 1507×59122; il mais di Pioneer 59122×1507xNk603; e i mais di Monsanto Mon88017xMon810 e Mon89034xNk603. Sulla loro “sicurezza” l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare ha rilasciato una valutazione positiva.

Fonte: La Repubblica

«supersalmone» Ogm spacca gli Usa

Sunday, June 27th, 2010

La varietà geneticamente modificata cresce al doppio della velocità normale. «Ignoti i rischi»

Se l’FDA darà il suo assenso, l’arrivo sulle tavole è previsto nel giro di due o tre anni

Il «supersalmone» Ogm spacca gli Usa

La varietà geneticamente modificata cresce al doppio della velocità normale. «Ignoti i rischi»

NEW YORK – Frankenstein sul piatto o panacea per sfamare i poveri del pianeta? L’arrivo sulla tavola degli americani di un «supersalmone» OGM, in grado di crescere al doppio della velocità degli altri, torna a spaccare in due gli Usa, scatenando un acceso dibattito anche da noi in Italia dove un’indagine Coldiretti/Swg rivela che quasi 3 cittadini su 4 sono contrari ai cibi transgenici. Secondo quanto riferisce in prima pagina il New York Times, la Food and Drug Administration avrebbe già dato il via libera a 5 dei 7 dossier presentati dalla AquaBounty Technologies, che da ormai dieci anni cerca di commercializzare il suo salmone transgenico: una specie Atlantica che ha al suo interno un gene di salmone Chinook, e uno di Zoarces americanus, un lontano parente del salmone. Se l’FDA darà il suo assenso, l’arrivo sulle tavole è previsto nel giro di due o tre anni. 

«La modifica del Dna fa sì che il pesce produca l’ormone della crescita anche d’inverno - spiega il Times - e quindi raggiunga il peso adatto per la vendita in 18 mesi anziché tre anni». «Il nostro obiettivo non è ottenere salmoni giganti, ma salmoni di dimensioni normali in meno tempo – tiene a precisare Ronald Stotish, AD della AquaBounty Technologies – possiamo fornire un importante contributo per rispondere al fabbisogno di cibo del pianeta, usano meno risorse».

Ma contro le presunte buone intenzioni del gigante OGM di Waltham, in Massachusetts, si sono subito mobilitati gruppi di consumatori e ambientalisti. Persino all’interno dell’FDA c’è chi preme per classificare il supersalmone con un’etichetta OGM, contravvenendo alla norma federale che non richiede alcun tipo di marchio differenziato per le colture transgeniche che ormai dominano nei supermercati Usa. E sono consumate tutti i giorni da milioni di consumatori ignari.

Secondo gli esperti l’eventuale approvazione del supersalmone potrebbe spalancare la strada ad altre specie Ogm attualmente allo studio. Dall’enviropig, un maiale studiato da un’università canadese che produce meno inquinamento da fosforo nei liquami, alla mucca resistente al morbo della mucca pazza. Poiché l’escalation di cibi transgenici sarebbe inarrestabile, mette in guardia Margaret Mellon, portavoce di Union of Concerned Scientists, «non ci sarebbe abbastanza tempo per valutarne i possibili rischi per la salute e l’ambiente”

Anche il rischio di un contatto tra i pesci Ogm e quelli normali preoccupa molto gli esperti. Uno studio pubblicato nel 2004 dalla rivista Pnas ha dimostrato che in un ambiente con poco cibo i salmoni transgenici sono in gradi di sopraffare gli altri per accaparrarsi le risorse, arrivando persino al cannibalismo.

Alessandra Farkas

Fonte: Corriere della Sera

Parte la guerra dell’Ogm

Friday, April 30th, 2010

Un gruppo di agricoltori friulani annuncia per il 30 aprile la prima semina in Italia di mais biotech. In un luogo che sarà tenuto segreto fino all’ultimo. «Dopo tre anni di richieste senza risposta, applichiamo il silenzio-assenso», dicono. Sul piede di guerra la Coldiretti e gli ambientalisti: «Intervenga Maroni»

 

Il primo mais Ogm made in Italy sta per spuntare. Da qualche parte in Friuli. La sfida lanciata da Giorgio Fidenato, presidente di Agricoltori federati (500 soci in provincia di Pordenone) della regione autonoma e segretario di Futuragra, sarà ufficializzata venerdì. Ma se la promessa di «seminare la variante geneticamente modificata di mais Mon810, l’unica autorizzata dall’Unione europea, già venerdì in un campo della provincia di Pordenone» è stata confermata anche dopo l’appello del ministro dell’Agricoltura Giancarlo Galan al dialogo, secondo alcuni agricoltori della zona i primi semi potrebbero essere già stati piantati.

Fidenato non conferma e non smentisce («ho già raccontato troppo»), si dice pronto a discutere con il governo per restare nei confini della legalità, ma conferma la decisione di andare avanti per la sua strada: «Stiamo ricevendo pressioni da molte parti, non intendiamo rivelare per ora maggiori dettagli sulla semina, per evitare problemi di ordine pubblico e per proteggere il nostro raccolto. Lo scopo che abbiamo è far nascere quel mais per mostrarlo e metterlo a disposizione di chi volesse studiarlo», spiega a L’espresso.

L’associazione ha risposto all’appello di Galan, che intende discutere con gli agricoltori che sostengono la necessità che anche l’Italia, già importatrice di Ogm, sia parificata agli altri paesi europei autorizzati anche alla coltivazione. Un dialogo che non significa, però, una retromarcia. Anzi: «Quello che ci aspettiamo dal governo sono fatti concreti, non intendiamo accettare proposte di tregua a scatola chiusa e questo perché non ci fidiamo molto della nostra classe politica», aggiunge Fidenato. «L’apertura del ministro Galan al dialogo ci trova pronti e aperti, anche se arriva in un momento in cui i tempi utili per la semina del mais sono strettissimi. Ma non vogliamo rinunciare ad un’azione che è un nostro diritto naturale, a meno che il ministro non abbia proposte serie, che attenderemo, da sottoporci entro le prossime 48 ore. Seminare ogm non è un reato. Su questo ce la vedremo di fronte al giudice. Se mai è lo Stato italiano fuorilegge

I favorevoli al biotech in agricoltura contestano (e annunciano ricorso) il decreto interministeriale Zaia, Fazio, Prestigiacomo (Agricoltura, Salute, Ambiente) che di fatto ha bloccato gli effetti della sentenza del Consiglio di Stato in base alla quale, su autorizzazione dell’Amministrazione, sarebbe stato possibile seminare il mais ogm Mon 810. «In Italia il 30 per cento dei consumatori è favorevole alla coltivazione», continua Fidenato. «Queste persone hanno il diritto di poter acquistare i prodotti che vogliono, così come Zaia può nutrire i suoi figli con i prodotti che ritiene, io ho il diritto di garantire ai miei l’alimentazione Ogm, che è migliore e che garantisce maggiori tutela per la salute».

Non tutti gli agricoltori favorevoli al biotech parteciperanno all’azione dimostrativa: alcuni si limiteranno a fare ricorso contro il decreto. Sul piede di guerra contro l’iniziativa pro-Ogm, ambientalisti, Pd, Sinistra Ecologia e Libertà e Coldiretti. Quest’ultima si è detta pronta a organizzare presidi sul territorio per evitare la semina. «Abbiamo allertato le istituzioni regionali - ha spiegato la direttrice regionale di Coldiretti Elsa Bigai - e, qualora servisse, siamo pronti a organizzare dei presidi sul territorio per tutelare la libertà di impresa dei nostri associati, che rischiano seriamente la contaminazione dei loro prodotti». La Bigai ha ricordato anche che«in Italia vale ancora il decreto 212/2001, erede della legge sementiera, che non è mai stato dichiarato incostituzionale. La norma prevede che chi semina Ogm senza l’autorizzazione interministeriale è punito con la pena dell’arresto da sei mesi a tre anni o l’ammenda fino a 100 milioni di lire, più la sanzione amministrativa da 15 a 90 milioni».

Fonte: L’Espresso

Vi spiego quant’è buona la banana OGM

Thursday, April 15th, 2010

Ha un blog, “ Scienza in cucina”, una rubrica su Le Scienze, “Pentole e provette”, e oggi esce con un libro, Pane e bugie (Chiarelettere). Dario Bressanini, docente di Scienze ambientali all’università dell’Insubria a Como, ha una posizione decisamente pro-Ogm. E non solo. Rifacendosi a Cartesio («Il dubbio è l’origine della saggezza») mette in discussione idee verdi e atteggiamenti ambientalisti. Fa i conti ai “km 0”, al naturale uguale a sano e al biologico che nutre di più. Pregiudizi, sostiene, e mode in cui sguazza l’industria alimentare. In 300 pagine parla di pesticidi e biodiversità. Affronta agricoltura bio e convenzionale da un punto di vista scientifico ed economico. Racconta i primi esperimenti sulle mutazioni e come i risultati sono finiti sulle nostre tavole (senza chiamarsi Ogm) sotto forma di orzi per birra o whisky e grano duro per penne e rigatoni. Si può non essere d’accordo con l’autore, il suo scopo è offrire spunti perché i lettori si formino idee proprie. Anticipiamo qui un capitolo, un assaggio del “metodo” Bressanini:

Ma ’ndo hawaii, se la banana non ce l’hai?», cantavano Alberto Sordi e Monica Vitti nel film Polvere di stelle… Ma la banana a cui si riferiva Sordi, doppi sensi a parte, non è la stessa che mangiamo oggi. Quello dei “buoni sapori di una volta” è un tormentone diffuso… Esistono però casi documentati in cui ciò che si mangia oggi ha un sapore diverso da ciò che si mangiava una volta. La banana è uno di quei casi. Se come me siete nati dopo gli anni Cinquanta, è molto probabile che nella vostra vita abbiate assaggiato sola una varietà: la Cavendish. Ed è molto probabile che fra alcuni anni, forse solo una ventina, questa varietà prelibata non la potremo più assaggiare. Cominciamo dall’inizio.

La banana che noi mangiamo è un frutto sterile, senza semi, di una pianta infertile, cugina mutante di due immangiabili erbe selvatiche della giungla: la Musa acuminata e la Musa balbisiana… È originaria del Sud-Est asiatico, dove migliaia di anni fa qualcuno si imbatté per caso in una pianta mutata geneticamente… Era un triploide, cioè aveva tre serie di cromosomi invece delle solite due… Ma se quella pianta primordiale era sterile, come è possibile che ora noi possiamo gustare la dolce polpa senza semi della banana? Semplice: si prende un tralcio dalla base del fusto e lo si pianta. Ogni pianta è a tutti gli effetti un clone… Per inciso, da molto tempo i “creatori di nuove varietà agricole” (i breeders) usano questo trucco per ottenere frutta o verdura senza semi, avendo scoperto sostanze chimiche che alterano il corredo cromosomico… Pensavate che i pompelmi senza semi, l’anguria senza semi, i mandarini senza semi e così via fossero stati selezionati nel corso dei secoli da contadini con il cappello di paglia, la camicia a scacchi e un filo d’erba in bocca, come vuole l’immaginario popolare? Scordatevelo. Scienziati in camice bianco, maschera e tuta sterile hanno manipolato gli embrioni di quelle piante, sottoponendole all’azione della colchicina o di altri procedimenti mutageni, al fine di ottenere delle varietà commercialmente interessanti…

CLONATE IN LABORATORIO
Oggi per generare nuove piante di banano si utilizzano, come per molte altre colture, le biotecnologie, e vengono preparate le cosiddette “colture cellulari”. In breve, le cellule della pianta vengono cresciute in laboratorio, fatte replicare, stimolate a diventare embrioni e quindi lasciate trasformare in germogli. La clonazione in laboratorio (vi ricordate della pecora Dolly?) è per le piante una realtà già da molto tempo, ed è ampiamente sfruttata commercialmente per frutta e verdura, fiori e piante ornamentali… Sfortunatamente la Cavendish viene attaccata da alcuni funghi (genere Mycisohaerella) che causano due malattie dal nome minaccioso: la Sigatoka gialla e la Sigatoka nera. L’uniformità genetica della banana fa sì che tutte le piante siano egualmente minacciate dalla malattia. Già oggi questi funghi riducono le rese della metà in molte piantagioni di piccoli agricoltori dei Tropici, e la situazione peggiora di anno in anno, mentre il fungo avanza in tutto il mondo… Non ci sono rimedi efficaci perché il fungo è molto persistente nel suolo. Ma anche se ci fossero avrebbero ricadute negative sull’ambiente e sui costi sostenuti dai piccoli e medi produttori, a tutto vantaggio delle multinazionali bananiere… Emile Frison, direttore belga dell’International Network for the Improvement of Bananas and Plantains (Inibap), prevede «un drastico declino nella produzione di banane a livello mondiale, e forse anche un completo collasso della banana come frutto da esportazione e di sussistenza».

Nonostante molti associno le banane solamente alle multinazionali, milioni di poveri nel mondo sopravvivono grazie a questo frutto. … In Uganda ogni persona mangia in media 450 kg di banane all’anno e un terzo della terra coltivata è dedicata al banano! … Poiché giungono a maturazione in ogni periodo dell’anno possono fornire cibo in modo continuo. In Uganda purtroppo l’arrivo del fungo negli anni Ottanta ha ridotto le rese del 40 per cento. I piccoli agricoltori, non potendosi permettere i fungicidi, sono costretti a lasciar morire le piante. Una cosa simile sta accadendo in Amazzonia. Le multinazionali delle banane hanno per decenni cercato con scarso successo di creare con metodi tradizionali una nuova varietà di banana resistente ai funghi. L’unica varietà sviluppata negli ultimi decenni immessa sul mercato ha un gusto di mela più che di banana, e si trova solamente a Cuba. David McLaughlin, dirigente della Chiquita, ha dichiarato che l’azienda, dopo quarant’anni di tentativi costati milioni di dollari, preferisce investire in ricerca su nuovi fungicidi, ed è molto riluttante a tentare la strada delle biotecnologie a causa di possibili reazioni dei consumatori. I fungicidi però sono costosi, e i piccoli produttori non se li possono permettere.

 

Un consorzio mondiale sta sequenziando il genoma della banana. I ricercatori sperano di trovare geni di resistenza ai funghi e alle altre pesti in alcuni banani selvatici, e di trasferirli con le biotecnologie nella Cavendish, nella Gros Michel o in varietà utilizzate localmente nei Paesi poveri. L’ingegneria genetica è il metodo più promettente perché consente di “incrociare” varietà che non si possono ottenere in modo convenzionale a causa della sterilità. Mangereste una banana Ogm che contiene il gene di un’altra banana? Io sì, senza nessun problema.

MUTAZIONE O ESTINZIONE
…Oggi nelle piantagioni di banane si fa largo uso di sostanze chimiche tossiche affini agli insetticidi. Queste sostanze possono creare disturbi neurologici, sterilità e leucemia nei lavoratori delle piantagioni. In più uccidono indiscriminatamente gli animali invertebrati presenti nel suolo. La malattia chiamata Sigatoka nera è controllata con ripetute spruzzate di fungicida, fino a una ogni tre giorni… L’Università del Costa Rica afferma che un quinto dei lavoratori maschi delle piantagioni di banane è sterile, e che le donne hanno il 50 per cento di probabilità in più di sviluppare la leucemia e di avere figli con difetti genetici.

In linea di principio una banana Ogm comporterebbe vantaggi economici, ambientali e sanitari: ridurrebbe le spese per fungicidi e altre sostanze chimiche tossiche, e quindi anche i piccoli coltivatori ne trarrebbero beneficio. Ridurrebbe poi i danni all’ambiente e ai lavoratori … Le rese delle piantagioni aumenterebbero, e questo avvantaggerebbe anche chi produce i frutti per la propria sussistenza. Anche la biodiversità ne sarebbe arricchita perché aumenterebbe il numero di varietà e questo contribuirebbe a migliorare la resistenza ai virus. Se avete sentito dire che gli Ogm sono contro la biodiversità, be’, non è mica vero in generale (diffidare sempre delle affermazioni generali non dimostrate) e questo è un esempio concreto. … Non tutti i ricercatori pensano che le biotecnologie siano la strada migliore per salvare la banana… Alcuni scienziati stanno cercando di ottenere ibridi resistenti al fungo mediante i più convenzionali incroci. … Per darvi un’idea dell’impresa quasi impossibile vi basti pensare che a questo scopo sono state impollinate manualmente circa trentamila piante di banana con polline prelevato da banani selvatici. Dalle piante impollinate sono state raccolte quattrocento tonnellate di frutti, che hanno prodotto quindici (!) semi, di cui soltanto cinque (!) sono germogliati. … Per verificare le caratteristiche dell’ibrido bisogna aspettare diciotto mesi: il tempo impiegato dalla pianta per produrre i frutti. Per le varietà come la Cavendish, che non riesce neanche a produrre quei cinque semi essendo completamente sterile, la modificazione genetica è l’unica possibilità. Ogm o estinzione.

…In generale si teme che gli Ogm possano ridurre il numero di varietà coltivate rendendole più vulnerabili a determinate malattie. Anche qui, si tratta di un’eventualità da studiare seriamente, ma non riguarda solamente gli Ogm: l’agricoltura biologica ad esempio, non potendo avvalersi di fitofarmaci che non siano di origine naturale, coltiva alcune varietà agricole più resistenti alle pesti di altre. Se domani tutti gli agricoltori diventassero “biologici” avremmo una riduzione della variabilità genetica, perché non tutte le varietà possono essere sfruttate senza trattamenti chimici. D’altra parte, così come gli Ogm potrebbero diminuire la variabilità genetica, d’altro canto potrebbero anche aumentarla, rimettendo in gioco varietà commercialmente quasi estinte. Qui è obbligatorio citare l’esempio del pomodoro san Marzano, non più coltivato per la vendita perché, tra le altre cose, troppo suscettibile a un virus. Il san Marzano Ogm resistente al virus c’è già ed è tutto italiano, ma la drastica opposizione agli Ogm in Italia lo ha per ora bloccato…

Non stupisce allora che l’Uganda sia uno dei maggiori finanziatori, con l’Italia, dell’Istituto internazionale per le risorse fitogenetiche (Ipgri), il più grande istituto internazionale, collegato alla Fao e con sede a Roma, che si occupa unicamente della conservazione e dell’uso delle risorse genetiche vegetali. … Spiace sbatterlo in faccia così brutalmente, ma l’unica cosa che l’opposizione agli Ogm ha ottenuto finora è un rallentamento della ricerca pubblica e internazionale, cioè quella che potrebbe aiutare i produttori locali e i contadini poveri del mondo. Più ci si oppone, più la ricerca pubblica viene indebolita, a tutto vantaggio della ricerca delle multinazionali che, solo a parole, gli attivisti anti Ogm dicono di voler combattere.
Fonte: Corriere della Sera

Vandana Shiva: “Gli Ogm uccideranno i piccoli coltivatori”

Friday, March 5th, 2010
L’attivista: in India 200 mila suicidi in 10 anni con quei semi modificati ci si indebita per sempre
ANDREA ROSSI
È una brutta notizia. È la vittoria dell’Europa dei burocrati e delle lobbies sull’Europa dei popoli, che restano in larga parte contrari all’utilizzo dei semi geneticamente modificati». Vandana Shiva, 58 anni, attivista indiana (nel 1993 ha vinto il «Right Livelihood Award», una sorta di Nobel assegnato a chi si batte per un’economia più giusta), una vita a combattere contro gli Ogm, è diretta come sempre. E delusa: «L’Europa era la grande speranza di chi difende la biodiversità. Per 12 anni aveva resistito a pressioni di ogni sorta. Il sì alla patata Amflora, invece, è una resa».Se è per questo anche tra i governi serpeggia un certo malumore: il ministro italiano Luca Zaia propone un referendum e Francia, Germania, Austria, Lussemburgo, Ungheria e Grecia potrebbero appellarsi alla clausola di salvaguardia per bloccare l’autorizzazione.
«E fanno bene. Meno di un anno fa prima la Francia e poi la Germania hanno bandito le coltivazioni di mais Ogm. E hanno deciso forti di recenti ricerche secondo cui gli Ogm sono nocivi per l’ambiente».Molti scienziati sostengono il contrario. E dicono che chi si oppone è agitato da fobie o paure legate alle possibili conseguenze economiche. È così?
«Ah sì? Vadano a vedere di quanto è cresciuto l’uso dei fitofarmaci dove si sono impiantati gli Ogm. In India otto Stati hanno adottato una moratoria per vietare la melanzana transgenica. L’Ogm non è sicuro. E comunque le conseguenze economiche esistono e sono pesanti: nel mio Paese gli agricoltori che sono passati alle coltivazioni geneticamente modificate sono andati in rovina. E sa perché?»

Lo spieghi.
«Ogm equivale a brevetto. Vuol dire che un’azienda può diventare monopolista di un certo seme e imporlo a chiunque lo voglia coltivare. In India coltivare a riso un ettaro, prima che arrivassero le multinazionali con le loro sementi, costava circa 16 mila rupie. Quando molti hanno spostato la coltivazione sulla vaniglia, il costo è salito a 300 mila rupie per ettaro».

Come è successo?
«A tanti contadini è stato fatto credere che si sarebbero arricchiti comprando i nuovi semi, che avrebbero incrementato le produzioni. Chi si è lasciato convincere ha scoperto che bisognava acquistare le sementi tutti gli anni - non si riproducono, hanno un gene “suicida”, ed è la dimostrazione che sono contro natura - a un prezzo triplo rispetto ai semi tradizionali. Così si sono indebitati fino al collo. Risultato: 200 mila suicidi in 10 anni».

Crede che possa succedere anche in Europa?
«Forse non in modo così dirompente. Ma gli Ogm saranno la rovina dei piccoli produttori: i costi, per loro, diventeranno insostenibili. Perderanno la terra».

Chi approva la decisione dell’Ue sostiene che le aziende europee potranno entrare nell’agricoltura industriale. Saranno più competitive?
«Se lo saranno, succederà a danno dell’agricoltura organica e biologica. L’introduzione degli Ogm sarà un genocidio per i piccoli coltivatori. La biodiversità, che è lo strumento per battere la fame, sarà spazzata via. Tutto il mondo rischia di essere soggetto a una dittatura dei semi».

Oggi un quarto del mais coltivato è Ogm. Secondo molti scienziati è più sicuro: combatte i parassiti senza i pesticidi e non permette la formazione di funghi, responsabili delle microtossine. Perché vi opponete?
«Perché non così. Una delle cause dell’indebitamento degli agricoltori indiani è stata la spesa in fitofarmaci. Le coltivazioni sono più vulnerabili. Hanno bisogno di più pesticidi e acqua. L’Ogm non cambia l’agricoltura, non ammortizza l’impatto sul clima, né produce più cibo. È solo una resa agli interessi delle lobbies».

Fonte: La Stampa

Ogm: Ue decreta fine dell’embargo

Wednesday, March 3rd, 2010

 È la fine di un embargo durato anni. La Commissione europea ha deciso l’autorizzazione alla coltivazione della patata geneticamente modificata Amflora, prodotta dalla multinazionale Basf. La decisione mette fine all’embargo sulle nuove colture geneticamente modificate, che resisteva nell’Ue dall’ottobre 1998. La Commissione europea ha annunciato il via libera alla coltivazione della patata geneticamente modificata Amflora «per uso industriale», nonché l’utilizzo dei prodotti dell’amido della stessa Amflora come mangime.

CONTROVERSIA - La patata Amflora, modificata in modo da avere un maggior contenuto di amido, è stata a lungo al centro di una controversia fra l’Efsa (autorità Ue di sicurezza alimentare), con sede a Parma, che ha dato il suo via libera tecnico, e le due autorità sanitarie, europea e mondiale, l’Emea (agenzia Ue del farmaco) e l’Oms. La controversia riguardava la presenza nell’organismo geneticamente modificato (ogm) di un gene «marker» che conferisce resistenza a un antibiotico importante per la salute umana. L’Efsa ha dato il suo via libera nonostante il fatto che la direttiva Ue 2001/18, relativa al rilascio deliberato di ogm nell’ambiente, proibisca espressamente l’autorizzazione agli Ogm contenenti geni di resistenza ad antibiotici importanti per la salute umana. A più riprese, negli anni scorsi, la Commissione aveva cercato di ottenere il sostegno degli Stati membri nel comitato di regolamentazione degli ogm e in Consiglio Ue, senza mai ottenere la maggioranza richiesta per l’autorizzazione alla coltura. Le norme Ue, tuttavia, danno all’esecutivo comunitario il potere di assumere da solo la decisione sull’autorizzazione, se non si esprime contro almeno la maggioranza qualificata degli Stati membri. Dopo che il precedente commissario all’Ambiente, Staros Dimas, aveva bloccato la proposta, il suo successore, il maltese John Dalli, ha creduto bene di marcare con questa decisione il suo primo atto pubblico. Oltre alla patata Amflora, sono state approvate anche altri tre nuove varietà di mais ogm, tutte destinate all’importazione e la commercializzazione per l’alimentazione degli animali.

CLAUSOLA SALVAGUARDIA - I Paesi membri contrari alla coltivazione della patata transgenica o di un altro qualsiasi ogm possono fare appello alla «clausola di salvaguardia» per impedire la coltivazione all’interno del territorio nazionale. Lo si apprende da fonti comunitarie, che hanno ricordato che tale strumento è già stato utilizzato da Francia, Germania, Austria, Lussemburgo, Ungheria e Grecia per impedire la coltivazione del mais ogm Monsanto 810, la cui coltura è stata approvata dall’Ue nel 1998.

ZAIA - Critico contro l’introduzione della nuova coltura il ministro delle Politiche agricole, Luca Zaia: «La decisione della Commissione europea ci vede contrari. Il fatto di rompere una consuetudine prudenziale che veniva rispettata dal 1998 è un atto che rischia di modificare profondamente il settore primario europeo. Non solo non ci riconosciamo in questa decisione - commenta ancora il ministro - ma ci teniamo a ribadire che non permetteremo che questo metta in dubbio la sovranità degli Stati membri in tale materia. Proseguiremo nella politica di difesa e salvaguardia dell’agricoltura tradizionale e della salute dei cittadini. Non consentiremo che un simile provvedimento, calato dall’alto, comprometta la nostra agricoltura. Valuteremo la possibilità di promuovere un fronte comune di tutti i Paesi che vorranno unirsi a noi nella difesa della salute dei cittadini e delle agricolture identitarie europee».

REALACCI - Negativa anche l’opinione di Ermete Realacci, responsabile ambiente del Pd: «Quella dell’Unione Europea sugli ogm è una decisione molto grave. Lo è in assoluto, ma per l’Italia, oltre alle ragioni legate alla sicurezza alimentare, se ne aggiungono molte altre. Il futuro dell’agricoltura del nostro Paese non è certo nelle coltivazioni ogm, ma nell’agricoltura di qualità, legata al territorio e alle produzioni tipiche».

VERDI: DECISIONE GRAVISSIMA - Molto critici anche i Verdi. «La decisione della Commissione europea è gravissima e inaccettabile - sottolineano in una nota -. Siamo pronti a presentare un referendum già dalla prossima settimana per evitare che gli ogm vengano coltivati in Italia. Non solo è stato violato il principio di precauzione nei confronti delle colture geneticamente modificate, ma anche la direttiva Ue 2001/18 che proibisce l’autorizzazione agli ogm che contengono geni di resistenza ad antibiotici importanti per la salute umana. I Verdi si mobiliteranno per difendere la tradizione agroalimentare del nostro Paese e la salute dei cittadini».

AGRONOMI: PRUDENZA - Andrea Sisti, presidente del Conaf (Consiglio dell’ordine nazionale dei dottori agronomi e dottori forestali), invita alla prudenza: «Come ogni cambiamento epocale è necessaria la massima prudenza, anche se bisogna prendere in considerazione che la scienza non può essere fermata. Auspico che la ricerca scientifica in Europa non si appiattisca sulle logiche di solo mercato, della produttività esasperata, e che in Italia la diversità biologica delle nostre produzioni possa ancora rappresentare il presupposto per uno sviluppo economico delle aree rurali dei nostri territori».

VATICANO: OK A OGM CONTRO LA FAME NEL MONDO - Il Vaticano, invece, ribadisce la sua approvazione agli ogm, se servono per combattere la fame nel mondo. Il cancelliere della Pontificia accademia per le scienze, monsignor Marcelo Sanchez Sorondo, a Cuba per un vertice sui problemi dell’economia nella globalizzazione, nel suo intervento ha difeso la trasformazione transgenica in agricoltura purché contribuisca ad alleviare la fame nel mondo e non si trasformi in attività speculativa che colpisce la giustizia. Sanchez Sorondo ha affermato che lo sviluppo di sementi transgeniche per combattere la fame è un «fatto positivo», e può aiutare a far affermare «la giustizia tra i beni e le persone».

Fonte: Corriere della Sera

I pomodori che non marciscono

Wednesday, February 3rd, 2010
Grazie a una modifica genetica restano sodi e succosi per 45 giorni
Confezionati o da infilare nel sacchetto e pesare, da insalata o per fare la salsa, presto potrebbero arrivare nel reparto ortofrutta del supermercato o negli stand dei mercati rionali i primi pomodori a lunga conservazione, che restano freschi e sodi come appena colti per molte settimane: sono i pomodori nati togliendo al Dna della pianta i geni dei due enzimi della maturazione di questo ortaggio.È l’ultima modifica genetica con una possibile ricaduta in campo agroalimentare e si deve a Asis Datta del National Institute of Plant Genome Research di Nuova Delhi. I ricercatori indiani hanno identificato i due enzimi principalmente responsabili della maturazione del pomodoro dopo il raccolto, un fenomeno da incubo per i produttori che perdono moltissima merce dopo il raccolto perchè matura troppo in fretta e diviene invendibile. Togliendo i geni per questi enzimi, alfa-mannosidasi (alfa-Man) e beta-D-N-acetilesosaminidasi (beta-Hex), i pomodori restano sodi e succosi per 45 giorni contro i 15 circa di un pomodoro standard. La notizia è riportata sulla rivista dell’Accademia Americana delle Scienze ’PNAS’. Molte perdite in campo ortofrutticolo sono ascrivibili al viaggio dei prodotti dal campo agli scaffali di mercati e supermercati perchè nelle varie tappe della filiera, ortaggi e frutta maturano fino spesso a perdere la compattezza che gli è propria divenendo di fatto invendibili: si calcola che il rammollimento dei frutti è responsabile di qualcosa come il 40% della perdita di merce post-raccolto.I pomodori sono particolarmente delicati ed è facile che si si ammacchino da un passaggio all’altro, così spesso quando arrivano a destinazione ordinati nelle cassette, si presentano già troppo rossi e privi di quella compattezza che li rende appetibili al consumatore, ovvero non sono più sodi e sono destinati ad una sonora bocciatura alla prova del tatto dell’acquirente che li sta scegliendo per metterli nel carrello della spesa. Di fatto, giunti a destinazione, i pomodori standard durano qualche giorno e poi il loro aspetto sarà così mal messo che nessuno li vorrà più acquistare. «In un’economia globalizzata - scrivono gli autori del lavoro su PNAS - il controllo del processo di maturazione della frutta è di importanza strategica perchè l’eccessivo rammollimento di questi alimenti limita la loro vita sugli scaffali». Per far durare di più i pomodori gli scienziati indiani hanno individuato i due enzimi principalmente responsabili della loro maturazione, alfa-Man e beta-Hex.Tolti i geni per questi enzimi dal Dna dei pomodori, questi diventano a lunga conservazione, durano cioè mediamente 45 giorni contro i 15 giorni di un pomodoro standard. Invece la pianta del pomodoro e la qualità e quantità del raccolto non subiscono alcuna modifica dall’eliminazione di questi enzini, per cui non sembra esserci controindicazione per l’utilizzo di questo intervento di ingegneria genetica. La manipolazione dei geni di questi enzimi, dunque, potrebbe avere delle ricadute pratiche importanti in ambito agroalimentare; potenzialmente, infatti, la rimozione di questi enzimi potrebbe essere applicata anche alla frutta per allungare la sua vita sugli scaffali.

fonte: La Stampa

Scontro sulle semine Ogm

Monday, February 1st, 2010

Il ministero delle Politiche agricole dovrà autorizzare entro 90 giorni l’avvio delle coltivazioni Ogm anche in assenza di norme specifiche da parte delle Regioni. La sentenza del Consiglio di Stato (numero 183 del 19 gennaio 2010) è destinata a lasciare il segno nella spinosa vicenda delle biotecnologie che continua a spaccare il paese tra favorevoli e contrari.

La causa ha inizio nel 2006 quando il maiscoltore friulano, Silvano Dalla Libera, vicepresidente di Futuragra insieme ad altri 400 agricoltori, rompe gli indugi e mette in mora l’Italia «perché vieta di seminare mais Ogm regolarmente iscritto nel catalogo europeo». Al primo round, presso il Tar, gli agricoltori perdono. I giudici, infatti, fanno propria una nota del ministero delle Politiche agricole in base alla quale l’autorizzazione alle coltivazione Ogm è successiva al varo delle norme da parte delle regioni che devono assicurare la coesistenza tra varietà geneticamente modificate, tradizionali e biologiche.

Nuovo ricorso da parte degli agricoltori e la sentenza del consiglio di Stato che chiarisce: le regioni non intervengono in alcun modo nel procedimento di autorizzazione che è di competenza esclusivamente statale; l’iscrizione di una semente transgenica nel catalogo europeo, dunque verificati i requisiti di sicurezza, ha efficacia in tutti i Paesi membri; in attesa dei piani di coesistenza regionali non viene meno l’obbligo di autorizzare la coltivazione di Ogm. E sulla base di questi presupposti i giudici fissano un termine di 90 giorni per il rilascio dell’autorizzazione da parte del ministero delle Politiche agricole.

«La sentenza è inequivocabile – afferma Duilio Campagnolo, presidente di Futuragra – seminare Ogm è un diritto degli agricoltori e le linee guida sulla coesistenza non sono e non potranno essere un ostacolo all’innovazione». Per il presidente di Confagricoltura, Federico Vecchioni, «si mette fine al paradosso italiano che prevede l’import e l’uso derivati di mais e soia transgenici e il divieto imposto ai produttori di accedere a tali innovazioni con un ostracismo ideologico che richiama quel no al nucleare che tanto è costato negli ultimi anni al sistema paese».

I principali produttori di biotech sono Stati Uniti, Argentina e Brasile con oltre 98 milioni di ettari coltivati su 125 milioni registrati nel 2008 da cui l’Italia importa il 90% di soia destinato alla filiera zootecnica. Dal prossimo maggio, dunque, scatteranno le prime semine di mais Ogm? Per il ministro Zaia non sarà così. «Continueremo a difendere cittadini e agricoltori. La sentenza segue il dettato delle leggi e dei codici, ma contravviene in modo palese alla volontà della stragrande maggioranza dei cittadini e delle regioni italiane che non vogliono Ogm nei loro campi». Insomma, al ministro appare «impossibile» la coltivazione di Ogm se non in presenza di un piano di coesistenza, piano che può essere realizzato soltanto in accordo con le regioni. Dunque, «difficilmente arriverà un parere favorevole».

E se anche dovesse arrivare il via libera, il presidente della Coldiretti, Sergio Marini, annuncia che ricorrerà a un referendum «per difendere il sacrosanto diritto dei cittadini e degli agricoltori di mantenere i propri territori liberi dagli organismi geneticamente modificati». Per il presidente della Cia, Giuseppe Politi, la decisione del Consiglio di Stato «appare frettolosa e soprattutto in controtendenza con quanto e presso dagli stessi cittadini italiani, che in più di un’occasione si sono dichiarati contrari al cibo-biotech. Su un argomento del genere ci vuole riflessione e confronto fra tutte le parti interessate, a cominciare dai produttori agricoli».

Le regioni, tagliate fuori dal Consiglio di Stato, rivendicano il proprio ruolo. Per l’assessore all’Agricoltura dell’Emilia Romagna, Tiberio Rabboni, è necessario varare al più presto uno «scudo anti-Ogm» e in questo senso sollecita l’approvazione del documento di indirizzo già messo a punto dalle regioni. «Questa sentenza – spiega il coordinatore degli assessori agricoli regionali, Dario Stefàno – ci costringe a prendere una decisione». Se ne parlerà nella riunione tecnica della Conferenza Stato-Regioni la prossima settimana. «Occorre evitare posizioni di retroguardia – sottolinea il responsabile agricolo della Lombardia, Luca Daniel Ferrazzi – ma nello stesso tempo occorre garantire da eventuali inquinamenti le filiere di qualità che contraddistinguono il made in Italy».

Fonte: Il Sole 24 ORE

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