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Il solare costa meno del nucleare

Tuesday, July 27th, 2010

Oggi negli Stati Uniti la produzione di energia solare costa meno di quella nucleare. Lo afferma un articolo pubblicato il 26 luglio sul New York Times, che riprende uno studio di John Blackburn, docente di economia della Duke University. Se si confrontano i prezzi attuali del fotovoltaico con quelli delle future centrali previste nel Nord Carolina, il vantaggio del solare è evidente, afferma Blackburn. «Il solare fotovoltaico ha raggiunto le altre alternative a basso costo rispetto al nucleare», afferma Blackburn, nel suo articolo Solar and Nuclear Costs - The Historic Crossover, pubblicato sul sito dell’ateneo. «Il sorpasso è avvenuto da quando il solare costa meno di 16 centesimi di dollaro a kilowattora» (12,3 centesimi di euro/kWh). Senza contare che il nucleare necessita di pesanti investimenti pubblici e il trasferimento del rischio finanziario sulle spalle dei consumatori di energia e dei cittadini che pagano le tasse.

 

COSTI FOTOVOLTAICO IN DISCESA - Secondo lo studio di Blackburn negli ultimi otto anni il costo del fotovoltaico è sempre diminuito, mentre quello di un singolo reattore nucleare è passato da 3 miliardi di dollari nel 2002 a dieci nel 2010. In un precedente studio Blackburn aveva dimostrato che se solare e eolico lavorano in tandem possono tranquillamente far fronte alle esigenze energetiche di uno Stato come il Nord Carolina senza le interruzioni di erogazione dovute all’instabilità di queste fonti. I costi dell’energia fotovoltaica, alle luce degli attuali investimenti e dei progressi della tecnologia, si ridurrà ulteriormente nei prossimi dieci anni.

COSTI NUCLEARE IN CRESCITA - Mentre, al contrario, i nuovi problemi sorti e l’aumento dei costi dei progetti hanno già portato alla cancellazione o al ritardo nei tempi di consegna del 90% delle centrali nucleari negli Stati Uniti, spiega Mark Cooper, analista economico dell’Istituto di energia e ambiente della facoltà di legge dell’Università del Vermont. I costi di produzione di una centrale nucleare sono regolarmente aumentati e le stime sono costantemente in crescita.

Redazione online

Fonte: Corriere della Sera

Nucleare: 8 centrali potenziali per 2019

Thursday, July 22nd, 2010

 L’Italia potrebbe avere otto reattori nucleari di nuova generazione in esercizio per il 2019, e non è escluso che comprendano anche il modello americano AP1000. Lo ha detto a Washington il sottosegretario allo Sviluppo Economico, Stefano Saglia, a margine del forum internazionale organizzato dall’amministrazione Obama sull’Energia Pulita. “Stiamo consolidando - ha detto Saglia - il nostro interesse verso tecnologie complementari. L’Italia è orientata ad avere quattro centrali da 1.600 megawatt, e accordi in tal senso sono avviati tra Enel e la francese EDF per centrali Epr. Ma non chiudiamo ad altre opzioni”. Come appunto quella dell’AP1000, tecnologia americana prodotta all Westinghouse Electric Company di Pittsburgh, che la delegazione italiana visiterà domani. Visiteranno il reattore di Pittsburgh sia il sottosegertario Saglia, sia la delegazione del ministero dell’Ambiente guidata dal ministro Stefania Prestigiacomo.
 
“Diciamo che si consolida l’interesse italiano verso tecnologie più piccole e complementari a quelle francesi” ha detto Saglia. Alla luce di questa impostazione, secondo il sottosegretario l’Italia potrebbe “essere nucleare” per il 2019. “Entro il 2013 completeremo le fasi autorizzative - ha precisato - e le nuove otto centrali potrebbero essere in esercizio nel 2019. Le prime difficoltà politiche sono state superate. Le centrali saranno fatte d’intesa con le Regioni. Ovviamente ci sarà da costruire un consenso, ma la via imboccata è chiara. Sicuramente - ha concluso - chi ospiterà le centrali avrà vantaggi economici e forniture di energia gratuite. Diciamo che la prima lampadina è stata accesa”.
 
PRESTIGIACOMO, PRIMA PIETRA NON PRIMA DI DUE ANNI 
L’Italia potrebbe “posare la prima pietra” di un suo sistema nucleare “entro due-tre anni”: lo ha detto a Washington il ministro per l’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, a margine della conferenza stampa tenuta con il segretario americano dell’Energia, Steven Chu, nell’ambito del forum sull’Energia Pulita, al quale hanno partecipato 24 ministri dell’Ambiente.

L’energia pulita è “il” tema del futuro - ha spiegato Prestigiacomo - e per affrontarlo bisogna prendere in considerazione anche l’ipotesi nucleare. Da questo punto di vista, l’Italia è negli Stati Uniti “per conoscere e capire”, nell’ottica di definire una via italiana al nucleare. “Stiamo procedendo - ha detto il ministro Prestigiacomo -. Abbiamo impiegato due anni per far partire l’Agenzia per la Sicurezza, ma direi che adesso siamo lì. Entro due, massimo tre anni potremo posare la prima pietra di una nuova centrale”. I problemi non mancano, primo fra tutti la scelta dei siti, ma il ministro ha precisato che “non è competenza del Governo scegliere i siti. Il Governo sceglie i criteri di fondo a cui una centrale deve attenersi, ma saranno poi i privati a fare proposte. Purtroppo in Italia c’é molta confusione sul nucleare”. 

Prevista la visita del ministro Prestigiacomo alla Westinghouse di Pittsburgh, una delle principali società americane per la produzione di tecnologie nucleari. “Vogliamo conoscere e capire - ha sottolineato il ministro -. Per questo chiederemo alla Westinghouse se sia possibile, tra l’altro, avviare stage per giovani ingegneri italiani”

Fonte: Ansa.it

Perchè il nucleare in Italia?”, da Scanzano Jonico tante domande al governo

Saturday, July 3rd, 2010

centrale_nucleareScanzano Jonico, il Comune che nel 2003, amministrato dal centrodestra, promosse ‘la carica dei centomila’ contro il dl che prefigurava un deposito di materiale radioattivo in Basilicata, vede una nuova minaccia per la regione nella decisione del governo di riportare il nucleare in Italia. La mobilitazione popolare di sette anni fa vide la partecipazione di un Nobel per la Pace, l’irlandese Betty Williams, che in quest’area ha voluto costruire ‘La Città della pace per i bambini orfani delle guerre’, e fondare Ntnn, l’agenzia internazionale online d’informazione. Salvatore Iacobellis, alla guida dello stesso Comune, oggi governato dal centrosinistra, rileva il testimone dal suo predecessore e mette sotto la lente d’ingrandimento la politica energetica nel nostro Paese.

“Non sono vittima -come molti miei colleghi di altre Regioni- della cosiddetta sindrome di ‘Nimby’ (not in my backyard): sì al nucleare, ma non nel mio cortile”, ha premesso Iacobellis, “Certo è che il nucleare tocca un nervo scoperto di Scanzano. Ma vorrei che si creasse un clima di confronto e per questo mi permetto di porre al governo alcune domande, nella speranza che abbiano risposte”.

Innanzitutto, chiede il primo cittadino di Scanzano “come si determina il prezzo dell’energia elettrica in Italia? Perché manteniamo in esercizio centrali nucleari obsolete che, di fatto, fanno lievitare il prezzo dell’energia elettrica?”. A proposito di costi, Iacobellis ricorda che “in Svizzera il prezzo è aumentato e in Germania costa 2,5 volte più che in Francia: come mai?”.

E ancora: “Il prezzo dell’energia elettrica prodotta con il nucleare è basso soltanto dove è sostenuto dallo Stato”. Considerato che anche l’uranio inizierà a scarseggiare nei prossimi 35- 40 anni, osserva poi, “perché non dobbiamo sviluppare la più importante fonte energetica che la natura mette a disposizione senza limiti e a costo zero, cioè il sole?”.

E, ancora, “perché l’Italia non punta sul nucleare innovativo che consiste nella possibilità di usare il torio, creando un reattore che non provoca reazioni a catena, non produce plutonio”. Senza contare che una centrale nucleare “costa 4-5 miliardi di euro e per la sua costruzione occorrono dieci anni oltre al problema delle scorie”. Una centrale solare termodinamica, con una soluzione di sali fusi a 600 gradi, che rilascia calore anche di notte costa 200 milioni di euro, si realizza in 18 mesi e produce 64 megawatt, osserva Iacobellis.

“Con 20 impianti di questo tipo si produce un terzo di energia di una centrale nucleare di 1 gigawatt: i costi sono ancora elevati, ma si ripagano in sei anni e l’impianto ne dura trenta. Perché non si va verso questa direzione?”.

Fonte: Ecquo

Nucleare tra corsi, ricorsi e manifestazioni

Friday, June 25th, 2010

Secondo il Presidente Nazionale di Confeuro investire nelle rinnovabili è più conveniente sia in termini di mercato che ambientali rispetto all’energia dell’atomo

(Rinnoabili.it) – Dopo la rigettazione da parte della Corte costituzionale dei ricorsi sollevati da dieci Regioni (Lazio, Umbria, Basilicata, Toscana, Calabria, Marche, Molise, Puglia, Liguria ed Emilia Romagna) sulla legge delega del 2009 sul nucleare l’Italia si prepara al No nucleare day per questo sabato 26 giugno. Una giornata per manifestare contro la scelta di ritornare all’energia dell’atomo che coinvolgerà tutto lo stivale, con diverse manifestazioni caratterizzate dall’assoluta apartiticità dell’evento e che, come spiegano gli organizzatori, “vuole essere la pura voce dei cittadini, non vuole assolutamente essere politicizzato”.
E mentre si attende che vengano discusse le modalità con cui accelerare le procedure per l’Istituzione dell’Agenzia per il Nucleare anche la Confederazione delle Associazioni e Sindacati Liberi dei Lavoratori Europei entra nel merito della questione: “Il problema – dichiara il Presidente Nazionale Confeuro Rocco Tiso –non è nei costi del nucleare o nella quantità e gravità di rischi che esso comporta, poiché le centrali di nuova generazione rappresentano, in questo senso, un grande passo in avanti. Il problema è piuttosto nel fatto che se la stessa mole di investimento necessaria al nucleare fosse destinata tout court alle rinnovabili i benefici sarebbero immensamente maggiori, sia in termini di mercato e di occupazione, sia in termini di salvaguardia dell’ambiente, come anche in termini di prestigio internazionale”.
Si attende ora ottobre, mese in cui la Consulta dovrà pronunciarsi sul ricorso, questa volta del governo, contro le leggi regionali di Puglia, Basilicata e Campania che vietano la realizzazione di centrali nucleari sul loro territorio.

Fonte: La Repubblica

NUCLEARE Respinti ricorsi delle Regioni

Wednesday, June 23rd, 2010

Gli enti locali si erano rivolti alla Corte costituzionale perché ritenevano illegittima la legge delega sulla scelta dei siti delle nuove centrali

ROMA - La Corte Costituzionale ha rigettato i ricorsi sollevati da dieci Regioni sulla legge delega del 2009 sul nucleare, dichiarandoli in parte infondati e in parte inammissibili. Respinte dunque le richieste di Lazio, Umbria, Basilicata, Toscana, Calabria, Marche, Molise, Puglia, Liguria e Emilia Romagna (il Piemonte aveva deciso di ritirare il suo), illustrate durante l’udienza pubblica di ieri mattina. Il deposito delle motivazioni della sentenza, che sarà redatta dal vicepresidente della Corte Ugo De Siervo, è atteso per le prossime settimane.

Cade così anche l’ultimo ostacolo di rilievo per il ripristino dell’atomo in Italia. Ora, il primo passo necessario ad avviare la fase di ritorno dell’Italia al nucleare sarà quello di scegliere i siti che ospiteranno le centrali. Operazione per la quale, secondo il governo, ci vorranno circa tre anni 1. L’European Pressurized Reactor (EPR) di tecnologia francese - quello che sbarcherà in Italia - richiede zone poco sismiche, in prossimità di grandi bacini d’acqua senza però il pericolo di inondazioni e, preferibilmente, la lontananza da zone densamente popolate.

Il decreto legislativo varato dal Consiglio dei ministri a dicembre indica una serie di parametri ambientali, fra cui popolazione e fattori socio-economici, qualità dell’aria, risorse idriche, fattori climatici, valore paesaggistico e architettonico-storico, importanti per la costruzionei della prossime centrali nucleari. Secondo il decreto, i siti che decideranno di ospitare le centrali potranno ottenere bonus sostanziosi, intorno ai 10 milioni di euro l’anno, destinati sia agli enti locali che ai residenti nelle zone in questione.

Fra i nomi dei siti possibili ritornano, al di là delle dichiarazioni contrarie di alcuni presidenti di Regione, quelli già scelti per i precedenti impianti, poi chiusi in seguito al referendum del 1987: Caorso, nel Piacentino, e Trino Vercellese (Vercelli), entrambi collocati nella Pianura Padana e quindi con basso rischio sismico e alta disponibilità di acqua di fiume.

Tra le scelte possibili anche Montalto di Castro, in provincia di Viterbo, che unisce alla scarsa sismicità la presenza dell’acqua di mare. Secondo altri, fra cui i Verdi e Legambiente, il quarto candidato ideale è Termoli, in provincia di Campobasso, mentre in altre circostanze si è fatto il nome di Porto Tolle, a Rovigo, dove c’è già una centrale a olio combustibile in processo di conversione a carbone pulito. Gli altri nomi che ricorrono più spesso sono Monfalcone (in provincia di Gorizia) Scanzano Jonico (Matera), Palma (Agrigento), Oristano e Chioggia (Venezia).
  Fonte: La Repubblica

Il nucleare, una scelta ideologica

Sunday, June 20th, 2010
Le vere alternative al petrolio sono efficienza energetica, risparmio e fonti rinnovabili

La scelta del nucleare nel nostro paese non ha alcun senso.

Al di là del rischio ambientale e per la salute delle popolazioni, il nucleare costa troppo, non dà indipendenza e sicurezza energetica - l’uranio è una risorsa che entro qualche decennio finirà, le centrali costituiscono degli obiettivi “sensibili” per il terrorismo, con forti rischi per la popolazione e comunque la preventiva militarizzazione del territorio. Il nostro Paese aveva rinunciato al nucleare, per decisione popolare, con il referendum del 1987. Nelle recenti elezioni regionali, quasi tutti i candidati (e gli eletti) alla carica a Governatore hanno dichiarato di non volere il nucleare sul proprio territorio.
Appare quindi sempre più evidente che l’unica strada sostenibile in materia di energia sia quella del risparmio, dall’efficienza energetica e dal sempre più forte ricorso alle fonti rinnovabili e pulite.

Il nucleare è marginale a livello mondiale

Il contributo attuale al fabbisogno energetico mondiale fornito dal nucleare è in realtà solo del 2% e non lo sbandierato 5,9% di energia primaria: questo perché solo un terzo del contenuto energetico del combustibile fissile viene effettivamente sfruttato, in quanto convertito in energia elettrica, l’unica forma di energia che le centrali nucleari sono realmente in grado di sfruttare.

Il nucleare non migliora la sicurezza energetica e non riduce la dipendenza dal petrolio

L’Italia non possiede significative riserve di uranio e quindi sarebbe costretta ad importarlo da altri paesi. Peraltro il nucleare serve solo a produrre energia elettrica e non potrebbe sostituire il petrolio che è prioritariamente usato per i trasporti, per la produzione di manufatti plastici, per l’industria chimica.
L’Italia è il Paese europeo con maggior eccedenza di potenza elettrica istallata.

L’Italia ha una potenza elettrica installata che eccede largamente il picco di domanda, e nonostante questo ha in programma la realizzazione di un numero spropositato (ed inutile) di altre centrali, comprese quelle nucleari. Il fatto che durante le ore notturne importiamo energia elettrica dalla Francia risponde in primis alle esigenze di questo paese piuttosto che a quelle italiane: le centrali nucleari, infatti, non possono essere accese e spente a piacere, e la Francia, per garantire la stabilità del proprio sistema, di notte, si trova a dovere cedere sottocosto energia elettrica ai paesi confinati.

Il nucleare è una follia dal punto di vista economico

Quella nucleare è da sempre stata la più costosa delle fonti energetiche. L’impianto attualmente in costruzione in Finlandia ha già maturato tre anni di ritardo e la spesa prevista è già quasi raddoppiata arrivando a 5,3 miliardi di euro, ma non si sa ancora quale sarà il prezzo definitivo… Se la tecnologia nucleare si è sviluppata è stato solo grazie ai massicci finanziamenti governativi strettamente connessi alla corsa agli armamenti nucleari. Le promesse di diminuzione della bolletta elettrica sono quindi del tutto campate in aria.

L’uranio NON è una risorsa molto abbondante in natura

Se si pensasse di sostituire, per la produzione di elettricità, tutta l’energia fossile con quella nucleare, le riserve di uranio si esaurirebbero nel giro di pochissimi anni. Di fatto già oggi la produzione d’uranio è inferiore al reale fabbisogno degli impianti in esercizio.

Il problema della gestione delle scorie non è stato risolto

L’energia nucleare, nel suo ciclo di produzione inevitabilmente origina delle scorie radioattive la cui gestione costituisce di fatto il più grave dei problemi non risolti connessi a tale tecnologia.

Non è vero che le nuove centrali sono sicure

Gli impianti nucleari sono sempre stati accompagnati da una lunga lista di incidenti, generalmente tenuti nascosti o sottostimati. Gli stessi impianti di nuova costruzione (tipo EPR) prevedono l’impiego di un combustibile maggiormente arricchito che comporterà una più elevata presenza dei prodotti di fissione (fortemente radioattivi). Queste scorie, anche perché sviluppano più calore, saranno ancora più difficili da gestire. Il nucleare di IV Generazione poi, nell’improbabile ipotesi che un lontano domani sia realizzato, non sarà affatto esente da rischi.

“Il ritorno al Nucleare? Una scelta strategicamente sbagliata”, articolo di Vincenzo Balzani (Università di Bologna) >>

DIECI DOMANDE E RISPOSTE SUL NUCLEARE >>

fonte : WWF

Bluff nucleare

Saturday, May 22nd, 2010

E’ il piano atomico voluto da Berlusconi. Ma una centrale simile a quelle previste è già in costruzione in Finlandia. E provoca ritardi e dubbi. Così il nostro programma avrà tempi, costi e vantaggi discutibili

 

C’è un sistema, scomodo ma efficace, per vedere cosa potrebbe riservarci la nuova stagione nucleare italiana, il rinascimento atomico lanciato dal governo Berlusconi. Bisogna volare in Finlandia e raggiungere l’isolotto di Olkiluoto, tre ore di automobile da Helsinki lungo la costa baltica. Un angolo di terra dove, protetto da insistiti controlli di sicurezza, svetta il più grande reattore nucleare mai concepito al mondo: il Gigante, com’è chiamato da queste parti.

Una struttura alta 63 metri che a fine lavori ingloberà 52 mila tonnellate d’acciaio e sprigionerà 1.600 megawatt di energia. Un pachiderma costruito dagli oltre 4 mila operai del consorzio franco-tedesco Areva-Siemens, identico per potenza, partner (Areva) e tipo di reattore (Epr, European pressurized reactor) agli impianti previsti sul nostro territorio: le ormai famose quattro centrali annunciate, prima dello scandalo “cricca”, dall’ex ministro allo Sviluppo economico Claudio Scajola. Uno scenario che, a giudicare dal prototipo finlandese, è tutt’altro che rassicurante.

“A Olkiluoto niente procede come stabilito”, testimonia il parlamentare di Centro ed ex ministro dell’Ambiente Kimmo Tiilikainen: “L’opera è partita nel 2005 e doveva finire entro il 2009: invece arriveremo, come minimo, al 2012″. Peggio ancora il capitolo costi: “Dai 3 miliardi di avvio siamo agli attuali e per nulla definitivi 5,5″.

GUARDA
La videoinchiesta nella centrale di Olkiluoto

Quanto alla gestione della sicurezza, il deputato parla di una situazione “imbarazzante”. Una via Crucis documentata dagli ispettori pubblici, che più volte hanno riscontrato irregolarità: “Nel 2005 è stata cambiata, senza permesso, la composizione del cemento alla base del reattore”, racconta Lauri Myllyvirta di Greenpeace Finlandia: “Nel 2007 si è scoperto che l’involucro del reattore era stato saldato, per mesi, senza i dovuti controlli”. E a maggio 2009, dopo che l’Agenzia nazionale per la sicurezza atomica finlandese ha contestato ad Areva l’inesistente “avanzamento nella progettazione dei sistemi di controllo e protezione”, gli ambientalisti hanno invocato “la revoca dell’autorizzazione al consorzio

Episodi gravi, noti agli addetti ai lavori internazionali, ma ininfluenti per il nostro governo. C’era invece euforia, il 9 aprile scorso, quando Italia e Francia hanno perfezionato l’accordo per il nostro ritorno al nucleare. Come non fosse mai esistito il referendum del 1987, con il quale vennero pensionate le tre centrali in funzione a Caorso, Trino Vercellese e Latina (quella di Garigliano era chiusa dal 1978). Vecchie storie. Adesso il futuro energetico italiano è nelle mani di Enel e Ansaldo, che con le cugine Edf (Electricité de France) e Areva costruiranno reattori di cosiddetta terza generazione avanzata. Come quello di Olkiluoto, appunto. “Un progetto pericoloso e inutile”, a sentire Ermete Realacci (Pd). Sorretto, a suo avviso, da una strategia discutibile: “Si confonde l’opinione pubblica divulgando che l’energia nucleare costerà meno. Che finalmente ci libererà dalla schiavitù delle importazioni. Che non è pericolosa. Che è in linea con le direttive della Ue. Che ci consentirà di stare al passo con i grandi del pianeta… Tutte invenzioni che pagheremo sulla nostra pelle”.

Sono le bufale atomiche. L’eccesso di ottimismo per nascondere problemi enormi, a volte irrisolvibili. Una scelta ripetuta anche il 26 aprile, in occasione dell’anniversario di Chernobyl, quando Berlusconi ha ricevuto nella sua villa di Lesmo l’amico e presidente russo Vladimir Putin.

A fine incontro, il nostro premier ha annunciato la partecipazione dell’Enel al progetto di una centrale a Kaliningrad. Ha citato la sinergia per sviluppare un reattore chiamato Ignitor. E soprattutto, ha anticipato che “i lavori per la prima centrale italiana partiranno in questa legislatura, cioè entro tre anni”. Parole precise, inequivocabili. Ma del tutto infondate, ha illustrato tre giorni dopo Giuseppe Morbidelli, docente di Diritto a La Sapienza di Roma, durante la “Conferenza annuale di diritto dell’energia

“I passaggi previsti dal decreto legislativo 31 del 2010, rendono impossibile avviare la costruzione di una centrale prima del 2017″, spiega. “L’Agenzia nazionale per la sicurezza nucleare dovrà, innanzi tutto, fissare con Regioni e Consiglio dei ministri i parametri per individuare il sito: procedura che finirà nel luglio 2011″. Poi ci saranno “scelta e certificazione del sito stesso, con l’Agenzia che si confronterà con la singola Regione e la Conferenza Stato-Regioni: e siamo a novembre 2012″.

Dopodiché gli operatori interessati presenteranno domanda all’Agenzia per la costruzione e gestione degli impianti, “e l’iter si concluderà a maggio 2017″. Se tutto fila liscio, dice Morbidelli: “finora, infatti, non esistono né l’Agenzia nazionale per la sicurezza, né il documento programmatico del governo a monte dell’intera operazione”.

È sempre così, quando si tratta di nucleare made in Italy. Prima arrivano gli annunci a effetto, le certezze matematiche, poi i dubbi e le riflessioni. Sta capitando anche sul fronte della sicurezza, aspetto più che prioritario. L’8 marzo scorso, ad esempio, l’amministratore delegato di Enel, Fulvio Conti, ha dichiarato che “il ritorno all’atomo non comporta alcun rischio”.

L’ex ministro Scajola, in precedenza, si era augurato che gli costruissero “una centrale nucleare davanti casa”, e sulla stessa linea è il sottosegretario allo Sviluppo Adolfo Urso, che con “L’espresso” critica “l’inutile allarmismo degli scienziati da bar”. Tutto questo però non chiude il discorso: lo spalanca. Roberto Mezzanotte, ex capo del Dipartimento nucleare dell’Ispra (l’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale) non ha difficoltà ad ammettere che “per quanto il singolo, in percentuale, corra rischi minimi, la possibilità di un incidente atomico esiste ed è innegabile”. Il tutto mentre dall’estero arrivano notizie sgradevoli, con le Autorità nazionali di sicurezza nucleare finlandese, francese e inglese che a novembre hanno censurato, in una nota congiunta, i sistemi di controllo dei reattori Epr.

Addirittura, per archiviare la bufala della sicurezza al 100 per cento, l’organizzazione Sortir du nuclear (Uscire dal nucleare) ha reso pubblici a marzo i documenti interni della società Edf sul reattore di Flamanville, fotocopia (ben lontana dall’essere conclusa) di Olkiluoto e dei futuri impianti italiani. Sul banco degli imputati è finito il progetto Epr, che “prevede di adattare la potenza del reattore alla richiesta istantanea della rete”, ma in questo modo potrebbe generare il rischio esplosione. Un pericolo tanto serio quanto taciuto dai nuclearisti italiani.

In compenso, Berlusconi ha dichiarato giorni fa che “il 54 per cento degli italiani è favorevole” al nucleare, ma stavolta a smentirlo è la ricerca di mercato svolta dall’istituto Format e presentato nel convegno “Energetica”. Un’analisi “statisticamente rilevante” che fotografa un’altra Italia, nella quale tre persone su quattro affermano di non voler considerare l’ipotesi di una centrale nella propria provincia, mentre il 72 per cento ritiene che le tecnologie disponibili non offrano sufficienti standard di sicurezza.

Non bastassero le percentuali, poi, e si volesse sondare la pancia degli italiani, basta spostarsi su Facebook, dove fioriscono la rabbia, i sarcasmi e la violenza verbale del gruppo “Raccolta firme per una centrale nucleare ad Arcore”, affollato da oltre 5.700 antinuclearisti. Scrive Roberto P.: “È ora di incazzarsi sul serio! Finché ci riduce a imbecilli con le sue televisioni, poteva passare. Adesso, con ’sta merda del nucleare ha passato i limiti…”. Ed è un commento tra più pacati.

“Quello che lascia sgomenti”, afferma il fisico Gianni Mattioli, “è l’impossibilità di un confronto con le istituzioni. Ho contattato, con altri studiosi di fama internazionale, il ministero per lo Sviluppo economico. Abbiamo incontrato vari consiglieri, ci è stato assicurato un interesse al dialogo, ma non s’è concluso niente”. Eppure ce ne sarebbero, di questioni da affrontare. Partendo dalla domanda fondamentale: perché l’Italia deve tornare all’atomo? Cos’è cambiato dalla stagione del referendum? E che vantaggio dobbiamo aspettarci? “Totale”, assicura Urso: “Parliamoci chiaro: tutte le nazioni industrializzate investono in energia atomica, perché non dovremmo noi? Se poi vogliamo farci del male, se preferiamo essere sordi e ciechi come gli ambientalisti nostrani, d’accordo. Ma non lamentiamoci delle conseguenze…”.

Fonte: L’Espresso

Centrali nucleari: la realtà oltre la propaganda

Wednesday, May 12th, 2010

6 maggio 2010 2 commenti

reattori in funzione  Il Governo italiano è fortemente determinato a rilanciare l’energia nucleare, sostenendo che sia una fonte fondamentale di cui il mondo, ed anche il nostro paese, non può fare a meno. Tale ipotesi, anche a prescindere dai rischi ambientali e politici connessi a questa tecnologia, guardando la situazione mondiale non ci appare né conveniente, né realistica, per quegli stessi motivi economici che ne hanno limitato lo sviluppo ben al disotto delle aspettative concretizzatesi nei più massicci investimenti di capitali pubblici che una tecnologia abbia mai ricevuto. Infatti, secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia, l’energia nucleare nel 2007 contribuiva per un modesto 5,9% ai consumi mondiali di energia primaria, assai meno del 9,8% prodotto dalle energie rinnovabili[1]. Ma, dal momento che l’unica energia utilizzabile prodotta in un centrale nucleare è quella elettrica, il contributo reale alla domanda mondiale di energia primaria è assai più modesto e stimabile in circa il 2%. A dimostrazione di ciò nel 2007 la produzione idroelettrica ammontava a 3.162 TWh contro i 2.719 TWh del nucleare[2]

Se guardiamo la figura 1, è facile constatare che circa il 70% dei reattori nucleari oggi in funzione sono stati realizzati fra il 1975 e il 1985, e quindi verranno chiusi entro il 2030. Ciò significa che per mantenere l’attuale potenza nucleare, considerando costi di realizzazione stimati in 7 $/W (5,46 €/W) (stima di Moody’s Investors-2008)[3], sarà necessario sostituire circa 250 GW che saranno chiusi, con un costo di circa 1.365 miliardi di euro. Se a questo aggiungiamo i costi di smantellamento dei vecchi impianti e di gestione delle scorie, che sono addirittura più alti dei costi di costruzione, si comprende perché il nucleare riveste un ruolo marginale nel futuro energetico mondiale.

A questo aggiungiamo le permanenti incertezze su costi ed affidabilità per la gestione finale delle scorie[4] e il fatto che il costo dell’uranio è aumentato di 10 volte fra il 2003 e il 2007.

Bisogna anche notare che nessuna nazione europea, e tanto meno l’Italia, produce o ha riserve di Uranio, per cui non sarà certo lo sviluppo del nucleare che potrà aiutarci ad avere maggior indipendenza energetica. Il costo dell’uranio, poi, è destinato a crescere per il fatto emissioni nucleareche dopo il 2030 saranno esaurite le miniere ad alta concentrazione in giacimenti sabbiosi e quindi facili da trattare (soft ore) e si dovrà ricorrere all’estrazione di uranio da graniti (hard ore) e ad una concentrazione di uranio decine di volte inferiore. Ciò implicherà costi molto più elevati e più alti consumi di combustibili per la sua estrazione. Si prevede che i crescenti consumi delle attività di estrazione porteranno rapidamente le emissioni di CO2 del kWh nucleare a superare quelle relative alle centrali a gas, smentendo anche il presunto ruolo dell’energia nucleare in uno scenario di riduzione delle emissioni (si veda figura 2) [5]. Viene quindi a cadere, nel medio termine, anche l’argomento che il nucleare possa essere una risposta ai cambiamenti climatici.

Un altro argomento dei sostenitori del ritorno al nucleare è che ciò garantirebbe una maggiore indipendenza energetica del nostro paese; anche questa ci appare una tesi alquanto singolare. A parte il fatto cvhe in Italia non ci sono miniere di uranio, la filiera nucleare richiede tutta una serie di attività ed impianti costosi e per certi versi più pericolosi del reattore stesso (figura 3). Tutti i paesi che utilizzano in modo significativo questa fonte energetica si sono dotati di una propria filiera che al più esclude solo la fase mineraria fino alla produzione del cosiddetto “yellow cake”. Non sviluppare una filiera nazionale significa far dipendere la produzione di energia elettronucleare in tutto e per tutto dal paese d’appoggio.filiera nucleare

Per quanto riguarda l’Italia dove il governo prevede di allacciare le centrali che intende realizzare, alla filiera francese, sarà come offrire alla Francia dei siti sul nostro territorio per realizzare impianti dei quali avrà il pieno controllo.

Inoltre, sempre secondo il già citato rapporto di Moody’s, il costo del kWh nucleare sta aumentando del 7% all’anno, e quindi nel 2020 sarà raddoppiato passando dagli attuali 0,07 € a 0,14 €. Ciò comporta che se per quella data il 25% dell’elettricità verrà prodotta dal nucleare, come nei piani del nostro governo, la bolletta elettrica degli italiani sarà più pesante del 25%; cioè su una bolletta annua di 500 € il cittadino si troverebbe a pagare ben 125 € in più.

costo kwh nucleareCome affermare allora che la costruzione di centrali nucleari abbasserà il costo dell’energia in Italia. Di fronte a questi dati appare invece un enorme problema etico; la nostra generazione potrà avere l’opportunità economica di sfruttare questa tecnologia nucleare solo perché ne farà pagare i costi maggiori alla generazione seguente e l’onere di custodire le scorie contenenti plutonio per oltre 100.000 anni a tutte le generazioni che verranno. Questo ci pare immorale ed inaccettabile. Sorge allora spontanea la domanda: cui prodest? Non è difficile trovare la risposta. Gioverà a tutte quelle imprese che andranno incontro all’industria nucleare francese che si trova alla vigilia di uno sforzo economico ciclopico per chiudere le sue centrali più vecchie, pronta quindi a svendere ai “saldi di fine stagione” una tecnologia al tramonto. D’altra parte un (ex) ministro che pensa che le case al Colosseo costino come quelle di Centocelle, può anche avere idee confuse sul costo dell’energia.

L’utopia che vi propongo, e questa volta è una utopia al limite dell’irrealizzabile, è che il nostro premier, invece di promettere propaganda televisiva a reti unificate per inculcare negli italiani che il nucleare è bello, buono, sicuro e poco costoso, dica la verità sul perché vuole trascinare il paese su questa avventura anti-economica e pericolosa.

Alla prossima utopia.

Fonte: Ecquo

Niger, il paese radioattivo

Friday, May 7th, 2010

Uranio, rapporto di Greenpeace sulle aree minerarie dello Stato africano. Acque contaminate, metalli nocivi, polveri sottili e abitanti a rischio leucemia, cancro e malattie respiratorie. Qui opera l’Areva, l’azienda francese con cui Berlusconi e Scajola hanno stretto l’accordo per costruire quattro centrali in Italia

di ANTONIO CIANCIULLO

LA FALDA acquifera contaminata per milioni di anni. Livelli di radioattività nelle strade di Akokan, in Niger, 500 volte superiori ai valori normali nell’area. Metalli radioattivi venduti nei mercati locali. E’ uno dei costi nascosti del nucleare: il prezzo ambientale pagato dall’Africa all’estrazione dell’uranio. La denuncia è contenuta in un rapporto di Greenpeace 1. Nel novembre scorso l’associazione ambientalista, in collaborazione con il laboratorio indipendente Criirad e la rete di ong Rotab, ha effettuato uno studio del territorio attorno alle città minerarie di Arlit e Akokan, in Niger, per misurare la radioattività di acqua, aria e terra intorno. E’ qui che opera Areva, l’azienda francese leader mondiale nel campo dell’energia nucleare, la stessa società con la quale il governo Berlusconi e il ministro Scajola hanno stretto l’accordo per costruire quattro centrali atomiche in Italia.

“In quattro su cinque campioni di acqua che Greenpeace ha raccolto nella regione di Arlit, la concentrazione di uranio è risultata al di sopra del limite raccomandato dall’Oms per l’acqua potabile”, si legge nel rapporto. “In 40 anni di attività sono stati utilizzati 270 miliardi di litri di acqua contaminando la falda acquifera: saranno necessari milioni di anni per riportare la situazione allo stato iniziale”. Anche nelle polveri sottili, che entrano in profondità nell’apparato respiratorio, la concentrazione di radioattività risulta aumentata di due o tre volte.

Areva sostiene che nessun materiale contaminato proviene dalle miniere, ma Greenpeace ha trovato diversi bidoni e materiali di risulta di provenienza mineraria al mercato locale a Arlit, con un indice di radioattività fino a 50 volte superiore ai livelli normali. Gli abitanti del luogo usano questi materiali per costruire le loro case. “Per le strade di Akokan, i livelli di radioattività sono quasi 500 volte superiori al fondo naturale”, continua lo studio. “Basta passare meno di un’ora al giorno in quel luogo per essere esposti nell’arco dell’anno a un livello di radiazioni superiore al limite massimo consentito”.

L’esposizione alla radioattività può causare problemi delle vie respiratorie, malattie congenite, leucemia e cancro. Nella regione i tassi di mortalità legati a problemi respiratori sono il doppio di quello del resto del Niger. Areva sostiene che nessun caso di cancro sia attribuibile al settore minerario.

Greenpeace chiede uno studio indipendente intorno alle miniere e nelle città di Arlit e Akokan, seguita da una completa bonifica e decontaminazione. I controlli devono essere messi in atto per garantire che Areva rispetti le normative internazionali di sicurezza nelle sue operazioni, tenendo conto del benessere dei suoi lavoratori, dell’ambiente e delle popolazioni circostanti.

“Nella situazione attuale comprare da Areva il combustibile per le centrali nucleari che il governo vuole costruire significherebbe finanziare i disastri ambientali e sanitari in Niger”, commenta Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace.

Fonte : La Repubblica

Nucleare. Eurobarometro: Solo 28% italiani vuole centrali in casa

Monday, May 3rd, 2010

Per 55% italiani e 51% europei rischi maggiori di benefici

Bruxelles, 30 apr. (Apcom) - Secondo un sondaggio di Eurobarometro, solo il 28% degli italiani vorrebbe avere una nuova centrale nucleare in patria, mentre il 30% preferirebbe “un paese vicino”, il 27% un paese non Ue, e 14% non ha fornito risposte. Gli intervistati favorevoli a costruire nuove centrali nel proprio paese sono il 67% in Svezia, il 54% in Finlandia, il 51% in Gran Bretagna, il 48% in Francia e in Olanda, il 46% in Bulgaria, il 45% in Germania, il 38% in Ungheria e il 37% in Belgio. Il 37% è anche la media Ue. Tutti gli altri Stati membri sono al di sotto di questa soglia, con punte bassissime a Cipro e Malta (8%), in Grecia (9%), Portogallo (11%), Lettonia (14%), Austria (16%) e Irlanda (17%). Il 51% degli europei e il 55% degli italiani pensano che i rischi del nucleare siano più importanti dei benefici. Ma anche il 53% de francesi, nonostante le molte centrali in casa, e il 52% dei tedeschi. La percentuale è altissima per greci (83%) e ciprioti (82%), e oltre il 60% per austriaci e lussemburghesi (65%), danesi (63%) e spagnoli (61%). Al contrario, i più convinti che i vantaggi ‘pesino’ più dei rischi sono i cechi (59%), seguiti da svedesi e slovacchi (52%). A pensarlo in Italia è il 27% degli intervistati, la media europea è il 35%. Il 53% degli italiani, inoltre (contro una media europea del 47%) pensa che i rischi dell’atomo siano sottostimati, mentre il 28% (e il 38% nell’Ue) li considera, al contrario, sovrastimati. Alla domanda se si ritenga che la parte del fabbisogno energetico nazionale assicurata dal nucleare debba aumentare, risponde positivamente il 20% degli italiani (contro una media Ue del 17%). Il 27% degli italiani pensa che dovrebbe diminuire (ciò che è impossibile, visto che nel Paese non ci sono centrali operanti) e il 35% che dovrebbe essere mantenuta la stessa quota di oggi (cioè zero)

Fonte: La Stampa

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