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Gli animali prigionieri del greggio “Ucciderli è il male minore”

Saturday, July 10th, 2010

Per la biologa tedesca Silvia Gaus del “Wattenmeer National Park” è più umano praticare l’eutanasia agli uccelli finiti nel petrolio che cercare di prolungarne la vita: “Così soffrono più a lungo prima di morire”. E il dibattito s’infiamma nelle organizzazioni ambientaliste di tutto il mondo di PAOLO PONTONIERE

SAN FRANCISCO - E’ possible che ripulire gli uccelli finiti nel petrolio che sta fuoriuscendo dal fondale del Golfo del Messico non sia solo inutile ma anche crudele? La domanda sta facendo il giro dei siti ecologici da quando il San Francisco Chronicle, il maggiore quotidiano della California settentrionale, ha sollevato la questione con una paio di editoriali. Una polemica che, per usare un’espressione cara agli americani, corre alla stessa velocità con cui il fuoco si diffonde nelle praterie.

Quello della riabilitazione dei volatili rimasti improgionati nel petrolio che esce dalla piattaforma DeepSea Horizon della BP è uno degli aspetti più importanti delle operazioni di salvataggio nel Golfo del Messico, e anche il più controverso. Sopratutto da quando, all’inizio di giugno, la biologa tedesca Silvia Gaus del “Wattenmeer National Park” ha dichiarato che è più umano eutanizzare gli uccelli finiti nell’olio nero che cercare di prolungarne la vita. Le dolorosissime operazioni di pulizia, secondo l’esperta, li farebbero soffrire inutilmente e non aumenterebbero affatto le loro possibilità di sopravvivenza.

A sostegno della propria tesi, la Gaus riporta i dati statistici delle operazioni di salvataggio condotte nella maggior parte delle fuoriuscite petrolifere degli ultimi 40 anni. “Secondo studi attendibili, gli uccelli ripuliti finiscono col soffrire più a lungo e fanno una morte molto dolorosa. Solo l’uno per cento è ancora vivo a un anno dal salvataggio e tra questi ben pochi riescono riprodursi”, ha spiegato. E la durata di vita media non ha superato i sei giorni dal momento del rilascio.

Per confermare la tesi, la biologa ha anche citato un rapporto stilato anni fa dal WWF (World Wildlife Found), una delle maggiori organizzazioni ambientaliste del pianeta. Nel documento, che faceva seguito a un incidente avvenuto in acque spagnole, il WWF esprimeva dubbi sull’opportunità di ripulire gli uccelli finiti nel petrolio versato in mare dalla Prestige, una super petroliera naufragata al largo della costa galiziana rilasciano in mare oltre 60 milioni di litri di petrolio. Il WWF in realtà si è affrettato a emettere un comunicato cercando di rettificare la posizione assunta nel 2002, ma senza esprimersi né a favore né contro la posizione della biologa tedesca. L’organizzazione ambientalista ha comunque precisato che il Golfo del Messico è diverso da quello della Galizia e che è ancora troppo presto per stabilire con certezza se le operazioni di salvataggio aviario stiano funzionando o meno.

Rilanciata poi dalla CNN, da National Public Radio e dai maggiori media statunitensi, la discussione si è trasformata in breve in una tempesta mediatica che adesso coinvolge gli stessi ambientalisti, tra esperti che si schierano a favore e contro il salvataggio. Tra questi ultimi spicca Brian Sharp, ornitologo dell’Oregon e presidente di Ecological Perspectives, un’organizzazione ambientalista di Portland. Intervenendo sul Chronicle Sharp, che ha fatto una ricerca sull’impatto che il disastro della Exxon Valdez ha avuto sulla salute degli uccelli che popolano la Prince William Sound, Sharp ha affermato che solo il 10 per cento degli uccelli ripuliti e reintroddotti nel proprio ambiente naturale è riuscito a sopravvivere a un anno dall’incidente e che la maggior parte è morta nei primi otto giorni per blocchi renali, asfissia e altri sintomi di avvelenamento. Nel caso della Exxon Valdez, inoltre, la Exxon aveva sfruttato il fatto di aver salvato 800 uccelli al costo di 40 milioni di dollari per poter ottenere lo sconto di un 1 miliardo di dollari sulla penale da pagare.

“Ora - spiega Sharp - può sembrare che 500 mila dollari ad animale (a un anno dal disastro della Valdez ne sopravvivevano solo 800) siano tantissimi, ma non quando li si condiera alla luce delle multe di miliardi di dollari che il tribunale avrebbe potuto appioppare alla Exxon se non ci fosse stata la storia del salvataggio degli uccelli. E’ comprensibile che i volontari vogliano salvare gli uccelli, ma bisogna essere realistici e considerare l’effetto che questi tentativi avranno sul progresso delle opere di pulizia ambientale e sui procedimenti legali che faranno seguito al disastro”.

Diametralmente opposta la posizione di Michael Zaccardi, direttore di “The Oiled Wildlife Care Network” del Wildlife Health Center dell’università della California a Davis, e di Jay Holcomb, direttore dello International Bird Rescue Research Center, di Fairfield in California. I due ambientalisti, le cui organizzazioni sono adesso impegnate nelle operazioni di salvataggio nel Golfo del Messico, sostengono che coloro che critano gli sforzi si basano su dati vecchi e non tengono conto del miglioramento delle tecniche di recupero. I ricercatori sottolineano inoltre che, negli ultimi incidenti petroliferi, oltre il 50 per cento degli uccelli salvati sono ritornati al loro ambiente naturale. Addirittura, nel caso di una fuoriuscita avvenuta in Antartide alla fine del 1999, dei 12 mila pinguini salvati, ben il 95 per cento è riuscito a far ritorno ai ghiacciai. “Studi condotti di recente negli USA dimostrano che la percentuale di sopravvivenza degli uccelli recuperati ha raggiunto, in alcuni casi, anche il 60 per cento”, afferma a sostegno di quest’ultima tesi Roger Helm, capo del dipartimento salvaguardia ambientale dello US Fish and Wildlife Service, l’agenzia che si fa carico del benessere delle speci animali negli Stati Uniti.

Ma il biologo J. V. Ramsen, curatore di biologia del museo delle scienze naturtali di Baton Rouge in Alabama, è scettico: “I tassi di sopravvivenza sono troppo alti, almeno nel contesto di questo incidente. Gli uccelli hanno ingerito una sostanza altamente tossica. Se i soccorritori riescono a dimostrare che il 25-50 per cento può essere ripulito e rilasciato senza morire a seguito di pene strazianti, allora dico ‘okay diamoci da fare’. Per quanto sia penoso dirlo, se sopravvivono ok, ne vale la pena, altrimenti è meglio sottopporli a eutanasia. E i dati, per ora, danno torto ai soccorritori”.

Fino a oggi nel Golfo sono stati recuperati poco più di 1000 uccelli, e di questi il 50 per cento è morto immediatamente. Del restante 50, solo 39 tra quelli ripuliti sono stati reintrodotti nel proprio ambiente naturale e tutti all’interno del Pelican Island National Wildlife Refuge, un’area protetta al largo della Florida.

fonte: La Repubblica

Obama in mezzo al catrame: «Mia la responsabilità»

Sunday, May 30th, 2010

 «Sono il presidente, la responsabilità ultima di questa crisi è la mia». E alle popolazioni delle zone costiere interessate dalla deriva della marea nera fuoriuscita nel Golfo del Messico: «Non verrete abbandonati». Così il presidente Usa Barack Obama si è rivolto alle popolazioni colpite dalla’emergenza ecologica seguita all’incidente alla Deepwater Horizon durante una visita alle zone più direttamente coinvolte dal disastro. Il capo della Casa Bianca ha promesso aiuti concreti per fare fronte alle conseguenze dello sversamento di greggio. «Mi prendo l’ultima responsabilità di questa crisi - ha sottolineato - sono il presidente e il compito spetta a me». Obama ha usato per questa ultima frase un’espressione gia utilizzata da altri presidenti Usa come Truman: «Buck stops with me».

 

ORE DECISIVE - Nel frattempo appare sempre più chiaro che le prossime 12-18 ore saranno cruciali nel tentativo di fermare definitivamente la perdita. Lo ha affermato l’ammiraglio della Guardia Costiera Thad Allen, coordinatore delle operazioni di contenimento della marea nera. Il capo della Bp, Tony Hayward, ha preso invece più tempo: 48 ore. Al momento la fuoriuscita di greggio sembra bloccata, ma «è troppo presto per cantare vittoria» e i tecnici hanno ripreso a pompare fango e cemento nel pozzo. Hayward ha detto che l’operazione Top Kill per chiudere il pozzo petrolifero «sta andando abbastanza bene».

TASSA QUADRUPLICATA - Nel frattempo la Camera dei Rappresentanti Usa ha votato un provvedimento per quadruplicare le tasse su ogni singolo barile di greggio (da 8 a 32 centesimi) con cui finanziare un fondo speciale per ripagare i danni della marea nera nel Golfo del Messico. L’obiettivo è raccogliere circa 12 miliardi di dollari in 10 anni

LA DISPUTA SUI «BARILI» - Il riversamento di greggio in mare dal 20 aprile scorso, anche in base alla migliore delle stime, è ormai complessivamente di 68 milioni di litri, una quantità superiore a quella della Exxon Valdez in Alaska, considerata finora la peggiore catastrofe ambientale negli Stati Uniti (allora furono 42 milioni di litri di greggio a riversarsi in mare). Contrariamente a quanto annunciato dalla Bp, che ha sempre parlato di una perdita di 5 mila barili al giorno di greggio dalla falla sul fondo del Golfo del Messico, secondo le stime preliminari del governo Usa sono usciti invece 12-19 mila barili al giorno. È quanto ha determinato il Servizio geologico americano (Usgs).

BP RESPONSABILE - Obama ha anche detto che il colosso petrolifero British Petroleum «è responsabile di questo orribile disastro» e che dovrà ripagare «fino all’ultimo centesimo per i danni causati». Il presidente ha rifiutato le accuse rivolte alla sua amministrazione di aver lasciato il controllo delle operazioni di emergenza nelle mani di Bp, dicendo che ogni mossa della società viene approvata dalla Casa Bianca in anticipo. «Bp opera sotto la nostra direzione», ha detto. «Ogni azione o decisione chiave che prendono deve essere prima approvata da noi». La Bp ha speso finora 930 milioni di dollari per attenuare la catastrofe.
Ttuttavia una squadra di magistrati e investigatori federali guidata dal Dipartimento della Giustizia Usa sta lavorando per una possibile incriminazione penale della British Petroleum . Secondo il quotidiano statunitense «Los Angeles Times», in effetti, gli inquirenti nelle ultime tre settimane hanno raccolto «con discrezione» prove in Louisiana per capire se la Bp abbia violato normative federali sulla sicurezza e fuorviato il governo di Washington sostenendo di essere in grado di porre fine rapidamente all’incidente ambientale.

Fonte: Corriere della Sera

Golfo, la perdita di greggio è 12 volte superiore a quella rilevata finora

Saturday, May 15th, 2010

Molto peggio di quanto si pensava: la fuoriuscita di greggio nel Golfo del Messico dal pozzo sottomarino della Bp potrebbe essere 12 volte superiore a quella finora stimata: se così fosse si passerebbe dal disastro, ormai noto, all’apocalisse. La nuova notizia è riportata dal quotidiano inglese The Guardian che ha raccolto le valutazioni di un team di ricercatori e scienziati americani, coordinati dal prof. Steve Weely della Purdue University. Hanno esaminato il primo video della fuga di petrolio, le cui immagini sono state diffuse soltanto giovedì. Bp ha spiegato di aver pubblicato le immagini in ritardo, perché prima di lunedì non aveva ricevuto nessuna richiesta in merito ma emittenti e giornali americani, tra cui ABC News, hanno ribattuto che nelle settimane scorse hanno cercato con insistenza di ottenere un filmato che documentasse il disastro in profondità. «Nel video si vedono molti vortici che si formano alla fine del condotto, e ho usato un programma informatico per tracciarli e misurare la velocità con cui esce il petrolio - ha spiegato Steve Werely, uno dei ricercatori al Guardian - da qui è molto semplice calcolare qual è il flusso, che risulta molto più alto di quello indicato ufficialmente».

OGNI QUATTRO GIORNI UN DISASTRO COME QUELLO DELLA EXXON VALDEZ - Dallo studio sulle immagini svolto dal team di Steve Weely si giunge alla conclusione che il limite massimo potrebbe essere di 70mila barili giornalieri, contro i 5mila stimati dalla Bp: equivalenti a un disastro come quello causato dal naufragio della Exxon Valdez ogni quattro giorni. La Bp dal canto suo non ha cambiato e ha ribattuto che le sue stime si basano sulle immagini satellitari e sull’osservazione dell’acqua, ritenendo impossibile effettuare una stima affidabile in base alle immagini sottomarine.

ANCHE IL NYTIMES CONTESTA LE STIME UFFICIALI - Che la perdita di greggio possa essere molto maggiore di quanto stimato dal Noaa (l’organismo federale americano che si occupa della tutela ambientale delle acque e delle coste marine), forse 4-5 volte di più, lo afferma anche il New York Times, che ha riferito il parere di diversi esperti. La cifra fornita dal governo americano è stata ottenuta con un metodo chiamato “Bonn Convention” basato sui colori dell’acqua, che sono usati per stimare lo spessore della macchia di petrolio: «Ma questo protocollo è specificatamente non raccomandato per le macchie molto grandi - afferma al quotidiano Alun Lewis, un esperto britannico, inoltre una sua applicazione corretta dovrebbe dare un intervallo di quantità». La stima iniziale fornita dalla Bp era di 1000 barili al giorno, alzata dal Noaa a 5000 solo una settimana dopo la tragedia. I dirigenti dell’azienda britannica hanno sempre affermato che una stima è impossibile. Secondo il quotidiano però, due ricercatori del Massachussets, esperti nelle misure del flusso dei geyser sottomarini, erano stati invitati dalla Bp per provare i loro strumenti sulla falla, ma sono stati all’improvviso rimandati a casa. «Il governo ha la responsabilità di chiedere i numeri esatti - afferma Ian McDonald, oceanografo della Florida State university - ho fatto una stima sulle immagini satellitari, e il risultato è 4-5 volte maggiore di quanto detto finora». Intanto il Noaa ha reso noto un primo bilancio dei mezzi messi in campo per bloccare la falla. Secondo il sito dell’agenzia sono al lavoro 13 mila persone, che hanno disposto a difesa delle coste oltre 600 chilometri di barriere di contenimento e assorbenti, e sono stati spruzzati 712 mila litri di sostanze disperdenti.

LA BP MINIMIZZA: «PERDITA CONTENUTA» - La fuga di greggio dal pozzo sottomarino del Golfo del Messico è relativamente contenuta: lo ha affermato Tony Hayward, Ceo della Bp, le cui dichiarazioni sono state riportate sempre dal Guardian. «Il Golfo del Messico è un oceano assai vasto, il volume del greggio e dei materiali diluenti che vi stiamo riversando è minuscolo in rapporto al volume totale», ha spiegato, dicendosi certo della possibilità di fermare la fuga ma senza dare una data. Secondo quanto riporta il Daily Telegraph Hayward si è detto inoltre sicuro che la trivellazione offshore negli Stati Uniti continuerà dato che si tratta di «un terzo della produzione di petrolio e gas naturale americana».

Fonte: Corriere della Sera

Marea nera. Tonnellate di…capelli, per cercare di assorbirla

Tuesday, May 11th, 2010

Un’associazione no-profit li sta collezionando da tutto il mondo

 L’enorme cupola di cemento e acciaio su cui si erano riposte tante speranze per ora ha fallito, ma c’è una nuova e inaspettata tecnica per cercare di limitare i danni prodotti dalla macchia di petrolio nel Golfo del Messico: capelli e peli. Parrucchieri per esseri umani e animali in tutto il mondo stanno collezionando peli e capelli che verranno raccolti in sacchetti di nylon e inviati sul luogo del disastro. Si spera che questi insoliti sacchetti possano assorbire almeno parte della marea nera. Secondo i media americani, circa 370.000 saloni stanno prendendo parte all’iniziativa messa a punto e coordinata via Facebook dall’organizzazione no-profit “Matter of trust”. Finora stanno arrivando circa 204 tonnellate di capelli e peli al giorno. I peli e i capelli hanno un’incredibile capacità di attirare le sostanze untuose, spiega Lisa Gautier, co-fondatrice dell’associazione. I volontari stanno raccogliendo i sacchetti in 15 magazzini sulle coste del Golfo e presto li posizioneranno sulle spiagge per catturare la marea nera in arrivo. L’iniziativa ha ottenuto l’approvazione dell’Applied Fabric Technologies, la seconda compagnia al mondo specializzata in tecniche di contenimento di inquinamento da petrolio. Gautier ha detto che le donazioni di capelli-peli stanno arrivando da Francia, Gran Bretagna, Spagna, Brasile, Australia, Canada e Stati Uniti e nuovi volontari si stanno aggiungendo. Anche allevatori di alpaca e pecore stanno inviando il loro prezioso materiale

Fonte: La Stampa

«Venezia», Mississippi Anche l’aria sa di petrolio

Sunday, May 2nd, 2010

 In cielo gli aerei che seminano solventi chimici e gli elicotteri che seguono il percorso dell’isola di petrolio. In mare le barche e i «trawler» che, anziché stendere le loro reti, aiutano la guardia costiera a calare in acqua barriere di gomma nel tentativo di arginare la marea nera. A terra cresce lo sgomento, la rabbia impotente dei pescatori: il mare ha ancora il suo solito colore verdastro, ma nell’aria già si diffonde l’odore acre del greggio. E nelle acque del Golfo sono intrappolati cinquemila delfini. «Ieri sera ho fatto l’errore di andare a vedere su Internet quello che è accaduto nel 1989 in Alaska. Spaventoso, non ho chiuso occhio per tutta la notte» dice Dean Blanchard, un commerciante di Grand Isle. «Il mio business—vendere il nostro pesce, i crostacei prodotti qui, ai ristoranti e alle catene di distribuzione alimentare — sta per essere spazzato via. Forse per vent’anni». La vita nella Venezia del delta del Mississippi — il luogo scelto dall’isola galleggiante di olio e bitume per unirsi alla terraferma — non è mai stata facile. Il groviglio di canali che tagliano paludi, acquitrini e la terra fangosa portata dal fiume, è un ecosistema straordinariamente vitale —colonie di cormorani, anatre, fenicotteri, pellicani e cento altre varietà di uccelli — mentre la confluenza di acque dolci e salate produce una ricchezza di fauna marina che fa la gioia di chi pesca per sport e anche di chi così si guadagna da vivere.

 

Louisiana, l’ecosistema condannato Louisiana, l'ecosistema condannato    Louisiana, l'ecosistema condannato    Louisiana, l'ecosistema condannato    Louisiana, l'ecosistema condannato    Louisiana, l'ecosistema condannato    Louisiana, l'ecosistema condannato    Louisiana, l'ecosistema condannato

Ma questa lingua di terra protesa nel mare è anche l’avamposto più esposto agli uragani che si formano nel Golfo del Messico. Katrina, quello devastante di cinque anni fa, in questa zona ha raso al suolo tutto salvo il ponte della strada che arriva da New Orleans e finisce proprio qui, in quella che i 500 abitanti di Venice hanno ribattezzato «the end of the world». In realtà questa è solo la fine di un mondo: quello della terra e della maestà di un fiume che più a Nord terrorizza tutti con le sue piene, le inondazioni, mentre qui è una presenza placida. Ed è l’inizio del regno del mare che circonda tutto e che, quando arriva la tempesta, può aggredire la costa con onde alte alcuni metri. Ma il mare è anche la ricchezza di questa Venezia le cui gondole sono centinaia di barche da pesca di ogni tipo — quelle d’altura che vanno a caccia di Marlin, quelle per la pesca dei tonni, i barchini per le trote, i battelli che vanno a raccogliere le ostriche, i «trawler» che nel Golfo del Messico pescano i due terzi dei gamberi che finiscono sulle tavole degli americani.

Molti temevano che le attività di estrazione del greggio dal fondo marino avrebbero desertificato il Golfo, mettendo in fuga la sua fauna. Invece i pesci si sono moltiplicati. In una zona dal fondale fangoso, dice la gente del luogo, le strutture sommerse delle piattaforme hanno funzionato da barriera corallina. Anche per questo, dopo le distruzioni, la vita era tornata tanto rapidamente a Venice e nelle altre località della costa: nuovi alberghi, case sospese su palafitte sempre più alte e barche, tante barche; a Venice ci sono più cabinati che case, più barche che auto. La flotta peschereccia e i motoscafi della pesca sportiva che ha qui la sua mecca. Attirando anche campioni come Susan Gros, la manager di un grosso gruppo finanziario che anni fa ha mollato tutto e si è trasferita qui, dove è divenuta una specie di guru degli ami e delle esche: «È un disastro senza precedenti » commenta. «Questa non è la costa rocciosa dell’Alaska: quando il petrolio penetra negli acquitrini, nelle paludi, nel terreno già eroso dagli uragani, come si fa a pulire? E siamo alla vigilia della stagione delle ostriche, dei gamberi, della nidificazione dei pellicani!». Aprile, in effetti, è da sempre il momento magico delle feste propiziatorie, delle benedizioni del mare, proprio perché mancano poche settimane all’inizio della stagione della pesca. Quest’anno, ovviamente, nessuno festeggia: chi pesca per sport ha deciso di restare a casa, mentre duecento di quelli che in mare ci vanno per vivere si riuniscono nella parrocchia di St Bernard a Chalmette, qualche miglio più a Nord, cercando di capire se possono fare qualcosa di utile per evitare o contenere il disastro. Qualcuno contesta alla Bp di aver chiesto solo giovedì il loro aiuto per costruire le barriere galleggianti. «Siamo gli unici che conoscono questo mare palmo per palmo» protestano in coro, ma senza vera rabbia. Non grida nemmeno James Gerakines: dopo l’uragano aveva investito tutto su una nuova barca. L’ha chiamata «The Last Chance». Ma la sua ultima occasione resterà all’ancora chissà per quanto. Qualcuno spera ancora nel miracolo: un cambio di direzione del vento, la macchia che, più sottile del previsto, si dissolve per l’azione dei solventi chimici gettati a tonnellate da C130 della Coast Guard. Ma i più stanno già preparando la causa collettiva contro la compagnia petrolifera.

 

Più arrabbiati dei pescatori sono gli ambientalisti. L’esplosione della piattaforma «Deepwater Horizon» della Bp è la loro vendetta nei confronti del «traditore» Barack Obama, il presidente della campagna elettorale «verde», accusato di essersi convertito alla filosofia del «drill, baby drill» di Sarah Palin. Un messaggio brutalmente recapitato alla Casa Bianca che ha già bloccato a tempo indeterminato il via libera a nuove aree di prospezione petrolifera lungo le coste americane che era stato appena concesso dal presidente. Che ha spedito in Louisiana mezzo governo—dal ministro dell’Homeland Security, Janet Napolitano a quello dell’Interno, Ken Salazar — nel tentativo di evitare che anche stavolta, come cinque anni fa, nell’America di Bush, l’Amministrazione brilli per la lentezza e la scarsa efficacia del suo intervento. Resasi conto in ritardo della gravità della fuoriuscita di greggio dalle sue tubature spezzate in fondo al mare, la compagnia petrolifera anglo- americana adesso sperimenta febbrilmente nuove tecnologie idrauliche e chimiche per cercare di bloccare la perdita, per frammentare e dissolvere il greggio. Ma né i mini-sommergibili che lavorano a 1.500 metri di profondità né il nuovo intervento chimico sono serviti a bloccare la falla. La Bp adesso chiede aiuto anche al governo federale e ai suoi stessi concorrenti. Ma né la US Navy, né le altre «sorelle», dalla Exxon alla Chevron, sono riuscite finora a offrirle la soluzione miracolosa. «Vent’anni fa», analizza con sarcasmo in tv il celebre politologo James Carville, «il disastro della Exxon Valdez costò a quella compagnia petrolifera un miliardo e mezzo di dollari. Se non blocca subito la fuoriuscita di greggio, la Bp può anche cambiare il suo nome in Lp, Louisiana Petroleum, tanto le costeranno gli indennizzi».

 

Fonte : Corriere della Sera

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