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L’Aquila, la strage del cemento scadente

Monday, August 2nd, 2010

Il pm: dieci edifici crollarono per errori nel progetto e uso di materiali di scarsa qualità

di GIUSEPPE CAPORALE

L’AQUILA - Ad uccidere 150 persone su 308 durante il terremoto dell’Aquila, fu il cemento «scadente». Dieci condomini si trasformarono in tombe per «errori di progetto e di calcolo delle strutture», «violazione delle norme antisismiche» e soprattutto «scadente qualità del calcestruzzo». Lo scrive il sostituto procuratore Fabio Picuti in una voluminosa memoria consegnata al giudice per le udienze preliminari dell’Aquila, pochi giorni fa. Un fascicolo istruito, in realtà, per chiedere il rinvio a giudizio dei vertici della Protezione Civile (con l’accusa di omicidio colposo per non aver valutato correttamente il rischio terremoto durante il periodo delle sciame sismico), ma che contiene all’interno anche un’analisi dei crolli del 6 aprile 2009.

In queste pagine, per la prima volta, il magistrato che - assieme al procuratore Alfredo Rossini - coordina le 190 indagini sui palazzi-killer, svela i risultati delle perizie tecniche. E i dati sono impressionanti. «L’edificio di via Cola dell’Amatrice numero 17, dove sono morte 12 persone, realizzato in cemento armato e costruito negli anni 1959/1960, è crollato - scrive il pm - per la scadente qualità del calcestruzzo utilizzato, per errori di progetto e di calcolo delle strutture». «L’edificio di via XX settembre numero 123 dove perirono in totale 5 persone, costruito in cemento armato nel 1955, crollava per la carenza di calcestruzzo utilizzato, per errori di progetto e di calcolo» e per «violazione delle norme antisimiche».

E ancora «L’edificio di via XX settembre numero 46/52 in cemento armato e costruito negli anni 1963/1965, dove perirono in totale 8 persone (la Casa dello Studente, ndr) crollava per la scadente qualità del calcestruzzo utilizzato, per errori di progetto e di calcolo» e per «la violazione delle norme antisismiche». «L’edificio di via Generale Francesco Rossi 22 dove morirono 17 persone, costituita da struttura portate in muratura e solai e tetto in cemento armato, costruito nella prima metà degli anni ‘50, è crollato per errori di progetto e di calcolo, per errati interventi nella realizzazione del tetto in cemento armato». Per questi edifici-killer ci sarà la richiesta di rinvio a giudizio, come per i crolli dell’ospedale, del tribunale, del catasto, della facoltà di ingegneria e una decina di scuole e dove, fortunatamente, non ci furono vittime.

Oltre cento indagini su 190, invece, si chiuderanno senza processo. Oltre un centinaio di edifici tra il centro storico dell’Aquila e i paesi della zona vennero giù solo per «vetustà delle strutture sismicamente inadeguate», ha scritto il magistrato. Non ci sarà quindi processo per gli oltre quaranta morti di Onna, e per quelli di San Demetrio, Tempera, Paganica, Fossa, Villa Sant’Angelo

Fonte: La Repubblica

L’Aquila, la protesta blocca anche i siti web

Sunday, June 20th, 2010

di Fabio Iuliano

L’AQUILA. A due giorni dal corteo per chiedere agevolazioni fiscali per l’area del cratere e maggiori garanzie sulla ricostruzione, l’assemblea di piazza Duomo rilancia la protesta contro la scelta del Tg1 e del Tg2 di ignorare la mobilitazione. Mentre su Facebook i commenti di protesta mandano in tilt le pagine delle testate, c’è chi pensa a un evento davanti alla sede Rai di viale Mazzini.LA NUTELLA. Passi per il servizio sull’ernia di Buffon, che nel bel mezzo della kermesse Sudafricana rappresenta comunque un argomento di interesse. Passi per i danni derivanti dagli interventi estetici, ampiamente recensiti dal Tg1. Ma il servizio che proprio non è andatao giù agli aquilani è stato quello del Tg2 di mercoledì sera sulla Nutella. E’ stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

 

«Protestiamo contro i Tg delle due emittenti principali del servizio pubblico», si legge in decine di commenti «che hanno ritenuto più importante disquisire sulla cioccolata anziché dar voce a un corteo di 20mila persone che blocca l’autostrada, con sindaci e parlamentari in testa». Così, da due giorni a questa parte, circolano su Facebook strani fotomontaggi di gente in corteo con dietro un barattolo di Nutella gigante, con scritto «Aquilani in piazza per festeggiare la nutella». Una didascalia che richiama l’altrettanto contestata scelta del Tg5 di presentare il consiglio straordinario in piazza Palazzo come festa per la riapertura dei primi locali in centro.

VIALE MAZZINI. Proprio da qui è maturata l’idea di una mobilitazione a Roma, davanti alla sede Rai. «Se andremo a Roma», hanno spiegato dal tendone di piazza Duomo «manifesteremo non solo davanti a Montecitorio, ma anche davanti alla sede di viale Mazzini».

Sulla rete è stata fatta girare una lettera aperta al presidente della commissione di Vigilanza della Rai,

Sergio Zavoli. «La stampa locale e le agenzie ci hanno seguiti», ha commentato Francesca Fabiani «e le testate hanno partecipato attivamente alla nostra manifestazione, ma Tg1 e Tg2 evidentemente devono ancora rispondere a dei padroni».

WEB IN TILT.
I commenti del popolo di Facebook sulle pagine tematiche dedicate al Tg1 e al Tg2 sono arrivati talmente in massa, da costringere gli amministratori a chiudere temporaneamente gli spazi. Migliaia anche i messaggi di protesta agli indirizzi email alle due testate, divulgati sempre attraverso i social network. E intanto è nato il gruppo «No L’Aquila? No canone Rai», in cui gli amministratori invitano gli utenti aquilani a «non pagare il canone Rai finché non venga restituita dal servizio pubblico la giusta dignità ai fatti che accadono nella nostra città». Sullo stesso tono l’ordine del giorno straordinario presentato dai consiglieri Fabio Ranieri (Pd), Pasquale Corriere (Abruzzo Democratico) e Giuseppe Bernardi (Sd) in cui si invita non pagare il canone «come forma di disobbedienza civile».

Da parte degli organizzatori c’è comunque soddisfazione per la manifestazione. «Abbiamo dimostrato» ha detto ancora la Fabiani «che senza i cittadini le istituzioni hanno le armi spuntate».

Fonte: La Repubblica

 

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L’Aquila, migliaia di persone al corteo per la ricostruzione

Thursday, June 17th, 2010

Striscioni, bandiere, anche vuvuzela, ma nessun simbolo politico, solo i colori neroverde, simbolo dell’Aquila: in migliaia hanno aderito all’appello della mobilitazione cittadina alla Villa Comunale per chiedere la sospensione dei contributi per tutti senza limiti - e non solo per gli autonomi con redditi inferiori di 200 mila euro annui - e lo sblocco dei fondi per la ricostruzione, oltre che per denunciare che decine di migliaia di persone - oltre 32 mila - sono ancora assistite. La mobilitazione, nella città colpita dal devastante terremoto dell’aprile 2009, è stata aperta da uno striscione con scritto ‘SOS’.

AUTOSTRADA - Al corteo hanno partecipato migliaia di persone: ventimila secondo gli organizzatori, diecimila per la questura. Alla manifestazione, oltre al sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente - senza fascia tricolore in segno di protesta - i sindaci di decine di altri comuni del cratere (i quali, però, indossavano la fascia). A un certo punto numerose persone si sono staccate dal corteo e si sono dirette verso il casello autostradale dell’Aquila Ovest, rimasto bloccato fino a quando i manifestanti - dopo avere percorso alcune centinaia di metri sull’autostrada A/24 - hanno fatto dietrofront. Ci sono stati disagi per gli automobilisti, ma la polizia stradale precisa che tutto si è svolto nella maniera più pacifica. Cialente è salito sul camioncino dei comitati, che ha fatto da apripista all’occupazione dell’autostrada, e preso il microfono ha improvvisato un comizio. «Non stiamo chiedendo nulla, ma rivendicando i nostri diritti» ha detto il sindaco dell’Aquila. Finito il discorso Cialente, visibilmente commosso, è stato abbracciato dagli altri sindaci e dagli organizzatori della manifestazione.

LE RICHIESTE - I partecipanti chiedono il congelamento di tasse, mutui, prestiti e altre imposte per 5 anni e la successiva restituzione in 10 anni senza interessi; più garanzie per disoccupati, cassaintegrati e precari; provvedimenti per far ripartire le attività economiche e commerciali; subito le risorse necessarie per la ricostruzione, anche attraverso una tassa di scopo; lo snellimento delle procedure per la ricostruzione.

Un momento della protesta
Un momento della protesta

Infiltrazioni, ruggine e lavori a metà il dossier: quelle case fanno acqua

Saturday, June 12th, 2010

Dai garage allagati alle ringhiere montate al contrario: tutte le magagne scoperte dai tecnici del Comune. “A soli 90 giorni dalla consegna segni di deterioramento inaccettabili”

di CARLO BONINI e GIUSEPPE CAPORALE

L’AQUILA - Se il Progetto C. a. s. e. (Complessi antisismici ecocompatibili) doveva essere un “miracolo”, il miracolo è di quelli che cominciano a fare acqua (per altro, non per modo di dire). E a documentarlo, a neppure novanta giorni dalla definitiva consegna agli sfollati degli 85 edifici antisismici costati alle casse del Paese 803 milioni di euro, sarebbe in fondo sufficiente questo epitaffio: “Si rendono evidenti segni di deterioramento degli edifici inaccettabili”. Il giudizio è in una articolata relazione del marzo scorso di una sessantina di pagine, corredata da un centinaio di fotografie e redatta dagli ingegneri dell’Ufficio Tecnico del comune de L’Aquila a conclusione di due mesi di certosini sopralluoghi in ogni angolo di quelle costruzioni. Piastra dopo piastra, ballatoio dopo ballatoio, garage dopo garage. Ringhiera dopo ringhiera.

“Questo ufficio  -  si legge nell’incipit del documento (”Relazione sullo stato dei fabbricati del progetto C. a. s. e.”)  -  ha potuto riscontrare alcune criticità. E le problematiche più evidenti riguardano perdite nelle tubazioni dei garage”. Le foto scattate dagli ingegneri sono nitide quanto e più delle parole. Dai rivestimenti in cemento e talvolta dalla base dei pilastri che sostengono le piastre antisismiche si allargano lingue d’acqua lercia in cui galleggiano rifiuti di cantiere e macchine in parcheggio. E, in qualche caso, i fiotti hanno cominciato ad allagare anche ballatoi e piani bassi degli edifici. “Alcune ditte  -  chiosano gli ingegneri  -  per ovviare al problema, hanno escogitato soluzioni artigianali, costruendo contenitori in acciaio e tubazioni di scolo a vista, eludendo palesemente la riparazione della causa delle perdite”. Insomma, ci si arrangia con “il secchio”, comunque con pezze peggiori del buco. Anche perché l’acqua non è il solo problema. “Nei garage  -  proseguono i tecnici  -  si evidenzia la mancanza quasi generalizzata dei corollari antifuoco nelle colonne di scarico, con grave pregiudizio per il rispetto delle norme antincendio. In aggiunta, sono stati riscontrati: a) l’assenza di rivestimento coibente delle tubazioni esterne o la sua installazione precaria; b) lavori molto approssimativi nei rivestimenti con finitura in alluminio delle tubazioni; c) collegamenti elettrici e telefonici con cavi penzolanti o addirittura appoggiati a terra senza protezione”.

Non va meglio, a quanto pare, neppure con gli standard di sicurezza degli edifici. “In diverse palazzine  -  documenta la relazione  -  sono stati installati parapetti in ferro o legno con listelli orizzontali facilmente scavalcabili dai bambini. In alcuni casi, sono stati lasciati pericolosamente dei vuoti nel giunto di separazione tra la piastra e i vani scala esterni per l’accesso ai garages. In altri fabbricati, i vani scala esterni presentano pericoli da urto, a causa dei pianerottoli costruiti con profilati in ferro a spigoli vivi. Nei percorsi pedonali tra i garage e gli appartamenti, sono stati riscontrati lavori incompleti nelle pavimentazioni con rischio per le persone anziane o i non deambulanti”. Fino a un paradosso, se si pensa alle polemiche sulla qualità del cemento che ha accompagnato la tragedia aquilana. “In un caso, la struttura in cemento armato del vano ascensore palesa carenze nella qualità del calcestruzzo”.

E non è finita. Con i vizi di costruzione, “a pochi mesi dalla consegna degli appartamenti agli sfollati, si rendono evidenti segni di deterioramento inaccettabili. Ad esempio: ringhiere e passamano già arruginiti o sverniciati, macchie nelle tinteggiature esterne, mancanza di battiscopa intorno ai fabbricati”. Per carità, gli ingegneri del Comune convengono che “la velocità di esecuzione dei lavori, può giustificare alcune disfunzioni”. E però, “è altresì vero  -  scrivono  -  che in alcuni casi si contrappongono fabbricati completati egregiamente ed altri con problematiche serie da risolvere”. Domanda: da chi? E con quali soldi?

Il 31 marzo scorso, la gestione degli 85 edifici è passata proprio al Comune de L’Aquila. Gli ingegneri suggeriscono che siano le ditte appaltatrici a farsi carico di riparare ciò che si è rotto. E a consegnare finalmente e non a metà ciò che gli è stato pagato per intero. Mentre il sindaco Massimo Cialente, proprio ieri, ha affidato il suo ennesimo disperato messaggio in bottiglia all’indifferenza del Governo. Nelle casse del Comune sono rimasti 122 milioni di euro. Una briciola di fronte ai 400 milioni necessari per la sola “assistenza agli sfollati, i puntellamenti, l’emergenza abitativa”. Perché, che lo si voglia o no, ci sono ancora mille famiglie che non hanno un tetto. Quale che sia.

Fonte: La Repubblica

Berlusconi: “Protezione civile mai più in Abruzzo”

Wednesday, June 9th, 2010

Il premier sull’inchiesta sul mancato allarme: “Finché esisterà l’accusa di omicidio colposo gli operatori non andranno più”. Il procuratore: “Continuiamo a lavorare”. Consiglieri Csm: “Tutelare magistrati”

ROMA -  “La Protezione Civile non si recherà più in Abruzzo finché esisterà l’accusa di omicidio colposo”. Lo ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, intervenendo all’Assemblea di Federalberghi, a Roma. E il premier rivela di aver dato disposizione agli uomini della Protezione civile di non recarsi nelle zone terremotate in Abruzzo o, quanto meno, di farlo senza rendersi riconoscibili perché “qualcuno con la mente fragile rischia che gli spari in testa”. Il presidente del Consiglio fa riferimento alle recenti vicende giudiziarie sul mancato allarme 1 per il terremoto e rivela appunto di aver “detto agli uomini della Protezione civile di non andare in Abruzzo o almeno di farlo senza insegne o almeno senza rendersi riconoscibili” proprio perché dopo l’apertura di quel fascicolo “rischi che qualcuno che magari ha avuto dei familiari morti sotto le macerie e con una mente fragile, gli spari in testa

GUARDA IL VIDEO 2

La replica dei giudici è arrivata per bocca del procuratore della Repubblica dell’Aquila, Alfredo Rossini: “Non entro in polemica. Continuiamo a lavorare come al solito bene, velocemente e rispettando le leggi vigenti”. L’inchiesta ha portato all’emissione di sette avvisi di garanzia alle persone, tra cui i vertici della Protezione Civile, che hanno partecipato alla riunione della Commissione Grandi Rischi del 31 marzo 2009 a soli cinque giorni dalla tragica scossa. Per la Procura che ha indagato sull’ipotesi di reato di omicidio colposo, la Commissione Grandi Rischi non ha adottato provvedimenti preventivi.

E un gruppo, maggioritario, di consiglieri del Csm chiede in un documento che il Consiglio intervenga a tutela dei magistrati dell’Aquila che hanno messo sotto inchiesta la Protezione civile e che sono stati accusati dal presidente del Consiglio di essere politicizzati e di aver messo a rischio l’opera della Protezione civile nei luoghi del disastro. Il documento sta per essere presentato al Comitato di presidenza.

L’Aquila, in piazza le domande del popolo delle carriole

Monday, May 3rd, 2010
I cittadini, circa 200, uniti in una “processione di domande” sulla ricostruzione per le vie della zona rossa. Si legge sui cartelli: “Sai quanti cittadini non hanno più il lavoro dopo il sisma?”, o “Quanti soldi ha speso lo Stato italiano per L’Aquila post-sisma, escudendo fondi Ue e donazioni?”

di Fabio Iuliano

L’AQUILA. Sulle transenne di corso Vittorio Emanuele, a ridosso di piazza Duomo, così come sulle carriole in giro per la zona rossa, i cittadini scrivono le loro domande con inchiostro indelebile; una serie di quesiti spontanei su quelle che sono le priorità della ricostruzione, ma anche della rinascita socio-economica dell’Aquila, dopo il terremoto. E’ questo il leitmotiv della mobilitazione delle carriole, a due mesi e mezzo dalla prima uscita. Per la prima volta, le carriole sono partite dal piazzale del Castello, sede in questo fine settimana del “May day”, l’iniziativa contro ogni precariato. Qui sono stati preparati i cartelli per la «processione delle domande».

GUARDA Le carriole con dentro le domande

Mentre su una carriola si legge «Sai quanti cittadini non hanno più lavoro dopo il sisma?», un’altra porta la scritta « Quanti soldi ha speso lo Stato italiano per L’Aquila post-sisma, escludendo fondi Ue e donazioni?», ma anche «Sai che i tuoi nipoti potrebbero non avere neanche un’idea di quella che era la tua città?». C’è spazio per le idee di tutti: chi non ha preparato un cartellone può sempre lasciare un post-it sulla bacheca mobile caricata sulle spalle di Giusi Pitari, tra i promotori della mobilitazione. Dopo aver fatto due giri di piazza Battaglione alpini, , il “popolo delle carriole” ha deviato per corso Vittorio Emanuele, via ancora inaccessibile. E questo, pur non avendo richiesto nessuna autorizzazione. Le forze dell’ordine hanno provato a presidiare il blocco all’altezza di piazza Regina Margherita ma, per scongiurare il rischio di incidenti, hanno preferito aprire le transenne alle prime proteste. D’altra parte, in molti tra i cittadini hanno gridato a gran voce «la città e nostra, dovete lasciarci passare», ricordando che il sindaco Cialente aveva promesso la riapertura del corso principale a partire dal giorno dell’anniversario. Mentre i manifestanti passavano, alcuni militari li hanno apostrofati a suon di «non avete nulla di meglio da fare la domenica?

Ma la cosa non ha provocato ulteriori tensioni. Accompagnati dalle forze di polizia, i manifestanti hanno fatto un sopralluogo a piazza San Domenico, riempita dalle macerie dopo un recente intervento di demolizione. «Io abitavo qui», ha spiegato Patrizia Tocci, «nella chiesa c’era un organo magnifico, ora questa piazza è tutta distrutta. Abbiamo bisogno di trasparenza per gli interventi di demolizione e rimozione delle macerie, a partire dalle ditte che sono state impiegate».

Infine, l’assemblea a piazza Duomo, che ha visto la partecipazione di centinaia di persone. Un confronto per chiedere maggiore consapevolezza del movimento. «Sembra che», ha commentato Ezio Bianchi, uno dei cittadini intervenuti all’assemblea, «né da parte delle forze dell’ordine, né da parte delle autorità locali ci sia consapevolezza di quello che rappresenta l’evoluzione del nostro movimento, come se non ci si volesse rendere conto di quello che sta succedendo».

Fonte: La Repubblica

La leader del popolo delle carriole Hanno lasciato morire la città

Sunday, April 4th, 2010

«Sì, l’ho sentito Bertolaso. Non mi stupisce, è un anno che va dicendo queste cose. La verità è che l’Aquila è una città morta e forse non tornerà mai a vivere. Ma non si può dire, altrimenti vieni considerato un eversore». Giusi Pitari insegna chimica all’Università dell’Aquila ed è arrivata alla sua quarta vita. La prima era da bambina ad Avezzano, la seconda da professoressa in città, la terza da sfollata. La quarta è iniziata il 13 febbraio di quest’anno, quando è entrata nella zona rossa e con il popolo delle carriole ha chiesto la rimozione delle macerie dal centro storico. Professoressa, lei di quel movimento è la persona più conosciuta. Cosa non la convince della ricostruzione? «Che la ricostruzione non c’è. Hanno deciso di abbandonare al suo destino il nostro centro storico, il terzo d’Italia con 160 ettari. E di creare dei villaggi anonimi senza negozi, senza servizi, senza vita. Pure per comprare il sale bisogna prendere la macchina. E i nostri vecchi vivono come reclusi». Forse in un anno non era possibile fare di più.

«Non siamo sprovveduti, non pretendevamo che dopo un anno fosse tutto a posto. Ma è stata scelta la strada più facile per chi doveva costruire. Non la migliore per chi qui ci deve vivere». Cosa intende? «Per gli appartamenti del progetto Case hanno speso un miliardo di euro. Sarebbero andati benissimo i moduli provvisori, che costano la metà. I soldi avanzati si potevano usare per ricostruire la città». Lei dove vive adesso? «Proprio in un appartamento del progetto Case. Sessanta metri quadrati in quattro. Non mi lamento, anche se usiamo un camper come ripostiglio. Ma per quanti anni staremo ancora qui? Forse con i moduli provvisori adesso stareste ancora peggio. «Ma era meglio fare qualche sacrificio in più all’inizio per cominciare subito a ricostruire. Ora sotto le nuove case vogliono fare il marciapiede. E chissenefrega del marciapiede se il centro muore. Il guaio è che siamo abruzzesi». Perché, è un guaio? «Siamo troppo piccoli per far sentire la nostra voce. E invece c’è sempre un carrarmato che ci passa sopra». Chi è che vi passa sopra con il carrarmato? «Guardi che io ce l’ho soprattutto con Berlusconi e con Bertolaso. Ma non solo». Con chi altro ce l’ha? «Ho visto le foto di Bersani che da ragazzo andava a spalare il fango dopo l’alluvione di Firenze. Per carità L’Aquila non è Firenze. Ma la sinistra dove è stata tutto questo tempo? Dopo questo primo anniversario vi dimenticherete tutti di noi».

Lorenzo Salvia

Fonte: Corriere della Sera

La rabbia del vescovo “Ci hanno lasciati soli”

Monday, March 22nd, 2010

“L’Aquila muore se continua ad essere lasciata sola. Dopo il terremoto del 6 aprile scorso, le macerie sono ancora a terra, salvo qualche rara eccezione. La gente, ancora costrettaa vivere lontana dalle loro case,è giustamente esasperata. Ormai non si può far più finta di niente”. Grido di allarme di un vescovo, Giovanni D’Ercole, in difesa del capoluogo abbruzzese a quasi un anno dal sisma. Ausiliare e vicario generale della diocesi aquilana retta dall’arcivescovo Giuseppe Molinari, D’Ercole è l’ “uomo” che il Vaticano ha inviato all’Aquila per affiancare il vescovo locale nella ricostruzione delle chiese distrutte dal terremoto.

Missionario orionino con anni di esperienza maturata in Africa, giornalista - in Vaticano è stato vice direttore della Sala Stampa e capo ufficio in Segreteria di Stato - D’Ercole non disdegna il contatto diretto con fedeli, gente comune, credenti e non credenti. Come ha già dimostrato all’Aquila, dove anche oggi sarà nuovamente accanto al “popolo delle carriole” che tornerà a protestare per le macerie che ancora ostacolano il centro storico. “Sarò ancora accanto ai miei concittadini - confida il vescovo - per dare una mano, ma anche per cercare di non far calare il silenzio sui tanti problemi che ancora gravano sulla città”.

Monsignor Giovanni D’Ercole, anche oggi, quindi, lei torna ad unirsi a chi protesta all’Aquila?
“Più che protestare, con questa iniziativa del popolo delle carriole la gente esprime la sua voglia di partecipazione, per cercare di attirare l’attenzione sulle grandi attese della città ancora costretta in ginocchio dalle ferite del terremoto. Qui la popolazione ha voglia di ricostruzione e sgomberare il centro storico dalle macerie è il primo importante passo”.

Eppure, domenica scorsa lei è stato oggetto di fischi e di proteste. Come mai? “Quella contestazione è stata un grido di allarme e di amore, rivolto non tanto alla mia persona, ma alle istituzioni. Qualcuno si è fatto sentire forse spinto anche dal timore che anche la Chiesa potesse dimenticare le sofferenze degli aquilani. Ebbene, io come vescovo ho fatto mio quel grido di dolore e starò sempre vicino alla mia gente. Anche quando si lamenta ad alta voce”.

Ma, in concreto, cosa chiede il popolo delle carriole?
“Vuole la sua città così come era prima, ma sembra un sogno che sta morendo giorno dopo giorno. Non voglio dire che non sia stato fatto niente dopo il 6 aprile 2009. In verità, per l’emergenza è stato fatto tanto. Ma per la ricostruzione quasi niente. Anzi, sembra che tutto si sia fermato. La gente è stata messa in 21 newtown prefabbricate, ma delle case da ricostruire nessuno parla. Certo, le tende non ci sono più. Ma non ci sono nemmeno le case e la popolazione vive sradicata, in aree periferiche, prive di servizi, con nuclei familiari divisi, lontani dagli affetti e dagli originari agglomerati abitativi. Mentre ancora 20 mila persone vivono negli alberghi. In giro c’è tanta sofferenza e tanto timore che, dopo l’emergenza, tutto venga gettato nel dimenticatoio. Ecco perché la popolazione vuole tornare a riappropriarsi della ricostruzione e del rilancio dell’intera città. Come vescovo non posso non essere preoccupato anche per la vita della Chiesa aquilana, per la mancanza di oratori e di luoghi di aggregazione. Anche se qualche segnale positivo non è mancato, come il restauro della chiesa di S.Biagio in Amiterno riaperta il 15 marzo scorso. Ma l’Aquila deve risorgere. Completamente”.

Fonte: La Repubblica

Giustino Parisse racconta l’Aquila di notte. Viaggio nella città che affoga nel silenzio

Friday, March 19th, 2010
Sul finire del primo anno dalla scossa il viaggio notturno di Giustino Parisse tra i luoghi frantumati dalla scossa e quelli nuovi ricostruiti in pochi mesi per dare un tetto a chi non aveva più una casa. Da Onna all’Aquilone, passando per il centro spettrale del capoluogo tutto è avvolto da un silenzio spettrale

di Giustino Parisse

L’AQUILA. Sono le 22 quando inizia il viaggio nei luoghi vecchi e nuovi dell’Aquila. E’ una notte qualunque. Di un giorno qualunque. Sul finire dell’anno primo del terremoto. Non ci sono più i paesi, non c’è più una città. Nel buio le luci ti indicano una meta. Ma non sai, quando ci arrivi, se hai trovato la vita oppure la tristezza dell’abbandono e del vuoto lasciati dalla paura di trenta secondi da incubo.Alla fine del giro ti accorgi che non c’è molta differenza fra i luoghi veri frantumati dalla scossa e i luoghi finti ricostruiti in pochi mesi per dare un tetto ai fuggiaschi. Il silenzio è lo stesso. Inquietante quello che circonda gli alloggi del cosiddetto piano Case; spettrale e tragico quello che trovi fra edifici crollati, feriti e ingessati.

 

Il viaggio parte da Onna. Esco dalla mia casetta di legno. La notte è stellata, fa freddo, quasi come quella notte. L’ultima notte. Il villaggio si è ormai acquietato. Si ode solo il lamento dei cani che abbaiano alla luna. All’incrocio con la statale 17, ci sono le macchine della polizia. Mi faranno da scorta lungo percorsi che sembrano gli stessi però all’improvviso cambiano, prendono altre direzioni. I posti della comunità si sono moltiplicati. Ma sono come spariti, indistinti. Tutti uguali. Lì, dentro quei caseggiati, potrebbe esserci chiunque, quasi mai è il tuo vicino di casa, quello dell’anno prima del terremoto.

Con me ci sono il capo delle Volanti della polizia, Paolo Pitzalis e altri due dirigenti Patrizio Cardelli e Gianfranco Giuliani. Patrizio è stato forse il primo a dare attraverso i canali ufficiali la notizia della scossa. Alle 3,32 era su una Volante. Stava salendo verso il santuario di Roio. Il boato, l’urlo della terra tremante. La macchina sbanda. Dal microfono della radio di servizio un grido: «Forte scossa, crolli a Roio». Quella frase è incisa su un nastro, come tutte quelle di quella notte infernale. E’ la cronaca che diventa storia e la storia è ancora lì, davanti ai nostri occhi.

A Paganica 2 (così l’hanno chiamata tanto per evitare confusioni con la Paganica vera) la luce delle lampade che rischiarano le strade sbatte sugli occhi. Scendo dalla mia macchina per vedere meglio e ascoltare il respiro della vita. Ma non si sente niente. In giro non c’è nessuno. E’ come se quelle casette fossero blindate, nemmeno il rimbalzo dell’audio di qualche apparecchio televisivo. Siamo a Paganica ma potremmo stare a Bazzano, Preturo, Coppito, Camarda. Il piano Case è questo: un grande dormitorio. Chiedo alla “scorta” quali sono gli interventi più richiesti dagli inquilini degli enormi palazzoni poggiati su piastre antisismiche. La risposta mi sorprende: sono i rumori che quelli del piano di sopra fanno disturbando quelli del piano di sotto. In case in cui ci si deve solo dormire non sono ammesse distrazioni. Andiamo verso Paganica, quella che conoscevo fino a 12 mesi fa.

Entriamo nella piazza. Dalla fontana sgorga l’acqua, è l’unico suono che ti ricorda che lì c’è stata vita. Per secoli. Il bar Fashion café è chiuso. Sulla vetrina un manifesto che annunciava un concerto degli “Amici” per il 12 aprile 2009. Quel giorno non c’è mai stato, saltato a piè pari: era iniziato il tempo del terremoto.

Ci avviamo verso via Duca degli Abruzzi. Gli edifici sono stati quasi tutti messi in sicurezza. Per fortuna non ci sono le enormi gabbie nere che tutti hanno visto all’Aquila. Diciamo che è una “ ingessatura” un po’ più elegante. Si ode in lontananza un suono prima soffocato e poi sempre più chiaro. E’ la banda del paese che sta provando un “pezzo” nella sala civica. Quella marcetta si diffonde per vicoli chiusi, sbarrati, intasati dalle macerie. «Sembra la scena di un film di Fellini» mi fa notare Pitzalis. E in effetti tutto appare così incredibile da essere vero. Tragicamente vero.

C’è una porta aperta. Uno degli agenti entra per un attimo. Dentro trova spuntoni di ferro che sono stati infilati dall’esterno. Servono a non far crollare quello che è rimasto.

Io sono con la polizia, ma ho l’impressione che se fra due giorni ci torno da solo, lì, a Paganica, potrei entrare ovunque, come hanno fatto i tanti sciacalli che ai terremotati hanno rubato anche l’anima. L’agente richiude la porta e lo fa come se lo facesse a casa sua, consapevole però che lì dentro le persone ci torneranno fra tanti anni.

Giriamo ancora per qualche vicolo. Colpiscono i particolari. Nei centri storici che il terremoto ha distrutto, sono i portali di pietra a raccontarti del tempo che fu. E’ lì che ci sono scolpite le date, i simboli delle famiglie, i segni della religiosità popolare. E quando li inquadri con la luce della lampada è come se li separassi dal contesto. Intorno ci sono le macerie, ma loro sono lì. Generazioni di paganichesi li hanno visti e se la ricostruzione sarà fatta bene altre generazioni continueranno a passarci davanti, magari a guardarli distrattamente. Ma saranno il segno che il terremoto non ha cancellato la storia. E’ per questo che vanno difesi e tutelati. Purtroppo, mi confermano i miei accompagnatori, molti “materiali lapidei” sono spariti soprattutto nella confusione dei primi giorni dopo la scossa. Mentre si piangevano le vittime, c’ era chi pensava ad accaparrarsi qualche pezzo di pietra. Che strana e assurda umanità.

A Bazzano, quello vero, c’è un cane che abbaia. La sua cuccia è a due passi dalla chiesa di Santa Giusta. Ci “arrampichiamo” verso il cuore dell’abitato. Di Bazzano nelle cronache dell’anno primo del terrenoto si è parlato poco. Ma la distruzione, nella parte alta, è quasi totale.

Ci infiliamo in via del Meriggio e arriviamo a piazza delle Sirene. Doveva essere un posto bellissimo, soprattutto nelle assolate mattine di primavera. C’è un passaggio ad arco scavato nella roccia. In un angolo che sembrava dipinto da un artista, una scala formava una “elle”. Ora è spezzato, piegato, paurosamente in bilico. Mi ricorda quell’angolo della casa di Onna finito in polvere trascinandosi via mio padre e i miei figli.

Alle 23,30 siamo a piazza Duomo, all’Aquila. Due tocchi di campana si diffondono nell’aria. Partono dalla chiesa delle Anime Sante. Ma allora, mi dico, le campane suonano ancora. Non tutte però. Quelle della cattedrale sono ancora poggiate a terra. A mezzanotte, girando la città, ti rendi conto meglio di come è ridotto oggi il capoluogo d’Abruzzo. Da Collemaggio, andando su su verso il centro, non si incontra anima viva. Ai varchi d’accesso ci sono i militari. Dopo una certa ora c’è il coprifuoco, non si passa. Le fontane grandi di piazza Duomo sono mute come tutto il resto. La fontanella piccola al centro invece fa il suo dovere. L’acqua e le campane, le fontane e le chiese: L’Aquila c’è direbbe un cronista sportivo che si esalta alle vittorie di Valentino Rossi.

L’Aquila c’è ma adesso le mancano la benzina e persino le ruote. In via Sassa che fu il luogo della vita notturna, le insegne dei locali mi ricordano mille polemiche. Stanotte non c’è chiasso. Non ci sono bottiglie sparse qua e là. Non ci sono angoli dove fare i bisogni. Semplicemente non c’è la città.

Ci avviamo verso la periferia. Solo in viale della Croce Rossa, dove si sono spostati alcuni locali, si notano i segni che il popolo della notte non si vuole arrendere e si arrangia come può.

Una lunga fila di auto tratteggia il lato sinistro, da dopo lo stadio fino a via Vicentini. Da lì in un attimo si arriva nel quartiere di Santa Barbara e subito dopo a Pettino. Incrociamo un’a ltra Volante della polizia. Gli agenti notano un camion fermo in mezzo alla strada con le luci accese. In due minuti lo passano ai raggi x: nessun sospetto, l’autista ha solo dimenticato di spegnere i fari. A Pettino i controlli sono stati rafforzati. Ecco via Colombo Andreassi: la strada è ampia, i palazzi a un primo sguardo non sembrano messi male. Ma è solo un’impressione. La realtà è ben diversa. Saltando da una finestra all’altra e sfondando le porte gli sciacalli, proprio qui, in via Andreassi, hanno fatto man bassa di oggetti preziosi e di tutto ciò che hanno potuto portare via. Una macchina che sta arrivando verso di noi all’improvviso fa marcia indietro e si allontana. Alle volanti bastano duecento metri per raggiungerla e fermarla. Dentro ci sono due giovani che hanno un comportamneto un po’ sospetto e non sanno dare una spiegazione convincente alla loro presenza in quella zona a quell’ora. Vengono identificati e tenuti d’occhio per un po’.

L’ultima tappa è all’Aquilone. Da un anno quel centro commerciale è diventato la nuova piazza della città. Il luogo degli incontri dove, mi dicono, i giovani si dividono gli spazi, come si faceva con le colonne dei portici. Ma nella notte qualunque di un giorno qualunque anche L’Aquilone è nel silenzio. Si rianimerà, come sempre, nel fine settimana.
E’ l’una: torno a Onna. Fa freddo. Il cielo è sereno. Nella mia casetta di legno cerco inutilmente le mie stelle.

Fonte: La Repubblica

L’Aquila, tornano le carriole dei cittadini

Monday, March 8th, 2010

 Sono tornati anche questa volta nella zona rossa per rimuovere da soli parte delle macerie del terremoto del 6 aprile 2009: armati di carriole, pale, picconi ma anche a bordo di un asino, che è giunto dalla vicina frazione di Paganica, gli aquilani tornano a chiedere certezza sui tempi della ricostruzione e la possibilità di disporre di una normativa che faciliti lo smaltimento dei circa 4,5 milioni di tonnellate di macerie.

Sono tanti gli slogan e gli striscioni tra cui “Riammessa la Polverini, riammesso Formigoni ora riammettiamo anche L’Aquila”. I manifestanti - alcuni con addosso una fascia tricolore dove campeggia la scritta “Carriole!” ripetuta tre volte - si sono dati appuntamento in Piazza Duomo con l’intenzione di arrivare fino a Piazza Palazzo - zona ancora interdetta - cosa che dovrà però essere concordata con le forze dell’ordine. E proprio a cento metri di distanza partirà alle 11 una mobilitazione in favore del capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, programmata alla Villa Comunale.

All’inizio della giornata alcuni minuti tensione, quando al varco della zona rossa dei Quattro Cantoni il blocco è stato violato per la quarta domenica di fila dai manifestanti: mentre le scorse settimane le forze dell’ordine avevano lasciato passare la gente per evitare disagi, questa settimana la polizia ha tentato di trattenere i manifestanti, salvo poi, dopo cinque minuti di spinte, dover cedere ancora una volta.

“E’ inaudito - ha commentato Sara Vegni del comitato 3e32 - che ogni domenica bisogna fare questo rituale, questa pantomima per poter fare una cosa che ci spetta di diritto”. Ma c’è indignazione anche da parte della folla “avevamo concordato la possibilità di accedere a piccoli gruppi nella piazza - ha spiegato Marco Valeri -”. “Non capisco perchè si arrivi a questi episodi di tensione che mi auguro non siano voluti da qualcuno per gettare discredito sulla nostra manifestazione pacifica”.

Fonte: La Repubblica

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