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L’Italia incompiuta

Saturday, March 20th, 2010

Dalla Val d’Aosta alla Sicilia, centinaia di opere cominciate e non completate. Viaggio tra i cantieri dello spreco che hanno bruciato miliardi di euro. E che continuano a ingoiare finanziamenti
SEGNALATE LE OPERE INCOMPIUTE CHE AVETE VISTO

 

L’idrovia Padova-Venezia - Foto Offmanphoto

RACCONTA LA TUA INCOMPIUTAStorie che i giarresi conoscono bene. La loro cittadina, 26 mila abitanti a nord di Catania, è soffocata da opere pubbliche annunciate, in parte realizzate e abbandonate prima dell’inaugurazione. C’è la follia del campo da polo, poi riciclato in pista da atletica e campo di calcio, con gigantesche tribune inagibili e palestre incomplete oltre che vandalizzate (lavori tra l’88 e il ‘94, finanziamenti da 3 milioni e 600 mila euro). C’è il nuovo teatro, progetto da un milione e mezzo di euro, mai aperto e con le vetrate rotte, le poltroncine rubate, rubati gli impianti di aria condizionata come anche le piastrelle della facciata. Per non parlare del centro polifunzionale in frazione Trepunti, 894 mila euro stanziati dalla Regione nell’83, oggi una parata di mattoni a pezzi, svastiche alle pareti e brandelli ferrosi che sbucano dai piloni. Fino alla dimenticata pista di automodellismo, con annessi campi da tennis (141 mila euro tra l’81 e l’82), e il mai aperto mercato dei fiori per cui l’assessorato regionale all’Agricoltura ha impegnato nel ‘97 oltre 500 mila euro.

L’acqua non c’è, dentro la piscina comunale di Giarre. Non c’è mai stata, neppure per un secondo. Ci sono i topi, invece, che corrono a pochi metri dal cemento grezzo della vasca. C’è la distesa di bottiglie vuote, cartoni sfasciati, vecchi vasi di plastica, tubi arrugginiti e sterco che assediano lo scheletro incompleto del palazzetto. Ci sono le matasse di rovi e cespugli che ostruiscono l’ingresso della struttura. E non consola lo sfondo cartolinesco dell’Etna innevato, o il profumo dello Jonio a un passo. “Questa piscina coperta”, testimonia il sindaco Teresa Sodano (Movimento per l’autonomia), è stata finanziata nel 1985 dall’assessorato regionale alla Presidenza con 2 milioni e mezzo di euro. La parte strutturale è stata conclusa, i lavori regolarmente collaudati. Poi l’impresa è fallita e si è bloccato tutto”. Niente più ruspe, niente più cantiere. “Soltanto questo simbolo dello spreco, di un degrado che umilia la nostra gente”.

Sono le incompiute d’Italia. Lo scempio di ospedali e strade, carceri e stazioni ferroviarie, campi sportivi e case di riposo, autoporti e dighe che non hanno conosciuto la parola fine. Oppure sono state concluse, inaugurate dopo indicibili vicissitudini ma non attivate. Un’epidemia che in questi anni si è estesa dalla Sicilia alla Valle d’Aosta, dalla Campania al Veneto, dalla Calabria al Piemonte. “Ha trionfato la logica del fare per fare”, sostiene Bernardino Romano, professore di Pianificazione e valutazione ambientale all’Università dell’Aquila: “Politici e imprenditori hanno raccolto finanziamenti ovunque, a livello europeo e nazionale, costruendo nel loro interesse e non in quello delle collettività. Risultato, la spaventosa debolezza di progetti che franano al primo intoppo: un cambio di giunta, la crisi di un’impresa appaltatrice, il banale prolungarsi dei lavori…”.

Un sistema in bilico tra cialtroneria e malaffare che la Corte dei conti ha censurato il 17 febbraio scorso, all’inaugurazione dell’anno giudiziario in pieno scandalo ‘Cricca’ del G8. “Anche nel 2009″, ha scritto il procuratore generale Mario Ristuccia, “molte fattispecie di illecito hanno riguardato il fenomeno delle opere incompiute”. Un “ingente spreco di risorse pubbliche” dovuto alla “carenza di programmazione, all’eccessiva frammentazione, alla dilatazione dei tempi di esecuzione (…) e alle carenze ed inadeguatezze dei controlli tecnici ed amministrativi”. Il peggio, insomma. Tanto oscuro e articolato da causare “un’oggettiva difficoltà nell’accertamento delle responsabilità, il più delle volte ascrivibili ai vari livelli decisionali”.

Il centro polifunzionale di Giarre
Foto Offmanphoto

Parole che sembrano fuori luogo, pronunciate tra le montagne di Aosta. Qui tutto appare ordinato, ligio alle regole del buon senso. Ma c’è qualche eccezione. Singolare, per esempio, è quanto accade al trenino che doveva collegare le stazioni sciistiche di Cogne e Pila. “La vicenda è partita nel 1926″, dice il consigliere regionale Raimondo Donzel, “con la realizzazione di una linea per trasferire la magnetite dalla miniera di Cogne allo stabilimento siderurgico del capoluogo”. Nel 1979 la miniera chiude e il treno si ferma, ma presto spunta un’ipotesi alternativa: adattare l’impianto al trasporto delle persone. Servirà ad agevolare gli spostamenti in valle e sostenere il turismo, prevedono i politici nel 1980. Senonché, trent’anni dopo, i vagoni giacciono inutilizzati nella deserta stazione di Acque Fredde. L’amarezza è tanta. In parte per i 30 milioni di euro spesi in attesa dell’inaugurazione, ma anche per il modo in cui si è realizzata l’opera (11 chilometri, dei quali otto in galleria). “Un’apposita commissione tecnica”, dice il consigliere Donzel, “ha indicato alla Regione che i locomotori sono in condizioni precarie, che le batterie del trenino non bastano ad affrontare il tragitto, che le gallerie sono deteriorate dagli svariati allagamenti, che risultano gravi problemi di scuotimenti verticali e trasversali, che le curve sono più strette del dovuto e che sotto carico si registrano cedimenti del binario. Non a caso la Corte dei Conti della Valle d’Aosta ha chiesto al progettista e direttore dei lavori un risarcimento da 14,6 milioni di euro (l’udienza è fissata il 10 giugno, ndr)”. Quant’è bastato a scatenare polemiche, ma non a spingere la giunta ad archiviare il tutto. Anzi, giorni fa è spuntata l’ipotesi di utilizzare parzialmente strutture e tracciato come percorso turistico verso il museo minerario di Cogne. “Un progetto”, nota Donzel, “che richiederebbe ulteriori finanziamenti”.
 

La diga sul Metrano
Foto Offmanphoto

La domanda è: quante situazioni simili esistono in Italia? Quanti milioni di euro vengono buttati in sogni fallimentari? E quante volte un’opera, dopo anni di oblio, viene recuperata in extremis? Risposta: nessuno lo sa. Non c’è un elenco ufficiale delle incompiute, al massimo emergono cifre parziali. Nel 2007 il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, ha scritto che le opere a metà sono 357. Nel 2009 è rimbalzata on line la notizia che sarebbero invece 395, delle quali 156 nella sola Sicilia. Cifre che le istituzioni non negano e non confermano: semplicemente tacciono. A più riprese (16 giugno 2009 e 4 marzo 2010) ‘L’espresso’ ha contattato il ministero delle Infrastrutture per intervistare Altero Matteoli. Inutilmente. Il 3 marzo scorso ci si è rivolti anche all’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici (Avcp), ma il presidente Luigi Giampaolino non si è reso disponibile. “L’unica certezza, statistiche a parte, è che le incompiute non sono incidenti di percorso, bensì il sintomo di uno sfaldamento culturale”, dice l’urbanista Vezio De Lucia, ex membro del Consiglio superiore dei lavori pubblici: “La catena di controllo è saltata, degenerata. Le fresche cronache su La Maddalena e i grandi appalti testimoniano come gli appetiti privati abbiano sovrastato il pubblico interesse”. Il resto viene di conseguenza: “Nella progressiva assenza di controlli, nazionali ma anche locali, si buttano soldi e non si terminano i lavori”.

Gli esempi abbondano. Dalla Campania, Valerio Calabrese di Legambiente passa in rassegna alcune incompiute di Battipaglia: c’è la casa di riposo Villa Maria, “già finita nel 1996, celebrata con ben tre inaugurazioni e mai aperta agli anziani (spesa stimata: 1,3 milioni di euro)”. C’è lo stadio di calcio, “progettato per i Mondiali del ‘90 ma con un’unica tribuna agibile e la pista inutilizzabile (costo stimato: 10 milioni di euro)”. E c’è, in centro città, quella che doveva diventare una caserma di polizia ma è rimasta un abbozzo. “L’errore più grave”, avverte Costanza Pratesi, responsabile ufficio studi del Fai (Fondo per l’ambiente italiano), “sarebbe credere che le incompiute siano un problema del passato. Non è così: il vizio politico degli annunci eclatanti, delle sparate propagandistiche, genera sempre più investimenti irrazionali e abusi di territorio”. Dopodiché il rischio è che “manchino sia i fondi per concludere le opere, sia quelli per eventualmente abbatterle”.

In questo clima, il Fai ha chiesto agli italiani di indicare le brutture che infestano i loro luoghi più amati, e tra le 10 mila segnalazioni ricevute, 595 indicano costruzioni in disuso, mentre 157 vengono segnalate come incompiute. Un catalogo in cui potrebbe entrare anche l’ex clinica Madonna delle Rose, non nascosta in qualche anfratto del territorio nazionale ma bene in vista a Fonte Nuova, comune con 30 mila abitanti alle porte di Roma. Per arrivarci va percorsa tutta via Nomentana, fino al colle dove svetta una palazzina giallognola in pessime condizioni. I muri sono sbrecciati, le finestre inesistenti, le tapparelle devastate. Tutt’attorno nessuno, a parte i due cagnoni del custode. “La struttura è stata avviata e non conclusa da un privato tra il 1959 e il 1961″, spiega un operaio che ha partecipato all’opera: “Poi la clinica è stata aperta per un paio d’anni da un secondo privato”. Dopodiché l’università la Sapienza ha acquistato i muri e il terreno (fonti interne ricordano per 6 miliardi di lire) e i cittadini hanno atteso che succedesse qualcosa. Invano. Prima sono arrivati gruppi di extracomunitari che hanno occupato illegalmente il palazzo. “Quindi, nel 1996, l’università ha presentato un progetto che prevedeva il restauro e l’ampliamento della struttura, con tanto di campus universitario”, spiega l’ex assessore comunale all’Urbanistica Daniele Patrizi: “Senonché niente si è concretizzato: la clinica è incompiuta, e la diffidenza abbonda sulle ultime dichiarazioni di Luigi Frati, rettore de La Sapienza, che ipotizza di trasformare la clinica in un polo medico-chirurgico da 200 posti letto”.

Inutile stupirsi. Un rapporto della fondazione Italia/Decide certifica che l’Italia è la peggiore in Europa sul fronte delle opere pubbliche, dieci volte più lente e tre volte più care rispetto al resto del Continente. Stando al World economic forum, la nostra nazione è al cinquantaquattresimo posto per dotazione di strade, ferrovie e quant’altro. E come non bastasse, il dossier 2009 dell’Ance (Associazione nazionale costruttori edili) sulle infrastrutture propone numeri allarmanti: dai quattro anni e mezzo impiegati in media per progettare opere sotto i 50 milioni di euro (oltre questa soglia gli anni diventano sei), ai nove mesi di ritardo medio accumulati in fase di cantiere dalle opere poi concluse, “pari al 43,2 per cento del tempo contrattuale”. “Cifre sconcertanti”, dice Stefano Lenzi, responsabile dell’ufficio legislativo di Wwf Italia: “Ma non c’è verso di cambiare rotta. Anzi, nella Finanziaria 2010 è stato inserito il comma 232 dell’articolo 2 che rischia di generare altre mastodontiche incompiute. Permette, infatti, di avviare la realizzazione di strutture comprese nei corridoi Ten-T (le famose reti transeuropee) con in cassa soltanto il finanziamento del primo lotto, e di almeno il 20 per cento dei lavori complessivi. Diventa cioè elevatissimo il pericolo che manchino i soldi, eppure nessuno si scandalizza”.

Al contrario, le incompiute si moltiplicano nell’indifferenza generale. Un classico caso è quello dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, eterno cantiere. Ma c’è anche, a Nord-Est, l’idrovia Padova-Venezia, ideata mezzo secolo fa come un’autostrada d’acqua lunga 27 chilometri, costata circa 140 milioni tra ponti e chiuse e tuttora incompleta. C’è ancora, in Abruzzo, l’autoporto di Roseto, in teoria fulcro del trasporto intermodale delle merci, in pratica cattedrale nel deserto pagata dalla Regione 5 milioni di euro. E c’è, sulle colline di Reggio Calabria, in un silenzio d’altri tempi tagliato dal vento, il carcere di Arghillà: concepito nel 1988, costruito negli anni Duemila e oggi al centro di un paradosso finanziato con 52 milioni di euro: “Sono pronti il padiglione detentivo, quello sanitario, gli uffici, l’area colloqui, il muro di cinta e addirittura la portineria esterna”, ammette l’assessore regionale al Bilancio Demetrio Naccari: “Eppure si ritarda l’apertura perché manca, tra l’altro, una strada decente che porti al penitenziario”.

Vero è, aggiunge Naccari, che il Cipe (Comitato interministeriale per lo sviluppo economico) ha stanziato nel 2009 21 milioni 500 mila euro per terminare l’opera, ma visti i precedenti la prudenza è d’obbligo. “A volte”, dice il sindaco di Torino e presidente dell’Anci (Associazione nazionale comuni italiani) Sergio Chiamparino, “si parte entusiasti e ci si arrende, anni dopo, per gli scenari che cambiano”. Altre volte, interviene il presidente dell’Ance Paolo Buzzetti,”l’abbandono dell’opera arriva per le lungaggini amministrative”. Fatto sta che spesso ci si ritrova come a Matera, capoluogo della Basilicata dove le Ferrovie hanno avviato nel 1986 la tratta per Ferrandina (20 chilometri) per collegare il Tirreno all’Adriatico. Marco Ponti, docente di Economia dei trasporti al Politecnico di Milano, definisce l’opera “una conclamata assurdità per la carenza di viaggiatori”, e molti ambientalisti concordano. Ma non è questo il punto. Il problema è che questa linea è stata quasi ultimata, sotto il profilo strutturale. Mancano i binari, d’accordo, però prima che finissero i soldi si è scavata la galleria di Miglionico, sei chilometri di terra franosa e gas. Si è costruita la stazione di Matera, ora lucchettata e invasa dalle sterpaglie. Si sono realizzati il ponte sulla gravina di Picciano e quello sul fiume Bradano, dove lo scorso 9 marzo il cantiere sullo strapiombo era pericolosamente accessibile attraverso un cancello aperto. E tutto questo sforzo, questo investimento da 270 milioni di euro (stima del mensile ‘La nuova ecologia’, mentre Fs non fornisce cifre) porta alla sintesi che fa Pio Acito, anima storica di Legambiente in Lucania: “Tante promesse, miopia totale e valanghe di euro buttati”. Un finale che mette malinconia.
Fonte: L’Espresso

Unesco-Italia, il Patrimonio in 450 clic

Sunday, March 14th, 2010

A Villa d’Este di Tivoli, la mostra di Luca Capuano, che per sei mesi ha esplorato con la sua reflex i 44 siti World Heritage del nostro Paese. Da Alberobello alle Dolomiti, da Siena alle Eolie

 
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Sono alcuni tra i luoghi più belli d’Italia, 44 meraviglie sparse per lo Stivale, e nominate dall’UNESCO Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Una ricchezza enorme - l’Italia è al primo posto nel mondo per il numero di siti riconosciuti - fatta di centri storici, parchi naturali, mare e montagna, raccontata (o meglio, “scritta e descritta”) da Luca Capuano in una mostra fotografica dal titolo Il paesaggio de/scritto. Luoghi Italiani Patrimonio dell’UNESCO.

L’esibizione, che comprende più di 450 foto, verrà inaugurata sabato 13 marzo a Villa d’Este a Tivoli, dove resterà aperta al pubblico fino 18 aprile.Un viaggio visivo da Nord a Sud del Paese, dalle Eolie alle Dolomiti, promosso e organizzato dal ministero dei Beni Artistici e Culturali, dall’Associazione Città e Siti Italiani Patrimonio Mondiale UNESCO, dal Comune di Tivoli e dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le Province di Roma, Frosinone, Latina, Rieti e Viterbo.

Luca Capuano, incaricato di compiere questa “impresa” iconografica, ha scattato migliaia di immagini andando in giro per l’Italia a bordo di un camper. “Sono partito da Firenze, sono andato a Sud e poi di nuovo su fino alle Dolomiti, alla Ferrovia Retica, la mia ultima tappa”, racconta lui, fotografo specializzato in immagini di architettura e nella ricerca sul paesaggio. “Il viaggio è durato 4-5 mesi, poi stati altri due mesi di editing”. Il frutto di questa opera magna è raccolto in un catalogo edito da Logos, che sarà distribuito, oltre che nel bookshop di Villa d’Este, anche in tutte le librerie sul territorio nazionale.

Una riproposizione in chiave contemporanea dei Grand Tour, i viaggi di formazione romantica dei nobili europei che volevano immergersi nelle bellezze italiane. “L’esposizione nasce da una doppia necessità”, spiegano dall’Associazione Città e Siti Italiani Patrimonio Mondiale UNESCO. “Da un lato produrre una documentazione accurata sullo stato dell’arte dei luoghi facenti parte della Lista UNESCO, dall’altro proporre al pubblico una visione complessiva dello straordinario paesaggio che abbiamo la responsabilità di preservare e capire, per poterlo tramandare alle generazioni future come momento di elevata riflessione sull’umanità stessa”.

La mostra parla un linguaggio iconografico particolare e unico, impregnato allo stesso tempo di atteggiamento documentale e rappresentazione della contemporaneità. E’ infatti lo sguardo di un solo autore, fotografo di architettura ma anche attento indagatore dell’attuale, rigoroso nelle prospettive e nella ricerca sugli spazi, a farsi interprete della più grande indagine mai realizzata sul patrimonio italiano. “Il mio obiettivo - spiega Capuano - è stato quello di far emergere l’essenza dei singoli siti, mettendo in luce il legame tra passato e presente. Per far questo ho cercato di mantenere forti due linguaggi distinti. Innanzitutto quello documentale, di traccia della realtà, volto alla descrizione del luogo in questione. In secondo luogo quello autorale, dunque di scrittura vera e propria, che rappresenta il mio sguardo personale su opere e paesaggi”.

 risultato, come si è detto, è duplice: un lavoro di filologia del patrimonio, ma anche una riflessione sul rapporto espressivo che questo ha con il presente. “Quando ho ricevuto questo incarico mi sono subito posto il problema di come rapportarmi al contemporaneo”, racconta Capuano. “Alla fine ho scelto di ridurre al minimo la contaminazione senza negare il rapporto con il presente. Ho eliminato gli elementi che potevano distrarre lo spettatore e creare contrasti disarmonici”. Un esempio? “Nei centri storici più frequentati ho fotografato in orari improbabili, dalle quattro di mattina in poi, così da evitare il turismo di massa. Dove c’era una cartellonistica troppo evidente, ho optato per l’eliminazione, e così vale anche per pannelli e lavori in corso. In questo modo - aggiunge il fotografo - ho rispettato il concetto di tutela come qualcosa che è sempre stato e deve continuare a essere anche nel futuro”.

L’esibizione, aggiungono gli organizzatori, si presenta come “un appuntamento imperdibile per gli appassionati di cultura nel senso più ampio, del sapore unico e delle meraviglie della natura e dell’arte, ma anche un vero evento per coloro che vogliono affrontare un percorso importante nella fotografia autorale contemporanea: qualunque sia la chiave di lettura, protagonista indiscussa è l’Italia, con le sue crepe e i suoi bagliori, i paesaggi e le visioni puntuali, le sue armonie e le sue contraddizioni”. La mostra è stata realizzata con il patrocinio della Commissione Nazionale UNESCO presso il Ministero degli Esteri, della Regione Lazio e della Provincia di Roma. Si è avvalsa anche della collaborazione della Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Lazio, della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio e del Comune di Ferrara

Fonte: La Repubblica

Rinnovabili. Italia non ne produrrà a sufficienza per il 2020

Saturday, March 13th, 2010

Dovrà importarla in parte per centrare target pacchetto clima Ue

 

Bruxelles, 11 mar. (Apcom) - L’Italia è uno dei cinque Stati membri dell’Ue che prevede di non riuscire a conseguire entro il 2020 il proprio obiettivo nazionale di aumento dell’energia prodotta da fonti rinnovabili nel suo fabbisogno energetico, e che intende acquistare all’estero l’energia ‘verde’ supplementare necessaria per rispettare gli obblighi del ‘Pacchetto clima’ dell’Ue. Il dato , non nuovo, è stato confermato ufficialmente oggi a Bruxelles dalla Commissione europea, che ha pubblicato i le previsioni inviate dai governi dei Ventisette riguardo alla produzione e importazione delle rinnovabili nei prossimi 10 anni. Le previsioni degli Stati membri, a detto Marlene Holzner, portavoce del commissario Ue all’Energia Guenther Oettinger, “confermano che l’Ue riuscirà a raggiungere, e addirittura superare, l’obiettivo del 2020″, ovvero l’aumento al 20% della quota del consumo di energia proveniente da fonti rinnovabili (nel 2005 si era all’8,5%). Secondo le proiezioni, si dovrebbe raggiungere il 20,3%. Si tratta, ha osservato la portavoce, di “un segnale molto positivo che dimostra come gli Stati membri prendano sul serio la politica Ue a favore delle energie rinnovabili”. Oltre all’Italia, solo quattro altri paesi (Belgio, Danimarca, Lussemburgo e Malta) dovranno ricorrere alle importazioni di energia ‘verde’ per conseguire i propri obiettivi nazionali, mentre 12 dei 27 Stati membri (comprese Francia e Gran Bretagna) prevedono sia sufficiente la propria produzione nazionale di rinnovabili, e 10 riusciranno addirittura a superare il target. Fra questi, la Germania, la Svezia, la Spagna e la Polonia Quel che emerge subito dal confronto con gli altri paesi è la mancanza di determinazione dell’Italia a produrre nella Penisola stessa tutta l’energia rinnovabile che servirebbe per rispettare l’obiettivo nazionale (il 17% nel 2020, rispetto al 5,2% del 2005), nell’ambito dell’obiettivo comunitario complessivo del 20%, e questo nonostante il fatto che i sussidi pubblici italiani per incentivare la produzione di elettricità rinnovabile siano i più alti di tutta l’Ue, pari a 70 euro per Megawatt/ora generato, e che il potenziale per il solare del Mezzogiorno (in particolare Sicilia, Puglia, e Sardegna) sia il più alto d’Europa insieme a quello del Sud della Penisola iberica. L’Italia, secondo quanto il governo stesso ha comunicato a Bruxelles, intende investire e generare posti di lavoro in paesi terzi piuttosto che utilizzare tutto il potenziale che ha in casa propria: prevede, infatti, di acquistare energia rinnovabile e biocarburanti per circa 4 Mtep (miliardi di tonnellate di equivalente petrolio) all’anno (calcolati al 2020) da alcuni paesi terzi, e in particolare fino a 1,1 Mtep di elettricità ‘verde’ da Albania, Croazia, Montenegro, Svizzera e Tunisia. Nel rapporto italiano si prevede anche la crescita di queste importazioni in quattro tappe: 0,086 Mtep nel 2014, 0,860 nel 2016, 1,170 nel 2018 e 1,170 anche nel 2020. (Segue) Copyright APCOM (c) 2008

Fonte: La Stampa

Continua il maltempo in tutta Italia

Wednesday, March 10th, 2010

Scuole chiuse in decine di comuni di Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Molise, Marche, Piemonte, Veneto e Abruzzo

 

Continua il maltempo in tutta Italia Neve sulle autostrade, allarme frane
La nevicata nei pressi di Campobasso

La primavera si fa aspettare e l’inverno sta dando il colpo di coda finale. Da ieri l’Italia è sotto un’incessante pioggia che diventa neve dove può. Le strade oggi sono nel caos, si segnalano le prime esondazioni mentre precipitazioni e maltempo sono previsti ancora per tutta la giornata di oggi. 
 
Traffico. A causa della neve sull’autostrada A24 Roma-L’Aquila è rimasto bloccato un autobus di linea dell’Arpa. Fermo al km 68, all’altezza di Tagliacozzo, ha causato una coda interminabile e gli automobilisrti hanno dormito in macchina. La Protezione Civile ha distribuito acqua e coperte, e anche i passeggeri del bus hanno trascorso la notte all’addiaccio (VIDEO). “E’ un inferno: sul viadotto di Pietrasecca ci sono centinaia di auto e camion e pullman fermi in piena bufera di neve”, aveva raccontato Gaetano De Luca, ricercatore dell’Ingv, partito da Roma nel pomeriggio di ieri per raggiungere l’Abruzzo. “Ma non ce ne è uno solo di pullman, ce ne sono parecchi - aveva detto De Luca -. E’ incredibile che nessuno abbia chiuso la A 24, come se fosse impossibile prevedere la neve e la bufera. Solo 24 ore fa tutto questo è accaduto in Spagna e Francia ma non è successo niente del genere…”. L’Ispettorato di Vigilanza sulle Concessioni Autostradali dell’Anas (Ivca) ha aperto una verifica ispettiva e ha convocato la società concessionaria Strada dei Parchi per - rende noto un comunicato dell’Anas - “esaminare in modo approfondito gli accadimenti e la gestione dell’emergenza neve e della comunicazione sulla A24″ (LEGGI su Il Centro).

Autostrade.
I maggiori accumuli nevosi si sono registrati sul tratto appenninico dell’A1 con oltre 60 centimetri di neve accumulata. Continua a nevicare sull’A1 tra Casalecchio e Barberino con deboli nevicate A1 tra Milano e Casalecchio; A13 tra Bologna e Monselice; A14 tra Bologna e Cesena; D14 Diramazione per Ravenna; R14 Raccordo Casalecchio; A26 tra Genova e ss 33 del Sempione; sulla Diramazione Predosa Bettole; A27 tra Fadalto e la ss 51 Alemagna; A8 Bivio A4-Varese e D08; A23 Udine sud-Confine di Stato; A27 tutta la tratta. Sulla A1 Milano-Napoli sono attivi provvedimenti per la regolazione del traffico all’altezza di Firenze Nord per i mezzi pesanti diretti verso Bologna e all’altezza del raccordo con Bologna Casalecchio per i mezzi pesanti diretti verso Firenze. Analogo provvedimento è in atto anche sulla A6 Torino-Savona. Autostrade per l’Italia consiglia agli utenti diretti verso Milano di prendere l’A11 in direzione Pisa Nord fino a Lucca per poi immettersi sull’A12 in direzione Genova quindi percorrere l’A7 fino a Milano. Agli utenti diretti verso Roma si consiglia di percorrere l’A7 fino a Genova per poi prendere l’A12 in direzione Lucca, quindi percorrere l’A11 in direzione Firenze per immettersi sull’A1 in direzione Roma. Per ulteriori informazioni è possibile chiamare anche il numero 840.04.21.21. attivo h24.

Allagamenti e frane. In Sicilia la pioggia ha causato l’esondazione del fiume Torto, tra Termini Imerese e Trabia. E’ stata riaperta al traffico la statale Palermo-Agrigento che ieri era stata chiusa per lo straripamento del fiume Platani tra il bivio Manganaro e il motel San Pietro. In alcuni punti dell’arteria si erano formati fino a 40 centimetri d’acqua. Le campagne sono allagate e in provincia di Agrigento sono interrotte alcune strade secondarie per la piena del torrente Saraceno. Problemi per il fango anche a Messina dove però “la situazione è grave ma non allarmante”, ha detto il capo del dipartimento regionale della Protezione civile siciliana, Pietro Lo Monaco, facendo un primo quadro dei danni causati dalla pioggia. “Il caso peggiore - ha detto - è a Mili, una frazione di Messina, dove si è staccato parte di un costone che trasformatosi in fango ha invaso il piano terra delle abitazioni. Per fortuna non ci sono stati danni alle strutture o alle persone”. Una frana ha isolato il Comune di Scaletta Zanclea. A Messina è crollato il tetto di un padiglione del reparto di ginecologia dell’ospedale “Papardo”

Continua il maltempo in tutta Italia Neve sulle autostrade, allarme franePioggia e vento forte a Roma

(LEGGI su Repubblica.Palermo) e le degenti sono state trasferite all’ospedale “Piemonte”, del qaule pochi giorni fa è stata decretata la chiusura per carenze strutturali.

Allagata anche una parte degli uffici della Procura della Repubblica di Messina. Un appartamento al primo piano di Cosenza, è stato invaso da pietre e fango per il cedimento del muro di contenimento del convento di suore canossiane. Il muro, in pietra e malta, è franato improvvisamente per il peso dell’acqua sbriciolandosi e andando a finire contro lo stabile. La coppia era davanti alla tv e, improvvisamente, si è vista arrivare la massa di detriti e fango che ha travolto l’apparecchio. Nel quartiere Janò di Catanzaro, da settimane è in atto una frana che ha già portato all’evacuazione di 300 persone e per la quale è già stato predisposto un piano per l’eventuale evacuazione urgente di altre 500 persone.

Allagamenti in tutto il Vallo di Diano, a sud di Salerno. Le zone più interessate sono le campagne tra i territori comunali di Sala Consilina, Teggiano e San Rufo. Sono straripati i fiumi Aspio e Musone nella provincia di Ancona, il Potenza in quella di Macerata, l’Asola e il Trodica nel territorio compreso fra le province di Ascoli Piceno e di Fermo e il Tenna nella provincia di Ascoli. Smottamenti, frane e disagi in Irpinia a causa delle abbondanti precipitazioni che da tre giorni stanno interessando l’intero territorio provinciale. La notte scorsa, una frana si è staccata dal costone del Monte Terminio: un fronte di quindici metri di fango e detriti si è riversato su una strada interpoderale di contrada Laurano, a Serino (Avellino).

Una frana ha colpito la strada provinciale 172, che collega il centro abitato di San Floro, in provincia di Catanzaro. Inevitabili le conseguenze per il traffico, che, in mattinata, era stato veicolato sulla statale provinciale 162/2, chiusa poco dopo per un’altra frana della montagna sovrastante. L’ondata di piena del fiume Alli causata dalle piogge abbandonanti di queste ore ha travolto, nella parte nord di Catanzaro, la condotta centrale dell’acquedotto che alimenta gran parte della cittá e alcuni centri della provincia.

Neve. Fiocchi ancora a Milano dove nevica da ieri senza che questo abbia però provocato particolari disagi alla circolazione. Il Piano operativo predisposto dall’Amsa prevede l’impiego di 186 mezzi e 512 addetti per la salatura sulle aree sensibili. Nevica ancora anche in Sardegna sui punti alti dell’isola e questa mattina su Nuoro città e in tutti i centri vicini, così come in Ogliastra (Lanusei), in Barbagia e a Macomer. La situazione, anche a causa del ghiaccio, è più difficile nelle strade di montagna. Sui passi Tascusì, Sa Casa, Corre e boi, Campeda è consigliabile l’uso delle catene. Anche in Piemonte la neve scende a Torino e nel basso torinese, ma le precipitazioni più intense stanno interessando l’alessandrino, l’astigiano e cuneese.

Venti, bora e trombe d’aria. A Trieste stamattina le raffiche di bora hanno toccato i 152 chilometri orari, un record assoluto dagli anni Novanta. Secondo i metorologi il vento rinforzerà ancora. La sua velocità media è di 100 chilometri orari. A Trieste le navi non possono entrare e uscire dal porto. In due giorni i pompieri sono già intervenuti oltre 150 volte. In Veneto la bora in pianura ha soffiato con raffiche fino ad 80 chilometri orari. La marea ha toccato verso le 7:30 una punta massima di 90 sopra il medio mare. Un uomo, uscito di casa attorno alle 8 per la consueta passeggiata quotidiana nonostante il maltempo, per cause pare accidentali, è caduto in acqua all’altezza del Tempio Votivo, il sacrario militare dell’isola. La morte lo ha colto dopo pochi istanti a causa del gelo (LEGGI su La Nuova di Venezia e Mestre). La laguna è sotto la neve (FOTO). Trombe d’aria si sono abbattute nel corso della notte nel crotonese. A Cirò due famiglie sono state evacuate.

Ferrovie. I treni tra Monfalcone (Gorizia) e Trieste sono fermi. La pioggia ha provocato l’allagamento dei binari della stazione di Taranto con conseguenti ritardi alla circolazione ferroviaria. Dieci treni regionali in partenza e in arrivo nel capoluogo jonico sono stati fermati nelle stazioni di Gioia del Colle e di Metaponto. Trenitalia (Gruppo FS) ha attivato un servizio di autobus sostitutivi dalle due stazioni per Taranto. Rallentamenti sono in atto anche per i treni a lunga percorrenza, che comunque vengono garantiti, e per i convogli regionali provenienti da Brindisi. I tecnici di Rete Ferroviaria Italiana (Gruppo FS) - riferisce una nota - sono al lavoro per liberare i binari. La circolazione tornerà regolare nel tardo pomeriggio. E’ stata riaperta al traffico ferroviario, con un treno in partenza alle 13:30 da Faenza, la linea Faentina nel tratto fra Borgo San Lorenzo e Faenza, interrotta da questa mattina per una fortissima nevicata.

Mari.
Ieri notte a causa del vento una nave mercantile con 19 persone a bordo si è incagliata nei pressi di Castellaneta (Taranto), dopo essere stata disancorata dalle pessime condizioni del mare. Nessun rischio per l’equipaggio o per il cargo. La nave, di 123 metri di lunghezza, è di nazionalità bulgara. In Sardegna una nave mercantile che trasporta merci pericolose è andata in avaria. La nave Ro-Ro ‘Esprit’ - che trasporta sostanze tossiche, corrosive e infiammabili - aveva segnalato un guasto al timone mentre era in navigazione da Genova a Cagliari. A bordo 19 uomini di equipaggio e un passeggero. Il mare è forza 3-4.

Aeroporti. Il Marconi di Bologna è stato chiuso per neve dalle 4:50 alle 12:45. L’aeroporto ha attivato le attività di sgombero dalla neve delle infrastrutture di volo e le operazioni di sghiacciamento degli aeromobili. Dalle prime ore della precipitazione è stata schierata una squadra di 110 mezzi e circa 150 uomini per sgombero neve, sghiacciamento aeromobili e coordinamento dello scalo per la parte aerostazione passeggeri e per quella destinata alle attività di volo. Disagi anche all’aeroporto milanese di Linate, mentre nello scalo di Malpensa la situazione, secondo quanto riferisce la Sea (Società che gestisce gli aeroporti milanesi), è sotto controllo. A Linate sono stati cancellati nelle prime ore della mattinata, i voli per Madrid e Barcellona, e un volo per Parigi. Ritardi, intorno all’ora, per gli altri voli diretti nella capitale francese, sempre a causa del cattivo tempo che imperversa in questi giorni su tutta l’Europa. Anche Parma ferma per neve e aeroporto chiuso.

Valanghe. In montagna, segnala l’Arpa, si registra un nuovo aumento del pericolo valanghe in particolare dalla Val Susa al monregalese dove il pericolo raggiungerà il grado 4 (LEGGI su Repubblica.Torino). In Trentino il pericolo di valanghe risulta in aumento da 2 a 3 su tutto il territorio, in una scala che va da 1 a 5. Valanghe spontanee dove ci sono spessori di neve dai 30 cm in su sono previste da Meteotrentino. Tre grosse valanghe si sono abbattute  in tre diverse zone della frazione di Foce di Montemonaco (Ascoli Piceno), sui Monti Sibillini. Non ci sono feriti o dispersi. Rischio valanghe anche in Abruzzo. Lo dice il Corpo forestale dello Stato che lancia un appello: evitare i fuori pista.

Previsioni. Si prevedono fino alle 18 di oggi precipitazioni nevose anche a quota pianura con carattere diffuso ed intenso su tutto il nord in attenuazione nel corso della serata; nell’appennino centrale la quota neve si attesta invece intorno ai 500-700 metri.  Il Sud continuerà a essere interessato da precipitazioni piovose che si verificheranno soprattutto in Calabria, Basilicata Ionica e Puglia. A Venezia prevista una massima marea di 105 centimetri. In base alle previsioni, entro domani mattina questa forte ondata di maltempo dovrebbe esaurirsi. E’ confermato ancora per oggi lo stato di “pre allerta” per il sistema di Protezione civile del Friuli Venezia Giulia.

Scuole. Le aule resteranno chiuse in decine di comuni di Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Molise, Marche e Abruzzo. Scuole chiuse anche a Reggio Emilia, Bologna, Rovigo, Città della Pieve e ad Alba (Cuneo).
Fonte: La Repubblica

Discariche «illegali» In Italia sono la maggioranza

Wednesday, March 10th, 2010

Quanto sono le discariche illegali in Italia? Sembra che nessuno lo sappia con certezza (o, se lo sa, non voglia dirlo) ma la Commissione europea sospetta che siano molte, moltissime, e a giugno scorso ha mandato un ultimo avvertimento all’Italia: deve «chiudere e bonificare migliaia di siti illegali e incontrollati di smaltimento dei rifiuti», altrimenti rischia multe salatissime.
L’Italia era già stata condannata dalla Corte di Giustizia europea nell’aprile del 2007 per lo stesso motivo e il commissario europeo all’Ambiente Stavros Dimas, che ha chiesto di inviare quest’ultimo avvertimento scritto, sembra più che mai deciso a proseguire nell’azione legale.

Secondo un rapporto presentato dalla stessa Commissione europea nel 2005 le discariche illegali in Italia sono 1763, di cui 700 considerate pericolose. Si tratta del numero più alto tra i 15 Paesi presi in esame dal rapporto: al secondo posto troviamo la Grecia con 1453 siti illegali e al terzo la Francia con 1.042. Il rapporto è stato redatto sulla base di un questionario inviato ai governi dei diversi paesi degli stati membri e raccogliendo informazioni dalle organizzazioni non governative. In realtà, si dice nel documento, reperire notizie su questo tema è molto difficile. Esiste, lo ricorda lo stesso documento europeo, un censimento fatto nel 2002 dalla guardia forestale dello stato che aveva individuato almeno 4866 discariche abusive su tutto il territorio. Il ministero dell’Ambiente, però, disse all’epoca che il censimento non era stato fatto in modo corretto e chiese alle regioni informazioni per stendere un rapporto nazionale che sarebbe stato pubblicato entro il 10 giugno 2005. Ma dove sono questi dati? A noi non è stato possibile reperirli. Il ministero dell’Ambiente non ha risposto per oltre due mesi alle nostre richieste, alla faccia della legge sulla trasparenza dei dati ambientali secondo la quale non si può far aspettare un cittadino che chieda informazioni di interesse ambientale per oltre un mese.

Lo scarico abusivo continua ancora oggi. Secondo la Guardia di finanza, nel 2008 sono state 1035 le discariche in cui sono state smaltite illecitamente oltre 8 tonnellate di rifiuti industriali e rottami metallici. In effetti anche la Commissione europea ritiene che il numero ufficiale di discariche che operano senza un permesso in Europa sia approssimativo: «La punta di un iceberg» secondo le parole del commissario Jorge Diaz de Castello. Mentre ufficialmente l’Europa ne conterebbe circa 7000, la Commissione ritiene che solo in Italia sarebbero circa 5000.

Al problema delle discariche abusive in senso stretto si somma nel nostro paese il problema degli sversamenti illegali nelle discariche regolari. Per anni in Italia si è verificato questo fenomeno: basti ricordare che già nel 2000 un’inchiesta della commissione parlamentare sui rifiuti ha messo in luce che probabilmente fanghi tossici dell’Acna di Cengio sono stati smaltiti in modo illegale nella discarica di Pianura, a Napoli, per un ammontare di almeno 800mila tonnellate. E, infine, c’è il problema della costruzione delle discariche legali con criteri che non rispondono a quelli richiesti dall’Europa. Anche questo nodo però potrebbe presto venire al pettine, visto che il 16 luglio 2009 è scaduto il termine per adeguare le discariche presenti sul territorio dell’Ue alla normativa comunitaria.

La normativa europea nacque nel 1999 proprio dall’intento di ridurre i rischi connessi alle discariche e prevedeva un periodo massimo di otto anni per la messa a norma o la chiusura dei siti esistenti prima dell’adozione del testo. In Italia, la direttiva è stata recepita con il decreto legislativo 36/2003, ma in realtà la sua applicazione è stata rimandata di anno in anno fino, appunto, a luglio scorso. Secondo la direttiva, l’uso delle discariche per il rifiuto indifferenziato deve essere assolutamente evitato. In discarica devono finire solo materiali a basso contenuto di carbonio organico e materiali non riciclabili: in altre parole, dando priorità al recupero di materia, la direttiva prevede il compostaggio ed il riciclo quali strategie primarie per lo smaltimento dei rifiuti (del resto la legge prevede anche che la raccolta differenziata debba raggiungere il 65% entro il 2011). «In pratica – spiega Salvatore Margiotta, vice presidente della Commissione ambiente della Camera – la direttiva ha come conseguenza la progressiva chiusura delle discariche. L’Italia però va di proroga in proroga perché non siamo in grado di chiuderle».

Le discariche costruite in Italia dopo il 2003, comunque, dovrebbero essere fatte secondo i criteri europei, purtroppo però, come evidenzia Loredana Musmeci, del dipartimento ambiente dell’Istituto Superiore di Sanità in una rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità su Rifiuti e salute, in Italia quasi tutte le discariche sono state costruite precedentemente a quella data, senza seguire i criteri stabiliti dall’Europa. Quindi vanno messe a norma.

E veniamo alle discariche legali. Secondo l’Ispra, l’istituto per la protezione e la ricerca ambientale, gli ultimi dati di cui siamo a disposizione dicono che le discariche per i rifiuti urbani nel 2007 erano 269 in tutta Italia, mentre le discariche per i rifiuti speciali erano 471 nel 2006. Oggi sono tutte a norma? L’Ispra dice che deve ritenere di sì, ma la materia è regionale e l’Istituto può solo fare affidamento sulla documentazione inviata dalle singole Regioni. La notizia buona è che nel 2002 le discariche per rifiuti solidi urbani autorizzate erano 552. Dunque molte hanno chiuso. La notizia cattiva è che ci vorrebbero soldi per la bonifica dei siti dove sorgevano queste discariche e che questi soldi al momento non ci sono. «Il governo Prodi – ricorda Margiotta – aveva destinato 3 miliardi di euro per la bonifica dei siti inquinati. Oggi questi fondi sono spariti».

Fonte: L’Unità

Italia maglia nera per rischio ozono

Sunday, March 7th, 2010

In Europa generale abbassamento dei livelli

Italia ‘maglia nera’ in Europa per il rischio ozono nell’estate del 2009. Mentre il Vecchio Continente ha visto un generale abbassamento del livello di questo inquinante il ‘BelPaese’ ha fatto registrare il maggior numero di superamenti dei limiti. Emerge dall’ultimo rapporto dell’Agenzia europea dell’Ambiente, secondo cui per l’Europa l’estate del 2009 e’ stata la migliore dal 1997.
Fonte: Ansa.it

Per gli italiani “bio è bello”

Friday, March 5th, 2010

Sempre più propensi ad acquistare
prodotti biologici, anche se molti
lo fanno per moda che per convinzione

ROMA
Mentre l’Unione Europea sdogana gli Ogm, gli italiani si scoprono sempre più amanti del biologico: nel 2009 il 56% ha acquistato prodotti «bio» (+ 4% rispetto al 2008). Un successo che, però, non significa sempre una reale conoscenza di cosa è il bio e cosa invece non è, tanto che il 19% è convinto che si tratti di alimenti per vegetariani, prodotti per chi soffre di intolleranze alimentari (16%) o prodotti che garantiscono una maggiore naturalità e tutela dell’ambiente (47%). Sono i risultati di uno studio pubblicato dalla rivista Vie del Gusto, diretta da Domenico Marasco, in edicola oggi, e condotto su 350 persone di cui è stato sondato il livello di conoscenza, il loro rapporto e ciò che li spinge a comperare questa tipologia di prodotti.

Anche se non c’è una totale chiarezza, resta il fatto che sempre più intervistati mostrano una propensione crescente ad acquistare prodotti «bio», tanto che il 37% ha dichiarato che se ne ha la possibilità sceglie sempre questa tipologia convinto di una loro maggiore salubrità (38%) e un sapore che in altri prodotti non si trova più (15%). Al di là di tutto, però per molti si tratta di una moda: il 67% ha ammesso di aver iniziato ad acquistare «bio» per il grande parlare che se ne fa in Tv o sui giornali, cosa che li rende in qualche modo «di moda» (56%). Non solo, in questa corrente di «bio-entusiasti» non manca una frangia di «bio-scettici»: un intervistato su due esprime infatti il dubbio che la provenienza sia veramente biologica e il timore che a volte si possa trattare di una ennesima frode alimentare.

Un intervistato su tre (31%) ritiene i prodotti bio un aspetto imprescindibile per avere uno stile di vita sano, a cui si aggiunge il 23% che considera gli alimenti biologici un vero e proprio strumento per tenersi in forma e in piena salute, tanto che, in un mondo dove la «chimica» la fa ormai da padrona, il bio rappresenta una «necessità» per evitare di introdurre nel proprio organismo nuovi veleni (19%). Al di là degli effetti benefici su se stessi il 25% vede gli alimenti coltivati in modo biologico come un importante aiuto per la salvaguardia dell’ambiente.

Posto che «bio è bello», stupisce non poco che soltanto il 17% di chi è solito acquistare «bio» sa definire con esattezza cosa siano gli alimenti di questa categoria, ovvero alimenti prodotti e trattati in modo «naturale», senza l’utilizzo di additivi chimici. Se il 19% li identifica infatti come alimenti e prodotti prettamente per vegetariani, il 16% crede siano specifici per chi soffre di intolleranze e patologie alimentari, mentre il 13% ritiene che contengano un più alto tasso nutritivo.

Non solo, sembra esserci qualche indecisione anche sulle caratteristiche che distinguono ciò che è bio da ciò che non lo è: se il 38% ha risposto che i prodotti bio sono in generale più salubri e il 15% parla di maggiori qualità organolettiche nei prodotti marchiati come biologici, il dato più significativo sembra essere evidenziato da quel 27% che non saprebbe bene cosa rispondere. Dubbi e insicurezze a parte, resta il fatto che il 37% quando si trova di fronte alla possibilità di scelta propende per un prodotto bio, addirittura il 15% sceglie dove fare la spesa proprio in base alla presenza o meno di prodotti biologici.

Naturalmente non sono tutti così rigidi: il 29% dice che se non trova quel determinato prodotto in «versione bio», non ha grossi problemi a scegliere quello «normale», così come il 14% dice di scegliere a seconda del momento e della tipologia di prodotto: in alcuni casi non importa se il prodotto è bio o meno, in altri casi non deroga. Ma da dove nasce questa passione per il bio, ovvero, come e perchè si sono avvicinati a questa tipologia di prodotti? Ben 7 su 10 (67%) la prima volta che ha deciso di acquistare un prodotto «bio» lo ha fatto perchè in Tv e sui giornali se ne parla molto spesso, a cui si aggiunge il 49% che lo ha fatto seguendo le indicazioni e i consigli di amici e parenti, insomma la motivazione principale sembra essere quella di una vera e propria moda bio che ha contagiato ormai milioni di italiani, più che una vera conoscenza dell’argomento e dei benefici legati all’utilizzo di prodotti derivanti da agricoltura e allevamento biologici.

Sempre più propensi ad acquistare bio, anche se molti lo fanno più per moda che per reale convinzione. E in un clima generale di entusiasmo per il bio, nascono però i «bio-scettici». A conferma che in molti casi si tratta più di una moda che di una convinzione radicata nelle persone e maturata in un’ottica di tutela della salute e del benessere, uno dei «valori» che maggiormente vengono associati ai prodotti bio è proprio il fatto di essere «di tendenza» (56%), quasi che sia «in» acquistare prodotti marchiati come «biologici».

Risposta data da molti più intervistati rispetto a quelli che hanno detto che il valore maggiore è rappresentato dalla tutela dell’ambiente associata a questa tipologia di prodotti (47%) o da chi ha fatto espresso riferimento alla naturalità e all’aspetto salutistico (43%). Esistono naturalmente alcune «barriere» all’acquisto di prodotti bio, anche per chi li acquista abbastanza spesso: da un lato la loro reperibilità, ovvero il fatto che non sempre li si trova nei normali supermercati (69%), oltre naturalmente al loro prezzo, maggiore rispetto a prodotti equivalenti ma non provenienti da agricoltura biologica (28%).

Malgrado ciò sei intervistati su dieci dicono di essere sempre più propensi ad acquistare prodotti bio: solo per il 27% rispetto al recente passato non sono cambiate le abitudini e la percentuale di prodotti bio acquistati mentre il 7% dichiara che rispetto al passato è meno propenso ad acquistare prodotti biologici. In questo clima generalizzato di entusiasti del biologico non mancano però quelli che potrebbero essere definiti «bio-scettici»: in generale solamente un intervistato su tre viene convinto dalla professata sicurezza alimentare di questa categoria di prodotti (29%), così come sono in molti a chiedersi se le coltivazioni e i processi di produzione siano effettivamente «bio» come professano le confezioni (il 69% dichiara di aver avuto almeno una volta questo dubbio).

Se poi si aggiungono i continui allarmi sulle frodi alimentari (33%) che spesso colpiscono proprio i prodotti giudicati più sicuri e genuini (si pensi alla recente inchiesta sulle «bufale annacquate»), non ci si deve stupire che gli italiani ci vorrebbero vedere più chiaro. Un dato confermato anche dal timore di acquistare alimenti in realtà scadenti e con pochi controlli (62%) o dalla totale incertezza che il luogo di provenienza sia davvero incontaminato da sostanze tossiche (49%).

La fiducia che gli italiani ripongono negli alimenti biologici, dunque, sembra dettata in maniera poco determinante da un’informazione voluta, cercata e approfondita (solo il 20% degli italiani dichiara di verificare su Internet prima di recarsi al supermercato). Sono media come la televisione e i giornali, infatti, a infondere valori positivi sul mondo «bio», ma anche a essere l’unica fonte di informazione utilizzata su questo tipo di prodotti (36%).

Ma cosa può aumentare la possibilità che gli italiani acquistino prodotti biologici in futuro? Ben oltre 6 consumatori su 10 si dichiarano più propensi del passato a comperarli ma dichiarano, comunque, di aver bisogno di una maggiore chiarezza nelle informazioni sulla vera provenienza biologica degli alimenti (75%) più che di prezzi più accessibili (31%) o di una migliore reperibilità tra gli scaffali (44%). Trasparenza, approfondimenti e maggiore sicurezza sui controlli risultano dunque le chiavi per traghettare il biologico da semplice fenomeno di tendenza a vera e propria abitudine alimentare degli italiani.Fonte: La Stampa

Sos alcol beve il 17 per cento dei 12enni

Thursday, March 4th, 2010

 Sos giovani e alcol: i ragazzi italiani consumano alcol per la prima volta ad un’età che è la più bassa in Europa, poco più di 12 anni, e al di sotto dei 13 anni consumano bevande alcoliche con una prevalenza tra le più alte dell’Ue. Così, nel 2008 il 17,6% dei giovani di 11-15 anni ha consumato bevande alcoliche, in un’età al di sotto di quella legale per la somministrazione e per la quale il consumo consigliato è pari a zero.

L’INDAGINE - Il dato allarmante è contenuto nella Relazione al Parlamento sugli interventi realizzati da Ministero della Salute e Regioni in materia di alcol e problemi alcolcorrelati, anni 2007-2008. Tra i giovani di 18-24 anni di entrambi i sessi, evidenza la Relazione, ha consumato bevande alcoliche il 70,7%, con una prevalenza superiore alla media nazionale. Inoltre, afferma il ministero della Salute, «per quanto riguarda i giovani, la bassa età del primo contatto con le bevande alcoliche è l’aspetto di maggiore debolezza del nostro Paese nel confronto con l’Europa (in media 12,2 anni di età, contro i 14,6 della media europea)».

BINGE-DRINKING - Tra i comportamenti a rischio è sempre più diffuso il binge drinking (abbuffate d’alcol fino all’ubriacatura), soprattutto nella popolazione maschile di 18-24 anni (22,1%) e di 25-44 (16,9% ). Altra tipologia di consumo a rischio prevalente tra i giovani è, inoltre, il consumo fuori pasto, che ha riguardato nel 2008 il 31,7% dei maschi e il 21,3% delle femmine di età compresa fra gli 11 e i 24 anni. Nella stessa fascia di età, il 13,2% dei maschi e il 4,4% delle femmine ha praticato il binge drinking nel corso dell’anno.

PER IL 9,4% DEGLI ITALIANI CONSUMO SMODATO - Per quanto riguarda il consumo di alcol in generale nella popolazione, la relazione del Ministero dice che in Italia va meglio che in altri Paesi europei, ma il rischio resta alto: il consumo di bevande alcoliche tra gli italiani, pur registrando percentuali minori rispetto ad altre nazioni, rimane comunque sostenuto, tanto che il 9,4% della popolazione consuma quotidianamente alcol in quantità non moderate e il 15,9% non rispetta le indicazioni di consumo proposte dagli organi di tutela della salute. Il quadro epidemiologico conferma la diffusione, in atto negli ultimi anni, di comportamenti a rischio lontani dalla tradizione nazionale, quali i consumi fuori pasto, le ubriacature e il binge drinking. Nei confronti dell’Europa, rileva la Relazione, «l’Italia presenta una minore prevalenza di consumatori di bevande alcoliche e una minore diffusione del binge drinking; tuttavia, fra coloro che consumano alcol, ben il 26% lo fa quotidianamente (il doppio della media europea), il 14% lo fa da 4 a 5 volte a settimana (valore più alto in Europa) e il 34% pratica il binge drinking almeno una volta a settimana (contro il 28% della media europea)». (Fonte Agenzia Ansa)

Ambiente Italia 2010: tutti i problemi del Bel Paese fotografati da Legambiente

Friday, February 26th, 2010

Rosamaria Freda

Arriva puntuale come ogni anno il Rapporto Ambiente Italia di Legambiente sullo stato di salute, ambientale e non, del nostro Paese. Presentata ieri a Roma, l’indagine per il 2010 fa il punto sulle sfide ambientali che le Regioni italiane hanno colto in questi primi mesi dell’anno in corso e di quelle che dovranno cogliere in futuro.

Tra i settori monitorati dall’associazione quello dell’energia, dei trasporti, dei rifiuti, dell’acqua, delle cave, del suolo, del dissesto idrogeologico e della biodiversità. Tutti comparti che, secondo quanto evidenziato da Legambiente, dovranno essere migliorati con il supporto delle singole Regioni: solo così si potranno infatti cogliere sul serio le sfide lanciate dalla tanto invocata Green economy e verrà dato nuovo impulso a tutto il processo di modernizzazione del Paese.

Ma veniamo ai dati emersi dall’indagine. Il quadro generale non è certamente dei più confortanti: l’immagine è infatti quella di un Paese con gravi problemi legati alla mobilità, alla legalità, alla raccolta e allo smaltimento dei rifiuti. Esistono però anche alcuni dati positivi che però, pur facendo ben sperare per il futuro, evidenziano l’incapacità del nostro Paese di “fare sistema e di canalizzare gli sforzi dei singoli in obiettivi comuni.

In questa prospettiva uno dei dati che maggiormente colpisce è quello che pone l’Italia al terzo posto in Europa per quantitativo di emissioni di Co2 immesse nell’atmosfera con un incremento lordo delle stesse, rispetto al 1990, pari al 7,1%. Un dato questo che non sorprende affatto che si pensa che il nostro Paese è il primo, nell’Unione europea, per numero di automobili pro capite (i mezzi privati coprendo circa l’82% della domanda di trasporto terrestre) e la mole vertiginosa di merci che ogni giorno viaggiano lungo la Penisola.

 

Tra i dati positivi c’è l’attenzione che il nostro Paese riconosce al suo patrimonio naturale: il 10,3 del territorio è infatti dedicato alle aree protette (parchi nazionali, regionali, sic, ecc.). Ma anche questo aspetto mostra dei profondi limiti di gestione: ogni anno vengono infatti ridotte le risorse destinate a queste aree. In particolare, sono i parchi nazionali i più vulnerabili: ricevono infatti il 25% in meno di stanziamenti pubblici rispetto al 2001. Ma non è tutto. Anche la tassazione ambientale è insufficiente: composta per il 77% da tasse energetiche (soprattutto accise petrolifere), manca di imposte specificatamente riferibili al consumo delle risorse ambientali.

Stanno però crescendo, anche se di poco, le piste ciclabili protette e non protette nei capoluoghi di Provincia (sono circa 2.840 km nel 2008 erano circa 2500 l’anno precedente) ed è in aumento la produzione agricola biologica, con 1.150.253 ettari di superficie biologica o in conversione (erano 1.148.162 nel 2006). Continuano inoltre a salire i sistemi di gestione ambientale: le certificazioni Iso 14001 infatti, passano dalle 12.057 del 2007 alle 12.922 del 2008.

Analizzate singolarmente, le Regioni evidenziano il divario esistente tra Nord e Sud del Paese: il Pil pro capite è sempre molto più alto nelle Regioni del Nord, con la Valle d’Aosta in testa (33.683 euro), seguita dalla Lombardia (33.474), dal Trentino Alto Adige (32.515) e dall’Emilia Romagna (32.165). Chiude la classifica la Campania con 16.864 euro, preceduta dalla Calabria con 17.004, dalla Sicilia (17.429) e dalla Puglia (17.513 euro).

In tema di rifiuti, la raccolta differenziata è ormai una pratica consolidata in Trentino Alto Adige (53,4%), Veneto (51,4%), Piemonte (44,8%) e Lombardia (44,5). Una situazione di stallo invece viene evidenziata al Sud: in particolare in Molise (4,8%), Sicilia 86,1%), Basilicata (8,1%), Puglia (8,9) e Calabria (9,1%).

Sono proprio le Regioni, che oggi hanno competenze rilevanti e spesso esclusive in materie delicatissime ad avere la responsabilità di trovare le risposte più efficaci per uscire da questa situazione” - ha dichiarato Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente, nel comunicato di presentazione del Rapporto. “La sfida che proponiamo ai candidati governatori - ha continuato - è di cogliere le opportunità che la crisi climatica e la crisi economica ci propongono, dimostrando l’esaurimento del vecchio modello di sviluppo e la necessità di fare della Green economy e della qualità dei territori italiani il punto di forza per rilanciare il Paese”. Il presidente passa poi alle proposte ben precise: “spingere le fonti rinnovabili, far crescere la mobilità pendolare sui treni, migliorare la gestione e il recupero di acqua e rifiuti, ridurre il prelievo e l’impatto delle cave, valorizzare il sistema dei parchi, fermare il dissesto idrogeologico. Per farlo, indichiamo strategie chiare e concretamente realizzabili spiegando anche dove andare a reperire le risorse.

Insomma secondo Legambiente spetta alle Regioni il compito di premere sull’acceleratore del cambiamento spingendo così il Paese verso l’innovazione e l’ammodernamento ma con un occhio rivolto sempre al rispetto e alla salvaguardia dell’ambiente.

Rosamaria Freda

Fonte. GreenMe.it

 

 

Frane, a rischio il 70% del territorio

Tuesday, February 23rd, 2010

L’Italia è ancora sotto la pioggia. Una nuova ondata di maltempo ha colpito la Sardegna e le regioni centro-meridionali tirreniche, portando piogge e temporali. Per il maltempo uno scuolabus è finito in una scarpata nel bresciano provocando il ferimento di alcuni bambini. Nel Napoletano invece è crollata un palazzina fatiscente e per fortuna disabitata. Intanto dopo i sopralluoghi effettuati ieri in Sicilia, il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, prosegue la sua visita in Calabria, nella zone colpite dalle frane dei giorni scorsi.

Bertolaso, sopralluoghi in Calabria. Dopo la Sicilia, il capo della Protezione civile prosegue oggi la sua ricognizione in Calabria, nei luoghi più danneggiati dal dissesto del cosentino, come Rogliano o le zone del Savuto. Nel pomeriggio Bertolaso sarà a Catanzaro per un sopralluogo a Janò, la frazione in cui 70 famiglie sono state fatte sgomberare, e a Maierato, il paese i cui 2.300 abitanti sono stati trasferiti a causa della minaccia di una frana che incombe sul centro storico. Una situazione, spiega la Protezione civile, che ha registrato un ulteriore peggioramento e che ha costretto le autorità locali a sospendere il piano di rientro degli abitanti del paese nelle loro case. 

San Fratello, frana non ancora stabilizzata. Proseguono intanto anche in Sicilia gli interventi e l’assistenza alla popolazione sfollata nel Comune di San Fratello. Infatti la frana che la scorsa settimana ha costretto 1500 persone a lasciare le proprie case non si è ancora stabilizzata.

Napoli, crolla palazzina disabitata. Disagi e difficoltà in Campania per il maltempo dove il vento e la pioggia hanno provocato una serie di danni. Nel corso della notte a Torre Annunziata, nel Napoletano, è crollata una palazzina disabitata. Lo stabile, fatiscente, era stato abbandonato da tempo e per fortuna non si sono registrati feriti. A causa delle avverse condizioni del mare, sono stati sospesi tutti i collegamenti di aliscafi e mezzi veloci con le isole del golfo di Napoli

Legambiente, Italia 70 per cento rischio frane. “In Italia il territorio è quasi totalmente a rischio idrogeologico: ben 5.581 comuni, pari al 70 per cento del totale, sono a potenziale rischio elevato. Il 100 per cento del territorio di Calabria, Umbria e Valle d’Aosta è in questa situazione, mentre nelle Marche riguarda il 99 per cento e in Toscana il 98 per cento”. E’ questo lo stato dell’arte del suolo del nostro Paese per il rapporto “Ambiente Italia 2010″ di Legambiente, presentato oggi a Roma. Nello specifico, si legge nel rapporto, “le regioni con le più alte percentuali di comuni con abitazioni in zone a rischio sono la Sicilia (93 per cento) e la Toscana (91 per cento). In Sardegna - continua - c’è la maggior percentuale di comuni con interi quartieri costruiti in zone a rischio, mentre in Sicilia e Toscana si segnala anche il più elevato numero di comuni con insediamenti industriali e produttivi in aree esposte a rischio idrogeologico”.
Quello che occorrerebbe fare, dice Legambiente, sarebbe “adeguare le politiche regionali per la tutela e la prevenzione del rischio adeguando le mappe, pianificando la lotta agli illeciti ambientali e demolendo gli immobili abusivi, delocalizzando rapidamente i beni attualmente esposti al pericolo di frane e alluvioni”.

Fonte: La Repubblica

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