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Le 10 peggiori forme di inquinamento al Mondo

Wednesday, September 1st, 2010

Viviamo nell’era dello Squilibrio Naturale, siamo in troppi, consumiamo risorse in quantità sempre crescente e i rifiuti invadono il Pianeta. L’energia impiegata per alimentare l’attuale sistema produttivo mondiale, ha sempre un sottoprodotto di scarto. E’ il principio del “nulla si crea e nulla si distrugge ma, tutto si trasforma”. In cosa? Ecco una lista delle 10 peggiori forme di inquinamento nel Mondo e i loro effetti sull’uomo.

1) Riversamenti di petrolio

Tra i peggiori disastri ambientali del globo, la Marea Nera nel Golfo del Messico occupa le prime posizioni. Uccelli e mammiferi marini invischiati nelle masse oleose che stratificano sulla superficie del mare, fondali devastati, litorali contaminati e una prospettiva di rientro del danno che supera il decennio.

Sono le dirette conseguenze di un incidente eccezionale ma non troppo, basti ricordare quello del 2002 che proclamò lo stato d’emergenza per le isole Galapagos, le 123.000 tonnellate di greggio riversate in mare nel 1967 sulle coste della Cornovaglia, il disastro nel golfo di Oman nel ’72 e così via fino ai giorni nostri.

Piattaforme che esplodono, incidenti nel trasporto marittimo, operazioni sulle navi, scarichi urbani e industriali minacciano interi ecosistemi. Pensate che la fonte principale di inquinamento marino da idrocarburi consiste nello scarico in mare di acque contaminate utilizzate per il lavaggio delle cisterne. Il 20% dell’inquinamento totale arriva da lì.

I volatili subiscono seri danni al piumaggio che garantisce loro isolamento termico e impermeabilità. Intere aree marine si trasformano in “zone morte”, prive di ossigeno, cancellando qualsiasi forma di vita.

Tra i fenomeni meno evidenti e più dannosi, il bio-accumulo ovvero l’arricchimento di una sostanza cancerogena, come ad esempio gli idrocarburi aromatici policiclici (IPA), nei tessuti animali per respirazione, ingestione di cibo o contatto. Il fenomeno causa alterazioni nella riproduzione, formazione di carcinomi e patologie ormonali capaci di mettere in pericolo l’intera specie.

Non solo, entrando nei tessuti animali, gli idrocarburi contenuti nel petrolio vengono immessi nella catena alimentare minacciando pescherie, industrie e centinaia di consumatori.

2) Radioattività

I bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, il disastro di Chernobyl dell’86 e gli oltre 100 incidenti in 50 anni di storia non hanno impedito a governi e grandi multinazionali di percorrere la strada atomica. Il colosso del nucleare Areva, ad esempio, è riuscito a contaminare il Niger superando di 500 unità il limite di radioattività consentito per legge. Qui,  le strade trasudano uranio.

Scorie e scarti radioattivi sono la normale conseguenza di centrali nucleari, armi atomiche, lavorazioni mediche e industriali, laboratori di ricerca e impianti di fabbricazione del combustibile a ossidi misti (MOX).  Che siano ad alta, media o bassa attività tutti i rifiuti radioattivi sono potenziali contaminatori di acqua, aria e terra. L’avvelenamento da radiazione può portare a gravissimi danni genetici facilitando l’insorgenza di carcinomi e forme di leucemia infantile.

Il rischio di contaminazione, molto elevato nell’uomo, causa danni fisici irreversibili. Il problema maggiore resta il tempo di decadimento delle scorie. Alcuni rifiuti radioattivi necessitano di migliaia di anni per diventare inerti, continuando a minacciare flora e fauna locale per secoli.

Tra gli episodi più recenti e ancora irrisolti che coinvolgono l’atomo c’è il caso dello stadio olimpico di Londra, progettato per i giochi del 2012. Sembrerebbe che l’area scelta per il futuro parco olimpico sia un sito radioattivo. E mentre le autorità smentiscono, è stata avviata un’inchiesta parallela e indipendente per dissipare ogni dubbio e garantire sicurezza e tranquillità a operai e cittadini della zona.

3) Inquinamento urbano

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità i morti per inquinamento atmosferico raggiungono la cifra annua dei 2.4 milioni. Metropoli densamente popolate come Los Angeles, Mumbai, Cairo, Beijing e Hong Kong hanno la peggiore qualità dell’aria, inquinamento che ha come diretta conseguenza l’allarmante aumento di casi di asma e decessi dovuti a malattie polmonari.

Bastano sette giorni di esposizione alle polveri sottili per sconvolgere il DNA umano. L’aumento del rischio di ictus e infarti è legato al fenomeno dell’inquinamento urbano, le polveri sottili, infatti, hanno conseguenze devastanti sulla genetica e respirare PM10 può avere effetti che vanno dalle più banali allergie al rischio di trombosi.

Il caso più allarmante di inquinamento atmosferico risale al 1952 quando, a Londra morirono 8.000 persone in pochi mesi per la catastrofe ambientale che fu battezzata Grande Smog. Quattro giorni di nebbia densa e maleodorante causata dagli elevatissimi consumi di carbone da parte dei londinesi, che avvolse la città provocando quasi 20.000 vittime tra decessi e malattie.

A 58 anni di distanza, l’inquinamento urbano si manifesta in tutta la sua gravità in Cina. Sono molte le città nel Pese del Dragone che hanno riscontrato un aumento dei livelli di smog. A Hong Kong i livelli registrati sono da record, costringendo le autorità a proibire qualsiasi attività all’aria aperta.

4) Avvelenamento da mercurio

Il mercurio è un metallo pesante altamente tossico che viene spesso impiegato in diverse attività antropiche come centrali a carbone, miniere, lavorazioni industriali e agricole, produzione di cemento, ferro e acciaio.

Una volta immesso nell’ambiente, il mercurio si accumula nel suolo, nell’acqua e in atmosfera contaminando habitat e specie animali. I casi più diffusi di avvelenamento da mercurio si riscontrano nella catena alimentare marina, non ultimo quello delle sogliole tossiche nel Tirreno denunciato da Greenpeace.

Il consumo di pesce rappresenta la più significativa fonte di contaminazione da mercurio negli  esseri umani. Alcuni effetti dell’avvelenamento includono handicap neurologici, malattie ai reni, perdita di capelli, denti e unghie, e un’estrema debolezza muscolare. (Foto: Greenpeace)

5) Gas serra

Vapore acqueo, anidride carbonica, ozono e metano sono i gas serra più comuni in atmosfera. Tra questi, la CO2 è sicuramente la più dibattuta, madre del surriscaldamento globale denunciato con forza da Al Gore, l’anidride carbonica ha raggiunto livelli elevatissimi con l’incremento delle attività antropiche.

Gli effetti prodotti dall’aumento di CO2 vanno dall’acidificazione, monitorata recentemente nell’Artico con la missione Arctic Under Pressure di Greenpeace, alla perdita di biodiversità per arrivare alla minaccia dell’innalzamento del livello del mare, conseguenza diretta dello scioglimento dei ghiacciai.

Gli effetti sull’uomo? la prospettiva di veder ridotte all’osso le riserve idriche a disposizione a causa del cambiamento climatico che sta aumentando l’estensione delle aree desertiche del pianeta costringendo intere popolazioni a migrare in cerca di luoghi più accoglienti.

6) Inquinamento farmacologico

Sono milioni le dosi di medicinali che ogni anno vengono prescritte nel mondo, senza contare gli antibiotici somministrati ai capi di bestiame dall’industria zootecnica. L’inquinamento da farmaci è diventato un problema internazionale, colpisce le riserve idriche del Pianeta favorendo lo sviluppo di batteri immuni agli antibiotici e mette seriamente a rischio la salute umana.

Fiumi e laghi, in particolare d’Europa, si arricchiscono di principi farmacologicamente attivi, dalle penicilline ai farmaci cardiovascolari, dagli anticolesterolici agli antidepressivi e così via. Bovini, ovini e altre specie d’allevamento intensivo vengono letteralmente imbottiti di sostanze farmacologiche per accelerarne la crescita e la resistenza a virus e batteri, finendo poi sulle nostre tavole.

Particolarmente rischiosa per l’uomo la presenza di sostanze farmacologiche mescolate tra loro nelle acque. Concentrazioni elevate di questi ‘farma-cocktail’ possono avere effetti tossici sulla proliferazione cellulare.

La soluzione? sembra arrivare dalla Svezia dove è stato predisposto un modello di classificazione ecotossicologica dei farmaci. Azione terapeutica e valutazione dei rischi ambientali legati all’utilizzo vengono presentati parallelamente, dando la possibilità al medico di prescrivere la medicina più green. Sicuramente la soluzione più ovvia resta quella di ridurre il consumo.

7) Plastica

La Great Pacific Garbage Patch, l’enorme isola di plastica nell’Oceano Pacifico, 3.5 milioni di tonnellate, ha una copia gemella nell’Oceano Atlantico. Pensate che le due “sorelline”  sommate raggiungo le dimensioni dell’Europa.

Un continente galleggiante di PVC, bisfenolo A e altre sostanze tossiche e cancerogene che non sparirà prima di centinaia di migliaia di anni. E questo è solo l’aspetto più evidente dell’intera questione.

Le componenti tossiche della plastica possono interferire con importanti processi biologici umani che sono alla base dello sviluppo e della riproduzione, alterano le funzionalità endocrine, favoriscono patologie come il diabete e sono legate all’insorgenza di numerose malattie cardiovascolari.

Il fenomeno delle Great Garbage Patch è solo la punta dell’iceberg, problema denunciato recentemente dall’incredibile traversata oceanica di David de Rothschild a bordo del catamarano Plastiki, imbarcazione realizzata dal recupero di 12.500 bottiglie di plastica.

8) Acque reflue contaminate

Il fenomeno colpisce principalmente le popolazioni dei paesi in via di sviluppo dove gli impianti di depurazione delle acque sono inefficaci o totalmente assenti. In America Latina, per esempio, solo il 15% delle acque reflue viene trattato, mentre nell’Africa sub sahariana la percentuale è pari allo zero.

Le acque di scolo non depurate sono una delle principali cause di malattie per intere comunità locali. Tifo, colera, dissenteria, gastroenteriti e malaria causano ogni anno 5 milioni di morti. Quasi metà della popolazione africana non ha accesso all’acqua potabile mentre in SudAmerica  il 60% dei soggetti più indigenti si concentra proprio in quelle zone dove l’acqua è inquinata.

L’acqua contaminata raggiunge le falde acquifere aumentando il rischio per la salute. Bromodiclorometano, tetracloroetilene e poi ancora metalli pesanti come piombo, mercurio e cadmio si accumulano nell’organismo con un’azione tossica anche a basse concentrazioni. (Foto: Daniel Berehulak)

9) Avvelenamento da piombo

Detto anche saturnismo, l’avvelenamento da piombo può avvenire per via cutanea, inalazione o ingestione. Altamente tossico, il piombo è nocivo per la maggior parte degli organi, inclusi cuore, reni, sistema nervoso, apparato riproduttivo, ossa e intestino.

Uno studio dell’Harvard School of Public Health in collaborazione con la University of Michigan School of Public Health, ha dimostrato che gli individui esposti all’inquinamento da piombo hanno maggiori probabilità di sviluppare malattie cardiovascolari. Il piombo, infatti, tende ad accumularsi nelle ossa per poi colpire il cuore dopo anni dalla prima esposizione all’agente tossico.

Piombo metallico e ossido di piombo vengono impiegati nella costruzione di accumulatori elettrici, mentre altri importanti usi si hanno nell’industria chimica, elettrica, nell’edilizia ed è anche un componente di molte leghe a basso punto di fusione usate nei sistemi antincendio.  Per le sue proprietà stabilizzanti, garanzia di asciugatura rapida e tenuta, il piombo è stato mescolato nelle comuni vernici fino alla fine degli anni ’70.

Oggi la situazione è cambiata ma il rischio, in particolare per chi lavora a diretto contatto con questo metallo pesante quasi ogni giorno, rimane. Pensate, ad esempio, agli impianti industriali dove vengono prodotte batterie piombo-acido. (Foto: National Institute for Occupational Safety and Health)

10) Inquinamento agricolo

, composti chimici e concimi non trattati rientrano fra le peggiori calamità per l’ambiente. Essendo idrosolubili, queste sostanze penetrano in profondità nel terreno raggiungendo falde e acque sotterranee per poi contaminare il rifornimento idrico di paesi e città.

Non solo, lo scarico di fertilizzanti chimici in fiumi, laghi e mari causa il fenomeno dell’eutrofizzazione ovvero, un abnorme proliferazione di biomassa vegetale, alghe soprattutto, che vanno a eliminare tutto l’ossigeno a disposizione creando “zone morte”.

Numerose ricerche olandesi sulla contaminazione da agricoltura non sostenibile, attestano che più della metà delle terre agricole in Europa supera il limite di contaminazione stabilito dall’Unione europea.

L’Italia è uno dei paesi che impiega più pesticidi, arrivando a 175.000 tonnellate ovvero 3 Kg per abitante.  Ironia della sorte, solo una piccolissima parte di queste sostanze raggiunge il bersaglio, tutto il resto va a colpire l’ambiente e gli individui, primi fra tutti gli operatori di settore.

L’uso dei pesticidi in agricoltura danneggia solo lo 0.1% della popolazione di piante infestanti e parassiti che, per rispondere alla minaccia stanno sviluppando sistemi sempre più resistenti agli agenti tossici. Aumenta, invece, la percentuale di individui che si ammalano a causa delle sostanze velenose ingerite con frutta e verdura coltivata a suon di fertilizzanti chimici e pesticidi.

Serena Bianchi

Fonte: Green me

Goletta dei Laghi 2010

Wednesday, August 11th, 2010

Legambiente presenta il bilancio finale dei prelievi in 11 bacini italiani. La maglia nera va a quelli lombardi di Como e Iseo, brutte sorprese anche per quello di Garda e il Maggiore. Meglio i laziali. Il più pulito è il Trasimeno di MONICA RUBINO

Non se la passano bene i laghi italiani: depuratori insufficienti, reti fognarie non ancora completate e scarichi abusivi causano lungo molti tratti di costa alti livelli di inquinamento che allontanano potenziali turisti e bagnanti. La fotografia è della Goletta dei laghi di Legambiente 2010, la campagna di monitoraggio scientifico sullo stato di salute dei laghi italiani, realizzata con il contributo del COOU (Consorzio Obbligatorio Oli Usati).

Dal 3 luglio al 4 agosto gli ambientalisti hanno effettuato 33 prelievi in 11 laghi di sei regioni e li hanno sottoposti ad analisi di tipo microbiologico e chimico-fisico. Ben 46 su 58 i campioni risultati fortemente inquinati, cioè con concentrazione di batteri fecali pari almeno al doppio del limite di legge, mentre sono 38 le foci di fiumi e torrenti risultate fuori legge, a conferma che i problemi dei laghi sono causati anche dagli scarichi dei comuni dell’entroterra.

LA TABELLA 1

I più compromessi risultano i laghi lombardi, in particolare quello di Como e quello di Iseo, che si aggiudicano la maglia nera. Ma anche i prelievi nel più grande bacino italiano, il Garda, hanno evidenziato concentrazioni inaspettate di coliformi fecali e streptococchi superiori al limite di legge, con ben 17 punti risultati inquinati. Dei dieci tratti critici sulla sponda lombarda, sono risultati fortemente inquinati i campioni prelevati a Tignale, Toscolano Maderno, Salò, Moniga del Garda, due punti a Desenzano del Garda e due a Sirmione, preoccupanti anche i risultati di Tremosine e Limone del Garda. In Veneto sono sei le aree critiche: inavvicinabili i campioni di Bardolino, Peschiera del Garda, Lazise e due punti prelevati a Castelnuovo del Garda; inquinato il campione del comune di Garda. In Trentino, invece, meglio non fare il bagno a Torbole.

Meno disperata la situazione nel Lazio, dove sono state rilevate minori criticità. L’unico specchio d’acqua a superare l’esame a pieni voti è il Trasimeno, in Umbria.

L’inquinamento dei laghi italiani, secondo Legambiente, è anche una conseguenza dell’entrata in vigore della nuova legge sulla balneazione, con criteri molto più permissivi rispetto alla precedente normativa del 1982, che ha fatto perdere all’Italia il primato europeo sul sistema di monitoraggio delle acque detenuto fino ad ora. “L’inquinamento da scarichi fognari non depurati nei laghi italiani rappresenta ormai una cronica emergenza nazionale - commenta Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente - non c’è più tempo da perdere: il nostro Paese è in procedura d’infrazione europea per il mancato trattamento delle acque reflue che interessa il 30% dei cittadini, pari a ben 18 milioni di italiani. Il governo attivi una task force con le amministrazioni locali per sanare in tempi brevi questa ferita, anche per evitare le multe salate che pagherebbero gli italiani senza alcuna speranza di condono”.

Inquinamento della falda, sequestrata l’area ex Montedison a Santa Giulia

Wednesday, July 21st, 2010

La Guardia di finanza di Milano martedì mattina ha eseguito il sequestro preventivo dell’area Montecity-Rogoredo di proprietà della Milano Santa Giulia spa facente capo al gruppo Zunino. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, la falda acquifera sottostante l’area - che attualmente rifornisce di acqua potabile il nuovo quartiere di Santa Giulia - sarebbe inquinata con alcune sostanze pericolose per l’ambiente e la salute, tra cui alcune cancerogene e altre dannose per fertilità e gravidanza. Nelle settimane scorse, la Procura aveva ordinato una perizia per verificare la presenza di materiali pericolosi nei terreni sui quali sta sorgendo il nuovo quartiere. I reati ipotizzati per questo filone d’inchiesta sono di attività di gestione di rifiuti non autorizzata e avvelenamento delle acque.

INDAGATI GROSSI E ZUNINO - Il sequestro è avvenuto nell’ambito dell’inchiesta coordinata dai pm di Milano Laura Pedio e Gaetano Ruta su presunte irregolarità per la bonifica dell’area di Montecity Santa Giulia, per la quale sono finiti indagati (e anche arrestati) l’imprenditore nel campo dei rifiuti Giuseppe Grossi, alcuni suoi collaboratori e Rosanna Gariboldi, moglie del deputato del Pdl Giancarlo Abelli (che ha patteggiato come Grossi). Nella presente inchiesta tra gli indagati ci sono appunto Giuseppe Grossi e l’immobiliarista Luigi Zunino. Insieme a loro, figurano nel registro degli indagati altri imprenditori attivi nel settore del «movimento terra» ed ex amministratori delle società che si sono occupate degli affari nella zona al centro dell’indagine condotta dai pm Gaetano Ruta e Laura Pedio. Oltre a Grossi e Zunino, sono accusati di discarica abusiva, smaltimento illecito dei rifiuti e avvelenamento delle acque anche Silvio Bernabè, ex ad di Milano Santa Giulia spa, Ezio Streri, ex amministratore gruppo Santa Giulia, Davide Albertini Petrone, direttore generale di Risanamento, Vincenzo Bianchi, imprenditore edile e ex ad Lucchini Artoni, Bruno Marini e Alessandro Viol della Edilbianchi, la società specializzata nelle attività di movimento terra, e Claudio Tedesi, titolare di una società specializzata nelle bonifiche e direttore dell’Asm di Pavia.

 
 

 

VICINO ALLA SCUOLA - A quanto si è appreso, il presunto inquinamento riguarda due falde acquifere, una a 7 e una a 30 metri di profondità, dove sono state trovate sostanze pericolose come cloruro di vinile. Secondo le indagini l’area del parco Trapezio, nei pressi del quale sorge una scuola, è costituita da terreni di cui non si conosce la provenienza e di rifiuti allo stato non identificati. L’Arpa, che ha fatto un lavoro definito «immenso» e dettagliato, ha scoperto nell’area una «falda sospesa» (a soli 6/7 metri di profondità e ritenuta quindi superficiale) che nel corso della bonifica era stata monitorata solo una volta e poi «dimenticata». Tale falda, dalle analisi effettuate, è risultata inquinata in modo grave. In base agli accertamenti anche la falda di secondo livello, che si trova a una profondità di 30 metri e alla quale attinge l’acquedotto, è risultata inquinata, anche se non a livello così alto come quella sospesa. Tra le sostanze nocive rinvenute nelle acque ci sono solventi, cloruro di vinile, tricloro metano e tricloro etilene. Rilevati anche il cromo esavalente e il cadmio, «sostanze a rischio di riduzione della fertilità e di danno ai bambini non ancora nati», come si legge nel decreto di sequestro preventivo firmato dal Gip Fabrizio D’Arcangelo.

LE PRESE DELL’ACQUA POTABILE - «Per quanto riguarda la prima falda sono presenti le opere di captazione facenti capo a 2 centrali dell’acquedotto di Milano, denominate centrale Ovidio e centrale Linate, che attualmente riforniscono di acqua potabile il nuovo quartiere di Santa Giulia», si legge nel decreto di sequestro preventivo. Si tratta di un’annotazione dell’Arpa. La prima falda, situata fino a una profondità di 35-40 metri, conterrebbe, secondo i monitoraggi dell’Arpa, «un inquinamento da solventi clorurati che evidenzia un sostanziale superamento dei limiti di legge con elevate concentrazioni di tetracloroetilene (ndr, fino a 20 volte sopra il limite di legge) e di triclorometano (ndr, di poco oltre il limite di legge), tutte sostanze cancerogene».

LE SCORIE SEPOLTE - Dagli accertamenti è emerso inoltre che su alcuni terreni dell’area sarebbero stati eseguiti scavi non autorizzati, nei quali sarebbero state «riportate», senza alcun titolo, scorie di acciaieria che andavano trattate invece come rifiuti. L’area Santa Giulia ha un’estensione di circa un milione di metri quadrati, un valore di mercato stimato di circa un miliardo di euro e occupa gli spazi su cui sorgevano gli stabilimenti chimici della Montedison e dell’acciaieria Redaelli. Nel 2000 il gruppo guidato dall’immobiliarista Luigi Zunino propose, con un programma integrato di intervento, il riutilizzo del complesso urbanistico presente in quella zona, dando vita così al «progetto Montecity» firmato anche dall’architetto Norman Foster. Progetto che prevede la realizzazione di un complesso di edilizia sociale e convenzionata con investimenti privati di circa 1,6 miliardi. In questo filone d’inchiesta gli investigatori hanno effettuato anche numerose perquisizioni e sequestrato documenti come certificati di analisi di laboratorio dei campioni delle acque e dei terreni svolte nel tempo e documenti relativi all’esecuzione delle opere di bonifica e smaltimento dei rifiuti.

RISANAMENTO CEDE IN BORSA - Il titolo della società immobiliare Risanamento di Luigi Zunino, ormai controllata dalle banche che la scorsa estate ne hanno ristrutturato il debito e condotto in porto il salvataggio, perde il 7,81% a 0,34 euro dopo la notizia del sequestro. Il sequestro preventivo prevede di norma il blocco dell’area «fermata» e la nomina di un custode giudiziale che dovrà valutare le attività ordinarie da compiersi all’interno della zona sequestrata. Il gruppo Risanamento «si riserva di procedere a ogni necessaria valutazione in merito» al decreto di sequestro preventivo, si legge in una nota della società, che aggiunge che il 22 luglio si terrà un Consiglio di amministrazione.

Redazione online
Fonte: Corriere della Sera

Allarme inquinamento Coste e isole a rischio

Sunday, June 27th, 2010

Legambiente presenta il rapporto ‘Mare Nostrum 2010′: “Cattiva depurazione e cementificazioni abusive restano i mali endemici”. E tra i nuovi nemici delle nostre acque arrivano le trivellazioni petrolifere off-shore

VENEZIA - Crescono i reati di inquinamento e abusivismo sulla costa, sono a rischio aree di pregio e le isole minori. Questo l’allarme lanciato oggi da Legambiente nel rapporto ‘Mare Nostrum 2010′ presentato oggi a Venezia. “cattiva depurazione, inquinamento e cementificazioni abusive restano i mali endemici del mare italiano, che niente e nessuno sembra poter scalfire”, spiega Legambiente. Il rapporto è stato presentato in occasione della partenza della Goletta Verde, la campagna di monitoraggio delle acque marine dell’associazione ambientalista.

Le percentuali. L’abusivismo edilizio cresce del 7,6% rispetto all’anno precedente e l’inquinamento per scarichi fognari illegali, cattiva depurazione e inquinamento da idrocarburi addirittura del 45%. I sequestri aumentano del 46,2% passando dai 4.049 del 2008 ai 5.920 del 2009. Calano invece del 40% circa i reati accertati fra la costa e il mare, 8.937 infrazioni nel 2009 a fronte delle 14.544 del 2008, un calo determinato soprattutto dalla riduzione di reati accertati nel campo della pesca (-72,4%) e della nautica da diporto (- 76,6%). Tra i nuovi nemici del mare, le trivellazioni petrolifere off-shore.

Le trivellazioni. Secondo quanto reso noto da Legambiente, “molte società energetiche hanno avanzato richieste di ricerca, e in alcuni casi ottenuto permessi in un’estensione di circa 39mila kmq dislocati in 76 aree, per la gran parte di elevato pregio ambientale e considerate zone sensibili proprio per i loro ecosistemi fragili e preziosi da tutelare”. Le attività di ricerca in mare di idrocarburi sono concentrate nel mar Adriatico, Ionio e nell’area davanti alla Sicilia meridionale e occidentale: si tratta di 24 permessi di ricerca rilasciati per una superficie complessiva di circa 11mila kmq. I luoghi più interessati dalle attività di ricerca di petrolio sono la costa tra le Marche e l’Abruzzo dove insistono tre permessi di ricerca, il tratto di costa pugliese soprattutto tra Bari e Brindisi con due, il golfo di Taranto e il canale di Sicilia con dodici. L’ultimo permesso in ordine cronologico è stato rilasciato pochi giorni fa alla Shell Italia per avviare le prospezioni in un’area di mare di 1.356 kmq di fronte al golfo di Taranto. I tratti di mare che rischiano l’arrivo di trivelle e piattaforme, conclude il dossier, nei prossimi anni potrebbero essere molti di più: dal 2008 ad oggi sono state presentate altre 41 domande per 23.408 Kmq.

La mafia. In testa nella classifica delle illegalità le regioni a tradizionale presenza mafiosa, dov’è stato accertato il 59% del totale dei reati (a fronte del 55,5% del 2008). La Campania con 1.514 infrazioni è stabile al primo posto, seguita dalla Puglia con 1.338 infrazioni, dalla Sicilia con 1.267 infrazioni e dalla Calabria con 1.160 infrazioni.

Reti killer. Ogni anno migliaia di esemplari tra tartarughe, piccoli delfini, capodogli o balenottere trovano la morte per soffocamento in queste reti killer non selettive che dovrebbero già essere state distrutte grazie ai milioni di euro spesi dall’Ue per indennizzare i pescatori proprietari. In Calabria, Campania, Sicilia e Puglia sono state sequestrate nell’ultimo anno, complessivamente, più di 133 mila metri di reti spadare e quasi 111 mila di ferrettare (una piccola spadara lecita, ma spesso utilizzata in maniera fraudolenta).Le marinerie più coinvolte nelle operazioni di polizia sono state quelle di Reggio Calabria, Catania, Roma e Napoli. Le due località italiane tristemente note per l’utilizzo delle spadare sono Bagnara Calabra (Rc) e Porticello (Pa). Ma anche San Vito lo Capo si è rivelata lo scorso anno una specie di “porto franco”, soprattutto per i pescherecci catanesi, così come alcuni porti esteri, tra cui quello di Biserta, in Tunisia, di fronte alle coste trapanesi, scelto da numerose flottiglie per scaricare il pescato.

Abusivismo. Dal punto di vista dei reati accertati sul demanio, la Sicilia è la regione con più illegalità sul fronte dell’abusivismo con 749 infrazioni accertate; segue la Campania con 702, la Calabria con 561 e la Sardegna con 499 infrazioni.

Scarichi e depuratori
. Numeri imbarazzanti per il settimo Paese più industrializzato al mondo sono anche quelli sugli scarichi civili non depurati: il 30% degli italiani - pari a 18 milioni di cittadini - non è servito da un impianto di depurazione, mentre il 15% non ha a disposizione una rete di fognatura dove scaricare i propri reflui e, tra questi, ci sono tutti i veneziani del centro storico e delle isole. Dati che viaggiano spesso insieme con quelli dell’abusivismo edilizio di cui, di solito, gli scarichi illegali sono la conseguenza. Per quanto riguarda le fognature, solo la Lombardia supera il 90% di copertura della popolazione, fanalino di coda la Sardegna e la Liguria con il 75%. Le 15 regioni costiere sono tutte sotto il 90%. Ma i problemi principali riguardano il servizio di depurazione. La regione in cui si registra il deficit maggiore è la Sicilia dove 2,3 milioni di persone (il 54% del totale) riversano i propri scarichi non depurati nel mare. A seguire la Campania dove il servizio copre solo il 67% della popolazione lasciando scoperti quasi 2 milioni di cittadini, poi il Lazio e la Toscana, con circa 1,4 milioni (il 38% del totale) di persone scoperte.

Caso Campania. Quattro reati al giorno, 3 infrazioni per ogni km di costa per un totale di 1514 infrazioni, 2577 persone denunciate o arrestate e 1030 sequestri effettuati. Le storie di mare in Campania raccolte da Legambiente sono quasi sempre storie di illegalità: veleni scaricati nel golfo, rifiuti e scarichi fuorilegge, petrolio, bracconieri e cemento che dilaga sul demanio. Sono le coste che pagano il prezzo più alto: la Campania, con 702 infrazioni e 480 sequestri, si piazza seconda a poca distanza dalla Sicilia per casi accertati di abusivismo sul demanio marittimo nell’ultimo anno. Detiene il primato invece per il numero di persone arrestate o denunciate, che sono ben 1.363, il 25% del totale nazionale. Epicentro dell’illegalità la periferia di Napoli, l’isola di Ischia, la Costiera Amalfitana e la penisola Sorrentina, dove, secondo i dati della Procura generale della Repubblica di Napoli, a ottobre 2009 erano stati abbattuti 106 immobili.

Le reazioni Ue. A causa di questi numeri, l’Italia ha in corso una procedura d’infrazione europea per il mancato trattamento delle acque reflue in ben 178 comuni italiani di dimensioni medio-grandi. Le 5 regioni sotto accusa dall’Europa sono la Sicilia, con 74 comuni inosservanti, fra cui spiccano diversi capoluoghi di provincia come Palermo, Catania, Messina, Ragusa, Caltanissetta e Agrigento; la Calabria con 32 Comuni tra i quali Reggio Calabria, Lamezia Terme e Crotone; la Campania con Benevento, Napoli, Salerno, Avellino, Caserta e altri 18 agglomerati tra cui Ischia; la Liguria con 19 comuni fra cui Imperia, Genova e la Spezia; e poi 10 comuni pugliesi, le province di Campobasso, Isernia, Trieste e Chieti e così via. Uno degli esempi più evidenti di cattiva depurazione è quello dei Regi Lagni, una serie di canali d’acqua che attraversano un bacino di più di 1.000 chilometri quadrati tra l’area napoletana e quella di Caserta, la provincia che da anni si attesta al primo posto per maggiore percentuale di costa vietata alla balneazione, dove solo il 35% della costa è considerato balneabile.

Fonte: La Repubblica

Obama: più tasse a chi inquina

Thursday, June 3rd, 2010

L’inarrestabile marea nera nel Golfo del Messico offre l’occasione al presidente Barack Obama per rilanciare il suo piano energetico che, come annunciato nei mesi precedenti, prevede l’apertura di nuove centrali nucleari, l’incremento dell’estrazione di gas naturale ma anche forti investimenti per le energie rinnovabili. «Ciò significa porre un termine agli sgravi fiscali destinati alle compagnie petrolifere in modo da poter fare investimenti prioritari nella ricerca e lo sviluppo per l’energia pulita», ha spiegato Obama. Già lo scorso anno la lobby del carbone aveva frenato le aspirazioni ambientaliste del presidente americano: la Camera aveva approvato una legge che introduce un sistema di cap and trade, diritti a emettere CO2, di fatto una tassa sull’inquinamento, ma Obama aveva dovuto fare ampie concessioni ai parlamentari (molti dei quali democratici) degli Stati con miniere di carbone e il provvedimento si era arenato al Senato.

 

CARBONE - Ora il presidente ci riprova e cerca l’appoggio del Senato: «I voti possono non essere disponibili ora, ma intendo trovarli nei prossimi mesi», ha annunciato Obama in un discorso alla Carnegie Mellon University di Pittsburgh, città della Pennsylvania, cuore carbonifero degli Usa, e anticipato con una nota della Casa Bianca. «Lavorerò per un futuro con energia pulita e mi adopererò con chiunque sia d’accordo, non importa di quale partito».

MAREA NERA - La marea nera del Golfo del Messico può essere il risultato di un errore umano o di scorciatoie da parte delle aziende petrolifere, ha detto Obama. Dopo il fallimento dell’operazione «top kill», ci sono nuovi problemi nei tentativi della Bp di arginare la fuoriuscita di petrolio. Si è infatti incastrata una delle seghe utilizzate per tagliare il braccio flessibile del pozzo nell’operazione chiamata «cut and tape». Lo ha annunciato il responsabile per le operazioni di contenimento, Thad Allen, che ha indicato che adesso la priorità è liberare la sega e portare a termine il secondo taglio del braccio entro la giornata. Se l’operazione andrà a buon fine, verrà poi installato un tappo sulla valvola del pozzo per catturare e aspirare il greggio che fuoriesce. Il primo taglio, effettuato nella notte, era andato a buon termine, ma l’operazione è molto rischiosa e per ora, scrive la Abc, ha già provocato un aumento del 20% del greggio disperso in acqua. Allen ha poi confermato che la chiazza di petrolio ha già toccato parte dello Stato del Mississippi. Una chiazza è ormai a circa 15 chilometri dalle coste della Florida e potrebbe toccare le spiagge di Pensacola entro il fine settimana. Il greggio è già arrivato sulle isole-barriera al largo di Alabama e Mississippi e ha già imbrattato quasi 200 chilometri di coste in Louisiana.

CAMERON - L’Agenzia di protezione ambientale ha invitato a una tavola rotonda a Washington insieme a scienziati, ingegneri, oceanografi ed esperti anche James Cameron, regista canadese di Titanic e The Abyss. La presenza del regista, interpellato in quanto esperto di tecnologie sottomarine, ha provocato l’ironia negli organi d’informazione americani. «Per fortuna che c’è Cameron che viene in aiuto della presidenza Obama», ha commentato l’editorialista del New York Times, Maureen Dowd, ironizzando sul destino del «candidato che camminava sulle acque» e che adesso è «travolto da una crisi sott’acqua». Ironia forse fuori luogo, in quanto Cameron è un appassionato della materia al punto da avere una flotta di mini-sommergibili, piattaforme da esplorazione e robot marini valutati 400 milioni di dollari che nei giorni scorsi ha messo a disposizione della Bp.

ASSICURAZIONI - Brutte notizie per la Bp anche dal mondo assicurativo. Quasi la metà dei soci di Lloyd’s e molti assicuratori internazionali hanno chiesto a un giudice americano d’invalidare la richiesta di rimborso (700 milioni di dollari) per l’assicurazione stipulata da Transocean, la proprietaria della piattaforma Deepwater Horizon affondata nel Golfo del Messico. Secondo gli assicuratori il contratto d’affitto della piattaforma mostra chiaramente come la polizza copra soltanto eventuali danni alla struttura stessa e non la fuoriuscita del greggio. «Le responsabilità contestate a Bp - si legge nel documento visto dal Times - dipendono dalla perdita del pozzo, che è posizionato ben al di sotto della superficie: tali responsabilità non sono comprese nella polizza».

Fonte: Corriere della Sera

L’operazione ‘Top kill’ sta funzionando Obama: altri 6 mesi di stop a trivellazioni

Thursday, May 27th, 2010

L’operazione “Top kill” sarebbe riuscita. L’ammiraglio della Guardia costiera Thad Allen, coordinatore delle operazioni di contenimento della marea nera, ha detto al Los Angeles Times che c’è ancora pressione nel pozzo ma che non appena questa sarà arrivata a zero verrà pompato cemento per sigillarlo in modo permanente. Una delle navi che sta pompando fluido ha esaurito il materiale e una seconda nave sta recandosi nella zona. Più prudente la Bp: secondo il colosso petrolifero le operazioni procedono come previsto, ma non bisogna trarre conclusioni affrettate. Il direttore operativo Doug Suttler ha spiegato che l’intervento avviato mercoledì per arginare la perdita di petrolio nel pozzo danneggiato iniettando fanghi ad alta pressione comincia a dare i risultati sperati: sei ore dopo l’inizio della procedura il liquido in uscita dalla falla era composto per la maggior parte di fango e solo in piccola parte di greggio. «Quello che si vede venir fuori dal tubo danneggiato è soprattutto fango - ha dichiarato - anche se non possiamo confermarlo pienamente perché non abbiamo la possibilità di esaminarlo. L’unico modo per esser certi che il sistema sta funzionando è che il flusso si interrompa».

RISCHIO SECONDA FALLA - L’operazione prevede che il fango sia spinto a elevata pressione sulla testa del pozzo, al di sotto della falla e del blowout preventer (un dispositivo che avrebbe dovuto prevenire la fuoriuscita di greggio dal pozzo in caso di incidente), a un ritmo di 65 barili al minuto. La pressione del greggio in uscita dovrebbe inizialmente spingere il fango verso l’alto e costringerlo a uscire dalla falla insieme al petrolio, ma con l’aumentare del flusso il fango dovrebbe essere in grado di bloccare la fuoriuscita, permettendo così la successiva chiusura della falla con il cemento. Il rischio principale è che la parti più deboli del già danneggiato blowout preventer possano cedere a causa delle elevate pressioni e generare una seconda falla.

MALORE - Intanto nel Golfo del Messico i pescherecci che partecipano alla operazioni di bonifica della marea nera al largo delle coste della Louisiana sono stati richiamati in porto per motivi precauzionali dopo che quattro marinai hanno manifestato problemi di salute. I marinai, imbarcati su tre dei 125 pescherecci che compongono la flotta di soccorso, hanno sofferto di «nausee, vertigini, mal di testa e dolori al petto». La macchia di greggio ha già inquinato un tratto di oltre 160 chilometri di costa e le autorità Usa hanno esteso di più di 20mila chilometri quadrati l’area in cui è vietata la pesca.

MORATORIA - E mentre la Bp lavora senza sosta continua il pressing di Obama, che ha annunciato ufficialmente il prolungamento di altri sei mesi della moratoria sulle trivellazioni. In attesa di conoscere le conclusioni dell’inchiesta della commissione presidenziale, Obama ha sospeso i permessi di trivellazioni off-shore prima di annunciare un inasprimento degli standard di sicurezza. Sono state cancellate nuove concessioni in programma nel Golfo del Messico e al largo della Virginia, mentre un rapporto stilato dal ministro dell’interno Ken Salazar prevede il blocco delle concessioni anche nell’Artico fino al 2011 per permettere nuovi studi sulle tecnologie e le misure di sicurezza delle esplorazioni.

ACCUSE - Intanto il New York Times lancia nuove accuse alla Bp. La compagnia petrolifera avrebbe risparmiato su materiali di rivestimento del pozzo sottomarino scegliendo, tra due opzioni, quella più rischiosa ma sicuramente più economica. Le rivelazioni arrivano da un documento ricevuto da un investigatore del Congresso Usa. Gli operai che si trovavano sulla piattaforma Deepwater Horizon hanno riferito che prima dello scoppio c’erano state fuoriuscite di gas attraverso il cemento. E proprio il gas potrebbe aver causato l’esplosione costata la vita a undici operai e l’affondamento della piattaforma. L’opzione scelta dalla Bp sarà uno degli argomenti (insieme ai mancati test per controllare la tenuta del cemento) al centro dell’audizione alla commissione del Congresso dove sono stati convocati i vertici della società.

ENTE FEDERALE - Ma a finire sotto accusa è stata anche la Minerals Management Service (Mms), l’agenzia federale che regola e controlla le trivellazioni off-shore: secondo documenti citati dal Washington Post avrebbe ignorato a più riprese gli avvertimenti sui rischi ambientali nel Golfo del Messico lanciati dai consulenti scientifici del governo. Alcuni funzionari avrebbero aggirato alcune procedure e falsificato documentazioni pur di rispettare le scadenze federali per la concessione delle licenze e riscuotere gli incentivi, sia sotto l’amministrazione Bush che quella Obama. Una vicenda per cui il presidente Obama «è fuori di sé dalla rabbia» con la Bp e con l’agenzia federale, ha detto il consigliere della Casa Bianca David Axelrod. Quando Obama ha appreso dell’”inciucio”, ha aggiunto, «ha proferito parole inadatte a un’agenzia di stampa per famiglie. La sua rabbia e la frustrazione per i tentativi di insabbiare il livello del danno sono grandi».

Fonte: Corriere della Sera

La rabbia Usa contro BP “Risolva o sarà estromessa”

Monday, May 24th, 2010

Il ministro dell’Interno americano, Ken Salazar: “La società britannica si trova ad affrontare una crisi esistenziale. Il tubo sta intercettando sempre meno greggio. Non sanno quello che stanno facendo”

WASHINGTON - La perdita di petrolio non si è ancora fermata. Il danno è catastrofico e gli Usa stanno perdendo pazienza e speranze. Oggi il ministro dell’Interno americano, Ken Salazar - anche responsabile della gestione del territorio e delle risorse minerarie - ha dichiarato senza mezze misure di essere “molto arrabbiato e molto frustrato” con il gruppo petrolifero britannico BP, responsabile della marea nera nel Golfo del Messico. Se la società non onorerà gli impegni, sarà quindi estromessa. Oggi i tecnici BP hanno ribadito che entro martedì, “mercoledì al massimo”, procederanno con un nuovo tentativo di chiudere la falla della piattaforma.

In una conferenza stampa in Louisiana, Salazar ha sottolineato come a Washington regni frustrazione e rabbia per il fatto che BP “non abbia rispettato scadenza dopo scadenza”. L’ultima è stata fissata dal gigante petrolifero per martedì quando inizierà a iniettare nella falla, tramite il tubo che sta intercettando sempre meno greggio dal fondo del mare, malta e cemento per tentare di sigillare la perdita.

La società britannica si trova ad affrontare “una crisi esistenziale”, ha spiegato il ministro, sottolineando di “non essere completamente sicuro che (Bp) sappia esattamente cosa sta facendo. Se la BP non onorerà gli impegni assunti - ha detto Salazar -, se scopriremo che non sta facendo ciò che si suppone debba fare, la metteremo da parte”.

Oggi un portavoce della BP, John Curry, ha detto che il quantitativo di greggio pescato dal tubo inserito nel pozzo sottomarino sta diminuendo in modo significativo. Il sifone sarebbe riuscito a succhiare nelle ultime 24 ore circa 216 mila litri di petrolio. Prima invece il tubo - lungo circa 1,6 chilometri che trasporta il greggio verso una nave serbatoio - era in grado di raccogliere circa 350mila litri di greggio al giorno.

Intanto sulla vicenda è intervenuto anche l’Iran, offrendo aiuto. Il responsabile della società statale che opera nel campo delle trivellazioni, Mehran Alinejad, ha dichiarato all’agenzia Irna che - rispetto a quelle avvenute in Iran - l’emergenza in corso nel Golfo del Messico è “poca cosa” e che l’Iran ha avuto modo di affrontare fughe di petrolio ben peggiori. In particolare - ha detto - negli Anni Ottanta, per arginare il petrolio che sgorgava da pozzi bombardati nel corso della guerra con l’Iraq. “I tecnici iraniani vantano ottimi risultati nelle operazioni condotte per contenere fughe di petrolio ben maggiori rispetto a quella del Golfo del Messico”, ha detto.

Tecnici della BP e dell’unità di crisi della Casa Bianca hanno assicurato che martedì prossimo tenteranno di dare esecuzione a un nuovo dispositivo che ha sempre lo stesso obiettivo: imbrigliare i tubi della piattaforma da cui sgorga il petrolio in una sorta di capsula di contenimento. Nel frattempo nessuno sa dire con certezza quanto petrolio sia già in mare. Gli scienziati si confrontano, sostenendo tesi diverse: c’è chi dice che è possibile calcolarlo in base al metano liberato, c’è chi sostiene che a 1.600 metri di profondità la pressione è completamente diversa e dunque il calcolo è impossibile.

Anche se la BP non ha ancora fornito un’indicazione chiara, per la prima volta l’ammiraglio Thad Allen, designato dalla Casa Bianca a capo delle operazioni di soccorso, ha ammesso che le perdite “cominciano ad avvicinarsi” a quelle della Exxon Valdez del 1989, quando nel mar dell’Alaska finirono 41 milioni di litri di greggio. Allen - a differenza di Salazar - ha detto di “aver piena fiducia” nella BP. Ma negli Usa l’ostilità nei confronti del gruppo petrolifero è esplicita. Non solo è considerato responsabile della catastrofe. E’ anche accusato di aver risparmiato sulle misure di sicurezza. Il Washington Post ha infatti pubblicato una lettera della BP del 2004 dalla quale emerge che la compagnia aveva autorizzato l’impiego sulla piattaforma di una valvola temporanea, anzichè una valvola permanente che in caso di emergenza avrebbe offerto più sicurezza. Bp preferì quella temporanea.

Golfo, la perdita di greggio è 12 volte superiore a quella rilevata finora

Saturday, May 15th, 2010

Molto peggio di quanto si pensava: la fuoriuscita di greggio nel Golfo del Messico dal pozzo sottomarino della Bp potrebbe essere 12 volte superiore a quella finora stimata: se così fosse si passerebbe dal disastro, ormai noto, all’apocalisse. La nuova notizia è riportata dal quotidiano inglese The Guardian che ha raccolto le valutazioni di un team di ricercatori e scienziati americani, coordinati dal prof. Steve Weely della Purdue University. Hanno esaminato il primo video della fuga di petrolio, le cui immagini sono state diffuse soltanto giovedì. Bp ha spiegato di aver pubblicato le immagini in ritardo, perché prima di lunedì non aveva ricevuto nessuna richiesta in merito ma emittenti e giornali americani, tra cui ABC News, hanno ribattuto che nelle settimane scorse hanno cercato con insistenza di ottenere un filmato che documentasse il disastro in profondità. «Nel video si vedono molti vortici che si formano alla fine del condotto, e ho usato un programma informatico per tracciarli e misurare la velocità con cui esce il petrolio - ha spiegato Steve Werely, uno dei ricercatori al Guardian - da qui è molto semplice calcolare qual è il flusso, che risulta molto più alto di quello indicato ufficialmente».

OGNI QUATTRO GIORNI UN DISASTRO COME QUELLO DELLA EXXON VALDEZ - Dallo studio sulle immagini svolto dal team di Steve Weely si giunge alla conclusione che il limite massimo potrebbe essere di 70mila barili giornalieri, contro i 5mila stimati dalla Bp: equivalenti a un disastro come quello causato dal naufragio della Exxon Valdez ogni quattro giorni. La Bp dal canto suo non ha cambiato e ha ribattuto che le sue stime si basano sulle immagini satellitari e sull’osservazione dell’acqua, ritenendo impossibile effettuare una stima affidabile in base alle immagini sottomarine.

ANCHE IL NYTIMES CONTESTA LE STIME UFFICIALI - Che la perdita di greggio possa essere molto maggiore di quanto stimato dal Noaa (l’organismo federale americano che si occupa della tutela ambientale delle acque e delle coste marine), forse 4-5 volte di più, lo afferma anche il New York Times, che ha riferito il parere di diversi esperti. La cifra fornita dal governo americano è stata ottenuta con un metodo chiamato “Bonn Convention” basato sui colori dell’acqua, che sono usati per stimare lo spessore della macchia di petrolio: «Ma questo protocollo è specificatamente non raccomandato per le macchie molto grandi - afferma al quotidiano Alun Lewis, un esperto britannico, inoltre una sua applicazione corretta dovrebbe dare un intervallo di quantità». La stima iniziale fornita dalla Bp era di 1000 barili al giorno, alzata dal Noaa a 5000 solo una settimana dopo la tragedia. I dirigenti dell’azienda britannica hanno sempre affermato che una stima è impossibile. Secondo il quotidiano però, due ricercatori del Massachussets, esperti nelle misure del flusso dei geyser sottomarini, erano stati invitati dalla Bp per provare i loro strumenti sulla falla, ma sono stati all’improvviso rimandati a casa. «Il governo ha la responsabilità di chiedere i numeri esatti - afferma Ian McDonald, oceanografo della Florida State university - ho fatto una stima sulle immagini satellitari, e il risultato è 4-5 volte maggiore di quanto detto finora». Intanto il Noaa ha reso noto un primo bilancio dei mezzi messi in campo per bloccare la falla. Secondo il sito dell’agenzia sono al lavoro 13 mila persone, che hanno disposto a difesa delle coste oltre 600 chilometri di barriere di contenimento e assorbenti, e sono stati spruzzati 712 mila litri di sostanze disperdenti.

LA BP MINIMIZZA: «PERDITA CONTENUTA» - La fuga di greggio dal pozzo sottomarino del Golfo del Messico è relativamente contenuta: lo ha affermato Tony Hayward, Ceo della Bp, le cui dichiarazioni sono state riportate sempre dal Guardian. «Il Golfo del Messico è un oceano assai vasto, il volume del greggio e dei materiali diluenti che vi stiamo riversando è minuscolo in rapporto al volume totale», ha spiegato, dicendosi certo della possibilità di fermare la fuga ma senza dare una data. Secondo quanto riporta il Daily Telegraph Hayward si è detto inoltre sicuro che la trivellazione offshore negli Stati Uniti continuerà dato che si tratta di «un terzo della produzione di petrolio e gas naturale americana».

Fonte: Corriere della Sera

Mare pulito, premiata la Liguria

Wednesday, May 12th, 2010

Con 17 località è in testa alla classifica. Seguono Marche, Toscana e Abruzzo. Menzione speciale per Menfi

I riconoscimenti assegnati dalla Federazione per l’ educazione ambientale

Mare pulito, premiata la Liguria

Con 17 località è in testa alla classifica. Seguono Marche, Toscana e Abruzzo. Menzione speciale per Menfi

MILANO - Su una parte del mare italiano sventola la bandiera blu, assegnata dalla Federazione per l’ educazione ambientale sulla base della pulizia dell’acqua, dei servizi a impatto zero, dell’accessibilità delle spiagge. Nel 2010 sono quattro in più le spiagge italiane che si fregiano sulle quali sventolerà la Bandiera Blu del mare pulito, dei servizi a impatto zero, dell’accessibilità. Le spiagge doc individuate dalla federazione per l’educazione all’ambiente sono, per queste vacanze, 231: quattro in più rispetto allo scorso anno, rappresentative di 117 comuni italiani e corrispondenti a circa il 10% delle spiagge premiate a livello internazionale. Nel capitolo approdi turistici i premiati sono 61. 

BENE LA LIGURIA - Non è omogenea la distribuzione delle Bandiere Blu. In particolare, la Liguria, con 17 località , una in più dello scorso anno, guida la speciale classifica regionale. A pari merito con 16 località, seguono Marche e Toscana, che si distaccano dall’Abruzzo, quarto classificato con 13 bandiere. Stabile a quota 12 la Campania, che conferma le località della precedente edizione; molto bene la Puglia, ne guadagna una arrivando così ad eguagliare a quota 8 l’Emilia Romagna (dove sono riconfermate le stesse località  dello scorso anno). Nessuna novità per il Veneto (6), mentre il Lazio arriva a quota 5, superando la Sicilia e la Calabria che sono stabili a 4; il Friuli Venezia Giulia e la Sardegna riconfermano le 2 dell’anno scorso, e vengono raggiunte dal Piemonte, che giunge a quota 2 bandiere (per i laghi); per finire con Molise e Basilicata, con una sola Bandiera Blu.

MENZIONE SPECIALE MENFI - Menfi è stata premiata con la 14/a Bandiera Blu d’Europa per il suo mare pulito e le sue spiagge. La cerimonia di consegna dell’ambito riconoscimento europeo, assegnato dalla Fee (Fondazione per l’educazione ambientale), si è svolta a Roma, nella sala Tirreno della Regione Lazio, dove il sindaco Michele Botta ha ricevuto il vessillo blu, in rappresentanza della città del vino e del mare pulito. Per Menfi la Bandiera Blu di quest’anno è la 13/a di fila: dopo la prima assegnazione nel 1992, infatti, dal 1998 il mare del Comune di Menfi viene premiato ogni anno ininterrottamente.

Fonte: Corriere della Sera

 

 

 

Il litorale di Menfi

Piattaforma affondata, la macchia nera si sposta verso le coste della Louisiana

Tuesday, April 27th, 2010

L’iniziale ottimismo della Guardia costiera americana è stato smentito dai fatti. Più che di un timore si tratta ormai di una certezza: l’incendio e poi il crollo della piattaforma petrolifera della Bp, 70 chilometri al largo delle coste della Louisiana, nel Golfo del Messico, sta causando un disastro ambientale. La sua portata è ancora tutta da valutare. E, in buona parte, tutto si lega al buon esito dell’ultimo disperato intervento dei robot di profondità, che stanno operando a 5mila metri per chiudere i “buchi”. Quello che la compagnia BP, che gestiva l’impianto di estrazione, sta cercando di fare, ha sintetizzato l’ingegnere meccanico Richard Metcalf, «è di mettere un tappo di sughero a una bottiglia di champagne». Resta il fatto che non si tratta di champagne e che ogni giorno dal fondo marino di spargono circa mille barili di greggio, poco meno di 160mila litri. Le operazioni per tentare di bloccare questa perdite sono anche in parte ostacolate dal maltempo. La macchia nera potrebbe raggiungere presto le spiagge e la regione paludosa della Louisiana causando un disastro ecologico senza precedenti. A 30 km dal luogo del disastro si trova anche l’arcipelago delle Chandeleurs, un’oasi verde in cui depongono le uova pellicani e altri uccelli, già pesantemente danneggiata dall’uragano Katrina. Durante la notte la macchia si è allargata del 50% e ora copre un’area di oltre 1.500 chilometri quadrati, anche se secondo gli esperti si tratta perlopiù di un sottile velo di greggio sulla superficie.

11 MORTI, 17 FERITI. A BORDO 2,6 MILIONI DI LITRI DI PETROLIO - Nell’indicente alla piattaforma della piattaforma Deep Water Horizon 11 operai erano risultati dispersi e le loro ricerche si sono concluse sabato. In tutto erano 126 le persone presenti al momento dell’esplosione. I feriti sono 17 di cui quattro in gravi condizioni. La piattaforma conteneva circa 2,6 milioni di litri di petrolio. La BP, inizialmente ottimista sulle possibilità di evitare il disastro, ha assicurato di fare il possibile per bloccare la fuoriuscita di greggio dalle valvole e dalle tubature, un compito che si sta rivelando «estremamente complicato» e che «potrebbe non riuscire», come ha detto il responsabile delle perforazioni della Bp, Doug Suttles, citato dalla Bbc.

Marea di petrolio nel Golfo del Messico Marea di petrolio nel Golfo del Messico      Marea di petrolio nel Golfo del Messico      Marea di petrolio nel Golfo del Messico      Marea di petrolio nel Golfo del Messico      Marea di petrolio nel Golfo del Messico      Marea di petrolio nel Golfo del Messico      Marea di petrolio nel Golfo del Messico

La compagnia ha inviato 32 navi speciali per pulire le acque e diversi velivoli che disperdono sulla macchia una spray diluente. Sul caso giovedì scorso era intervenuto anche Barack Obama: il presidente Usa aveva detto che il governo degli Stati Uniti considerava “una priorità” la risposta ad un’eventuale catastrofe ecologica.

IN AZIONE UNA FLOTTA DI ROBOT SOTTOMARINI - Intanto le speranze per evitare il disastro si concentrano su una flotta di robot mobilitata da British Petroleum che operano a 5mila metri i profondità e cercano di chiudere le falle nella struttura dalle quali esce il greggio. La Bp ha reso noto che sono quattro i robot sottomarini in azione contemporaneamente.

Fonte: Corriere della Sera

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