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A Ecomondo la sfida delle soluzioni green

Tuesday, November 5th, 2013

A Rimini dal 6 al 9 novembreA Rimini dal 6 al 9 novembre«Chi ha investito nel green economy in questi anni di crisi ha sofferto meno e già oggi ha gli strumenti per intercettare la ripresa prima di altre imprese, perché la green economy chiede innovazione, ricerca, tecnologia e anticipa le tendenze dei mercati internazionali». Il ministro dell’Ambiente Andrea Orlando - che mercoledì aprirà la fiera Ecomondo a Rimini - indica la sfida e l’opportunità che l’ambiente offre al mondo di oggi, e non solo sotto l’aspetto economico.

ECOMONDO - Ecomondo (da 6 al 9 novembre) e i saloni collegati (Key Energy, Cooperambiente, Sal.Ve, H2R e Key Wind) ospita anche gli Stati generali della green economy. «L’appuntamento di Rimini», continua Orlando, «è ormai considerato, a ragione, uno degli eventi più importanti per un incontro tra operatori economici e decisori politici, mondo dell’innovazione e studenti, esperti del settore e cittadini, che aiuta a indicare il cammino per rilanciare lo sviluppo dell’Italia e migliorare la qualità della vita di tutti».

GREEN NEW DEAL - In fiera - giunta alla 17ª edizione - saranno presenti oltre mille aziende distribuite in sedici padiglioni, è in programma un fitto calendario di convegni internazionali. A Ecomondo sarà presentato il Pacchetto di misure per un Green New Deal per l’Italia, un pacchetto con dieci gruppi di proposte in settori strategici della green economy: una riforma fiscale in chiave «eco»; strumenti finanziari innovativi; investimenti in infrastrutture verdi, difesa del suolo e risorse idriche; potenziamento delle attività di riciclo dei rifiuti.

Fonte: corriere.it

Italiani a tavola: «green», ma con giudizio

Tuesday, November 13th, 2012

Tre italiani su quattro sono coscienti che le proprie abitudini alimentari sono importanti per la salute – ma tre su quattro sostanzialmente se ne infischiano. In ogni caso la consapevolezza nei consumi alimentari rispetto a sostenibilità e salute aumenta. Anche grazie alla crisi. L’indagine è stata effettuata da Ipsos (commissionata da Tetra Pak) e presentata a Rimini l’8 novembre a Ecomondo, la fiera della sostenibilità. L’indagine è stata svolta nei due mesi precedenti intervistando su tutto il territorio nazionale mille persone tra i 18 e i 60 anni – un campione giovane, il che spiega alcuni degli elementi emersi.

 

NON SOLO PREZZO - Quali sono dunque gli aspetti principali che spingono gli italiani all’acquisto di un prodotto? Al primo posto resta il prezzo, segue la qualità – preferita alla quantità. «L’elemento prezzo ha colpito sia gli attenti, che hanno dovuto fare i conti con la realtà, sia i non attenti, che sono diventati più consapevoli ‘senza volerlo’», dice Andrea Alemanno, di Ipsos, che ha illustrato i risultati dell’indagine. «Stimolati dalla crisi, cercavano informazioni sui prodotti e hanno trovato l’etica. Ciò appaga anche le perdite di altri aspetti, incanalando l’edonismo in un’altra direzione: ‘posso comprare meno, ma compro meglio’». Il 55% di consumatori sarebbe disposto a pagare fino al 10% in più per un prodotto che viene da un’azienda etica. Un plusvalore non trascurabile, oltre il quale però ci sono forti resistenze, dato che il sovrapprezzo viene in quel caso percepito come ingiustificato. In tempi pre-crisi, questi dati erano più alti: tre o quattro anni fa c’erano più persone disposte a pagare di più, e fino al 12%. Ancora: il 43% dei consumatori non compra prodotti ecologici perché troppo costosi, il 33% perché non li trova.

LE 5 TIPOLOGIE – Ed ecco le cinque tipologie raccontate durante la presentazione dell’indagine. La prima sono ecosalutisti strong, quelli per cui la sostenibilità è una missione, quelli che studiano le etichette come volumi di Platone e si chiudono nell’orto per preparare il minestrone a chilometro zero. Costantemente, e in modo del tutto spontaneo, si pongono il problema di cosa mangiano e cosa consumano, e sono disposti a spendere fino al 20% in più per acquistare un prodotto sostenibile. Questa categoria è la più numerosa, ben il 30% degli italiani; l’area geografica prevalente è quella del Nord-est, e la loro maturità rispetto alla tematica dipende dall’istruzione piuttosto che dal reddito. In seconda posizione si attesta il gruppo degli eco salutisti mild (29%), moderati: diligenti sulla raccolta responsabile, ma vittime dei prezzi; attenti all’informazione sulla confezione, ma non al suo smaltimento. Come tanti don Abbondio, fanno quello che possono, quello che non costa fatica. Appena la fatica richiesta è un po’ di più, lasciano perdere. Non cuori di leone, insomma, ma integralmente normali. Al terzo posto in classifica si piazzano gli ambientalisti poco salutisti (20%), quelli per cui il cibo trascende il resto. Hanno un forte senso edonistico, amano l’ambiente, ma per loro prezzo docet. Quando fanno la spesa – soprattutto in tempi di magra, non stanno particolarmente attenti. Ogni tanto hanno un senso d colpa, ma lo scaricano verso l’esterno. Seguono gli pseudo-salutisti (7%): calcolano a prima vista l’apporto calorico di ogni cibo, e quanti passi di step sono necessari per smaltirlo. Le confezioni sono per loro oracoli, per modellare la dieta a loro immagine e somiglianza. Sono disposti a tutto per preservare la linea - e secondo le loro credenze anche la salute. Non c’è attenzione all’ambiente né agli altri (tra tutte le categorie sono per esempio quelli che fanno meno attività di volontariato), la bici e la lotta alle emissioni di CO2 decisamente non rientrano nella loro missione. E infine i disattenti (14%): paradossalmente sono «naturalmente» disattenti agli aspetti che riguardano l’ambiente e la salubrità del cibo che consumano, rispetto a cui la consapevolezza è molto bassa. I criteri che li spingono all’acquisto sono la praticità, la comodità, l’attrattiva della confezione, l’assuefazione alla quotidianità. Pochissima l’attenzione sociale, sono i fanalini di coda nella raccolta differenziata.

UNA CRISI SOSTENIBILE - Distinzioni e tipologie a parte, la confusione rispetto alla sostenibilità è grande: se il 47% del campione conosce il concetto, l’altra metà non ha la più pallida idea di cosa sia (53%). «Sviluppo sostenibile è coniugare le nostre esigenze con quelle dell’ambiente», sintetizza Pierluigi Manzione, che nell’incontro rappresentava il ministro dell’Ambiente, spiegando l’esigenza di semplificare. Nonostante l’ignoranza diffusa rispetto al concetto, la maggior parte dei consumatori attua comportamenti compatibili con la sostenibilità: il comportamento supera la conoscenza. Anche grazie a una maggiore attenzione dovuta alla crisi economica, appunto. «Tutti i cambiamenti avvengono per crisi», spiega lo psichiatra Paolo Crepet, uno degli ospiti. «Il “Mulino Bianco” è nato con la crisi petrolifera per rassicurare le famiglie italiane. Il ‘buon vino’ è nato con i morti del metanolo: abbiamo cominciato a spendere un po’ di più in cambio di qualità».

SCELTE - La ristrettezza ha fatto aumentare l’attenzione per cosa si compra: la gran parte dei consumatori (84%) è estremamente attento all’etichetta, il 20% in più di cinque-sei anni fa. E il 59% dichiara di scegliere confezioni compatibili con l’ambiente: carta e vetro sono considerati i materiali più rispettosi, ma anche la plastica viene percepita come tale, perché è riciclabile. E mentre prima le scelte di consumo partivano da un approccio più generale, pro-etica o no, adesso dipendono dal prodotto, si valuta di volta in volta. Il fresco è ciò su cui si richiede maggiore qualità (pesce a parte, percepito come già controllato in partenza e quindi affidabile). E infine ecco come viene valutata l’eticità di un’azienda in Italia: non tanto su elementi quali il pagamento delle tasse o le strategie di sviluppo sul lungo termine, ma sul rispetto dell’ambiente e su quello nei confronti dei dipendenti.

Carola Traverso Saibante

Termini Imerese, dopo la Fiat la svolta green

Tuesday, April 3rd, 2012

Il cancello bianco chiuso per l’ultima volta il 24 novembre scorso ha rappresentato la fine di un’epoca per un paese di 30 mila abitanti. Il cancello è quello della Fiat, il paese è Termini Imerese. Nel frattempo, c’è chi non aspetta la manna dal cielo ma si rimbocca le maniche, a dispetto dello spirito fatalista tradizionalmente imputato ai siciliani. «Abbiamo cominciato a prefissarci obiettivi green quando si è avuta la certezza che la Fiat non sarebbe rimasta», così Fabio Montagnino, amministratore unico di Idea, azienda di Termini Imerese, ne spiega la svolta ecologista. Idea, di concerto con la Biosurvey, spin off dell’Università di Palermo, ha realizzato un tutore in bioplastica per la riforestazione dell’ecosistema marino. Fondamentale per l’incontro di queste realtà, il Consorzio Arca, incubatore d’impresa dell’ateneo palermitano, diretta dallo stesso Montagnino.

Il tutore per la posidonia Il tutore per la posidonia    Il tutore per la posidonia    Il tutore per la posidonia    Il tutore per la posidonia    Il tutore per la posidonia

IL LEGAME CON LA FIAT - L’azienda, come quasi tutte quelle del circondario, aveva un destino economico legato a doppio filo con quello della Fiat. Lo stabilimento di Idea era prima sede della Fist che produceva componenti in materiale plastico prima per Panda e Punto e poi per la Lancia Y. Una storia aziendale partita negli anni Ottanta e poi entrata in crisi nei primi anni Duemila a causa della riduzione dei volumi di produzione da parte della Fiat. Entrata in liquidazione, la Fist è stata rilevata da Montagnino che, dal 2009, ha deciso di far evolvere l’azienda affiancandosi a partner di ricerca nella logica del laboratorio industriale.

LA POSIDONIA OCEANICA - Il progetto in corso, prevede la realizzazione di un tutore in Mater-Bi per la piantumazione della Posidonia oceanica. Sebastiano Calvo, capo dell’unità di ricerca della Biosurvey spiega: «La Posidonia è una pianta marina che costituisce una sorta di foresta pluviale del Mediterraneo. Le sue praterie coprono dal 2 al 4 per cento della superficie del bacino, ma ospitano il 20% delle specie. Funge da nursery per pesci e animali marini nei primi stadi della loro vita». Oltre alla sua importanza per la fauna marina, la Posidonia protegge le coste dalle erosioni smorzando il moto ondoso. Inoltre contribuisce alla limpidezza delle acque, trattenendo eventuali detriti ed evitandone l’emersione. In uno studio apparso alcuni anni fa su Nature viene valutato il valore economico dei servizi ecosistemici delle fanerogame marine (di cui fa parte la Posidonia) in 20 mila dollari per ettaro. Calvo precisa: «Questo valore è una media, nel caso della Posidonia deve essere aumentato di tre-quattro volte».

IL TUTORE - Il tutore è una sorta di stampella che aiuta la Posidonia oceanica ad attecchire nei fondali e agevola la dinamica naturale di sviluppo della prateria. Si tratta di una struttura a raggiera, simile a una stella, con un nodo centrale e sei braccetti su cui sono presenti pinzette per fissare meglio le talee. Fino a oggi venivano utilizzati sistemi di fissaggio invasivi in metallo o cemento. L’uso del Mater-Bi consente la decomposizione di qualche anno in mare, giusto il tempo che la pianta si fissi e possa procedere il suo ciclo vitale in maniera autonoma.

I PRIMI ESPERIMENTI - Le prime operazioni di riforestazione sono state condotte nello specchio d’acqua di fronte a Palermo. La Posidonia in questa zona è stata danneggiata dalla pesca a strascico e seppellita da depositi legati a dragaggi o scorie. In particolare, tra gli anni Cinquanta e Settanta, con l’espansione urbanistica selvaggia, il materiale di scavo veniva versato in mare. Nella zona di Vergine Maria, a Palermo, la piantumazione ha avuto un buon esito con la ripopolazione dei fondali: tra le piante di Posidonia, molti animali marini hanno trovato un ambiente ideale per le proprie uova. La prova più importante è attesa entro quest’anno nei fondali antistanti il petrolchimico di Augusta, in provincia di Siracusa. Non si tratterà solo di una riforestazione, ma anche del recupero di fondali alterati tramite interventi biologici: un’operazione di bioremediation. Il risultato collaterale sarà il recupero estetico del paesaggio sottomarino.

Maria Rosa Pavia

Fonte : Corriere della Sera

Cresce la produzione di qualità il green è chiave di successo

Tuesday, December 6th, 2011

Sale al 46,9% il Piq, prodotto interno di qualità, una misura che tiene in contro anche la situazione degli ecosistemi naturali, da cui l’economia stessa dipende. Un settore in crescita, che garantirà 220mila nuovi posti di lavoro e può significare successo economico per un’azienda di ANTONIO CIANCIULLO

ROMA - Cresce, arrivando al 46,9 per cento della ricchezza totale. Allarga i suoi orizzonti, conquistando settori fino a ieri ostili. Ha un andamento dinamico, mentre l’economia si siede. È il Piq, il prodotto interno di qualità, fotografato dall’ultimo rapporto curato dalla Fondazione Symbola e da Unioncamere.

Il Piq, spiega Domenico Sturabotti, direttore di Symbola, rappresenta il tentativo di misurare la qualità della crescita di un Paese perché la crescita in sé non è un indicatore sufficiente: vendere oppio rende molto, ma è preferibile coltivare grano. E nel Pil cinese non viene ancora calcolato il peso delle 750mila persone che, secondo le stime della Banca Mondiale, muoiono prematuramente nel paese a causa dell’inquinamento dell’aria e dell’acqua.

Di qui la costruzione di un sistema di valutazione che faccia da cruscotto di controllo della macchina economica misurando il flusso dei servizi di supporto alla vita (dal ciclo dei nutrienti ai processi di formazione del suolo fertile), di approvvigionamento (cibo, acqua potabile, materiali, combustibile), di regolazione (del clima, delle maree, dell’acqua, dell’impollinazione).

In questo modo è possibile misurare, assieme allo stato dell’economia, quello degli ecosistemi naturali da cui l’economia stessa dipende visto che, ad esempio, forniscono oltre la metà dei farmaci e ci permettono

di smaltire le nostre scorie, anidride carbonica compresa.

“Il Piq è uno strumento più che mai utile in un momento come questo, in cui occorre fare scelte serie ed eque”, ricorda Ermete Realacci, presidente di Symbola. “Puntare sulla qualità e sulla sostenibilità significa infatti aumentare la capacità competitiva del paese e guardare con occhi diversi alle possibilità che la crisi offre”.

Sono considerazioni che cominciano a far presa: tra le aziende esaminate una su quattro ha investito negli ultimi tre anni o investirà quest’anno in prodotti e tecnologie green. Si tratta di 370mila imprese che assumeranno nel 2011 oltre 220mila figure professionali riconducibili alla green economy, quasi il 40 per cento del loro fabbisogno complessivo.

Tra i settori più impegnati nel campo della riconversione green troviamo la chimica, la meccanica, l’elettronica, l’agroalimentare. Da un recente studio di Confindustria Ceramica risulta che circa la metà degli acquirenti delle piastrelle del distretto di Sassuolo vuole un prodotto con certificazione ambientale.

E molte imprese italiane del settore hanno avuto successo in California grazie all’entrata in vigore, dal primo gennaio 2010, di una normativa che vieta la vendita nello Stato americano di valvole o rubinetti con tracce di piombo. I produttori italiani, con i tedeschi, sono infatti gli unici al mondo ad avere le tecnologie adeguate per la fabbricazione di prodotti che rispettano i limiti di questa normativa, mentre i cinesi vendono rubinetti e valvole con il 4-5 per cento di piombo (nonostante l’Unione europea imponga da tempo un tetto del 2,5 per cento). Alla lunga puntare sulla qualità rende

Fonte: La Repubblica

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