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A Ecomondo la sfida delle soluzioni green

Tuesday, November 5th, 2013

A Rimini dal 6 al 9 novembreA Rimini dal 6 al 9 novembre«Chi ha investito nel green economy in questi anni di crisi ha sofferto meno e già oggi ha gli strumenti per intercettare la ripresa prima di altre imprese, perché la green economy chiede innovazione, ricerca, tecnologia e anticipa le tendenze dei mercati internazionali». Il ministro dell’Ambiente Andrea Orlando - che mercoledì aprirà la fiera Ecomondo a Rimini - indica la sfida e l’opportunità che l’ambiente offre al mondo di oggi, e non solo sotto l’aspetto economico.

ECOMONDO - Ecomondo (da 6 al 9 novembre) e i saloni collegati (Key Energy, Cooperambiente, Sal.Ve, H2R e Key Wind) ospita anche gli Stati generali della green economy. «L’appuntamento di Rimini», continua Orlando, «è ormai considerato, a ragione, uno degli eventi più importanti per un incontro tra operatori economici e decisori politici, mondo dell’innovazione e studenti, esperti del settore e cittadini, che aiuta a indicare il cammino per rilanciare lo sviluppo dell’Italia e migliorare la qualità della vita di tutti».

GREEN NEW DEAL - In fiera - giunta alla 17ª edizione - saranno presenti oltre mille aziende distribuite in sedici padiglioni, è in programma un fitto calendario di convegni internazionali. A Ecomondo sarà presentato il Pacchetto di misure per un Green New Deal per l’Italia, un pacchetto con dieci gruppi di proposte in settori strategici della green economy: una riforma fiscale in chiave «eco»; strumenti finanziari innovativi; investimenti in infrastrutture verdi, difesa del suolo e risorse idriche; potenziamento delle attività di riciclo dei rifiuti.

Fonte: corriere.it

Italiani a tavola: «green», ma con giudizio

Tuesday, November 13th, 2012

Tre italiani su quattro sono coscienti che le proprie abitudini alimentari sono importanti per la salute – ma tre su quattro sostanzialmente se ne infischiano. In ogni caso la consapevolezza nei consumi alimentari rispetto a sostenibilità e salute aumenta. Anche grazie alla crisi. L’indagine è stata effettuata da Ipsos (commissionata da Tetra Pak) e presentata a Rimini l’8 novembre a Ecomondo, la fiera della sostenibilità. L’indagine è stata svolta nei due mesi precedenti intervistando su tutto il territorio nazionale mille persone tra i 18 e i 60 anni – un campione giovane, il che spiega alcuni degli elementi emersi.

 

NON SOLO PREZZO - Quali sono dunque gli aspetti principali che spingono gli italiani all’acquisto di un prodotto? Al primo posto resta il prezzo, segue la qualità – preferita alla quantità. «L’elemento prezzo ha colpito sia gli attenti, che hanno dovuto fare i conti con la realtà, sia i non attenti, che sono diventati più consapevoli ‘senza volerlo’», dice Andrea Alemanno, di Ipsos, che ha illustrato i risultati dell’indagine. «Stimolati dalla crisi, cercavano informazioni sui prodotti e hanno trovato l’etica. Ciò appaga anche le perdite di altri aspetti, incanalando l’edonismo in un’altra direzione: ‘posso comprare meno, ma compro meglio’». Il 55% di consumatori sarebbe disposto a pagare fino al 10% in più per un prodotto che viene da un’azienda etica. Un plusvalore non trascurabile, oltre il quale però ci sono forti resistenze, dato che il sovrapprezzo viene in quel caso percepito come ingiustificato. In tempi pre-crisi, questi dati erano più alti: tre o quattro anni fa c’erano più persone disposte a pagare di più, e fino al 12%. Ancora: il 43% dei consumatori non compra prodotti ecologici perché troppo costosi, il 33% perché non li trova.

LE 5 TIPOLOGIE – Ed ecco le cinque tipologie raccontate durante la presentazione dell’indagine. La prima sono ecosalutisti strong, quelli per cui la sostenibilità è una missione, quelli che studiano le etichette come volumi di Platone e si chiudono nell’orto per preparare il minestrone a chilometro zero. Costantemente, e in modo del tutto spontaneo, si pongono il problema di cosa mangiano e cosa consumano, e sono disposti a spendere fino al 20% in più per acquistare un prodotto sostenibile. Questa categoria è la più numerosa, ben il 30% degli italiani; l’area geografica prevalente è quella del Nord-est, e la loro maturità rispetto alla tematica dipende dall’istruzione piuttosto che dal reddito. In seconda posizione si attesta il gruppo degli eco salutisti mild (29%), moderati: diligenti sulla raccolta responsabile, ma vittime dei prezzi; attenti all’informazione sulla confezione, ma non al suo smaltimento. Come tanti don Abbondio, fanno quello che possono, quello che non costa fatica. Appena la fatica richiesta è un po’ di più, lasciano perdere. Non cuori di leone, insomma, ma integralmente normali. Al terzo posto in classifica si piazzano gli ambientalisti poco salutisti (20%), quelli per cui il cibo trascende il resto. Hanno un forte senso edonistico, amano l’ambiente, ma per loro prezzo docet. Quando fanno la spesa – soprattutto in tempi di magra, non stanno particolarmente attenti. Ogni tanto hanno un senso d colpa, ma lo scaricano verso l’esterno. Seguono gli pseudo-salutisti (7%): calcolano a prima vista l’apporto calorico di ogni cibo, e quanti passi di step sono necessari per smaltirlo. Le confezioni sono per loro oracoli, per modellare la dieta a loro immagine e somiglianza. Sono disposti a tutto per preservare la linea - e secondo le loro credenze anche la salute. Non c’è attenzione all’ambiente né agli altri (tra tutte le categorie sono per esempio quelli che fanno meno attività di volontariato), la bici e la lotta alle emissioni di CO2 decisamente non rientrano nella loro missione. E infine i disattenti (14%): paradossalmente sono «naturalmente» disattenti agli aspetti che riguardano l’ambiente e la salubrità del cibo che consumano, rispetto a cui la consapevolezza è molto bassa. I criteri che li spingono all’acquisto sono la praticità, la comodità, l’attrattiva della confezione, l’assuefazione alla quotidianità. Pochissima l’attenzione sociale, sono i fanalini di coda nella raccolta differenziata.

UNA CRISI SOSTENIBILE - Distinzioni e tipologie a parte, la confusione rispetto alla sostenibilità è grande: se il 47% del campione conosce il concetto, l’altra metà non ha la più pallida idea di cosa sia (53%). «Sviluppo sostenibile è coniugare le nostre esigenze con quelle dell’ambiente», sintetizza Pierluigi Manzione, che nell’incontro rappresentava il ministro dell’Ambiente, spiegando l’esigenza di semplificare. Nonostante l’ignoranza diffusa rispetto al concetto, la maggior parte dei consumatori attua comportamenti compatibili con la sostenibilità: il comportamento supera la conoscenza. Anche grazie a una maggiore attenzione dovuta alla crisi economica, appunto. «Tutti i cambiamenti avvengono per crisi», spiega lo psichiatra Paolo Crepet, uno degli ospiti. «Il “Mulino Bianco” è nato con la crisi petrolifera per rassicurare le famiglie italiane. Il ‘buon vino’ è nato con i morti del metanolo: abbiamo cominciato a spendere un po’ di più in cambio di qualità».

SCELTE - La ristrettezza ha fatto aumentare l’attenzione per cosa si compra: la gran parte dei consumatori (84%) è estremamente attento all’etichetta, il 20% in più di cinque-sei anni fa. E il 59% dichiara di scegliere confezioni compatibili con l’ambiente: carta e vetro sono considerati i materiali più rispettosi, ma anche la plastica viene percepita come tale, perché è riciclabile. E mentre prima le scelte di consumo partivano da un approccio più generale, pro-etica o no, adesso dipendono dal prodotto, si valuta di volta in volta. Il fresco è ciò su cui si richiede maggiore qualità (pesce a parte, percepito come già controllato in partenza e quindi affidabile). E infine ecco come viene valutata l’eticità di un’azienda in Italia: non tanto su elementi quali il pagamento delle tasse o le strategie di sviluppo sul lungo termine, ma sul rispetto dell’ambiente e su quello nei confronti dei dipendenti.

Carola Traverso Saibante

Termini Imerese, dopo la Fiat la svolta green

Tuesday, April 3rd, 2012

Il cancello bianco chiuso per l’ultima volta il 24 novembre scorso ha rappresentato la fine di un’epoca per un paese di 30 mila abitanti. Il cancello è quello della Fiat, il paese è Termini Imerese. Nel frattempo, c’è chi non aspetta la manna dal cielo ma si rimbocca le maniche, a dispetto dello spirito fatalista tradizionalmente imputato ai siciliani. «Abbiamo cominciato a prefissarci obiettivi green quando si è avuta la certezza che la Fiat non sarebbe rimasta», così Fabio Montagnino, amministratore unico di Idea, azienda di Termini Imerese, ne spiega la svolta ecologista. Idea, di concerto con la Biosurvey, spin off dell’Università di Palermo, ha realizzato un tutore in bioplastica per la riforestazione dell’ecosistema marino. Fondamentale per l’incontro di queste realtà, il Consorzio Arca, incubatore d’impresa dell’ateneo palermitano, diretta dallo stesso Montagnino.

Il tutore per la posidonia Il tutore per la posidonia    Il tutore per la posidonia    Il tutore per la posidonia    Il tutore per la posidonia    Il tutore per la posidonia

IL LEGAME CON LA FIAT - L’azienda, come quasi tutte quelle del circondario, aveva un destino economico legato a doppio filo con quello della Fiat. Lo stabilimento di Idea era prima sede della Fist che produceva componenti in materiale plastico prima per Panda e Punto e poi per la Lancia Y. Una storia aziendale partita negli anni Ottanta e poi entrata in crisi nei primi anni Duemila a causa della riduzione dei volumi di produzione da parte della Fiat. Entrata in liquidazione, la Fist è stata rilevata da Montagnino che, dal 2009, ha deciso di far evolvere l’azienda affiancandosi a partner di ricerca nella logica del laboratorio industriale.

LA POSIDONIA OCEANICA - Il progetto in corso, prevede la realizzazione di un tutore in Mater-Bi per la piantumazione della Posidonia oceanica. Sebastiano Calvo, capo dell’unità di ricerca della Biosurvey spiega: «La Posidonia è una pianta marina che costituisce una sorta di foresta pluviale del Mediterraneo. Le sue praterie coprono dal 2 al 4 per cento della superficie del bacino, ma ospitano il 20% delle specie. Funge da nursery per pesci e animali marini nei primi stadi della loro vita». Oltre alla sua importanza per la fauna marina, la Posidonia protegge le coste dalle erosioni smorzando il moto ondoso. Inoltre contribuisce alla limpidezza delle acque, trattenendo eventuali detriti ed evitandone l’emersione. In uno studio apparso alcuni anni fa su Nature viene valutato il valore economico dei servizi ecosistemici delle fanerogame marine (di cui fa parte la Posidonia) in 20 mila dollari per ettaro. Calvo precisa: «Questo valore è una media, nel caso della Posidonia deve essere aumentato di tre-quattro volte».

IL TUTORE - Il tutore è una sorta di stampella che aiuta la Posidonia oceanica ad attecchire nei fondali e agevola la dinamica naturale di sviluppo della prateria. Si tratta di una struttura a raggiera, simile a una stella, con un nodo centrale e sei braccetti su cui sono presenti pinzette per fissare meglio le talee. Fino a oggi venivano utilizzati sistemi di fissaggio invasivi in metallo o cemento. L’uso del Mater-Bi consente la decomposizione di qualche anno in mare, giusto il tempo che la pianta si fissi e possa procedere il suo ciclo vitale in maniera autonoma.

I PRIMI ESPERIMENTI - Le prime operazioni di riforestazione sono state condotte nello specchio d’acqua di fronte a Palermo. La Posidonia in questa zona è stata danneggiata dalla pesca a strascico e seppellita da depositi legati a dragaggi o scorie. In particolare, tra gli anni Cinquanta e Settanta, con l’espansione urbanistica selvaggia, il materiale di scavo veniva versato in mare. Nella zona di Vergine Maria, a Palermo, la piantumazione ha avuto un buon esito con la ripopolazione dei fondali: tra le piante di Posidonia, molti animali marini hanno trovato un ambiente ideale per le proprie uova. La prova più importante è attesa entro quest’anno nei fondali antistanti il petrolchimico di Augusta, in provincia di Siracusa. Non si tratterà solo di una riforestazione, ma anche del recupero di fondali alterati tramite interventi biologici: un’operazione di bioremediation. Il risultato collaterale sarà il recupero estetico del paesaggio sottomarino.

Maria Rosa Pavia

Fonte : Corriere della Sera

Cresce la produzione di qualità il green è chiave di successo

Tuesday, December 6th, 2011

Sale al 46,9% il Piq, prodotto interno di qualità, una misura che tiene in contro anche la situazione degli ecosistemi naturali, da cui l’economia stessa dipende. Un settore in crescita, che garantirà 220mila nuovi posti di lavoro e può significare successo economico per un’azienda di ANTONIO CIANCIULLO

ROMA - Cresce, arrivando al 46,9 per cento della ricchezza totale. Allarga i suoi orizzonti, conquistando settori fino a ieri ostili. Ha un andamento dinamico, mentre l’economia si siede. È il Piq, il prodotto interno di qualità, fotografato dall’ultimo rapporto curato dalla Fondazione Symbola e da Unioncamere.

Il Piq, spiega Domenico Sturabotti, direttore di Symbola, rappresenta il tentativo di misurare la qualità della crescita di un Paese perché la crescita in sé non è un indicatore sufficiente: vendere oppio rende molto, ma è preferibile coltivare grano. E nel Pil cinese non viene ancora calcolato il peso delle 750mila persone che, secondo le stime della Banca Mondiale, muoiono prematuramente nel paese a causa dell’inquinamento dell’aria e dell’acqua.

Di qui la costruzione di un sistema di valutazione che faccia da cruscotto di controllo della macchina economica misurando il flusso dei servizi di supporto alla vita (dal ciclo dei nutrienti ai processi di formazione del suolo fertile), di approvvigionamento (cibo, acqua potabile, materiali, combustibile), di regolazione (del clima, delle maree, dell’acqua, dell’impollinazione).

In questo modo è possibile misurare, assieme allo stato dell’economia, quello degli ecosistemi naturali da cui l’economia stessa dipende visto che, ad esempio, forniscono oltre la metà dei farmaci e ci permettono

di smaltire le nostre scorie, anidride carbonica compresa.

“Il Piq è uno strumento più che mai utile in un momento come questo, in cui occorre fare scelte serie ed eque”, ricorda Ermete Realacci, presidente di Symbola. “Puntare sulla qualità e sulla sostenibilità significa infatti aumentare la capacità competitiva del paese e guardare con occhi diversi alle possibilità che la crisi offre”.

Sono considerazioni che cominciano a far presa: tra le aziende esaminate una su quattro ha investito negli ultimi tre anni o investirà quest’anno in prodotti e tecnologie green. Si tratta di 370mila imprese che assumeranno nel 2011 oltre 220mila figure professionali riconducibili alla green economy, quasi il 40 per cento del loro fabbisogno complessivo.

Tra i settori più impegnati nel campo della riconversione green troviamo la chimica, la meccanica, l’elettronica, l’agroalimentare. Da un recente studio di Confindustria Ceramica risulta che circa la metà degli acquirenti delle piastrelle del distretto di Sassuolo vuole un prodotto con certificazione ambientale.

E molte imprese italiane del settore hanno avuto successo in California grazie all’entrata in vigore, dal primo gennaio 2010, di una normativa che vieta la vendita nello Stato americano di valvole o rubinetti con tracce di piombo. I produttori italiani, con i tedeschi, sono infatti gli unici al mondo ad avere le tecnologie adeguate per la fabbricazione di prodotti che rispettano i limiti di questa normativa, mentre i cinesi vendono rubinetti e valvole con il 4-5 per cento di piombo (nonostante l’Unione europea imponga da tempo un tetto del 2,5 per cento). Alla lunga puntare sulla qualità rende

Fonte: La Repubblica

Come rendere “green” il Natale

Friday, December 10th, 2010

Arriva il “dec-albero” del Wwf per ridurre l’impronta ecologica sulle festività

 

 

Dagli addobbi ai regali, dal cenone ai viaggi, anche le festività natalizie possono diventare più green. Riducendo “l’impronta ecologica” che fa pesare sull’ambiente e sul clima tutte le tradizioni natalizie. A partire dall’albero di Natale che può essere “locale” o artificiale e quindi riciclabile per molti anni, fino alle luci a basso consumo energetico.

Ma non solo. Il Natale ecosostenibile, infatti, può essere festeggiato senza piatti e stoviglie di carta evitando così ulteriori rifiuti, oppure portando in tavola prodotti alimentari locali e di stagione e riducendo la carne, mettendo uno stop al consumo di foi gras, caviale o aragoste.

Anche la scelta delle vacanze più essere fatta in sintonia con il rispetto dell’ambiente e del clima che cambia scegliendo l’Italia come meta su siti più lontani e preferendo il treno all’aereo che inquina di più.

E più green può essere anche la scelta dei regali. Da evitare specie esotiche o prodotti derivati riducendo così il commercio illegale, facendo shopping in bici o con i mezzi pubblici e muniti di sporte riutilizzabili. Tra i regali ecosostenibili, preferire elettrodomestici e apparecchi tecnologici solo se energeticamente efficienti e mettendo sotto l’albero prodotti biologici, del commercio equo e solidale ed a basso impatto ambientale e sociale. Inoltre, anche regalare l’adozione di una specie a rischio sarebbe in linea con un Natale più ecosostenibile.

A dettare il decalogo delle festività green è il Wwf che che ha realizzato uno speciale “Dec-albero” di Natale virtuale, un decalogo con 10 consigli pratici per colorare di verde le nostre feste.

«Per non rovinare i nostri migliori propositi di bontà natalizia con un’impronta ecologica devastante abbiamo pensato a qualche accorgimento mirato per celebrare, anche in periodo di crisi, un Natale sostenibile senza rinunciare all’atmosfera gioiosa e alle piccole grandi soddisfazioni della festività più attesa ma che per sprechi di carta, avanzi di cibo buttati, botti che spaventano gli animali, spesso si trasforma nella festa più impattante dell’anno» afferma Fulco Pratesi, Presidente onorario del Wwf Italia.

Ecco in dettaglio, dall’albero al cenone, i 10 consigli green dell’associazione. A partire dal simbolo principe di queste feste: l’albero di Natale.

Per avere un albero sostenibile, e anche “originale”, spiega il Wwf, la cosa migliore è rinunciare all’acquisto del classico abete coltivato apposta per la festività, e addobbare i nostri alberi tipici, anche gli stessi che abbiamo in terrazzo o in giardino.

In questo modo si risolve anche il problema di cosa farne finite le feste. Se proprio vogliamo avere un abete tradizionale, è importante controllare che sia certificato ovvero prodotto in vivai specializzati per i periodi natalizi, e tenerlo rigorosamente lontano da fonti di calore, meglio se in balcone o in giardino.

«Quest’anno -riferisce l’associazione- gli alberi di Natale Ikea aiutano il Wwf. Per ogni albero restituito, infatti, 3 euro andranno ai progetti dell’associazione. Inoltre esistono anche in commercio alberi artificiali realizzati con materiale riciclato, come cartone o plastica, che, una volta acquistati, durano a lungo».

Ma anche le tradizionali luminarie possono essere “salva clima”. Illuminare case e strade 24 ore al giorno comporta un inutile aumento dei consumi elettrici e delle emissioni. Meglio utilizzare lampadine a basso consumo o a led, che consumano fino a 1/10 delle normali lampadine, e accenderle solo in momenti particolari. Si risparmia anche in bolletta.

Nel decalogo non manca, inoltre, il cenone “leggero” almeno per la “Terra”. Per il cenone, infatti, suggeriscono gli ambientalisti, scegliamo ricette tradizionali a base di ingredienti a chilometri zero e di stagione, ridurremo le emissioni di CO2 e guadagneremo in gusto e freschezza dei prodotti. Fatte salve le tradizioni italiane, cerchiamo anche nei giorni di festa di ridurre i consumi di carne, soprattutto quella bovina, questo farà bene alla nostra salute e al clima del Pianeta.

Evitiamo poi prodotti come il paté de foi gras, che comporta enormi sofferenze agli animali, datteri di mare, un specie protetta dalla Cites e la cui raccolta provoca la distruzione di scogliere marine, aragoste, che sono sull’orlo dell’estinzione e che vengono “cucinate” con metodi crudeli.

Il caviale, poi, è ricavato da diverse specie di storioni, molte delle quali sono già commercialmente estinte in molte aree del pianeta. Fondamentale scegliere caviale “certificato” o da acquacoltura e invitare il proprio rivenditore a fare lo stesso. «Per sapere quali pesci acquistare si può scaricare la guida “Sai che pesci pigliare?” sul sito del Wwf» sottolinea l’associazione.

Green anche le vacanze. «Scegliere mete italiane o comunque raggiungibili in treno, invece di località esotiche e lontane, consente - spiega il Wwf - di evitare consistenti emissioni di CO2 e di scoprire angoli e tradizioni del nostro Paese che forse ancora non conosciamo».

Ecosostenibilità anche sul fronte dei regali. «Per chiudere in bellezza l’Anno della Biodiversità, un regalo davvero “amico dell’ambiente” è l’adozione di una specie a rischio. A partire da 30 euro si sostengono i progetti sul campo del Wwf per salvare dall’estinzione specie simbolo come tigri, orsi, elefanti, delfini, panda, tartarughe marine e da quest’anno anche oranghi e ghepardi».

In cambio, a seconda della formula, l’associazione dà un certificato di “adozione” personalizzato, calendari digitali, wallpaper con bellissime immagini, screensaver, firme digitali o, con un piccolo contributo in più, anche il peluche delle specie adottata, perfetto per l’albero di Natale.

Ecco invece alcuni consigli se si vuole fare un po’ di shopping tradizionale. La ricerca dei regali si può fare a piedi, in bici o usando i mezzi pubblici, portandoci dietro un congruo numero di sporte riutilizzabili. «È un bel risparmio di traffico e di riduzione delle buste di plastica» commenta il Wwf che mette un forte stop a chi pensa di regalare animali esotici come iguane, serpenti o tartarughe o prodotti derivati, per esempio oggetti in avorio, corallo, pelli di coccodrillo. «Rischiamo -affermano gli ambientalisti- di fare un regalo solo ai commercianti del mercato illegale».

Sempre sul fronte regali, se si scelgono apparecchi come televisori, computer o stereo, è importante preferire, avverte il Wwf, quelli che possono essere spenti completamente, invece di rimanere in standby, e che comunque abbiano standard elevati di efficienza energetica. «È comunque buona norma -sottolinea l’associazione- scegliere regali sostenibili come un bel cesto di prodotti biologici, con olio, pasta, pomodori, vino e altri prodotti “Terre dell’Oasi che arrivano da alcune delle Oasi del Wwf, del commercio equo e solidale o comunque certificati, che garantiscano il più basso impatto ambientale e sociale possibile».

Indicazioni green anche per le aziende. «Esistono -concludono gli ambientalisti- i biglietti di auguri Wwf, le agende in carta e materiali riciclati ».

Fonte: La Stampa

La mela di Apple sempre più “verde”

Wednesday, December 8th, 2010

Dopo il grande Cetriolo a Londra (la torre “The Gherkin” sede della Swiss Re), la città del futuro Masdar City ad Abu Dhabi, l’aeroporto di Pechino e mastodontiche e avveniristiche opere in tutti i continenti, è Steve Jobs in persona ad accaparrarsi uno degli architetti più famosi e richiesti al mondo, Norman Foster. E lo fa non per una faraonica opera d’interesse mondiale, bensì per curare il suo nuovo e sempre più esteso campus in quel di Cupertino, contea di Santa Clara, California, dove Apple ha da sempre la sua sede principale (era il 1977 quando i due Steve, Jobs e Wozniak, abbandonarono il garage del primo per spostarsi nel cuore della Bay Area).

LE DIMENSIONI – Ecco il progetto svelato da una testata economica spagnola e ripresa dai giornali californiani e di tutto il mondo: un campus basato sul concetto di emissioni zero, ecologico e attento ai materiali usati, ai consumi, al verde, anche se – ovviamente – ultratecnologico. In tutto 150 acri, pari a circa 60 ettari, mettendo insieme i 98 acri acquisiti da poco tempo dalla vicina di casa HP, con i confinanti 50 acri rilevati nel 2006 e pronti a diventare il nuovo cuore pulsante della vita aziendale. Poco più in là, come si vede dalla piantina di MacRumors, rimane il quartier generale storico di Apple, 14 ettari per 57 edifici al numero 1 di Infinite Loop, la via ellittica che circonda gli edifici della Grande Mela.

IL PROGETTO – Per ora sono solo le prime chiacchiere e ancora nessuno ha avuto modo di vedere i disegni, ma qualcosa è comunque trapelato: sarà una cittadella votata al rispetto dell’ambiente, che userà energie rinnovabili, avrà edifici costruiti con materiali naturali a basso impatto ecologico, mentre il sistema di trasporti sarà principalmente sotterraneo, affinché in superficie resti molta vegetazione e poco asfalto alla vista. Non è ancora chiaro se un ulteriore tunnel collegherà anche la nuova area ai vecchi uffici e se Foster metterà mano anche a quelli. Il modello a emissioni zero di questo campus per ricercatori e ingegneri sarà quello di Masdar City, il villaggio per 50mila abitanti costruito dallo stesso Foster nei dintorni di Abu Dhabi, in pieno deserto, perla di tecnologia e di energie alternative tra centri di ricerca e aziende hi-tech.

Eva Perasso

L’auto è diventata verde

Saturday, June 12th, 2010

Una vettura che viaggi solo con l’energia del sole: è il futuro. Oggi le major puntano sull’ibrido: con batterie ricaricabili da colonnine fotovoltaiche

 

È il sogno proibito degli ambientalisti: una macchina capace di trarre energia direttamente dal sole, senza bisogno di petrolio o gas e senza neppure la necessità di fermarsi a ricaricare la batteria. Perché l’auto solare si alimenta da sé, bastano i pannelli fotovoltaici montati sulla scocca. Massimo risparmio economico, minimo impatto ambientale. Un’idea talmente entusiasmante da aver suscitato parecchio interesse, come dimostrano le decine di forum on line dedicati ad una semplice domanda: perché non vendono le macchine ad energia solare? Gli esperti concordano su un punto: per raggiungere la potenza di un’auto di media cilindrata (60-70 kW) sarebbe necessario un impianto fotovoltaico molto più grande delle dimensioni dell’auto stessa. Ma c’è anche una risposta alternativa. A fornirla è Gianfranco Rizzo, docente di ingegneria meccanica all’università di Salerno, tra i massimi esperti italiani di macchine solari: “Le statistiche mostrano come una larga parte degli utenti usi l’auto in città e per non più di un’ora al giorno. In queste condizioni l’energia richiesta è di 7-8 kWh, comparabile con quella prodotta da un modulo fotovoltaico da 500 watt in 10 ore di luce. Così si risolverebbe il problema dello spazio, visto che quel pannello occupa circa tre metri quadrati”.

Finora, però, nessuno è mai riuscito a commercializzare un veicolo completamente solare. Ci aveva provato qualche anno fa la francese Venturi, specializzata nella produzione di automobili alternative. Ne è venuta fuori una leggerissima piattaforma biposto, dotata di 3,6 metri quadrati di pannelli fotovoltaici che forniscono una potenza totale di circa 16 kW; velocità ragguardevole (120 km/h), buona autonomia (110 km), peccato solo per la forma, piuttosto lontana dalle abitudini odierne, tanto che alla fine l’azienda francese non l’ha mai messa in vendita. L’unica grande casa automobilistica ad averci tentato è stata un paio di anni fa la Toyota, ma nel frattempo è arrivata la crisi e il progetto, a quanto risulta, è finito nel congelatore. Insomma, l’auto solare da comprare in concessionaria è destinata a rimanere un sogno, almeno fino a quando non aumenterà decisamente l’efficienza dei pannelli fotovoltaici. Un po’ come è successo per i veicoli elettrici, trasformatisi da prototipi a realtà commerciali grazie allo sviluppo delle batterie agli ioni di litio, strumenti che fino a qualche anno fa erano in grado di supportare solo i telefoni cellulari e che ora sono divenuti il cuore delle auto con la spina

Ciò su cui il mercato si sta concentrando, oggi, è proprio questo tipo di veicolo: auto ibride o totalmente elettriche, con batterie ricaricabili, che possano rifornirsi di energia presso i distributori. Che c’entra il sole? C’entra, visto che andrà a ricare le colonnine. In questi giorni a Milano e a Brescia i tecnici di A2A stanno installando i primi distributori di energia elettrica. L’iniziativa fa parte di un progetto sviluppato dalla utility lombarda e da Nissan-Renault con l’obiettivo di dare impulso al mercato dell’auto elettrica in Italia. Verranno installate 200 colonnine a Milano e altre 70 a Brescia. A2A fornirà l’energia; Nissan-Renault affitterà 60 auto elettriche al costo di 500 euro. Simile il piano architettato da Enel e Daimler a Roma, Pisa e Milano. La casa tedesca metterà a disposizione 100 veicoli, mentre Enel sarà responsabile dell’infrastruttura con più di 400 punti di ricarica.

L’auto scelta da Daimler è una Smart con motore elettrico da 30 kW, velocità massima 100 km/h, equipaggiata con una batteria agli ioni di litio che garantisce una percorrenza di almeno 135 km. Il costo d’affitto è di 480 euro al mese, ai quali se ne possono aggiungere 25 per ottenere una ricarica mensile illimitata. Prezzi promozionali, certo, ma che fanno intuire quale potrebbe essere il risparmio per le tasche degli automobilisti. Per percorrere 280 chilometri con una di queste Smart ci vogliono 10 euro di ricarica. La stessa tratta, con un’auto a benzina, costa più del doppio.

L’unico dubbio riguarda l’ambiente: chi garantisce che l’energia prelevabile dalle colonnine di ricarica sia effettivamente rinnovabile? Perché se fosse frutto di una centrale termoelettrica, per esempio, di pulito ci sarebbe ben poco. A2A afferma che “la ricarica dei veicoli elettrici sarà significativamente proveniente da fonti rinnovabili”. Per “significativamente”, spiegano dalla società, s’intende circa il 33 per cento dell’energia, quota che comprende anche quella prodotta dall’inceneritore di Brescia

Fonte: L’Espresso

I turisti scelgono le vacanze verdi

Sunday, December 13th, 2009
Anche i viaggi diventano sempre più green
ROMA
Mentre a Copenhagen i grandi della Terra si confrontano sui cambiamenti climatici, un sondaggio su più di 2.800 viaggiatori europei - di cui 1.200 italiani - di TripAdvisor, la community di viaggiatori più grande e rinomata del mondo, condotto per individuare i nuovi trend e le preferenze di viaggio per i prossimi dodici mesi, rivela che il turismo ecosostenibile è tra le priorità dei viaggiatori della community per il 2010.In cima alle preferenze dei viaggiatori figurano proprio le soluzioni di soggiorno più “verdi”, prime fra tutte agriturismi ed hotel eco-compatibili, con particolare attenzione alle politiche energetiche e di riciclaggio messe in campo dalle strutture ricettive.

2010: parola d’ordine eco-vacanze. Fra i trend emergenti delle vacanze 2010 c’è sicuramente quello verso viaggi “green” e soluzioni di soggiorno eco-attente: i rispondenti italiani (30%) e quelli spagnoli (23%) dichiarano infatti di aver sviluppato una coscienza sempre più “verde” durante il 2009, seguiti da francesi (20%) e inglesi (14%).

E pur di contribuire alla riduzione della CO2 e alla salvaguardia dell’ambiente i turisti europei della community sarebbero persino disposti a ridurre l’uso dell’auto e la guida - a dichiararlo è il 41% dei panelist italiani, il 30% dei francesi, il 28% degli spagnoli ed il 12% degli inglesi. I turisti sono però meno propensi a ridurre il numero di viaggi in aereo: solo il 9% dei viaggiatori francesi, il 7% degli spagnoli ed il 6% dei turisti italiani sarebbe disposto a farlo, seguiti da un esiguo 4% di turisti inglesi.

Ma pianificare una vacanza eco-compatibile non è sempre facile: per un turista europeo su tre le informazioni a disposizione dei turisti orientati ad un viaggio “green” sono insufficienti e difficili da reperire. Svezia regina delle mete verdi, seguita da Finlandia e Norvegia. La Svezia conquista il podio fra i Paesi ideali per una vacanza nel pieno rispetto dell’ambiente - secondo il 21% dei turisti italiani, il 18% dei francesi, il 12% degli inglesi e l’8% degli spagnoli - in cima alla classifica anche Finlandia, Norvegia, Svizzera e Spagna. Viva gli agriturismi ma anche gli hotel “eco”. In linea con la generale propensione ai viaggi eco-sostenibili per il 2010, i turisti della community hanno espresso un forte orientamento ai soggiorni in strutture ricettive “amiche dell’ambiente”: gli utenti italiani della community sono in testa fra i viaggiatori europei più inclini alle soluzioni di soggiorno “green” (53%), seguiti da spagnoli (46%), inglesi (22%) e francesi (16%).

E dovendo scegliere l’alloggio eco-friendly ideale per le vacanze, un turista italiano su due opterebbe per un agriturismo (48%) e solo in seconda battuta (30%) per un hotel. Al terzo posto, con il 12% delle preferenze, la sistemazione in barca a vela, seguita dal campeggio (4%).

Secondo i turisti italiani di TripAdvisor per meritare l’etichetta “eco” un hotel dovrebbe avere impianti alimentati da pannelli solari (86%), pratiche di riciclaggio efficienti (67%), pareti isolanti in materiali anti-inquinamento (42%), ma anche camere completamente prive di imballaggi per sapone, bagno schiuma, shampoo (39%), sistemi di riciclo dell’acqua piovana (35%) e pareti e finestre insonorizzate (26%).

Fonte: La Stampa

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