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Domenica senza auto tra le polemiche

Monday, March 1st, 2010

Chiamparino: “Intervenga il governo”

 
   
Città chiuse, è bufera sulle deroghe.
E ora sindaci scrivono a Berlusconi:
“Serve un piano comune anti-smog”
TORINO
Sotto un cielo nuvoloso e in alcuni casi piovoso 168 comuni del Nord Italia più Pescara hanno completato la domenica senza auto voluta dai sindaci di Milano e Torino per sensibilizzare sul problema dell’inquinamento.

In particolare nel capoluogo lombardo, dove per le strade si sono comunque viste diverse auto, il vicesindaco Riccardo De Corato ha parlato di 400 multe staccate alle ore 16 e di 250 posti di controllo. Proprio da Milano è partita anche una polemica sulle deroghe concesse, oltre che ai veicoli elettrici, a gpl o a metano, a politici e a operatori della moda e dell’informazione impegnati con le sfilate. «La risposta della città al blocco è stata molto positiva - ha detto De Corato quantificando in seimila i permessi speciali concessi oggi - e ringrazio i milanesi per la disciplina dimostrata».

A fare discutere, poi, le deroghe ai politici. La Lega Nord, movimento da sempre non favorevole alle misure di blocco, ha polemizzato: «Incomprensibile come in questa giornata di blocco delle auto a Milano - hanno dichiarato il capodelegazione della Lega in Giunta regionale lombarda Davide Boni e il consigliere regionale Fabrizio Cecchetti - sia stata concessa la possibilità di circolare ai politici impegnati nella campagna elettorale delle regionali. Una deroga non necessaria, anche perché coloro che vogliono fare propaganda politica possono benissimo prendere i mezzi pubblici o andare a piedi, dimostrando di avere davvero la voglia di stare a contatto con il territorio e con tutti gli altri cittadini che non possono usare la propria auto».

Caustico anche il socialista Roberto Biscardini, che ha fatto sapere di avere tentato di farsi multare, senza riuscire a trovare un vigile urbano. L’Associazione dei comuni italiani, promotrice del blocco, ha annunciato per bocca del proprio segretario generale Angelo Rughetti che domani scriverà al premier per chiedere uno sforzo comune contro l’inquinamento. «Domani invieremo una lettera al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi - ha spiegato - chiedendo la convocazione di una Conferenza Unificata straordinaria sulle misure per combattere l’inquinamento nelle città». «Il problema dell’inquinamento - ha aggiunto Rughetti - è davvero grave e non va sottovalutato. Serve un piano strutturale serio, grazie al quale tutte le istituzioni uniscano forze e competenze per raggiungere questo obiettivo comune».

L’adesione al blocco del traffico nella pianura padana «è stata superiore alle aspettative, ora chiederemo al governo un piano che non sia fatto solo di parole ma di cose applicabili e concrete, senza contrapporci ma lavorando insieme», dice il presidente dell’Anci Chiamparino. «È la prima volta - spiega il sindaco di Torino - che così tanti Comuni, 170, vengono coinvolti in una iniziativa del genere». Il sindaco si è intrattenuto in piazza Castello, a Torino, con cittadini e i volontari dell’Anci che hanno allestito un gazebo informativo. «Sappiamo benissimo - continua Chiamparino - che fermare un giorno le auto non è sufficiente ad arginare l’inquinamento, tuttavia è una boccata d’ossigeno. Chiediamo a governo e parlamento di costruire un piano ad hoc dotato di tempi certi, risorse e strumenti per affrontare il problema inquinamento in maniera strutturale. Non si può più procedere a stop and go a seconda della emotività mediatica del momento». Nei prossimi giorni è previsto un incontro dell’Anci con il ministro all’Ambiente Stefania Prestigiacomo. «Faremo proposte - dice il presidente dell’Anci - secondo un principio basilare: chi inquina di più deve contribuire a risanare».

Fonte: La Stampa

Tesoro: raddoppiano i fondi per il nucleare

Tuesday, February 9th, 2010

Ammonta a 92.051.828.000 euro il Budget dello Stato, poco più di un miliardo in più rispetto al 2009 (+1,19%). E’ quanto risulta dal Budget per il 2010 “presentato” e diffuso oggi dalla Ragioneria Generale dello Stato.

L’amministrazione centrale che presenta i maggiori costi è il ministero dell’Istruzione, che con i suoi 43,9 miliardi di euro, assorbe quasi la metà (il 47,7% ) dell’intero budget statale. Ma la “missione” relativa all’istruzione scolastica, che va dall’istruzione prescolastica e scuola primaria fino ai corsi di formazione per il lavoro, in un anno ha perso quasi un miliardo di euro, passando dai 44,3 miliardi del 2009 ai 43,4 mld del Budget previsto per il 2010 (-2%). Al secondo posto, per costi, è la Difesa (19,9 miliardi che rappresentano il 21,6% del budget). Agli ultimi posti figurano invece il ministero dell’Ambiente (143 milioni) e il ministero dello Sviluppo economico (243 mln). Meno risorse al sistema dei trasporti e alle infrastrutture, aumento delle risorse invece per il comparto energia, con la voce per “nucleare, elettrico ed energie rinnovabili” che vede addirittura, dal 2009 e il 2010, quasi un raddoppio dei fondi a diposizione (+92,8%). Vedono un aumento degli stanziamenti (+31,1%) anche la ricerca e l’innovazione, la tutela della salute (+4,6%), la valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici (+3,4%). In calo la ‘posta’ a bilancio per le relazioni finanziarie con le autonomie territoriali (-2,2%). Lo Stato tira poi la cinghia su tutte quelle spese che riguardano le stesse amministrazioni (-38,5%). Il costo del personale pubblico, tra retribuzioni e altre uscite, ammonta 79,9 miliardi di euro, con un’incidenza percentuale dell’86,83% sul totale dei costi delle amministrazioni centrali e del 16,86% sul totale generale dello Stato. Rispetto agli 80,1 miliardi di euro del budget 2009, le spese complessive per il personale mostrano un lieve calo. A fare la parte del leone si confermano le strutture che fanno capo al ministero dell’Istruzione: nel 2010 il personale di questo ministero assorbirà risorse per 42,9 miliardi, più della metà del totale delle amministrazioni centrali dello Stato (53,7%).

Fonte: Ansa .it

Nucleare, il governo contro le Regioni

Friday, February 5th, 2010

Il Consiglio dei ministri ha deciso di impugnare dinnanzi alla Corte Costituzionale le leggi regionali di Puglia, Campania e Basilicata che impediscono l’installazione di impianti nucleari nei loro territori. Lo riferiscono fonti governative. La decisione è stata presa su proposta del ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, e d’intesa con il ministro per gli Affari regionali, Raffaele Fitto.

CONFLITTO GOVERNO-REGIONI - Il governo ha più volte ribadito l’intenzione di riavviare un programma nucleare per l’Italia, dopo che la vittoria del referendum del 1987 aveva di fatto bloccato ogni possibilità in tal senso frenando anche i progetti già avviati a Montalto di Castro e Trino Vercellese. Ma alcune regioni avevano deciso di opporsi vietando con delle proprie leggi la destinazione del proprio territorio all’eventuale insediamento di nuovi siti nucleari. L’esecutivo chiede ora alla Consulta di dichiarare illegittimi quei provvedimenti che, di fatto, comporterebbero - soprattutto se poi seguiti da iniziative analoghe da parte delle altre regioni - l’impossibilità per il governo di individuare luoghi adatti alla costruzione delle nuove centrali.

LE MOTIVAZIONI - «L’impugnativa delle tre leggi è necessaria per ragioni di diritto e di merito», ha spiegato il ministro Scajola. «In punto di diritto - ha aggiunto - le tre leggi intervengono autonomamente in una materia concorrente con lo Stato (produzione, trasporto e distribuzione di energia elettrica) e non riconoscono l’esclusiva competenza dello Stato in materia di tutela dell’ambiente, della sicurezza interna e della concorrenza (articolo 117 comma 2 della Costituzione). Non impugnare le tre leggi avrebbe costituito un precedente pericoloso perchè si potrebbe indurre le Regioni ad adottare altre decisioni negative sulla localizzazione di infrastrutture necessarie per il Paese». «Nel merito - ha continuato il ministro - il ritorno al nucleare è un punto fondamentale del programma del Governo Berlusconi, indispensabile per garantire la sicurezza energetica, ridurre i costi dell’energia per le famiglie e per le imprese, combattere il cambiamento climatico riducendo le emissioni di gas serra secondo gli impegni presi in ambito europeo». Il ministro Scajola ha inoltre ricordato che «al prossimo Consiglio dei Ministri del 10 febbraio ci sarà l’approvazione definitiva del decreto legislativo recante tra l’altro misure sulla definizione dei criteri per la localizzazione delle centrali nucleari». Scajola ha poi preannunciato che «il governo impugnerà tutte le eventuali leggi regionali che dovessero strumentalmente legiferare su questa materia, strategica per il Paese».

«RITORSIONE DEBOLE» - La prima reazione politica è di Ermete Realacci, deputato Pd ed ex presidente di Legambiente: «È una debole ritorsione, visto che già il governo è di fronte alla Corte Costituzionale per l’inaccettabile legge che impone, unico caso in un paese occidentale, anche attraverso la militarizzazione dei siti, la costruzione delle centrali nucleari contro il volere delle regioni e dei territori. Quello del governo - ha aggiunto l’esponente democratico - è un approccio che rischia di condurci solo in un vicolo cieco; non sarà con la forza che si farà digerire agli italiani una scelta costosa e sbagliata». Per il presidente dei Verdi, Bonelli «la decisione di impugnare le leggi delle tre Regioni che avevano detto no al nucleare è un atto fascista e fuori dalla democrazia. E’ sempre più evidente, ormai, la volontà di mettere i cittadini italiani davanti al fatto compiuto rispetto alla costruzione delle centrali nucleari, imponendole con l’esercito ed ignorando completamente la democrazia e le scelte delle regioni. Viene da chiedersi dov’è finito il tanto declamato federalismo di cui una delle forze della maggioranza, la Lega, ha fatto il proprio oggetto sociale».

WWF: «SCELTA DANNOSA E ANTICOSTITUZIONALE» - Altra reazione molto critica quella del Wwf Italia, che reputa una ritorsione inutile e dannosa la decisione del Consiglio dei Ministri di impugnare le leggi regionali. «Nei provvedimenti fin qui presi dal Governo è stato gravemente leso il ruolo delle Regioni stabilito dalla Costituzione – che in materia di energia affida ad esse potere concorrente – facendo in modo che la potestà sul proprio territorio diventi non vincolante e, addirittura, non venga nemmeno considerata» Il WWF rileva inoltre che anche regioni attualmente governate dal centro destra, i cui atti non sono stati impugnati, hanno previsto il bando del nucleare dal proprio territorio. Questa ulteriore azione del Governo, tesa a imporre il nucleare alle Regioni con atti di forza e senza alcun dialogo, rappresenta un’evidente violazione delle competenze previste dalla Costituzione che non promuove di certo una maggiore autonomia dei territori in senso federalista, come una forza di Governo a parole chiede, ma propone logiche autoritarie e centralistiche.

Redazione Online

Nel Milleproroghe un nuovo condono

Friday, January 29th, 2010

Dalla Cgil a Legambiente, passando per il Pd e l’Idv, è bufera contro il progetto di un nuovo condono edilizio proposto da un emendamento del Popolo della Libertà al decreto “milleproroghe”, in questi giorni in discussione alla Commissione Affari Costituzionali del Senato. L’emendamento, firmato dai senatori Carlo Sarro e Vincenzo Nespoli (Pdl), consentirebbe la riapertura fino al 31 dicembre 2010 dell’ultimo condono per abusi edilizi commessi entro il 31 marzo del 2003. “Una cementificazione selvaggia”, insorgono i senatori del Partito Democratico Della Seta e Ferrante; “un emendamento criminale”, taglia corto Legambiente. Sulla stessa linea Bellisario dell’Italia dei Valori: “Non consentiremo neussun condono”.

Anche dal Pdl c’è chi, come i senatori Granata e Versace, ha alzato la voce contro la proposta di un nuovo condone, definendola “una suggestione pericolosa”. La Cgil, dal canto suo, ha chiesto al Parlamento di respingere immediatamente la proposta, definendola “un insulto ai cittadini onesti e un’aggressione all’ambiente”. Tutto questo nei giorno in cui, a Napoli e Ischia, è iniziata la demolizione di due edifici abusivi, contrastata dalla popolazione con lancio di sassi, barricate e tafferugli vari.

Cgil: “Insulto ai cittadini onesti e aggressione all’ambiente”. La Cgil ha lanciato un appello al Parlamento affinché respinga la proposta. Per il sindacato, infatti, si tratta di “un vero e proprio insulto ai cittadini onesti, oltre che di un’aggressione all’ambiente”. Queste le motivazioni contenute nell’appello: “Mentre il nostro Paese necessita di essere messo in sicurezza dai tanti dissesti idrogeologici e dal permanente rischio sismico; mentre il parco edilizio ha bisogno di verifiche profonde e di interventi di messa in sicurezza; mentre bambini, donne e uomini muoiono sotto le macerie di edifici fatiscenti o mal costruiti; mentre troppe famiglie subiscono sfratto o pignoramento perché la crisi non permette loro di pagare l’affitto o la rata di mutuo; mentre il vero Piano per l’edilizia sociale è praticamente fermo e il Fondo sociale per l’Affitto viene decurtato ogni anno, in Parlamento qualcuno della maggioranza propone un altro, l’ennesimo, condono edilizio”.

“Non è possibile che in Italia si vada avanti a condoni”, precisa Paola Agnello Modica, segretaria confederale. “La priorità dovrebbe essere la messa in sicurezza di tutti gli edifici secondo norme antisismiche. E invece cosa si fa? Si propone un nuovo condono: è il trionfo del nonsenso”. Con questi provvedimenti, continua la sindacalista, “si mette a rischio non soltanto il territorio, ma la vita di molte persone. Si obbliga la collettività a tollerare le pratiche illegali: in una parola, si va contro il Paese”.

I firmatari: “Così si sana disparità di trattamento”. Sarro e Nespoli hanno difeso la loro proposta dagli attacchi dell’opposizione e da quelli del fuoco amico. “Il nostro emendamento vuole sanare la disparità di trattamento subita dai cittadini della Campania, che non hanno potuto fruire del condono del 2004 a causa di una legge regionale poi giudicata incostituzionale”, ha dichiarato Sarro. “In Campania - ha aggiunto - molti cittadini non presentarono la richiesta di condono degli abusi fino al 31 marzo 2003 a causa della legge regionale più restrittiva, poi bocciata dalla Corte Costituzionale. Vogliamo restituirgli gli stessi diritti degli altri cittadini”.

Secondo Sarro, l’emendamento non si applicherebbe agli abusi commessi in zone coperte da vincoli paesaggistici. “La decisione - ha detto - resta alle Sovrintendenze, senza il cui nulla osta il condono è impossibile. Quanto alle zone a rischio idrogeologico, come l’isola d’ Ischia, la decisione resta affidata alla Regione”. L’emendamento, presentato la settimana scorsa, ha - secondo Sarro - “una prospettiva bipartisan e ha raccolto consensi anche nell’opposizione”. A sottoscriverlo, in un primo momento, era stata anche la senatrice del Pd Maria Fortuna Incostante, che ieri ha però annunciato il ritiro della firma.

Granata e Versace: “No al condono”. “E’ necessario bloccare ogni suggestione di condono edilizio e andare avanti con le demolizioni di tutti gli abusi”: così Fabio Granata e Santo Versace del Pdl. “E’ sorprendente - hanno detto - che di fronte alla devastazione di parti rilevanti del paesaggio, del territorio e delle coste di alcune regioni italiane, si possa ipotizzare di approvare un nuovo condono edilizio attraverso emendamenti corsari”. “La tutela del paesaggio e del patrimonio culturale - hanno spiegato - è garantita dall’articolo nove della Costituzione e non è possibile ipotizzare nuovi condoni. E’ solo grazie alla sua bellezza e alla legalità che Sud può salvarsi e rinascere”.

Energia, svolta della Germania il governo decide di tornare al nucleare

Tuesday, January 26th, 2010

 Sottovoce, step by step, la Germania riabilita il nucleare. La prima potenza europea, il paese che era stato anche il primo tra i big del Vecchio continente a decidere l’addio all’uso civile dell’energia atomica, ci ripensa. Dopo negoziati con i produttori di energia, il governo Merkel ha deciso  -  scrive oggi l’autorevole quotidiano conservatore Die Welt, molto vicino all’esecutivo  -  che per il momento tutti i 17 reattori nucleari resteranno in esercizio. Addio dunque all’addio al nucleare, che era stato deciso dal governo ‘rossoverde (socialdemocrazia ed ecologisti) al potere tra il 1998 e il 2005 con il cancelliere Gerhard Schroeder e il suo vice Joschka Fischer. Le decisioni finali, Berlino le prenderà in autunno. Presentando un paper strategico sulle scelte di fondo della politica energetica del paese. Ma comunque il documento, sempre in base al resoconto di Die Welt, porrà condizioni per un sostanziale prolungamento del ciclo produttivo dei reattori in servizio. Intanto due grossi reattori che avrebbero dovuto essere spenti ad aprile e a maggio resteranno accesi, e il segnale è chiarissimo, inequivocabile.

E’ una sconfitta decisiva per gli avversari dell’uso civile dell’energia nucleare, e una vittoria sia per i grossi produttori di energia in Germania (Eon, Rwe, Vattenfall, EnBW) sia per i colossi industriali, Siemens prima fra tutti, che nella produzione, fornitura ed esportazione di centrali nucleari della nuova generazione hanno un punto di forza della loro strategia di global player. Il governo federale non si è messo comunque sulla strada del nucleare senza riserve scelta ad esempio da Regno Unito, Francia, Russia, Cina, India o Brasile, che programmano la costruzione di decine di nuovi reattori. Per l’esecutivo di Berlino l’energia nucleare resta una ’soluzione-ponte’. Ma il ponte si allunga nel tempo a venire, in sostanza: è necessario molto più tempo di uso dei 17 reattori in esercizio, finché le energie rinnovabili ed ecologiche non saranno in grado di fornire significativamente più del 20 per cento del fabbisogno energetico nazionale. “In Germania”, scrive il commento di Die Welt, “abbiamo posto limiti massimi d’uso di un reattore nucleare a 35 anni, negli Usa e in Svezia li usano per 60 anni”.

Attualmente, i 17 reattori ancora in servizio producono circa un terzo del fabbisogno energetico della prima potenza economica europea. Una percentuale non trascurabile, anche se ben lontana dall’80 per cento della Francia. Per varare la soluzione provvisoria, il primo passo dell’addio all’addio al nucleare, il governo ha escogitato uno stratagemma. Nella legge sull’addio al nucleare del governo rossoverde infatti erano previste non solo date per la chiusura scaglionata degli impianti (l’ultimo, Neckarwestersheim 2, dovrebbe essere spento nel 2022) bensì anche quantità ‘residuè di produzione di energia, distribuite tra i vari reattori a seconda della loro data prevista di spegnimento. La quantità di produzione di energia restante, assegnata a suo tempo alla centrale di Stade già spenta, sarà distribuita come quantità di produzione supplementare assegnata ai due reattori ancora accesi di Biblis A e Neckarwestersheim 1. I quali avrebbero dovuto chiudere rispettivamente in aprile e maggio di quest’anno. Adesso hanno molti più mesi di vita, col compito di produzione supplementare. Una soluzione provvisoria, ma il segnale politico è chiaro, sullo sfondo mondiale di una riabilitazione e riscoperta del nucleare.

Fonte: La Repubblica

Se si continua a scegliere le gomme invece dei binari…

Monday, January 25th, 2010

Trasporto su strada o su ferrovia? Gli ambientalisti contestano le scelte dell’esecutivo Berlusconi che continua ad investire per il trasporto merci nello sviluppo autostradale invece che nella rete ferroviaria.

(Rinnovabili.it) – Altri 4,5 miliardi per l’autostrada Nogara-Mare Adriatico, del raccordo autostradale della Cisa, dell’autostrada Ragusa-Catania. Sono le tre autostrade il cui progetto è stato approvato oggi dal Cipe.
La decisione ha suscitato le proteste di Legambiente che l’ha bollato come ‘‘una scelta miope e incomprensibile”.
‘‘E’ incredibile lo strabismo del governo quando si tratta di risorse per i trasporti: ai due milioni e mezzo di pendolari un’elemosina per cui sono costretti a viaggiare su treni vecchi, affollati, e a scontare tagli e ritardi come raccontano le cronache quotidiane di tutte le città italiane – rivendica Edoardo Zanchini, responsabile Energia e Trasporti di Legambiente – Alle lobby dei costruttori, invece, risorse e attenzioni. Queste scelte condannano i cittadini italiani a vivere in città sempre più inquinate e congestionate, mentre Sarkozy in Francia e la Merkel in Germania hanno stabilito che la priorità delle risorse deve andare alle città e al trasporto ferroviario, da noi si continua ad ascoltare i vecchi interessi del trasporto stradale e del cemento. E’ ora di guardare finalmente al futuro, invertire le priorità a favore del trasporto ferroviario e puntare a vincere la sfida della riduzione delle emissioni di gas serra”.
In effetti lo Stato tra il 2002 al 2009, con governi succedutisi dal 2001 a oggi, hanno finanziato con ben il 67% delle risorse le infrastrutture stradali ed è una scelta che viene confermata anche per i prossimi anni.

Vaccino per il virus H1N1, Novartis-Governo Ecco il contratto segreto

Saturday, January 16th, 2010
Fino ad oggi non si avevano idee chiare sul numero delle dosi di siero vaccinale acquistate, sui tempi di consegna, sui prezzi. Ma l’accordo tra la casa farmaceutica e il governo italiano per fronteggiare l’eventuale pandemia del virus H1N1 non è più un segreto

Novartis è obbligata a produrre le dosi di vaccino e a rispettare l’accordo con il ministero della Salute. Ma solo fino a quando ciò sia ritenuto “ragionevole”. E ancora, se il siero vaccinale è dannoso per la salute “il Ministero è tenuto a tenere indenne Novartis da qualsiasi perdita che l’azienda sia tenuta a risarcire in conseguenza di danni a persone e cose causati dal prodotto”. In altre parole, se il vaccino fa male a chi lo assume paga lo Stato. La multinazionale risponde soltanto dei difetti di fabbricazione. Infine, se il prodotto non viene consegnato per mancato ottenimento dell’autorizzazione all’immissione al commercio e di prove cliniche positive, è ancora il Ministero a pagare. Il forfait è di 24 milioni di euro netti.

Il contratto tra la casa farmaceutica e il governo italiano per fronteggiare l’eventuale pandemia del virus H1N1 non è più un segreto. Lo pubblica il sito del mensile Altreconomia, proprio adesso che Ferruccio Fazio, ministro della Salute, in un’interrogazione ha annunciato che ha annullato metà delle dosi che avrebbe dovuto ricevere dalla Sanofi, cioè 24 milioni.

Fino ad oggi non si avevano idee chiare sul numero delle dosi di siero vaccinale acquistate dalla Novartis, sui tempi di consegna, sui prezzi. L’unica cosa nota dell’accordo con la multinazionale era che la Corte dei conti aveva ‘bacchettato’ il governo perché colpevole di aver accettato clausole troppo favorevoli all’azienda. Fra queste l’assenza di penali, l’acquisizione da parte del ministero dei rischi e il risarcimento alla multinazionale per eventuali perdite.

Il contratto è stato firmato il 21 agosto 2009 tra il direttore generale del ministero, Fabrizio Oleari, e l’amministratore delegato di Novartis Vaccines, Francesco Gulli. Nel testo si regolamenta l’acquisto diretto di 24 milioni di dosi di vaccino. Costo: 184 milioni di euro, iva inclusa. Di queste sono state prodotte e consegante dieci milioni di dosi. Mentre quelle usate sono quasi 900 mila. Il contratto si può leggere e scaricare, sebbene ci sia la presenza di omissis.

Nell’articolo 1 si stabilisce che Novartis è obbligata a produrre e a rispettare il contratto ma solo fino a quando ciò sia ‘ragionevole’. Dove per ‘sforzi commercialmente ragionevoli’ si intende che l’azienda si impegna ad adempiere all’incarico ma che laddove intervengano ‘fattori esulanti dal pieno controllo della Novartis’ l’accordo decade, e lo Stato paga lo stesso (art.3.1).
Tra questi: “La disponibilità di uova e di altri materiali e il successo delle sperimentazioni cliniche necessarie a convalidare le caratteristiche di sicurezza e immunogenicità del prodotto”.

La confezione? Decide l’azienda. Ancora, il ministero non è autorizzato ad apportare modifiche alla confezione né a oscurare marchi su di essa. Alterare, oscurare, rimuovere o manomettere il marchio commerciale.

La consegna e la spedizione.
La multinazionale – si legge nell’articolo 3 – si impegna a consegnare entro una data concordata il vaccino, ma qualora non sia in grado di consegnare il prodotto basta una comunicazione al Ministero sette giorni prima della scadenza, per ottenere un rinvio concordato tra le parti. E se il ministero si dovesse trovare impossibilitato a ritirare il prodotto Novartis potrà rivenderlo ad altri clienti o fatturare al ministero quanto non ritirato, con la possibilità di rivenderlo comunque dopo 90 giorni.

Articolo 4: garanzie e indennizzi.
E se dall’assunzione del vaccino deriva un danno alla salute? L’azienda non è responsabile. Si legge nell’articolo 4.6: “Il Ministero è tenuto a indennizzare, manlevare e tenere indenne Novartis da qualsiasi perdita che l’azienda sia tenuta a risarcire in conseguenza di danni a persone e cose causati dal prodotto”. In altre parole se il vaccino è dannoso paga lo Stato. La multinazionale risponde soltanto dei difetti di fabbricazione.

Prezzo.
Il prezzo per ciascuna dose di vaccino è pari a 7 euro. Totale: 168 milioni di euro più iva. Il ministero dovrà pagare entro 60 giorni dall’emissione della fattura, su un conto corrente del Monte dei Paschi di Siena (articolo 5).

Cause di forza maggiore.
Ministero e azienda non sono responsabili l’uno nei confronti dell’altra se intervengono cause di forza maggiore. Quelle che limitano le responsabilità di Novartis vengono estese a situazioni che dovrebbero invece essere garantite da Novartis, come “epidemie e pandemie”, “atti di qualsiasi autorità pubblica”, “atti di enti sopranazionali”, come per esempio l’Oms (art. 8.3).

Durata e risoluzione (9.3).
Nel caso in cui il vaccino non possa essere consegnato per mancato ottenimento dell’autorizzazione all’immissione al commercio e di prove cliniche positive, il ministero paga Novartis con un forfait: 24 milioni di euro netti. E per chiudere, nell’articolo dieci, le parti si impegnano a mantenere assoluto riserbo sulle informazioni riservate..

Tagli alla scuola pubblica

Sunday, December 6th, 2009

Il Governo Berlusconi mantiene la promessa: 36.218 docenti e 4.945 classi in meno, a fronte di un aumento di 37.876 alunni. La dieta imposta all’istruzione non migliora la qualità della scuola: nel dossier 2009 di Legambiente i tagli all’istruzione dal 2002 al 2010

322 istituzioni scolastiche aggregate, 68 piccoli plessi chiusi e 36.218 cattedre tagliate. Sono questi i risultati dei tagli attuati alla scuola solo nel primo anno del piano Tremonti-Gelmini che sono andati ad aggiungersi alla riduzione di risorse dei precedenti provvedimenti governativi. Una dieta ferrea dalle conseguenze pesanti, che Legambiente ha ricostruito nel dossier 2009 sui tagli alla scuola italiana dal 2002 al 2010. Otto anni che raccontano, a fronte di un aumento degli alunni, il taglio di classi e organici, la riduzione di risorse finanziarie alle scuole pubbliche e, nel contempo, i nuovi finanziamenti a quelle private.

Indicatore più significativo della china in discesa della scuola italiana è, a tutti gli effetti, il precariato. Secondo il dossier di Legambiente, infatti, dal 2002 al 2010 si sono persi 29.302 docenti di ruolo, per arrivare nell’anno scolastico 2008/09 a un 15,66% di precari (130.835) nel corpo docente, di cui ben 110.533 è stato licenziato al termine delle attività didattiche. Non va meglio neanche per i 90.026 docenti di sostegno, di cui oggi il 43,80% (39.428) è precario, spesso senza specializzazione e comunque impossibilitato a garantire quella continuità necessaria nei processi educativi di questi alunni. E anche il personale ATA è sempre più precario. Dal 72,52% di collaboratori scolastici assunti a tempo indeterminato nell’anno scolastico 2001/02 nel corrente anno siamo scesi a 60,37%.
Il precariato rappresenta uno svilimento della figura professionale dell’insegnante, sulla quale evidentemente si vuole investire sempre di meno, se si considerano i dati sulla formazione per il corpo docente che lascia sul campo il 27,64% delle risorse rispetto allo scorso anno, l’87,07% in meno rispetto al 2001. Non va meglio per la formazione dei docenti di sostegno: la cifra dei fondi a loro destinati, già bassa in partenza, subisce un taglio del 25,14% rispetto all’a.s. 2008/, mentre aumentano nel contempo i bisogni formativi, dal momento che quasi il 50% di questo personale è precario e senza alcuna specializzazione.

Sono sempre più esigui anche i finanziamenti per il potenziamento dell’autonomia e l’arricchimento del Piano dell’Offerta Formativa, che hanno registrato un calo del 21,66% rispetto allo scorso anno, e sono ormai quasi la metà rispetto ai fondi previsti dalla L.440/97 nell’Esercizio Finanziario 2001 (- 45,77%).
Anche gli alunni con cittadinanza non italiana, pur essendo aumentati dal 2001 ad oggi del 282,29% (da 164.499 a 628.876) non hanno goduto di ulteriori risorse finanziarie, che sono rimaste ferme ai 53.195.060 milioni di euro annui, previsti nei precedenti esercizi finanziari..

Idem per le strutture scolastiche che hanno subito una consistente contrazione con un taglio rispetto allo scorso anno di ben 322 istituzioni autonome, pari al 3,01% del totale, frutto della prosecuzione del piano di dimensionamento che ha portato complessivamente in nove anni all’aggregazione ad altri istituti di 1.125 scuole prima autonome. Per quel che riguarda i “punti di erogazione del servizio scolastico”, cioè i “luoghi” dove si offrono concretamente i servizi scolastici agli alunni, se la scuola per l’infanzia guadagna in otto anni  68 nuovi punti di erogazione, la scuola primaria nello stesso periodo ne perde 469 (83 nell’ultimo anno) nonostante il significativo aumento di alunni: 45.729 dall’anno scolastico 2001/02.
Considerevole anche la progressiva chiusura dei plessi “sottodimensionati” nella scuola primaria, prevalentemente collocati nei piccoli comuni, determinata dal principio per cui l’investimento per pochi alunni corrisponde solo ad una perdita economica, con il rischio che la situazione peggiori nel prossimo anno, con la definizione dei nuovi criteri più restrittivi di dimensionamento, attualmente in discussione in sede di Conferenza unificata Stato-Regioni. Nonostante le resistenze degli Enti Locali, infatti, l’intesa dovrebbe rivedere i parametri di organizzazione del servizio sul territorio per conseguire, mediante la riduzione del numero complessivo di istituzioni scolastiche, risparmi di 85 milioni di euro entro il 2011-12, secondo la previsione del Dpr 81/2009.

Rimane aperto, inoltre, il problema dello stato di salute degli edifici scolastici. La scadenza imposta agli Enti Locali dalla L. 265/99 sulla messa a norma di tutti gli edifici è difficile da rispettare, in mancanza di significative risorse aggiuntive. Tra i quarantaduemila edifici scolastici presenti in Italia, infatti, la maggior parte risale a prima del 1974, anno in cui è entrata in vigore la normativa antisismica, mentre già sappiamo, grazie al Rapporto di Legambiente “Ecosistema Scuola”, che più del 38% di questi necessita di interventi di manutenzione urgente. Ma la Finanziaria 2009 ha ridotto di ulteriori 22,8 milioni di euro i 100 milioni previsti per quest’anno dalla Finanziaria 2007 (piano triennale del governo Prodi). Unica nota positiva il via libera del CIPE del 6 marzo 2009 a 1 miliardo di euro da investire per il prossimo triennio per l’edilizia scolastica antisismica, anche se non è avvenuta ancora né una pianificazione degli interventi, né tanto meno un trasferimento di finanziamenti alle amministrazioni locali, così come è stata nuovamente rinviata la conclusione dell’Anagrafe scolastica..

E se le scuole statali vedono il segno meno davanti a ogni voce, le scuole paritarie, invece, registrano un progressivo aumento nei finanziamenti, ben ampiamente al di sopra di quanto preveda la L. 62/00 sulla parità scolastica. Dal 2001 ad oggi i fondi previsti sono passati da 332.079.682 a 561.262.070, prevedendo incentivi e benefit per chi sceglie di mandare i figli alle scuole paritarie.

“La dieta imposta alla scuola pubblica non rappresenta evidentemente un progetto finalizzato a un percorso di qualità, ma procede esclusivamente secondo la logica del ‘fare cassa’ – ha dichiarato Vanessa Pallucchi, responsabile scuola e formazione di Legambiente –. Nonostante il passato abbia insegnato che i tagli così netti e indiscriminati non portino ad un innalzamento della qualità dell’istruzione, ancora oggi ha prevalso una cultura tecnocratica e ragionieristica che vede la scuola solo come un costo, un ramo secco da tagliare. E’, invece, un’istituzione in crisi che necessita di una politica di riduzione degli sprechi e di gestione delle risorse in maniera più razionale, ma soprattutto è un’istituzione che ha bisogno di investimenti perché continui a rappresentare un diritto ed un’opportunità per tutti. La razionalizzazione e la riqualificazione della spesa pubblica dedicate alla scuola vanno, dunque, parallelamente rilanciate, come nel resto dei Paesi più avanzati che, proprio in questa fase di crisi economica internazionale stanno investendo in politiche significative nel campo dell’istruzione e della formazione”.

Il recente studio della Banca d’Italia “I rendimenti dell’istruzione”, testimonia, infatti, come ci siano chiari vantaggi economici nel finanziare un aumento del grado di istruzione dei cittadini italiani, senza contare gli incalcolabili benefici di tipo sociale e culturale. Se, infatti, lo Stato decidesse di investire nella scuola e nell’istruzione una cifra netta, tra i 2.900 e i 3.700 euro pro capite, avrebbe un rendimento pari al 7% circa dell’investimento iniziale (8% nel Sud), ed un vantaggio fiscale per le casse pubbliche compreso tra il 3,9% e il 4,8%, derivante dal miglioramento delle posizioni lavorative, per l’aumento dei tassi di istruzione della popolazione, e dalla diminuzione dei costi legati all’assistenza sociale dei disoccupati. Un rendimento che produrrebbe quindi, una rendita persino migliore degli investimenti nel campo delle infrastrutture.

Ufficio Stampa Legambiente: 06-86268379-99-53-76

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Acqua privatizzata, via alla fiducia

Wednesday, November 18th, 2009

Il governo ha posto la fiducia (per la 28esima volta) sul decreto salva-infrazioni che contiene anche la riforma dei servizi pubblici locali, compresa l’acqua. Il ministro per i rapporti con il parlamento, Elio Vito, ha spiegato che la fiducia sarà votata su un “maxiemendamento” con un testo “identico” a quello approvato dalla commissione che “è identico a quello arrivato dal Senato”. In realtà tempo per l’esame della Camera ce n’era: il decreto, che l’esecutivo considera blindato, scade fra una settimana.

Fonte: La Repubblica

la redazione di Pianeta Verde è sconcertata da questo modo di agire.

La svendita dell’ acqua pubblica

CON le reti idriche allo sfascio, l’ Italia accelera la privatizzazione dell’ acqua. Il Parlamento sta discutendo la legge che obbliga a mettere in gara i servizi e ridurre a quote minoritarie la mano pubblica nella gestione, ma nessuno sa dove trovare le risorse per ricuperare questo pazzesco “gap” infrastrutturale. ILAVORI necessari ammontano a 62 miliardi di euro: una cifra enorme, come dieci ponti sullo Stretto. Questo mentre 8 milioni di cittadini non hanno accesso all’ acqua potabile, 18 milioni bevono acqua non depurata e le perdite del sistema sono salite al 37%, con punte apocalittiche al Sud. Sono più di vent’ anni che si investe al lumicino, non si costruiscono acquedotti e la manutenzione di quelli esistenti è quasi scomparsa dai bilanci. Un quadro da Terzo Mondo. Il rischio è di lasciare in eredità ai nostri figli un patrimonio di acqua inquinata da industrie, residui fognari, chimica, arsenico o metalli pesanti. Di fronte a questo allarme concreto sembra sollevarsi nient’ altro che il solito polverone. Uno scontro di “teologie”: con una maggioranza che crede nell’ efficacia salvifica della gara d’ appaltoe della quotazione in Borsa,e una minoranza che invoca il principio assoluto dell’ acqua “bene comune”. In mezzo a tutto questo, schiacciata fra le scorrerie dei partiti e gli appetiti finanziari dei privati, una miriade di Comuni virtuosi che finora hanno gestito i servizi a basso costo e in modo eccellente, e non intendono alienare “l’ acqua del sindaco”, intesa come ultima trincea del governo pubblico del territorio. Nell’ agosto 2007 Tremonti aveva già sparato un decreto per la privatizzazione, ma si era rivelato cos? carente che non era stato possibile emanare i regolamenti. Oggi si tenta il bis, con una spinta in più versoi privati. Stavoltaè d’ accordo anche la Lega: la quota della mano pubblica dovrà scendere al 30%. Insomma, che i Comuni in bolletta vendano tutto quello che possono. Facciano cassa, subito. E non fa niente se qualcuno grida al furto e il Contratto mondiale per l’ acqua - ultima trincea del pubblico servizio - minaccia fuoco e fiamme. «In nessun’ altra parte d’ Europa - attacca il presidente Emilio Molinari - si vieta alla mano pubblica di conservare la maggioranza azionaria. Il rischio è che tutto finisca in mano delle grandi Spa e alle multinazionali. E se il servizio non funziona, invece che al tuo sindaco dovrai rivolgerti a un call center». Contro il provvedimento s’ è scatenata una guerra di resistenza. In Puglia il presidente della regione Niki Vendola s’ è messo in collisione con gli alleati del Pd, ed ha non ha solo annunciato di voler far ricorso contro la privatizzazione, ma ha deciso di ripubblicizzare l’ acquedotto pugliese, il più grande e malfamato d’ Europa (si dice che abbia dato più da… mangiare che da bere ai pugliesi). Al grido di “l’ acqua è una cosa pubblica” ora si tenta la storica marcia indietro, anche se non si ha la più pallida idea di chi (la Regione?) pagherà i debiti del carrozzone. Intanto si moltiplicano le assemblee: Verona, Bari, Udine, Savona, Potenza, Rieti. Da Milano arrivano segnali di preoccupazione, a difesa di un’ azienda comunale totalmente pubblica che finora ha mantenuto tariffe tra le più basse d’ Italia. Il malumore cresce nei Comuni di montagna. In Carnia anche quelli della Lega sono ai ferri corti con la giunta regionale di centrodestra. Già hanno dovuto affidare i loro servizi a una Spa-carrozzone che fa acqua da tutte le parti e alza le tariffe senza fare investimenti; ora non vogliono che questo preluda al passaggio a un’ azienda con sede a Milano, Roma o magari all’ estero. A Mezzana Montaldo (Biella) dove si gestiscono la loro rete in modo ineccepibile da oltre un secolo, non ci pensano nemmeno a mollare l’ acqua ad altri. «? la fine del federalismo e dei valori del territorio persino nelle regioni a statuto speciale» osserva Marco Job del C.m.a di Udine. «Facevamo tutto da soli - ghigna il carnico Franceschino Barazzutti dalle mie parti il sindaco guidava il trattore, e se necessario aggiustava lui stesso la conduttura tra il paese e la sorgente. Oggi devi chiamare i tecnici a Udine, con tempi maggiori e costi più alti. E se devi segnalare un disservizio, devi andare a Tolmezzo o Udine, mentre prima era tutto sotto casa. E’ tutto chiaro: hanno fatto una Spa pubblica solo per poi passare la mano ai privati». Privatizzare è l’ ultima speranza di adeguarci all’ Europa, puntualizza il governo. Ma qui viene il bello. ? proprio l’ enormità dei costi di questo adeguamento a falsare la gara. «Senza certezza sul futuro del servizio e con simili costi fissi nessuna banca al mondo finanzierà le piccole imprese, e cos? finiranno per vincere le grandi aziende quotate, capaci di autofinanziarsi e di imporsi semplicemente con la forza del nome», spiega Antonio Massarutto dell’ università di Udine. Altra cosa che pu? falsare i giochi è la mancanza di garanzie sul rispetto delle regole. «Siamo in Italia» brontola Roberto Passino, presidente del Coviri, Comitato vigilanza risorse idriche: «Prima si lamentavano perché non funzionavamo, e ora che abbiamo rimesso le cose a posto, tutti si lamentano perché funzioniamo». Un problema di comportamento, insomma. Di cultura e responsabilità. Pubblico o privato? «Non importa chei gatti siano bianchio neri - scherza Passino citando Marx - l’ importante è che mangino i topi». Quello che conta è il controllo. In Inghilterra l’ azienda pubblica è stata privatizzata al cento per cento, ma la Spa che ha vinto la gara ora ha sul collo il fiato di un’ authority ventiquattrore su ventiquattro. Le modifiche del contratto sono impossibili. Ogni cinque anni le tariffe vanno discusse daccapo. Massarutto: «L’ anomalia italiana è che ci si illude che la gara basti a lavare più bianco. Nonè vero niente. Serve uno strumento di controllo e garanzia che impedisca furbateo fughe speculative». Figurarsi se poi l’ azienda firma un contratto che include non solo la gestione, ma anche gli investimenti immensi che il settore richiede. Altra anomalia: abbiamo le tariffe più basse d’ Europa. Questo perché - a differenza di Francia o Germania- finora nessuno ha osato scaricare sulle tariffe il costo di questo immenso arretrato di lavori. Viviamo in uno strano Paese, dove si protesta per le bollette dell’ acqua, ma non si osa dir nulla su quelle del gas e dell’ elettricità, che invece sono - udite - le più alte del Continente. Dire che gli acquedotti si debbano pagare con le tasse è quantomeno spericolato, osserva Giuseppe Altamore autore di grandi libri sulla questione idrica in Italia: «Non vedo cosa ci sia di giusto nel fatto che io debba pagare il servizio idrico anche per gli evasori fiscali». Nell’ incertezza sul futuro, il ritardo aumenta, e sulle nostre spalle cresce la previsione di una batosta stimata per ora sui 115 euro pro-capite l’ anno. - PAOLO RUMIZ

Fonte : La Repubblica

Il governo ha una brutta influenza

Saturday, November 14th, 2009

Pazienti abbandonati. Vaccini quasi introvabili. Nessuna strategia. Sulla pandemia le autorità hanno improvvisato. E i problemi veri iniziano adesso

 

Il pronto soccorso dell’ospedale romano Bambin Gesù

Studi medici super affollati, pronto soccorso presi d’assalto, esperti, o presunti tali, che in televisione consigliano tutto e l’esatto contrario? C’è ben poco di imprevisto in questa fase della pandemia per il virus dell’influenza A, H1N1. Ma, purtroppo, se molto si sapeva poco si è fatto per cercare di organizzare con congruo anticipo le risposte. Il governo, infatti, invece di pianificare ogni azione nel dettaglio e verificare che ogni regione mettesse in campo un piano di emergenza contro l’influenza, ha preferito per molti mesi assumere lo stesso atteggiamento che ha adottato sulla crisi economica: negare, minimizzare, sostenere che in Italia le conseguenze sarebbero state contenute, che il virus è poco pericoloso e molto mediatico.

Alcuni aspetti sono veri, come il tasso di mortalità che è certamente inferiore rispetto all’influenza stagionale, ma viviamo in un mondo globale dove tutto ciò che avviene all’estero ci contagia, nel bene e nel male, e bisogna che prima o poi anche il nostro governo lo riconosca. E così, invece di lavorare 24 ore su 24 per organizzare piani sanitari di emergenza in tutte le regioni italiane, l’unità di crisi istituita dal governo, durante l’estate se ne stava tranquilla ad attendere il virus sotto l’ombrellone. Ora i nodi vengono al pettine e la confusione regna sovrana. Il vaccino prima di tutto: è pericoloso oppure no? Senz’altro no, o meglio: i vantaggi che si possono ottenere dalla vaccinazione sono molto maggiori rispetto ai rischi, assai remoti, che si potrebbero eventualmente incontrare con la vaccinazione.

Eppure oggi molti medici di famiglia e molti pediatri si rifiutano di somministrare il vaccino avvalorando in qualche modo l’idea che sia pericoloso. Un comportamento a dir poco esagerato ed anche molto discutibile. I medici prima degli altri dovrebbero vaccinarsi perché, stando a contatto con i malati tutto il giorno, rischiano di essere loro stessi veicolo di diffusione del virus, inoltre, non somministrando il vaccino ai pazienti che ne avrebbero beneficio li espongono ad un rischio facilmente evitabile. Ma i medici non sono tutti informati allo stesso modo, non tutti hanno il tempo tempo di leggere gli studi scientifici e di aggiornarsi: proprio per questa ragione non è logico affidare al singolo la decisione se somministrare o no il vaccino contro l’influenza A, H1N1. Servirebbe invece un decreto del ministero che valga per tutt’Italia non lasciando alle singole regioni l’autonomia nelle decisioni, dato che la pandemia non è vincolata dai confini regionali. E poi serve la collaborazione degli ordini dei medici che, a loro volta, possono rappresentare un valido strumento per la diffusione di informazioni e per rassicurare i medici sulla corretta strategia da adottare. Certo, tutto questo a condizione che i vaccini siano disponibili e che i cittadini sappiano a chi rivolgersi. A oggi non c’è, o se c’è non viene rispettato, un calendario preciso per la distribuzione effettiva dei vaccini nelle varie regioni d’Italia; la Croce Rossa si occupa di consegnare i vaccini ma poi entrano in gioco le singole realtà locali. Così, come era prevedibile, capita che in Piemonte le dosi siano arrivate e distribuite già da due settimane mentre in Campania non ci si è preoccupati di nulla fino a quando non si sono registrati i primi decessi. È vero che, come sostiene il viceministro Fazio, le regioni sono sovrane ma di fronte all’emergenza dovrebbe prevalere l’articolo 120 della Costituzione: “Il Governo può sostituirsi a organi delle Regioni, delle Città metropolitane, delle Province e dei Comuni nel caso di pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica”.

Si poteva immaginare che in alcune aree dove l’organizzazione della sanità fa acqua da tutte le parti, la campagna di vaccinazione non sarebbe proceduta con celerità ed efficienza, per questo pensare di rafforzare queste regioni con un commissario speciale inviato dal governo, proprio per fronteggiare l’emergenza sanitaria, sarebbe stata una strategia azzeccata. Se in Campania, fino al 7 novembre, si sono registrati undici morti collegabili al virus H1N1 e in Lombardia, a parità di incidenza del virus e con il doppio della popolazione, solo cin que morti non possiamo parlare di coincidenze e non mi pare nemmeno il caso di trincerarsi dietro ai formalismi amministrativi quando di mezzo c’è la salute dei cittadini. Misure uniformi, indicate dal governo, dovrebbero riguardare anche gli asili e le scuole in modo da non lasciare alle singole amministrazioni la responsabilità di deciderne la chiusura. Oltre agli aspetti organizzativi, altri dubbi restano aperti: si è scelto di vaccinare per prime le persone considerate a rischio, ma, in una seconda fase, si dovranno vaccinare anche tutti coloro che sono nati dopo il 1977? Chi è nato dopo quell’anno, infatti, non ha avuto modo di entrare in contatto con il virus H1N1 che è circolato nel pianeta l’ultima volta trentadue anni fa ed è quindi più esposto degli altri. Purtroppo non è stato possibile vaccinarsi prima del picco influenzale ma sarebbe senz’altro opportuno farlo in un secondo tempo, per prevenire un eventuale secondo picco di diffusione del virus. C’è anche un altro grande rischio, ovvero che il virus possa mutare, diventare più aggressivo e potenzialmente molto più mortale. Allora chiedo: qual è la strategia di chi governa il paese di fronte a questa ipotesi? Una volta passato il picco influenzale si dirà semplicemente: ?chi vuole si vaccina?? E i medici? Alcuni continueranno a somministrare i vaccini e altri no? Quali risposte chiare e nette si vogliono dare a una popolazione lasciata per ora nel limbo dell’incertezza? Il ministero organizzi una campagna vaccinale di massa, senza esitazioni o dubbi, e spedisca a vaccinarsi tutti i cittadini italiani al di sotto dei trentadue anni. Magari non affidando a Topo Gigio il compito di convincerli che si tratta di una cosa seria. Le istituzioni internazionali, prima fra tutte l’Organizzazione mondiale della sanità non sono tanto preoccupate per il tasso di mortalità collegato a questo virus quando piuttosto per l’elevato numero di persone che si ammalano e per il fatto che in molti, dopo aver contratto l’influenza A, potrebbero finire a letto con l’influenza stagionale e correre per la seconda volta i rischi delle complicanze. Un’altra preoccupazione, ancora più grave, riguarda la possibilità che in futuro il virus H1N1 possa ricombinarsi con il virus dell’aviaria e allora saranno guai dal momento che la mortalità potrebbe raggiungere il 30 per cento dei casi, vale a dire decine di milioni di morti in tutto il pianeta.

Fonte: L’Espresso

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