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Italia, la mozione anti-europea che snobba la green economy

Wednesday, April 14th, 2010

L’ha presentata la maggioranza al Senato e di fatto chiede all’Europa di abbandonare la linea che ha trasformato la Germania in uno dei leader mondiali nel settore efficienza e delle rinnovabili. E mette in discussione i dati forniti dall’IPCC: “Sono tesi catastrofiste”di ANTONIO CIANCIULLO

 

Italia, la mozione anti-europea che snobba la green economy Un impianto eolico

ROMA - L’Unione europea è malata di catastrofismo ma l’Italia può salvarla con una ricetta semplice semplice: via gli impegni a difesa della stabilità climatica, avanti con la vecchia economia basata sul petrolio e sul carbone. Mentre i paesi che fanno da locomotiva all’economia globale si sfidano sulla green economy per uscire dalla crisi economica, la maggioranza che guida l’Italia ha presentato al Senato una mozione in cui si insegna la scienza agli scienziati dell’Ipcc (l’Intergovernmental Panel on Climate Change) e si chiede all’Europa di abbandonare la linea che ha consentito alla Germania di diventare uno dei leader mondiali nel settore efficienza e delle rinnovabili.

La mozione - firmata dai senatori D’Alì, Possa, Fluttero, Viceconte, Izzo, Sibilia, Nespoli, Vetrella e Carrara - prima mette in discussione “la serietà e la correttezza nella divulgazione dei dati forniti dall’IPCC, nonché la moralità di alcuni suoi principali esponenti”. Poi, mentre la commissione parlamentare inglese conferma l’allarme legato al caos climatico, parla di “tesi catastrofiste basate sui contenuti dei rapporti Onu-Ipcc e di alcuni studiosi inglesi alle quali gli altri governi si sono criticamente accodati condividendo analisi, oggi rivelatesi errate e non sufficientemente supportate dal dato scientifico”. Infine invita a far saltare l’obiettivo europeo al 2020 di una riduzione del 20 per cento dei gas serra, di un aumento del 20 per cento dell’efficienza energetica e di una quota del 20 per cento di energia da fonti rinnovabili richiedendo “l’attivazione in sede di Unione europea della clausola Berlusconi nel senso di dichiarare decaduto, in quanto non più utile, l’accordo del 20-20-20″

Alla mozione della maggioranza si contrappone una mozione del centro sinistra (a firma tra gli altri dei senatori Della Seta, Finocchiaro, Zanda, Casson, Latorre, Ferrante e Bonino) che ricorda come l’amministrazione Obama abbia deciso di investire 150 miliardi di dollari in dieci anni nel settore delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica per produrre entro il 2015 un milione di auto ibride (da 50 km con un litro) e per portare al 25 per cento entro il 2025 la quota di elettricità prodotta con fonti rinnovabili.

“Nel campo dell’efficienza energetica”, si legge nel testo presentato dal centrosinistra, “l’Italia ha accumulato recentemente un grande ritardo rispetto ai principali Paesi europei. Fino agli anni ‘90 del secolo scorso eravamo uno dei Paesi europei con la più bassa intensità energetica, cioè col più basso rapporto tra energia consumata e Pil prodotto, poi abbiamo progressivamente perduto questo vantaggio e dal 2004 l’intensità energetica italiana è più alta della media della vecchia Unione europea a 15. Questo declino dei nostri standard di efficienza energetica non solo ha comportato effetti negativi sul piano dell’impatto ambientale e climatico, ma ha rappresentato un crescente disvalore competitivo per le nostre imprese”.

Fonte: La Repubblica

Forza cemento

Wednesday, April 7th, 2010

Interventi liberi nelle case. Con il rischio di danni e contenziosi. Il governo vuole il boom edilizio a tutti i costi. Ma ora persino architetti e costruttori lo bocciano

 

Nella migliore delle ipotesi è una presa in giro, nella peggiore è una catastrofe: l’ennesima deregulation edilizia varata d’urgenza dal governo tre giorni prima delle elezioni regionali è stata sommersa da un diluvio di critiche. Alle contestazioni degli ambientalisti (tutti), dei migliori urbanisti e dei più attenti politici dell’opposizione (pochi), si sono aggiunte le denunce, inattese e pesantissime, dei professionisti del mattone: per costruttori e immobiliaristi l’annunciata liberalizzazione rischia di rivelarsi “inutile come il piano casa”, mentre per architetti e tecnici è comunque “un pericolo per la sicurezza”. Sotto accusa c’è l’emendamento sull”attività edilizia libera‘, che da venerdì 26 marzo consente di modificare le case degli italiani senza alcun permesso o verifica pubblica e senza neppure un progetto firmato dall’ultimo dei geometri.

In un Paese dove più di metà dei cittadini vive in zone a rischio di frane, alluvioni, terremoti o eruzioni, l’esigenza di regole e controlli è sentita da tutti, subito dopo i disastri. Poi, seppelliti i morti, si ricomincia a costruire. Senza regole. Anzi, a unificare gli ultimi trent’anni di legislazione edilizia è un’ideologia turbo-liberista che ha come bandiera proprio l’assenza di controlli, descritti come ostacoli allo sviluppo.

L’emendamento-scandalo, inserito a sorpresa nel decreto-incentivi e firmato personalmente dal premier Berlusconi con i ministri Tremonti, Scajola e Calderoli, è entrato in vigore il giorno stesso della pubblicazione. Sotto lo slogan della ’semplificazione’, prevede, in generale, che “gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria possono essere eseguiti senza alcun titolo abilitativo”. Per i lavori interni alle abitazioni, ad esempio per abbattere una parete, il precedente testo unico del 2001 si accontentava della ‘Dichiarazione di inizio attività’ (Dia): si presentava un progetto, firmato da un tecnico responsabile e s’informava il Comune, che aveva pochi giorni per controllare e bloccare i fuorilegge. Di fatto, il caos delle competenze e il sovrapporsi di norme continuava a rendere ogni minimo intervento un’odissea senza confronti con alcun paese civile, almeno per gli italiani rispettosi delle regole. Di qui tante oneste richieste di uscire dalle trappole delle burocrazie edilizie, spesso corrotte. È da questo malessere reale che nasce la semplificazione targata ‘casa Silvio’.

D’ora in poi ‘l’interessato’ a rifare un’abitazione, secondo l’equivoca formulazione dell’emendamento, non ha più bisogno di niente: né di un progetto né di un tecnico che si assuma la responsabilità. Per gli interventi ’straordinari’, basta mandare una ‘comunicazione’ al Comune, anche per e-mail, limitandosi a indicare l’impresa che si ‘intende’ utilizzare. E per le ‘opere di manutenzione ordinaria’ non serve neanche quella: si chiamano i muratori e basta, senza dire più niente a nessuno.

“È una leggina irresponsabile nel vero senso della parola”, denuncia Edoardo Zanchini di Legambiente: “Senza un progetto, non c’è più un responsabile tecnico. L’impresa edile è comunque svincolata, perché esegue gli ordini del proprietario. Il quale in teoria resta l’unico responsabile, ma normalmente non ha le competenze necessarie a stabilire, per esempio, se sta facendo abbattere una parete portante anziché un tramezzo. Mentre il Comune, senza la Dia, non sa più cosa succede e perde il potere d’intervento. L’abolizione di ogni regola crea gravissimi problemi di sicurezza soprattutto per chi vive in condomini a più piani: d’ora in poi ogni inquilino dovrà fidarsi non solo dell’onestà, ma anche delle capacità tecniche del vicino. L’unica certezza è un aumento delle liti, dei lavori in contrasto con le norme europee sul risparmio energetico e, in prospettiva, dei crolli e dei disastri impuniti”.

“Totale contrarietà a ogni insensata deregolamentazione edilizia”: anche il Consiglio nazionale degli architetti boccia con parole severe “una demagogica semplificazione amministrativa” che nasconde “un condono mascherato dell’abusivismo” e “induce gravissime conseguenze per la sicurezza del patrimonio edilizio”. Sempre secondo gli architetti, “l’assenza di ogni controllo di professionisti abilitati determinerà la proliferazione di interventi di scarsa qualità tecnica, senza alcuna garanzia per l’utente e la collettività, in totale dispregio delle tutele per i lavoratori”.

Zanchini misura così il salto berlusconiano dalla semplificazione al Far West: “Regioni come la Toscana autorizzano già ora perfino nuove costruzioni con la semplice Dia, ma in un quadro di regole precisissime e rigorose responsabilità tecniche. Con il decreto del governo, invece, la sicurezza è salva solo a parole. Nei fatti si chiama il proprietario ad autocertificare che non c’è pericolo. E lo si lascia libero di affidare i lavori anche alla ditta individuale ai margini della legalità, che magari subappalta in nero, o al muratore straniero con la partita Iva. E quando crollerà il palazzo, nessuna autorità saprà più dire chi debba risponderne”. Insomma, più macerie per tutti: il precedente piano di ’semplificazione’, del resto, sospendeva perfino le norme anti-sismiche e fu ritirato solo dopo il terremoto in Abruzzo.

Dall’altra parte della barricata, costruttori e immobiliaristi sono insoddisfatti per motivi opposti. L’obiettivo proclamato dal governo è lo stesso del piano casa: battere la crisi stimolando un nuovo boom edilizio. Ma i primi a non crederci sono i potenziali beneficiari. Non potendo abolire le Regioni o i terremoti, infatti, il decreto legge ha dovuto riconfermare che restano valide, almeno sulla carta, “le disposizioni regionali e comunali più restrittive” e tutte le “norme antisismiche, antincendio e di sicurezza”. Se questo fosse vero (ma l’emendamento non è chiaro, per cui si annunciano interpretazioni elastiche, forzature e cause a valanga), l’obbligo di presentare un progetto tecnico controllabile dal Comune dovrebbe sparire solo in Sardegna e Friuli, dove le giunte di centrodestra avevano già abolito la Dia. Nelle altre 18 regioni, secondo ‘Il Sole 24 Ore’, l’applicazione è incerta o da escludere. Per cui, se davvero restano salve le regole più severe, la liberalizzazione si applica sicuramente solo dove è superflua e quindi inutile.

“Il decreto legge sulla deregolation in casa è destinato a finire nel nulla: la semplificazione è una storia già scritta, quella del piano casa”, è l’eloquente commento di Corrado Sforza Fogliani, presidente di Confedilizia, che già teme un bis del grande programma berlusconiano annunciato il 6 marzo 2009. Il piano casa prometteva di rilanciare l’Italia con due colate di cemento: subito, aumenti di cubatura per i privati già proprietari; in futuro, migliaia di nuovi alloggi popolari da costruire con soldi pubblici. Al primo appello hanno risposto in pochi, come ricorda Italia Nostra, “grazie ai limiti imposti da Regioni e Comuni che hanno rifiutato di svendere i centri storici per fare cassa”. Il piano casa è stato un flop perfino in Veneto, che con il governatore Giancarlo Galan aveva strappato a Liguria e Lombardia il record della cementificazione, con punte di oltre 50 milioni di metri cubi l’anno.

Per l’edilizia pubblica, il governo ha stanziato 377 milioni, che però attendono ancora i gestori dei fondi. Mentre la Corte Costituzionale, lo stesso 26 marzo, ha demolito quattro pilastri del piano belusconiano. Punto primo: cancellando un furbissimo ‘anche’, i giudici delle leggi hanno ristabilito che i soldi dello Stato si potranno spendere solo per dare alloggi ai poveri e ai bisognosi, e non ‘anche’ per progetti diversi. Secondo: le case popolari le faranno le Regioni. Terzo: basta “procedure d’emergenza” sul modello Bertolaso o appalti senza gara come per le “infrastrutture strategiche”. Quarto: è incostituzionale per la seconda volta (il governo ci aveva già provato nel 2005) imporre la svendita di alloggi Iacp calando dall’alto “convenzioni con società private” o strane “semplificazioni”.

Delusi dalle promesse, anche i piccoli e medi costruttori riuniti nell’Ance cominciano a sentirsi stretti fra due fuochi. In alto c’è una specie di cupola di big che bruciano miliardi con le grandi opere berlusconiane. E ora, con la deregulation, a scottare è anche la concorrenza dal basso delle micro-ditte pronte a tutto per spartirsi i lavori casalinghi. Mentre la Direzione nazionale antimafia, nell’ultimo dossier, denuncia che “l’edilizia resta in assoluto il settore più inquinato da imprese criminali”.

In Italia, secondo l’Agenzia del territorio, nel 2009 le vendite di immobili sono crollate dell’11,3 per cento. Mentre la Cgil-Fillea registra centomila disoccupati in più e “almeno 300 mila lavoratori in nero”. Con 27 morti nei cantieri solo tra primo gennaio e 19 marzo 2010: uno ogni tre giorni.

Gli economisti ricordano che la più grave recessione mondiale dal 1929 è stata causata da “un eccesso di credito all’edilizia”, che troppe banche hanno pensato di coprire con un’overdose di finanza creativa. Ma allora perché il governo ripropone di curare la crisi con iniezioni ‘omeopatiche’ di cemento? Vezio De Lucia, uno dei maestri dell’urbanistica italiana, risponde così: “È una posizione ideologica, non economica. C’è un pensiero unico neoliberista che in Italia è dominante da trent’anni. Anche a sinistra pochi ricordano che l’autunno caldo del 1969 era nato dalle grandi manifestazioni per la casa degli operai emigrati al Nord. Tra gli anni ‘60 e ‘70 ministri come Sullo, Bucalossi e Mancini ebbero il coraggio di limitare l’oscenità della speculazioni immobiliari con leggi che favorirono l’edilizia pubblica, sancirono la separazione tra proprietà fondiaria e licenza di costruire, vincolarono i parchi ancor prima dei piani regolatori. La controriforma urbanistica è iniziata negli anni ‘80, con i primi accordi in deroga previsti della legge Signorile e con l’edilizia contrattata dai costruttori di Tangentopoli. Da allora anche nelle regioni rosse si è diffusa una generale sudditanza al neoliberismo della nuova destra: al buon governo del territorio, del verde e del paesaggio, alla cultura delle regole si sostituisce l’ideologia dell’assenza di controlli, del profitto privato come unico valore. E qualcuno si meraviglia ancora dell’ennesima deregulation berlusconiana? In Lombardia, in Veneto, in quasi tutto il Paese ha stravinto l’edilizia senza regole. In Italia l’urbanistica è morta”.

Fonte: L’Espresso

Incentivi solo per chi decide in fretta

Monday, March 22nd, 2010

come sempre, solo parole:

Gli sconti ci saranno fino all’esaurimento dei fondi. Il che vuol dire che li otterrà chi arriva prima. Potrebbe diventare una vera e propria corsa all’incentivo, quella che si aprirà il 6 aprile con l’avvio delle misure di sostegno alla produzione varate dal governo venerdì. I 300 milioni a disposizione si esauriranno nel giro di pochi mesi, in qualche caso, come quello dei motorini, la durata si ridurrà a 2-3 settimane, secondo i produttori.

Non appena il decreto entrerà in vigore con la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale, il ministro per lo Sviluppo Claudio Scajola farà partire il suo provvedimento attuativo in cui saranno riportati tempi e modalità del godimento dei bonus messi a disposizione di chi acquisterà motocicli, cucine componibili, elettrodomestici, macchine agricole, eco case, gru edili e motori fuoribordo. In linea di massima le procedure sono già state delineate: gli interessati potranno chiedere di usufruire dello sconto al rivenditore il quale prima di concludere la vendita potrà verificare, chiedendo ad un apposito call center che sarà attivato presso le Poste, la disponibilità dei fondi. E poi, nel caso positivo, applicherà l’incentivo che potrà recuperare sempre presso gli sportelli postali. Il call center dovrà comunque dare informazioni anche al consumatore. Il beneficio sarà pari al 10% o al 20% di taglio del prezzo d’acquisto dei vari beni. I fondi stanziati dal decreto per incentivare i consumi, circa 300 milioni di euro, ai quali se ne aggiungono altri 120 per sgravi fiscali al tessile e alla cantieristica, a giudizio degli imprenditori interessati al provvedimento, sono decisamente limitati. Ma anche il consumatore farà bene a farsi due conti.

Quanto veloci bisognerà dunque essere per assicurarsi il bonus? Quanto dureranno gli incentivi? Stando ai primi calcoli chi ne vorrà usufruire non dovrà stare a pensarci sù troppo. Secondo le previsioni fatte a botta calda dai rivenditori di motorini, la somma destinata al settore servirà ad agevolare al massimo 30 mila acquirenti e sarà esaurita entro 15-20 giorni. Gli altri stanno ancora esaminando i numeri. Che sono in realtà molto semplici, se non si vuole proprio essere pignoli sulle virgole e i decimali. Per gli elettrodomestici (lavastoviglie, cappe, forni elettrici, stufe, eccetera) per esempio si potrà risparmiare il 20% della spesa con un contributo massimo da 80 a 500 euro a seconda del valore del bene richiesto. Potranno usufruire quindi del beneficio almeno 100 mila consumatori, se avessero tutti diritto al contributo massimo di 500 euro, oppure minimo 625 mila se fossero acquirenti di elettrodomestici economici. Se si ipotizza un contributo medio di 150 euro, i beneficiari sarebbero circa 330 mila. Per le cucine componibili lo stanziamento raggiunge i 60 milioni, lo sconto previsto è del 10% sul prezzo d’acquisto e il contributo massimo, immaginando di voler comprare la combinazione più cara è di 1.000 euro. Facendo una media, visti i prezzi non proprio stracciati di pensili e tavoli i bonus da distribuire potrebbero interessare dai 60 mila alle 100 mila famiglie, cioè, dice la FederlegnoArredo, «una famiglia su tre di quelle che quest’anno decideranno di cambiare la cucina» e quindi l’incentivo si esaurirà al massimo in quattro mesi. Numeri che fanno dire all’associazione dei produttori che si tratta di una misura «insufficiente e offensiva». Per i motori nautici da fuoribordo, un comparto che lo scorso anno ha subito un calo del 35% del fatturato, la somma stanziata scende a 20 milioni, che è comunque più alta di quella destinata al sostegno della vendita di motocicli elettrici e non (12 milioni). Lo sconto è del 20%, ma solo su motori con potenza fino a 75 Kw (circa 100 cavalli) destinati a sostituire i vecchi inquinanti, con un contributo massimo di 1.000 euro: facendo una media il beneficio potrà essere applicato su 20-30 mila pezzi

Gli 8 milioni stanziati per incentivare con un contributo di 3-4 mila euro l’acquisto di rimorchi e semirimorchi basterà per la rottamazione di 2.000-2.700 pezzi. I 40 milioni per le gru a torre per l’edilizia, con un contributo fino a 30 mila euro, incentiveranno l’acquisto di almeno 1.333 macchine. Il decreto attuativo del ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, che arriverà prima di Pasqua, dovrà disciplinare anche il contributo per i giovani che acquistano abbonamenti a Internet veloce (adsl). Per favorire la diffusione della navigazione online ad alta velocità ci sono a disposizione 20 milioni. Bisognerà stabilire la misura del contributo individuale e i requisiti per accedervi. L’orientamento riguardo all’età massima per aver diritto al bonus, dicono al ministero, è di non superare i 30-35 anni.

Enrico Marro
Stefania Tamburello
Fonte: Corriere della Sera

Domenica senza auto tra le polemiche

Monday, March 1st, 2010

Chiamparino: “Intervenga il governo”

 
   
Città chiuse, è bufera sulle deroghe.
E ora sindaci scrivono a Berlusconi:
“Serve un piano comune anti-smog”
TORINO
Sotto un cielo nuvoloso e in alcuni casi piovoso 168 comuni del Nord Italia più Pescara hanno completato la domenica senza auto voluta dai sindaci di Milano e Torino per sensibilizzare sul problema dell’inquinamento.

In particolare nel capoluogo lombardo, dove per le strade si sono comunque viste diverse auto, il vicesindaco Riccardo De Corato ha parlato di 400 multe staccate alle ore 16 e di 250 posti di controllo. Proprio da Milano è partita anche una polemica sulle deroghe concesse, oltre che ai veicoli elettrici, a gpl o a metano, a politici e a operatori della moda e dell’informazione impegnati con le sfilate. «La risposta della città al blocco è stata molto positiva - ha detto De Corato quantificando in seimila i permessi speciali concessi oggi - e ringrazio i milanesi per la disciplina dimostrata».

A fare discutere, poi, le deroghe ai politici. La Lega Nord, movimento da sempre non favorevole alle misure di blocco, ha polemizzato: «Incomprensibile come in questa giornata di blocco delle auto a Milano - hanno dichiarato il capodelegazione della Lega in Giunta regionale lombarda Davide Boni e il consigliere regionale Fabrizio Cecchetti - sia stata concessa la possibilità di circolare ai politici impegnati nella campagna elettorale delle regionali. Una deroga non necessaria, anche perché coloro che vogliono fare propaganda politica possono benissimo prendere i mezzi pubblici o andare a piedi, dimostrando di avere davvero la voglia di stare a contatto con il territorio e con tutti gli altri cittadini che non possono usare la propria auto».

Caustico anche il socialista Roberto Biscardini, che ha fatto sapere di avere tentato di farsi multare, senza riuscire a trovare un vigile urbano. L’Associazione dei comuni italiani, promotrice del blocco, ha annunciato per bocca del proprio segretario generale Angelo Rughetti che domani scriverà al premier per chiedere uno sforzo comune contro l’inquinamento. «Domani invieremo una lettera al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi - ha spiegato - chiedendo la convocazione di una Conferenza Unificata straordinaria sulle misure per combattere l’inquinamento nelle città». «Il problema dell’inquinamento - ha aggiunto Rughetti - è davvero grave e non va sottovalutato. Serve un piano strutturale serio, grazie al quale tutte le istituzioni uniscano forze e competenze per raggiungere questo obiettivo comune».

L’adesione al blocco del traffico nella pianura padana «è stata superiore alle aspettative, ora chiederemo al governo un piano che non sia fatto solo di parole ma di cose applicabili e concrete, senza contrapporci ma lavorando insieme», dice il presidente dell’Anci Chiamparino. «È la prima volta - spiega il sindaco di Torino - che così tanti Comuni, 170, vengono coinvolti in una iniziativa del genere». Il sindaco si è intrattenuto in piazza Castello, a Torino, con cittadini e i volontari dell’Anci che hanno allestito un gazebo informativo. «Sappiamo benissimo - continua Chiamparino - che fermare un giorno le auto non è sufficiente ad arginare l’inquinamento, tuttavia è una boccata d’ossigeno. Chiediamo a governo e parlamento di costruire un piano ad hoc dotato di tempi certi, risorse e strumenti per affrontare il problema inquinamento in maniera strutturale. Non si può più procedere a stop and go a seconda della emotività mediatica del momento». Nei prossimi giorni è previsto un incontro dell’Anci con il ministro all’Ambiente Stefania Prestigiacomo. «Faremo proposte - dice il presidente dell’Anci - secondo un principio basilare: chi inquina di più deve contribuire a risanare».

Fonte: La Stampa

Tesoro: raddoppiano i fondi per il nucleare

Tuesday, February 9th, 2010

Ammonta a 92.051.828.000 euro il Budget dello Stato, poco più di un miliardo in più rispetto al 2009 (+1,19%). E’ quanto risulta dal Budget per il 2010 “presentato” e diffuso oggi dalla Ragioneria Generale dello Stato.

L’amministrazione centrale che presenta i maggiori costi è il ministero dell’Istruzione, che con i suoi 43,9 miliardi di euro, assorbe quasi la metà (il 47,7% ) dell’intero budget statale. Ma la “missione” relativa all’istruzione scolastica, che va dall’istruzione prescolastica e scuola primaria fino ai corsi di formazione per il lavoro, in un anno ha perso quasi un miliardo di euro, passando dai 44,3 miliardi del 2009 ai 43,4 mld del Budget previsto per il 2010 (-2%). Al secondo posto, per costi, è la Difesa (19,9 miliardi che rappresentano il 21,6% del budget). Agli ultimi posti figurano invece il ministero dell’Ambiente (143 milioni) e il ministero dello Sviluppo economico (243 mln). Meno risorse al sistema dei trasporti e alle infrastrutture, aumento delle risorse invece per il comparto energia, con la voce per “nucleare, elettrico ed energie rinnovabili” che vede addirittura, dal 2009 e il 2010, quasi un raddoppio dei fondi a diposizione (+92,8%). Vedono un aumento degli stanziamenti (+31,1%) anche la ricerca e l’innovazione, la tutela della salute (+4,6%), la valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici (+3,4%). In calo la ‘posta’ a bilancio per le relazioni finanziarie con le autonomie territoriali (-2,2%). Lo Stato tira poi la cinghia su tutte quelle spese che riguardano le stesse amministrazioni (-38,5%). Il costo del personale pubblico, tra retribuzioni e altre uscite, ammonta 79,9 miliardi di euro, con un’incidenza percentuale dell’86,83% sul totale dei costi delle amministrazioni centrali e del 16,86% sul totale generale dello Stato. Rispetto agli 80,1 miliardi di euro del budget 2009, le spese complessive per il personale mostrano un lieve calo. A fare la parte del leone si confermano le strutture che fanno capo al ministero dell’Istruzione: nel 2010 il personale di questo ministero assorbirà risorse per 42,9 miliardi, più della metà del totale delle amministrazioni centrali dello Stato (53,7%).

Fonte: Ansa .it

Nucleare, il governo contro le Regioni

Friday, February 5th, 2010

Il Consiglio dei ministri ha deciso di impugnare dinnanzi alla Corte Costituzionale le leggi regionali di Puglia, Campania e Basilicata che impediscono l’installazione di impianti nucleari nei loro territori. Lo riferiscono fonti governative. La decisione è stata presa su proposta del ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, e d’intesa con il ministro per gli Affari regionali, Raffaele Fitto.

CONFLITTO GOVERNO-REGIONI - Il governo ha più volte ribadito l’intenzione di riavviare un programma nucleare per l’Italia, dopo che la vittoria del referendum del 1987 aveva di fatto bloccato ogni possibilità in tal senso frenando anche i progetti già avviati a Montalto di Castro e Trino Vercellese. Ma alcune regioni avevano deciso di opporsi vietando con delle proprie leggi la destinazione del proprio territorio all’eventuale insediamento di nuovi siti nucleari. L’esecutivo chiede ora alla Consulta di dichiarare illegittimi quei provvedimenti che, di fatto, comporterebbero - soprattutto se poi seguiti da iniziative analoghe da parte delle altre regioni - l’impossibilità per il governo di individuare luoghi adatti alla costruzione delle nuove centrali.

LE MOTIVAZIONI - «L’impugnativa delle tre leggi è necessaria per ragioni di diritto e di merito», ha spiegato il ministro Scajola. «In punto di diritto - ha aggiunto - le tre leggi intervengono autonomamente in una materia concorrente con lo Stato (produzione, trasporto e distribuzione di energia elettrica) e non riconoscono l’esclusiva competenza dello Stato in materia di tutela dell’ambiente, della sicurezza interna e della concorrenza (articolo 117 comma 2 della Costituzione). Non impugnare le tre leggi avrebbe costituito un precedente pericoloso perchè si potrebbe indurre le Regioni ad adottare altre decisioni negative sulla localizzazione di infrastrutture necessarie per il Paese». «Nel merito - ha continuato il ministro - il ritorno al nucleare è un punto fondamentale del programma del Governo Berlusconi, indispensabile per garantire la sicurezza energetica, ridurre i costi dell’energia per le famiglie e per le imprese, combattere il cambiamento climatico riducendo le emissioni di gas serra secondo gli impegni presi in ambito europeo». Il ministro Scajola ha inoltre ricordato che «al prossimo Consiglio dei Ministri del 10 febbraio ci sarà l’approvazione definitiva del decreto legislativo recante tra l’altro misure sulla definizione dei criteri per la localizzazione delle centrali nucleari». Scajola ha poi preannunciato che «il governo impugnerà tutte le eventuali leggi regionali che dovessero strumentalmente legiferare su questa materia, strategica per il Paese».

«RITORSIONE DEBOLE» - La prima reazione politica è di Ermete Realacci, deputato Pd ed ex presidente di Legambiente: «È una debole ritorsione, visto che già il governo è di fronte alla Corte Costituzionale per l’inaccettabile legge che impone, unico caso in un paese occidentale, anche attraverso la militarizzazione dei siti, la costruzione delle centrali nucleari contro il volere delle regioni e dei territori. Quello del governo - ha aggiunto l’esponente democratico - è un approccio che rischia di condurci solo in un vicolo cieco; non sarà con la forza che si farà digerire agli italiani una scelta costosa e sbagliata». Per il presidente dei Verdi, Bonelli «la decisione di impugnare le leggi delle tre Regioni che avevano detto no al nucleare è un atto fascista e fuori dalla democrazia. E’ sempre più evidente, ormai, la volontà di mettere i cittadini italiani davanti al fatto compiuto rispetto alla costruzione delle centrali nucleari, imponendole con l’esercito ed ignorando completamente la democrazia e le scelte delle regioni. Viene da chiedersi dov’è finito il tanto declamato federalismo di cui una delle forze della maggioranza, la Lega, ha fatto il proprio oggetto sociale».

WWF: «SCELTA DANNOSA E ANTICOSTITUZIONALE» - Altra reazione molto critica quella del Wwf Italia, che reputa una ritorsione inutile e dannosa la decisione del Consiglio dei Ministri di impugnare le leggi regionali. «Nei provvedimenti fin qui presi dal Governo è stato gravemente leso il ruolo delle Regioni stabilito dalla Costituzione – che in materia di energia affida ad esse potere concorrente – facendo in modo che la potestà sul proprio territorio diventi non vincolante e, addirittura, non venga nemmeno considerata» Il WWF rileva inoltre che anche regioni attualmente governate dal centro destra, i cui atti non sono stati impugnati, hanno previsto il bando del nucleare dal proprio territorio. Questa ulteriore azione del Governo, tesa a imporre il nucleare alle Regioni con atti di forza e senza alcun dialogo, rappresenta un’evidente violazione delle competenze previste dalla Costituzione che non promuove di certo una maggiore autonomia dei territori in senso federalista, come una forza di Governo a parole chiede, ma propone logiche autoritarie e centralistiche.

Redazione Online

Nel Milleproroghe un nuovo condono

Friday, January 29th, 2010

Dalla Cgil a Legambiente, passando per il Pd e l’Idv, è bufera contro il progetto di un nuovo condono edilizio proposto da un emendamento del Popolo della Libertà al decreto “milleproroghe”, in questi giorni in discussione alla Commissione Affari Costituzionali del Senato. L’emendamento, firmato dai senatori Carlo Sarro e Vincenzo Nespoli (Pdl), consentirebbe la riapertura fino al 31 dicembre 2010 dell’ultimo condono per abusi edilizi commessi entro il 31 marzo del 2003. “Una cementificazione selvaggia”, insorgono i senatori del Partito Democratico Della Seta e Ferrante; “un emendamento criminale”, taglia corto Legambiente. Sulla stessa linea Bellisario dell’Italia dei Valori: “Non consentiremo neussun condono”.

Anche dal Pdl c’è chi, come i senatori Granata e Versace, ha alzato la voce contro la proposta di un nuovo condone, definendola “una suggestione pericolosa”. La Cgil, dal canto suo, ha chiesto al Parlamento di respingere immediatamente la proposta, definendola “un insulto ai cittadini onesti e un’aggressione all’ambiente”. Tutto questo nei giorno in cui, a Napoli e Ischia, è iniziata la demolizione di due edifici abusivi, contrastata dalla popolazione con lancio di sassi, barricate e tafferugli vari.

Cgil: “Insulto ai cittadini onesti e aggressione all’ambiente”. La Cgil ha lanciato un appello al Parlamento affinché respinga la proposta. Per il sindacato, infatti, si tratta di “un vero e proprio insulto ai cittadini onesti, oltre che di un’aggressione all’ambiente”. Queste le motivazioni contenute nell’appello: “Mentre il nostro Paese necessita di essere messo in sicurezza dai tanti dissesti idrogeologici e dal permanente rischio sismico; mentre il parco edilizio ha bisogno di verifiche profonde e di interventi di messa in sicurezza; mentre bambini, donne e uomini muoiono sotto le macerie di edifici fatiscenti o mal costruiti; mentre troppe famiglie subiscono sfratto o pignoramento perché la crisi non permette loro di pagare l’affitto o la rata di mutuo; mentre il vero Piano per l’edilizia sociale è praticamente fermo e il Fondo sociale per l’Affitto viene decurtato ogni anno, in Parlamento qualcuno della maggioranza propone un altro, l’ennesimo, condono edilizio”.

“Non è possibile che in Italia si vada avanti a condoni”, precisa Paola Agnello Modica, segretaria confederale. “La priorità dovrebbe essere la messa in sicurezza di tutti gli edifici secondo norme antisismiche. E invece cosa si fa? Si propone un nuovo condono: è il trionfo del nonsenso”. Con questi provvedimenti, continua la sindacalista, “si mette a rischio non soltanto il territorio, ma la vita di molte persone. Si obbliga la collettività a tollerare le pratiche illegali: in una parola, si va contro il Paese”.

I firmatari: “Così si sana disparità di trattamento”. Sarro e Nespoli hanno difeso la loro proposta dagli attacchi dell’opposizione e da quelli del fuoco amico. “Il nostro emendamento vuole sanare la disparità di trattamento subita dai cittadini della Campania, che non hanno potuto fruire del condono del 2004 a causa di una legge regionale poi giudicata incostituzionale”, ha dichiarato Sarro. “In Campania - ha aggiunto - molti cittadini non presentarono la richiesta di condono degli abusi fino al 31 marzo 2003 a causa della legge regionale più restrittiva, poi bocciata dalla Corte Costituzionale. Vogliamo restituirgli gli stessi diritti degli altri cittadini”.

Secondo Sarro, l’emendamento non si applicherebbe agli abusi commessi in zone coperte da vincoli paesaggistici. “La decisione - ha detto - resta alle Sovrintendenze, senza il cui nulla osta il condono è impossibile. Quanto alle zone a rischio idrogeologico, come l’isola d’ Ischia, la decisione resta affidata alla Regione”. L’emendamento, presentato la settimana scorsa, ha - secondo Sarro - “una prospettiva bipartisan e ha raccolto consensi anche nell’opposizione”. A sottoscriverlo, in un primo momento, era stata anche la senatrice del Pd Maria Fortuna Incostante, che ieri ha però annunciato il ritiro della firma.

Granata e Versace: “No al condono”. “E’ necessario bloccare ogni suggestione di condono edilizio e andare avanti con le demolizioni di tutti gli abusi”: così Fabio Granata e Santo Versace del Pdl. “E’ sorprendente - hanno detto - che di fronte alla devastazione di parti rilevanti del paesaggio, del territorio e delle coste di alcune regioni italiane, si possa ipotizzare di approvare un nuovo condono edilizio attraverso emendamenti corsari”. “La tutela del paesaggio e del patrimonio culturale - hanno spiegato - è garantita dall’articolo nove della Costituzione e non è possibile ipotizzare nuovi condoni. E’ solo grazie alla sua bellezza e alla legalità che Sud può salvarsi e rinascere”.

Energia, svolta della Germania il governo decide di tornare al nucleare

Tuesday, January 26th, 2010

 Sottovoce, step by step, la Germania riabilita il nucleare. La prima potenza europea, il paese che era stato anche il primo tra i big del Vecchio continente a decidere l’addio all’uso civile dell’energia atomica, ci ripensa. Dopo negoziati con i produttori di energia, il governo Merkel ha deciso  -  scrive oggi l’autorevole quotidiano conservatore Die Welt, molto vicino all’esecutivo  -  che per il momento tutti i 17 reattori nucleari resteranno in esercizio. Addio dunque all’addio al nucleare, che era stato deciso dal governo ‘rossoverde (socialdemocrazia ed ecologisti) al potere tra il 1998 e il 2005 con il cancelliere Gerhard Schroeder e il suo vice Joschka Fischer. Le decisioni finali, Berlino le prenderà in autunno. Presentando un paper strategico sulle scelte di fondo della politica energetica del paese. Ma comunque il documento, sempre in base al resoconto di Die Welt, porrà condizioni per un sostanziale prolungamento del ciclo produttivo dei reattori in servizio. Intanto due grossi reattori che avrebbero dovuto essere spenti ad aprile e a maggio resteranno accesi, e il segnale è chiarissimo, inequivocabile.

E’ una sconfitta decisiva per gli avversari dell’uso civile dell’energia nucleare, e una vittoria sia per i grossi produttori di energia in Germania (Eon, Rwe, Vattenfall, EnBW) sia per i colossi industriali, Siemens prima fra tutti, che nella produzione, fornitura ed esportazione di centrali nucleari della nuova generazione hanno un punto di forza della loro strategia di global player. Il governo federale non si è messo comunque sulla strada del nucleare senza riserve scelta ad esempio da Regno Unito, Francia, Russia, Cina, India o Brasile, che programmano la costruzione di decine di nuovi reattori. Per l’esecutivo di Berlino l’energia nucleare resta una ’soluzione-ponte’. Ma il ponte si allunga nel tempo a venire, in sostanza: è necessario molto più tempo di uso dei 17 reattori in esercizio, finché le energie rinnovabili ed ecologiche non saranno in grado di fornire significativamente più del 20 per cento del fabbisogno energetico nazionale. “In Germania”, scrive il commento di Die Welt, “abbiamo posto limiti massimi d’uso di un reattore nucleare a 35 anni, negli Usa e in Svezia li usano per 60 anni”.

Attualmente, i 17 reattori ancora in servizio producono circa un terzo del fabbisogno energetico della prima potenza economica europea. Una percentuale non trascurabile, anche se ben lontana dall’80 per cento della Francia. Per varare la soluzione provvisoria, il primo passo dell’addio all’addio al nucleare, il governo ha escogitato uno stratagemma. Nella legge sull’addio al nucleare del governo rossoverde infatti erano previste non solo date per la chiusura scaglionata degli impianti (l’ultimo, Neckarwestersheim 2, dovrebbe essere spento nel 2022) bensì anche quantità ‘residuè di produzione di energia, distribuite tra i vari reattori a seconda della loro data prevista di spegnimento. La quantità di produzione di energia restante, assegnata a suo tempo alla centrale di Stade già spenta, sarà distribuita come quantità di produzione supplementare assegnata ai due reattori ancora accesi di Biblis A e Neckarwestersheim 1. I quali avrebbero dovuto chiudere rispettivamente in aprile e maggio di quest’anno. Adesso hanno molti più mesi di vita, col compito di produzione supplementare. Una soluzione provvisoria, ma il segnale politico è chiaro, sullo sfondo mondiale di una riabilitazione e riscoperta del nucleare.

Fonte: La Repubblica

Se si continua a scegliere le gomme invece dei binari…

Monday, January 25th, 2010

Trasporto su strada o su ferrovia? Gli ambientalisti contestano le scelte dell’esecutivo Berlusconi che continua ad investire per il trasporto merci nello sviluppo autostradale invece che nella rete ferroviaria.

(Rinnovabili.it) – Altri 4,5 miliardi per l’autostrada Nogara-Mare Adriatico, del raccordo autostradale della Cisa, dell’autostrada Ragusa-Catania. Sono le tre autostrade il cui progetto è stato approvato oggi dal Cipe.
La decisione ha suscitato le proteste di Legambiente che l’ha bollato come ‘‘una scelta miope e incomprensibile”.
‘‘E’ incredibile lo strabismo del governo quando si tratta di risorse per i trasporti: ai due milioni e mezzo di pendolari un’elemosina per cui sono costretti a viaggiare su treni vecchi, affollati, e a scontare tagli e ritardi come raccontano le cronache quotidiane di tutte le città italiane – rivendica Edoardo Zanchini, responsabile Energia e Trasporti di Legambiente – Alle lobby dei costruttori, invece, risorse e attenzioni. Queste scelte condannano i cittadini italiani a vivere in città sempre più inquinate e congestionate, mentre Sarkozy in Francia e la Merkel in Germania hanno stabilito che la priorità delle risorse deve andare alle città e al trasporto ferroviario, da noi si continua ad ascoltare i vecchi interessi del trasporto stradale e del cemento. E’ ora di guardare finalmente al futuro, invertire le priorità a favore del trasporto ferroviario e puntare a vincere la sfida della riduzione delle emissioni di gas serra”.
In effetti lo Stato tra il 2002 al 2009, con governi succedutisi dal 2001 a oggi, hanno finanziato con ben il 67% delle risorse le infrastrutture stradali ed è una scelta che viene confermata anche per i prossimi anni.

Vaccino per il virus H1N1, Novartis-Governo Ecco il contratto segreto

Saturday, January 16th, 2010
Fino ad oggi non si avevano idee chiare sul numero delle dosi di siero vaccinale acquistate, sui tempi di consegna, sui prezzi. Ma l’accordo tra la casa farmaceutica e il governo italiano per fronteggiare l’eventuale pandemia del virus H1N1 non è più un segreto

Novartis è obbligata a produrre le dosi di vaccino e a rispettare l’accordo con il ministero della Salute. Ma solo fino a quando ciò sia ritenuto “ragionevole”. E ancora, se il siero vaccinale è dannoso per la salute “il Ministero è tenuto a tenere indenne Novartis da qualsiasi perdita che l’azienda sia tenuta a risarcire in conseguenza di danni a persone e cose causati dal prodotto”. In altre parole, se il vaccino fa male a chi lo assume paga lo Stato. La multinazionale risponde soltanto dei difetti di fabbricazione. Infine, se il prodotto non viene consegnato per mancato ottenimento dell’autorizzazione all’immissione al commercio e di prove cliniche positive, è ancora il Ministero a pagare. Il forfait è di 24 milioni di euro netti.

Il contratto tra la casa farmaceutica e il governo italiano per fronteggiare l’eventuale pandemia del virus H1N1 non è più un segreto. Lo pubblica il sito del mensile Altreconomia, proprio adesso che Ferruccio Fazio, ministro della Salute, in un’interrogazione ha annunciato che ha annullato metà delle dosi che avrebbe dovuto ricevere dalla Sanofi, cioè 24 milioni.

Fino ad oggi non si avevano idee chiare sul numero delle dosi di siero vaccinale acquistate dalla Novartis, sui tempi di consegna, sui prezzi. L’unica cosa nota dell’accordo con la multinazionale era che la Corte dei conti aveva ‘bacchettato’ il governo perché colpevole di aver accettato clausole troppo favorevoli all’azienda. Fra queste l’assenza di penali, l’acquisizione da parte del ministero dei rischi e il risarcimento alla multinazionale per eventuali perdite.

Il contratto è stato firmato il 21 agosto 2009 tra il direttore generale del ministero, Fabrizio Oleari, e l’amministratore delegato di Novartis Vaccines, Francesco Gulli. Nel testo si regolamenta l’acquisto diretto di 24 milioni di dosi di vaccino. Costo: 184 milioni di euro, iva inclusa. Di queste sono state prodotte e consegante dieci milioni di dosi. Mentre quelle usate sono quasi 900 mila. Il contratto si può leggere e scaricare, sebbene ci sia la presenza di omissis.

Nell’articolo 1 si stabilisce che Novartis è obbligata a produrre e a rispettare il contratto ma solo fino a quando ciò sia ‘ragionevole’. Dove per ‘sforzi commercialmente ragionevoli’ si intende che l’azienda si impegna ad adempiere all’incarico ma che laddove intervengano ‘fattori esulanti dal pieno controllo della Novartis’ l’accordo decade, e lo Stato paga lo stesso (art.3.1).
Tra questi: “La disponibilità di uova e di altri materiali e il successo delle sperimentazioni cliniche necessarie a convalidare le caratteristiche di sicurezza e immunogenicità del prodotto”.

La confezione? Decide l’azienda. Ancora, il ministero non è autorizzato ad apportare modifiche alla confezione né a oscurare marchi su di essa. Alterare, oscurare, rimuovere o manomettere il marchio commerciale.

La consegna e la spedizione.
La multinazionale – si legge nell’articolo 3 – si impegna a consegnare entro una data concordata il vaccino, ma qualora non sia in grado di consegnare il prodotto basta una comunicazione al Ministero sette giorni prima della scadenza, per ottenere un rinvio concordato tra le parti. E se il ministero si dovesse trovare impossibilitato a ritirare il prodotto Novartis potrà rivenderlo ad altri clienti o fatturare al ministero quanto non ritirato, con la possibilità di rivenderlo comunque dopo 90 giorni.

Articolo 4: garanzie e indennizzi.
E se dall’assunzione del vaccino deriva un danno alla salute? L’azienda non è responsabile. Si legge nell’articolo 4.6: “Il Ministero è tenuto a indennizzare, manlevare e tenere indenne Novartis da qualsiasi perdita che l’azienda sia tenuta a risarcire in conseguenza di danni a persone e cose causati dal prodotto”. In altre parole se il vaccino è dannoso paga lo Stato. La multinazionale risponde soltanto dei difetti di fabbricazione.

Prezzo.
Il prezzo per ciascuna dose di vaccino è pari a 7 euro. Totale: 168 milioni di euro più iva. Il ministero dovrà pagare entro 60 giorni dall’emissione della fattura, su un conto corrente del Monte dei Paschi di Siena (articolo 5).

Cause di forza maggiore.
Ministero e azienda non sono responsabili l’uno nei confronti dell’altra se intervengono cause di forza maggiore. Quelle che limitano le responsabilità di Novartis vengono estese a situazioni che dovrebbero invece essere garantite da Novartis, come “epidemie e pandemie”, “atti di qualsiasi autorità pubblica”, “atti di enti sopranazionali”, come per esempio l’Oms (art. 8.3).

Durata e risoluzione (9.3).
Nel caso in cui il vaccino non possa essere consegnato per mancato ottenimento dell’autorizzazione all’immissione al commercio e di prove cliniche positive, il ministero paga Novartis con un forfait: 24 milioni di euro netti. E per chiudere, nell’articolo dieci, le parti si impegnano a mantenere assoluto riserbo sulle informazioni riservate..

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