Posts Tagged ‘foreste’

La prima mappa mondiale delle foreste

Friday, July 23rd, 2010

- La mappa delle foreste di tutto il mondo è una realtà. La sua compilazione è stata resa possibile da avanzate tecnologie laser, i cui dati parziali sono stati arricchiti e completati da quelli raccolti dai satelliti dell’ente spaziale statunitense.

 

LA CREAZIONE - Per sette anni il professor Michael Lefsky ha raccolto i dati per mettere a punto la mappa forestale globale. Utilizzando il LIDAR (Laser Imaging Detection and Ranging), una tecnica di tele-rilevamento che consente di determinare la distanza di un oggetto o di una superficie grazie all’uso di un impulso laser, era però riuscito a coprire solo il 2,4 per cento dell’intera superficie terrestre. Pertanto il ricercatore americano ha dovuto ricorrere alla strumentazione di bordo dei satelliti in grado di registrare le informazioni su aree più ampie. La mappa mostra l’altezza raggiunta dal 90 per cento degli alberi presenti su una superficie di 5 chilometri quadrati, ma non quella delle singole piante.

FORESTE - Le più alte si trovano in Nord America, nella zona nord-occidentale del Pacifico e nell’Asia sud-orientale e sono risultate essere quelle di conifere in zone dal clima temperato, che raggiungono i 40 metri. Le foreste tropicali hanno invece una statura media di 25 metri, paragonabile ai boschi di querce, faggi e betulle che ricoprono l’Europa e gran parte degli Usa, mentre quelle boreali, dove regnano l’abete rosso, quello comune, il pino e il larice, si fermano al di sotto dei venti metri.

A COSA SERVE - La mappa può aiutare la scienza a comprendere quanto carbonio sia racchiuso nelle foreste e con quali tempi venga reintrodotto nell’atmosfera attraverso l’ecosistema. Inoltre potrebbe essere utilizzata per creare dei modelli al fine di prevedere le modalità di propagazione degli incendi o quanto rappresentino un habitat ideale per le svariate specie di animali.

BIOMASSA E CARBONIO - Ogni anno gli esseri umani rilasciano sette miliardi di tonnellate di carbonio, la maggior parte delle quali sotto forma di anidride carbonica. Tre miliardi vanno nell’atmosfera e due negli oceani, ma si sospetta che le restanti due tonnellate vengano catturate dalle foreste e immagazzinate come biomassa. Quest’ultima rappresenta tutti i materiali di origine organica (vegetale e animale) che non sono andati incontro a processi di fossilizzazione. È soltanto di recente che gli ecologi hanno iniziato a cercare di comprendere quali tipi di foreste o di terreni immagazzinino la maggior quantità di carbonio e se sono in grado di continuare ad assorbire la produzione umana. «Sappiamo che esiste una relazione tra l’altezza degli alberi e la biomassa - ha dichiarato il professor Lefsky -, il mio prossimo obbiettivo è riuscire a capire quale parte di questa biomassa sia viva e quanta sia morta e in decomposizione, e quindi pronta a restituire l’anidride carbonica assorbita». In questo periodo un team di ricercatori sta compiendo osservazioni nella foresta amazzonica a questo riguardo.

Fonte: Corriere della Sera

Foreste: in 5 anni scomparso più di 1 milione di chilometri quadrati

Wednesday, April 28th, 2010

Tra il 2000 e il 2005 sono spariti 1.011.000 chilometri quadrati di foreste, pari al 3,1% del patrimonio forestale mondiale. Una superficie di oltre tre volte più grande dell’Italia. Lo afferma uno studio basato sulle immagini satellitari e pubblicato dalla rivista Pnas (Proceedings of the National Accademy of Sciences of the United States). I ricercatori delle università del Sud Dakota e di Syracuse (New York) hanno esaminato le immagini di diversi satelliti nel periodo considerato, elaborando un sistema matematico per stimare la variazione della superficie delle foreste.

 

PERDITE - La perdita maggiore si è riscontrata nelle foreste boreali, nel nord del pianeta, che secondo lo studio hanno perso il 4% della loro superficie: per i due terzi a causa di incendi naturali. È scomparso il 3,5% delle foreste delle zone temperate, le foreste tropicali in zone aride sono diminuite del 2,9%, mentre le foreste tropicali umide, che rappresentano la più grande superficie boschiva del pianeta, hanno perso il 2,4% della loro estensione.

CONTINENTI - Il Nord America è il continente che ha subito le maggiori perdite - il 5,1% del proprio patrimonio boschivo, corrispondente al 29,2% delle perdite forestali su scala mondiale - seguito da Asia e Sud America. In Europa è scomparso il 2,8% del patrimonio di alberi, corrispondente a 86 mila chilometri quadrati.

NAZIONI - A livello di singole nazioni, il Brasile ha perso 165 mila chilometri quadrati, seguito dal Canada con 160 mila. Gli Usa sono quarti nella classifica delle superfici, ma sono lo Stato che ha perso in percentuale più foreste rispetto alla propria superficie boschiva: il 6%. «I nostri risultati confermano che in tutto il pianeta si stanno perdendo grandi quantità di foreste», scrivono gli autori dello studio. «Bisogna dire però che questo metodo non distingue fra le perdite naturali e quelle dovute all’uomo».

Fonte: Corriere della Sera

Le Alpi soffrono il caldo E le foreste vanno salvate

Thursday, April 15th, 2010

L’analisi di un centinaio di scienziati in 590 pagine: anche in Italia stagioni anticipate, picchi di temperatura mai raggiunti prima. “Alterazioni naturali anche per colpa dell’uomo”di ANTONIO CIANCIULLO

 

Le Alpi soffrono il caldo E le foreste vanno salvate
Le rondini annunciano la primavera. A causa del riscaldamento, le stagioni subiranno un anticipo


ROMA - Picchi di 5 gradi di aumento della temperatura. Una diminuzione del 25 per cento delle piogge nelle regioni meridionali. Ondate di calore triplicate. Collasso dei ghiacciai alpini. Così si presenterà l’Italia a fine secolo se non fermeremo subito le emissioni di gas serra prodotte dall’uso di combustibili fossili e dalla deforestazione.

L’analisi previsionale, con il condizionale di prudenza d’obbligo, è frutto dell’elaborazione di un centinaio di scienziati italiani coordinati dal Centro euro mediterraneo per i cambiamenti climatici. Sono 590 pagine di ricerca che contengono una messa a fuoco dei dati finora raccolti. E gli scenari futuri coincidono con l’analisi del presente e del passato. Tutti i record del caldo sono concentrati negli ultimi anni: i primi 10 anni più caldi dal 1800 ad oggi in Italia sono successivi al 1990 e, di questi, sei su 10 sono successivi al 2000. La top ten dei primati del caldo degli ultimi due secoli è la seguente: 2003, 2001, 2007, 1994, 2009, 2000, 2008, 1990, 1998, 1997.

Anche il 2009 conferma la corsa verso il riscaldamento: la primavera figura al quarto posto tra le più calde negli ultimi duecento anni (con 1,76 gradi di anomalia rispetto alla media 1961-1990), e l’estate è al quinto posto (con 1,87 gradi in più). Per le piogge invece gli ultimi mesi sono stati in controtendenza rispetto alle proiezioni che indicano una diminuzione secca sul versante Sud del Mediterraneo: le precipitazioni nel periodo novembre 2008 - aprile 2009 hanno segnato un 54% in più rispetto al periodo 1961-1990, mai negli ultimi due secoli era piovuto tanto in Italia nello stesso periodo

Il caos climatico è ancora più visibile nei luoghi più freddi. Sulla catena alpina la superficie ghiacciata si è più che dimezzata (è scesa dai 4.474 km2 del 1850 ai 2000 km2 del 2003): nelle Alpi negli ultimi 80 anni c’è stato un incremento di temperatura quasi doppio rispetto alla media globale.

Non va meglio alle foreste. Anche se finora in Europa hanno registrato una buona avanzata, il futuro si annuncia grigio: “Nei prossimi 100 anni è da attendersi una progressiva ‘disgregazionè degli ecosistemi forestali, dei quali solo poche componenti potranno migrare in aree più adatte ai mutati scenari climatici, mentre la maggior parte di esse saranno destinate all’estinzione, almeno a livello locale”.

L’elenco delle alterazioni climatiche è lungo e comprende l’anticipo di 3 giorni ogni 10 anni per le varie stagioni (vuol dire che a metà secolo la primavera arriverà con due settimane di anticipo).

Ma il senso più generale del rapporto si coglie in questo passaggio, in stridente contrasto con la mozione piena di dubbi sui cambiamenti climatici appena votata dalla maggioranza al Senato: “La comunità scientifica internazionale è ormai unanimemente d’accordo nel considerare il cambiamento climatico del pianeta non solo in atto, ma come principalmente connesso all’alterazione degli equilibri naturali da parte dell’uomo. Tale riscaldamento avrà conseguenze anche sul mare, aumentandone il livello e la frequenza degli eventi estremi. Ciò, molto verosimilmente, potrà provocare l’accelerazione dei processi erosivi e notevoli danni, in termini economici e di qualità della vita, alle popolazioni rivierasche”.

Le foreste riprendono fiato

Friday, March 26th, 2010

I dati di uno studio Fao: diminuisce la deforestazione, anche se ogni anni sparisce un’area grande quanto la Grecia. Ma l’erosione viaggia a ritmi ancora alti: a farne le spese soprattutto America del Sud e Africa, in rosso pure l’Oceaniadi ANTONIO CIANCIULLO

 

Le foreste riprendono fiato ma metà pianeta è a rischio Una ruspa nella foresta amazzonica

LA buona notizia è che la deforestazione è diminuita. La cattiva notizia è che si mangia ancora ogni anno una superficie grande quanto la Grecia. Negli anni Novanta sparivano 16 milioni di ettari di alberi all’anno, nel primo decennio del nuovo secolo si è scesi a 13 milioni. Sono le cifre contenute nel rapporto che la Fao ha appena reso pubblico: uno studio condotto ogni cinque anni che ha utilizzato il contributo di 900 specialisti in 178 paesi.

Il mantello verde del pianeta, fino a qualche decennio fa ancora dominante, si è progressivamente ristretto fino ad arroccarsi sul 31 per cento delle terre emerse. Ma questo dato, come tutti quelle precedenti, è destinato a essere rapidamente superato da un’erosione che continua a viaggiare a ritmi alti. Le perdite maggiori si sono registrate in America del Sud (4 milioni di ettari) e in Africa (3,4 milioni di ettari). In rosso anche l’Oceania, dove si continua a pagare lo scotto di un terribile periodo di siccità che ha colpito l’intero decennio. L’Asia invece ha i bilanci in positivo grazie a alla politica di rimboschimento sostenuta da Cina, India e Vietnam, anche se l’attacco alle foreste primarie non si è fermato. Stabile l’America del Centro Nord e in crescita la quota verde dell’Europa.

Il giudizio di Eduardo Rojas, vicedirettore della Fao è complessivamente positivo: “Per la prima volta il tasso di deforestazione mondiale sta scendendo grazie a sforzi condotti sia a livello internazionale che locale. I paesi non hanno solo migliorato le loro politiche di utilizzo delle foreste ma ne hanno anche assegnato l’uso alle popolazioni locali. Il tasso di deforestazione resta comunque alto e gli sforzi vanno raddoppiati

In particolare vanno salvaguardate le foreste primarie, quelle non ancora intaccate, che costituiscono la roccaforte della biodiversità terrestre: oggi rappresentano il 36 per cento delle foreste totali ma hanno perso 40 milioni di ettari in 10 anni a causa del degrado, del taglio e della riconversione a usi agricoli. L’altro caposaldo della conservazione sono i boschi della rete dei parchi che dal 1990 è cresciuta di 94 milioni di ettari raggiungendo il 13 per cento della superficie complessiva delle foreste.

Nonostante il leggero miglioramento, la situazione dunque resta preoccupante. Gli incendi e gli attacchi dei parassiti colpiscono ogni anno l’1 per cento delle foreste. E, in assenza di un valido piano di intervento, il dato è destinato ad aggravarsi a causa dei cambiamenti climatici che stanno alterando il ciclo idrico. La deforestazione a sua volta accelera il processo del cambiamento climatico: a livello globale si calcola che nel periodo 2000 - 2010 lo stock di carbonio contenuto nella biomassa delle foreste si sia ridotto di 500 milioni di tonnellate.

Via la foresta, largo alle piante per biocarburanti, ma la CO2 non cala

Tuesday, February 9th, 2010

Meno alberi, più CO2, anche se la deforestazione serve a far spazio a campi per coltivare soia e canna da zucchero, con i quali realizzare biocarburanti che emettono un po’ meno anidride carbonica di quelli tradizionalii

(Rinnovabili.it) – “E’ la somma che fa il totale”. Lo diceva anni fa Totò e ancora oggi ha ragione. Questa volta parliamo del ciclo di produzione di biocarburanti. Dalla creazione dello spazio necessario (deforestazione), alla coltivazione di piantagioni da cui estrarre biocarburanti, all’utilizzo di questi da parte di automobili che poi producono emissioni meno ricche di CO2 dei carburanti tradizionali.
Ma il risparmio di CO2 che si ottiene con questo processo è minore o maggiore della quantità di CO2 che assorbivano tutti gli alberi che sono stati tagliati per far spazio alle piantagioni di vegetali che permettono di produrre biocarburanti?
Sembrerebbe di no. E allora tutto questo processo a che serve? Evidentemente le tecnologie eco-compatibili non sempre lo sono davvero.
Lo afferma uno studio tedesco pubblicato da Pnas, che conferma la già cattiva nomea di bioetanolo e biodiesel. Infatti, secondo una simulazione effettuata in ambito foresta amazzonica, il saldo del processo sopra descritto è negativo nella produzione di CO2, con un recupero previsto in addirittura oltre 200 anni.
Secondo la ricerca, che si è avvalsa di un modello matematico, sulle previsioni di crescita in Brasile delle coltivazioni per biocarburanti, si perderebbero quasi 120mila kmq. di foresta per far spazio alle coltivazioni di soia per il biodiesel e canna da zucchero per il bioetanolo. Tra la riduzione della CO2 con l’uso dei carburanti verdi e il mancato assorbimento della stessa, a causa della riduzione del polmone verde della Terra, gli scienziati hanno scoperto che il saldo é molto negativo. Per cominciare a risparmiare gas serra con questo sistema occorrerebbe attendere oltre duecento anni.
“Invece di sottrarre spazio alla foresta – conclude lo studio, la cui prima firma è di David Lapola dell’Università tedesca di Kassel – bisognerebbe aumentare la resa delle coltivazioni già esistenti, e utilizzare l’olio di palma, che ha una maggiore efficienza energetica, invece degli altri prodotti”.

Contro i cambiamenti climatici le praterie più utili delle foreste

Tuesday, January 26th, 2010
 
   
ROMA
Secondo il nuovo rapporto della Fao (Food and agriculture organization) - l’Organizzazione per l’alimentazione e l’ agricoltura delle Nazioni Unite – le praterie sarebbero più importanti delle foreste nella lotta al riscaldamento globale, e porebbero salvare fino a un miliardo di persone per il ruolo rivestito nell’adattamento.Secondo la pubblicazione, queste vaste distese prevalentemente erbose hanno un alto potenziale di mitigazione, in quanto assorbono ed immagazzinano CO2; se opportunamente gestiti, pascoli e prati potrebbero rappresentare un serbatoio di carbonio superiore a quello delle foreste.Poi, proprio per la loro estensione, pari a 3,4 miliardi di ettari che coprono circa il 30% della superficie terrestre libera da ghiacci e comprendono il 70% delle terre agricole, le praterie possono svolgere un ruolo importante anche nell’ adattamento e nella riduzione della vulnerabilità ai cambiamenti climatici di più di un miliardo di persone il cui sostentamento dipende dall’allevamento di bestiame.

fonte: La Stampa

Quelle foreste uccise dai mutamenti climatici

Friday, November 6th, 2009

Coprono il 30% dei continenti, sono un simbolo di resistenza e longevità. Ma l’immagine che abbiamo delle foreste potrebbe essere troppo ottimistica. Un gruppo internazionale di 20 scienziati ha documentato la morte di intere foreste in ogni continente, ed ha confrontato le circostanze di questi eventi con il cambiamento climatico. Lo studio dimostra che il riscaldamento globale può causare stragi di boschi e foreste un po’ ovunque, con conseguenze per l’ambiente (e l’economia) ancora tutte da capire. A dirigere il lavoro, pubblicato sulla rivista Forest Ecology and Management, è stato Craig Allen del servizio geologico statunitense (USGS).

Lo scenario globale. Allen e il team di ecologi e botanici presentano 88 casi ben documentati di foreste decimate dal 1970 ad oggi, dalla savana africana alle giungle tropicali del Borneo, a ogni latitudine. Tutti eventi causati da stress climatico, destinato in molti casi ad intensificarsi.

La lista è lunga: ci sono 0,5 milioni di ettari di pino rosso cinese scomparsi in pochi anni di siccità. E poi 5000 ettari di boschi di faggio australe spariti tra il 1984 ed il 1987 in Nuova Zelanda. O le foreste di miombo, nella savana dello Zimbawe: 500mila ettari decimati da siccità eccezionali all’inizio degli anni Novanta.

Morie legate al clima che inaridisce il terreno, quindi, ma favorisce anche il proliferare di alcuni parassiti. È il caso per esempio dei 56mila ettari di boschi di conifere uccisi da voraci coleotteri tra il 1986 ed il 1992 in California. A cavallo di questi animali, tra l’altro, le infezioni passano da un albero all’altro accelerandone il deperimento. Lo stesso vale per i 2 milioni di ettari di foreste boreali che coprono la Siberia da un capo all’altro, uccise dalla temperatura e dai coleotteri in due aridi estati, tra il 2004 e il 2006. Una perdita non da poco, se si considera che sono scomparsi 208 milioni di metri cubi di legname.

Lo scenario in Italia. Lo studio non trascura il territorio italiano, coperto per il 35% di boschi. Una percentuale che cresce, visto l’abbandono delle aree montane. Ma che non mette al riparo da un clima più irrequieto, avvertono gli esperti. Come Piergiorgio Terzuolo, dell’Istituto per le Piante da Legno e l’Ambiente in Piemonte, che segue da anni il deperimento dei 90 mila ettari di quercete e carpinete piemontesi. Gli “ultimi relitti di boschi primigeni” stanno lentamente scomparendo, stremati dal clima e poi aggrediti da funghi e parassiti. Lo studio diretto da Allen cita invece episodi di moria di boschi di pino silvestre in Tirolo e Valle d’Aosta, anch’essi indeboliti lungo tutto l’arco alpino.

Un antipasto di quello che ci aspetta in futuro, insomma, infatti già nel 2007 i dipartimenti di botanica delle università italiane avevano consegnato al ministero per l’Ambiente una lista di 21 foreste minacciate dal cambiamento climatico. Dalle pecciete della Valle d’Aosta, alle sugherete e le lecciete di Sardegna e Sicilia, gli alberi pativano un clima sempre più asciutto. Gli esperti italiani avevano esaminato i dati di 400 stazioni meteo e avevano avvertito che un bosco su tre soffriva già l’aumento della temperatura, mentre l’80% sopravviveva a stento in un terreno inaridito.

Una fissazione o un dato reale? Allen e colleghi spiegano di essere all’inizio di uno studio che dovrà per forza andare avanti e allargarsi. “Le ricerche che mettono in luce il legame tra aumento della siccità ed il recente riscaldamento globale crescono di anno in anno”, dicono. Ed avvertono che se il legame con il clima verrà confermato, il male potrebbe espandersi fino a diventare cronico. Gli alberi trattengono nel loro legno molta più anidride carbonica dell’atmosfera, dice Allen, e ogni foresta abbattuta rimette in circolo il gas serra, rendendo ancora più in salita la corsa alla riduzione delle emissioni.

Certo, si può sempre sperare che gli alberi migrino in altre regioni. Il problema, spiega Allen, è che “molti semi non riescono a seguire il peregrinare del clima. E poi un albero impiega decenni, se non secoli, per diventare adulto, mentre il clima può uccidere una pianta bicentenaria in un paio di anni.”
Fonte: La Repubblica

Greenpeace vince, Kleenex e Scottex non distruggono più le foreste

Saturday, August 8th, 2009
Dopo anni di campagna internazionale di Greenpeace, con azioni anche in Italia, Kimberly-Clark, la multinazionale che produce con i marchi Kleenex, Scottex e altri, leader nella produzione di tessuti in fibra di carta in oltre 80 Paesi, ha annunciato oggi l’adozione di standard per l’acquisto di fibre che finalmente garantiscono la conservazione delle foreste. Kimberly-Clark diventa, con questi standard, uno dei leader della sostenibilità nella produzione di tessuti in fibra di carta.L’azienda si impegna ad usare solo fibre vergini certificate e fibre riciclate, nel rispetto di adeguati standard di sostenibilità, garantendo al tempo stesso la qualità della produzione, come Greenpeace ha da sempre sostenuto. Questo permetterà non solo di proteggere le foreste in pericolo ma anche di aumentare l’uso di carta certificata dal Forest Stewardship Council (FSC, lo schema di certificazione di prodotti derivati dal legno sostenuto da Greenepace) e di carta riciclata. Entro il 2011 Kimberly-Clark avrà già il 40% della sua produzione in Nord America certificata da FSC o riciclata: è un aumento del 71% rispetto ai livelli del 2007 che corrisponde a 600.000 tonnellate di fibre. Sempre entro il 2011, non userà più fibre dalle foreste boreali canadesi, a meno che non siano certificate FSC.

Inoltre, Kimberly-Clark si impegna a promuovere iniziative a favore dell’uso di carta riciclata e l’identificazione, mappatura e protezione di aree forestali che possono essere designate quali Aree Forestali Protette. Un risultato che dimostra che si può conciliare business con la protezione dell’ambiente.

Il soffice rotolo che uccide le foreste

Sunday, March 1st, 2009

GLI americani la carta igienica piace soffice, setosa, ma che sia spessa e voluminosa. Il volume però ha un prezzo, che si misura nei milioni di alberi abbattuti nell’America del Nord e Sud, e talvolta nelle rare foreste primarie del Canada. Benché la carta igienica ricavata da materiali riciclati possa avere lo stesso costo, la morbidezza è dovuta in gran parte alla fibra che si ricava direttamente dagli alberi. I clienti “vogliono un prodotto morbido e pratico”, dice James Malone, portavoce della Georgia Pacific, che produce Quilted Northern, uno dei marchi più diffusi. “E non è con la fibra riciclata che lo si ottiene”.

Greenpeace ha diffuso un opuscolo destinato ai consumatori, in cui i marchi di carta igienica sono giudicati in base al rispetto ambientale. Con la recessione che spinge a riadattare ogni sorta di bene, gli ambientalisti sperano di convertire i consumatori alla carta igienica riciclata. “Nessun albero dovrebbe essere abbattuto per quell’uso”, dice Allen Hershkowitz, ricercatore al Consiglio per la difesa delle risorse naturali. Negli Usa, cioè nel più grande mercato mondiale di carta igienica, meno del 2 per cento dei marchi di uso domestico è ricavato del tutto da fibre naturali.

Stando alla Risi, un’agenzia indipendente di indagini di mercato, dalla polpa di un solo eucalipto si possono ricavare sino a mille rotoli di carta igienica. E gli americani impiegano in media ogni anno 23,6 rotoli di carta a testa. Al contrario, in Europa e in America Latina circa il 20 per cento dei marchi contengono materiale riciclato. Perciò gli ambientalisti sperano di sensibilizzare gli americani sulle ripercussioni ambientali delle loro scelte. Per riuscirvi, ad esempio, il dottor Hershkowitz incoraggia le celebrità di cui è consulente, compresa la Major League di baseball, a fare uso di carta riciclata. E durante la cerimonia degli Oscar a Hollywwod, anche se gli abiti da sera erano modelli originali, la carta delle toilette era riciclata.


Gli ambientalisti hanno anche altre preoccupazioni: trasformare un albero in carta richiede più acqua di quanta serva per ottenere fibra dalla carta già prodotta; per garantirsi un bianco più bianco, molti ricorrono a prodotti candeggianti a base di cloro. Lo sfruttamento degli alberi, e la qualità degli alberi abbattuti, continuano a rinfocolare il dibattito. Negli Usa una quantità che oscilla tra il 25 e il 50 per cento della polpa impiegata per produrre carta igienica proviene da foreste coltivate dell’America meridionale e degli Stati Uniti. Il resto, secondo gli ambientalisti, deriva per lo più da antiche foreste di seconda crescita, essenziali nell’assorbire il diossido di carbonio, uno dei maggiori responsabili del riscaldamento globale.

Inoltre, parte della polpa impiegata negli Usa per la produzione di carta igienica proviene dalle ultime foreste vergini dell’America Settentrionale. Greenpeace afferma che la Kimberly Clark - produttrice di Cottonelle e Scott - ricavi sino al 22 per cento della polpa da fornitori che abbattono gli alberi delle foreste boreali del Canada, dove alcuni esemplari hanno duecento anni. Il portavoce della Kimberly Clark, ribatte che solo il 14 per cento della polpa impiegata proviene da foreste boreali, e che l’azienda ha stretto accordi con fornitori che ricorrono esclusivamente a “pratiche forestali certificate sostenibili”.

Gli stessi produttori ammettono però che il motivo principale per cui non sono passati ai materiali riciclati è che da questi non si ottiene una carta soffice. E i consumatori - persino i più sensibili ai problemi ambientali - non vogliono carta riciclata. Con la recessione globale però, le cose potrebbero cambiare. Le vendite di carta da toilette “pregiata” sono scese del 7 per cento, e questo apre nuove opportunità ai produttori di carta riciclata.

(Copyright New York Times/la Repubblica - traduzione di Marzia Porta)

Italia, foreste da salvare

Saturday, February 7th, 2009

ROMA - Adesso diventa più facile calcolare il valore delle foreste. Sapevamo che sono una roccaforte della biodiversità italiana che custodisce circa la metà delle specie vegetali e un terzo di quelle animali presenti in Europa. Sapevamo che rappresentano un cardine del turismo sostenibile, uno dei pochi che continua a crescere mentre il turismo tradizionale arretra perdendo posizioni nella classifica mondiale. Ora è anche possibile quantificare il valore delle foreste dal punto di vista degli impegni di Kyoto, quelli che finora non abbiamo rispettato tanto che nel 2008 abbiamo avuto una sanzione da 1,5 miliardi di euro che si accumulerà con quelle dei prossimi anni (se continueremo a non far niente) finché nel 2012 arriverà il momento di pagare.

Ebbene, il sistema di foreste nazionale vale l’11 per cento delle emissioni serra che dobbiamo tagliare. Cioè senza il contributo dei boschi, in termini di anidride carbonica trattenuta dalla crescita delle piante, il nostro “debito serra” aumenterebbe dell’11 per cento. E un quinto di questo patrimonio è custodito nei parchi italiani.

E’ uno dei dati che emergerà dal congresso di Federparchi che si terrà domani e dopodomani a Roma. Con quasi 1.100 aree protette e un totale di 3,5 milioni di ettari, (circa il 12 per cento del territorio italiano) il sistema della natura protetta si candida come motore di un modello di rilancio economico in stile obamiano. Una prima mossa è stata il progetto Parchi per Kyoto diventato operativo con la messa a dimora di oltre 7000 alberi in cinque aree protette. Nel corso del ciclo di vita di questi alberi verranno assorbite circa 5 mila tonnellate di anidride carbonica, l’equivalente della CO2 emessa da 300 mila auto che compiono un tragitto di mille chilometri.


E l’abbinata parchi - rilancio economico comincia a far presa anche in altri paesi. Tra gli ospiti del congresso di Federparchi ci sarà l’ambasciatrice dell’Ecuador in Italia, Geoconda Galan Castelo, che racconterà una storia molto particolare. Quella della rinuncia allo sfruttamento petrolifero del parco nazionale di Yasunì per difendere una delle aree più ricche di biodiversità: in questa riserva ecologica amazzonica vivono più di 4 mila specie di piante, 173 specie di mammiferi, 610 specie di uccelli. In un solo ettaro dello Yasunì ci sono tante specie di alberi e arbusti quante sono quelle autoctone di tutta l’America del Nord.

Fonte: La Repubblica

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