Posts Tagged ‘foreste’

Via la foresta, largo alle piante per biocarburanti, ma la CO2 non cala

Tuesday, February 9th, 2010

Meno alberi, più CO2, anche se la deforestazione serve a far spazio a campi per coltivare soia e canna da zucchero, con i quali realizzare biocarburanti che emettono un po’ meno anidride carbonica di quelli tradizionalii

(Rinnovabili.it) – “E’ la somma che fa il totale”. Lo diceva anni fa Totò e ancora oggi ha ragione. Questa volta parliamo del ciclo di produzione di biocarburanti. Dalla creazione dello spazio necessario (deforestazione), alla coltivazione di piantagioni da cui estrarre biocarburanti, all’utilizzo di questi da parte di automobili che poi producono emissioni meno ricche di CO2 dei carburanti tradizionali.
Ma il risparmio di CO2 che si ottiene con questo processo è minore o maggiore della quantità di CO2 che assorbivano tutti gli alberi che sono stati tagliati per far spazio alle piantagioni di vegetali che permettono di produrre biocarburanti?
Sembrerebbe di no. E allora tutto questo processo a che serve? Evidentemente le tecnologie eco-compatibili non sempre lo sono davvero.
Lo afferma uno studio tedesco pubblicato da Pnas, che conferma la già cattiva nomea di bioetanolo e biodiesel. Infatti, secondo una simulazione effettuata in ambito foresta amazzonica, il saldo del processo sopra descritto è negativo nella produzione di CO2, con un recupero previsto in addirittura oltre 200 anni.
Secondo la ricerca, che si è avvalsa di un modello matematico, sulle previsioni di crescita in Brasile delle coltivazioni per biocarburanti, si perderebbero quasi 120mila kmq. di foresta per far spazio alle coltivazioni di soia per il biodiesel e canna da zucchero per il bioetanolo. Tra la riduzione della CO2 con l’uso dei carburanti verdi e il mancato assorbimento della stessa, a causa della riduzione del polmone verde della Terra, gli scienziati hanno scoperto che il saldo é molto negativo. Per cominciare a risparmiare gas serra con questo sistema occorrerebbe attendere oltre duecento anni.
“Invece di sottrarre spazio alla foresta – conclude lo studio, la cui prima firma è di David Lapola dell’Università tedesca di Kassel – bisognerebbe aumentare la resa delle coltivazioni già esistenti, e utilizzare l’olio di palma, che ha una maggiore efficienza energetica, invece degli altri prodotti”.

Contro i cambiamenti climatici le praterie più utili delle foreste

Tuesday, January 26th, 2010
 
   
ROMA
Secondo il nuovo rapporto della Fao (Food and agriculture organization) - l’Organizzazione per l’alimentazione e l’ agricoltura delle Nazioni Unite – le praterie sarebbero più importanti delle foreste nella lotta al riscaldamento globale, e porebbero salvare fino a un miliardo di persone per il ruolo rivestito nell’adattamento.Secondo la pubblicazione, queste vaste distese prevalentemente erbose hanno un alto potenziale di mitigazione, in quanto assorbono ed immagazzinano CO2; se opportunamente gestiti, pascoli e prati potrebbero rappresentare un serbatoio di carbonio superiore a quello delle foreste.Poi, proprio per la loro estensione, pari a 3,4 miliardi di ettari che coprono circa il 30% della superficie terrestre libera da ghiacci e comprendono il 70% delle terre agricole, le praterie possono svolgere un ruolo importante anche nell’ adattamento e nella riduzione della vulnerabilità ai cambiamenti climatici di più di un miliardo di persone il cui sostentamento dipende dall’allevamento di bestiame.

fonte: La Stampa

Quelle foreste uccise dai mutamenti climatici

Friday, November 6th, 2009

Coprono il 30% dei continenti, sono un simbolo di resistenza e longevità. Ma l’immagine che abbiamo delle foreste potrebbe essere troppo ottimistica. Un gruppo internazionale di 20 scienziati ha documentato la morte di intere foreste in ogni continente, ed ha confrontato le circostanze di questi eventi con il cambiamento climatico. Lo studio dimostra che il riscaldamento globale può causare stragi di boschi e foreste un po’ ovunque, con conseguenze per l’ambiente (e l’economia) ancora tutte da capire. A dirigere il lavoro, pubblicato sulla rivista Forest Ecology and Management, è stato Craig Allen del servizio geologico statunitense (USGS).

Lo scenario globale. Allen e il team di ecologi e botanici presentano 88 casi ben documentati di foreste decimate dal 1970 ad oggi, dalla savana africana alle giungle tropicali del Borneo, a ogni latitudine. Tutti eventi causati da stress climatico, destinato in molti casi ad intensificarsi.

La lista è lunga: ci sono 0,5 milioni di ettari di pino rosso cinese scomparsi in pochi anni di siccità. E poi 5000 ettari di boschi di faggio australe spariti tra il 1984 ed il 1987 in Nuova Zelanda. O le foreste di miombo, nella savana dello Zimbawe: 500mila ettari decimati da siccità eccezionali all’inizio degli anni Novanta.

Morie legate al clima che inaridisce il terreno, quindi, ma favorisce anche il proliferare di alcuni parassiti. È il caso per esempio dei 56mila ettari di boschi di conifere uccisi da voraci coleotteri tra il 1986 ed il 1992 in California. A cavallo di questi animali, tra l’altro, le infezioni passano da un albero all’altro accelerandone il deperimento. Lo stesso vale per i 2 milioni di ettari di foreste boreali che coprono la Siberia da un capo all’altro, uccise dalla temperatura e dai coleotteri in due aridi estati, tra il 2004 e il 2006. Una perdita non da poco, se si considera che sono scomparsi 208 milioni di metri cubi di legname.

Lo scenario in Italia. Lo studio non trascura il territorio italiano, coperto per il 35% di boschi. Una percentuale che cresce, visto l’abbandono delle aree montane. Ma che non mette al riparo da un clima più irrequieto, avvertono gli esperti. Come Piergiorgio Terzuolo, dell’Istituto per le Piante da Legno e l’Ambiente in Piemonte, che segue da anni il deperimento dei 90 mila ettari di quercete e carpinete piemontesi. Gli “ultimi relitti di boschi primigeni” stanno lentamente scomparendo, stremati dal clima e poi aggrediti da funghi e parassiti. Lo studio diretto da Allen cita invece episodi di moria di boschi di pino silvestre in Tirolo e Valle d’Aosta, anch’essi indeboliti lungo tutto l’arco alpino.

Un antipasto di quello che ci aspetta in futuro, insomma, infatti già nel 2007 i dipartimenti di botanica delle università italiane avevano consegnato al ministero per l’Ambiente una lista di 21 foreste minacciate dal cambiamento climatico. Dalle pecciete della Valle d’Aosta, alle sugherete e le lecciete di Sardegna e Sicilia, gli alberi pativano un clima sempre più asciutto. Gli esperti italiani avevano esaminato i dati di 400 stazioni meteo e avevano avvertito che un bosco su tre soffriva già l’aumento della temperatura, mentre l’80% sopravviveva a stento in un terreno inaridito.

Una fissazione o un dato reale? Allen e colleghi spiegano di essere all’inizio di uno studio che dovrà per forza andare avanti e allargarsi. “Le ricerche che mettono in luce il legame tra aumento della siccità ed il recente riscaldamento globale crescono di anno in anno”, dicono. Ed avvertono che se il legame con il clima verrà confermato, il male potrebbe espandersi fino a diventare cronico. Gli alberi trattengono nel loro legno molta più anidride carbonica dell’atmosfera, dice Allen, e ogni foresta abbattuta rimette in circolo il gas serra, rendendo ancora più in salita la corsa alla riduzione delle emissioni.

Certo, si può sempre sperare che gli alberi migrino in altre regioni. Il problema, spiega Allen, è che “molti semi non riescono a seguire il peregrinare del clima. E poi un albero impiega decenni, se non secoli, per diventare adulto, mentre il clima può uccidere una pianta bicentenaria in un paio di anni.”
Fonte: La Repubblica

Greenpeace vince, Kleenex e Scottex non distruggono più le foreste

Saturday, August 8th, 2009
Dopo anni di campagna internazionale di Greenpeace, con azioni anche in Italia, Kimberly-Clark, la multinazionale che produce con i marchi Kleenex, Scottex e altri, leader nella produzione di tessuti in fibra di carta in oltre 80 Paesi, ha annunciato oggi l’adozione di standard per l’acquisto di fibre che finalmente garantiscono la conservazione delle foreste. Kimberly-Clark diventa, con questi standard, uno dei leader della sostenibilità nella produzione di tessuti in fibra di carta.L’azienda si impegna ad usare solo fibre vergini certificate e fibre riciclate, nel rispetto di adeguati standard di sostenibilità, garantendo al tempo stesso la qualità della produzione, come Greenpeace ha da sempre sostenuto. Questo permetterà non solo di proteggere le foreste in pericolo ma anche di aumentare l’uso di carta certificata dal Forest Stewardship Council (FSC, lo schema di certificazione di prodotti derivati dal legno sostenuto da Greenepace) e di carta riciclata. Entro il 2011 Kimberly-Clark avrà già il 40% della sua produzione in Nord America certificata da FSC o riciclata: è un aumento del 71% rispetto ai livelli del 2007 che corrisponde a 600.000 tonnellate di fibre. Sempre entro il 2011, non userà più fibre dalle foreste boreali canadesi, a meno che non siano certificate FSC.

Inoltre, Kimberly-Clark si impegna a promuovere iniziative a favore dell’uso di carta riciclata e l’identificazione, mappatura e protezione di aree forestali che possono essere designate quali Aree Forestali Protette. Un risultato che dimostra che si può conciliare business con la protezione dell’ambiente.

Il soffice rotolo che uccide le foreste

Sunday, March 1st, 2009

GLI americani la carta igienica piace soffice, setosa, ma che sia spessa e voluminosa. Il volume però ha un prezzo, che si misura nei milioni di alberi abbattuti nell’America del Nord e Sud, e talvolta nelle rare foreste primarie del Canada. Benché la carta igienica ricavata da materiali riciclati possa avere lo stesso costo, la morbidezza è dovuta in gran parte alla fibra che si ricava direttamente dagli alberi. I clienti “vogliono un prodotto morbido e pratico”, dice James Malone, portavoce della Georgia Pacific, che produce Quilted Northern, uno dei marchi più diffusi. “E non è con la fibra riciclata che lo si ottiene”.

Greenpeace ha diffuso un opuscolo destinato ai consumatori, in cui i marchi di carta igienica sono giudicati in base al rispetto ambientale. Con la recessione che spinge a riadattare ogni sorta di bene, gli ambientalisti sperano di convertire i consumatori alla carta igienica riciclata. “Nessun albero dovrebbe essere abbattuto per quell’uso”, dice Allen Hershkowitz, ricercatore al Consiglio per la difesa delle risorse naturali. Negli Usa, cioè nel più grande mercato mondiale di carta igienica, meno del 2 per cento dei marchi di uso domestico è ricavato del tutto da fibre naturali.

Stando alla Risi, un’agenzia indipendente di indagini di mercato, dalla polpa di un solo eucalipto si possono ricavare sino a mille rotoli di carta igienica. E gli americani impiegano in media ogni anno 23,6 rotoli di carta a testa. Al contrario, in Europa e in America Latina circa il 20 per cento dei marchi contengono materiale riciclato. Perciò gli ambientalisti sperano di sensibilizzare gli americani sulle ripercussioni ambientali delle loro scelte. Per riuscirvi, ad esempio, il dottor Hershkowitz incoraggia le celebrità di cui è consulente, compresa la Major League di baseball, a fare uso di carta riciclata. E durante la cerimonia degli Oscar a Hollywwod, anche se gli abiti da sera erano modelli originali, la carta delle toilette era riciclata.


Gli ambientalisti hanno anche altre preoccupazioni: trasformare un albero in carta richiede più acqua di quanta serva per ottenere fibra dalla carta già prodotta; per garantirsi un bianco più bianco, molti ricorrono a prodotti candeggianti a base di cloro. Lo sfruttamento degli alberi, e la qualità degli alberi abbattuti, continuano a rinfocolare il dibattito. Negli Usa una quantità che oscilla tra il 25 e il 50 per cento della polpa impiegata per produrre carta igienica proviene da foreste coltivate dell’America meridionale e degli Stati Uniti. Il resto, secondo gli ambientalisti, deriva per lo più da antiche foreste di seconda crescita, essenziali nell’assorbire il diossido di carbonio, uno dei maggiori responsabili del riscaldamento globale.

Inoltre, parte della polpa impiegata negli Usa per la produzione di carta igienica proviene dalle ultime foreste vergini dell’America Settentrionale. Greenpeace afferma che la Kimberly Clark - produttrice di Cottonelle e Scott - ricavi sino al 22 per cento della polpa da fornitori che abbattono gli alberi delle foreste boreali del Canada, dove alcuni esemplari hanno duecento anni. Il portavoce della Kimberly Clark, ribatte che solo il 14 per cento della polpa impiegata proviene da foreste boreali, e che l’azienda ha stretto accordi con fornitori che ricorrono esclusivamente a “pratiche forestali certificate sostenibili”.

Gli stessi produttori ammettono però che il motivo principale per cui non sono passati ai materiali riciclati è che da questi non si ottiene una carta soffice. E i consumatori - persino i più sensibili ai problemi ambientali - non vogliono carta riciclata. Con la recessione globale però, le cose potrebbero cambiare. Le vendite di carta da toilette “pregiata” sono scese del 7 per cento, e questo apre nuove opportunità ai produttori di carta riciclata.

(Copyright New York Times/la Repubblica - traduzione di Marzia Porta)

Italia, foreste da salvare

Saturday, February 7th, 2009

ROMA - Adesso diventa più facile calcolare il valore delle foreste. Sapevamo che sono una roccaforte della biodiversità italiana che custodisce circa la metà delle specie vegetali e un terzo di quelle animali presenti in Europa. Sapevamo che rappresentano un cardine del turismo sostenibile, uno dei pochi che continua a crescere mentre il turismo tradizionale arretra perdendo posizioni nella classifica mondiale. Ora è anche possibile quantificare il valore delle foreste dal punto di vista degli impegni di Kyoto, quelli che finora non abbiamo rispettato tanto che nel 2008 abbiamo avuto una sanzione da 1,5 miliardi di euro che si accumulerà con quelle dei prossimi anni (se continueremo a non far niente) finché nel 2012 arriverà il momento di pagare.

Ebbene, il sistema di foreste nazionale vale l’11 per cento delle emissioni serra che dobbiamo tagliare. Cioè senza il contributo dei boschi, in termini di anidride carbonica trattenuta dalla crescita delle piante, il nostro “debito serra” aumenterebbe dell’11 per cento. E un quinto di questo patrimonio è custodito nei parchi italiani.

E’ uno dei dati che emergerà dal congresso di Federparchi che si terrà domani e dopodomani a Roma. Con quasi 1.100 aree protette e un totale di 3,5 milioni di ettari, (circa il 12 per cento del territorio italiano) il sistema della natura protetta si candida come motore di un modello di rilancio economico in stile obamiano. Una prima mossa è stata il progetto Parchi per Kyoto diventato operativo con la messa a dimora di oltre 7000 alberi in cinque aree protette. Nel corso del ciclo di vita di questi alberi verranno assorbite circa 5 mila tonnellate di anidride carbonica, l’equivalente della CO2 emessa da 300 mila auto che compiono un tragitto di mille chilometri.


E l’abbinata parchi - rilancio economico comincia a far presa anche in altri paesi. Tra gli ospiti del congresso di Federparchi ci sarà l’ambasciatrice dell’Ecuador in Italia, Geoconda Galan Castelo, che racconterà una storia molto particolare. Quella della rinuncia allo sfruttamento petrolifero del parco nazionale di Yasunì per difendere una delle aree più ricche di biodiversità: in questa riserva ecologica amazzonica vivono più di 4 mila specie di piante, 173 specie di mammiferi, 610 specie di uccelli. In un solo ettaro dello Yasunì ci sono tante specie di alberi e arbusti quante sono quelle autoctone di tutta l’America del Nord.

Fonte: La Repubblica

Foreste “condizionatori” contro il riscaldamento globale

Wednesday, November 5th, 2008

Il continuo disboscamento delle foreste potrebbe accelerare l’innalzamento delle temperature in modo più grave del previsto. I polmoni verdi della Terra pare abbiano un ruolo fondamentale di “condizionatori” naturali nel bloccare il riscaldamento globale, liberano sostanze chimiche che rendono più spesse le nuvole, che a loro volta riflettono più raggi solari e aiutano così a raffreddare il pianeta.

Queste le conclusioni di uno studio condotto da scienziati britannici e tedeschi che, secondo quanto riferisce il Guardian, verrà pubblicato in una edizione speciale del «Royal Society journal Philosophical Transactions A».

La ricerca è la prima che quantifichi questo effetto delle foreste e costituisce un passo in avanti anche nella realizzazione di modelli di previsione del clima più realistici. «Si può pensare alle foreste come ai condizionatori del clima» afferma Dominick Spracklen, dell’Institute for Climate and Atmospheric Science dell’Università di Leeds.

Per questo studio, gli scienziati hanno osservato sostanze chimiche rilasciate dalla foreste boreali di regioni del Nord, come Canada, Scandinavia e Russia. I modelli al computer, secondo Spracklen, hanno mostrato che le particelle rilasciate dai pini raddoppiano lo spessore delle nuvole circa 1.000 metri al di sopra delle foreste, riflettendo così un 5% extra di raggi solari.

«Potrebbe non sembrare molto - ha detto Spracklen - ma è un effetto raffreddante notevole. Ci dà un motivo in più per conservare le foreste». Poichè gli alberi liberano maggiormente queste particelle in un clima caldo, la scoperta suggerisce che le foreste potrebbero rallentare rialzi futuri delle temperature. I ricercatori hanno concentrato le osservazioni prevalentemente su pini e abeti, ma Spracklen ha detto che altre specie di alberi producono la stessa sostanza chimica e l’effetto si dovrebbe riscontrare in altre regioni, incluse le foreste tropicali

Fonte: La Stampa.it

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