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Fao. ‘1billionhungry’, al via petizione on line contro la fame

Wednesday, May 12th, 2010

Un miliardo di persone soffre la fame

Roma, 11 mag. (Apcom) - La Fao lancia oggi una grande petizione on line, che esorta la gente in tutto il mondo ad indignarsi per il fatto che circa un miliardo di persone soffre la fame. Il Progetto ‘1billionhungry’ usa immagini forti per mostrare cosa davvero può significare aver fame, mentre un linguaggio diretto ed una grafica innovativa attraggono l’attenzione sul fatto che è giunto il momento di dire basta! Icona della campagna, n fischietto giallo per esortare la gente a “fischiare” contro la fame. Una petizione mondiale fa appello ai governi affinché facciano dell’eliminazione della fame la priorità numero uno. “Dovremmo tutti essere molto arrabbiati per il fatto che altri esseri umani continuino a soffrire la fame”, ha dichiarato il direttore generale della Fao, Jacques Diouf. “Se anche voi lo siete, vorrei che esprimeste questa rabbia aggiungendo il vostro nome alla petizione ‘billionhungry’che trovate su www.1billionhungry.org che siate ricchi o poveri, giovani o vecchi, nei paesi in via di sviluppo come in quelli sviluppati”, ha aggiunto. La Fao spera che la petizione trovi un’amplificazione attraverso social network come Facebook, Twitter e YouTube. Assicurando il proprio sostegno all’iniziativa, l’attore inglese Jeremy Irons ha preparato un video promozionale in cui ripete la famosa scena del film del 1976 “Quinto Potere”, di Sydney Lumet, in cui Peter Finch, che ha vinto l’oscar per questo ruolo, grida di essere molto arrabbiato, per l’appunto “mad as hell!”. Alla campagna partecipano anche l’atleta olimpico Carl Lewis, il calciatore Patrick Vieira, i cantanti Anggun, Dee Dee Bridgewater, Dionne Warwick, Fanny Lu, Mory Kanté Noa e Chucho Valdés. Su circa 1 miliardo di persone che soffrono la fame, 642 milioni vivono nella regione Asia e Pacifico, 265 milioni nell’Africa sub-sahariana, 53 milioni in America Latina e Caraibi, 42 milioni in Medio Oriente e Nord Africa e 15 milioni nei paesi sviluppati, sottolinea la Fao, precisando che la produzione agricola mondiale dovrebbe aumentare del 70% per riuscire a produrre cibo sufficiente per i 9 miliardi di persone che abiteranno il pianeta nel 2050.

Fonte: La Stampa

In India, una legge sul riso per sfamare i più poveri

Monday, March 22nd, 2010

La grave siccità e l’aumento dei prezzi aveva ritardato l’avvio del provvedimentodi RAIMONDO BULTRINI

 

In India, una legge sul riso per sfamare i più poveri

BANGKOK - Prima la siccità che ha colpito più del 50 per cento delle campagne indiane. Poi è arrivato l’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità, schizzati del 16,3 per cento dal marzo del 2009. Sono stati gli ultimi campanelli d’allarme suonati nelle stanze del Congresso di Delhi, che aveva promesso misure a favore dei poveri in tutti i comizi elettorali, ma senza ancora mantenerle. Ieri il ministro dell’Agricoltura Sharad Pawar ha confermato le anticipazioni della stampa indiana sul disegno di legge destinato a offrire 25 chili di riso o di grano al prezzo calmierato di 3 rupie (0,04 euro) per gli indiani al di sotto del livello di povertà. Lo ha preparato e sottoposto al governo un comitato di ministri tecnici che ha dovuto calcolare l’impatto sull’economia di un provvedimento destinato a sfamare oltre 300 milioni di persone. L’esecutivo di Manmohan Singh e Sonia Gandhi deciderà la settimana prossima se spedirlo in Parlamento o applicare delle modifiche. Si parla anche di un ulteriore sconto alla fascia di popolazione che la burocrazia definisce AAY (i poveri tra i poveri), per la quale il prezzo potrebbe scendere fino a due rupie.

Le promesse pre elettorali. Era comunque un provvedimento molto atteso, anche perché la legge faceva parte delle promesse principali dell’agenda elettorale del partito del Congresso. E dopo i ritardi legati alla siccità e all’aumento dei prezzi, la stessa presidente della Repubblica Pratibha Patil aveva richiamato l’attenzione del governo sulla necessità di mantenere fede agli impegni pre elettorali. Le prime reazioni al provvedimento, anche da parte dei critici del Congresso, sono state dunque positive, considerando che per la prima volta la vecchia National Food Security Bill, la legge per la sicurezza alimentare, potrebbe davvero essere uniformata in tutto il Paese. Finora infatti in molte parti dell’India il prezzo era ben più alto di quello stabilito da Delhi, e ogni Stato adottava una politica diversa secondo l’influenza delle varie caste al momento del voto. Inoltre il provvedimento riconosce decisamente che la sicurezza alimentare è una vera emergenza nazionale

Le cifre di una strage. In India i costi delle politiche che finora hanno sottovalutato il fenomeno sono stati altissimi. Dalle statistiche della malnutrizione, risulta che il 37 per cento della popolazione ha una massa muscolare al di sotto dello standard. Secondo gli ultimi rapporti delle Nazioni Unite 2,1 milioni di bambini sotto i 5 anni muoiono per malattie legate alla carenza di proteine e vitamine della crescita, quattro al minuto. Un milione cede prima dei sei giorni di vita, mille al giorno soccombono alla diarrea. Sono cifre che il governo ha soppesato attentamente prima di delegare la Commissione nazionale per la sicurezza alimentare a occuparsi delle tre produzioni chiave per la sussistenza: il grano, il riso e i legumi. Decine di miliardi di rupie sono stati spesi per acquistare i semi di qualità da distribuire a prezzi politici, mentre le agenzie governative acquistavano grandi stock di prodotto e i responsabili del Commercio estero bloccavano l’export per destinarlo al mercato interno.

Le piogge monsoniche disertano. A fare da detonatore della crisi è stata la più bassa percentuale di piogge monsoniche degli ultimi 40 anni, possibile conseguenza del surriscaldamento atmosferico. Fin dall’ottobre scorso, gli acquisti di riso da parte dei contadini erano caduti del due e mezzo per cento, da 24,9 a 24,3 milioni di tonnellate in cinque mesi. Ora la nuova legge accelererà la drammatica corsa contro il tempo per tentare di evitare una crisi alimentare dalle conseguenze disastrose per uno dei paesi più popolosi del mondo, nonché la terza più grande economia dell’Asia.

Fonte: La Repubblica

Nello Zimbabwe si muore di fame, e si magia l’elefante morto

Sunday, March 14th, 2010

Le immagini sono choc, ma la storia che c’è dietro lo è altrettanto, perché parla di miseria e disperazione, di morte e lotta per la sopravvivenza. Per la maggior parte di noi, un elefante morto di vecchiaia nella savana è solo una scena triste, ma per centinaia di disperati che ogni giorno muoiono di fame nello Zimbabwe è stata un’autentica manna. Pochi minuti dopo aver individuato la carcassa in un angolo remoto del “Gonarezhou National Park”, (la seconda riserva del paese, che si estende su una superficie di 5mila chilometri quadrati), un gruppo sempre più crescente di persone ha, infatti, cominciato ad uscire dalla boscaglia circostante, proveniente da ogni dove.

Il pasto degli affamati in Zimbabwe Il pasto degli affamati in Zimbabwe    Il pasto degli affamati in Zimbabwe    Il pasto degli affamati in Zimbabwe    Il pasto degli affamati in Zimbabwe    Il pasto degli affamati in Zimbabwe    Il pasto degli affamati in Zimbabwe    Il pasto degli affamati in Zimbabwe

SPOLPATO IN DUE ORE - Armati di machete, asce e coltelli fatti con barattoli di latta, gli uomini si sono avvicinati al pachiderma morto (un gigante di 6 tonnellate e alto quasi 4 metri) e in meno di due ore (1 ora e 47 minuti, per la precisione) lo hanno letteralmente spolpato, strappandone la carne a pezzi e lasciandone solo lo scheletro. Neanche la proboscide e le orecchie si sono salvate da questo autentico scempio e pure le stesse ossa sono state successivamente portate via, per essere bollite e diventare così una zuppa. Nemmeno 24ore più tardi, tutto quello che è rimasto dell’elefante era una macchia di sangue nella savana. Una scena di una crudeltà terribile quella che è apparsa davanti agli occhi attoniti del fotografo inglese David Chancellor, che era nello Zimbabwe per fotografare gli elefanti nel loro habitat naturale. Grazie a quelle immagini, dal titolo “Elephant Story”, l’uomo ha vinto uno dei prestigiosi “World Press Photo 2010”, ma ha ammesso al londinese “Daily Mail” di non riuscire davvero a dimenticare quanto visto in quell’angolo sperduto di mondo.

LOTTA PER IL CIBO - «Poco dopo l’alba, un abitante della zona ha visto la carcassa dell’elefante mentre passava in bicicletta – ha raccontato Chancellor -. Sembrava in mezzo al nulla, ma in appena un quarto d’ora sono arrivati centinaia di disperati da ogni direzione: le donne hanno formato un cerchio attorno all’animale e gli uomini stavano all’interno e ho visto gente litigare e accoltellarsi a vicenda, pur di accaparrarsi più carne possibile per la famiglia. Carne che è stata poi portata a casa per essere lavata, essiccata e, quindi, messa da parte, ma c’è anche chi l’ha mangiata lì, al momento. E nei villaggi circostanti hanno fatto poi festa per due giorni, per celebrare la fortuna che era loro capitata”. Già, perché quell’elefante morto ha significato la sopravvivenza garantita per un bel po’ di tempo, stante la tremenda situazione economica in cui versa il paese sotto il regime di Robert Mugabe

ALLARME DELLA CROCE ROSSA - Non a caso, giusto giovedì la Croce Rossa Internazionale ha lanciato un grido d’allarme, definendo “assai critica” la situazione dello Zimbabwe, dove oltre 2 milioni di persone – ovvero, un abitante su quattro – muore di fame, e chiedendo agli Stati Uniti un aiuto immediato di almeno 24 milioni di dollari per alleviare la crisi. «In alcune zone del paese la situazione è difficile come mai si è visto prima d’ora – ha spiegato Emma Kundishora, della Croce Rossa dello Zimbabwe, al sito dell’agenzia d’informazione “ZimOnline” – e per esempio a Masvingo le piogge non sono arrivate in tempo e così tutto il raccolto è andato perduto». Nel gennaio dell’anno scorso Jonny Rodrigues, un attivista della “zimbabwe Conservation Task Force”, aveva rivelato alla Bbc che la carne di elefante veniva data nel rancio ai soldati di Mugabe perché era la sola disponibile, visto che i contratti per la fornitura di carne bovina erano stati cancellati, ma nessun uomo del governo aveva confermato l’accusa.

Fonte: Corriere della Sera

Il digiuno del direttore Fao

Sunday, November 15th, 2009

Il direttore generale della Fao, Jacques Diouf, dalle 20 di ieri sera ha iniziato uno sciopero della fame di 24 ore per “sensibilizzare l’ opinione pubblica sul problema dell’insicurezza alimentare” in vista del vertice della Fao che si aprirà lunedì. Lo ha annunciato lo stesso Diouf intervenendo al forum della società civile per la sovranità alimentare dei popoli riunito alla Città dell’altra economia.

“Nel mondo ci sono ormai un miliardo di persone che vivono in condizioni di sottoalimentazione e ogni sei secondi muore un bambino - ha detto Diouf - noi siamo a Roma perché vogliamo creare le opportunità per aggredire il più fondamentale dei problemi per il genere umano: la fame”.

Diouf, che la scorsa notte ha dormito all’ingresso del palazzo della Fao a Roma su un materasso di gommapiuma come atto dimostrativo “per spronare i governi a fare di più per contrastare la fame nel mondo”, ha lanciato un appello “a tutti gli uomini di buona volontà ad aderire allo sciopero della fame”.

Un branco pazzo per la fame

Thursday, March 19th, 2009

Feroci. Affamati. Probabilmente impazziti. Sono i cani che Virgilio Giglio teneva nella casa-lager finita sotto sequestro dopo l’arresto del suo proprietario. Cani un tempo normali, meticci domestici buttati in mezzo a una strada, che l’uomo riceveva in affidamento o raccoglieva da solo, nella sua vita da eremita ai margini del paese e della società. Ma anche randagi di seconda generazione, nati liberi e cresciuti selvaggi, diventati branco per sopravvivere e per seguire le leggi della natura, entrati nel canile attraverso i buchi di una recinzione colabrodo, in cerca di cibo e di simili da dominare.

Varcare l’ingresso di «casa» Giglio significa entrare in un abisso d’orrore che forse può spiegare quello che è successo. Ossa accatastate, sporcizia, l’aria impregnata di un odore di morte. I resti appartengono a cani morti di stenti, in gabbie strettissime. E c’è un sospetto terribile: che, morendo, diventassero cibo per gli altri.

Basterebbe questo, dicono gli esperti, per spiegare il livello di aggressività dei branco assassino. La struttura fatiscente, con le recinzioni basse e tutt’altro che sicure, consentiva agli animali di entrare e uscire in qualunque momento.

Eppure, nell’assurda casa-canile di Virgilio Giglio, l’uomo di 62 anni ora in galera per concorso in omicidio colposo, i controlli c’erano stati e la carta bollata circolava. Tutto in regola, anche se i cani andavano e venivano attraverso il recinto colabrodo. Anche se i conti non tornavano: le bestie erano più numerose di quelle catturate dalle guardie comunali, la storia personale del custode non era delle più rassicuranti.

Giglio, a Scicli, lo conoscono tutti. Fino a una decina di anni fa aveva una cartoleria in piazza Italia, che è come dire in pieno centro. Un uomo mite che un giorno decise di piantare tutto e di andarsene a vivere in campagna. Solo con i suoi cani, anche cinquanta alla volta: troppi perché potesse accudirli secondo le regole e i più elementari principi di umanità. E così i cani, pazzi per il lager, sono a poco a poco diventati branco. Già il 2 settembre Giglio era stato denunciato dai carabinieri, dopo che alcuni dei suoi animali avevano aggredito dei turisti sulla spiaggia di Sampieri.

Lui raccontava che quei cani non erano suoi, che nessuno glieli aveva affidati, e che si limitava a dar loro da mangiare, di tanto in tanto. Il sindaco dice che era stata la procura di Modica ad affidare le bestie all’eremita di Scicli, nominandolo «custode giudiziario». Ma il procuratore nega.

L’unica cosa certa, in questo assurdo rimpallo di responsabilità, è che l’amministrazione di Scicli, come quella di Modica, come tante altre in Sicilia, un canile non ce l’ha. Questioni di bilancio, spiegano, e la soluzione adottata è stata quella di pagare una retta a un privato.
C’è anche un documento pesante: appena tre giorni dopo la visita dei vigili, il 5 settembre, gli ispettori mandati dalla Ausl 7 di Ragusa promossero come «idonea» sotto il profilo igienico e sanitario la struttura da cui, sei mesi dopo, sarebbe uscito il branco assassino per fame.

Fonte : La Zampa.it

Cucciolo di lupo “bussa” alle porte delle case per fame

Tuesday, February 24th, 2009

ROCCA SAN CASCIANO (FORLÌ-CESENA)
Si è presentato magrissimo, spelacchiato e tremante alla porta delle prime case di Rocca San Casciano, sulle pendici dell’Appennino forlivese. Alla vista di quel cucciolo ieri in molti si sono inteneriti e hanno messo a disposizione del cibo, attirandolo sempre di più nel centro abitato. Poi la scoperta: è un lupo non un cane. In pochi minuti la voce è corsa per tutto il paese, con decine di curiosi a osservare a distanza l’animale. Ben presto sul posto sono arrivati i carabinieri e i veterinari dell’Usl e sono iniziate le operazioni di cattura dell’animale.

Il lupetto però, capite le intenzioni, ha iniziato a mettere in pratica le tattiche per non farsi catturare, senza però allontanarsi dal centro abitato. Solo dopo un paio d’ore di inutili agguati il cucciolo è stato circondato in un cortile. Non facile la sua cattura ma alla fine i veterinari sono riusciti a bloccarlo e a sedarlo con un’iniezione.

Si tratta di un cucciolo di lupo di circa dieci mesi-un anno, molto denutrito. Probabilmente la fame e la ricerca di cibo lo hanno allontanato dal suo branco, costringendolo ad avvicinarsi all’uomo. Ora il cucciolo si trova al sicuro in un canile, dove viene rifocillato e curato. Appena tornato in forze sarà rilasciato nella zona appenninica in cui è stato trovato, con la speranza che possa riprendere contatto col branco.

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