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Un marchio per riconoscere chi rispetta l’ambiente

Friday, October 19th, 2012

L'etichetta «Per il clima»L’etichetta «Per il clima» Ha un nome facile, intuitivo: impronta ambientale. Cosa è? Un numero. Un numero importante: racconta la quantità di gas a effetto serra (CO2) generata da un prodotto nel suo ciclo di vita. Oggi acquistiamo prestando attenzione solo a qualità e prezzo. Domani non sarà più così. Avremo imparato che ogni articolo, alimento, detersivo o capo di abbigliamento dal momento in cui nasce a quello in cui finisce in discarica «pesa» sull’ambiente. Potremo così orientare il nostro shopping verso prodotti e servizi «leggeri» e contribuire alla salvaguardia del pianeta.

GRAN BRETAGNA - Non è fantascienza. In Inghilterra è già realtà. Da diversi anni i consumatori britannici trovano accanto al prezzo di moltissimi prodotti - ultima stima: circa 25 mila - un’etichetta che riporta il Foot Carbon Print. In Svezia diventerà a breve obbligatorio indicare l’impronta, la Francia ha appena concluso un periodo di sperimentazione ed è pronta a lanciare un modello di certificazione di CO2 che interessa anche alla Cee.
In Italia arriviamo in ritardo. «I consumatori sono frastornati», racconta Fabio Iraldo di Iefe Bocconi e Sant’Anna di Pisa. «Un prodotto su dieci», spiega il docente citando uno studio congiunto dei due atenei, «è oramai presentato come amico dell’ambiente. Si spinge sul tasto ecologico ma è chiaro che si tratta solo di strategia di vendita. L’impronta ambientale farà piazza pulita dei tanti falsi prodotti green».

 

LEGAMBIENTE - In attesa di una normativa che tarda ad arrivare, si sono mossi gli ambientalisti. Legambiente ha creato, assieme ad Ambiente Italia, «Per il clima», la prima etichetta italiana che dichiara nero su bianco l’impronta ambientale, potenzialmente applicabile su qualunque prodotto. «Siamo partiti tre anni fa», racconta Andrea Poggio di Legambiente, «coinvolgendo prima grandi realtà come Philips ed Epson, e poi anche aziende più piccole, come il Consorzio Casalasco del pomodoro, titolare del brand Pomì, o la Npt che produce colle per pavimenti. Oggi la nostra etichetta azzurra compare su una cinquantina di prodotti e continuiamo a stringere alleanze per certificarne sempre di più».

IMPRONTA AMBIENTALE - Il numero dell’impronta ambientale è ancora di difficile interpretazione: un numero basso significa di certo prodotto virtuoso, ma un numero alto, riferito a un oggetto elettronico o di grandi dimensioni e non deperibile, potrebbe esserlo altrettanto. Come orientarsi? «Ci vuole pazienza, siamo all’inizio e mancano elementi di confronto», ammette Poggio. Intanto l’ente per rendere l’impronta più familiare ha associato alle etichette una pagina sul sito Viviconstile dove spiega, prodotto per prodotto, i calcoli che hanno portato a quella impronta e insegna come valutarla. «Puntiamo alla trasparenza totale. Con i dati che mettiamo online un tecnico può rifare i conti e verificare l’esattezza del numero riportato da Per il clima». Poggio chiarisce anche che il numero non è fisso. «La Pomì è già riuscita ad abbassarlo di qualche punto da un anno all’altro», dice. «È chiaro che l’impronta diventerà, in futuro, un incentivo a migliorarsi».

I CALCOLI - Ma come si arriva a quel numero? «L’impronta si calcola usando la tecnica Lca, Life Cycle Assessment, una metodologia internazionale che permette di conteggiare l’emissione di CO2 in ogni fase di vita di un prodotto», chiarisce Roberto Cariani di Ambiente Italia, l’istituto di ricerca che esegue le misurazioni. «Il dato va poi incrociato con standard di riferimento che vengono forniti dalle aziende che chiedono la certificazione». Per capire: nel caso della passata, ad esempio, si prende in considerazione tutta la vita del pomodoro: dalla semina al raccolto e poi la trasformazione in salsa, l’inscatolamento e l’imballaggio, la distribuzione e la consumazione finale. «Fino a qualche anno fa mancavano le basi. Oggi possiamo contare su banche dati molto aggiornate e quindi una parte del lavoro è semplificata. In futuro sarà sempre meno costoso calcolare l’impronta e quando diventerà obbligatoria sarà facile anche per i piccoli imprenditori».

Marta Ghezzi

Fonte: corriere.it

Arriva l’etichetta “salva clima”

Monday, October 8th, 2012

Arriva l'etichetta "salva clima" I prodotti dicono quanto inquinano

TRASPARENZA e consumo responsabile. Potrebbero essere queste le parole d’ordine dell’iniziativa promossa da Legambiente in collaborazione con IEFE-Bocconi e Ambiente Italia e con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente. Un’etichettatura dei prodotti che non preveda solo la nomenclatura degli ingredienti secondo le regole dettate dall’Unione Europea, ma che contempli un’informazione ulteriore: quella sull’impatto ambientale di cui questi prodotti sono responsabili. Che spieghi, in altre parole, qual è l’impronta degli articoli in termini d’inquinamento e di emissioni di CO2 durante tutto il ciclo di vita, dalla produzione fino allo smaltimento.

Si chiama ETICHETTA PER IL CLIMA e consente alle aziende che aderiscono all’iniziativa di poter tracciare i propri prodotti fornendo al consumatore un dato numerico sintetico espressione di quanto quel prodotto “incide” sull’ambiente. “In Europa e nel mondo questo genere di attività è già in forte espansione”, commenta Andrea Poggio, presidente della Fondazione Legambiente Innovazione, “in Inghilterra, ad esempio, tramite la Carbon Footprint, sono già oltre 25 mila i prodotti tracciati, oltre 10 mila negli Stati Uniti, la Francia ha siglato un accordo con la grande distribuzione affinché si prosegua con questa grande politica di trasparenza e di innovazione”. “In Italia ci stiamo muovendo”, prosegue Poggio, “sia noi di Legambiente, ma anche il Ministero dell’Ambiente, ma non è ancora abbastanza”.

Sul

sito www.viviconstile.org 1, infatti, sono catalogate un centinaio di aziende con relativi prodotti: dalle passate di pomodori, alle stampanti, ai televisori, ai meloni, fino ai crackers, ma anche i menu completi. “Scopriamo così  -  dichiara Andrea Poggio -  che il menu vegetariano proposto dall’Agriturismo Il Campagnino costa all’ambiente 1.060 grammi di CO2, mentre il menu di carne ben 8.350 grammi, otto volte di più. Di fianco al prezzo, potrebbe dunque comparire su qualsiasi prodotto, anche il costo ambientale. E’ quello che ha fatto Legambiente con l’istituto Ambiente Italia, scoprendo così le emissioni di CO2 di diversi articoli, tra cui lampadine, passate di pomodoro, stampa di carta, meloni, adesivi per parquet, biscotti e imballaggi. Con queste aziende, inoltre, siamo stati pionieri della prima comunicazione ambientale sul prodotto rivolta al consumatore finale”.

Come si fa ad essere credibili? “Ci mettiamo la faccia noi di Legambiente, attraverso studi scientifici fatti dall’istituto Ambiente Italia, ma tutto il ciclo di misurazione può essere osservato leggendo la scheda che accompagna ogni etichetta di prodotto. Ogni momento di vita, dalla produzione del prodotto all’impatto di utilizzo fino allo smaltimento finale viene illustrato e raccontato dall’azienda ed è consultabile sul sito” dice ancora Poggio. “Chiediamo al ministro Clini di fornirci un sitema di regole certo attraverso il quale sia più facile operare ed orientarci”.

“Sono sempre più numerosi i cittadini che presterebbero attenzione ad un indicatore sintetico, un voto, un giudizio sulle conseguenze ambientali delle proprie scelte di consumo e della fruizione di servizi - ha ribadito Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente. “Le aziende si assumano quindi la responsabilità di misurare l’impatto dei propri prodotti e di dichiararlo in un modo verificabile, così i cittadini che scelgono sulla base di tali dichiarazioni saranno consapevoli delle conseguenze ambientali che li coinvolgono. In questo modo, le aziende sono stimolate ad innovare le produzioni per renderle più sostenibili e i cittadini a cambiare consumi e stili di vita. E’ questa la green economy in cui crediamo”.

Fonte: La Repubblica

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