Posts Tagged ‘EcoEnergie’

Fondo Kyoto: 600 milioni contro i gas serra

Friday, February 17th, 2012
(Afp)(Afp)

ROMA - Il pannello fotovoltaico sul condominio? O l’impianto di trigenerazione per il capannone della fabbrica? Ma anche: l’impianto a celle combustibile sulla villetta. E il minieolico sopra il tetto di casa. Adesso si possono costruire con il finanziamento dello Stato.

 

FONDO KYOTO - Con il fondo di Kyoto, per la precisione, 600 milioni di euro che dal 15 marzo saranno a disposizione di cittadini, imprese, condomini, soggetti pubblici e fondazioni, per realizzare interventi di riduzione delle emissioni di gas serra. I finanziamenti sono a tasso agevolato dello 0,5% per una durata massima di 6 anni, rimborsabili in rate semestrali e rappresentano una quota parte del costo totale del progetto. Per la precisione: il 70% nel caso di persone fisiche e giuridiche, condomini, imprese. Il 90% nel caso di soggetti pubblici. Le domande si possono presentare a partire dal 2 marzo (e fino al 14 luglio) e si possono compilare esclusivamente online con il format che si trova sul sito della Cassa depositi e prestiti che gestisce l’intero fondo di Kyoto.

FINANZIARIA 2007 - Previsto nella Finanziaria del 2007, il Fondo di Kyoto è stato presentato giovedì dai ministri dell’Ambiente Corrado Clini e dello Sviluppo economico Corrado Passera, insieme al presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani, il direttore generale dell’Associazione bancaria italiana Giovanni Sabatini e dal presidente e dal direttore generale della Cassa depositi e prestiti Franco Bassanini e Giovanni Gorno Temprini, che ha sottolineato come sia «la prima volta che la Cassa depositi mette in campo un meccanismo che ha uno sbocco retail». Il ministro Clini ha spiegato: «Il meccanismo dei finanziamenti sarà a sportello con un format semplice e non prevederà una graduatoria. Il fondo è rotativo, alimentato attraverso le rate di rimborso delle erogazioni concesse. Stiamo creando un volano che a sua volta trascinerà altri investitori e genererà un indotto di almeno il doppio del valore». Il ministro Passera ha invece annunciato: «Il governo sta lavorando a un conto energia per incentivare la produzione di energia da calore con il sole».

Alessandra Arachi

Fonte: Corriere della Sera

FOTOVOLTAICO : Dal governo ok al decreto

Friday, May 6th, 2011

Varato a Palazzo Chigi il quarto conto energia. Incentivi più bassi e fondi limitati per gli impianti più grandi. Le imprese del solare annunciano battaglia: “Ricorsi a Tar, Corte dei conti, Consulta e Unione Europea” di VALERIO GUALERZI

ROMA - Nessun limite alla potenza fotovoltaica incentivabile, ma solo alla quantità di fondi erogabili (300 milioni nel 2011) per i grandi impianti di oltre 1 MW realizzati sui tetti degli edifici e a quelli a terra maggiori di 200 kW; riduzione graduale ma corposa degli incentivi nel corso dei prossimi mesi fino al 2013 quando è prevista l’entrata regime; indennizzo per quegli impianti che una volta ultimati devono attendere più di 30 giorni per l’allaccio alla rete usufruendo di incentivi più bassi. Ci sono voluti oltre due mesi e si è riusciti persino a sforare di cinque giorni il termine fissato per legge dallo stesso governo, ma alla fine il quarto conto energia ha finalmente visto la luce. La nuova normativa ha ricevuto oggi il via libera definitivo dal Consiglio dei ministri.

Reso necessario dal decreto “ammazza rinnovabili” 1 approvato all’inizio di marzo che ha annullato con valore retroattivo quanto il governo aveva deciso appena pochi mesi prima, il nuovo testo è frutto di una laboriosa mediazione tra il ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani e quello dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo. Una trattativa che ha avuto fasi di scontro durissimo, come ha spiegato con scarsa eleganza lo stesso Romani 2pochi giorni fa: “Quella matta della Prestigiacomo mi

fa incazzare, non ci dormo la notte”.

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Ma se la versione finale del decreto ha messo infine d’accordo i due colleghi, non si può certo dire che sia riuscita a conquistare il consenso degli operatori del settore, che restano fortemente critici nei confronti del provvedimento anche se rispetto a quanto stabilito a marzo con “l’ammazza rinnovabili” viene meno uno dei punti più contestati, la possibilità di fissare un tetto alla potenza installata.

“Esprimiamo con grande forza tutte le criticità riguardanti il testo. Il governo ci è venuto incontro con quello che possiamo definire un ‘aperitivo’, ma in realtà non ha cambiato la sostanza. Sono state anche ignorate alcune delle posizioni delle Regioni, ma soprattutto non sono stati ascoltati gli operatori del settore” lamenta Francesca Marchini, segretario generale di Assosolare, l’associazione che rappresenta anche gli operatori aderenti a Confindustria Energia. Marchini ha anche annunciato “la possibilità di procedere anche con azioni e strategie legali, visto che una parte dei diritti sono stati violati”.

Hanno deciso invece di passare subito alle vie di fatto 150 aziende raccolte nell’associazione Sosrinnovabili, epicentro della forte mobilitazione 4 delle scorse settimane, che sono pronte a presentare ricorsi sia alla Corte di giustizia Ue sia al Tar, con l’intenzione di portare la questione fino alla Corte costituzionale “perché il provvedimento danneggia le aziende che, pur avendo rispettato le norme di legge vigenti, avranno un diverso trattamento a livello di tariffe incentivanti”. L’associazione intende perseguire poi anche una serie di azioni risarcitorie: “Un ricorso alla Corte dei conti perché il decreto espone lo stato al rischio di esborsi pesanti; e, infine, una segnalazione all’Antitrust: il provvedimento emanato dal governo falsa i termini della concorrenza, avvantaggiando i grandi gruppi oligopolistici”.

Fortemente negativo anche il giudizio delle opposizioni. “Il compromesso raggiunto -  affermano i senatori del Pd Francesco Ferranti e Roberto Della Seta - non risolve i problemi fondamentali innescati dal provvedimento del 3 marzo scorso e che avevano determinato il blocco degli investimenti e che questo decreto non scioglie. Le criticità rimangono, e non sono di poco conto: gli effetti rimangono sostanzialmente retroattivi e nella fase transitoria da qui al 2013 il brusco decalage delle tariffe previsto richiederà agli operatori del settore uno sforzo molto pesante per evitare il rallentamento delle installazioni e il conseguente effetto nefasto sull’occupazione”.

Tamburi di guerra che apparentemente non sembrano preoccupare il ministro Romani. “E’ una riforma strutturale per le imprese e i cittadini, raggiunta dopo una complessa e laboriosa concertazione - ha affermato oggi il ministro - Per il futuro energetico del Paese siamo impegnati a raggiungere e superare gli obiettivi di Europa 2020

Fonte: Corriere della Sera

L’eolico in Italia? E’ il più caro d’Europa

Sunday, April 17th, 2011

In Italia gli impianti a energia eolica costano in media 113 euro per megawatt l’ora, contro i 68 della Spagna, i 65 della Germania, i 54 della Danimarca, i 79 euro della media Europea. Lo afferma il rapporto Italian renewables index (Irex) 2011.

Secondo lo studio nato per analizzare il settore e destinato alle aziende quotate in Borsa e a quelle del comparto che studiano le nazioni dove progettare nuovi impianti, i maggiori costi italiani dipendono da diversi fattori: orografia complessa, vento meno costante, ma anche minori incentivi, prezzi delle tecnologie superiore, prestiti bancari più cari, tempi di autorizzazione incerti e Comuni che impongono ‘opere compensativè particolarmente onerose. «All’inizio i Comuni dove si dovevano mettere gli impianti hanno varato canoni di concessione sconosciuti all’estero, poi esclusi per legge, quindi ora chiedono scuole o strade nuove», afferma Alessandro Marangoni, amministratore delegato di Althesys, la società di consulenza che ha stilato la ricerca, e docente di Economia e gestione dei servizi ambientali all’Università Bocconi di Milano.

Fonte: L’Unità

Se la contestazione riguarda anche le energie “pulite”

Friday, April 15th, 2011

Secondo lo studio del Nimby forum un impianto viene contestato indipendentemente dal suo potenziale di capacità di inquinamento. E’ la vicinanza che fa scattare la protesta

di PAOLO CASICCI

UN PAESE contrario a tutto, alle centrali inquinanti come agli impianti “puliti”. È un’Italia dei paradossi, quella fotografata nel sesto rapporto del Nimby Forum, l’osservatorio sulla sindrome not in my backyard (non nel mio cortile), che spinge le comunità locali a protestare contro opere ritenute dannose per l’ambiente.

A pagare per queste ansie, nel 2010, sono stati soprattutto gli impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili: dieci dei ventiquattro progetti di ogni comparto e genere ritirati per le proteste erano, infatti, progetti di green economy. “Chi alza le barricate contro gli impianti inquinanti, spesso si ritrova a manifestare anche contro centrali ‘pulite’, se queste sono previste nel proprio Comune” spiega Alessandro Beulcke, presidente dell’Agenzia di ricerche informazione e società (Aris), che ha curato il rapporto.

I dati parlano chiaro: delle 320 opere contestate nel 2010 (il 13,5 per cento in più dell’anno precedente), la maggior parte (il 58,1 per cento) riguarda il comparto elettrico. E, all’interno di questo, oltre sette opere su dieci (il 71,5 per cento) sono centrali a biomasse o idroelettriche e impianti eolici o fotovoltaici. Tutti progetti che potrebbero contribuire ad affrancarci dalle fonti fossili e a scongiurare il ritorno all’atomo, ma che attirano comunque le critiche di comitati spontanei e, sempre più spesso, di sindaci e giunte Nel dettaglio, crescono le contestazioni contro i parchi eolici (da 20 a 29 in un anno) e fotovoltaici (da 3 a 9).  Le centrali da fonti rinnovabili più avversate sono però quelle a biomasse, con 84 impianti - in costruzione o ancora sulla carta - finiti nel mirino nel 2010: il 20 per cento in più dell’anno precedente. L’accanimento contro gli impianti che trasformano in energia i residui organici, spiega Beulcke, è dovuto a una ragione in particolare: “La paura che l’impianto mascheri un inceneritore e che al posto delle biomasse possano essere bruciati rifiuti. Ma un ruolo è giocato anche dalla filiera lunga che porta le biomasse fino alla centrale per essere bruciate e aumenta l’inquinamento da trasporto”.

La sindrome Nimby colpisce anche il settore dei rifiuti (32,5 per cento), quello delle infrastrutture (5,3 per cento) e l’industria (cementifici, impianti di estrazione…), che registra un raddoppio delle contestazioni, dal 2 per cento del 2009 al 4,1. Ma la protesta fa anche un salto di qualità. “L’ampiezza del fenomeno nimby” spiega ancora Beulcke “esprime una crescente insofferenza non solo di cittadini, comitati e associazioni, ma anche di amministratori e politici locali”. È la variante del Nimby che gli esperti definiscono Nimto, not in my term of office, e ha come protagonisti quei sindaci che lottano per impedire che l’impianto veda la luce durante il proprio mandato. “Siamo di fronte a una forte politicizzazione del fenomeno, che in molte occasioni viene strumentalizzato per puri fini elettorali”. E la strumentalizzazione è bipartisan: nel 60 per cento dei casi, i primi cittadini sul piede di guerra sono stati eletti con liste civiche; nell’altro 40, per metà con il centrodestra e per metà con il centrosinistra. Curiosamente, a protestare di più sono i Comuni vicini a quelli in cui è prevista l’opera: questi ultimi si oppongono nel 54,4 per cento dei casi, quelli confinanti nel 90 per cento. E questo perché spesso i Comuni vicini prevedono di essere danneggiati senza ottenere in cambio le compensazioni (le royalties degli impianti, per esempio) previste per la città ospite.

L’impatto sull’ambiente rimane la prima causa delle proteste (24,6 per cento), seguita dagli effetti sulla qualità della vita (19,4) e dalla carenza di coinvolgimento politico nelle scelte (18 per cento) e dai rischi per la salute (12,9). In ogni caso, secondo Aris, “comprendere le motivazioni degli oppositori” sarebbe “un passo importante per riuscire a gestire e, potenzialmente, a risolvere i casi di contestazione. “Ma il modello della cosiddetta inchiesta pubblica, cioé una comparazione di costi e benefici sul modello della legge francese, da noi è ancora lontano”

Fonte: La Repubblica

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