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Crisi e clima fanno aumentare il prezzo del cibo

Thursday, November 18th, 2010

Mangiare costerà di più. E se nell’opulento Occidente l’aumento dei prezzi della materie prime sarà avvertito meno, nei paesi più poveri o in via di sviluppo questo fattore avrà importanti ripercussioni sul tessuto sociale. L’allarme viene dalla Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione, che questa mattina a Roma presenta il rapporto sulle commodities alimentari. «Prevediamo – dicono gli esperti della Fao – che al termine del 2010 il costo delle importazioni alimentari aumenterà dell’11 per cento per i paesi più poveri e del 20 per cento per i paesi a basso reddito con deficit alimentare. Il costo totale delle importazioni alimentari a livello mondiale con tutta probabilità supererà nell’anno in corso il tetto dei mille miliardi di dollari, in linea con il record registrato nel 2008».

PREVISIONI - L’agenzia dell’Onu avverte la comunità internazionale che si annunciano tempi non facili, a meno che nel 2011 la produzione delle principali colture alimentari non aumenti in modo significativo. Infatti, anche a causa di sfavorevoli condizioni atmosferiche e contrariamente alle previsioni precedenti, la produzione cerealicola mondiale sembra avviarsi verso una contrazione annuale del 2 per cento, a fronte di un aumento previsto dell’1,2 per cento solo lo scorso giugno. Gli stock cerealicoli potrebbero così ridursi notevolmente. Secondo la Fao, le quantità di cereali immagazzinate nel mondo caleranno del 7 per cento, quelle di mais del 12 per cento, di grano del 10 per cento, mentre l’orzo subirà un crollo del 35 per cento. Solamente le riserve di riso si prevedono in aumento, con una crescita dei volumi nell’ordine del 6 per cento. Inevitabilmente queste variazioni di quantità si rifletteranno sui prezzi, sia all’ingrosso che finali. Secondo la Fao, «il volume della produzione del prossimo anno sarà cruciale per la stabilità dei mercati internazionali».

I PICCHI DELLO ZUCCHERO - Sotto osservazione, oltre ai cereali, anche altre derrate, come i semi di soia, lo zucchero e il cotone. In particolare lo zucchero è stato nei mesi scorsi una delle prime ragioni dell’aumento dei prezzi del paniere alimentare globale, tanto da superare i massimi da trent’anni a questa parte. Ma sui massimi livelli di prezzo c’è anche la manioca, un tubero coltivato in Sudamerica, al massimi da 15 anni, mentre in misura più contenuta, ma ugualmente preoccupante, è cresciuto anche il livello dei prezzi dell’intero settore ittico. Nel dettaglio, la produzione cerealicola è attesa a 2.216,4 milioni di tonnellate, in calo dalle 2.263,4 milioni di tonnellate della raccolta precedente (-2,1 per cento), con stock finali pari a 512,5 milioni di tonnellate in flessione dai 552,4 milioni di tonnellate precedenti (-7,2 per cento). Colpisce la parabola dello zucchero, che tocca i massimi di prezzo a fronte di una produzione in crescita sostenuta (+7,75 per cento) a 168,8 milioni di tonnellate, con la produzione che supera i consumi e i prezzi ugualmente in tensione

La Fao avverte del pericolo: «I prezzi internazionali potrebbero ancora salire se la produzione l’anno prossimo non aumenterà, in modo significativo, per mais, semi di soia e grano». Anche il prezzo del riso, la cui offerta è al momento più che adeguata rispetto ad altri tipi di cereali, potrebbe risentirne, se i prezzi delle altre principali colture alimentari dovessero continuare a lievitare.

Stefano Righi
Fonte: Corriere della Sera

Acqua, ecco costi e sprechi

Friday, September 24th, 2010

Il “Blue Book 2010″ fa il punto sulle condizioni d’utilizzo delle risorse idriche. L’acqua potabile è ancora “economica” ma su scala globale la siccità è costata all’Europa 100 mld in 30 anni. E il nostro Paese è tra quelli che tendono a consumare oltre il livello disponibile di ANTONIO CIANCIULLO

Quanto ci costa l’acqua? Quella del rubinetto, su cui si concentra la maggior parte dell’attenzione, ha tutto sommato un costo contenuto: in media 1,37 euro a metro cubo, cioè poco più di un millesimo di euro a litro. Ma la mancanza di acqua (determinata in parte dalla cattiva gestione, in parte dagli sprechi, in parte dai cambiamenti climatici) è costata all’Europa in termini di siccità 100 miliardi di euro negli ultimi 30 anni. E per rimettere in regola il sistema completando la rete degli acquedotti, delle fogne e della depurazione, serviranno 64 miliardi di euro nei prossimi 30 anni. Sono alcuni dei dati contenuti nel “Blue Book 2010″, lo studio che ogni anno fotografa la situazione del servizio idrico in Italia.

L’analisi parte dalla definizione della situazione europea: le risorse totali di acqua dolce sono relativamente abbondanti (2,3 milioni di metri cubi l’anno) e solo il 13% di questa quantità viene utilizzata. Ma in 12 Paesi, concentrati soprattutto nell’area del Mediterraneo, c’è una situazione critica. Con un indice di sfruttamento idrico (il rapporto tra il totale dell’acqua dolce utilizzata e il totale della risorsa rinnovabile disponibile) superiore al 20% esiste infatti una condizione di stress e con un indice superiore al 40% lo stress diventa grave e la situazione insostenibile nel lungo periodo. Ebbene, sette paesi (in cui vive il 32% della popolazione europea) soffrono di un lieve stress idrico (Romania, Belgio, Danimarca, Grecia, Turchia, Portogallo e Regno Unito), mentre altri quattro (18% della popolazione) si trovano in una condizione peggiore (Cipro, Malta, Italia e Spagna) e nel caso di Cipro si parla di stress grave.

A questo quadro preoccupante si è arrivati anche per il crescente uso dell’irrigazione: il 30-40% dei prodotti agricoli a livello mondiale viene coltivato nel 16 % di terre agricole irrigate e la percentuale salirà all’80 per cento nei prossimi 30 anni. L’Italia - informa il Blue Book - è al primo posto in Europa sia per i consumi di acqua per abitante, sia per la maggiore estensione agricola irrigata: “Questa superficie, unitamente alla superficie agricola non irrigata, potrebbe dare sostentamento a circa 200 milioni di abitanti, eppure il nostro paese presenta un deficit commerciale in campo alimentare. Gran parte della quantità di cibo prodotta dalla nostra agricoltura, infatti, viene distrutta perché i vincoli internazionali, primi fra tutti quelli dell’Unione Europea, non ne consentono la commercializzazione”.

Infine, per quanto riguarda i consumi domestici, secondo un’indagine dell’Ocse, i principali sono dovuti all’igiene personale (33% per docce e bagno ed 10% per lavandini), seguiti dall’uso della toilette (31%), dagli elettrodomestici (11% per le lavatrici e 3% per le lavastoviglie). I consumi esterni, principalmente dovuti a giardinaggio e piscine, rappresentano circa il 3% del totale

Acqua, l’Italia dovrà investire 64 miliardi nei prossimi 30 anni

Wednesday, September 22nd, 2010

 Centotrentaquattro euro l’anno. È quanto le famiglie italiane spendono per il consumo di 100 metri cubi di acqua. 201 euro se, come avviene più spesso, il consumo è di 150 metri cubi l’anno. Spesa che dal 2008 al 2010 è aumentata del 6,5%. Ma non basta. Tra il 2010 e il 2020 gli aumenti cresceranno. Del 3% in media. Del 7,2% e del 4,3% nelle isole e nel meridione. È la fotografia scattata dal «Blue Book», il rapporto sul mondo dell’acqua realizzato da Anea (Associazione nazionale autorità e enti di ambito) e Utilitatis secondo il quale, per mantenere il ciclo dell’acqua (acquedotto, fognatura e depurazione) nei prossimi trent’anni sarà necessario 64,12 miliardi di euro. Qualcosa come 2,13 miliardi l’anno. Vale a dire che le società che gestiscono il servizio idrico potrebbero investire 37,32 euro per abitante all’anno, per i prossimi 30 anni.

CHI FINANZIA - Una stima a cui il «Blue Book» è arrivato analizzando gli investimenti programmati per i prossimi piani di intervento: 42,11 miliardi di euro, l`11,3% dei quali (4,76 miliardi) finanziati con fondi pubblici. Estendendo a livello nazionale e per trent’anni si arriva ai 64,12 miliardi di euro. Per gli acquedotti si parla di circa 15,75 miliardi di euro (di cui il 60% destinato a manutenzione straordinaria), mentre per fognatura e depurazione sono previsti interventi complessivi per 18,83 miliardi di euro (il 51,7% dei quali rivolto alla manutenzione di opere preesistenti).

FAMIGLIE - Tornando alla spesa degli italiani il rapporto rileva che una famiglia di tre persone arriva a toccare i 21,9 euro al mese. Gli esborsi più elevati si registrano in Toscana (193 euro l’anno per un consumo di 100 mc e 301 per 150 mc), Liguria (rispettivamente 178 e 258 euro l’anno) ed Emilia Romagna (173 euro e 270 euro). La spesa più contenuta si riscontra invece in Molise (43 euro l’anno per 100 mc e 73 per150 mc) e in Lombardia (rispettivamente 60 e 91 euro). A Roma la spesa idrica per una famiglia di tre persone è mediamente di 204 euro l’anno

MENO DELLE SIGARETTE - Nel dettaglio il prezzo medio nazionale risulta composto per il 90,9% da componenti a copertura costi: il peso maggiore è del servizio di acquedotto (47,1%), seguito dalla quota di depurazione (26,5%) e da quello di fognatura (11,3%). La quota fissa incide sul prezzo complessivo per il 6,1%. Nel 2010, la tariffa media si è attestata a 1,37 euro per metro cubo. Si stima che nel 2020 si arriverà a 1,63 euro. Tariffe più alte sono previste in Toscana (1,92 euro/mc), più contenute in Lombardia (0,99 euro/mc). Nonostante gli aumenti, però, l’acqua continua ad essere uno dei servizi più economici, che incide per lo 0,8% sulla spesa media mensile di una famiglia di tre componenti, molto meno di trasporti ed energia, ma anche meno rispetto a quanto si spende per le sigarette.

Redazione Online

Fonte: Corriere della Sera

Il solare costa meno del nucleare

Tuesday, July 27th, 2010

Oggi negli Stati Uniti la produzione di energia solare costa meno di quella nucleare. Lo afferma un articolo pubblicato il 26 luglio sul New York Times, che riprende uno studio di John Blackburn, docente di economia della Duke University. Se si confrontano i prezzi attuali del fotovoltaico con quelli delle future centrali previste nel Nord Carolina, il vantaggio del solare è evidente, afferma Blackburn. «Il solare fotovoltaico ha raggiunto le altre alternative a basso costo rispetto al nucleare», afferma Blackburn, nel suo articolo Solar and Nuclear Costs - The Historic Crossover, pubblicato sul sito dell’ateneo. «Il sorpasso è avvenuto da quando il solare costa meno di 16 centesimi di dollaro a kilowattora» (12,3 centesimi di euro/kWh). Senza contare che il nucleare necessita di pesanti investimenti pubblici e il trasferimento del rischio finanziario sulle spalle dei consumatori di energia e dei cittadini che pagano le tasse.

 

COSTI FOTOVOLTAICO IN DISCESA - Secondo lo studio di Blackburn negli ultimi otto anni il costo del fotovoltaico è sempre diminuito, mentre quello di un singolo reattore nucleare è passato da 3 miliardi di dollari nel 2002 a dieci nel 2010. In un precedente studio Blackburn aveva dimostrato che se solare e eolico lavorano in tandem possono tranquillamente far fronte alle esigenze energetiche di uno Stato come il Nord Carolina senza le interruzioni di erogazione dovute all’instabilità di queste fonti. I costi dell’energia fotovoltaica, alle luce degli attuali investimenti e dei progressi della tecnologia, si ridurrà ulteriormente nei prossimi dieci anni.

COSTI NUCLEARE IN CRESCITA - Mentre, al contrario, i nuovi problemi sorti e l’aumento dei costi dei progetti hanno già portato alla cancellazione o al ritardo nei tempi di consegna del 90% delle centrali nucleari negli Stati Uniti, spiega Mark Cooper, analista economico dell’Istituto di energia e ambiente della facoltà di legge dell’Università del Vermont. I costi di produzione di una centrale nucleare sono regolarmente aumentati e le stime sono costantemente in crescita.

Redazione online

Fonte: Corriere della Sera

Come risparmiare sulla bolletta

Friday, July 2nd, 2010

Accendere la lavatrice o la lavastoviglie di sera, di notte e nei fine settimana sarà più conveniente. Un poco più conveniente, va subito detto. Perché in questi orari (e giorni) il costo dell’energia elettrica sarà più vantaggioso. Debutta infatti la cosiddetta «tariffa bioraria per tutti». O almeno: da oggi, per cominciare, per quattro milioni e mezzo di famiglie, che ad agosto saliranno a undici e a fine anno venti. Praticamente quasi tutte quelle che ancora non hanno optato per un’offerta sul libero mercato (nove su dieci), che continuano a consumare in base alle tariffe regolate dall’Autorità per l’energia e che ora automaticamente si vedranno addebitare costi di consumo diversi a seconda del momento in cui il loro contatore inizierà a girare. Due tariffe, appunto. Una più vantaggiosa — indicata in bolletta come F23 — se si consuma dalle 19 alle 8 ma anche il sabato e nei giorni festivi. E una più alta — definita F1 — se si usa energia elettrica dalle 8 alle 19 dei giorni feriali quando la richiesta è più elevata.

Il «debutto»
L’introduzione della «bioraria» sarà graduale. Innanzitutto quanto a differenza tra le due tariffe: per i primi 18 mesi, e cioè fino alla fine del 2011, sarà limitata al 10%, dal 2012 sarà invece più marcata. Ma poi, come s’è detto, anche quanto a numero di famiglie interessate. Da oggi la «bioraria» viene applicata a famiglie che, spiega Marco Bulfon, responsabile Prezzi e Tariffe di Altroconsumo: «Utilizzano la tariffa del cosiddetto servizio di maggior tutela (indicato in bolletta con le sigle D2 e D3 monoraria); che nelle ultime tre bollette si sono ritrovati i consumi ripartiti nelle due fasce di riferimento; che sempre attraverso le ultime tre bollette sono stati informati del cambiamento a partire dal 1° luglio». Si tratta in ogni caso di famiglie già dotate del contatore elettronico già riprogrammato per leggere a distanza i consumi in base a fasce orari.

Cosa fare per risparmiare
L’autorità per l’energia ha fornito le indicazioni per risparmiare grazie alla fascia bioraria transitoria: «Bisognerà concentrare almeno i due terzi dei consumi (il 67%) nelle ore più vantaggiose». Aggiunge Bulfon: «Per chi già effettua più dei due terzi dei propri consumi nella fascia serale, potrebbe essere conveniente sottoscrivere già la cosiddetta bioraria a richiesta in cui la differenza di prezzo tra la fascia diurna e quella serale è più ampia». Per risparmiare bisogna utilizzare innanzitutto gli elettrodomestici che consumano di più negli orari in cui si spende meno. Vale a dire: lavastoviglie, lavatrici, forni elettrici. Ciascuno di questi «mangia» in media 2 kWh. Attenzione però al sovraccarico: il contatore elettronico è più preciso e superati i 3,3 kW (la potenza media) salta. E visto che aumentare la potenza costa, l’Autorità sta valutando la possibilità di garantire i 4 kW senza ulteriori costi per l’utente. La classe energetica di ogni elettrodomestico, va da sè, fa la differenza.

Avvantaggiati e svantaggiati
Ma la differenza maggiore in fatto di risparmi la farà il profilo della famiglia-consumatrice. Il single che lavora tutto il giorno accende lavastoviglie, lavatrice e ferro da stiro solo la sera o nel fine settimana non avrà difficoltà ad allinearsi alla «bioraria». Passaggio naturale anche per le famiglie che seguono lo stesso stile di vita. Dovranno aggiustare un po’ il tiro le famiglie che concentrano più di un terzo dei consumi elettrici tra le 8 e le 19. Svantaggiati invece i pensionati, le casalinghe e tutti quelli che lavorano in casa. Perché se è vero che un kWh nella fascia bassa costa un centesimo in meno, in quella alta ne costa uno in più.

Famiglie a confronto
Ma quanto effettivamente farà risparmiare la «bioraria»? L’associazione dei consumatori Altroconsumo ha preso in considerazione due tipologie di famiglie e ha provato a calcolare l’effettivo risparmio. Prendiamo una famiglia di cinque persone: figli in età scolare, consumo annuo di 4270 kWh. Se ha un comportamento virtuoso (24% dei consumi in fascia di punta, 76 in fascia agevolata) spende con la monoraria 859,87 euro l’anno, con la bioraria transitoria 856,06 e con la bioraria a richiesta 849,62. Il risparmio? Tre euro e 81 centesimi con la transitoria (-0,4%) e 10,25 con la bioraria a richiesta (-1,2%). Una famiglia di tre persone, invece, di cui una sempre a casa, con un consumo annuo di 3012 kWh e un comportamento virtuoso che concentra il 70% dei consumi nella fascia vantaggiosa spende in un anno rispettivamente 510,09 euro (monoraria), 509,12 (bioraria transitoria) e 507,48 (a richiesta). Con un risparmio dato dalle biorarie di 0,97 euro e 2,61 euro. Pochissimo, soprattutto se confrontato con quelli garantiti ad esempio dalla tariffa Luce sconto sicuro di Edison, quella al momento più vantaggiosa sul libero mercato segnalata dai consumatori ma anche dall’Autorità dell’Energia attraverso il suo «Pesa consumi»: oltre 70 euro di risparmio per la famiglia da 5 persone e 40 per quella da 3. Da Altroconsumo avvertono: «I risparmi contenuti sono l’effetto della scelta di procedere per passi graduali e permettere alle famiglie di abituarsi alla doppia tariffa. Col 2012 la differenza tra giorno e notte sarà maggiore». Certo: «Quello che salta all’occhio è che il libero mercato offre sempre meglio. E se non si impone è perché oggi per il consumatore è impossibile calcolare la tariffa che fa per lui». Per provarci: il «Pesa consumi» (www.autorita.energia.it) o il calcolatore interattivo di Altroconsumo (www.altroconsumo.it).

 

Alessandra Mangiarotti
Fonte: Corriere della Sera

Frane: oltre 1 mld anno per riparare danni in Italia

Thursday, June 17th, 2010

Geologi riuniti a Roma lanciano 5 proposte per la prevenzione

di Enrica Battifoglia

ROMA - D’ora in poi ci saranno solo “disastri annunciati”: i 15.000 geologi italiani denunciano compatti che in Italia il territorio “é un malato grave” che richiede interventi di prevenzione programmati e costanti. Si sono riuniti oggi a Roma, nel Forum sul dissesto idrogeologico per chiedere di “abbandonare la politica del cerotto, basata sugli interventi post-disastro”. L’incontro, organizzato dagli Ordini regionali e dal Consiglio nazionale dei geologi, è stata l’occasione per fare i conti: si calcola che per le emergenze l’Italia spende oltre un miliardo l’anno da almeno 20 anni e che nello stesso periodo le vittime di questi eventi sono state oltre 100.000, con danni superiori ai 25 miliardi. In generale riparare i danni costa in media 10 volte in più che prevenirli. Per questo “con piccoli interventi di manutenzione ordinaria si riesce ad evitare danni ricorrenti”, ha detto il presidente dell’Ordine dei Geologi del Lazio, Eugenio Di Loreto. “Un’inversione di rotta che conduca a modificare i comportamenti di ciascuno” è quanto ha auspicato il presidente dei Geologi della Sicilia, Gian Vito Graziano. In generale, ha detto il presidente dei Geologi delle Marche, Enrico Gennari, in tutte le regioni il tasso di urbanizzazione é stato del 300% e questo significa che “la soglia di vulnerabilità è aumentata di tre volte”. A questo punto, ha aggiunto, “nessuno può dire in buona fede che non sapeva”. Sarebbero evitabili, secondo gli esperti, frane dalle conseguenze drammatiche come quelle di Sarno, Soverato, Giampilieri, Scaletta Zanclea o Maierato. “Esiste ancora una differenza troppo marcata tra la geologia buona, quella dei professionisti e degli studiosi che si pongono i problemi e tentano di risolverli, anche con qualche divieto, e quella mediocre, fatta di compromessi e mezze verità che non fanno il bene del territorio”, ha detto il presidente dei Geologi el Molise, Pierfederico De Pari. Almeno 5 le proposte lanciate oggi a conclusione del Forum: - destinare alla prevenzione il 10%-20% della cifra stanziata per le emergenze; - stringere un “patto di stabilità territoriale”, che preveda una quota fissa del bilancio (circa il 20%) delle strutture amministrative destinata alla prevenzione; - modificare la composizione del Consiglio superiore dei lavori pubblici, includendo una quota di geologi pari al 25% dei suoi membri; attualmente, hanno rilevato i geologi, dei 102 tecnici che ne fanno parte soltanto uno è un geologo; - istituire il “fascicolo del fabbricato”, un documento che racconti la storia di un edificio. “Forse avremmo saputo qualcosa di più sulla Casa dello studente a l’Aquila”, ha detto il presidente dei geologi della Liguria, Giuliano Antonielli; - promuovere la figura del “geologo di distretto”, come l’ha chiamato il presidente dei Geologi del Veneto, Paolo Spagna.

I 5 GRANDI DISASTRI DEGLI ULTIMI 16 ANNI

Sono cinque i principali disastri dovuti al dissesto idrogeologico che si sono verificati negli ultimi 16 anni in Italia, Paese a forte rischio di frane e alluvioni, secondo solo a quello dei terremoti. I dati sono stati presentati oggi a Roma, nel Forum nazionale sul dissesto idrogeologico organizzato dagli Ordini regionali e dal Consiglio nazionale dei geologi. - 1994, novembre: un’alluvione colpisce l’Italia nord-occidentale e in soli 5 giorni produce danni stimati fra 8 e 13 miliardi di euro; sono oltre 10.300 i senzatetto nelle regioni colpite dalle alluvioni. I danni maggiori si registrano in Valle d’Aosta (Aosta), Piemonte (Torino, Asti, Cuneo, Alessandria e Vercelli), Lombardia (Pavia e Varese) e Toscana (Massa Carrara e Lucca). Complessivamente sono colpiti 461 comuni, le vittime sono 68. - 1998, 5 e 6 maggio: nel Salernitano colate rapide di detriti e fango sommergono i comuni di Sarno e Quindici, provocando 160 vittime e danni per 550 milioni di euro. Sono oltre 43 le frane censite dai geologi impegnati nell’area del disastro, quasi la metà delle quali si sono verificate solo nel territorio di Sarno. Tutti gli smottamenti, inoltre, hanno seguito le linee di impluvio naturale dei monti trasportando il materiale a valle con grande forza cinetica, cioé molto più velocemente di una normale frana, cosa che ha prodotto danni enormi alle strutture edilizie. - 2000, ottobre-novembre: oltre 40.000 persone in Piemonte e Valle d’Aosta vengono evacuate a causa dell’alluvione del Po; i danni complessivi sono stimati in oltre 5,6 miliardi di euro. - 2002, novembre: frane in Lombardia provocano danni a opere pubbliche, infrastrutture e opera di difesa del suolo per 640 milioni di euro. Ingenti anche i danni alle strutture private, valutati in 115 milioni di euro. Le frane, oltre ai danni materiali, portano all’evacuazione di intere frazioni o aree di paesi con pesanti ricadute, di ordine anche psicologico, sulle persone coinvolte. - 2006, agosto: dalla parete nord del corno del Gran Sasso si stacca un costone di roccia provocando un movimento di 30.000 metri cubi di pietre e rocce, per un fronte di 80 metri di larghezza. La nuvola di polvere scesa sull’autostrada A24 Roma-L’Aquila-Teramo riduce la visibilità a zero. Fortunatamente, però, l’evento non provoca danni.

IN 5 REGIONI 100% COMUNI AD ALTO RISCHIO

Valle d’Aosta, Umbria, Molise, Calabria e Basilicata sono le regioni nelle quali il 100% dei Comuni è a rischio di frane o inondazioni. Fanno parte degli oltre 6.600 comuni italiani ad alta criticità idrogeologica, pari all’81,9% dei comuni italiani. I dati, presentati oggi a Roma nel Forum “Le frane in casa”, si basano sui Piani regionali per l’assetto idrogeologico (Pai) e sulle mappe elaborate dal Cresme (Centro ricerche economiche sociali di mercato per l’edilizia e il territorio). Da queste ultime risulta inoltre che nel 2009 ben 3.458 scuole e 89 ospedali erano costruiti in zone ad alto rischio di alluvioni e frane. In entrambi i casi, rilevano i geologi, Napoli risulta essere la provincia con il maggior numero di edifici pubblici costruiti in aree a rischio. Complessivamente oggi in Italia sono censite 485.000 frane, che colpiscono un’area di circa 21.000 chilometri quadrati, pari al 6,9% del territorio nazionale. Eventi di questo tipo non sono certamente una sorpresa e prevenirli, rilevano i geologi, è sicuramente possibile. Basti considerare che delle circa 9.000 località italiane colpite da frane, oltre il 25% è stato colpito più di una volta e in oltre il 40% le alluvioni avvengono in modo ricorrente. In un Paese dove “il terreno è in costante movimento”, come dicono i geologi, nell’ultimo secolo ogni regione è stata colpita più volte. Si calcola inoltre che fra il 1900 e il 2002 si sono verificate 4.016 tra frane e inondazioni, 1.600 delle quali hanno provocato vittime (5.202 per frane e 2.640 per alluvioni) con una frequenza di circa 8 eventi fatali l’anno. Le persone rimaste senzatetto sono state oltre 700.000, il 75% delle quali a causa di inondazioni.

Fonte: Ansa.it

Quanto costerà l’energia nucleare? Citigroup smentisce le rosee previsioni del Governo

Friday, January 22nd, 2010

Quale sarà il costo dell’energia elettrica dopo il ritorno al nucleare contestato e pericoloso? Avrà più o meno il prezzo delle patate, dice il Governo.

Per niente. Sarà ben più cara di ora se si prendono come punto di riferimento le valutazioni di Citigruoup, la più grande azienda di servizi finanziari nel mondo, relative ai costi e ai rischi degli investimenti nelle centrali nucleari.

Ora l’energia elettrica costa circa 65 euro per megawatt. Che l’energia nucleare costerà come le patate, o giù di lì, l’ha detto l’altro giorno il sottosegretario allo Sviluppo economico, Stefano Saglia, a margine del convegno sul nucleare organizzato dall’Enea.

L’Ansa registra la sua dichiarazione: nel momento in cui le centrali nucleari funzioneranno a regime in Italia, il costo dell’energia potrà scendere a 40 euro per megawatt. Il costo, ha spiegato, viene calcolato sulla base dell’impianto di finanziamento, a 40 anni, da parte delle banche.

Ben diversi i calcoli di Citigroup diffusi da Greenpeace nel briefing “Bufale nucleari”. Il punto di partenza è il rapporto “New Nuclear, The Economics Say No” pubblicato nel novembre 2009 da Citi Investment Research & Analysis, divisione di Citigroup Global Market.

Citigroup afferma in sostanza che ci saranno costi più alti e tempi più lunghi del previsto per la costruzione dei nuovi reattori. Nell’ipotesi di maggiori costi pari al 20% e di ritardi di due anni nella costruzione, il prezzo dell’energia dovrà essere pari ad almeno 70 euro per megawatt affinchè gli investimenti siano ragionevoli.

Cioè più alti rispetto ai 65 euro attuali e molto, molto più alti rispetto alle rosee indicazioni del sottosegretario.

Si può aggiungere che le previsioni di Citigroup peccano di manifesto ottimismo se si prende come punto di riferimento il reattore finlandese di Olkiluoto. Un reattore Epr come quelli che si vogliono costruire in italia.

Olkiluoto è ancora in costruzione. Doveva entrare in funzione tre anni fa e nessuno si azzarda a prevedere quando sarà ultimato. Nel frattempo i costi sono aumentati del 50%. Altro che i due anni di ritardo e maggiori costi del 20% preventivati da Citigroup…

Su Ansa il costo dell’energia nucleare secondo il sottosegretario Saglia

Il briefing “Bufale nucleari” diffuso da Greenpeace

Foto Flickr

Fonte: Blogeko

Il maltempo costa 200 milioni

Sunday, January 10th, 2010
Spazzate via intere coltivazioni, distrutti i campi appena seminati
MAURIZIO TROPEANO
Le prime stime provvisorie che arrivano dalle varie sedi provinciali della Cia-Confederazione Italiana Agricoltori parlano di danni all’agricoltura provocati dall’ondata di maltempo che superano i 200 milioni. Anche le altre organizzazioni agricole hanno avviato un monitoraggio della situazione. Confagricoltura mette subito le mani avanti lanciando un allarme contro il rischio di speculazione: «Allo stato attuale dei fatti qualsiasi aumento dei prezzi al consumo non è giustificabile».Secondo la Coldiretti la situazione nel Lazio e nell’Umbria rischia di aggravare il pesante bilancio dei giorni scorsi in Toscana con interi vivai distrutti e danni alle coltivazioni di ortaggi e cereali. In diverse aree rurali l’impossibilità dei terreni di assorbire le enormi quantità di acqua cadute in breve tempo ha favorito in molti casi lo scorrimento superficiale con il trasporto di fango e detriti con frane e smottamenti.In quelle zone i dirigenti della Cia hanno verificato la distruzione in campo aperto di ortaggi e verdure. Secondo la Confederazione sono state «spazzate via intere produzioni di insalata, di cavoli, di cavolfiori, di cicoria, di radicchio, di carciofi, di verza, di spinaci». E sono stati devastati dalle acque i campi appena seminati a cereali. In alcune zone deve essere effettuata la risemina del grano. Ma ci sono anche timori per le strutture agricole (capannoni, serre, stalle, silos) e per il bestiameIn difficoltà anche i vivai, soprattutto quelli della provincia di Pistoia. Secondo Coldiretti «molti vivaisti specializzati in coltivazioni di ligustrum, mimosa e palme che nei giorni precedenti la nevicata avevano iniziato a causa delle alte temperature il processo vegetativo. Seriamente danneggiate anche alcuni vivai legati essenzialmente alle produzione di piante di rose, di olivi e le essenze tipiche come il cipresso toscano e quello giallo: rovinati l’apice e la punta dei rami. Per i vivai specializzati in arte topiaria ed essenze mediterranee si parla di un 80% di produzione danneggiata.

La stima complessiva dei danni potrà essere fatto solo più in là quando. Ad oggi, infatti, si possono calcolare solo i danni derivanti dalla perdita di prodotto e dalla necessità di ripetere le semine dei cereali. Poi si dovrà capire quando l’ondata di freddo avrà fatto salire il costo del riscaldamento per le serre. E poi ci saranno da conteggiare le spese legate al fattore logistica e dunque alla difficoltà di rispettare i tempi di consegna soprattutto a favore della grande distribuzione organizzata nelle regioni del Nord e nei Paesi Ue. L’organizzazione guidata da Giuseppe Politi «solleciterà la delimitazione delle zone colpite dal maltempo al fine di richiedere lo stato di calamità naturale. Tanto più che si continuano a registrare anche grandi difficoltà nei collegamenti nelle strade di campagne e in quelle che conducono nei centri rurali».

L’altra faccia della medaglia del maltempo è la disponibilità degli agricoltori a mettere a disposizione i loro trattori per lo sgombero della neve in accordo con la protezione civile.

Fonte: La Stampa

Quanto ci costa un mondo pulito diminuire le emissioni è low cost

Wednesday, December 23rd, 2009

 Il numero, nell’intesa uscita da Copenaghen, non c’è, ma prima o poi, mettersi al lavoro per dimezzare, entro il 2050, le emissioni di anidride carbonica, rispetto al 1990, sarà inevitabile, se non si vuole che l’impatto dell’effetto serra (siccità, inondazioni, secondo gli scienziati) ci travolga, aumentando la temperatura media del pianeta di più di 2 gradi. È un taglio da guardare con timore, una medicina necessaria, ma amarissima? I passi da compiere li conosciamo: abbattere i consumi di combustibili fossili, come petrolio, carbone, gas, espandere massicciamente le centrali ad energia pulita (sole, vento, nucleare). Si tratta di investimenti enormi. In più, tutte le industrie che emettono CO2 dovranno pagare per i diritti alle emissioni e scaricheranno i maggiori costi sui prezzi.

Una valanga che travolgerà il nostro stile di vita, costringendoci a rinunce e penitenze? La risposta è no. Dimezzare le emissioni non significa che saremo costretti ad andare in giro in sandali e lana grezza. Al contrario, gli effetti sulla vita quotidiana sono straordinariamente limitati.

I modelli econometrici hanno un valore di predizione necessariamente limitato, tanto più quando si tratta di prevedere il comportamento dei prezzi, da qui a quarant’anni. Se prestiamo fede ai più recenti esercizi degli economisti, tuttavia, meno emissioni non significano disastro in vista. Secondo uno studio della scorsa estate della Northwestern University, tagliare le emissioni del 50 per cento comporterebbe, negli Stati Uniti, un aumento generale del prezzi al consumo non superiore, in media, al 5 per cento. È vero, però, che, per arrivare ad un taglio globale del 50 per cento delle emissioni, i paesi industrializzati dovrebbero ridurre le loro (come ha già annunciato di voler fare Obama), dell’80 per cento. Ma anche questo taglio non avrebbe effetti drammatici, secondo il Pew Center on Global Climate Change: “Anche tagliare le emissioni dell’80 per cento nell’arco di quattro decenni avrebbe, nella gran parte dei casi, un effetto molto limitato sui consumatori”.

Lo stesso vale per l’Europa. La rivista New Scientist ha commissionato a Cambridge Econometrics - una società di consulenza che fornisce regolarmente, sul cambiamento climatico, modelli econometrici al governo britannico, ma a scadenza più ravvicinata - una previsione dell’impatto sui prezzi, per i consumatori inglesi, di un taglio delle emissioni, al 2050, dell’80 per cento, rispetto al 1990. I ricercatori ci sono arrivati, prendendo come riferimento l’esperienza storica. Cioè quanto, in passato, i mutamenti del costo dell’energia hanno influenzato i prezzi di 40 diversi prodotti di consumo. Risultato? L’impatto, sui prezzi di gran parte dei prodotti di consumo è modesto: l’1-2 per cento. Il prezzo del cibo aumenterebbe, in media, dell’1 per cento, come quello dei vestiti e delle automobili. Una pinta di birra costerebbe il 2 per cento in più, un pc portatile da 1.000 euro ne costerebbe 1.020. Anche una lavatrice o un frigorifero costerebbero solo il 2 per cento in più.

Questo avviene perché l’energia necessaria a produrre questi beni rappresenta, appunto, l’1-2 per cento del prezzo finale. I beni e i prodotti in cui l’energia pesa di più subirebbero una spinta assai più forte, ma sono relativamente pochi. La bolletta dell’elettricità, ad esempio, rincarerebbe del 15 per cento. E ancora di più i viaggi aerei, dove l’energia rappresenta oltre il 7 per cento del prezzo finale. Dato che le compagnie aeree, al momento, non hanno un’alternativa a basso contenuto di anidride carbonica come combustibile, pagarsi i diritti alle emissioni sarebbe un costo pesante. Cambridge Econometrics prevede un aumento del 140 per cento del prezzo dei biglietti aerei.

In effetti, i calcoli del modello presuppongono due ipotesi. La prima è che il governo fornisca incentivi ai cittadini perché, invece del gas, usino l’elettricità per la cucina e, soprattutto, il riscaldamento. La seconda è che il governo stesso investa massicciamente nelle infrastrutture necessarie per le auto elettriche. Da qui a 40 anni, non sono, però, ipotesi remote. E, comunque, dice un altro studio, realizzato da un gigante mondiale della consulenza, come McKinsey, hanno un peso relativo: “Quattro quinti delle riduzioni nelle emissioni - sostengono gli analisti della McKinsey - possono essere realizzati sfruttando tecnologie che già oggi esistono su scala commerciale”. Basterebbe, dicono, un prezzo dei diritti alle emissioni di 50 dollari per tonnellata di CO2. “E il 40 per cento delle riduzioni - aggiungono - di fatto consentono di risparmiare soldi”.

Ma allora, le previsioni catastrofiche, come quelle di un luminare di Yale, William Nordhaus, secondo il quale stabilizzare clima e temperature costerebbe, solo agli Usa, 20 mila miliardi di dollari? Si tratta di intendersi. Stephen Schneider, di Stanford, ha rifatto i conti di Nordhaus. I 20 mila miliardi di dollari, infatti, non sono il costo immediato, ma al 2100. Se si assume che, da qui ad allora, l’economia americana crescerà in media del 2 per cento l’anno, un ritmo abbastanza ordinario per il gigante Usa, il prezzo da pagare per salvare il pianeta non sembra un granché: “Vuol dire solo - secondo Schneider - che gli americani dovranno aspettare il 2101 per essere ricchi, quanto, senza toccare le emissioni, sarebbero stati nel 2100″.

Fonte: La Repubblica

Studio sul solare: i costi dell’energia scenderanno

Sunday, November 29th, 2009

Secondo i dati del rapporto il costo dell’elettricità prodotta sfruttando i raggi solari è destinata a scendere come diretta conseguenza della diminuzione del prezzo dei moduli solari

(Rinnovabili.it) – Secondo un rapporto della inglese New Energy Finance il costo dell’elettricità solare nel Regno Unito scenderà del 50% rispetto ai livelli del 2008 entro il prossimo anno, diretta conseguenza del calo dei prezzi dei moduli fotovoltaici.
Gli esperti, che hanno analizzato i prezzi prima che venissero concessi i sussidi statali facendo riferimento ai costi di produzione costante dell’energia per l’intero ciclo di vita dell’impianto meglio conosciuto in UK con il nome di Levelised energy cost (LEC), hanno rilevato che il prezzo dei moduli in silicio policristallino negli ultimi anni è sceso drasticamente anche a causa della recessione economica e del conseguente calo degli investimenti nell’industria per la produzione di energia pulita. Tutto ciò ha inoltre determinato un aumento delle difficoltà nell’attribuzioni dei pochi sussidi ai progetti solari presentati provocando un accumulo di moduli solari invenduti, determinato dalla diminuzione della domanda del mercato.
Il thin-film, più economico rispetto ai moduli solari cristallini, risulta per questo più appetibile per i costruttori anche se la tendenza del mercato è di mantenere i costi entro i limiti LEC.
Un recente rapporto elaborato da Lawrence Livermore National Laboratory chiamato ‘Chasing the Sun’ mostra un progressivo calo dei costi dei sistemi solari registrato nel corso del tempo: i dati parlano di un -30% negli ultimi 10 anni.
Nel 1998 il costo medio era calcolato 10,80 dollari per watt che nel 2008 è sceso a 7,5 dollari, prezzo stabile dal 2004 destinato, secondo il rapporto, a scendere ancora entro la fine dell’anno in corso.

Fonte: La Repubblica

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