Posts Tagged ‘CO2’

Falsi i dati sulle emissioni di C02 Le auto in realtà inquinano di più

Tuesday, February 23rd, 2010

Le case automobilistiche non dicono il vero sulle emissioni di C02. Questa la sconcertante realtà dell’inchiesta appena pubblicata da Auto Motor und Sport, la più grande rivista di settore d’Europa. Una denuncia forte, ma in qualche modo scontata considerando il fatto che tutte, o quasi, le dichiarazioni sui consumi medi sono false. Dopo la famosa inchiesta di Autobild e quella di Quattroruote venne infatti dimostrato che in fatto di consumi ci sono differenze abissali fra quelli reali e quelli dichiarati: si va dal 17 al 47% in più. Ma non è solo una questione di inchieste: on line abbiamo ormai migliaia di testimonianze dei nostro lettori che denunciano come le proprie vetture (divise per marca e modello) non rispettino i consumi dichiarati. Un gigantesco blog interattivo dove i messaggi dei nostri lettori valgono più di mille discorsi.

Detto questo, visto che le emissioni sono legate anche ai consumi era facile immaginare che anche in fatto di C02 ci potesse essere qualcosa di “strano”. Ma si trattava solo di supposizioni, appunto. Ora invece abbiamo una prima prova che testimonia come perfino le auto più virtuose in fatto di ambiente poi tanto virtuose non siano…

I dati della tabella che pubblichiamo parlano da soli, ma  -  se possibile  -  il fatto che le case automobilistiche barino sui dati di emissioni è ancora più fastidioso. E già perché mentre con i consumi chiunque si può rendere conto che i dati dichiarai sono pressoché impossibili da replicare su strada, con la C02 queste è impossibile. Insomma, bisogna fidarsi…

Il problema di tutto questo è il solito. Ossia la metodologia seguita per i test: la legge - in vigore in ben 50 Paesi - prevede infatti che i consumi e le emissioni di C02 per tragitti in città e su strada siano calcolati simulando il viaggio delle macchine su speciali rulli per un tempo complessivo di 1.180 secondi, circa 20 minuti: per 780 secondi si misura il consumo nel percorso urbano, per 400 secondi quello di un viaggio extraurbano; per un tempo massimo di 10 secondi si raggiunge invece la velocità di 120 chilometri orari.

Condizioni inesistenti. Anche perché le case costruttrici hanno la possibilità di effettuare questi test con aria condizionata spenta e con modelli completamente privi di accessori, quindi in realtà non in vendita.

Dite la vostra, come venir fuori da questa farsa?

Via la foresta, largo alle piante per biocarburanti, ma la CO2 non cala

Tuesday, February 9th, 2010

Meno alberi, più CO2, anche se la deforestazione serve a far spazio a campi per coltivare soia e canna da zucchero, con i quali realizzare biocarburanti che emettono un po’ meno anidride carbonica di quelli tradizionalii

(Rinnovabili.it) – “E’ la somma che fa il totale”. Lo diceva anni fa Totò e ancora oggi ha ragione. Questa volta parliamo del ciclo di produzione di biocarburanti. Dalla creazione dello spazio necessario (deforestazione), alla coltivazione di piantagioni da cui estrarre biocarburanti, all’utilizzo di questi da parte di automobili che poi producono emissioni meno ricche di CO2 dei carburanti tradizionali.
Ma il risparmio di CO2 che si ottiene con questo processo è minore o maggiore della quantità di CO2 che assorbivano tutti gli alberi che sono stati tagliati per far spazio alle piantagioni di vegetali che permettono di produrre biocarburanti?
Sembrerebbe di no. E allora tutto questo processo a che serve? Evidentemente le tecnologie eco-compatibili non sempre lo sono davvero.
Lo afferma uno studio tedesco pubblicato da Pnas, che conferma la già cattiva nomea di bioetanolo e biodiesel. Infatti, secondo una simulazione effettuata in ambito foresta amazzonica, il saldo del processo sopra descritto è negativo nella produzione di CO2, con un recupero previsto in addirittura oltre 200 anni.
Secondo la ricerca, che si è avvalsa di un modello matematico, sulle previsioni di crescita in Brasile delle coltivazioni per biocarburanti, si perderebbero quasi 120mila kmq. di foresta per far spazio alle coltivazioni di soia per il biodiesel e canna da zucchero per il bioetanolo. Tra la riduzione della CO2 con l’uso dei carburanti verdi e il mancato assorbimento della stessa, a causa della riduzione del polmone verde della Terra, gli scienziati hanno scoperto che il saldo é molto negativo. Per cominciare a risparmiare gas serra con questo sistema occorrerebbe attendere oltre duecento anni.
“Invece di sottrarre spazio alla foresta – conclude lo studio, la cui prima firma è di David Lapola dell’Università tedesca di Kassel – bisognerebbe aumentare la resa delle coltivazioni già esistenti, e utilizzare l’olio di palma, che ha una maggiore efficienza energetica, invece degli altri prodotti”.

I frigoriferi dei supermercati inquinano come le borse di plastica

Wednesday, February 3rd, 2010
I composti per la refrigerazione danno il 30% delle emissioni dei supermercati
Banco frigo di un supermercatoROMA
I gas utilizzati nei frigoriferi e nei freezer dei supermercati sono pericolosi per il clima e l’ambiente quanto le borse di plastica, secondo uno studio del gruppo ambientalista britannico Environmental Investigation Agency.I composti chimici rilasciati dai sistemi di refrigerazione contano per il 30% delle emissioni dirette dei supermercati, ma solo lo 0,5% dei negozi britannici hanno installato apparecchiature più verdi, si legge nel rapporto, eloquentemente intitolato “Chilling Facts”(Fatti Agghiaccianti). Tra l’altro la ricerca, svolta tra le varie catene di supermercati britannici, se la prende con la catena “etica” Co-operative Group, che si classifica al livello peggiore tra i grandi gruppi.

La Eia ha avuto difficoltà a far crescere la consapevolezza del problema. «I frigoriferi non sono sexy» spiega al quotidiano The Guardian Fionnuala Walravens, portavoce del gruppo ambientalista. «L’impatto ambientale della refrigerazione dei supermercati è un grosso problema, poco capito… Molto più grave di quello delle borse di plastica gratis».

La Eia è preoccupata dell’utilizzo generalizzato degli idroflourocarboni (Hfc) come gas refrigeranti. I supermercati sono i maggiori emettitori industriali di Hfc, introdotti in tutta fretta negli anni Novanta come alternativa più sicura ai Cfc, clorofluorocarboni e agli Hcfc, idroclorofluorocarboni, responsabili del buco dell’ozono. Gli Hfc non danneggiano lo strato d’ozono, ma hanno un forte potenziale di riscaldamento climatico.

Una tonnellata di questi gas ha un effetto riscaldante pari a 3.900 tonnellate di Co2 su un periodo di 100 anni. E le normali perdite di gas che si verificano con l’uso e la manutenzione dei frigoriferi equivale a un miliardo di viaggi in auto al supermercato.

Ci sono alternative meno dannose agli Hfc, già adottati in Svezia, Danimarca e dalle grandi multinazionali come McDonalds e Coca-Cola. Ma i supermercati sono ancora indietro e l’Eia chiede loro di rinunciare agli Hfc entro il 2015 e di rimpiazzarli con altri composti meno dannosi, come la CO2 e l’ammoniaca.

Fonte: la Stampa

WWF: a tavola bisogna fare la ‘dieta della CO2′

Tuesday, January 19th, 2010

In Gran Bretagna e in Italia in settore alimentare rappresenta uno dei più inquinanti. Il WWF in collaborazione con il FCRN invita ad adottare pratiche sostenibili che riducano l’impronta industriale ed individuale

(Rinnovabili.it) – Da un’indagine condotta da WWF UK in collaborazione con Food Climate Research Network (FCRN) è emerso che le emissioni derivanti dal settore alimentare rappresentano il 30% dell’impronta nazionale di CO2. Il fattore di maggiore incidenza sembra essere il cambio di destinazione d’uso dei terreni, caratterizzato soprattutto dal fenomeno della deforestazione, causa di un’alta percentuale di emissioni di gas serra: ogni anno vengono distrutti oltre 12mila Km quadrati di foreste, equivalenti a metà della superficie totale dell’Inghilterra, proprio per la necessità di coltivare aree sempre più estese, parte delle quali messe a pascolo.
A seguito dei dati raccolti entrambe le associazioni hanno deciso di lanciare un appello affinchè il sistema alimentare venga modificato e reso meno distruttivo oltre che meno inquinante, arrestando la deforestazione e le emissioni del settore agro-alimentare. A tal proposito il report “Quanto possiamo scendere: una valutazione delle emissioni di gas serra provenienti dal sistema alimentare del Regno Unito per una riduzione entro il 2050” analizza una serie di scenari possibili qualora non si dovesse far nulla per modificare il sistema suggerendo la possibilità di utilizzare energie pulite nella catena produttiva alimentare e razionalizzando i consumi.
In linea con il rispetto degli obiettivi volti al mantenimento dell’aumento della temperatura globale entro i 2 gradi centigradi le emissioni del settore alimentare dovrebbero esse tagliate del 70% entro il 2050, mirando a modificare anche i modelli di consumo dei cittadini.
Mark Discroll, responsabile del programma One Planet Food del WWF UK ha dichiarato: “L’impatto globale della nostra dieta sui cambiamenti climatici è davvero impressionante, il Report lo dimostra. Sembra che il target di taglio delle emissioni del 70% entro il 2050 sia un obiettivo apparentemente impossibile, ma non è così. Dobbiamo smettere di rimuginare su questi temi e avviare il cambiamento – sia in termini di tecnologie sia di abitudini individuali e collettive” ha dichiarato Mark Discroll.
Per quanto riguarda il caso italiano, analizzato dal team guidato dal professor Riccardo Valentini dell’Università della Tuscia e dalla prof.ssa Simona Castaldi della II Università di Napoli, la produzione degli alimenti nella nostra penisola risulta pari al 19% delle emissioni totali di gas serra, pari a 104 milioni di tonnellate di CO2 equivalente di cui il 45% prodotto dalla fase agricola, il 19% dai trasporti necessari per la distribuzione delle merci, il 18% dagli allevamenti e il 13% dal Packaging.
Sono state infine calcolate le emissioni derivanti dal consumo: ogni cittadino emette circa 1778 Kg di CO2 equivalente ogni anno, per questo il WWf ha già da tempo avviato campagne di sensibilizzazione, come ad esempio il Carrello della Spesa volte alla sensibilizzazione dei cittadini, oltre che dei produttori.

I consumi divorano il pianeta in 5 anni aumentati del 28%

Wednesday, January 13th, 2010

QUALCHE zoommata: i bambini inglesi riconoscono più facilmente i diversi Pokémon che le specie di fauna selvatica; i bambini americani di due anni non sono in grado di leggere la lettera M, ma molti riconoscono gli archi a forma di M dei ristoranti McDonald’s; due cani pastore tedeschi consumano più risorse in un anno di un abitante medio del Bangladesh. E un dato d’assieme: i 500 milioni di individui più ricchi del mondo (circa il 7 per cento della popolazione globale) sono responsabili del 50 per cento delle emissioni globali di anidride carbonica, mentre i 3 miliardi più poveri sono responsabili di appena il 6 per cento delle emissioni di CO2.

Sono alcune delle cifre contenute nello State of the World 2010, il rapporto del Worldwatch Institute (appena uscito negli Stati Uniti, in Italia sarà pubblicato da Edizioni Ambiente) dedicato quest’anno soprattutto a un’analisi dei consumi. Ingozzarsi di cibo e di merci non fa bene né ai singoli né all’ambiente. Dal punto di vista della salute individuale c’è da notare che molti degli individui più longevi consumano 1.800-1.900 calorie al giorno, cibi poco trattati e pochissimi alimenti animali, mentre l’americano medio consuma 3.830 calorie al giorno. Dal punto di vista della salute globale c’è da rilevare che tra il 1950 e il 2005 la produzione di metalli è sestuplicata, il consumo di petrolio è aumentato di otto volte e quello di gas naturale di quattordici; un europeo medio usa 43 chilogrammi di risorse e un americano 88; a livello globale ogni giorno si prelevano risorse con le quali si potrebbero costruire 112 Empire State Building. Circa il 60 per cento dei servizi offerti gratuitamente dagli ecosistemi - regolazione climatica, fornitura di acqua dolce, smaltimento dei rifiuti, risorse ittiche - si sta impoverendo.

E la corsa a divorare il pianeta diventa sempre più veloce: negli ultimi cinque anni i consumi sono saliti del 28 per cento. Nel 2008, globalmente, si sono acquistati 68 milioni di veicoli, 85 milioni di frigoriferi, 297 milioni di computer e 1,2 miliardi di telefoni cellulari. Non sono aumenti dovuti solo all’incremento demografico: tra il 1960 e il 2006 la popolazione globale è cresciuta di un fattore 2,2, mentre la spesa pro capite in beni di consumo è quasi triplicata.

Non mancano comunque segnali positivi che mostrano l’irrobustirsi di fenomeni di controtendenza. Il rapporto americano cita, tra gli altri, due casi italiani. Il primo è il “piedibus”, un sistema per mandare i bambini a scuola con accompagnatori che organizzano un percorso a piedi, con “fermate” per far aggregare al gruppo altri studenti. A Lecco ogni giorno 450 alunni delle scuole elementari raggiungono a piedi le classi seguendo 17 percorsi, accompagnati da un “conducente” e genitori volontari. Dalla loro creazione, nel 2003, questi “piedibus” hanno evitato circa 160 mila chilometri di spostamenti con veicoli a motore. Oltre a ridurre l’impatto ecologico, questo modo di andare a scuola insegna la sicurezza stradale e favorisce l’esercizio fisico.

Il secondo segnale positivo italiano segnalato dal Wordlwatch Institute riguarda le scuole romane. Il 67,5 per cento del cibo servito nelle scuole della capitale è biologico e in buona parte proviene da catene specializzate in prodotti del territorio o ha un certificato “equosolidale” o è stato prodotto da cooperative sociali che lavorano terra confiscata alla mafia.

Fonte: La Repubblica

Salva l’ambiente: non farti stampare le Pagine Gialle

Friday, January 8th, 2010

Oggi ho trovato appoggiati alla porta di casa i due volumi delle Pagine Gialle di Roma.
E li ho buttati (nel cassonetto della carta, sperando che almeno siano riciclati).
A che mi serve tenerli se ho accesso alle stesse informazioni via internet?

Siccome ho a cuore l’ambiente e immagino che per produrre quei tre chili di carta si abbattano alberi e si emetta un discreto quantitativo di CO2, ho chiamato il numero verde dell’assistenza delle Pagine Gialle per chiedere di essere cancellato dalla lista di distribuzione.

Un signore gentile mi ha risposto che questa cosa non è prevista.

Ora mi domando: se tutti coloro che hanno un accesso ad internet da casa potessero dichiarare di non voler più ricevere la versione stampata delle Pagine Gialle, quanta carta, quanta acqua, quanta energia si rispiarmierebbe? e quanto inquinamento in meno ci sarebbe?

Se qualcuno di voi sa fare il conto, me lo comunichi e lo pubblicherò.

Aiutatemi a diffondere l’idea. Chissà che non si riesca a cambiare le cose. In fondo è un piccolo gesto per un grande beneficio, no?
Fonte: http://federicobadaloni.blog.kataweb.it/snodi/00421/salva-lambiente-non-farti-stampare-le-pagine-gialle.html

Quanto ci costa un mondo pulito diminuire le emissioni è low cost

Wednesday, December 23rd, 2009

 Il numero, nell’intesa uscita da Copenaghen, non c’è, ma prima o poi, mettersi al lavoro per dimezzare, entro il 2050, le emissioni di anidride carbonica, rispetto al 1990, sarà inevitabile, se non si vuole che l’impatto dell’effetto serra (siccità, inondazioni, secondo gli scienziati) ci travolga, aumentando la temperatura media del pianeta di più di 2 gradi. È un taglio da guardare con timore, una medicina necessaria, ma amarissima? I passi da compiere li conosciamo: abbattere i consumi di combustibili fossili, come petrolio, carbone, gas, espandere massicciamente le centrali ad energia pulita (sole, vento, nucleare). Si tratta di investimenti enormi. In più, tutte le industrie che emettono CO2 dovranno pagare per i diritti alle emissioni e scaricheranno i maggiori costi sui prezzi.

Una valanga che travolgerà il nostro stile di vita, costringendoci a rinunce e penitenze? La risposta è no. Dimezzare le emissioni non significa che saremo costretti ad andare in giro in sandali e lana grezza. Al contrario, gli effetti sulla vita quotidiana sono straordinariamente limitati.

I modelli econometrici hanno un valore di predizione necessariamente limitato, tanto più quando si tratta di prevedere il comportamento dei prezzi, da qui a quarant’anni. Se prestiamo fede ai più recenti esercizi degli economisti, tuttavia, meno emissioni non significano disastro in vista. Secondo uno studio della scorsa estate della Northwestern University, tagliare le emissioni del 50 per cento comporterebbe, negli Stati Uniti, un aumento generale del prezzi al consumo non superiore, in media, al 5 per cento. È vero, però, che, per arrivare ad un taglio globale del 50 per cento delle emissioni, i paesi industrializzati dovrebbero ridurre le loro (come ha già annunciato di voler fare Obama), dell’80 per cento. Ma anche questo taglio non avrebbe effetti drammatici, secondo il Pew Center on Global Climate Change: “Anche tagliare le emissioni dell’80 per cento nell’arco di quattro decenni avrebbe, nella gran parte dei casi, un effetto molto limitato sui consumatori”.

Lo stesso vale per l’Europa. La rivista New Scientist ha commissionato a Cambridge Econometrics - una società di consulenza che fornisce regolarmente, sul cambiamento climatico, modelli econometrici al governo britannico, ma a scadenza più ravvicinata - una previsione dell’impatto sui prezzi, per i consumatori inglesi, di un taglio delle emissioni, al 2050, dell’80 per cento, rispetto al 1990. I ricercatori ci sono arrivati, prendendo come riferimento l’esperienza storica. Cioè quanto, in passato, i mutamenti del costo dell’energia hanno influenzato i prezzi di 40 diversi prodotti di consumo. Risultato? L’impatto, sui prezzi di gran parte dei prodotti di consumo è modesto: l’1-2 per cento. Il prezzo del cibo aumenterebbe, in media, dell’1 per cento, come quello dei vestiti e delle automobili. Una pinta di birra costerebbe il 2 per cento in più, un pc portatile da 1.000 euro ne costerebbe 1.020. Anche una lavatrice o un frigorifero costerebbero solo il 2 per cento in più.

Questo avviene perché l’energia necessaria a produrre questi beni rappresenta, appunto, l’1-2 per cento del prezzo finale. I beni e i prodotti in cui l’energia pesa di più subirebbero una spinta assai più forte, ma sono relativamente pochi. La bolletta dell’elettricità, ad esempio, rincarerebbe del 15 per cento. E ancora di più i viaggi aerei, dove l’energia rappresenta oltre il 7 per cento del prezzo finale. Dato che le compagnie aeree, al momento, non hanno un’alternativa a basso contenuto di anidride carbonica come combustibile, pagarsi i diritti alle emissioni sarebbe un costo pesante. Cambridge Econometrics prevede un aumento del 140 per cento del prezzo dei biglietti aerei.

In effetti, i calcoli del modello presuppongono due ipotesi. La prima è che il governo fornisca incentivi ai cittadini perché, invece del gas, usino l’elettricità per la cucina e, soprattutto, il riscaldamento. La seconda è che il governo stesso investa massicciamente nelle infrastrutture necessarie per le auto elettriche. Da qui a 40 anni, non sono, però, ipotesi remote. E, comunque, dice un altro studio, realizzato da un gigante mondiale della consulenza, come McKinsey, hanno un peso relativo: “Quattro quinti delle riduzioni nelle emissioni - sostengono gli analisti della McKinsey - possono essere realizzati sfruttando tecnologie che già oggi esistono su scala commerciale”. Basterebbe, dicono, un prezzo dei diritti alle emissioni di 50 dollari per tonnellata di CO2. “E il 40 per cento delle riduzioni - aggiungono - di fatto consentono di risparmiare soldi”.

Ma allora, le previsioni catastrofiche, come quelle di un luminare di Yale, William Nordhaus, secondo il quale stabilizzare clima e temperature costerebbe, solo agli Usa, 20 mila miliardi di dollari? Si tratta di intendersi. Stephen Schneider, di Stanford, ha rifatto i conti di Nordhaus. I 20 mila miliardi di dollari, infatti, non sono il costo immediato, ma al 2100. Se si assume che, da qui ad allora, l’economia americana crescerà in media del 2 per cento l’anno, un ritmo abbastanza ordinario per il gigante Usa, il prezzo da pagare per salvare il pianeta non sembra un granché: “Vuol dire solo - secondo Schneider - che gli americani dovranno aspettare il 2101 per essere ricchi, quanto, senza toccare le emissioni, sarebbero stati nel 2100″.

Fonte: La Repubblica

Perchè Copenhagen ha fallito

Monday, December 21st, 2009

Per capire davvero perché la Conferenza sul clima di Copenhagen è finita in un mesto zero a zero dovreste chiedere al presidente Bush padre quanto è difficile mettere d’accordo il mondo. Parlare di surriscaldamento del pianeta mentre gran parte dell’Italia e degli Stati Uniti sono sotto la neve e il gelo sembra bizzarro, ma è doveroso. Che l’inquinamento sia un pericolo è chiaro: dove ci dividiamo è sul che fare?
Copenhagen è fallita perché tutti i suoi attori hanno fallito. Gli scienziati per primi: anziché discutere e ragionare, con umiltà, sul rischio dei gas serra, si sono lasciati andare a trucchetti da propagandisti, rubacchiando e mail e dati, con il goffo risultato di rendere ancora più scettica la già cinica opinione pubblica. Né i negazionisti dell’effetto serra escono meglio, non guardano neppure la roccia dove un giorno c’erano i ghiacciai e sfuggono al dato del buon senso: nel dubbio è bene limitare i rischi.
Quando la parola, dagli attivisti che ormai, pro o contro, fanno caciara e non battaglia di idee, è passata ai leader politici, il circo Copenhagen ha dato il peggio. Tra riunioni, steering committes, caucuses, commissioni, pranzi e colazioni di «lavoro», s’è deciso di nulla decidere e di rinviare tutto al 2010, sperando in chissà che cosa.
E cosa c’entra il presidente Bush padre, il vecchio George Herbert Walker, direte voi? Fu lui il primo, caduto il muro di Berlino 20 anni or sono, a capire quanto è difficile il multilateralismo, mettere insieme la volontà di paesi grandi e piccoli, poveri e ricchi, di varie fedi, latitudini e interessi. Ci provò con la I guerra del Golfo, convocata con egida Onu per sloggiare Saddam Hussein dal Kuwait nel 1990-91, e vide la sua armata, davvero internazionale, europei (compresi italiani e tedeschi ritornati alle armi dopo il 1945), arabi, africani, vincere senza poter raccogliere i frutti della vittoria e il suo Nuovo Ordine Mondiale, venne irriso dai no global e detestato dalla destra Usa, fino all’attentato devastante di Oklahoma City 1995.
Clinton vagheggiò una «terza via» negli anni del boom, l’11 settembre costrinse Bush figlio all’unilateralismo che aveva fatto denunciare alla Rice sulla rivista Foreign Affairs solo nella primavera 2000. Ma l’America sola contro tutti, fallì a sua volta. Una serie di mediocri segretari all’Onu, Boutros Boutros Ghali, Kofi Annan e ora l’esangue Ban Ki Moon, hanno tolto al Palazzo di Vetro sull’East River rigore e autorità. Putin governa a Mosca con molto petrolio e scarsa forza morale. I cinesi hanno peso economico e crescente armatura militare ma non creano consenso. Noi europei parliamo con troppe voci e siamo al tempo stesso egoisti e «politically correct», diciamo no agli Ogm che servirebbero in Asia e Africa , ma non sappiamo rinunciare ai sussidi e ai dazi che tengono sotto i poveri. I nuovi bulli del quartiere Terra, i Chavez, gli Ahmadinejad, i caudillos dell’America Latina, il Sudan, e i loro cicisbei d’Occidente hanno un solo obiettivo, far sfigurare Washington, Israele e le democrazie, il resto non conta.
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In questo caos sperare in un piano da tutti condiviso che limitasse a due gradi Celsius (è il livello proposto dagli scienziati seri, fidatevi ne esistono ancora) l’effetto serra non era generoso, era infantile. Che Copenhagen non andasse da nessuna parte era scontato - per chi si occupa di queste vicende senza propaganda né egoismo – dall’inizio. Ora gli europei si lamentano (come quasi sempre…), Obama si dice deluso ma non troppo, la Cina non permetterà a nessuno di controllare le sue emissioni (forse che a Manchester, durante la rivoluzione industriale inglese, qualcuno monitorava l’inquinamento? si chiedono ironici a Pechino). Il presidente americano ha snobbato l’Unione Europea e provato a metter d’accordo il club dei nuovi potenti, il presidente sudafricano Zuma, il premier indiano Singh, il premier cinese Wen Jiabao e il presidente brasiliano Lula. Non ce l’ha fatta.
Il dilemma del pianeta Terra che Copenhagen non ha saputo risolvere è semplice ma irriducibile. I paesi ricchi non sanno come mantenere il proprio standard di vita senza petrolio, i poveri non vogliono rinunciare alla crescita quando - dopo secoli di fame - è finalmente arrivato il loro turno.
Solo un ritorno al buon senso potrebbe rimettere d’accordo tutti. Dimettere le ipocrisie ricchi-poveri (ne parla Moises Naim a pagina 15), puntare sulle nuove tecnologie (tema affrontato da Gabriele Galateri sempre a pagina 15), investire nell’innovazione, capire che il prezzo del non fare sarà superiore a qualunque investimento. Puntare sulla tecnologia verde, sull’eco business, sul nucleare soft, su motori a petrolio con meno impatto ambientale può comprare tempo alla scienza per nuove direzioni di crescita.
Può darsi che abbia ragione il Nobel Stiglitz, convocato dal presidente Sarkozy un tempo super industrialista ma forse ammorbidito dalla bellissima signora Carla, e che il Pil e la ricchezza, non siano i soli segnali di felicità. Di certo la miseria resta segnale certissimo di infelicità, il Pil non basterà a tutto, ma dove langue ci sono più lacrime che sorrisi. Quanto al clima, scettici e creduloni, verdi e cinici, ricchi e poveri dovrebbero pensare a che cosa comporterà una migrazione di massa Sud-Nord dovuta a carestia e cambi climatici anche minimi: per esempio nel Sud del Mediterraneo.

Copenhagen ha fallito. In attesa del 2010 occorre continuare a lavorare per lo sviluppo, l’ambiente e un pianeta dove ci siano cibo, lavoro e ricchezza per tutti, dove le Maldive non siano sott’acqua e tonni, capodogli e calamari continuino a nuotare negli oceani mentre i bambini vanno a scuola e i genitori hanno un lavoro. Senza illusioni, senza disperare.

Fonte: Il Sole 24 ORE

La Cina ha giocato all’attacco (di Marco Magrini)
 
E Obama ha rilanciato sul nuovo modello G-2 (di Mario Platero)

CO2, via le compensazioni e le truffe

Saturday, December 12th, 2009

Piantare un albero in Amazzonia per continuare a inquinare in Europa. Più la compensazione delle emissioni di Co2 diventa lo strumento preferito di Governi e industrie per fare riduzioni virtuali, aumentano le critiche e c’è anche chi si organizza per mettere gli inquinatori dei Paesi ricchi con le spalle al muro. Jane Burston, britannica di 28 anni con laurea in filosofia, l’anno scorso ha fondato con un amico un’impresa per la compensazione della CO2: Carbon Retirement. Un volo per una persona Roma-Parigi andata e ritorno? Il calcolo si fa direttamente sul sito: si emettono 200 chilogrammi equivalenti di CO2, ma si possono compensare con 4,5 euro pagabili online. La differenza, rispetto agli altri enti e alle compagnie aeree che investono in progetti che riducono le emissioni, è che i soldi vengono utilizzati per comprare i permessi di emissione in Europa e farne carta straccia, togliendoli così alle imprese dell’Ue e costringendole a inquinare meno. «Forniamo i mezzi per essere responsabili per le proprie emissioni, senza dover finanziare dubbiosi progetti nei Paesi in via di sviluppo», spiega Jane, «vogliamo affrontare il problema alla radice: l’inquinamento prodotto dai Paesi sviluppati. Ne produciamo di più: se non le riduciamonon riusciremo a risolvere il problema del cambiamento climatico».

Il Clean Development Mechanism (Cdm) è il meccanismo dell’Onu che consente agli aderenti al Protocollo di Kyoto di compensare nel Terzo mondo le proprie emissioni, difeso a spada tratta in Europa da Paesi comel’Italia che non hanno voglia di metteremanoai propri sistemi industriali inefficienti. Il ministro Prestigiacomo si batte per un maggiore utilizzo delCdm:«elemento di flessibilità cruciale per l’Italia». Ma una ricerca presentata ieri dai giovani imprenditori britannici a Copenaghen mostra che in realtà dueterzi degli investimenti in compensazioneCdmfiniscono nelle tasche degli intermediari: consulenti, banche, società. Nel 2008 nell’ Ue i Cdm hanno avuto un giro di affari di 1,2 miliardi di euro,masolo 359 sono arrivati ai Paesi in via di sviluppo. E gli Amici della Terra accusano: «Invece di compensare, i Paesi sviluppati dovrebbero fare grandi tagli alle proprie emissioni ».

Dalla CO² ai vegetariani l’alfabeto che salverà la Terra

Tuesday, December 8th, 2009

ABBIAMO due settimane per tirare il freno d’emergenza ed evitare la catastrofe climatica. Ma per raggiungere l’obiettivo dobbiamo rompere i vecchi schemi: non più solo obblighi ma spazio per la Terza rivoluzione industriale che non è né di destra né di sinistra. Ecco un alfabeto per capire qual è la posta in gioco.

ANIDRIDE CARBONICA Il mutamento climatico sta procedendo a velocità superiore alle previsioni: l’obiettivo che fino a ieri sembrava sufficiente, un tetto di concentrazione di CO2 in atmosfera di 450 parti per milione, non ci protegge dal rischio della catastrofe. Come dice Jim Hansen, uno dei più accreditati climatologi, invece di continuare ad accumulare anidride carbonica in cielo dobbiamo tornare indietro, verso le 280 parti per milione dell’era preindustriale. Oggi siamo a quota 387: scendiamo almeno a 350.

BRASILE Meglio tardi che mai. Per decenni il Brasile è stato responsabile della deforestazione dell’Amazzonia, una devastazione che minaccia la sicurezza di uno degli ecosistemi fondamentali. Oggi il governo di Lula ha cambiato rotta: Copenaghen può essere il momento di rendere ufficiale la svolta.

CINA E’ il paese che emette più anidride carbonica di tutti gli altri. Ma sta già pagando un prezzo pesante, in termini di vite umane, al cambiamento climatico. Se potesse scegliere tra il carbone e le tecnologie più avanzate della terza rivoluzione industriale cosa farebbe?

EFFICIENZA ENERGETICA E’ la base per il riassetto energetico. Molti tagli di emissioni si possono realizzare eliminando gli sprechi e l’inefficienza.
FONDI I fondi per il trasferimento delle tecnologie avanzate ai paesi meno industrializzati sono un atto di giustizia: non si può penalizzare proprio chi è stato escluso dalla seconda rivoluzione industriale. Bisogna permettere a questi paesi di fare il salto della rana passando direttamente alla Terza rivoluzione industriale.

IDROGENO Le rinnovabili sono una fonte pulita ma non costante: c’è bisogno di un serbatoio per immagazzinare l’energia prodotta durante i momenti di picco. Questo serbatoio è l’idrogeno che permette anche di riutilizzare in modo flessibile l’energia accumulata.

KYOTO E’ stato il momento che ha segnato l’inizio del percorso dalla geopolitica alla politica della biosfera.

LAVORO La Terza rivoluzione industriale dà spazio a sistemi labour intensive e produrrà milioni di posti di lavoro.

NUCLEARE Il nucleare è la tecnologia della guerra fredda. In più di mezzo secolo non ha risolto i suoi problemi, anzi li ha aggravati: rischi di incidenti durante tutte le fasi del ciclo di produzione, rischio terrorismo, rischio scorie. E nessun beneficio economico.

OBAMA La svolta di Obama è la premessa per un cambiamento che dovrà essere molto più radicale: senza la visione d’assieme, senza la capacità di pensare a lungo termine, il rilancio delle fonti rinnovabili è privo di solide basi.

POST KYOTO La conferenza di Copenaghen può avere successo se si fa il salto dalla prospettiva degli obblighi a quella delle opportunità. Invece di pensare solo a quantificare quello che non si deve fare bisogna cominciare a dire quante fonti rinnovabili, quanti edifici sostenibili, quanto idrogeno, quante smart grid deve realizzare ogni paese.

RINNOVABILI Sono il primo pilastro della terza rivoluzione industriale. Due regioni spagnole, la Navarra e l’Aragona, in dieci anni sono arrivate al 70 per cento di elettricità da fonti pulite. Perché non fare altrettanto?

SCETTICI E’ un gruppetto inesistente sotto il profilo scientifico. Riescono ad avere visibilità perché sono supportati dalle lobby delle vecchie fonti energetiche che li usano per seminare dubbi nell’opinione pubblica.

TERZA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE Permette sia lo sviluppo economico che la riduzione delle emissioni serra. Poggia su quattro pilastri: le energie rinnovabili, gli edifici sostenibili, l’idrogeno e le reti intelligenti, le smart grid per distribuire l’energia secondo il modello del web. La Terza rivoluzione industriale significa spostare il potere dalle oligarchie che gestiscono le grandi centrali elettriche alle persone. Oggi parliamo attraverso Skype e si creano network liberi di scambio e condivisione delle informazioni. Perché non farlo con l’energia?

UNIONE EUROPEA E’ stata l’apripista della battaglia per la difesa della biosfera. E lo ha fatto in condizioni di isolamento e di grande difficoltà. Ora può guardare con più fiducia al futuro, soprattutto se saprà sfruttare le sue grandi potenzialità.

VEGETARIANI La seconda causa di cambiamento climatico al mondo è l’emissione di CO2 derivante dall’allevamento di animali, ovvero dalla grande quantità di carne che consumiamo. Per abbattere le emissioni bisogna passare alla dieta mediterranea, come in Italia, mangiando molte verdure e molta frutta.
(testo raccolto da Antonio Cianciullo)
Fonte: La Repubblica

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