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A Poznan la conferenza sul clima

Tuesday, December 2nd, 2008


POZNAN (POLONIA) -
E’ la conferenza climatica della resa dei conti quella che si tiene a Poznan, in Polonia, dall’1 al 12 dicembre prossimi. La scadenza del Protocollo di Kyoto (2012) è ormai alle porte, i 37 Paesi industrializzati (su un totale di 40) che hanno aderito a questo primo tentativo mondiale di contenimento dei gas serra faticano, tranne pochissimi, a raggiungere gli obiettivi di riduzione programmati (in media 5,2% di tagli alle emissioni, rispetto ai livelli del 1990). Cosa si dovrà fare dopo il 2012? Rilanciare un altro accordo di tipo Kyoto, con obiettivi di riduzione vincolanti più elevati? Oppure procedere con progetti meno impegnativi, affidati soprattutto alla buona volontà dei singoli Paesi? E’ questo il bivio in cui si trovano, nella cittadina polacca, i rappresentanti dei 183 Paesi che, nell’ormai lontano 1992, aderirono alla Convenzione sui cambiamenti climatici di Rio de Janeiro, impegnandosi a salvaguardare l’atmosfera e il clima dall’aggressione delle attività umane; e che più tardi, nel 1997 a Kyoto, imboccarono, senza grande entusiasmo, la strada delle riduzioni dei gas serra.

OBAMA VERSO L’ECONOMIA «VERDE»- Dietro le quinte della conferenza si agitano, fin dall’inizio, speranze e minacce. Pochi giorni fa, il neo eletto presidente degli Stati Uniti Barak Obama, ha annunciato alcuni impegni ambientali che sembrano andare nella logica di Kyoto: riportare le emissioni di gas serra Usa ai livelli del 1990 entro il 2020 e stanziare 15 miliardi di dollari l’anno in energie rinnovabili «per catalizzare gli sforzi del settore privato nella costruzione di un futuro energetico pulito». Obama non ha detto esplicitamente che il suo Paese rientrerà nel Protocollo di Kyoto, dopo esserne uscito clamorosamente nel 2001 con l’avvento di Bush, ma il direttore generale dell’Agenzia ambientale dell’Onu Achim Steiner è ottimista: «Il presidente eletto Obama ha confermato che nei prossimi mesi una nuova politica climatica caratterizzerà gli Stati Uniti. Questo è molto importante non soltanto per il futuro della Convenzione sul clima e del Protocollo di Kyoto, ma anche perché lancia un preciso segnale: vuol dire che, a dispetto della crisi finanziaria, c’è spazio per un’economia verde».

I PAESI IN «DIFESA» - A fronte di una forte nota positiva, tante altre di segno opposto. La Polonia, paese ospitante della conferenza, si è messa di traverso rispetto al «pacchetto clima» dell’Unione Europea. Si tratta di una specie di corollario di Kyoto che impegna i partner all’obiettivo dei tre «20»: riduzione delle emissioni, aumento dell’efficienza energetica e incremento delle rinnovabili. Il governo italiano le ha fatto da sponda denunciando anche che, a fronte dell’attuale crisi, è impossibile rispettare gli obiettivi di riduzione fissati a Kyoto. Di fatto avremmo dovuto tagliare i nostri gas serra del 6,5% e invece ci ritroviamo con un aumento di oltre il 10%. Anche il Canada, uno dei Paesi più energeticamente inefficienti del mondo industrializzato, è su posizioni di fronda. Ai mal di pancia dei forzati di Kyoto si aggiunge l’immobilità dei Paesi in via di rapidissimo sviluppo: Cina, India, Brasile, Indonesia, che nonostante l’aumento delle loro emissioni totali di gas serra, alla vigilia della conferenza hanno ribadito il loro no a un calendario di impegni con scadenze precise.

IN BILICO - Insomma da Poznan il Protocollo Kyoto potrà uscire rilanciato, con la speranza di partorire un figlio al prossimo vertice di Copenhagen del 2009, oppure distrutto e con scarse speranze di successione. Ma senza controllo alcuno dei gas serra, ammoniscono gli economisti e i climatologi consultati dal WWF internazionale, le emissioni cresceranno del 40% entro una ventina d’anni (2030) e le temperature di 6 gradi entro la fine del secolo, provocando il collasso del pianeta. Se può consolare, Poznan offrirà la più aggiornata rassegna delle tecnologie più avanzate per limitare i gas e combattere l’effetto serra. Come dire: le opzioni tecnologiche per cambiare strada ci sono, ma ci vogliono anche le necessarie scelte politiche.

Franco Foresta Martin

Fonte : Corriere della Sera

Wwwf, serve un Global Deal sul clima entro dicembre 2009

Friday, November 28th, 2008

Il Wwf invoca per il pianeta un Global Deal sul clima (il nuovo accordo globale dopo il termine del primo periodo di impegni previsti da protocollo di Kyoto) da chiudersi a dicembre 2009, attraverso un percorso a tappe obbligate, delineato dal calendario dei vertici internazionali che vedrà i governi impegnati nel corso di tutto l’anno: questa è per l’associazione ambientalista la sfida che il mondo deve cogliere «per superare la crisi economica attuale e andare verso un mondo a Carbonio Zero».

«Secondo i dati più recenti della ricerca scientifica i cambiamenti climatici stanno avvenendo ad un ritmo più veloce di quanto previsto dai modelli pubblicati dal Comitato Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC) nell’ultimo rapporto del 2007 - sottolinea il Wwf -. In altre parole, i 3.800 scienziati, vincitori del Premio Nobel per la pace nel 2007, avevano peccato di ottimismo, mentre da qualche angolo si gridava al catastrofismo».

«Solo un intenso, laborioso, responsabile lavoro di cooperazione tra i governi, un’alleanza tra ambiente, industria, agricoltura, finanza, economia potrà portare all’adozione di un Trattato Globale sul clima - commenta Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf Italia - Un grande piano di riforme equo, efficace e coerente con le indicazioni della migliore conoscenza scientifica disponibile che metta l’umanità al riparo da conseguenze senza ritorno dovute all’impatto dei cambiamenti climatici e ci fornisca una capacità di maggiore controllo del nostro futuro».

Nel 2006 in Europa l’incremento della capacità generativa di elettricità da fonti di energia rinnovabile ha superato quello da fonti tradizionali, posizionando il Vecchio Continente come il primo continente avviato nella nuova era dell’energia. Negli Stati Uniti, dal 2000 al 2007, la potenza eolica installata è cresciuta da 18.000 a circa 92.000 megawatt; nel 2008 questa capacità ha superato la soglia dei 100.000. La Danimarca è la nazione leader nel mondo per la quota di energia elettrica proveniente dall’eolico, con il 20% del totale dell’energia utilizzata dal paese e sta pianificando l’espansione del parco eolico a copertura del 50% del fabbisogno elettrico nazionale. La Germania nel 2007 ha installato oltre 1.100 megawatt di potenza in impianti fotovoltaici, diventando così il primo paese al mondo in un solo anno per aver installato più di un gigawatt («in Italia nello stesso anno appena 100 MW, 38 volte meno», sottolinea il Wwf).

«Sul versante industriale, alcune grandi aziende, superando la politica dei loro governi - spiega l’associazione ambientalista -, hanno attuato strategie di riduzione delle emissioni, guadagnandoci in miliardi di dollari e incremento della produzione: la Du Pont, nel 2007 ha ridotto le emissioni del 72% rispetto al 1991 e l’utilizzo globale di energia del 7% risparmiando 3 miliardi di dollari».

«Contro un clima che cambia, cambiamo le modalità di utilizzo dell’energia. Abbiamo una nuova, rivoluzionaria infrastruttura fatta di fotovoltaico, solare termico, eolico, biomasse, cogenerazione, geotermoelettrico, efficienza energetica, risparmio che aspetta di diventare realtà e sancire il principio di una rivoluzione industriale per la sostenibilità - aggiunge Gianfranco Bologna -. Bisogna creare i cosiddetti “colletti verdi”, prevedendo forme adeguate di istruzione e formazione professionale. Serve un impegno corale della società e del mondo intero che deve essere sostenuto da profonde riforme in ciascun paese. Questa opportunità può fornirci i mezzi per ripensare il nostro modo di produrre e consumare, con la migliore capacità di visione e di innovazione possibile. Tutti devono svolgere la propria parte: istituzioni, imprese, cittadini. Questo importante cambiamento di rotta ci consentirà di far rientrare i nostri modelli di sviluppo socio-economico nell’ambito della biocapacità dei sistemi naturali che ci sostengono come indicato dal rapporto internazionale del Wwf ’Living Planet Report 2008’ lanciato in tutto il mondo l’ottobre scorso».

Fonte: La Stampa

Salvate gli alpaca

Tuesday, November 18th, 2008

C’è un’altra vittima del clima: l’alpaca, simbolo delle Ande. Grazie all’allevamento di questo animale -più simile ad una pecora con il collo molto lungo che ad un lama - sopravvivono migliaia di famiglie indigene negli altipiani andini del Perù, della Bolivia e del Cile. E’ la gente dei “ponchos” variopinti e delle coperte realizzate con la sua pregiatissima lana (soprattutto quella degli animali più giovani, la “baby alpaca”), che viene esportata in tutto il mondo.

Con i cambiamenti climatici, la vita degli alpaca nelle valli andine è diventata più difficile e negli ultimi tempi né è aumentata la mortalità. Il problema nasce dal riduzione della superficie dei ghiacciai e dalla conseguente scarsezza d’acqua. La siccità ha una influenza diretta sull’allevamento degli alpaca perché diminuisce l’estensione dei prati naturali grazie ai quali questo ruminante si alimenta. Se c’è meno erba da mangiare, gliene serve un chilo al giorno, si ammalano e muoiono.

Gli alpaca vivono in greggi e resistono bene anche ad altitudini molto elevate come sono quelle, tra i 3.500 e i 5.000 metri, degli altopiani andini. Ma il restringimento dei ghiacciai ed i sussulti del clima hanno costretto le comunità indigene a lanciare l’allarme sul futuro di questi animali che da secoli costituiscono quasi esclusivamente la fonte di tutta la loro economia. Soltanto in Perù ci sono quasi tre milioni di alpaca, un milione e mezzo dei quali nella zona, il sud della regione di Puno, che viene considerata la capitale mondiale di questo tipo di lana.
Gli allevatori di questa zone erano già in crisi per la concorrenza sul mercato globale della lana prodotta in Nuova Zelanda e in Australia (ma ci sono allevamenti anche in Italia) però adesso hanno un nemico più insidioso e pericoloso. E non è solo la scarsità di acqua che scende dai ghiacciai a complicare la vita e la riproduzione dei greggi: tutto il microclima della regione sta cambiando e da moderatamente temperato diventa sempre più estremo.

La lana alpaca è molto pregiata rispetto a quella comune perché non contiene lanolina, ha una ventina di tonalità di colore naturali, non infeltrisce e non provoca allergie. Ma non tutti gli alpaca sono buoni e la qualità della lana può variare molto: negli ultimi anni e grazie ad una serie di programmi genetici quella prodotta da australiani e neozelandesi sta diventando migliore di quella prodotta in Perù.

Energia nella morsa di crisi, costi e clima “Consumi insostenibili, serve una rivoluzione”

Thursday, November 13th, 2008

 Gli attuali andamenti negli approvigionamenti e nei consumi energetici “sono chiaramente insostenibili, sia da un punto di vista economico, che sociale, che ambientale: devono e possono essere cambiati. Dobbiamo avviare una rivoluzione globale dell’energia migliorando l’efficienza energetica e incrementando l’utilizzo di fonti a basse emissioni”. L’avvertimento non arriva da un guru verde o da qualche teorico della decrescita economica, ma da Nobuo Tanaka, il direttore della super istituzionale Agenzia internazionale dell’energia. Un messaggio lanciato in occasione della presentazione a Londra del World Energy Outlook per il 2008, un rapporto dai contenuti tanto chiari quanto allarmanti.

Il mondo si deve mobilitare per avviare le politiche necessarie ad affrontare quella che si annuncia come la “tempesta perfetta” del settore energetico: domanda in crescita malgrado la crisi economica, disponibilità di risorse (soprattutto petrolifere) in calo, consumi che accelerano pericolosamente il riscaldamento globale e i suoi gravissimi effetti, investimenti nella ricerca frenati dalla recessione.

“L’aumento delle importazioni di gas e petrolio da parte delle nazioni Ocse e delle regioni asiatiche in via di sviluppo - ha spiegato Tanaka - combinato con la concentrazione della produzione in un piccolo numero di paesi, accrescerà la possibilità di sconvolgimenti negli approvigionamenti e brusche impennate nei prezzi. Allo stesso tempo le emissioni di gas serra aumenteranno inesorabilmente, mettendo il mondo in direzione di un incremento delle temperature globali fino a 6 gradi”, ovvero il limite massimo della forbice prevista dalle conclusioni dell’Ipcc, la commissione di climatologi dell’Onu, con conseguenze devastanti per il Pianeta.


Per questo, quasi a rispondere indirettamente anche all’ostruzionismo di governo italiano e Confindustria, la Iea avverte che “non possiamo consentire che la crisi finanziaria provochi rinvii delle iniziative politiche che sono urgentemente necessarie per smorzare la crescita delle emissioni di gas serra”.

L’invito dell’Agenzia è anzi quello a mettere in campo decisioni ancora più coraggiose. Anche tenendo conto di nuovi interventi politici per il contenimento della domanda, il rapporto prevede che sulla media del 2006-2030 il fabbisogno globale di energia cresca dell’1,6 per cento ogni anno, facendo salire la domanda globale di petrolio, dagli odierni 85 milioni di barili al giorno a 106 milioni di barile nel 2030. Una previsione rivista comunque al ribasso di 10 milioni di barili rispetto a quanto previsto nell’edizione dello scorso anno.

Secondo le previsioni della Iea, sempre più importante sarà il peso dei nuovi giganti dell’economia: da sole, Cina e India contribuiranno a più della metà della crescita della domanda globale di energia. Forti aumenti sono previsti inoltre per il consumo di carbone e per l’utilizzo di fonti energetiche già esistenti in alternativa ai combustibili fossili.

L’agenzia calcola quindi la necessità di investire sul settore energetico 26.300 miliardi di dollari complessivi da qui al 2030, soprattutto per migliorare le capacità estrattive che rischiano altrimenti di non stare al passo con la domanda. “Ma la stretta creditizia - ha avvisato Tanaka - potrebbe provocare un ritardo degli investimenti, potenzialmente creando le condizioni per un tracollo delle forniture che a sua volta potrebbe compromettere la ripresa economica”. Ma tra queste due tendenze dall’effetto contrastante sui prezzi (crisi che abbatte i consumi e approvigionamenti più scarsi) l’Agenzia non ha dubbi che sarà quest’ultima a dire l’ultima parola, finendo per farli tornare a crescere dopo un certo periodo di forte volatilità.

Sul fronte ambientale la Iea traccia anche un possibile percorso da seguire per mantenere l’aumento della temperatura entro i due gradi, così come si propone di fare l’Unione Europea con la direttiva 20-20-20. Obiettivo che l’agenzia ritiene auspicabile, ma estremamente difficile da centrare, sottolineando che su scala mondiale occorrerebbe portare al 36% la quantità di energia primaria a basse emissioni, traguardo raggiungibile attraverso investimenti per 9,3 triliardi (mille miliardi di miliardi) pari allo 0,6% del Pil mondiale.
“E’ evidente - ha concluso Tanaka - che il settore energetico deve svolgere un ruolo centrale nella lotta ai cambiamenti climatici e le analisi contenute in questo Outlook forniranno basi solide a tutti i paesi che al vertice di Copenhagen (previsto per dicembre 2009, ndr) cercheranno di negoziare un nuovo accordo sul clima”. (v. g.)

Foreste “condizionatori” contro il riscaldamento globale

Wednesday, November 5th, 2008

Il continuo disboscamento delle foreste potrebbe accelerare l’innalzamento delle temperature in modo più grave del previsto. I polmoni verdi della Terra pare abbiano un ruolo fondamentale di “condizionatori” naturali nel bloccare il riscaldamento globale, liberano sostanze chimiche che rendono più spesse le nuvole, che a loro volta riflettono più raggi solari e aiutano così a raffreddare il pianeta.

Queste le conclusioni di uno studio condotto da scienziati britannici e tedeschi che, secondo quanto riferisce il Guardian, verrà pubblicato in una edizione speciale del «Royal Society journal Philosophical Transactions A».

La ricerca è la prima che quantifichi questo effetto delle foreste e costituisce un passo in avanti anche nella realizzazione di modelli di previsione del clima più realistici. «Si può pensare alle foreste come ai condizionatori del clima» afferma Dominick Spracklen, dell’Institute for Climate and Atmospheric Science dell’Università di Leeds.

Per questo studio, gli scienziati hanno osservato sostanze chimiche rilasciate dalla foreste boreali di regioni del Nord, come Canada, Scandinavia e Russia. I modelli al computer, secondo Spracklen, hanno mostrato che le particelle rilasciate dai pini raddoppiano lo spessore delle nuvole circa 1.000 metri al di sopra delle foreste, riflettendo così un 5% extra di raggi solari.

«Potrebbe non sembrare molto - ha detto Spracklen - ma è un effetto raffreddante notevole. Ci dà un motivo in più per conservare le foreste». Poichè gli alberi liberano maggiormente queste particelle in un clima caldo, la scoperta suggerisce che le foreste potrebbero rallentare rialzi futuri delle temperature. I ricercatori hanno concentrato le osservazioni prevalentemente su pini e abeti, ma Spracklen ha detto che altre specie di alberi producono la stessa sostanza chimica e l’effetto si dovrebbe riscontrare in altre regioni, incluse le foreste tropicali

Fonte: La Stampa.it

CLIMA: ITALIA-UE - NUOVO TAVOLO TECNICO A PARIGI

Wednesday, November 5th, 2008

Nuovo tavolo tecnico Italia-Ue sul pacchetto clima. L’incontro si svolgera’ a Parigi, fra presidenza francese, Governo italiano e Commissione Ue, martedi’ 4 novembre, a quanto si e’ appreso. Al centro del confronto, il rapporto che il ministero dell’ Ambiente ha presentato alla Commissione Europea nel quale si mettono in evidenza ben 18 punti critici delle valutazioni della Commissione. Documento oggetto del primo tavolo tecnico che si e’ svolto lo scorso 24 ottobre a Bruxelles. In quell’occasione, come ha spiegato il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, l’Italia ha ottenuto due importanti chiarimenti: ”le stime italiane fanno riferimento ai dati forniti dagli studi della Commissione; quale che sia la valutazione dei costi finali, l’onere per l’Italia e’ superiore del 40% alla media europea europea e, in ogni caso, maggiore di quello sui Pil di Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna”. In particolare, secondo le ultime valutazioni dei tecnici, il peso percentuale del costo complessivo aggiuntivo sul totale dell’Ue a 27 per l’Italia e’ del 19,7%, a fronte di un peso del 12,7% del Pil del Paese sul Pil totale dell’Ue a 27. Un peso per l’ Italia superiore al 17% della Spagna (8,4% Pil paese sul Pil Ue a 27); del 14,9% della Francia (15,4% Pil paese su Pil Ue a 27); del 13,2% della Germania (20% Pil paese su Pil Ue a 27) e del 12,5% del Regno Unito (16,5% Pil paese su Pil Ue a 27). (ANSA).

Nuovo gas serra «dagli schermi del Pc»

Tuesday, October 28th, 2008

Piante in decomposizione e schermi a cristalli liquidi di computer e tv sono i due nuovi nemici del clima che, a quanto sembra, hanno cominciato a dare un pericoloso contributo al surriscaldamento del pianeta. Le ultime ricerche di scienziati americani, in corso di pubblicazione sulla rivista Geophysical Research Letters, hanno messo in evidenza, infatti, che i due soggetti risultano legati alle emissioni di potenti gas serra in netto aumento negli ultimi anni.

LE PIANTE INTRAPPOLATE - Le piante in decomposizione sono quelle intrappolate in enormi spessori di terreno ghiacciato in diverse regioni circumpolari come Canada, Siberia, Groenlandia, dove l’aumento delle temperature medie, sta portando al progressivo scioglimento dei ghiacci permanenti. Associati a questi antichi depositi di materia organica vegetale, ci sono anche enormi bolle di metano che stanno passando velocemente dal suolo all’atmosfera. «Il metano è un potente gas serra, ventuno volte più efficace dell’anidride carbonica, anche se la sua presenza in atmosfera è meno abbondante –spiega Ron Prinn, professore al Massachusetts Institute of Technology e il capofila dei ricercatori-. La brutta notizia sta nel fatto che dopo diversi anni in cui la sua concentrazione atmosferica si era stabilizzata, dal 2006 ha ricominciato a crescere. Dal giugno 2006 all’ottobre 2007 abbiamo misurato un’aggiunta di 28 milioni di tonnellate su un totale di 5,5 miliardi di tonnellate che è la stima della quantità totale di metano oggi presente in atmosfera». E’ chiaro, aggiunge Prinn, che questo è solo un indizio, non è detto che il flusso di metano continui a questo ritmo, ma se dovesse andare avanti si tradurrà in un notevole aggravamento dell’effetto serra. Non è la prima volta che il metano procura grattacapi agli scienziati del clima. Già tre anni fa, un gruppo di scienziati italiani dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia coordinati dal geologo Giuseppe Etiope aveva scoperto che nell’inventario dei gas serra compilato dall’Ipcc era stato omesso un contributo di circa 50 milioni di tonnellate l’anno di metano di origine geologica, proveniente per esempio, da fenditure e bocche vulcaniche, corrispondente a circa 1/7 del contributo antropico.

SCHERMI DI COMPUTER - L’altro imputato è il trifluoruro di azoto, un gas serra in tracce talmente piccole in atmosfera che finora non era stato preso nemmeno in considerazione. Tuttavia, negli ultimi anni, il suo impiego nell’industria che produce gli schermi a cristalli liquidi di computer e altri apparecchi multimediali sta aumentando considerevolmente, tanto che ora si parla di includerlo nel cosiddetto paniere dei gas serra da ridurre. Tanto più che la molecola del trifluoruro di azoto ha un potere riscaldante valutato 17 mila volte maggiore dell’anidride carbonica: quindi ne basta poco per produrre un grande effetto. Trovare un sostituto del trifluoruro di azoto innocuo per l’atmosfera non dovrebbe costituire un gran problema per l’industria chimica. Il vero guaio sarà se si libera il metano attualmente conservato in quel freezer naturale che è il Polo Nord.

Franco Foresta Martin
Fonte: Corriere della Sera

Orsi in costume, auto pulite, i bimbi del mondo e il clima

Saturday, October 25th, 2008

Le mutazioni climatiche viste dai bambini del mondo. Paure e speranze riflesse in tanti dipinti dove si vedono orsi polari in costumi da bagno, pinguini sulla spiaggia, ciminiere che impestano l’aria. Ma anche automobili che camminano con l’energia solare, eliche che sfruttano l’energia eolica, piante lussureggianti. Bimbi che ridono felici. Bimbi che piangono rassegnati.

“Paint for the planet”: così si chiama la mostra voluta dall’Onu, che ha aperto i battenti in questi giorni a New York. L’esibizione, riservata a piccoli artisti provenienti da tutto il mondo, rappresenta un altro modo di combattere i mutamenti climatici, dove non c’entrano né i protocolli di Kyoto, né le polemiche politiche e tantomeno le battaglie diplomatiche sui livelli di Co2 o delle emissioni nocivi: i dipinti parlano da soli.

La mostra vuole essere un supporto alla necessità di un accordo globale sul clima da effetturarsi al più presto e comunque entro il 2009 a Copenhagen.

Fonte: La Repubblica

Il clima vale una tassa

Friday, October 24th, 2008

Insomma: prendere i provvedimenti contro i gas serra e il cambiamento del clima è un investimento che renderà le nostre industrie più competitive o un salasso che le metterà definitivamente fuori mercato? È la domanda che i cittadini rimasticano dubbiosi di fronte allo scontro che contrappone il governo italiano all’Unione Europea. La risposta va cercata in un Rapporto Ue di 972 pagine irto di cifre e grafici. Ma trovarla non è facile perché il Rapporto presenta 9 possibili scenari e i costi. Che oscillano tra 9 e 25 miliardi. I politici possono quindi scegliere i numeri che fanno più comodo. Così troviamo il governo italiano schierato con Polonia, Bulgaria, Romania e Lituania contro Paesi che consideriamo economicamente più simili a noi come Francia e Germania.

Nella difesa dell’ambiente l’Europa si è data obiettivi ambiziosi: entro il 2020 il 20% di gas serra in meno, il 20% di efficienza energetica in più e il 20% di energia da fonti rinnovabili. Ora è arrivata la crisi finanziaria. Chi il programma dell’Ue non l’ha mai amato si trova tra le mani un’arma nuova e dice che non è possibile affrontare una tale spesa per l’ambiente insieme con altre questioni più drammatiche e urgenti. La decisione è rinviata a dicembre, ma il governo italiano chiede già di congelare tutto fino al 2009.

Ci sono anche strane contraddizioni. Il 10-11 ottobre a Venezia al «World Political Forum», presieduto da Mikhail Gorbaciov, tecnici, politici e comunicatori di 29 Paesi, dall’America all’Africa all’Asia, hanno chiesto un’azione forte dei media per far comprendere all’opinione pubblica e ai politici l’urgenza del problema clima. «Il tempo è scaduto - ha detto Gorbaciov -. Se non si agisce nei prossimi 10 anni, sarà troppo tardi». A Venezia c’era anche Corrado Clini, direttore generale del ministero dell’Ambiente. «Crisi finanziaria, mercato dell’energia e tutela dell’ambiente sono problemi intrecciati, che si risolvono solo affrontandoli tutti insieme», ha detto Clini. Non sembra la posizione di Berlusconi.

Sir David King, già consigliere scientifico di Blair, nel saggio «Una questione scottante» tradotto da Codice Edizioni riporta il calcolo dell’economista Nicholas Stern: affrontare l’emergenza clima oggi costa l’1% del pil, tra qualche decennio, a danni fatti, costerebbe il 20%. Allora il dilemma diventa: pensare per noi ad oggi o pensare per i nostri nipoti?
Fonte: La Stampa

Wwf, Cambiamenti climatici: più veloci, più forti, più vicini

Tuesday, October 21st, 2008

Un nuovo rapporto del World Wide Fund for Nature indica che gli stravolgimenti del clima e i consecutivi effetti superano di gran lunga quanto calcolato nelle previsioni degli scienziati dell’IPCC

L’ultimo rapporto sul riscaldamento globale pubblicato dal Comitato Intergovernativo per i Cambiamenti Climatici (IPCC) e redatto con il lavoro 4.000 scienziati da più di 150 Paesi, lanciava un allarme che non poteva essere ignorato. Ma le previsioni contenute nel documento potrebbero essere inesatte, o meglio i cambiamenti climatici stanno giocando d’anticipo sulle conclusioni dell’IPCC. A rivelarlo è oggi il Wwf nel nuovo rapporto “Climate change: faster, stronger, sooner” (Cambiamento climatico: più veloce, più forte, più vicino), redatto con il supporto di esperti internazionali di climatologia tra cui il prof. Jean-Pascal van Ypersele, professore di climatologia e scienze ambientali all’Università cattolica di Lovanio (Belgio). Secondo lo studio l’Oceano Artico sta perdendo la calotta glaciale con un anticipo di 30 anni circa rispetto alle precedenti previsioni e nel periodo estivo tra il 2013 e il 2040 i ghiacci potrebbero addirittura sparire del tutto; nelle isole britanniche e nel Mare del Nord i cicloni estremi aumenteranno in numero e intensità, portando ad incrementare la velocità del vento e i danni legati alle tempeste sull’Europa occidentale e centrale; il livello di ozono troposferico, che agisce come inquinante, potrà essere simile a quello registrato durante l’ondata di caldo del 2003, con aumenti maggiori in Inghilterra, Belgio, Germania e Francia. E anche la quantità massima di piogge annue aumenterà nella maggior parte d’Europa, con conseguenti rischi di inondazioni e danni economici.

“E’ ormai chiaro – ha affermato il prof. van Ypersele, neo-eletto vice presidente dell’IPCC – che il cambiamento climatico sta già avendo un impatto maggiore di quanto la maggior parte di noi scienziati avesse anticipato. Per questo è vitale che la risposta internazionale per il taglio delle emissioni (mitigazione) e l’adattamento sia più rapida e più ambiziosa. L’ultimo rapporto IPCC ha mostrato che i motivi di preoccupazione ora sono più forti e questo dovrebbe indurre l’Europa a impegnarsi perché l’aumento della temperatura globale sia ben al di sotto dei 2°C rispetto all’era pre-industriale. Ma anche mantenendo il limite di 2°C, secondo l’IPCC è necessario comunque che i paesi sviluppati riducano le emissioni dal 25 al 40% entro il 2020 rispetto ai valori del 1990, mentre una riduzione del 20% risulterebbe insufficiente”. Per tale motivo il WWF torna ad appellarsi alla UE affinché adotti un target di riduzione delle emissioni di almeno il 30% entro il 2020 rispetto ai livelli del 1990, senza però affidarsi pesantemente alle compensazioni per i progetti all’estero, e garantendo un supporto e un sostegno economico sostanziali ai paesi in via di sviluppo, per aiutarli ad affrontare il cambiamento climatico in atto e adattarsi agli impatti che già oggi sono inevitabili.

Fonte : La Repubblica

E gli uccelli migratori partono in anticipo

Monday, October 20th, 2008

Tempi duri per il popolo dei migratori che ormai ha cambiato l’orologio interno a causa dei mutamenti del clima. Secondo gli esperti, negli ultimi 30 anni il complesso degli uccelli che in inverno si trovano a Sud del Sahara e che decidono in primavera di partire verso Nord a nidificare, in particolare in Europa, hanno anticipato la partenza almeno di un giorno ogni 3 anni, quindi in tutto circa dieci giorni.

GLI ESPERTI - Questo il quadro illustrato da Fernando Spina, dirigente di ricerca dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). Conferme del cambio di calendario dei migratori infatti arrivano dai dati del progetto di studio e monitoraggio «Piccole isole», pensato e coordinato dal Centro di Inanellamento italiano ed attivo in sette Paesi del Mediterraneo, con una rete di 40 stazioni, come Ventotene, dove gli uccelli migratori vengono «inanellati» e quindi identificati e contati. «In 21 anni di lavoro, con il coinvolgimento di 700 volontari - spiega Spina - abbiamo inanellato e monitorato 800 mila esemplari. I dati della serie più lunga, dell’isola di Capri, hanno confermato la partenza anticipata, tra uno e due giorni ogni cinque anni, di una specie come la balia nera dalle aree di svernamento a sud del Sahara in primavera

Fonte: Corriere della Sera

Clima, il governo alla Ue “Fermiamo tutto per un anno”

Sunday, October 19th, 2008

Sul clima, il governo italiano chiede una proroga. Dopo la feroce polemica tra l’Italia e l’Unione europea sugli interventi per contenere le emissioni di anidride carbonica, Roma propone di congelare la discussione per dodici mesi: “Assicurare un’analisi costi-efficacia nei prossimi 12-15 mesi; approvare a dicembre il pacchetto con una clausola di “revisione” che preveda l’aggiustamento delle misure in relazione ai risultati dell’analisi costi-efficacia da effettuare nel corso del 2009″.

Se ne parlerà lunedì a Bruxelles. Il commissario Ue all’Ambiente, il greco Stavros Dimas, ha annunciato che incontrerà i rappresentanti del governo italiano la prossima settimana. Dopo lo scontro di ieri, Dimas, “allibito” per l’ostruzionismo del premier Silvio Berlusconi, ora tenta la mediazione.

La Commissione Ue, ha sottolineato uno dei portavoce della Commissione Ue, Jens Mester - è “consapevole che alcuni stati membri hanno preoccupazioni, ma è anche fiduciosa che un accordo complessivo verrà trovato entro dicembre senza indebolire il livello generale di ambizione del pacchetto”.

Ma da Roma giungono le parole del presidente del Senato Renato Schifani che avvalora la posizione del governo italiano e avverte: la tutela dell’ambiente va in secondo piano quando il mondo finanziario subisce una crisi economica come quella che sta vivendo in queste settimane: “Consapevole del pericolo che incombe sull’economia reale - spiega Schifani - l’Europa trovi una sintesi su temi altrettanto importanti, come quello della tutela dell’ambiente, ma sicuramente meno emergenziali rispetto alla crisi finanziaria e al rischio di recessione”.


A differenza del capo dello Stato Napolitano che aveva avvisato della necessità di tenere conto dell’ambiente, il ministro Brunetta entra nella discussione a gamba tesa. “E’ una follia”, tuona il ministro della Funzione pubblica parlando a Buttrio in provincia di Udine dove partecipa a una convention all’università. “L’Italia bene ha fatto a rallentare i processi decisionali anche perché sarebbero costati dieci miliardi di euro in più al 2020. Vogliamo controlli di tipo ambientale - ha concluso Brunetta - che non uccidano però le nostre imprese e le nostre famiglie”.

Motivo del contendere è la decisione dei leader europei di tagliare il 20% di anidride carbonica rilasciata nell’atmosfera entro il 2020 aumentando l’incidenza delle fonti rinnovabili e migliorare l’efficienza energetica. Da allora la Commissione europea ha stilato le proposte legislative che in settimana sono tornate sul tavolo dei capi di Stato e di governo dei 27 con Italia e Polonia che hanno minacciato il veto se non avessero ottenuto una serie di modifiche.

Se il presidente del Consiglio italiano ieri calcolava che il prezzo per ridurre l’emissione di CO2 sarà di 18 miliardi all’anno (mercoledì erano 25 miliardi), per il commissario Ue all’ambiente Stavros Dimas, i numeri forniti da Roma “sono completamente al di fuori di ogni proporzione”: i costi per l’Italia sarebbero compresi tra i 9,5 e i 12,3 miliardi. Anzi, la rivoluzione verde “creerà nuovi posti di lavoro (0,3%), spingerà l’innovazione e darà sicurezza energetica”.

Fonte : La Repubblica

Clima, Bruxelles contro l’Italia

Saturday, October 18th, 2008

 A Bruxelles sono “allibiti”: sul costo del pacchetto di misure europee per contenere l’effetto serra, “l’Italia dà numeri sbagliati”. Se Berlusconi ieri calcolava che il prezzo per ridurre l’emissione di CO2 sarà di 18 miliardi all’anno (mercoledì erano 25 miliardi), per il commissario Ue all’ambiente Stavros Dimas, i costi sarebbero tra i 9,5 e i 12,3 miliardi.

Anzi, per la Ue, “l’Italia è uno dei Paesi che probabilmente farà l’affare migliore” sul clima, anzichè subire uno svantaggio insopportabile. Dati e cifre che provocano l’affondo di Walter Veltroni (”Berlusconi ci isola dalla Ue”) e di Ermete Realacci, ministro dell’Ambiente nel governo ombra del Pd che, lapidario, dichiara: “Come al solito, Berlusconi ci regala una pessima figura a livello internazionale”.

Ue: “Numeri sproporzionati”. Dichiarazioni pesanti quelle del commissario Ue all’ambiente Stavros Dimas: “In Italia, i numeri sono completamente al di fuori di ogni proporzione rispetto a quello che chiediamo ai Paesi di fare. Non so da dove vengono, ma non sono quelli che noi chiediamo”.

Il commissario ha voluto comunque precisare che “non c’è alcun attacco all’Italia”, anzi, “puntiamo alla massima cooperazione. Forse - ha detto tentando ai ammorbidire le precedenti dichiarazioni sui dati italiani “sproporzionati” - può esserci stato qualche malinteso; forse non abbiamo bene spiegato le nostre misure”. E poi ha spiegato: il pacchetto per contenere l’effetto serra, “permetterà all’Italia di fare l’affare migliore. Gli interventi per contenere le emissioni faranno crescere l’occupazione dello 0,3%, e il costo per lo Stato italiano non sarà l’1,4% del Pil entro il 2020, ma sarà contenuto tra lo 0,51% e lo 0,66% del Pil. Non capisco perchè l’Italia sia così pessimista”.


Veltroni: “Berlusconi ci isola dalla Ue”.
Parole che fanno gridare allo scandalo l’opposizione. Il leader del Pd Walter Veltroni accusa il governo di “isolare il nostro paese dal nucleo storico dell’Unione europea. La drammatica crisi finanziaria di queste settimane - ha detto Veltroni - non ferma i mutamenti climatici e dunque non può e non deve fermare l’impegno per arginarli”.

Replica Ronchi: “Attacco irresponsabile”. Replica secco il ministro delle politiche Europee Andrea Ronchi: “Veltroni continua con i suoi irresponsabili attacchi e conferma di non avere a cuore l’interessi dell’Italia. Il governo ha tutta l’intenzione di rispettare gli impegni presi a favore dell’ambiente - precisa il ministro - ma non può accettare un pacchetto che penalizza così pesantemente imprese e cittadini. L’obiettivo del nostro paese è di arrivare a un accordo equo”.

“Insopportabili 18 miliardi all’anno”. Roma lamenta che il pacchetto chiamato a sostituire Kyoto, i cui effetti scadono nel 2012, comporta troppi costi per economia e industria. “Non è possibile che l’Italia si addossi 18 miliardi all’anno di gravame”, ha ribadito ieri il Cavaliere al vertice Ue. La soluzione, ha aggiunto il premier, deve guardare ad una migliore ripartizione dei costi tra i vari stati che “sia basata sulla popolazione di ciascuna nazione” e non sul prezzo dei permessi di inquinare che le industrie dovranno pagare.

Entro il 2020 taglio del 20% di CO2. Il tutto si inserisce nel piano ideato dagli stessi leader Ue che chiedono, entro il 2020, il taglio del 20% delle emissioni di CO2, l’aumento delle fonti rinnovabili e il miglioramento dell’efficienza energetica.
Salta il calendario della Ue. Nella due giorni di Bruxelles il fronte del no - guidato da Italia e Polonia - è riuscito a far saltare il calendario del presidente di turno dell’Ue, il francese Nicolas Sarkozy, che puntava all’approvazione di tutte le misure prima di dicembre.

CLIMA: PARTE AZIONE CONTRO ‘MALATTIE DA RISCALDAMENTO’

Thursday, October 16th, 2008

Un lavoro di squadra per contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici sulla salute e la disponibilita’ di cibo e acqua nel pianeta. L’azione concertata ha preso il via oggi a Roma, nella Giornata mondiale dell’alimentazione: Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (Fao), Organizzazione Mondiale della Sanita’ (Oms) e Agenzia europea per la sicurezza alimentare (Efsa) si sono incontrate per decidere azioni comuni volte a mitigare il piu’ possibile tanto gli effetti negativi del riscaldamento globale, quanto le disparita’ che potranno acuirsi tra Nord e Sud del mondo come all’interno dell’Europa. ”Siamo gia’ al lavoro”, ha detto la responsabile della divisione su Cambiamento globale e salute dell’Oms, Bettina Menne. L’obiettivo e’ mettere i sistemi sanitari di ogni Paese in grado di affrontare con interventi appropriati le nuove situazioni che si potranno determinare, dalla comparsa di nuove malattie alle inondazioni. ”Interventi che finora sono stati considerati marginali sono destinati a diventare centrali” e in alcuni casi sara’ anche necessario adattare l’organizzazione interna degli ospedali. Per il direttore della divisione Nutrizione e protezione dei consumatori della Fao, Ezzedine Boutrif, ”la prima cosa da fare e’ cominciare a raccogliere dati reali e attivare sistemi di sorveglianza per affrontare il problema nel modo piu’ efficiente”. Anche il presidente del comitato scientifico dell’Efsa, Vittorio Silano, e’ convinto che siano necessari sistemi di raccolta dati e monitoraggio locale, soprattutto perche’ ”il cambiamento climatico e’ un problema globale, ma produrra’ effetti diversi in territori diversi”. Ospite d’onore Giovanni Berlinguer, per il quale ”i cambiamenti climatici in corso richiederanno l’adeguamento dei servizi sanitari”, ma soprattutto va attribuito alla salute ”un valore intrinseco e non utilitaristico”. Ecco alcune delle trasformazioni che si prevede saranno causate dal cambiamento climatico:

- TEMPERATURA: si calcola che in Europa potra’ aumentare fra 2,3 e 6 gradi per la fine del secolo.

- POVERTA’: gli oltre 60 milioni di persone che nell’Europa dell’Est vivono in assoluta poverta’ potranno diventare piu’ numerosi per le trasformazioni dovute ai cambiamenti climatici. Secondo le stime, affrontare la nuova situazione potra’ costare fino al 5% del Prodotto interno lordo (Pil).

 - MENO RACCOLTI: la produzione agricola potra’ diminuire nei Paesi mediterranei, Europa Orientale e Asia centrale, dove la riduzione e’ valutata in circa il 30% per la meta’ del secolo.

 - NUOVE INFEZIONI: le temperature piu’ alte potranno favorire la circolazione di virus di origine animale trasmissibili all’uomo, come quelli di epatite E e febbre della Rift Valley; oppure di batteri come salmonella, yersinia, listeria e leptospirosi.

- CIBO A RISCHIO: le temperature piu’ elevate possono favorire lo sviluppo di batteri negli alimenti, come la salmonella.

- MENO ACQUA: le persone che vivono in zone povere di acqua potranno aumentare fra 16 e 44 milioni entro il 2080. In Italia sono a rischio Puglia, Basilicata, Sicilia e Sardegna. (ANSA).

CLIMA: BARROSO, NESSUNA FLESSIBILITA’ SU OBIETTIVI

Thursday, October 16th, 2008

L’Unione Europea deve mantenere gli obiettivi di lotta al cambiamento climatico per i quali non è possibile “nessuna flessibilità”. Lo ha detto il presidente della commissione Ue, José Manuel Durao Barroso, interpellato sulla posizione dell’Italia che ritiene insostenibili gli oneri per l’industria e l’economia.

 ”Nessuna flessibilità per gli obiettivi, ma solo per centrare gli obiettivi”, ha detto Barroso per il quale sarebbe “un vero errore mondiale se la crisi finanziaria facesse dimenticare la sfida del cambiamento climatico”.

Il presidente della commissione Ue si augura che ci possa essere un accordo finale sul pacchetto clima ”entro dicembre” e che domani, al vertice Ue dei capi di Stato e di governo, possa fare ”qualche progresso”. ”I leader si devono impegnare a rispettare gli obiettivi da loro stessi decisi”, ha detto Barroso presentando il vertice. ”Non dobbiamo diluire le nostre ambizioni”.

PRESTIGIACOMO RINVIARE DECISIONE UE

Monday, October 13th, 2008

Italia ”inflessibile” sulla necessita’ di rivedere il pacchetto clima-energia dell’Ue. ”In un momendo di crisi come questo e’ irresponsabile insistere su un insieme di misure” dal forte impatto economico e senza risultati ambientali non solo per il sistema Italia ma anche per le economie di altri Paesi europei. Lo ha detto il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, annunciando che l’Italia ”chiedera’ il rinvio della decisione”. Il ministro e’ tornato sul pacchetto clima al termine del Consiglio dei Ministri odierno a Napoli. L’appuntamento piu’ importante sara’ la riunione dei Capi di Stato e di Governo il prossimo 15 e 16 ottobre. Al centro la situazione economica. Da qui la richiesta di ”rinviare la valutazione” sul pacchetto clima-energia. ”Non e’ il momento per questi impegni”, ha detto Prestigiacomo sottolineando che visto che le decisioni in quella sede vengono prese all’ unanimita’ ”la posizione italiana sara’ determinante” e di ”forte peso”. ”Chiediamo - ha aggiunto Prestigiacomo - che l’ Ue tenga in considerazione l’impatto insostenibile per la nostra economia e per il nostro sistema. E anche se le scadenze delle misure non sono cosi’ vicine, non e’ il momento per decisioni cosi’ vincolanti”.

Per l’Italia si tratterebbe di fatto di una ”tassa aggiuntiva” ha proseguito Prestigiacomo dai risultati ambientali ”inutili”. All’Italia, ha spiegato quindi il ministro, il pacchetto europeo che prevede la riduzione del 20% delle emissioni di Co2, l’aumento del 20% delle rinnovabili e la crescita dell’efficienza energetica del 20% costera’ ”l’1,14% annuo del Pil nazionale senza risultati ambientali visto che l’incidenza di riduzione delle emissioni per il nostro paese sara’ dello 0,03% e per tutta l’Ue del 2-3 per cento”. Senza contare che l’Italia, ha proseguito Prestigiacomo, ”e’ costretta a investimenti piu’ onerosi rispetto a Paesi piu’ inquinatori”. Il ministro chiede quindi un rinvio sulla decisione di approvare il pacchetto entro l’anno sottolineando la ”necessita’ di aprire un vero e proprio negoziato nel momento in cui il provvedimento verra’ esaminato nel merito”. L’Europa vorrebbe arrivare all’appuntamento del dicembre del 2009 di Copenaghen, quando si dovra’ decidere il futuro dopo il Protocollo di Kyoto, con le misure gia’ approvate pensando di convincere Usa, Cina ed India ad aderire agli obblighi di riduzione delle emissioni. Ma, secondo il ministro, in questo momento ”l’Europa sembra essere sorda e non accorgersi di quello che sta succedendo nei singoli paesi senza contare le spinte di natura elettoralistica in seno al Parlamento europeo”. (ANSA).

Il Pianeta “bolle” e noi dobbiamo cambiare le piante

Thursday, September 25th, 2008

Dopo la Rivoluzione verde del ‘900, che ha aumentato la produzione di cibo, ora la sfida è migliorarne la qualità, vale a dire mantenere o aumentare i livelli di produzione in modo sostenibile dal punto di vista ambientale, sociale ed economico.

Primo punto: risparmiare l’acqua, bene irrinunciabile ma non inesauribile. Viviamo in un pianeta di sale. Il volume totale d’acqua sulla Terra è di 1.4 miliardi di Km3, ma solo il 2,5% del totale è acqua dolce. Inoltre la maggior parte dell’acqua dolce non è disponibile perché è sotto forma di ghiaccio e di neve permanente o è situato sottoterra in modo non raggiungibile. Si stima che solo lo 0,01% dell’acqua sia disponibile per gli ecosistemi e per gli uomini.

Il 10% dell’acqua utilizzata ogni giorno è usata direttamente dalla popolazione, il 20% dall’industria e il 70% dall’agricoltura. La responsabilità di un uso sostenibile è quindi da ripartire in tre aree nella stessa proporzione. Sul mondo della produzione agricola pesa il grosso della responsabilità dell’emergenza acqua. E anche dell’emergenza cibo, perché senz’acqua non c’è produzione e dunque non c’è cibo. L’alternativa alla fame e alla sete è dunque orientarsi verso piante che abbiamo minor bisogno di acqua per nascere, crescere e produrre commestibili. Il compito è ancora più difficile perché il riscaldamento globale ha avuto due effetti devastanti: ha reso molte piante inadatte, perché incapaci di crescere a più alte temperature, e ha aumentato la percentuale di terreni salini, inadatti anch’essi alla coltivazione.

Il fenomeno si crea perché, quando si irriga il suolo a temperature più elevate, l’acqua evapora e lascia sul suolo il sale. Il 20% dei suoli agricoli irrigui, su 250 milioni di ettari, è interessato dal processo di salinizzazione, il primo passo verso la desertificazione. Certamente esistono sistemi di irrigazione, anche avanzati, ma la tecnologia non è applicabile ovunque, per cui la soluzione sta nella scienza e nella sua capacità di adattare geneticamente le piante all’evoluzione del pianeta: piante che resistono alla siccità, che nascono in terreni salini e che producono cibo con meno acqua.

Dovremo quindi impegnarci sul miglioramento genetico delle piante coltivate, selezionando piante che resistano ai nuovi stress ambientali: gli agenti patogeni e alla mancanza di acqua. Ogni anno circa il 30% della produzione agricola si perde per questi due motivi, e in Africa si arriva a picchi dell’80%. Evitare queste perdite significa aumentare la produzione senza aumentare le superfici da coltivare e ridurre i costi di produzione. Oggi contro le malattie si utilizzano i pesticidi che hanno il vantaggio di salvare la pianta, ma sono costosi e inquinanti. I laboratori di tutto il mondo sono impegnati nell’obiettivo di rendere le piante più resistenti alle malattie - mettendo nel DNA geni di altre piante che hanno più difese naturali, come quelle selvatiche - e in quello di ottenere piante che siano più efficienti nell’utilizzo di fertilizzanti.

Altro obiettivo è combinare i geni per ottenere piante «water-saving». Un sistema è modificare gli stomi, che sono dei pori presenti sulla superficie delle foglie attraverso i quali la pianta assorbe CO2, ed espelle ossigeno, ma anche il 90% dell’acqua che assorbe attraverso le radici. Al Dipartimento di Scienze Biomolecolari e Biotecnologie dell’Università Statale di Milano, modificando un gene che rende gli stomi un po’ più piccoli, abbiamo realizzato una pianta che fa evaporare solo il 60% di acqua e, trattenendone di più, necessita di circa il 30% in meno di acqua. Abbiamo ottenuto questo risultato con l’Arabidopsis, la pianta modello di riferimento, e stiamo trasferendo questi risultati in piante da coltivare: presto vedremo pomodori «water-saving».

Chi è Tonelli Genetista
RUOLO
: E’ PROFESSORE DI GENETICA ALL’UNIVERSITA’ DI MILANO E LEADER DEL GRUPPO DI «GENETICA MOLECOLARE DELLE PIANTE»
RICERCHE: APPLICAZIONI BIOTECNOLOGICHE

Fonte : La Stampa

Arcobaleno capovolto a Cambridge un effetto dei mutamenti climatici

Friday, September 19th, 2008

Il clima cambia, l’arcobaleno pure: ora è capovolto e ha l’aspetto di un sorriso. L’immagine è stata catturata da un’astronoma, nei cieli di Cambridge. “Non ho mai visto una cosa del genere in tutta la mia carriera”, confessa Jacqueline Mitton, 60 anni, una vita spesa a scrutare il cielo. Grande è stata quindi la sorpresa quando, domenica scorsa, poco prima delle 17, si è affacciata dalla finestra della sua abitazione inglese.

Si tratta di un fenomeno molto inusuale, che ha luogo quasi esclusivamente nelle aree polari. “Devono verificarsi determinate condizioni climatiche, che certamente non capita di trovare a Cambridge. Almeno questo è quello che credevamo”, dice l’esperta. Tecnicamente l’arcobaleno capovolto si chiama “arco circumzenitale” ed è spesso difficile da individuare, perché è sempre posizionato in alto, attorno allo zenit. Si forma a causa della rifrazione dei raggi solari da parte di minuscoli cristalli di ghiaccio. I colori sono molto più vivi rispetto a quello tradizionale, che, invece, è prodotto dai raggi del sole deviati dalle gocce d’acqua. Di fatto è questa la differenza principale tra i due arcobaleni: quello normale, cui siamo tutti abituati, si forma quando la luce penetra le gocce, per poi “uscirne”; l’arco circumzenitale, invece, è dato dall’interazione tra la luce e i cristalli di ghiaccio, che la indirizzano verso il sole.

“Si tratta di un arcobaleno molto più luminoso, ed è generalmente più piccolo. Per questo i colori si distinguono meglio”, dice Simon Mitton, marito di Jacqueline e anche lui astronomo, oltre che laureato in fisica. Si va dal rosso, nella parte più vicina all’orizzonte, passando per il giallo e il verde, fino ad arrivare al blu, dalla parte dello zenit. Anche il Comune di Cambridge, tramite la sua portavoce, non ha nascosto la sua meraviglia: “Non è certo un fenomeno abituale per i cieli del Regno Unito”.

“L’arcobaleno invertito - sottolinea la Mitton - si può osservare, ma sempre in zone molto più fredde”. “Non sappiamo dire quante persone lo abbiano potuto vedere, perché non siamo riusciti a calcolarne l’estensione. Ma posso dire che si trattava di una vista davvero impressionante”. La colpa è nelle mutate condizioni climatiche, soprattutto a livello di temperature, ed è tutt’altro che improbabile che si possa verificare di nuovo

Fonte: La Repubblica

E ora il sole illumina la caccia alle balene

Monday, September 15th, 2008

“Il mio bisnonno disse a mio padre: ragazzo, un giorno l’Alaska diverrà Hawaii e le Hawaii diverranno Alaska. Il mondo si rovescerà, il freddo diventerà caldo e il caldo diventerà freddo. Il vecchio sapeva quello che diceva, perché così raccontavano i suoi antenati da generazioni. Ma mai avrebbe pensato che sarebbe toccato a suo pronipote vedere una cosa simile. Invece è successo. Sta succedendo. Ora, qui, davanti ai miei occhi”.

Nevica a poche ore dalla partenza per il Canada e il passaggio a Nord-Ovest; dal Mar Glaciale Artico un sipario umido è sceso sulla tundra nuda e senza ripari, enormi spartineve hanno già acceso i motori sulla pista dell’aeroporto, ma Henry Kignak, 46 anni e sette figli, capitano baleniere sulla costa più settentrionale del Nord America non si fa impressionare da quello che considera un temporaneo incrudimento del clima. Guarda fuori dal garage pieno di arpioni e teschi di tricheco, stringe gli occhi a mandorla e sorride. Sorridono sempre i popoli artici, anche di fronte alle catastrofi. È il loro modo di arrendersi a una natura più forte.

“Settembre… la mia famiglia ha generazioni di balenieri alle spalle, e so che per i miei vecchi questo era già un mese freddissimo, la caccia non iniziava mai più tardi di questi giorni… ora invece cominciamo ai primi di ottobre perché le balene restano sempre più a lungo e il mare è sempre più tiepido”. Ma il mestiere continua, ci tiene a dirlo, sempre con le stesse regole, è un rito che si perpetua per garantire la continuità del mondo. Le balene ci sono, anzi, negli ultimi anni sono aumentate, ne sono passate dodicimila nell’ultima stagione, e capitan Kignak continua a prendere il timone ogni primavera e autunno.


Gli uomini del nord Alaska affrontano i leviatani con dei gusci di noce. Una scialuppa di legno - 6 metri per 1,20! - coperta di pelle di foca nel mese di maggio, quando la banchisa è ancora attaccata alla terraferma e la barca deve essere spinta per miglia fino in mare aperto; e un piccolo motoscafo a settembre-ottobre con a bordo sei persone al massimo, un ramponiere, quattro uomini per le manovre e lui, il capitano; “whaling captain” Kignak.

Henry accarezza il rampone, lo impugna, sale sulla barca, mostra come si affonda nella nuca della balena, scende, lo smonta, ne estrae l’arpione e il percussore che con una piccola carica spara il colpo fatale. “Amo tutto questo, me l’hanno insegnato e io lo insegno ai miei figli, anche loro saranno capitani, anche loro dovranno svegliare i loro uomini nel grande momento, quando tutto il villaggio scende a mare “Hurry up! Hurry up!”… e poi via in mare aperto… ah, la caccia primaverile è magnifica, si sta al largo per quindici giorni senza quasi dormire, sempre su quella barchetta, con una tendina per assopirsi ogni tanto su un banco di ghiaccio… amico mio, qui non si torna a riva senza la preda”.

Ha figlie bellissime capitan Kignak, cinque femmine occhi nerissimi e capelli color ebano e bronzo lunghi fino alla vita, e sua moglie dice che cinque è il numero giusto: cinque cuoche per la carne di balena e tricheco, così i maschi possono fare il capitano e il ramponiere. Le donne del grande nord possiedono una femminilità quieta e un’astuzia imbattibile, qualità entrambe necessarie a coabitare con questa razza di maschi cacciatori. “Anche mio padre - dice lei - era un capitano e ha ucciso trentasei balene, poi si è fermato. Suo padre era arrivato a trentacinque e a lui è bastato superarlo di una”.

È arrivato il tempo di partire, regalo un mio vecchio berretto di lana al capitano ricevendo in cambio un portachiavi di pelo di orso bianco, e corro in aeroporto in un turbinio di neve. Aeroporto, si fa per dire: arrivi e partenze dell’unico aereo da e per il resto del mondo concentrano le operazioni passeggeri in un’unica stanza surriscaldata di 20 metri per 20, stipata di personaggi rudi, vestiti alla buona, di stazza superiore alla media. Cacciatori, pescatori, balenieri, viaggiatori di terre estreme. L’aereo è metà cargo e metà passeggeri, dalla stiva escono su un nastro trasportatore tonnellate di verdura fresca per le navi rompighiaccio in missione al largo.

Mi trovo nell’ultima fila del sedile di mezzo, schiacciato fra un tipo gigantesco di almeno due quintali che si addormenta all’istante, e un anziano e grintoso geofisico israeliano di nome John Kroll, che comincia a raccontarmi aneddoti sulla sua vita in mare tra gli iceberg. Negli anni Sessanta, quando ancora il Polo non si scioglieva, ha navigato per tredici mesi e mezzo a bordo di una delle isole di ghiaccio più grandi della terra, Fletchers Ice Island si chiamava, sulla quale gli americani avevano impiantato una base dell’Air Force, e che poi si sciolse negli anni Ottanta disperdendo in mare centinaia di tonnellate di equipaggiamenti e migliaia di barili di petrolio. L’uomo giusto, penso, con la memoria lunga necessaria a capire il riscaldamento climatico.

Gli chiedo cosa pensa di quello che succede. Lui: “Semplice, il pack si è ridotto della metà. Meno esteso d’estate e meno profondo d’inverno. Il ghiaccio vecchio sta scomparendo, tende a rimanere solo quello nuovo. Ormai si naviga dappertutto. Le navi con il gas siberiano attrezzate per i ghiacci, si spostano anche d’inverno tra le foci del fiume Ob e il Mar Bianco. Le navi da crociera sbarcano migliaia di turisti in Groenlandia, si infilano nel passaggio a Nord-Ovest. E le Isole Svalbard stanno diventando le Canarie”.
Le Svalbard le Canarie! Ma non è la stessa cosa che ha detto il baleniere a proposito dell’Alaska e delle Hawaii? È impressionante come nei grandi eventi la memoria leggendaria di un popolo e la ricerca possano arrivare alle stesse conclusioni. Gli eschimesi ci arrivano col mito dell’eterno ritorno, la visione ciclica della vita per cui tutto ricomincia da capo, al freddo deve succedere il caldo e al caldo è destinato fatalmente a succedere il freddo. Gli scienziati ci arrivano attraverso l’osservazione, ma la differenza non è poi tanta, sorride Kroll: “Un aneddoto diventa una storia, ma tre aneddoti sono una teoria scientifica”. Davvero il caldo si sposta a nord? “Certamente - risponde l’israeliano - l’energia solare dell’Artico è diventata più forte di quella dei Tropici. Con il sole stai in camicia anche al Polo”.

E intanto, mentre la leggenda eschimese delle Hawaii trova autorevole e illuminata conferma, l’aereo atterra a Prudhoe Bay, uno dei campi petroliferi più a nord del mondo, per riempirsi di personaggi ancora più estremi, muscolosi, tatuati e iperattivi dai colli taurini talvolta addirittura più larghi della testa. Il gigante accanto a me s’è svegliato e anche lui comincia a raccontare. Una vita in villaggi fuori mano a fare tutti i mestieri. Ora viene da Kaktovik, uno degli ultimi paesi prima della costa canadese sull’Artico, in acque più fredde in queste ore è già iniziata la caccia alla balena. Conferma che la febbre della terra è entrata anche nella sua vita. Racconta degli orsi bruni, i grizzly, che a causa del caldo si spingono sempre più a nord e cacciano dalla costa gli orsi bianchi, i quali a loro volta, per lo sciogliersi dei ghiacci, vedono ridursi giorno per giorno i loro territori di caccia. “Gli orsi bianchi sono feroci - ride - ma le assicuro che l’orso bruno è molto peggio”.

A Fairbanks non c’è ombra di neve, i colori sono ancora quelli di fine estate; sembra che la stagione voglia spremere dal paesaggio tutti i possibili languori della stagione: il giallo oro delle foglie di betulla, il rosso delle brughiere, il blu dei laghi, il bianco del monte MacKinley sullo sfondo. Un nuovo passeggero sostituisce il gigante e mi racconta che i migratori non sono ancora partiti da lì, sono già in ritardo di dieci giorni sul 2007. Due notti prima c’è stata un’aurora boreale fuori stagione, con verdi festoni nel cielo stellato, e proprio quel mattino l’alba ha fatto esplodere nel cielo colori caraibici dall’arancio al violetto.

Bisogna scendere maledettamente a sud, fino a Seattle, per poter poi risalire nel cuore artico del Canada, e a Seattle la fauna aeroportuale cambia di nuovo, drammaticamente. Spariscono i cacciatori, i “trappers” con i loro zaini giganteschi, ed entrano in scena le truppe metropolitane con le loro donne iper-eccitate dalla voce nasale, le loro arie condizionate e i loro sprechi di ogni tipo. Tutto quello che distrugge l’Artico ce l’ho improvvisamente davanti, tra il Pacifico e le Montagne rocciose, nell’ultimo west americano.
Da qui, tempeste di neve permettendo, saliremo a settentrione verso il punto più segreto del passaggio a Nord-Ovest, l’isola di re William dove Roald Amundsen si fermò per due inverni dopo aver superato la parte più difficile dell’arcipelago canadese. Accadde in un porto degli Inuit che fu battezzato “Gjoa”, come la piccola nave dell’esploratore scandinavo. È lì il “diaframma”, il punto - chiave dove il nuovo clima ha definitivamente aperto la circumnavigazione polare. Imbarcandoci, su un giornale troviamo un’ultima notizia: “I ghiacci della California stanno crescendo”. L’ultima conferma che l’eschimese aveva ragione.

Fonte : La Repubblica