Posts Tagged ‘Clima’

La Provincia di Teramo e il Patto dei Sindaci

Thursday, March 18th, 2010

Quarantasette sindaci della Provincia abruzzese hanno sottoscritto il patto europeo per la riduzione delle emissioni di CO2 e l’incremento delle fonti rinnovabili nel territorio locale.

(Rinnovabili.it) – In occasione della EUSEW 2008, la seconda edizione della settimana europea dell’energia sostenibile, la Comunità europea lanciò il progetto Patto dei Sindaci (Covenant of Mayors), al fine di indirizzare le città europee verso la sostenibilità energetica ed ambientale, in accordo con gli obiettivi che l’UE si è posta di raggiungere entro il 2020: ridurre i gas effetto serra, incrementare l’efficienze energetica e la produzione di energia da fonti alternative nella famosa formula del 20-20-20. Ogni comune è quindi libero di aderire volontariamente al progetto, programmando un Piano d’Azione atto al raggiungimento degli obiettivi sopra citati. A tale scopo le città aderenti potranno servirsi degli “Elementi guida”, stilati dalla Commissione Europea in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente, oltre che rivolgersi al Centro Comune di ricerca (CCR/JRC, Ispra –Va) della Commissione europea, che fornirà un contributo tecnico-scientifico nella realizzazione dei Piani d’Azione a tutti i soggetti interessati. Dalle 28 città italiane aderenti al momento della presentazione del progetto, avvenuto a Bruxelles il 10 febbraio 2009, si è passati a 239 comuni attualmente coinvolti, con l’ultima adesione in ordine temporale proveniente da 47 comuni del teramese. L’impegno ufficiale è stato sottoscritto ieri dai Sindaci della Provincia di Teramo, anche se la firma ufficiale risale al 13 marzo scorso, in presenza del rappresentante europeo, Pedro Ballesteros Torres, responsabile della Direzione Energia e Trasporti della commissione Europea nonché responsabile del progetto Patto dei Sindaci, e ai Sindaci baby in rappresentanza dei diritti delle future generazioni. Ciascun comune dovrà quindi impegnarsi nella stesura e adozione dei Piani d’azione, affiancati dalla Provincia accreditata come “struttura tecnica di supporto” dall’UE, fornendo supporto, coordinamento e collaborazione tecnica ai municipi sottoscriventi. L’assessore all’Ambiente, Francesco Marconi, lo considera un “punto di partenza verso un traguardo ambizioso ma ampiamente alla nostra portata”.

una iniziativa di Postinterface

Wednesday, March 10th, 2010

 Il sito Internet Postinterface vuole stimolare la comunicazione partecipativa per contrastare le emissioni di CO2 sulla Terra. Gli utenti sono invitati a piantare un albero e a registrare la loro azione in questo ecosistema digitale. Una mappa indica i luoghi in cui è stata effettuata la piantagione, segnando una nuova prospettiva nella risoluzione delle problematiche ambientali.

 

I punti da seguire:

 

  1. pianta e fotografa un albero;
  2. registrati sul sito Internet Postinterface;
  3. esegui il login, pubblica la foto del tuo albero e condividila con i tuoi amici su Postinterface;
  4. invita un amico a fare la stessa cosa.
fonte:

 

 

 

L’uomo responsabile al 95% dei cambiamenti climatici

Tuesday, March 9th, 2010
Solo il 5% attribuibile a fattori naturali
Immagini dell'uragano Katrina del 2005ROMA
Le prove dell’origine antropica del riscaldamento globale sono molto più evidenti di quanto affermato in precedenza. Lo sostiene uno studio realizzato dal Met Office Hadley Centre, dalle Università di Edimburgo e di Melbourne e dalla Victoria University del Canada che intende confutare in tal modo le tesi contrarie degli scettici.Le “impronte umane” sui cambiamenti climatici sono rintracciabili, secondo lo studio, non solo nell’aumento delle temperature, ma anche nel crescente tasso di salinità dei mari, nell’aumento dell’umidità, nel cambiamento delle medie delle precipitazioni e nel ridimensionamento della superficie dell’Artico, al ritmo di 600.000 metri quadri ogni dieci anni.«Vi è una possibilità sempre più remota che gli scettici abbiano ragione. Ovvero meno del 5% di chance che i fattori naturali siano responsabili dei cambiamenti climatici contro il 95% che la colpa sia dei fattori umani», sostiene lo studio pubblicato sulla rivista “Wiley Interdisciplinary Reviews: Climate Change”. Del resto, afferma la ricerca, lo stesso Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change) ha fatto marcia indietro e sulla base del riesame di un centinaio di studi ha affermato che le emissioni di origine umana stanno avendo un impatto importante fin nelle zone più remote del pianeta.

Una sola parte del nuovo studio ammette un punto a favore degli scettici: al momento non vi sono spiegazioni scientifiche sufficienti per attribuire all’azione dell’uomo le modifiche nell’attività degli uragani. Insomma, chi non crede al global warming può continuare a dire che Katrina e colleghi di disastri in giro per il mondo non hanno niente a che vedere con quanto l’uomo ha fatto negli ultimi decenni.

Studio: il cambiamento climatico ha influenzato l’evoluzione umana?,

Sunday, March 7th, 2010

Studiare la ciclicità degli eventi metereologici mettendoli in relazione con i mutamenti genetici del genere umano e creando una mappa degli ecosistemi e delle realtà climatiche. Il progetto pubblicato dal National Research Council sembra ambizioso

(Rinnovabili.it) – Spesso i ricercatori hanno dichiarato che i cambiamenti climatici hanno innescato, nei secoli, eventi talvolta molto importanti, come le migrazioni e la creazione di nuove razze umane. E’ allo stesso modo noto come sia complesso risalire a questi mutamenti mediante lo studio dei fossili e delle testimonianze tangibili arrivate fino a noi. A tal proposito però il National Research Council ha pubblicato una relazione che racchiude un nuovo programma per lo studio interdisciplinare che punta ad analizzare come il passato abbia modificato l’evoluzione della specie umana.
Paleoantropologi e geologi hanno quindi organizzato due diversi programmi di analisi, uno della durata di dieci anni e uno lungo un ventennio con lo scopo di colmare le lacune su ciò che è stato cercando di collegare il come e il perché della nascita e della scomparse di specie vegetali e animali in relazione ad eventi climatici eccezionali, cercando di scoprire se a manifestazioni climatiche uguali corrispondono mutazioni e comportamenti umani e animali costanti nel tempo. In questo modo i ricercatori dovrebbero riuscire a ricostruire nel dettaglio ecosistemi e climi regionali e locali da poter confrontare con gli attuali in relazione all’evoluzione umana, diffondendo i risultati alla popolazione mondiale con lo scopo di sensibilizzare a quali possano essere le reali conseguenze del cambiamento climatico e dell’innalzamento della temperatura globale.
Il programma proposto verrà presentato e discusso il 31 marzo presso la Smithsonian Institution’s National Museum of Natural History di Washington, DC.

Fonte: La Repubblica

Al Gore e la guerra del clima

Friday, March 5th, 2010

SAREBBE un immenso sollievo se i recenti attacchi alla scienza che studia il riscaldamento globale indicassero davvero che non ci troviamo di fronte a una calamità inimmaginabile la quale esige misure preventive su vasta scala per proteggere la nostra civiltà. Naturalmente, dovremmo comunque affrontare i rischi per la sicurezza nazionale di una sempre maggiore dipendenza da un mercato petrolifero dominato dalle riserve in diminuzione situate nella regione più instabile del mondo. E saremmo comunque all’inseguimento della Cina nella corsa allo sviluppo di reti elettriche intelligenti, treni veloci, energia solare, eolica, geotermica e di altre fonti di energia rinnovabile: le più importanti fonti di nuova occupazione del XXI secolo. Ma che peso ci saremmo tolti! Non dovremmo più preoccuparci che un giorno i nostri nipoti ci considerino una generazione criminale, che ha ignorato egoisticamente e spensieratamente i chiari segnali che il loro destino era nelle nostre mani.

Potremmo festeggiare coloro che hanno ostinatamente continuato a sostenere che i rapporti sul cambiamento climatico delle principali Accademie nazionali delle Scienze avevano semplicemente commesso un errore enorme. Io, per esempio, mi auguro sinceramente che le crisi climatiche siano un inganno. Sfortunatamente, però, la realtà del pericolo che stiamo correndo non è stata modificata dalla scope rta di due errori tra le migliaia di pagine di uno scrupoloso lavoro scientifico svolto nel corso degli ultimi 22 anni dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc). In realtà, la crisi si sta aggravando perché ogni 24 ore continuiamo a scaricare nell’atmosfera (come se fosse una fogna a cielo aperto) 90 milioni di tonnellate di inquinanti che contribuiscono al riscaldamento globale del pianeta.

È vero che l’Ipcc ha pubblicato un dato sovrastimato sulla velocità di scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya e che ha utilizzato delle informazioni sui Paesi Bassi fornitegli dal governo e rivelatesi, in un secondo tempo, parzialmente inesatte. Inoltre, le e-mail rubate all’università dell’East-Anglia hanno dimostrato che alcuni scienziati assediati da un’offensiva di richieste ostili da parte degli scettici del clima potrebbero non aver seguito nel modo appropriato i criteri stabiliti dalla legge britannica sulla libertà di informazione. Ma le attività scientifiche non saranno mai esenti da errori. Ciò che importa è che la schiacciante unanimità sul riscaldamento globale resti invariata. È importante anche notare che gli scienziati del comitato - agendo in buona fede, sulla base delle migliori informazioni disponibili - hanno verosimilmente sottovalutato la portata dell’aumento del livello del mare in questo secolo, la velocità con cui la calotta polare artica sta scomparendo e quella con cui alcuni dei grandi flussi glaciali in Antartide e in Groenlandia si stanno sciogliendo e riversando in mare. Poiché questi e altri effetti del riscaldamento del pianeta sono distribuiti a livello globale, è difficile individuarli e interpretarli in ogni singola località.

Ad esempio, il mese di gennaio è stato considerato eccezionalmente freddo in gran parte degli Stati Uniti. Tuttavia, da un punto di vista globale, si è trattato del secondo gennaio più caldo dall’epoca in cui le temperature della superficie sono state misurate per la prima volta, 130 anni fa.
Anche se coloro che negano il cambiamento climatico hanno capziosamente sostenuto per anni che nell’ultimo decennio non si è verificato alcun riscaldamento, gli scienziati hanno confermato che gli ultimi dieci anni sono stati i più caldi da quando le temperature terrestri vengono registrate. Le forti nevicate di questo mese sono state utilizzate a favore delle loro tesi da quelli che affermano che il riscaldamento del pianeta è una leggenda; tuttavia gli scienziati hanno rimarcato che le più elevate temperature globali hanno accelerato la velocità di evaporazione degli oceani, immettendo molta più umidità nell’atmosfera e provocando così le forti precipitazioni di acqua e neve in determinate aree, tra cui gli Stati Uniti nord-occidentali. Come è importante non perdere di vista l’essenziale per il particolare, così é altrettanto importante non farsi trarre in inganno dalle nevicate.

Ecco cosa sta accadendo al nostro clima secondo gli scienziati: l’inquinamento globale prodotto dall’uomo intrappola il calore del sole e aumenta le temperature atmosferiche. Le sostanze inquinanti - soprattutto l’anidride carbonica - sono aumentate rapidamente con il diffondersi dell’uso del carbone, del petrolio, dei gas naturali e dei roghi dei boschi, e nello stesso lasso di tempo le temperature sono cresciute. Quasi tutti i ghiacci che ricoprono alcune regioni della Terra si stanno sciogliendo, provocando l’innalzamento del livello dei mari. Si prevede che gli uragani diventeranno più forti e più distruttivi, anche se il loro numero dovrebbe diminuire. I periodi di siccità diventeranno più lunghi e più gravi in molte regioni e la violenza delle alluvioni aumenterà. La prevedibilità stagionale delle piogge e delle temperature è stata stravolta, mettendo in grave rischio l’agricoltura. Il numero delle specie estinte sta crescendo a livelli pericolosi.

Tuttavia, malgrado le iniziative del presidente Obama al summit sul clima di Copenhagen, lo scorso dicembre, i leader mondiali non sono riusciti a mettere insieme nulla più che la decisione di “prendere atto” dell’intenzione di agire. Ciò comporta dei costi dolorosi. La Cina, oggi la fonte di inquinamento più grande e a sviluppo più rapido, all’inizio dell’anno scorso aveva riservatamente fatto sapere che, se gli Stati Uniti avessero approvato una legge incisiva, avrebbe partecipato, dal canto suo, a un serio sforzo per arrivare alla elaborazione di un trattato efficace. Quando il Senato non ha seguito le indicazioni della Camera dei Rappresentanti, obbligando il presidente Obama ad andare a Copenhagen senza una nuova legge, i cinesi si sono tirati indietro. Con i due maggiori inquinatori che si rifiutavano di agire, la comunità mondiale è rimasta paralizzata.

È importante sottolineare che l’inazione degli Stati Uniti non un caso unico. La globalizzazione dell’economia, associata alla delocalizzazione dell’occupazione da parte dei Paesi industrializzati, ha contemporaneamente fatto crescere i timori di ulteriori perdite di posti di lavoro nel mondo industriale e ha incoraggiato le aspettative delle economie emergenti. Il risultato? Una maggiore opposizione, sia nei Paesi industrializzati che in quelli in via di sviluppo, a qualunque limitazione all’uso dei combustibili fossili.
La decisiva vittoria del capitalismo sul comunismo, negli anni Novanta, ha portato a un periodo in cui la filosofia delle economie di mercato è sembrata dominante ovunque e all’illusione di un mondo unipolare. Negli Stati Uniti, quella vittoria ha condotto anche a una tracotante “bolla” di fondamentalismo dell’economia di mercato. Leggi e regolamenti che interferivano con le operazioni del mercato, sembravano emanare il vago odore dello screditato avversario statalista che avevamo appena sconfitto.

Questo periodo di trionfalismo del mercato ha coinciso con la conferma, da parte degli scienziati, che i primi timori sul riscaldamento globale erano stati grossolanamente sottovalutati. Ma via via che la scienza è diventata più chiara, alcune industrie e alcune società, i cui piani affaristici dipendono da un inquinamento atmosferico senza regole, si sono arroccate ancora di più sulle loro posizioni. Combattono ferocemente contro le disposizioni più miti - proprio come le aziende del tabacco per quattro decenni hanno bloccato le restrizioni alla vendita di sigarette anche dopo che la scienza aveva confermato il collegamento tra fumo e malattie polmonari e cardiache. Allo stesso tempo, i cambiamenti nel sistema politico americano - tra cui la sostituzione dei giornali e delle riviste da parte della televisione e dei mezzi di comunicazione dominanti - ha dato grandi vantaggi ai ricchi sostenitori del mercato senza restrizioni. Alcune organizzazioni mediatiche oggi presentano uomini di spettacolo mascherati da intellettuali politici che spacciano odio e divisione per intrattenimento.

Il loro tema costante consiste nell’etichettare come “socialista” qualunque proposta di riformare i comportamenti basati sullo sfruttamento. La strada verso il successo è ancora aperta. Essa inizia con la scelta da parte degli Stati Uniti di approvare una legge che stabilisca un costo per l’inquinamento che contribuisce al riscaldamento climatico. Abbiamo già superato delle serie minacce all’esistenza. Spesso viene citato Winston Churchill quando disse: “A volte fare del nostro meglio non è sufficiente. A volte bisogna fare ciò che è necessario”. Quel momento è arrivato. I funzionari pubblici devono raccogliere la sfida facendo ciò che è necessario e l’opinione pubblica deve esigere che lo facciano, oppure sostituirli.
©New York Times / la Repubblica
(Traduzione di Antonella Cesarini)

Emergenza clima, scompare la nebbia

Tuesday, February 23rd, 2010

In Pianura Padana diminuzione del 30-35% in 20 anni. Sulle coste Usa ogni giorno è presente tre ore di meno

UNO STUDIO DELL’UNIVERSITA’ DI BERKLEY: FENOMENO MONDIALE

Emergenza clima, scompare la nebbia

In Pianura Padana diminuzione del 30-35% in 20 anni. Sulle coste Usa ogni giorno è presente tre ore di meno

La nebbia scompare, vittima dei cambiamenti climatici: la Pianura Padana ne regista una riduzione del 30-35% in 20 anni mentre sulle coste Usa si è calcolato che ogni giorno è presente tre ore di meno. E si parla di allarme ecosistemi. A dirlo negli Stati Uniti sono stati i ricercatori dell’Università di Berkley che hanno evidenziato come questo cambiamento potrebbe incidere negativamente sul benessere delle foreste. Lo studio, che sarà pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, ha sottolineato come la drastica riduzione della nebbia, accompagnato da un aumento della temperatura media, possa causare ripercussioni negative sulle foreste di sequoie che popolano la costa orientale degli Stati Uniti: la nebbia, riuscendo a prevenire la perdita di acqua dagli alberi, svolgeva un ruolo fondamentale nel mantenimento dell’ecosistema costiero, che adesso si trova in “serio” pericolo

 
 

 

FENOMEMO GLOBALE - Dalle analisi effettuate lungo la costa orientale degli Stati Uniti è stato evidenziato che, solo nell’ultimo secolo, in estate è stata riscontrata una perdita giornaliera di nebbia di circa tre ore. Un evento questo che i ricercatori ritengono “pericoloso” per il benessere ambientale: sequoie, animali e piante, non potendo più contare sul particolare clima umido delle zone costiere, non riescono a continuare il naturale processo di rigenerazione. Ma il fenomeno è “ben visibile” anche in Europa: in Italia la nebbia è in netta regressione ed è stata calcolata una riduzione del 30-35 per cento negli ultimi 20 anni in Pianura Padana, catalogata, fino agli anni ‘90, come una delle zone più nebbiose del mondo. «Da quell’anno in poi non sono stati più registrati i picchi massimi e i giorni di nebbia si sono notevolmente ridotti anche se gli ultimi due anni hanno fatto registrare un ritorno a una situazione simile agli anni ‘60-’90», ha raccontato Giampiero Maracchi ordinario di climatologia all’Università di Firenze. «Il periodo tra gli anni ‘60 e ‘90 è stato caratterizzato da valori medi di nebbia molto elevati - ha spiegato Maracchi -mentre poi la media ‘80-’99 è caratterizzata già da una fase di cambiamento della circolazione atmosferica e del clima».

FORESTE A RISCHIO - I ricercatori Usa grazie alle informazione su visibilità, vento e temperatura concesse dagli aeroporti, hanno attribuito la causa alla «notevole» diminuzione, nel corso degli anni, della differenza di temperatura tra costa e interno del Paese. Processo questo che ha implicato, secondo le analisi, un calo del 33% degli eventi nebbiosi. Un esempio del cambiamento è stato registrato tra l’università di Berkley, nella Baia di san Francisco, e la città di Ukiah a nord della California: all’inizio del 20/o secolo si stimava una differenza diurna di temperatura di 17 gradi fahrenheit, mentre oggi sono solamente 11. «I dati - ha affermato James A. Johnstone, autore dello studio - supportano l’idea che la nebbia costiera della California del Nord è diminuita in connessione al calo del gradiente di temperatura tra costa e interno. Nonostante sia basso il rischio che le sequoie mature muoiano a titolo definitivo, questo processo può intaccare fortemente il reclutamento di nuovi alberi: andando a cercare altrove acqua, alti tassi di umidità e temperature più fresche - ha concluso Dawson - si avranno effetti sull’attuale gamma di sequoie, piante e degli animali che vivono in questi fragili ecosistemi». (Fonte Ansa)

Il clima cambierà sempre tocca agli uomini adattarsi

Friday, February 12th, 2010

DUE NOTIZIE cattive e due buone. La prima notizia cattiva è che i cambiamenti climatici sono ormai inevitabili. La prima notizia buona è che se verranno portate avanti rigorose politiche di riduzione delle emissioni di gas serra i danni del riscaldamento globale possono essere contenuti entro una dimensione gestibile. La seconda buona notizia è che in molti paesi in giro per il mondo si sta già lavorando per realizzare le opere necessarie ad adattarsi ai cambiamenti climatici: argini e corsi dei fiumi risistemati per resistere a piene più violente in Gran Bretagna e Olanda; sbarramenti e risistemazioni delle zone costiere contro l’innalzamento del livello del mare in Olanda, Germania e in diverse isole del Pacifico; riconversione dell’agricoltura a culture più resistenti alla siccità in Africa; invasi per raccogliere l’acqua di ghiacciai destinati a sciogliersi più in fretta in Butan e in altri paesi asiatici; barriere forestali contro la desertificazioni in Cina. La mappa globale delle opere di adattamento progettate o già in cantiere è fitta, ma purtroppo - e questa è la seconda cattiva notizia - tra chi brilla per la sua assenza c’è proprio l’Italia.

Proprio come una pentola sotto la quale si spegne il fuoco non si raffredda immediatamente, così l’inerzia del riscaldamento globale già avvenuto, anche tagliando drasticamente le emissioni di gas serra, produrrà comunque una serie di cambiamenti nel clima che abbiamo conosciuto sino ad oggi. Per questo, assieme a “mitigazione”, l’altra parola d’ordine è “adattamento”: la messa in cantiere di opere che l’Ipcc, l’organismo Onu per lo studio dei cambiamenti climatici, definisce “aggiustamenti nei sistemi ecologici, sociali ed economici in risposta a stimoli climatici attuali o previsti”. Un termine riferito “a cambiamenti in pratiche, processi o strutture per moderare o bilanciare eventuali danni o approfittare di eventuali opportunità derivanti dai cambiamenti climatici”

Eventi estremi, siccità, innalzamento del livello del mare avranno infatti importanti ricadute su industria, agricoltura, turismo e cure sanitarie. “Nonostante la riduzione delle emissioni che siamo impegnati a conseguire - spiega il Commissario uscente all’Ambiente Stavros Dimas - i cambiamenti climatici sono in una certa misura inevitabili. È pertanto essenziale che si inizi subito il lavoro con i governi, le imprese e le comunità al fine di sviluppare una strategia di adattamento complessiva per l’Ue e fare in modo che tale adattamento sia integrato nelle politiche fondamentali dell’Unione”.

La scelta di Bruxelles è stata quindi quella di pubblicare lo scorso anno un Libro Bianco. “L’Unione europea - si legge nel documento - deve prepararsi, risultati recenti indicano che l’impatto dei cambiamenti climatici sarà più rapido e più intenso di quanto previsto”. “Gli effetti avranno implicazioni diverse da una regione all’altra il che significa che la maggioranza delle misure di adeguamento va adottata a livello nazionale e regionale”.

Per questo la Commissione ha invitato i singoli governi a preparare dei piani d’azione nazionali. Sino ad oggi a presentare un documento sono state Danimarca, Finlandia, Germania, Francia, Ungheria, Olanda, Spagna, Svezia e Regno Unito. Per la maggior parte si tratta di resoconti di come e dove colpiranno i cambiamenti, ma diversi paesi hanno iniziato anche a muovere dei primi passi concreti. In alcuni casi è difficile distinguere opere che andavano comunque previste per scongiurare gli effetti catastrofici delle inondazioni o del dissesto idrogeologico da specifici interventi contro i cambiamenti climatici.

Le due cose infatti si intrecciano e non a caso i governi hanno chiesto all’Ipcc di virare il prossimo Rapporto in chiave locale, inserendo previsioni a scadenza più ravvicinata rispetto alla fotografia del Pianeta a fine secolo scattata con il IV Assestment. Si tratta, come spiega Carlo Carraro, unico italiano del Bureau Ippc, “di concentrare l’attenzione su aree geografiche molto più ristrette, grandi circa 30 chilometri quadrati per rispondere anche alle sollecitazioni della politica e delle comunità locali, che chiedono di sapere con maggiore precisione cosa accadrà, dove accadrà e quando accadrà per pianificare gli investimenti necessari all’adattamento”.

Grazie al coordinamento del Gef, il Global Environmental Fund, i primi interventi stanno iniziando a prendere corpo anche nei paesi poveri. La lista dei progetti di adattamento già avviati per un totale di circa 280 milioni di dollari comprende 19 paesi, dalla B di Bangladesh alla Z di Zambia. Piccole opere per il momento rispetto al dettagliato programma di lavori previsto ad esempio in Gran Bretagna, uno dei paesi più intraprendenti, dove è stato messo a punto anche un accuratissimo piano d’intervento sul tratto londinese del Tamigi. Ma molto di più di quanto non sia stato fatto in Italia. Malgrado il nostro paese sia unanimemente riconosciuto come uno dei più vulnerabili, tra coste a rischio di erosione, dissesto idrogeologico, desertificazione galoppante e minacce al turismo montano.

Una stima formulata nel volume curato da Carlo Carraro “Cambiamenti climatici e strategie di adattamento in Italia” ritiene che con un incremento della temperatura media di 1,2 gradi “nel 2050 si registrerebbe una perdita di benessere equivalente alla riduzione del reddito nazionale di circa 20-30 milioni di euro a prezzi correnti (…) una cifra rilevante pari ad un’importante manovra finanziaria, ma il valore sarebbe addirittura sei volte più grande nel 2100″.

Dopo la Conferenza nazionale sui cambiamenti climatici convocata nel settembre del 2007, poco o nulla si è fatto per coordinare conoscenze e interventi. L’Italia, spiega Francesco Bosello, ricercatore del Centro euromediterraneo per i cambiamenti climatici, “soffre un grosso gap di preparazione, la nostra mappa del rischio non è stata adeguatamente aggiornata con le proiezioni delle pressioni dovute dal riscaldamento globale, così come manca una corretta organizzazione del managment. Eppure abbiamo delle eccellenze nelle ricerche su alcune minacce, come la desertificazione e gli incendi forestali”. Da noi, si sa, prevenzione non è una parola che gode di grossa considerazione. Molto meglio far vedere a tutti quanto siamo bravi a cavarcela nelle emergenze.

  • Dossier
  • LA MAPPA INTERATTIVA
  • Fonte: La Repubblica

    Case con i tetti bianchi contro i cambiamenti climatici

    Saturday, February 6th, 2010
     
       
    ROMA
    Uno un studio pubblicato sulla rivista scientifica Geophysical Research Letters suggerisce di dipingere i tetti delle case di bianco per contrastare l’aumento delle temperature soprattutto nelle grandi città.Il nuovo studio è partito dall’assunto che le città di oggi sono particolarmente vulnerabili ai cambiamenti climatici: strade asfaltate, tetti di catrame e altre superfici artificiali utilizzate negli spazi urbani, assorbono il calore del sole e, aumentando le temperature in media di 2 gradi, creano l’effetto, che gli scienziati chiamano isola di calore urbana.Per questo motivo l’analisi, simulando al computer la quantità di radiazione solare che viene assorbita o riflessa dalle superfici urbane, ha evidenziato che il tinteggio di bianco di tutti i tetti urbani potrebbe essere un buon modo per contrastare il riscaldamento globale.I dati del modello virtuale lo confermano: se ogni tetto fosse interamente dipinto di bianco, l’effetto dell’isola di calore urbana, potrebbe essere ridotto del 33%, portando ad una diminuzione della temperatura di circa 0,4 gradi.

    «Come una camicia bianca in una giornata di sole può essere più fresca rispetto ad una maglietta scura - hanno commentato i ricercatori - così il bianco dei tetti riflettendo il calore verso lo spazio, riuscirebbe a donare temperature più fresche».

    Fonte: La Stampa

    Il vortice polare che farà slittare la primavera fino ad aprile

    Monday, February 1st, 2010

    Farà un freddo polare e non è tanto per dire. Perché le bordate di aria gelida che stanno per abbracciare l’Italia vengono proprio da lì: dai ghiacci monumentali del Polo Nord. Sarà così a febbraio e pure a marzo, per i tepori primaverili si dovrà aspettare aprile e non è una prospettiva che rallegri. Tanto più che non si tratta della previsione di un meteorologo (a volte pure loro sbagliano) ma di uno studio scientifico dell’Ibimet, l’istituto di Biometeorologia del Cnr, datato quattro giorni fa e controfirmato in sei: Messeri, Crisci, Meneguzzo, Pasqui, Piani e Primicerio. Il fenomeno da cui comincia tutto si chiama meteor strat warming, poiché prevede una fase di riscaldamento, ma il nome è ingannevole visto che l’effetto per noi sarà l’esatto contrario. In pratica gli studiosi hanno intercettato un’anomalia del vortice polare, quell’enorme mulinello d’aria che ruota intorno al Polo Artico in ogni stagione. Normalmente è vigoroso, in questo momento invece si è indebolito nella stratosfera, ovvero intorno agli 8/10mila metri

    Oltre a questo, accade che la temperatura della stratosfera sia salita all’improvviso e di parecchio (per sbalzi fino a 50 gradi si parla di major warming). Le due circostanze combinate provocheranno «blocchi della circolazione zonale» nella troposfera, che è quella parte di atmosfera da 0 metri in su, dove siamo noi. «Masse d’aria fredda di origine subpolare, che di solito toccano Siberia e Nord Europa, si spingeranno fino alle medie latitudini», spiega Massimiliano Pasqui dell’Ibimet. «E gli effetti sul clima si sentiranno per 60 giorni». Le «anomalie termiche negative » cominceranno la prossima settimana e ci lasceranno, se va bene, a fine marzo. Le folate gelide viaggiano da destra a sinistra. A rischio congelamento l’Europa dell’Est, specialmente Bulgaria, Romania, Ungheria e Polonia, che però ci sono più abituate. «Stavolta però il fenomeno toccherà anche la fascia mediterranea centrale», precisa Pasqui. «Italia e Grecia, meno la Spagna, al riparo Francia e Inghilterra». L’aria made in Polo non sarà imparziale. Le più colpite saranno le regioni del Nord Est e del Centro-Nord. A parte qualche rinfrescata in Puglia, il Centro-Sud se la caverà con lievi danni, poca cosa sarà per Campania, Sicilia e Calabria, in Sardegna non se ne accorgeranno nemmeno. Questo evento meteorologico è naturale: i danni ambientali stavolta non c’entrano. E non è raro.

    «È già accaduto nel 1985, fu l’anno della neve a Roma e della minima a Firenze che arrivava a meno 23» , suggerisce l’esperto del Cnr. Un inverno freddissimo (esiste una voce specifica pure su Wikipedia) che viene ancora ricordato come quello della nevicata più imponente del XX secolo, lunga 72 ore. A Milano (tra il 14 e il 17 gennaio) caddero qualcosa come 80/120 centimetri di fiocchi. La città rimase bloccata per tre giorni. Inagibili autostrade e aeroporti, si sprecarono le interpellanze parlamentari. Venticinque anni dopo, ci risiamo. E Pasqui ha una sola consolazione da offrire: «Non saranno due mesi continui di gelo ininterrotto. Si verificheranno più episodi di freddo molto intenso. Ciascuna ondata potrà durare una, massimo due settimane». Il dato statistico parla di un grado in meno in media e sembra niente. Ma bisogna considerarlo rispetto alla temperatura mensile. Avverte Pasqui: «Significa che si potranno registrare minime giornaliere fino a 10 gradi in meno e quindi, in alcune località del Nord, si potranno sfiorare anche i meno 15». Che sono la temperatura media in Siberia nella stagione autunnale. Possibilità che quelli del Cnr-Ibimet si siano sbagliati: scarse. «Tra ieri e oggi il vortice polare si è già indebolito».

    Fonte: Corriere della Sera

    Se si continua a scegliere le gomme invece dei binari…

    Monday, January 25th, 2010

    Trasporto su strada o su ferrovia? Gli ambientalisti contestano le scelte dell’esecutivo Berlusconi che continua ad investire per il trasporto merci nello sviluppo autostradale invece che nella rete ferroviaria.

    (Rinnovabili.it) – Altri 4,5 miliardi per l’autostrada Nogara-Mare Adriatico, del raccordo autostradale della Cisa, dell’autostrada Ragusa-Catania. Sono le tre autostrade il cui progetto è stato approvato oggi dal Cipe.
    La decisione ha suscitato le proteste di Legambiente che l’ha bollato come ‘‘una scelta miope e incomprensibile”.
    ‘‘E’ incredibile lo strabismo del governo quando si tratta di risorse per i trasporti: ai due milioni e mezzo di pendolari un’elemosina per cui sono costretti a viaggiare su treni vecchi, affollati, e a scontare tagli e ritardi come raccontano le cronache quotidiane di tutte le città italiane – rivendica Edoardo Zanchini, responsabile Energia e Trasporti di Legambiente – Alle lobby dei costruttori, invece, risorse e attenzioni. Queste scelte condannano i cittadini italiani a vivere in città sempre più inquinate e congestionate, mentre Sarkozy in Francia e la Merkel in Germania hanno stabilito che la priorità delle risorse deve andare alle città e al trasporto ferroviario, da noi si continua ad ascoltare i vecchi interessi del trasporto stradale e del cemento. E’ ora di guardare finalmente al futuro, invertire le priorità a favore del trasporto ferroviario e puntare a vincere la sfida della riduzione delle emissioni di gas serra”.
    In effetti lo Stato tra il 2002 al 2009, con governi succedutisi dal 2001 a oggi, hanno finanziato con ben il 67% delle risorse le infrastrutture stradali ed è una scelta che viene confermata anche per i prossimi anni.

    Sostieni Pianeta Verde effettuando
    una donazione di 1 €
    con il tuo cellulare

    BUY NOW!