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«Vietato dare cibo ai cani randagi» Campobasso, bufera sul sindaco

Monday, November 3rd, 2008

Vietato dar da mangiare ai randagi. Lo ordina il sindaco di Campobasso, Giuseppe Di Fabio, giunta di centrosinistra, con un’ordinanza del 28 ottobre che ha già sollevato durissime reazioni. Quella del sottosegretario al Welfare, innanzitutto. Francesca Martini, Lega Nord, critica l’iniziativa: «È una barbarie. Significa che l’amministrazione comunale ha fallito perché non conosce e non sa applicare le leggi. Non ne faccio una questione politica. Il sindaco evidentemente è incapace di utilizzare gli strumenti di cui dispone per affrontare il problema del randagismo e si esibisce in prove muscolari. Voglio sapere che fine hanno fatto i fondi per la lotta al randagismo». Il sottosegretario chiede inoltre perché il Comune non abbia provveduto alla campagna di sterilizzazione dei cani e non abbia dato seguito alle regole dello scorso luglio, che impongono la cippatura a spese dell’amministrazione.

PREOCCUPAZIONE - Nell’ordinanza viene rilevato che «nonostante il notevole impegno, il fenomeno del randagismo canino continua a suscitare serie preoccupazioni». Dunque «i cittadini che vogliono prendersi cura dei cani e somministrare lori il cibo, possono farlo a condizione che si intestino l’animale, diventandone titolari presentando istanza al Comune che provvederà alle operazioni di registrazione e cippatura». Secondo la Martini in questo modo l’amministrazione scarica sui cittadini la spesa della cippatura, contravvenendo alle leggi: «Ho ricevuto centinaia di e-mail di denuncia per questa scellerata ordinanza che oltretutto riguarda una città ben nota per il maltrattamento di animali». I rifugi comunali di Santo Stefano e dell’ex Mattatoio sono sotto sequestro e i circa 800 cani ospitati vengono mantenuti alla meno peggio dai volontari. «Impugneremo l’ordinanza - dichiara guerra Anna Mazziotti, presidente dell’Associazione Lega Molisana per la difesa del cane- - Da noi la situazione è critica. Periodicamente la popolazione randagia viene sterminata con avvelenamenti di massa. I cani spariscono perché in questo modo è più facile liberarsene».

Margherita De Bac

Fonte: Corriere della Sera

CUCINA A ‘RIFUTI ZERO’, IN CAMPO GLI CHEF

Friday, October 24th, 2008

Avanzi di cibo, ingredienti sottoutilizzati e a volte scartati. Il riciclo parte anche dalla tavola e in tempi di crisi si rivela la soluzione vincente, non solo per l’uso sostenibile delle risorse, che fa bene all’ambiente, ma anche per il portafogli. L’idea dei ‘rifiuti zero” in cucina e’ piaciuta a sei fra i maggiori chef italiani, che hanno dispensato ricette utili pubblicate per un calendario creato ad hoc dal progetto ”Gusto cosi”’ del Consorzio nazionale per il recupero ed il riciclo degli imballaggi a base cellulosica (Comieco). Il calendario verra’ presentato in occasione del Salone del Gusto domani a Torino (23 ottobre) con il patrocinio di Slow Food, dove saranno preparati dagli chef alcuni dei piatti ‘riciclati’. A scendere in campo per l’ambiente una squadra di primo piano, con locali da Nord a Sud, capitanata da Davide Oldani (Milano): Riccardo De Pra’ (Belluno), Franca Checchi (Lucca), Aldo Trabalza (Roma), Rocco Iannone (Salerno) e Antonella Ricci (Brindisi).

Tutti hanno raccolto la sfida creando ognuno un menu di eccellenza che mira al riuso degli ingredienti, ma soprattutto a ridurre gli sprechi e quindi gli scarti alimentari prodotti in cucina. Il tutto privilegiando alimenti di stagione e a km zero, cioe’ che vengono prodotti il piu’ vicino possibile a casa propria, evitando cosi’ dannose emissioni di gas serra. Ecco allora rispuntare piatti tipici della nostra tradizione culinaria, rivisitati in chiave originale, come la classica ”pappa al pomodoro”, che Franca Checchi a Viareggio ha unito a testa e trippa di pescatrice per il secondo. Andando in ordine di apparizione, l’antipasto proposto da Davide Oldani e’ una Barigoule di carciofi con salsa allo zafferano e gorgonzola cremoso, mentre il primo di Aldo Trabalza e’ una minestra casereccia, in cui far entrare facilmente i resti di confezioni di pasta gia’ iniziate. Rocco Iannone si sbizzarisce con una zuppa di baccelli di piselli con pelle di triglia arrostita, Antonella Ricci con il filettino di maiale in camicia di foglie di verza, frullato di coste e salsa ”al fornello” affumicata. A chiudere la sfilata gli sformatini di panettone e salsa alle arance di Riccardo del Pra’. Un modo quindi per unire cucina di alto livello ad ingredienti di cui non si butta via nulla.

Nel nostro paese, secondo i dati Comieco, il cibo che ogni anno finisce nella spazzatura vale oltre 4 miliardi di euro, per un totale di oltre 1,5 milioni di tonnellate di beni alimentari. Tra questi, a finire nella pattumiera il 15% del pane immesso al consumo, il 18% di carne e il 12% di frutta e ortaggi. Gli sprechi non escludono quanti mangiano fuori casa. Ecco allora un ‘take away’ ecologico, il Portateco, che verra’ presentato sempre al Salone del Gusto. Si tratta di un contenitore rigorosamente di cartone riciclato, nato dalla collaborazione fra Comieco e Universita’ di Palermo, per portare via cibo e vino avanzati dopo una serata al ristorante. (ANSA).

“Allarme veleno nel cibo per gli animali”

Monday, September 29th, 2008

La melammina nel latte che sta avvelenando migliaia di neonati cinesi è arrivata anche in Italia. Non in prodotti alimentari consumati dall’uomo. L’Istituto zooprofilattico sperimentale del Piemonte ha riscontrato la presenza della resina nociva in alcune scatole di cibo per cani e gatti, i cosiddetti pet food. Su 145 campioni prelevati dagli scaffali dei negozi torinesi, due prodotti sono risultati positivi alle analisi ed è subito partita la segnalazione. Il procuratore vicario di Torino Raffaele Guariniello ha aperto un fascicolo d’inchiesta ipotizzando i reati di commercio di sostanze alimentari nocive e frode in commercio (la melammina viene aggiunta in alcune farine per aumentare fittiziamente il contenuto proteico degli alimenti). Non solo. Ha ordinato una serie di controlli a tappeto paralleli a quelli già predisposti dal ministero della Salute in tutta Italia (i Nas stanno effettuando sequestri in trenta località diverse). L’idea è quella di allargare il più possibile la campionatura sui cibi per animali coinvolgendo i laboratori dell’Arpa, dell’Istituto zooprofilattico e delle facoltà di chimica e veterinaria dell’università.

Se l’allarme per l’uomo è recente dopo lo scandalo del latte in polvere cinese, per gli animali è già scattato da due anni. Tutto ha avuto inizio negli Stati Uniti che, tra il settembre e il dicembre 2006, hanno importato dalla Cina partite di farina di mais e frumento contaminate. Le farine sono state utilizzate dai produttori americani per confezionare cibo per animali domestici. Nel giro di poco, però, negli Usa si è assistito a una strage: sono morti 1950 gatti e 2200 cani. Dai veterinari sono piovute 10.000 segnalazioni per insolite morti di animali domestici dovute a insufficienza renale. In pochi mesi sono arrivate 17.000 lettere di protesta da parte dei consumatori e la Fda (Food and Drug Administration americana) ha ritirato dal commercio intere partite di cibo per cani e gatti. Le analisi hanno confermato il problema: su 750 campioni di farina di mais, 330 risultavano contaminati. E su 85 campioni di proteine di riso, in 27 era presente la melammina.

La Fda americana ha lanciato un allarme contaminazione, ripreso il 2 maggio 2007 dalla Commissione Europea che ha chiesto controlli sulle materie prime agli Stati membri dell’Ue. In Italia le verifiche sono partite dal 23 luglio dell’anno scorso. Per ora non sembra che ci siano pericoli per l’uomo. In un dossier presentato a un recentissimo convegno dell’Istituto zooprofilattico del Piemonte (e acquisito dal procuratore vicario Guariniello) si legge: «Per quanto riguarda la valutazione di esposizione nell’uomo, la Fda ritiene che sia improbabile che l’uomo possa venire in contatto con livelli di contaminazione quali quelli rilevati nei mangimi per animali». La preoccupazione, però, è sulla catena alimentare lunga. Nel dossier emerge la tossicità della malamina non solo per cani e gatti, ma anche per gli ovini.

«Dosi giornaliere di 25 e 50 grammi di melammina a capo - si legge - hanno determinato la morte di soggetti dopo 9 e 7 giorni di esposizione con lesioni renali e abosamali, cistite emorragica e infiammazione dell’intestino cieco. A dosi di 10 grammi, due pecore su tre sono morte entro 31 giorni, con cristalli renali ed edema polmonare». Ma come possono non farsi prendere dal panico proprietari di animali domestici e allevatori? «Rintracciabilità e tracciabilità dei prodotti sono imposti dalla normativa europea - spiega Gandolfo Barbarino, dirigente del servizio veterinario della Regione Piemonte - e tutto ciò che entra nella catena alimentare deve risultare. Ciò non toglie che per gli acquirenti dei cibi resti problematico orientarsi: negli Stati Uniti i prodotti contaminati risultavano made in Usa sulle confezioni, che non contenevano riferimenti ai fornitori cinesi». In Europa si punta su forti vincoli al sistema delle imprese: autocontrolli, tracciabilità, polizze assicurative per rifondere i danni alla salute provocati e contribuzioni per il potenziamento dei controlli pubblici che, se efficaci e tempestivi, rappresentano la miglior prevenzione.

Dopo i controlli sui cibi, ora l’Istituto zooprofilattico piemontese sta approntando un altro tipo di analisi: un monitoraggio autoptico sui decessi di gatti e cani attraverso la rete dei veterinari. È importante capire quali conseguenze può avere l’eventuale contaminazione dei pet food.

Fonte : La Zampa.it

Ma cosa si guadagna qunado compriamo italiano

Thursday, September 18th, 2008

Metà settembre, spesa in un supermercato di Milano, bancone della frutta e della verdura. I mirtilli arrivano dal Cile, i porri dalla Germania, lo scalogno dalla Turchia, i ravanelli dai Paesi Bassi, di pere ce ne sono quattro tipi ma soltanto uno è Made in Italy, gli altri arrivano da Spagna e Sudafrica. Oggi importiamo anche i prodotti di stagione, non soltanto le primizie. Facciamo viaggiare merce da un continente all’altro, ma è sempre necessario? E conviene ancora con il prezzo del petrolio alle stelle? I nostri agricoltori sostengono di no: anche i consumatori ci perdono, in qualità e sicurezza e oltretutto spendono di più, «pagano anche il gasolio quando comprano frutta e verdura d’importazione». A proposito: i mirtilli cileni li abbiamo pagati 18 euro al chilo, quelli italiani, in un altro supermercato, meno di 16; per le pere Forelle del Sudafrica abbiamo speso 4 euro al chilo e le William spagnole erano più care delle William italiane, 2, 49 euro al chilo contro 2,19. E non è soltanto questione di soldi. “Comprando prodotti locali si possono risparmiare cento euro al mese (su 467 di spesa media) ma anche mille chili di CO2 l’anno”, è lo slogan strillato quest’anno da Coldiretti. E lo slogan è stato convincente. Ai consumatori piace l’idea di fare una spesa risparmiosa, di qualità e anche sostenibile. Piacciono i prodotti “chilometro zero”, quelli che arrivano dai campi vicini, che sono meno “energivori” perché viaggiano meno e inquinano meno.

Quest’estate sono già state approvate due leggi ad iniziativa popolare (25mila firme raccolte), in Veneto e in Calabria, per promuovere le produzioni locali. E Legambiente e Coldiretti hanno elaborato una proposta di legge già depositata alla Camera che sarà presentata entro la fine di settembre (“norme per la valorizzazione dei prodotti provenienti da filiera corta a chilometro zero e di qualità”). Spiega Ermete Realacci, ministro dell’Ambiente nel governo ombra del Pd: «Una legge quadro nazionale è necessaria per potenziare i prodotti del territorio e per andare incontro alle esigenze dei consumatori che cercano prezzi contenuti ma vogliono prodotti di qualità, sicuri e anche ecosostenibili. Sarà una battaglia comune, mi sono già confrontato con parlamentari del centrodestra». La normativa veneta – ribattezzata “legge dei bisi” (per il piatto tipico locale risi e bisi, riso e piselli) – prevede un 50% di prodotti locali nelle mense di scuole, ospedali, caserme, case di riposo; spazi per la vendita diretta dei produttori agricoli nei mercati; controlli sull’etichettatura.

LE INFORMAZIONI SULL’ETICHETTA
Oggi sulle confezioni deve essere indicata l’origine, in futuro potremmo trovarci anche la distanza percorsa, i chili di petrolio consumati e le emissioni di CO2 e magari il logo di un aereo sulle confezioni che hanno volato da un Paese all’altro. Le pesche del Sudafrica in vendita quest’estate nei supermercati hanno viaggiato per 8mila chilometri e per ogni pacco da un chilo sono state emessi 13,2 chili di CO2: se questo dato fosse comparso sulla confezione forse molti clienti, a parità di prezzo, avrebbero rinunciato alle pesche del Sudafrica. E la grande distribuzione come si regolerà? Piermario Mocchi è il direttore marketing di Carrefour Italia, il che significa che parla per i loro 67 ipermercati, per i 495 supermercati GS, i 1013 Dìperdì e i 20 Cash and Carry. «Oggi i nostri fornitori sono all’80% italiani e siamo molto attenti ai microlocalismi. Ma ci teniamo anche a garantire una copertura completa della gamma dodici mesi l’anno perché è vero che ci sono clienti sensibili ai prodotti “Km0” ma ci sono anche quelli che vogliono trovare le ciliegie a dicembre e il nostro obiettivo è soddisfare le esigenze del maggior numero di persone».

Che cosa incide sulla scelta dei fornitori? «Abbiamo una centrale d’acquisto unica, devono garantire oltre alla qualità le quantità necessarie alla grande distribuzione. E sono pochi i produttori italiani che riescono a farlo. L’uva pugliese, per esempio, riusciamo a proporla anche nei punti di vendita del gruppo all’estero, in Francia, Spagna, Belgio, Polonia, Romania. Ma è un’eccezione». Secondo Mocchi le aziende di questo settore non sono sempre competitive: «La filiera agroalimentare della Spagna è più efficace. I loro prodotti, nonostante il costo del trasporto ci garantiscono un prezzo d’acquisto inferiore: se possiamo comprare la stessa pesca a un euro e mezzo anziché due euro e mezzo noi scegliamo di comprarle entrambe, naturalmente in volumi diversi, perché la maggior parte dei consumatori non sono disposti a pagare un euro in più per il frutto italiano».

Diverso il punto di vista dei nostri agricoltori. Sergio Marini, presidente di Coldiretti: «Nelle catene distributive a capitale straniero le centrali d’acquisto prescindono dal territorio in cui i supermercati si insediano e penalizzano i prodotti locali. E in questo modo penalizzano anche i consumatori che rischiano di pagare più per il gasolio necessario al trasporto che per il prodotto. Il costo del petrolio ha messo in discussione il principio della globalizzazione per cui si consumano i prodotti realizzati dove costa meno. Oggi dobbiamo sostenere la produzione vicino ai luoghi di consumo». «Far viaggiare le merci da un continente all’altro è un lusso che non possiamo più permetterci», è quello che ripetono anche gli ambientalisti, a partire del premio Nobel Al Gore che nel suo libro Una scomoda verità scrive: “Oggi un pasto medio prima di arrivare sulla nostre tavola percorre più di 1900 chilometri in aereo, nave o camion”.

I NUOVI FARMERS MARKET
Anche queste ragioni spingono i consumatori a puntare sui prodotti nazionali , meglio ancora, regionali. Ma spendono di più? No, quando la filiera è corta. Ed ecco spiegato il successo dei nuovi “farmers market”, i mercati degli agricoltori dove la vendita è diretta, senza intermediari. Adesso si trovano anche nelle grandi città, non saremo più costretti a prendere l’auto nel fine settimana per andare a fare la spesa ecologica e genuina in fattoria. E si stanno moltiplicando i mercati stabili, come quello di Taranto, duecento metri quadrati al piano terra di un palazzo di corso Umberto, nel cuore della città. O quello di Monselice, avviato già da quattro anni, dove l’altro sabato hanno rischiato di fare a botte per riuscire ad entrare e alle 10 del mattino i banconi erano già vuoti, saccheggiati.

Da ieri anche Milano ha il suo punto vendita, si trova nel piazzale del Consorzio agrario di via Ripamonti e sarà aperto tutti i mercoledì mattina. Idem per Roma, anche nella capitale sta per aprire un farmers market. Promette Marini: «Il nostro obiettivo è averne uno in ogni città. Nel comparto dell’ortofrutta il prodotto locale in filiera corta è vincente per qualità e prezzo, è più sicuro perché la nostra legislazione sanitaria è più rigida, è meno manipolato ed è meno inquinante. Coldiretti si impegna a monitorare sui prezzi e ad aumentare la convenienza: oggi il risparmio è almeno del 30% ma si potrebbe arrivare al 50% già entro la fine dell’anno». I farmers market sono una formula ormai collaudata anche in Francia e Gran Bretagna, negli Stati Uniti sono aumentati del 53% in dieci anni, sono più di quattromila, da New York a Los Angeles, ce ne sono cinquecento soltanto in California. In Italia procediamo più lentamente, ma la direzione è la stessa.

Ricordate l’esperimento del latte fresco alla spina lanciato pochi anni fa? A grande richiesta i distributori adesso sono centinaia, il latte viene venduto a un euro al litro, contro l’euro e sessanta che si paga in negozio. È un classico esempio di “Chilometro Zero” e in più c’è il vantaggio “ambientale” della confezione, perché la bottiglia (volendo di vetro) te la porti da casa, quindi non ci sono cartoni da smaltire. La filiera corta inizia a rendere: secondo un’indagine di Coldiretti sette italiani su dieci l’anno scorso hanno comprato direttamente nelle aziende agricole e il fatturato è stato di 2,5 miliardi di euro, i prodotti più acquistati sono stati vino, ortofrutta, olio, formaggi, carne e miele. Ormai sono più di 50mila (20mila perà sono stagionali) le aziende che fanno vendita diretta. Qualcuno dagli Stati Uniti ha copiato anche la formula “pick your own”: i clienti di alcune aziende agricole - hanno iniziato nel Lazio e in Sicilia - possono andare nei campi a raccogliere frutta e verdura, con la formula del self service risparmiano ancora di più. E passano qualche ora all’aria aperta. I clienti metropolitani ne vanno matti.

INVITO A CENA SOSTENIBILE
E ormai chi crede al vantaggio dei prodotti locali li cerca anche al ristorante. Uno dei primi a proporre un menu “Km0” è stato l’Osteria Vitanova, nel centro storico di Padova: dall’olio alla grappa, tutto arriva dalle aziende agricole della zona. In Veneto ormai sono una ventina i locali che in vetrina hanno l’adesivo “Menu a Km0”, questo significa che quando ci portano la carta scopriamo che l’olio del Garda ha viaggiato (per raggiungere Padova) 123 chilometri, che la gallina di Polverara utilizzata per preparare le polpette ne ha percorsi 16 e il risotto di zucca di Sottomarina con i funghi di Crocetta del Montello ne ha totalizzati meno di 130. Se avremo mangiato e speso bene saremo fieri di aver preferito un pasto poco inquinante. Alla trattoria Antica Ballotta di Torreglia, sempre in zona, hanno fatto un primo bilancio: «Risparmiamo il 18% sulla spesa e in più abbiamo aumentato del 18% i coperti».

Anche la capitale sta assaggiando il “migliozero”, sono già una quindicina i ristoranti che propongono piatti preparati con materie prime prodotte nel Lazio. E puntano sulle produzioni locali di stagione anche i grandi chef. È stata la scelta vincente di Davide Oldani, che al suo ristorante “D’0” di San Pietro all’Olmo, appena fuori Milano, riesce a proporre un menu low cost a 32euro perché sceglie soltanto prodotti locali di stagione: “Il D’0 è la dimostrazione che si può dare altissima qualità semplicemente rispettando la stagionalità. La melanzana adesso esce dalla mia cucina e rientra a giugno, adesso entrano zucca, broccoli, cavolfiori, melograno. Il mio consiglio? Quando andate a fare la spesa non lasciatevi tentare. Il pomodoro a dicembre, anche se è bello, tondo e rosso non dovete comprarlo: lasciatelo lì, lasciate quella merce a marcire nei negozi e vedrete che anche i supermercati faranno acquisti diversi”. Certo, le scelte dei consumatori saranno determinanti.

Federica Cavadini

Fonte : Corriere della Sera

Vino, olio, pesce: le truffe a tavola

Tuesday, September 16th, 2008

Vino contraffatto, conserve con olio di semi al posto di quello d’oliva dichiarato in etichetta, frutta d’importazione trattata esternamente con sostanze non consentite. E ancora mitili considerati a rischio per la salute, frutta convenzionale venduta come biologica e pesce scongelato come fresco, allevatori e veterinari complici nel nascondere le bufale infette di 13 allevamenti nel Casertano, panettoni e pandori che non potevano chiamarsi così perché preparati con materie prime più scadenti di quelle previste dal disciplinare.

Sono soltanto alcune delle tante irregolarità riscontrate e citate nel quinto rapporto sulla sicurezza alimentare, a cura del Movimento Difesa del Cittadino (MDC) e Legambiente, dal titolo “Italia a Tavola 2008″, presentato questa mattina a Roma. Se l’attività dei truffatori riguarda soprattutto prodotti italiani, e in particolar modo quelli che possono vantare una denominazione (Dop, Doc, Igp) e costano un po’ di più, è altrettanto vero che una frode su tre è commessa da operatori stranieri, in particolar modo cinesi. Ai loro ristoranti era destinato cibo scaduto, conservato in condizioni igieniche deprecabili e rietichettato.

I controlli, per fortuna, ci sono e sono tanti. Soltanto nel 2007, a fronte di circa quarantamila ispezioni compiute dall’Ispettorato sulla qualità dei prodotti alimentari, ce ne sono state 28000 dei Nas dei Carabinieri, 1261 del Corpo Forestale, più di cinquantamila da parte delle unità navali delle Capitanerie di porto, mentre sono stati cinque volte di più i controlli agli sbarchi dei pescherecci o direttamente nei negozi, piccoli e grandi. E il nostro paese è anche quello che denuncia più irregolarità al sistema di allerta rapido europeo, a cui compete appunto dare l’allarme e chiedere il ritiro di prodotti contaminati o contraffatti all’interno della Comunità Europea.


Numeri elevati che, sottolinea Francesco Ferrante della segreteria nazionale di Legambiente, “testimoniano lo straordinario lavoro delle forze dell’ordine. Ma purtroppo è un bicchiere pieno solo a metà, visto che dall’altro lato continuano ad aumentare le truffe che, a volta, sono soltanto commerciali ma altre volte sono dei veri e propri atti criminosi”.

Ma allora, come difendersi? “L’etichetta dà molte informazioni sul prodotto e aiuta, ma non basta, continua Ferrante, bisogna cercare di acquistare prodotti direttamente dalle aziende o dai contadini, o i prodotti a marchio e biologici che hanno qualche garanzia in più”. Servirebbe anche più prevenzione, ragiona Antonio Longo, presidente di Mdc, garanzia della salute dei consumatori e delle produzioni di eccellenza del nostro paese. E sarebbe necessaria una ben maggiore incisività dell’Agenzia per la sicurezza alimentare europea, che ci siamo battuti per avere in Italia”.

Ma non solo. Occorrono normative coerenti per le etichettature - precisa Maria Adele Prosperoni di Coldiretti - e bisogna che i consumatori privilegino la filiera corta, i farmers market, ovvero la vendita diretta dei produttori, i consumi di prodotti stagionali e di origine certa.

Punta al biologico nazionale e alla filiera di prossimità anche l’Aiab, l’associazione italiana di agricoltura biologica, che stamane ha premiato, tra gli altri, anche il comune di Campolongo, provincia di Venezia, dove dieci anni fa un gruppo di genitori decise di introdurre prodotti bio nelle mense scolastiche. Oggi a Campolongo vengono serviti 700 pasti giornalieri interamente biologici, e, ottimizzando forniture e gestione della mensa, si sono attestati su un costo di 3 euro e mezzo a pasto. E pensare che ci sono comuni che lasciano il bio perché non possono sostenerne la spesa…

Fonte: La Repubblica