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Silenzio-assenso per chi vuole costruire azzerate le autorizzazioni ambientali

Sunday, July 11th, 2010

Case, alberghi, ipermercati e infrastrutture: passa la norma fai-da-te. Pd e Legambiente: “Effetti devastanti per il territorio, via al banditismo urbanistico”. I Verdi: “Favoriti i grandi speculatori già beneficiati dal federalismo demaniale”

di VALENTINA CONTE

ROMA - Costruire, mai stato così facile. Da oggi non occorre più alcun permesso. Basta una banale segnalazione di inizio attività, certificata da un “tecnico abilitato”, la Scia, e il gioco è fatto. Unico requisito: essere un’impresa. D’un colpo, spariscono dunque tutte le altre “carte”: autorizzazioni, licenze, concessioni, nulla osta. E con loro anche le procedure e i controlli essenziali per la tutela del territorio e la lotta all’abusivismo. Sparisce così la Dia, applicata finora a ristrutturazioni e manutenzioni, sostituita e ampliata dalla Scia. Con il rischio che tirare su case, alberghi, ipermercati, persino infrastrutture alla fine diventi un’attività fai-da-te, facile e insicura.

Le nuove norme sono frutto dell’ultima opera di ritocco all’articolo 49 della manovra di Tremonti, martedì all’esordio in aula. Tema generale: la semplificazione. In base al principio “un’impresa in un giorno”, si potranno inaugurare ristoranti, internet point, ma anche armerie e depositi di carburante con una semplice autocertificazione, senza controlli preventivi, senza chiedere permessi, neanche alla questura. In campo edilizio, la procedura è ancora più veloce. Si apre un cantiere, dove si vuole, segnalando l’intenzione a costruire e facendola certificare da un tecnico. Trascorsi trenta giorni senza che l’amministrazione abbia contestato quell’intenzione per carenza dei requisiti, il gioco è fatto, in attesa di eventuali controlli ex post 

Non solo. Le autorizzazioni paesaggistiche (rilasciate ora da sovrintendenze o regioni) vengono fatte rientrare nell’ambito della conferenza dei servizi e sottoposte dunque al principio del silenzio-assenso: se il parere non arriva entro i termini, è considerato positivo. Infine, anche ottenere la Via (valutazione di impatto ambientale) sarà più facile, perché rilasciata non più solo da ministero dell’Ambiente e Regione, ma “appaltata” a università ed enti pubblici.

“Così salta tutta la normativa di tutela ambientale e il regime delle autorizzazioni in vigore da sempre in Italia, cancellando con un colpo di spugna l’articolo 9 della Costituzione e il Codice dei beni culturali, varato proprio dal governo Berlusconi”, sbotta Salvatore Settis, archeologo e direttore della Normale di Pisa. “E poi come può l’università rilasciare la Via, se non ha alcun compito di tutela?”, prosegue.

“Eliminare la burocrazia e garantire tempi certi non può tradursi in un “tana libera tutti”", aggiunge Ermete Realacci, deputato Pd e presidente onorario di Legambiente. “Si introduce il far west urbanistico e si dà il via al banditismo edilizio”, attacca il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli. “Questa norma continuerà ad arricchire i grandi speculatori edilizi a cui il governo ha già incartato un regalo enorme con il federalismo demaniale che svende beni e terreni dei cittadini italiani per dare il via alla più grande speculazione edilizia della storia della Repubblica” prosegue Bonelli. “A fare le spese di questa politica sciagurata saranno ovviamente i cittadini onesti che hanno seguito le regole per costruirsi una casa, ma anche l’ambiente e il territorio italiano su cui insistono quasi 500 mila frane e che è letteralmente a pezzi, come dimostrano i disastri degli ultimi anni”.

Si dice preoccupato anche Roberto Della Seta, capogruppo Pd in commissione ambiente del Senato: “Con questa norma, in pratica viene abolito il permesso a costruire e si introduce una sorta di condono preventivo. E non solo per le imprese. Anche i privati interessati possono fare una società e tirare su un villino. Così si rischia una nuova Punta Perotti”. “E di vanificare anche le norme antisismiche, rafforzate dopo il terremoto dell’Aquila”, gli fa eco Francesco Ferrante, senatore Pd, che insiste: “L’errore è pensare di risolvere la burocrazia con l’abolizione dei controlli”.

Fonte: La Repubblica

Forza cemento

Wednesday, April 7th, 2010

Interventi liberi nelle case. Con il rischio di danni e contenziosi. Il governo vuole il boom edilizio a tutti i costi. Ma ora persino architetti e costruttori lo bocciano

 

Nella migliore delle ipotesi è una presa in giro, nella peggiore è una catastrofe: l’ennesima deregulation edilizia varata d’urgenza dal governo tre giorni prima delle elezioni regionali è stata sommersa da un diluvio di critiche. Alle contestazioni degli ambientalisti (tutti), dei migliori urbanisti e dei più attenti politici dell’opposizione (pochi), si sono aggiunte le denunce, inattese e pesantissime, dei professionisti del mattone: per costruttori e immobiliaristi l’annunciata liberalizzazione rischia di rivelarsi “inutile come il piano casa”, mentre per architetti e tecnici è comunque “un pericolo per la sicurezza”. Sotto accusa c’è l’emendamento sull”attività edilizia libera‘, che da venerdì 26 marzo consente di modificare le case degli italiani senza alcun permesso o verifica pubblica e senza neppure un progetto firmato dall’ultimo dei geometri.

In un Paese dove più di metà dei cittadini vive in zone a rischio di frane, alluvioni, terremoti o eruzioni, l’esigenza di regole e controlli è sentita da tutti, subito dopo i disastri. Poi, seppelliti i morti, si ricomincia a costruire. Senza regole. Anzi, a unificare gli ultimi trent’anni di legislazione edilizia è un’ideologia turbo-liberista che ha come bandiera proprio l’assenza di controlli, descritti come ostacoli allo sviluppo.

L’emendamento-scandalo, inserito a sorpresa nel decreto-incentivi e firmato personalmente dal premier Berlusconi con i ministri Tremonti, Scajola e Calderoli, è entrato in vigore il giorno stesso della pubblicazione. Sotto lo slogan della ’semplificazione’, prevede, in generale, che “gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria possono essere eseguiti senza alcun titolo abilitativo”. Per i lavori interni alle abitazioni, ad esempio per abbattere una parete, il precedente testo unico del 2001 si accontentava della ‘Dichiarazione di inizio attività’ (Dia): si presentava un progetto, firmato da un tecnico responsabile e s’informava il Comune, che aveva pochi giorni per controllare e bloccare i fuorilegge. Di fatto, il caos delle competenze e il sovrapporsi di norme continuava a rendere ogni minimo intervento un’odissea senza confronti con alcun paese civile, almeno per gli italiani rispettosi delle regole. Di qui tante oneste richieste di uscire dalle trappole delle burocrazie edilizie, spesso corrotte. È da questo malessere reale che nasce la semplificazione targata ‘casa Silvio’.

D’ora in poi ‘l’interessato’ a rifare un’abitazione, secondo l’equivoca formulazione dell’emendamento, non ha più bisogno di niente: né di un progetto né di un tecnico che si assuma la responsabilità. Per gli interventi ’straordinari’, basta mandare una ‘comunicazione’ al Comune, anche per e-mail, limitandosi a indicare l’impresa che si ‘intende’ utilizzare. E per le ‘opere di manutenzione ordinaria’ non serve neanche quella: si chiamano i muratori e basta, senza dire più niente a nessuno.

“È una leggina irresponsabile nel vero senso della parola”, denuncia Edoardo Zanchini di Legambiente: “Senza un progetto, non c’è più un responsabile tecnico. L’impresa edile è comunque svincolata, perché esegue gli ordini del proprietario. Il quale in teoria resta l’unico responsabile, ma normalmente non ha le competenze necessarie a stabilire, per esempio, se sta facendo abbattere una parete portante anziché un tramezzo. Mentre il Comune, senza la Dia, non sa più cosa succede e perde il potere d’intervento. L’abolizione di ogni regola crea gravissimi problemi di sicurezza soprattutto per chi vive in condomini a più piani: d’ora in poi ogni inquilino dovrà fidarsi non solo dell’onestà, ma anche delle capacità tecniche del vicino. L’unica certezza è un aumento delle liti, dei lavori in contrasto con le norme europee sul risparmio energetico e, in prospettiva, dei crolli e dei disastri impuniti”.

“Totale contrarietà a ogni insensata deregolamentazione edilizia”: anche il Consiglio nazionale degli architetti boccia con parole severe “una demagogica semplificazione amministrativa” che nasconde “un condono mascherato dell’abusivismo” e “induce gravissime conseguenze per la sicurezza del patrimonio edilizio”. Sempre secondo gli architetti, “l’assenza di ogni controllo di professionisti abilitati determinerà la proliferazione di interventi di scarsa qualità tecnica, senza alcuna garanzia per l’utente e la collettività, in totale dispregio delle tutele per i lavoratori”.

Zanchini misura così il salto berlusconiano dalla semplificazione al Far West: “Regioni come la Toscana autorizzano già ora perfino nuove costruzioni con la semplice Dia, ma in un quadro di regole precisissime e rigorose responsabilità tecniche. Con il decreto del governo, invece, la sicurezza è salva solo a parole. Nei fatti si chiama il proprietario ad autocertificare che non c’è pericolo. E lo si lascia libero di affidare i lavori anche alla ditta individuale ai margini della legalità, che magari subappalta in nero, o al muratore straniero con la partita Iva. E quando crollerà il palazzo, nessuna autorità saprà più dire chi debba risponderne”. Insomma, più macerie per tutti: il precedente piano di ’semplificazione’, del resto, sospendeva perfino le norme anti-sismiche e fu ritirato solo dopo il terremoto in Abruzzo.

Dall’altra parte della barricata, costruttori e immobiliaristi sono insoddisfatti per motivi opposti. L’obiettivo proclamato dal governo è lo stesso del piano casa: battere la crisi stimolando un nuovo boom edilizio. Ma i primi a non crederci sono i potenziali beneficiari. Non potendo abolire le Regioni o i terremoti, infatti, il decreto legge ha dovuto riconfermare che restano valide, almeno sulla carta, “le disposizioni regionali e comunali più restrittive” e tutte le “norme antisismiche, antincendio e di sicurezza”. Se questo fosse vero (ma l’emendamento non è chiaro, per cui si annunciano interpretazioni elastiche, forzature e cause a valanga), l’obbligo di presentare un progetto tecnico controllabile dal Comune dovrebbe sparire solo in Sardegna e Friuli, dove le giunte di centrodestra avevano già abolito la Dia. Nelle altre 18 regioni, secondo ‘Il Sole 24 Ore’, l’applicazione è incerta o da escludere. Per cui, se davvero restano salve le regole più severe, la liberalizzazione si applica sicuramente solo dove è superflua e quindi inutile.

“Il decreto legge sulla deregolation in casa è destinato a finire nel nulla: la semplificazione è una storia già scritta, quella del piano casa”, è l’eloquente commento di Corrado Sforza Fogliani, presidente di Confedilizia, che già teme un bis del grande programma berlusconiano annunciato il 6 marzo 2009. Il piano casa prometteva di rilanciare l’Italia con due colate di cemento: subito, aumenti di cubatura per i privati già proprietari; in futuro, migliaia di nuovi alloggi popolari da costruire con soldi pubblici. Al primo appello hanno risposto in pochi, come ricorda Italia Nostra, “grazie ai limiti imposti da Regioni e Comuni che hanno rifiutato di svendere i centri storici per fare cassa”. Il piano casa è stato un flop perfino in Veneto, che con il governatore Giancarlo Galan aveva strappato a Liguria e Lombardia il record della cementificazione, con punte di oltre 50 milioni di metri cubi l’anno.

Per l’edilizia pubblica, il governo ha stanziato 377 milioni, che però attendono ancora i gestori dei fondi. Mentre la Corte Costituzionale, lo stesso 26 marzo, ha demolito quattro pilastri del piano belusconiano. Punto primo: cancellando un furbissimo ‘anche’, i giudici delle leggi hanno ristabilito che i soldi dello Stato si potranno spendere solo per dare alloggi ai poveri e ai bisognosi, e non ‘anche’ per progetti diversi. Secondo: le case popolari le faranno le Regioni. Terzo: basta “procedure d’emergenza” sul modello Bertolaso o appalti senza gara come per le “infrastrutture strategiche”. Quarto: è incostituzionale per la seconda volta (il governo ci aveva già provato nel 2005) imporre la svendita di alloggi Iacp calando dall’alto “convenzioni con società private” o strane “semplificazioni”.

Delusi dalle promesse, anche i piccoli e medi costruttori riuniti nell’Ance cominciano a sentirsi stretti fra due fuochi. In alto c’è una specie di cupola di big che bruciano miliardi con le grandi opere berlusconiane. E ora, con la deregulation, a scottare è anche la concorrenza dal basso delle micro-ditte pronte a tutto per spartirsi i lavori casalinghi. Mentre la Direzione nazionale antimafia, nell’ultimo dossier, denuncia che “l’edilizia resta in assoluto il settore più inquinato da imprese criminali”.

In Italia, secondo l’Agenzia del territorio, nel 2009 le vendite di immobili sono crollate dell’11,3 per cento. Mentre la Cgil-Fillea registra centomila disoccupati in più e “almeno 300 mila lavoratori in nero”. Con 27 morti nei cantieri solo tra primo gennaio e 19 marzo 2010: uno ogni tre giorni.

Gli economisti ricordano che la più grave recessione mondiale dal 1929 è stata causata da “un eccesso di credito all’edilizia”, che troppe banche hanno pensato di coprire con un’overdose di finanza creativa. Ma allora perché il governo ripropone di curare la crisi con iniezioni ‘omeopatiche’ di cemento? Vezio De Lucia, uno dei maestri dell’urbanistica italiana, risponde così: “È una posizione ideologica, non economica. C’è un pensiero unico neoliberista che in Italia è dominante da trent’anni. Anche a sinistra pochi ricordano che l’autunno caldo del 1969 era nato dalle grandi manifestazioni per la casa degli operai emigrati al Nord. Tra gli anni ‘60 e ‘70 ministri come Sullo, Bucalossi e Mancini ebbero il coraggio di limitare l’oscenità della speculazioni immobiliari con leggi che favorirono l’edilizia pubblica, sancirono la separazione tra proprietà fondiaria e licenza di costruire, vincolarono i parchi ancor prima dei piani regolatori. La controriforma urbanistica è iniziata negli anni ‘80, con i primi accordi in deroga previsti della legge Signorile e con l’edilizia contrattata dai costruttori di Tangentopoli. Da allora anche nelle regioni rosse si è diffusa una generale sudditanza al neoliberismo della nuova destra: al buon governo del territorio, del verde e del paesaggio, alla cultura delle regole si sostituisce l’ideologia dell’assenza di controlli, del profitto privato come unico valore. E qualcuno si meraviglia ancora dell’ennesima deregulation berlusconiana? In Lombardia, in Veneto, in quasi tutto il Paese ha stravinto l’edilizia senza regole. In Italia l’urbanistica è morta”.

Fonte: L’Espresso

La necropoli Tuvixeddu è salva

Wednesday, February 10th, 2010

Tuvixeddu è salva. Sulla necropoli punico-fenicia più grande del Mediterraneo, incastonata nei colli di Cagliari il cemento non arriverà. Lo dice la sentenza del Consiglio di Stato n° 00538 del 24 novembre 2009 e pubblicata il 5 febbraio scorso. Senza troppi giri di parole si annulla l’autorizzazione paesaggistica del 25 agosto del 2008 concessa dal Comune di Cagliari alla Nuova Iniziativa Coimpresa di Gualtiero Cualbu. Era questa l’impresa che, facendosi forte di un accordo di programma sottoscritto nel duemila insieme alla la Regione guidata allora da Mario Floris, e al Comune di Cagliari (sindaco Mariano Delogu oggi senatore Pdl) voleva costruire tra le tombe antichissime: 150 mila metri cubi di palazzine spalmate tra viali alberati e fioriere traboccanti di verde al posto di pezzi di storia perché rende più il mattone della cultura.

I giudici di palazzo Spada hanno detto che quell’autorizzazione non poteva essere concessa. E che bene aveva fatto il soprintendente di allora, l’architetto Fausto Martino ad annullarla. Si legge infatti nel documento che, «volendo sinteticamente riassumere, le ragioni poste dalla Soprintendenza a fondamento del disposto e contestato annullamento possono essere illustrate nei termini di seguito indicati: carenza di motivazione del parere espresso, a fini paesaggistici, dalla Commissione edilizia; carenza della relazione paesaggistica, destinata a costituire parte integrante del progetto approvato, adozione dell’autorizzazione paesaggistica sulla base di documentazione diversa da quella presa in esame dalla Commissione edilizia».

L’autorizzazione concessa dal Comune a Cagliari si basa, continua, «su un apparato motivazionale davvero stringato» così come «la compatibilità dell’intervento con il contesto urbano sulla base di argomentazioni superficiali». Ma c’è di più. I giudici di Palazzo Spada sottolineano che a causa della modifica del Codice Urbani del 31 dicembre 2009, il parere della Soprintendenza è vincolante entro 45 giorni dalla richiesta. Questo significa che l’impresa di Cualbu se vorrà costruire sopra la necropoli dovrà iniziare tutto da capo tenendo conto questa volta di un parere vincolante della Soprintendenza. La stessa, per capirci, che si è rivolta al Consiglio di Stato per tutelare il colle.

Un duro colpo per l’imprenditore che aveva festeggiato con una bottiglia di champagne stappata in pompa magna l’arrivo alla guida della Regione di Ugo Cappellacci nel febbraio dello scorso anno. Durissima infatti era stata la battaglia contro il governatore Renato Soru, che aveva stoppato nel 2006 le sue betoniere con una delibera regionale. Ora sul colle di Tuvixeddu, per legge, i palazzi non si possono più costruire.
 Fonte: L’Unità

Italia, la cementificazione avanza. Gli stanziamenti per la difesa del suolo no.

Friday, July 17th, 2009

“Nel solo Nord si cementificano quotidianamente 20 ettari di territorio, aumentando il rischio idrogeologico accentuato dai cambiamenti climatici, che hanno mutato anche le modalita’ della pioggia, piu’ violenta e concentrata nel tempo e nello spazio”. Questa l’accusa di Massimo Gargano, presidente dell’Associazione nazionale bonifiche e irrigazioni- Anbi, nel corso del suo intervento all’assemble annuale, oggi a Roma.  

image1_2954“Di queste cose vorremmo parlare- sottolinea- cioe’ dell’inarrestabile consumo di suolo, cui dovrebbe quantomeno corrispondere un’invarianza nel rischio idraulico e nella disponibilita’ idrica”.
 Come denuncia l’Anbi, “ancora una volta il settore della difesa del suolo, nonostante i fenomeni alluvionali continuino a susseguirsi sul territorio italiano, non viene tenuto in nella dovuta considerazione”. L’associazione rileva infatti che la Finanziaria 2009 “non prevede alcuno stanziamento ulteriore per tale settore”. L’autorizzazione di spesa di 265 milioni di euro disposta dalla Legge Finanziaria 2007 per l’anno 2009, sul bilancio del ministero dell’Ambiente “e’ stata suddivisa e destinata ad altre azioni”.  Tutto cio’ accade mentre il territorio del nostro paese “e’ stato colpito nei mesi di novembre e dicembre 2008 da un’eccezionale ondata di piogge intense- segnala l’Anbi- con precipitazioni superiori alla media stagionale e che hanno provocato gravi fenomeni di dissesto idraulico ed ambientale, danni a strutture pubbliche e private, grave situazione di pericolo per l’incolumita’ delle persone e per la sicurezza territoriale, provocando anche la perdita di vite umane”.
 In Italia, pero’, manca “un’efficiente organizzazione capace di attivare, in via ordinaria, azioni mirate alla mitigazione del rischio idrogeologico e idraulico”, denuncia l’associazione. La contrazione progressiva della Superficie agricola utile (Sau) “e la dilagante urbanizzazione hanno aumentato consistentemente il rischio idraulico, la cui mitigazione imporrebbe una pianificazione pluriennale di azioni straordinarie di manutenzione del reticolo idrografico e di adeguamento degli impianti idrovori alle accresciute esigenze di deflusso delle acque”.  Si interviene, invece, “nella fase dell’emergenza con provvedimenti urgenti e straordinari volti a riparare i danni”. La sicurezza territoriale “ha invece bisogno di costanti azioni di prevenzione garantite da adeguate e consistenti risorse finanziarie- conclude Anbi- nonche’ dalla diffusione di regole di buon governo finalizzate ad un corretto uso del suolo”.

Berlusconi sul piano casa: «Nessuna cementificazione. È la lex Silvia»

Sunday, March 15th, 2009
Il presidente del consiglia rivendica la paternità del provvedimento, aspramente contestato dall’opposizione, che sarà varato dal consiglio dei ministri di venerdì. «Credo sia una legge di assoluto buon senso e che non porterà a nessuna negazione delle leggi urbanistiche»

Con il piano del governo “non ci sarà nessuna cementificazione”, si tratta di una “legge di assoluto buon senso e non ci sarà nessuna negazione delle leggi urbanistiche”. È la risposta del premier Silvio Berlusconi alle critiche del leader del Pd Dario Franceschini sul piano straordinario per l’edilizia. “Ghedini e Tremonti - ha detto Berlusconi, intervenendo dal palco dell’assemblea del gruppo del Pdl - l’hanno voluta chiamare ‘lex Silvia’ perché l’ho sognata io una sera: ed una mattina mi sono svegliato e ho detto: ecco qua cementifichiamo l’Italia, almeno secondo quella che è la posizione dell’opposizione”.

“Non c’è nessuna cementificazione - ha proseguito Berlusconi - perché ci si rivolge a tutte quelle famiglie italiane che abitano in una casa monofamiliare o bifamiliare e sono quasi il 50%”. “Il 50% di famiglie - ha aggiunto - che hanno avuto la casa bloccata tra pratiche burocratiche inenarrabili con i Comuni e che con una semplice lettera di inizio lavori al Comune e con un progetto firmato sotto la responsabilità di un professionista, un architetto o un ingegnere, potranno ampliare del 20% la propria casa sul proprio territorio di pertinenza e certamente faranno qualcosa che renderà più bella e più preziosa e di maggior valore la propria casa, non credo che ci sia nessuno così sciocco da voler fare un qualcosa che diminuisca il valore della sua proprietà.

“Quindi - ha continuato - questo è quello che dice questa legge cornice che noi approveremo venerdì in Consiglio dei ministri, ma che saranno le Regioni che dovranno fare propria e mentre venivo qui ho avuto la notizia che già la Giunta del Veneto l’ha approvata e che l’approverà la Giunta della Sardegna e che anche la Calabria vuole adottarla”. “Insomma - ha concluso - credo sia una legge di assoluto buon senso e che non porterà a nessuna negazione delle leggi urbanistiche perché le case sono naturalmente là dove gli strumenti urbanistici permettano che ci siano e a questo possiamo aggiungere il fatto che ove ci siano degli edifici brutti e obsoleti c’è la possibilità per chi volesse rifarli con le nuove tecniche ad esempio per trattenere il calore o per utilizzare l’energia nucleare”.

“Naturalmente - ha concluso - le singole regioni potranno fare delle leggi di contenimento maggiore perché quello del 20-30% è il limite massimo a cui si potrà arrivare e credo che questo metterà di nuovo in moto l’edilizia e siccome c’è un vecchio motto che dice ‘quando l’edilizia va tutto segue’, credo che questo sarà qualcosa di utile per l’economia”.

Fonte : La Nuova Ecologia

… e ci mancava giusto la ” Lex Silvia” . Faccio raccolta di libri vecchi, antichi non me li posso permettere, e recentemente ho comprato un libro del 1933 dal titolo : Mussolini e i Cesari… dove le opere di Mussolini vengono paragonate alle opere degli imperatori romani . Non sentite anche voi un po’ di disagio per quello che sta accadendo? Non vi pare un deja vu?

Aulenti, Fuksas e Gregotti “Una legge contro il territorio”

Wednesday, March 11th, 2009

 Il governo Berlusconi si accinge a varare un provvedimento che sconvolge tutte le procedure edilizie. Sostiene di volerle snellire, agevolando la ripresa economica. Secondo le associazioni di tutela. questa misura sarebbe un disastro per il paesaggio e per l’assetto delle città.

La Repubblica sostiene un appello promosso dagli architetti Gae Aulenti, Massimiliano Fuksas e Vittorio Gregotti al quale hanno già aderito gli urbanisti Pierluigi Cervellati, Vezio De Lucia, Italo Insolera ed Edoardo Salzano. “Le licenze facili e i permessi edilizi fai da te decretano la fine delle nostre malconce istituzioni. Il territorio, la città e l’architettura non dipendono da un’anarchia progettuale che non rispetta il contesto, al contrario dipendono dalla civiltà e dalle leggi della comunità”.

L’appello può essere firmato sul nostro sito.

La legge prevede l’abolizione della concessione edilizia da parte dei Comuni, sostituita dalla dichiarazione di un tecnico privato: per conto di chi costruisce, il professionista certificherebbe la conformità del nuovo edificio alle norme urbanistiche. In più, stando alle anticipazioni, si consentirebbe di aumentare il volume di un edificio nella misura del 20 per cento, se si tratta di un edificio residenziale, del 30 se commerciale.

Sarà consentito demolire e ricostruire tutti gli edifici sorti entro il 1989 che non abbiano vincoli di tutela incrementando il volume del 30 per cento. Alcune Regioni, come la Sardegna e il Veneto, hanno già aderito e il governatore Giancarlo Galan porterà già oggi all’approvazione della giunta un provvedimento simile. Da parte di molte altre Regioni vengono invece avanzati dubbi quando non forte opposizione.

Fonte : La Repubblica

Un piano straordinario per l’edilizia libertà di ampliare o ricostruire

Sunday, March 8th, 2009

C’è chi la chiama legge anti-catapecchie, chi un rinnovamento edilizio stile Obama, cioè per promuovere l’utilizzo delle fonti di energia alternativa. Ma la rivoluzione annunciata da Silvio Berlusconi per l’edilizia, “un piano straordinario con effetti eccezionali sulla casa”, dice il premier, promettendone l’approvazione al prossimo consiglio dei ministri, è anche qualcos’altro.

C’è un intervento di edilizia popolare con un piano da 550 milioni concordato con le regioni: le case saranno date in affitto a giovani coppie, anziani, studenti e immigrati regolari, con diritto di riscatto. Ma il grosso della manovra è un altro: il via libera a un sostanzioso aumento delle cubature di tutto il patrimonio edilizio esistente, una liberalizzazione spinta delle norme per costruire, un ritorno in alcuni casi al “ravvedimento operoso” dal sapore di condono. C’è un articolato, già discusso da Berlusconi con i governatori del Veneto, Giancarlo Galan, e della Sardegna, Ugo Cappellacci, che costituisce l’ossatura di quella “rivoluzione” annunciata ieri, che ha ottenuto già l’approvazione delle due Regioni. È probabile che al prossimo consiglio dei ministri il premier proponga un progetto molto simile a quello dei governatori.

Vediamolo questo progetto di stampo “federalista” che potrebbe essere ripreso in gran parte dal governo. Titolo: “Intervento regionale a sostegno del settore edilizio e per promuovere l’utilizzo di fonti di energia alternativa”. Dà la possibilità alle Regioni che la accettino, di ampliare gli edifici esistenti del 20%, di abbattere edifici ( realizzati prima del 1989) per ricostruirli, con il 30% di cubatura in più, in base agli “odierni standard qualitativi, architettonici, energetici”, di abolire il permesso di costruire per sostituirlo con una certificazione di conformità, giurata, da parte del progettista, di rendere più veloci e certe le procedure per le autorizzazioni paesaggistiche.


Il primo punto riguarda l’ampliamento degli edifici esistenti. I Comuni posso autorizzare, ” in deroga ai regolamenti e ai piani regolatori” l’ampliamento degli edifici esistenti nei limiti del 20% del volume, se gli edifici sono destinati ad uso residenziale, del 20% della superficie se sono destinati ad altri scopi. L’ampliamento deve essere eseguito vicino al fabbricato esistente. Se è giuridicamente o materialmente impossibile sarà un ” corpo edilizio separato avente però carattere accessorio”. In caso di edifici composti da più unità immobiliari l’ampliamento può essere chiesto anche da singoli separatamente.

Ma non basta. La Regione “promuove” la sostituzione e il rinnovamento del patrimonio mediante la demolizione e la ricostruzione degli edifici realizzati prima del 1989, che non siano ovviamente sottoposti a tutela, e che debbono essere adeguati agli odierni standard qualitativi, architettonici ed energetici. Anche qui i Comuni possono autorizzare l’abbattimento degli edifici ( in deroga ai piani regolatori) e ricostruirli anche su aree diverse ( purché destinate a questo scopo dai piani regolatori). Qui l’aumento di cubatura previsto è del 30% per gli edifici destinati a uso residenziale, e del 30% della superficie per quelli adibiti ad uso diverso. Se si utilizzano tecniche costruttive di bioedilizia o che prevedano il ricorso ad energie rinnovabili l’aumento della cubatura è del 35%.

Tutti questi interventi debbono rispettare le norme sulle distanze e quelle di tutela dei beni culturali e paesaggistici, non potranno riguardare edifici abusivi, o che sorgono su aree destinate ad uso pubblico o inedificabili, non potranno essere invocate per aprire grandi strutture di vendita, centri commerciali. Sono previsti sconti fiscali: il contributo di costruzione sugli ampliamenti sarà infatti ridotto del 20% in generale e del 60% se la casa è destinata a prima abitazione del richiedente o di uno suo parente entro il terzo grado.
Fin qui la legge che verrà proposta alle Regioni, che ha già la disponibilità di Veneto e Sardegna, anche se non c’è dubbio che, con Comuni assetati di quattrini e assediati dalla crisi economica, le adesioni saranno molte. C’è anche una ridefinizione delle sanzioni, solo amministrative nei casi più lievi e più severe se nel caso di beni protetti. E’ previsto un ambiguo “ravvedimento operoso con conseguente diminuzione della pena e nei casi più lievi estinzione del reato”, dal sapore di condono, e norme per semplificare le procedure riguardanti i permessi in materia ambientale e paesaggistica.

Fonte : La Repubblica

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