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Appello Ban Ki-Moon per salvare lago di Aral

Thursday, April 8th, 2010

La drammatica riduzione del Lago d’Aral, in Asia centrale, una delle catastrofi ecologiche più eclatanti del mondo, è arrivata ai più alti livelli dell’Onu: il segretario generale Ban Ki-Moon, su richiesta delle popolazioni locali, ha invitato i Paesi dell’Asia centrale a lavorare insieme per risolvere il problema. La superficie del lago salato, che fino agli anni Sessanta era il quarto più grande del mondo (68.000 km quadrati, pari a quattro volte il Lazio), si è ridotta da allora di oltre il 70%, a causa dei sconsiderati progetti agricoli sovietici: per irrigare le risaie in Uzbekistan era stato deviato il corso dei fiumi che lo rifornivano. Addirittura, nel 1990, il lago si è diviso in due laghi più piccoli, uno a sud, nell’Uzbekistan, e uno a nord, nel Kazakistan. Oggi gran parte dell’area un tempo occupata dal lago è una distesa desertica, salata, inquinata e battuta da tempeste di sabbia. L’acqua dolce scarseggia, la pesca è in crisi e gli abitanti che vivono nella zona sono fra i più poveri della regione. Ban Ki-Moon ha sorvolato il lago in elicottero, commentando: “Sono rimasto scioccato. È senza dubbio uno dei peggiori disastri ambientali al mondo. Invito i leader di tutti i Paesi dell’Asia centrale a trovare insieme una soluzione. Tutte le agenzie interessate dell’Onu forniranno l’assistenza necessaria”. “Dobbiamo proteggere meglio l’ambiente e salvaguardare il pianeta Terra in modo che le generazioni future possano vivere in modo sostenibile in un ambiente più ospitale”, ha aggiunto Ban, che ha concluso: “È un imperativo morale e politico”. Copyright APCOM

Ambiente, il Wwf ai candidati governatori: “Ecco cosa vi chiediamo”. Il decalogo e la mappa critica per tutelare il territorio

Friday, February 26th, 2010

Ricominciare dalla ‘A’ di ambiente”. E’ questa la richiesta del Wwf Italia ai candidati alla presidenza delle Regioni, ai quali gli ambientalisti chiedono “quanto ‘pesa’ il tema nelle loro agende”. A tutti i candidati delle tredici Regioni al voto a marzo per il rinnovo della presidenza, l’associazione del Panda provvederà a distribuire un ‘Decalogo dell’ambiente’ con le dieci cose da fare insieme alla ‘Mappa delle emergenze ambientali’ di ciascuna regione.

 

“Mai come in questo momento di ripetute crisi ambientali è fondamentale il ruolo delle Regioni”, sostiene Stefano Leoni, presidente del Wwf, che lamenta come sussista “ancora una sproporzione tra le competenze attribuite alle Regioni in materia ambientale e le risorse messe a disposizione”. Infatti, spiega, “queste spendono oggi per l’ambiente in media 75 euro l’anno pro capite, una cifra che complessivamente è pari a solo lo 0,31% del Pil (poco più di 2,4 miliardi di euro: il 64% destinato alla difesa dell’ambiente, il 36% a gestire le risorse naturali)”.

Pertanto, continua Leoni, “il nostro appello, lanciato proprio nell’Anno della Biodiversità, è di investire nella difesa della natura, ripartendo da un tema che accomuna tutti i cittadini”.

Salvare l’ambiente, conclude, “vuol dire tutela della salute, investimenti per lanciare seriamente la green-economy, futuro garantito alle nuove generazioni”.

 In materia ambientale, il Wwf chiede impegni precisi attraverso il ‘Decalogo dell’ambiente’, che sarà presentato a tutti i candidati alla presidenza delle Regioni. Ecco, uno per uno, i consigli dell’associazione del Panda”:

  1. Tutelare la ricchezza naturale delle regioni, predisponendo Piani d’azione regionali e inserendo la tutela della biodiversità nella pianificazione territoriale e nei programmi operativi economico-finanziari

  2. Perseguire l’Obiettivo: consumo del suolo “zero”, prevedendo che i nuovi piani paesistici contengano obiettivi chiari e misurabili di riduzione progressiva e significativa del consumo del suolo (favorito da interventi estemporanei, da abbandonare, come il Piano casa)

  3. Pianificare per prevenire il dissesto idrogeologico, adottando Piani di tutela delle acque in linea con l’Europa che facciano decollare la gestione dei Distretti idrografici per contrastare il rischio idrogeologico e conseguire il traguardo del “buono stato ecologico di laghi e fiumi”

  4. Far respirare i territori assediati dal traffico, inserendo nei Piani regionali dei trasporti obiettivi espliciti di riduzione delle emissioni di CO2, di rientro nei limiti per l’inquinamento dell’aria e di riduzione del rumore e non prevedendo la costruzione di nuove autostrade

  5. Predisporre l’alternativa al nucleare, adeguando i Piani energetici regionali ai nuovi obiettivi internazionali di riduzione dei gas serra (-30% entro il 2020 e -80% entro il 2050, rispetto ai livelli del 1990) attraverso il risparmio, l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili e contrastando qualsiasi realizzazione/riconversione di impianti a carbone, nonché la costruzione di centrali nucleari, assolutamente inutili, dannose ed economicamente insostenibili

  6. Contribuire alla lotta sui cambiamenti climatici, elaborando Piani strategici regionali che fissino obiettivi per la riduzione di Co2 in tutti i settori (in particolare quelli non sottoposti all’emission trading: trasporti, settore civile, agricoltura) e linee d’azione per l’adattamento ai cambiamenti climatici

  7. Premiare chi riduce i rifiuti, redigendo i Programmi di prevenzione dei rifiuti richiesti dalla Commissione Europea e perseguendo l’obiettivo di riduzione dei rifiuti, anche sollecitando i Comuni ad usare virtuosamente la leva fiscale con il passaggio dalle tasse attuali a tariffe premianti per chi adotta comportamenti virtuosi

  8. Consolidare la rete delle aree protette, sviluppando una rete di aree protette, collegate alla Rete Natura 2000 (tutelata dall’Europa) basata sull’efficienza e l’efficacia degli interventi programmati e pianificati

  9. Contrastare la caccia selvaggia, non promuovendo modifiche peggiorative alla legge quadro sulla caccia (come stabilito dalla Conferenza delle Regioni), contenendo la pressione venatoria e non derogando dall’elenco delle specie cacciabili stabilito dall’Europa

  10. Educare all’ambiente, rafforzando il sistema Infea (Informazione, formazione, educazione ambientale) e integrandolo con le attività educative delle scuole e le attività di formazione.

     

Ma non c’è solo il decalogo nel ‘programma’ del Wwf per la salvaguardia di ambiente e territorio: tante, infatti, le richieste alla Regioni. Al nord l’associazione del Panda chiede in Veneto “il radicale ridimensionamento del Piano regionale dell’attività di cava e il blocco del progetto della mega-discarica di amianto (la più grande d’Europa con ben 500.000 metri cubi di asbesto stoccati in 9 ettari)” prevista in una cava a sud di Roverchiara (Verona), zona umida vincolata dalla Regione.

In Lombardia si chiede il blocco della terza pista dell’aeroporto di Malpensa, e “interventi concreti per il miglioramento della qualità dell’aria” insieme a “l’adozione delle misure supplementari per tutelare il Po indicate nel Piano di gestione idrografico padano”. In Piemonte, gli ambientalisti vorrebbero che si desse “priorità agli interventi sul nodo ferroviario di Torino e sul Servizio ferroviario metropolitano, invece di perseguire l’obiettivo di una inutile nuova linea ad AV Torino-Lione”.

Nell’Italia centrale il Wwf chiede, in Toscana, “la razionalizzazione degli interventi infrastrutturali puntando sull’aeroporto di Pisa invece che sugli scali minori di Peretola (Firenze) e Ampugnano (Siena) e sul potenziamento a 4 corsie della SS1 Aurelia tra Rosignano e Civitavecchia invece che sull’Autostrada Tirrenica”. Nel Lazio, per gli ambientalisti sarebbe invece gradito “un ripensamento su quegli interventi infrastrutturali che, se realizzati, avranno un pesante impatto sul paesaggio, su aree sottoposte a vincoli naturalistici, culturali, archeologici e idrogeologici” quali il Corridoio intermodale Roma-Latina, l’aeroporto ed il porto di Fiumicino.

Nel sud il Wwf chiede alla Basilicata di “sospendere la concessione di ulteriori permessi di ricerca ed estrazione petrolifera e avviare immediatamente il monitoraggio ambientale della Val d’Agri”, oltre a “istituire” il parco regionale dei Calanchi. Alla Calabria rinnovati gli inviti a “fuoriuscire dalla Stretto di Messina spa” e “opporsi al ponte sullo Stretto”. In Puglia, infine, si chiede l’approvazione di piani per “affrontare e risolvere le criticità ambientali relative agli insediamenti industriali di Brindisi-Cerano e Taranto-Ilva” e, allo stesso tempo, costituire un sistema informatizzato in rete con le Province e gli Enti gestori delle aree naturali protette per la pianificazione e la corretta gestione integrata dei Siti Natura e della aree protette.

Fonte : Ecquo

L’appello di “Libertà e Giustizia” “Coi soldi del Ponte fermiamo le frane”

Thursday, February 25th, 2010

L’associazione Libertà e Giustizia lancia un appello contro la costruzione del Ponte sullo Stretto. “Le polemiche sulla costruzione del Ponte sullo stretto di Messina sono note. Come le contrarietà espresse dalla comunità scientifica, da amministratori locali e autorità statali. Intanto, frana la Calabria e frana la Sicilia. Proprio le due regioni sulle cui spalle dovrà appoggiarsi il Ponte. Che fare? L’unica decisione, in questa fase storica, sarebbe quella di bloccare quell’informe cantiere che il 23 dicembre è stato aperto in sordina (forse per vergogna) nei pressi di Cannitello, sul versante calabrese, spacciandolo per la “prima pietra” del Ponte. È la proposta che ‘Libertà e Giustizia’ si sente di avanzare al mondo politico, alla comunità scientifica, agli amministratori, agli imprenditori, al mondo accademico e culturale dell?intero Paese.

“Si dia vita, non al Ponte, ma a quel Piano urgente di prevenzione e difesa del suolo di cui il Paese ha bisogno. Quel Ponte, altrimenti, crescerebbe sui “piedi di argilla” ricordati da Bertolaso. Anche ammettendo che possa essere una delle meraviglie del mondo (ipotesi, peraltro, discutibile), il Ponte esalterebbe il disastro del famoso “sfasciume pendolo” di cui scrisse Giustino Fortunato. La prima pietra del Ponte gettiamola in mare prima che ci cada sulla testa”.

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La regina della giungla ha bisogno di noi

Friday, February 12th, 2010

Il 14 febbraio inizia, per il calendario cinese, l’anno della tigre. Ma di questo animale rimangono al mondo solo 3.200 esemplari. È l’allarme lanciato dal Wwf che ricorda come il 2010 sia stato decretato dall’Onu come l’anno internazionale della biodiversità e proprio per questo l’associazione ha scelto il grande felino «come simbolo della natura che scompare e che dobbiamo difendere».

L’HABITAT CHE SCOMPARE - La tigre è, insomma, il paradigma di un mondo che non si cura più di se stesso e che nell’estinzione di specie animali che hanno per millenni abitato il pianeta ha la cartina di tornasole di un ambiente sempre più soggetto ad attacchi: deforestazione, consumo del territorio, inquinamento. Dal 1940 ad oggi si sono già estinte tre sottospecie di tigre e una quarta, la tigre della Cina meridionale, non viene più avvistata in natura da circa 25 anni. In molte parti dell’estremo oriente, dove è in vigore il calendario cinese, ci si prepara a festeggiare il passaggio alla nuova stagione, appunto nel segno della «regina della giungla». Ma la «regina» ha davvero ben poco da festeggiare, fa notare il Wwf. L’ultimo anno della tigre era stato il 1998: da allora il loro habitat si è ridotto del 40% e oggi occupa solo il 7% di quella che era stata la loro storica area di diffusione. A minacciarle, oltre ai cambiamenti climatici e alla riduzione delle superfici a foresta, c’è l’azione diretta dell’uomo. Sono infatti oggetto di una forte azione di bracconaggio, legata al commercio illegale di parti del loro corpo.

LE AREE A RISCHIO - Sono una decina i punti critici nel mondo dove la scomparsa delle tigri ha già fatto suonare più di un campanello d’allarme: dall’India alla Russia, dalla Cina alla Malesia. E un ruolo fondamentale nella progressiva estinzione di questi felini ce l’hanno anche gli Stati Uniti e l’Europa: i primi, nel cui territorio sono ospitati in zoo e parchi più esemplari in cattività - ovvero oltre 5 mila - rispetto a quelli che esistono in natura, e dove vigono poche leggi contro il traffico di pelli, parti di corpo e altri prodotti derivati; la seconda per l’elevata domanda di olio di palma (circa 6 milioni di tonnellate ogni anno) che è tra le principali cause della deforestazione nell’area asiatica.

INVERSIONE DI TENDENZA - Non tutto è però perduto: a fine gennaio la prima conferenza asiatica sulla Conservazione della tigre ha visto 13 nazioni concordi nell’impegno a raddoppiare il numero delle tigri presenti in natura entro il 2022. A settembre, inoltre, si terrà in Russia un summit speciale in cui tutti gli Stati interessati dalla presenza dei felini, le organizzazioni ambientaliste e istituzioni come la Banca Mondiale si riuniranno per stilare un’ambiziosa scaletta per la loro salvaguardia.

LE COLPE DELL’ITALIA - «Se ci si impegna seriamente per la loro conservazione, le tigri hanno ancora una speranza di sopravvivere - commenta Massimiliano Rocco, responsabile del Programma Specie del Wwf Italia -. Sono animali che prosperano in natura quando ben protetti dal bracconaggio e dalla perdita di habitat e se hanno cibo sufficiente. Ma questo non basta. Quello che serve ora è il concreto sostegno politico garantito dall’intera comunità internazionale, che sfrutta in maniera insostenibile e il più delle volte senza preoccuparsi delle proprie responsabilità le risorse naturali. L’Italia, per esempio, è uno dei maggiori importatori di fauna e flora selvatica da quei Paesi. In quest’Anno della Tigre e al summit internazionale che si terrà a settembre, la comunità internazionale avrà l’opportunità di impegnarsi concretamente nella conservazione della tigre, per impedire che i nostri figli vengano privati della sua immagine e di tutto ciò che questo splendido felino rappresenta nella cultura di noi tutti».

Fonte: Corriere della Sera

Appello del Papa sul clima: «Serve un nuovo modello di sviluppo»

Wednesday, December 16th, 2009

A sottolineare l’importanza del summit sul clima in corso a Copenaghen, e sulla necessità che da questo vertice escano nuove prospettive per il Pianeta, è intervenuto anche il Papa. Benedetto XVI, rivolgendosi in prima battuta ai Paesi più industrializzati, ha invocato «una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo», e una nuova responsabilità di governi e organismi internazionali verso le generazioni future e le nazioni più povere. Per tutelare l’ambiente, serve «una solidarietà inter-generazionale» e «intra-generazionale», ha spiegato nel tradizionale messaggio dedicato alla Giornata della Pace (celebrata dalla Chiesa cattolica ogni primo gennaio), che quest’anno ha per tema «Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato». Papa Benedetto XVI ha incoraggiato la comunità internazionale a puntare sempre di più sull’energia solare e sulle sua «grandi potenzialità», per far fronte al fabbisogno energetico dell’umanità, senza compromettere il futuro ambientale e climatico del pianeta.

TESTO COMUNE FRANCIA E PAESI AFRICANI - Intanto, sul piano politica, a Copenaghen laFrancia e i Paesi africani hanno pubblicato un testo comune sulla conferenza di Copenaghen, che include anche obiettivi quantitativi, in particolare sull’abbassamento di 2 gradi della temperatura globale e sui finanziamenti. Lo hanno annunciato lo stesso presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy e il Primo ministro etiope Meles Zenawi. «Siamo d’accordo con il coordinatore per l’Africa su tutte le questioni di Copenaghen - ha dichiarato il presidente francese Sarkozy -; siamo d’accordo sulle cifre di riduzione, sull’obiettivo di ottenere che l’aumento della temperatura non sia superiore ai 2 gradi». Intesa raggiunta, ha dichiarato ancora Sarkozy insieme al primo ministro etiope Meles Zenawi, anche «sul fast start, i 10 miliardi di dollari all’anno a sostegno dei Paesi emergenti». «La posta in gioco - ha concluso il capo di Stato francese - è talmente importante che un’alleanza tra Africa ed Europa è assolutamente cruciale. È quello che dirò al presidente Obama».

TIMORI DELL’ UNIONE AFRICANA - L’Unione africana pensa che la conferenza sul clima di Copenaghen rischia di tradursi in una sentenza di morte per il protocollo di Kyoto, oggi l’unico strumento legale in materia di lotta al riscaldamento del clima. Un comunicato dell’Ua afferma infatti che i rappresentanti del continente hanno, unanimemente, fatto conoscere il loro rifiuto assoluto e determinato di proseguire in consultazioni che segneranno la condanna a morte di Kyoto. Meles Zenawi, primo ministro etiope e «capo negoziatore» per i 53 Stati che fanno parte dell’Unione, ha detto che «la morte del protocollo di Kyoto costituisce la morte dell’Africa».Angela Merkel è «piuttosto inquieta» sulle possibilità di raggiungere un accordo al termine del vertice sul clima di Copenaghen. «Sappiamo che il tempo sta finendo», ha spiegato il cancelliere tedesco al termine dei colloqui con il presidente indonesiano, Susilo Bambang Yudhoyono. «Non nascondo il fatto che sono piuttosto inquieta sulla possibilità di raggiungere tutti gli obiettivi», ha aggiunto la Merkel rispondendo ai giornalisti che le avevano chiesto se spera che al termine del vertice si possa arrivare a un accordo sul taglio delle emissioni di gas serra. Il cancelliere tedesco si è appellato ai Paesi industrializzati e a quelli in via di sviluppo affinchè diano un «contributo costruttivo» al raggiungimento di un accordo vincolante. Yudhoyono, il cui Paese ha ospitato i negoziati sul clima di Bali di due anni fa, ha spiegato che oggi a Copenaghen vi è una «finestra di opportunità» e che è necessario raggiungere un accordo che «possa essere perfezionato il prossimo anno».

PERPLESSITA’ DELLA MERKEL -

IL RESPONSABILE DELL’ONU:«I PROGRESSI NON BASTANO» - Per il responsabile del clima dell’Onu Yvo de Boer i progressi fatti finora nei negoziati al vertice di Copenaghen non bastano, e resta ancora da fare “un lavoro enorme” prima di poter arrivare a un testo di accordo complessivo. Yvo de Boer, segretario generale dell’organismo Onu sul clima avverte, parlando con i giornalisti, “siamo in un momento molto definito e preciso”. Le migliaia di delegati di 192 paesi stanno studiando a fondo i dettagli di una nuova bozza d’accordo, prima dell’avvio della sessione ad alto livello. Venerdì la sessione finale del summit vedrà la partecipazione di 120 leader mondiali. «Nell’ultima settimana abbiamo visto progressi in varie aree, ma non abbastanza. Resta da fare un lavoro enorme prima che questa conferenza possa avere il risultato che le persone aspettano».

Fonte: Corriere della Sera

Clima, ci resta poco tempo Un’unica voce da 56 giornali

Monday, December 7th, 2009

Oggi 56 giornali di 45 paesi stanno facendo un passo senza precedenti, quello di parlare con una unica voce in un editoriale comune. Lo facciamo perché l’umanità si trova ad affrontare una grave emergenza.
Se non ci uniamo per intraprendere delle azioni decisive, il cambiamento climatico devasterà il nostro pianeta e con esso la nostra prosperità e la nostra sicurezza. I pericoli sono diventati sempre più manifesti nel corso dell’ultima generazione. Ora hanno cominciato a parlare i fatti: 11 degli ultimi 14 anni sono stati i più caldi mai registrati, la calotta artica si sta sciogliendo e i surriscaldati prezzi del petrolio e dei generi alimentari sono solo un assaggio della distruzione che ci attende. Sulle pubblicazioni scientifiche la domanda non è più se la causa sia imputabile agli essere umani, ma quanto è breve il tempo che abbiamo ancora a disposizione per contenere i danni. Nonostante tutto ciò, fino a questo momento la risposta del mondo è stata tiepida e debole.

Il cambiamento climatico è stato prodotto nel corso di secoli, ha conseguenze che dureranno per sempre e le possibiità che abbiamo di controllarlo saranno determinate dai prossimi 14 giorni. Ci appelliamo ai rappresentanti del 192 paesi riuniti a Copenhagen affinché non esitino, non si lascino prendere la mano dalle controversie e non si accusino reciprocamente, ma che ricavino delle opportunità dal più grande fallimento della moderna politica. Si dovrebbe evitare una lotta tra il mondo ricco e quello povero o tra Occidente e Oriente. Il cambiamento climatico colpisce tutti e deve essere risolto da tutti.
L’aspetto scientifico è complesso ma i fatti sono chiari. Il mondo deve prendere delle misure per contenere entro 2°C gli incrementi della temperatura, un obiettivo che richiederà che il picco globale delle emissioni e l’inizio del loro successivo decremento avvenga entro i prossimi 5-10 anni. Un innalzamento superiore di circa 3-4°C - la stima più bassa dell’incremento della temperatura qualora non si agisca - inaridirà i continenti e trasformerà le terre agricole in deserti. La metà di tutte le specie potrebbe estinguersi, un numero senza precedenti di persone sarebbe costretto all’esodo, interi paesi sarebbero innondati dal mare.

Sono in pochi a ritenere che Copenhagen possa ancora produrre un trattato in una sua versione finale - verso un tale trattato si è potuto cominciare a fare reali progressi solo con l’arrivo del presidente Obama alla Casa Bianca e la fine di anni di ostruzionismo degli Stati Uniti. Il mondo si trova ancora oggi alla mercé della politica interna statunitense, dato che il presidente non può impegnarsi pienamente sulle azioni necessarie finché non lo avrà fatto il Congresso degli Stati Uniti.

A Copenhagen però i rappresentanti politici possono e devono trovare un consenso sugli elementi essenziali di un accordo giusto ed efficace nonché - e questo è un punto cruciale - su un rigido calendario per trasformare questo accordo in un trattato. La prossima conferenza delle Nazioni Unite sul clima prevista per il giugno prossimo a Bonn dovrebbe essere considerata la data ultima o, come ha detto un negoziatore, “possiamo concederci un tempo supplementare ma non di rigiocare la partita”.

Al centro dell’accordo ci deve essere una intesa tra il mondo ricco e quello in via di sviluppo che preveda, tra le altre cose, come sarà distribuito il costo della lotta al cambiamento climatico - e come si distribuirà una risorsa che solo recentemente è diventata preziosa: le migliaia di miliardi circa di tonnellate di anidride carbonica che rilasceremo prima che la colonnina del mercurio abbia toccato livelli pericolosi.

Alle nazioni ricche piace ricordare la verità aritmetica secondo la quale non ci può essere una soluzione finché i giganti del mondo in via di sviluppo, quale la Cina, non adotteranno misure più radicali di quelle messe in atto finora. Il mondo ricco, però, è responsabile per la maggior parte dell’anidride carbonica che si è accumulata nell’atmosfera - tre quarti di tutta l’anidride carbonica rilasciata dal 1850. Il mondo ricco deve quindi ora indicare la strada e ogni singolo paese in via di sviluppo deve impegnarsi a ridurre le emissioni in modo tale da abbassare entro un decennio il proprio contributo di gas serra a livelli sostanzialmente inferiori a quelli del 1990.

I paesi in via di sviluppo vorranno ricordare che loro hanno contribuito alle cause del problema solo in misura minore e che le regioni più povere del mondo saranno quelle più colpite. Tuttavia, questi paesi contribuiranno sempre di più al riscaldamento e devono quindi impegnarsi in prima persona in una azione significativa e quantificabile. Sebbene finora sia l’azione dei paesi avanzati sia quella dei paesi in via sviluppo non abbia raggiunto il livello auspicato da taluni, il recente impegno su nuovi target per le emissioni da parte dei due paesi che più inquinano al mondo, Stati Uniti e Cina, sono dei passi importanti nella direzione giusta.

La giustizia sociale esige che il mondo industrializzato si dimostri generoso nel fornire risorse per aiutare i paesi più poveri a adattarsi al cambiamento climatico e a adottare tecnologie pulite che consentano loro di crescere economicamente senza che ciò comporti un aumento delle emissioni. Anche l’architettura di un futuro trattato dovrà essere stabilita in maniera ferma, prevedendo un monitoraggio multilaterale rigoroso, premi equi per la protezione delle foreste e una valutazione credibile delle “emissioni esportate”, in modo tale che il costo possa essere suddiviso in maniera equa tra chi produce prodotti inquinanti e chi li consuma. L’equità richiede inoltre che la dimensione del peso che ciascun paese sviluppato si accollerà tenga in considerazione la sua capacità di reggerlo; per esempio, i nuovi membri della Ue sono spesso molto più poveri della “vecchia Europa” e non dovrebbero soffrire di più dei loro partner più ricchi.
La trasformazione avrà un costo ingente che sarà in ogni caso molto inferiore al conto pagato per salvare la finanza globale e molto meno costoso delle conseguenze di non fare alcunché.

Molti di noi, nel mondo sviluppato in particolare, dovranno cambiare il proprio stile di vita. L’era dei voli che costano meno del tragitto in taxi all’aeroporto sta volgendo alla fine. Dovremo acquistare, mangiare e viaggiare in maniera più intelligente. Dovremo pagare di più per l’energia e usarne meno.

La prospettiva del passaggio a una società a basso impatto di anidride carbonica contiene tuttavia più opportunità che sacrifici. Alcuni paesi hanno già verificato che abbracciare la trasformazione può portare crescita, posti di lavoro e una migliore qualità della vita.

Anche il flusso dei capitali ci dice che l’anno scorso, per la prima volta, gli investimenti destinati alle varie forme di energia rinnovabile hanno superato quelli impiegati per la produzione di elettricità da combustibili fossili.

Liberarci della assuefazione all’anidride carbonica in pochi decenni che si riveleranno brevi, facendo fronte a una sfida senza uguali nella nostra storia, richiederà uno sforzo straordinario all’ingegneria e all’innovazione. Ma se mandare l’uomo sulla luna o scoprire i segreti dell’atomo sono state imprese nate dal conflitto e dalla competizione, la corsa contro l’anidride carbonica che sta per iniziare dovrà essere improntata a uno sforzo collaborativo che miri alla salvezza collettiva.

Per avere la meglio sul cambiamento climatico occorrerà che l’ottimismo trionfi sul pessimismo, che una visione di ampia portata trionfi sulla miopia, su di ciò che Abraham Lincoln chiamò “i migliori angeli della nostra natura”.

È con questo spirito che 56 giornali di tutto il mondo si sono uniti per questo editoriale. Se noi che proveniamo da ambiti nazionali e politici così diversi possiamo concordare su ciò che occorre fare, anche i nostri leader possono farlo.

I rappresentanti politici che si riuniranno a Copenhagen hanno la possibiità di decidere quale sarà il giudizio della storia su questa generazione: una che ha capito la minaccia e che ne è stata all’altezza con le sue azioni oppure una talmente stupida da aver visto arrivare la catastrofe e di non avere fatto alcunché per impedirla. Vi imploriamo di fare la scelta giusta.

Fonte : La Repubblica

«Meno carne, per salvare la Terra» L’appello di McCartney all’Europa

Friday, December 4th, 2009

Niente carne il lunedì. Per la salute non personale, ma del pianeta. Paul McCartney, convinto vegetariano da anni, ha lanciato una nuova e singolare battaglia ambientalista denominata «Meat Free Monday». L’obbiettivo? Contribuire a ridurre il livello di inquinamento diminuendo il consumo di carne, perché gli allevamenti sono tra i grandi responsabili dell’effetto serra. E oggi l’ha portata davanti al Parlamento europeo, con un intervento pubblico in aula, per chiedere il supporto della Ue.

IL DISCORSO E LA CANZONE - «Non mangiate carne il lunedì, aiuterete il pianeta a non morire» ha detto l’ex Beatles. Lo slogan è: «Less meat: Less heat», ovvero «meno carne, meno calore». Tra l’apertura del suo tour ( il via da Amburgo, conclusione a Londra prima di Natale) l’ex Beatles ci teneva a far sapere all’Europa che non saranno solo le azioni dei governi a salvare la terra dal surriscaldamento. Anche i comportamenti dei singoli contano molto. Ridurre un po’ il consumo di carne (fosse per lui dovrebbero smettere tutti, ma questo è un altro discorso). «Non sono i trasporti i cattivi - ha detto McCartney - ma l’industria della carne», L’industria del bestiame, ha ricordato, produce più gas serra di tutto il settore dei trasporti. «Ogni secondo scompaiono 6 campi da calcio di foreste. Per una fetta di carne si utilizza una quantità di acqua pari a una doccia di 4 ore. Senza contare che l’allevamento è una delle principali fonti di inquinamento delle acque», ha aggiunto. Perciò, per il bene di tutti e anche della salute («Molti studi dicono che la carne rossa fa male»), sarebbe bene stare senza carne almeno un giorno a settimana. «Diciamo il lunedì - conclude l’ex Beatles - magari dopo gli eccessi del wekend. Si taglierebbero le emissioni di un viaggio di 1500 chilometri in macchina». E per sostenere la sua campagna, McCartney ha composto anche una canzoncina, «Meat Free Monday», scaricabile (con una donazione) da una pagina web collegata al suo sito che contiene anche messaggi di sostenitori e ricette vegetariane che possono sostituire la carne. Almeno il lunedì.

Fonte: Corriere della Sera

Il digiuno del direttore Fao

Sunday, November 15th, 2009

Il direttore generale della Fao, Jacques Diouf, dalle 20 di ieri sera ha iniziato uno sciopero della fame di 24 ore per “sensibilizzare l’ opinione pubblica sul problema dell’insicurezza alimentare” in vista del vertice della Fao che si aprirà lunedì. Lo ha annunciato lo stesso Diouf intervenendo al forum della società civile per la sovranità alimentare dei popoli riunito alla Città dell’altra economia.

“Nel mondo ci sono ormai un miliardo di persone che vivono in condizioni di sottoalimentazione e ogni sei secondi muore un bambino - ha detto Diouf - noi siamo a Roma perché vogliamo creare le opportunità per aggredire il più fondamentale dei problemi per il genere umano: la fame”.

Diouf, che la scorsa notte ha dormito all’ingresso del palazzo della Fao a Roma su un materasso di gommapiuma come atto dimostrativo “per spronare i governi a fare di più per contrastare la fame nel mondo”, ha lanciato un appello “a tutti gli uomini di buona volontà ad aderire allo sciopero della fame”.

Clima, l’appello dell’Aie: “Serve una eco-rivoluzione per evitare danni irreparabili al pianeta”

Thursday, November 12th, 2009

 L’Agenzia internazionale dell’Energia (Aie) nel rapporto ‘World Energy Outlook 2009′ esorta i Paesi ad ”investire massicciamente”, oltre 10.500 miliardi di dollari entro il 2030, per evitare il rischio di un “innalzamento delle temperature fino a sei gradi”

Serve una rivoluzione energetica a bassa emissione di Co2 per ridurre le emissioni di gas a effetto serra e limitare il riscaldamento globale a livelli accettabili. A sostenerlo è l’Agenzia internazionale dell’Energia (Aie) nel rapporto ‘World Energy Outlook 2009′ che è stato presentato a Londra e nel quale esorta i paesi ad ”investire massicciamente”, oltre 10.500 miliardi di dollari entro il 2030, in modo da evitare ”danni irreparabili al pianeta”. Infatti, senza un cambiamento nei consumi energetici, il rischio, secondo lo scenario più pessimistico dell’Agenzia, ”è quello di un innalzamento delle temperature fino a sei gradi”.

La crisi economica e finanziaria ha contribuito ad un calo dei consumi che, senza un cambiamento delle politiche dei governi, ”torneranno a crescere”. La domanda, infatti, secondo lo scenario, dovrebbe aumentare del 40% tra oggi e il 2030 raggiungendo 16,8 miliardi di tonnellate equivalenti di petrolio. Inoltre 1,3 miliardi di persone resterebbero privi di elettricità nel 2030 contro 1,5 miliardi attualmente: ”un problema -sottolinea l’Aie- che potrebbe essere risolto spendendo 35 miliardi di dollari l’anno tra il 2008 e il 2030”.

 

Per l’Aie, l’essenziale dei 10.500 miliardi di dollari che andrebbero investiti per limitare il riscaldamento climatico a +2 gradi dovrebbero essere indirizzati nel settore dei trasporti e nell’edilizia.

Fonte: ADNKronos

Influenza A, l’appello di Fazio: «Non andate in ospedale»

Tuesday, November 3rd, 2009

«Ci raccomandiamo alla popolazione: non andate al Pronto Soccorso, ma chiamate il medico e andate all’ospedale solo in presenza di sintomi giudicati gravi dal medico. Altrimenti si rischia di intasare il sistema». È questo il nuovo appello che il viceministro alla Salute, Ferrucio Fazio, ha lanciato spiegando che «l’influenza A fa vittime perché è una influenza», ma ribadendo altresì «che è lieve, fa poche vittime, e ha dei sintomi leggeri».

GLI ULTIMI DECESSI - Gli ultimi due decessi legati al virus A/h1N1 sono stati registrati a Napoli, dove l’influenza A ha fatto un tutto otto morti. Una donna di 42 anni, B.S., ricoverata nella rianimazione dell’ospedale Cotugno, è morta lunedì mattina. L’altra vittima è una donna di 72 anni, deceduta domenica all’ospedale Cardarelli di Napoli, la cui positività al virus H1N1 è stata accertata solo lunedì.

«VACCINARE LE DONNE INCINTE» - Ad oggi, ha spiegato il viceministro della Salute le vittime nel nostro Paese sono 16, forse 17. Il che rende la letalità italiana la metà rispetto alla letalità media registrata in Europa. «Siamo in pandemia influenzale, questa è una influenza. Come è noto le influenze sono malattie contagiose che provocano anche vittime, quindi è normale che ce ne siano» ha detto Fazio, precisando però che in Italia la nuova influenza ha provocato «vittime in modo limitato» e che «l’anno scorso la stagionale ha fatto 8mila morti». Quanto alla vaccinazione, Fazio ha spiegato che è fortemente consigliata alle donne in gravidanza dal terzo mese in poi. La donne incinte infatti «hanno 4 volte il rischio di sviluppare sintomi». La nuova influenza, ha aggiunto il viceministro, «colpisce i bambini più di quanto non li colpisca la stagionale, perché è un ceppo virale completamente nuovo che non trova ricorda immunitari nei bambini, mentre le persone anziane sono state esposte in passato a virus simili». Il fatto che colpisca i bambini, ha aggiunto Fazio, «non significa che sia necessariamente grave, ma i bambini agiscono da moltiplicatore».

VACCINI - I vaccini sono intanto in arrivo: la Croce Rossa Italiana consegnerà infatti martedì in tutta Italia un milione e 200 mila dosi di vaccino contro l’influenza A. Si tratta della terza distribuzione ad opera della Cri che prenderà il via da Pomezia (Roma) e da Milano. L’organizzazione precisa che è stato il ministero della Salute ad incaricarla a provvedere alla distribuzione «facendo affidamento sull’esperienza e sulla autorevolezza in ambito sanitario della organizzazione umanitaria italiana. «Al 30 di ottobre tutte le Regioni avevano ricevuto la quota capitaria per un totale di un milione di vaccini. Si arriverà a due milioni alla fine della prossima settimana e a sei milioni alla fine del mese di novembre» ha spiegato Fazio. «Da L’Aquila hanno chiesto vaccini extra per le tendopoli. Valuteremo anche questi aspetti nella distribuzione» ha aggiunto il viceministro.

I CONTROLLI DEI NAS - Per il viceministro non esiste un caso Campania, anche se la Regione, con le sue otto vittime è la più colpita. Al Cotugno di Napoli sono attualmente ricoverati 43 pazienti, 5 dei quali in rianimazione. Ora i carabinieri del Nas di Napoli hanno acquisito le cartelle cliniche dei pazienti deceduti nel capoluogo campano positivi al test del contagio dell’influenza H1N1. La documentazione clinica è stata presa negli ospedali «Cotugno» e «Cardarelli» su delega del pm Federico Bisceglia che conduce le indagini sulla morte di Emiliana D’Auria, la bambina di 11 anni deceduta al «Santobono».

APERTA INCHIESTA SULLA MORTE DELLA BIMBA - Sul decesso della 11enne è stato aperto un fascicolo. Si tratta, spiega il procuratore della Repubblica di Napoli, Giovandomenico Lepore, di un «accertamento preliminare per verificare se esistano eventuali ipotesi di reato e che potrà essere utile anche per la salute pubblica. Vogliamo dissipare - aggiunge Lepore - ogni dubbio su questo caso. I risultati dell’autopsia serviranno, oltre che per stabilire se ci siano ipotesi di reato, anche alla sanità per capire effettivamente la natura di questo virus, se e come abbia avuto un ruolo nella morte della bambina, se c’erano malattie pregresse. I parenti hanno detto che la bimba stava bene e non soffriva di alcuna malattia. Per questo vogliamo capire cosa è successo».

RICOVERATA BIMBA IN TERAPIA INTENSIVA NEL LECCHESE - Ma l’influenza A colpisce in tutta Italia. È infatti ricoverata all’ospedale di Merate (Lecco) in terapia intensiva una bambina di tre anni risultata positiva proprio al tampone per il virus H1N1 dell’influenza A. Secondo quanto riporta la struttura, la bambina è giunta al pronto soccorso venerdì 30 ottobre «con i classici sintomi influenzali: febbre alta, tosse, difficoltà respiratorie». Attualmente la piccola è trattata con terapia antivirale specifica, «che dovrà essere somministrata per altri 4-5 giorni. Il quadro clinico risulta ancora severo - concludono gli specialisti di Merate - anche se, da parte degli operatori sanitari, sussiste un prudenziale ottimismo».

CASO SOSPETTO A ROMA - Un caso sospetto a Roma dove un bimbo di 10 anni è morto domenica sera all’ospedale Villa San Pietro-Fatebenefratelli. Esami sono in corso per capire se il piccolo, affetto da una pleuropolmonite batterica, avesse contratto il virus H1N1.

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