Francia: una centrale elettrica solare in ogni regione entro il 2011

La Francia si doterà di almeno una centrale elettrica solare fotovoltaica in ogni regione entro il 2011. Lo ha annunciato Jean-Louis Borloo, ministro francese dell’Ecologia, presentando il piano di sviluppo delle energie rinnovabili. Alla fine dell’anno ci sarà il bando per la gara d’appalto per la costruzione di centrali solari di potenza complessiva di circa 300 MW, che sarà ripartita in funzione del potenziale solare di ogni regione, ha precisato il ministro.Il piano Borloo prevede anche l’installazione di 8 mila pale eoliche entro il 2020, rispetto alle 2 mila attuali.

PREZZI COMPETITIVI - Secondo il ministro, l’energia solare sarà competitiva ai prezzi del mercato dell’elettricità previsti nel 2020. A fine giugno 2008, la potenza fotovoltaica installata nella Francia metropolitana era pari a 18 MW, al quarto posto in Europa dietro Germania, Spagna e Italia. Ma 12 mila progetti per 400 MW totali erano già pronti per essere collegati alla rete, con una crescita pari al 130% annuo.

CLIMA: IN 100 ANNI UOMO HA PRODOTTO C02 COME TERRA IN 7MILA

Nell’attuale era interglaciale i gas serra,come anidride carbonica e metano, hanno impiegato solo 100 anni a raggiungere i livelli di concentrazione che, senza l’intervento dell’uomo, la terra avrebbe prodotto naturalmente in settemila anni. Il dato e’ emerso dal Congresso sul Clima, organizzato dall’Universita’ Ca’ Foscari di Venezia. ”Nei periodi glaciali l’anidride carbonica si assesta ad una concentrazione di circa 180 parti per milione - ha detto, usando un altro parametro, la prof.Barbara Stenni dell’Universita’ di Trieste - e in quelli interglaciali di 280, ma attualmente siamo gia’ a 370, ed e’ la velocita’ di questa variazione che ci preoccupa, perche’ sono le concentrazioni piu’ alte riscontrate nell’ultimo milione di anni”. Le evidenze piu’ allarmanti vengono dalle ricerche condotte nell’ambito del progetto Epica (European Project for Ice Coring in Antarctica) al quale hanno partecipato dieci nazioni europee, con finanziamenti nazionali e della Comunita’ Europea. ”Incrociando i dati ottenuti con l’esame dei carotaggi effettuati nei ghiacci di Antartide e Groenlandia con quelli dei sedimenti marini - ha detto il prof.Carlo Barbante dell’ Universita’ di Venezia, chairman del congresso - e’ stato possibile ricostruire gli andamenti climatici degli ultimi due milioni di anni; gli studi hanno evidenziato che l’attuale periodo interglaciale potrebbe durare ancora per cinque-diecimila anni, un tempo maggiore rispetto al precedente a causa dei parametri orbitali, ma negli ultimi cento anni la temperatura e’ gia’ salita di circa un grado, limite che avrebbe dovuto raggiungere invece a fine periodo”. ”I modelli piu’ attendibili - ha detto ancora Barbante - dicono che nei prossimi cento anni ci si potrebbero aspettare variazioni di temperatura da 2 a 5 gradi”. Il congresso prosegue fino al prossimo 13 novembre con il confronto tra i climatologi internazionali. (ANSA).

Petrolio in ribasso e «verde» necessario

Se c’è un mercato che potremmo considerare abbastanza prevedibile da consentire stanziamenti e investimenti a lungo termine, questo dovrebbe essere il mercato dell’energia. Dopo l’acqua, l’energia è l’elemento più importante della nostra vita economica e sociale. Dato che per realizzare nuove fonti energetiche ci vogliono anni, le previsioni sulla loro disponibilità sono più attendibili di quelle sulla raccolta del grano, ad esempio, o sulla produzione di computer. Questo mercato si sta però dimostrando il più capriccioso di tutti. E la sua volatilità, nell’attuale crisi economica mondiale, sta gettando un’ombra oscura sugli investimenti nelle energie rinnovabili e «alternative» ricavate dal vento, dal sole, dalle biomasse e dal nucleare

Se nutriamo dei dubbi sulla stravaganza del mercato, facciamoci questa domanda: di quanto è aumentato il consumo mondiale di petrolio nel 2007? È l’anno in cui il prezzo del greggio è più che raddoppiato, passando da 55 dollari al barile a più di 100, per poi continuare a salire fino a raggiungere un picco di 147 dollari al barile nel giugno 2008. La maggior parte delle persone risponde tra il 5 e il 10 per cento, facendo riferimento alla rapida crescita delle economie emergenti, come la Cina e l’India. La risposta corretta, secondo l’autorevole BP Statistical Review of World Energy, è invece che il consumo è salito dell’uno per cento. Sempre in quell’anno, la produzione di petrolio è scesa di circa lo 0,5 percento. Questa piccola differenza tra la domanda e l’offerta ha quindi prodotto un aumento dei prezzi di più del 100 per cento.

Il fraintendimento che porta alla risposta più comune — quello per cui la crescita cinese e indiana è così forte e inarrestabile da superare tutti gli altri fattori di domanda — è anche quello che ha determinato la corsa a investire nelle fonti alternative di energia. Questi investimenti conobbero un rapido sviluppo negli anni Settanta, per la forte impennata dei prezzi del petrolio. Quando, negli anni Ottanta, i prezzi crollarono, la stessa sorte toccò agli investimenti nelle fonti alternative. Così, ora che i prezzi del petrolio sono ritornati ai livelli dell’inizio del 2007, perdendo quasi due terzi del loro valore e scendendo a meno di 60 dollari, dobbiamo chiederci: succederà di nuovo?

Nel cercare di rispondere a questa domanda, dobbiamo anzitutto essere realisti: la recente, estrema volatilità del mercato del petrolio dovrebbe indurci a diffidare delle facili previsioni. Dobbiamo poi riconoscere un fatto ancora più sgradevole: che è la politica, più che l’economia, a darci indicazioni per una risposta.

La politica influenza il mercato del petrolio fondamentalmente su due fronti. Il primo riguarda la produzione. Questa è diventata, infatti, una questione di natura eminentemente politica dall’inizio degli anni Settanta, da quando, cioè, l’OPEC ha il controllo sulle forniture e sui prezzi del petrolio. Il secondo è legato a un nuovo fattore di portata mondiale, intervenuto successivamente agli anni Settanta: il cambiamento climatico.

I Paesi OPEC, situati in gran parte in Medio Oriente, Africa del Nord e America Latina, soddisfano circa il 40 per cento della domanda mondiale di greggio. Nel periodo della crescita vertiginosa dei prezzi, a partire dai 25-30 dollari al barile del 2002-03, l’OPEC è riuscita a mantenere il controllo della produzione anche grazie all’aiuto di Paesi non membri, soprattutto della Russia. La domanda era in crescita, soprattutto negli anni 2003-06, e un lungo periodo di bassi investimenti nella ricerca di nuovi giacimenti rendeva difficile aumentare la produzione. Ora, invece, sono cambiate due cose: grazie alla recessione globale la domanda sta calando, e c’è un’abbondante disponibilità di petrolio, soprattutto in Arabia Saudita.

Questo ha provocato il calo dei prezzi ai livelli attuali che, se verranno mantenuti, renderanno la maggior parte degli investimenti nelle fonti rinnovabili di energia poco competitivi, senza un sostegno dei governi. Ulteriori cali dei prezzi dipenderanno dall’eventuale decisione dell’OPEC di ridurre la produzione in sintonia con la riduzione della domanda, ma anche da quanto i suoi membri continueranno a rispettare gli accordi presi durante gli incontri OPEC. Molti Paesi, con in testa l’Iran e il Venezuela, vogliono tagliare drasticamente la produzione per sostenere i prezzi. Altri, guidati dall’Arabia Saudita, credono che questo sarebbe un errore, perché prolungherebbe la recessione mondiale. L’Arabia Saudita, il produttore di petrolio più a buon mercato e con le maggiori riserve, potrebbe anche essere mosso da un’altra ragione: teme la competizione di un Iran forte nella regione e preferirebbe vederlo indebolito dal calo dei prezzi del petrolio.

Con la recessione che sta iniziando a farsi sentire in America, Europa e Giappone, e che sarà con ogni probabilità profonda e dolorosa, le prospettive dei prezzi del petrolio non sono rosee. Ma la misura in cui questo quadro scoraggerà gli investimenti nelle fonti energetiche alternative, come si è verificato negli anni Settanta, dipenderà dal secondo fattore politico di cui si è parlato: il cambiamento climatico.

Mentre miliardi di dollari venivano investiti nell’energia solare, eolica, nucleare e derivata dalle biomasse, anche l’industria automobilistica di tutto il mondo dedicava notevoli sforzi al miglioramento della tecnologia delle batterie, per rendere possibile la produzione di motori completamente elettrici o ibridi. La scommessa era che l’aumento dei prezzi, il mutare dei gusti dei consumatori e il cambiamento climatico avrebbero reso vantaggiosi questi investimenti. Uno di questi fattori sta venendo meno. Gli altri, però, potrebbero essere più durevoli, anche se non del tutto indifferenti alla recessione. Le finanze pubbliche subiranno pressioni enormi; i consumatori saranno meno disposti a pagare di più per essere «verdi»; i governi saranno poco propensi a imporre nuovi oneri all’industria.

Contro queste tendenze, però, possono giocare due elementi. Uno è che i governi si sono impegnati a trattare della questione del cambiamento climatico nella seconda metà del prossimo anno a Copenhagen, e non possono sottrarsi a un confronto in proposito. L’altro è che molti governi, nel sostenere la crescita economica, si metteranno alla ricerca di nuove tecnologie da finanziare, sperando che nel loro paese nasca l’industria vincente del futuro. Barack Obama, eletto presidente, ha già promesso di seguire questa via. Se sarà così, l’energia alternativa diventerà un cambiamento in cui potremo credere davvero.

(Traduzione di Maria Sepa)

Fonte : Corriere della Sera

BIODIESEL SUL MERCATO, RINVIATA LA SCADENZA

Il decreto legge 4 novembre 2008, n. 171 con misure per il rilancio del settore agroalimentare ha prorogato la scadenza entra la quale e’ autorizzata l’immissione al consumo del biodiesel che beneficia della riduzione dell’ accisa, ai sensi dell’articolo 22-bis, Dlgs 504/1995. Il decreto, all’articolo 2 prevede che per i quantitativi del contingente del biodiesel assegnati agli operatori nel corso dell’anno 2008, il termine per miscelare i medesimi con il gasolio o per trasferirli ad impianti di miscelazione nazionali, oppure per il biodiesel destinato ad essere usato tal quale, per essere immessi in consumo, sia prorogato al 30 giugno 2009. Il provvedimento segue di poco l’entrata in vigore delle nuove modalita’ di applicazione dell’accisa agevolata per il biodiesel previste dal Dm 3 settembre 2008, n.156.

Il decreto abroga il precedente D.M. 25-07-2003 n. 256 e ridefinisce le caratteristiche e le procedure di accreditamento dei depositi fiscali per l’assegnazione di biodiesel ad accisa agevolata, ed i criteri stessi di assegnazione per il criterio 2008-2010. I soggetti ammessi dovranno presentare una garanzia pari al cinque per cento dell’accisa agevolata sul quantitativo di biodiesel assegnato. Vengono confermati gli adempimenti successivi all’assegnazione, compreso l’obbligo di utilizzo del Daa il documento di accompagnamento. I limiti dei cali tecnicamente ammissibili saranno determinati con successivo Decreto in attesa del quale rimangono in vigore le attuali disposizioni. Per l’anno 2008 l’istanza deve essere presentata il 30/o giorno successivo alla pubblicazione dell’avviso di cui all’articolo 11, comma 3; per gli anni 2009 e 2010 l’istanza deve essere presentata entro il 30 gennaio di ciascun anno. (ANSA).

ANIMALI: LAV, IN 3 ANNI 2,7 MILIONI VITTIME VIVISEZIONE

Sono due milioni e settecentomila gli animali che fra 2004 e 2006 hanno finito la loro vita nei laboratori di vivisezione in Italia per fini scientifici o sperimentali. E fra loro, rispetto al triennio 2001-2003, spicca il dato dell’ incremento di cavalli, asini, bovini, suini, uccelli e pesci. La denuncia arriva dalla Lega antivivisezione (Lav), che commenta i dati relativi agli animali utilizzati in Italia per fini scientifici e sperimentali nel triennio 2004-2006, pubblicati dal Ministero del Welfare. ”Il dato numerico gia’ di per se’ allarmante e’ fortemente sottostimato - afferma Michela Kuan, biologa e responsabile Lav settore Vivisezione - visto che non rientrano nelle statistiche invertebrati, embrioni, feti e animali utilizzati gia’ soppressi”. Ma, si chiede Kuan ”quali informazioni predittive per l’uomo possono avere esperimenti condotti su cavalli, uccelli o pesci, geneticamente differenti dagli umani?”.

Secondo i dati, riferisce la Lav, e’ aumentato l’utilizzo a fini sperimentali di cavalli e asini (221 nel triennio 2004-2006 contro i 90 nel 2001-2003), suini (8.097 nel 2004-2006 contro i 6.840 nel 2001-2003) e bovini (2.795 nel 2004-2006 contro i 1.584 nel 2001-2003); si aggiunge un forte incremento del ricorso ad uccelli (90.493 nel 2004-2006 contro gli 85.651 nel 2001-2003) e pesci (45.418 nel 2004-2006 contro i 7.979 nel 2001-2003). Le specie piu’ comunemente impiegate continuano ad essere topi (1.664.294 nel triennio 2004-006) e ratti (820.143), seguono altri roditori (7.100) e conigli (32.314), tutti animali a basso costo e facilmente maneggiabili, piuttosto che per ragioni strettamente scientifiche. Insomma, denunciano gli animalisti, non c’e’ nessuna tendenza progressiva nella riduzione del numero complessivo di animali utilizzati, come ci si aspetterebbe considerando che il quadro scientifico e legislativo europeo prevede la promozione dei metodi alternativi alla sperimentazione animale, anche se esiste un lieve calo nel 2006, la ”media” riguardante l’ultimo triennio e’ piu’ alta di 282 animali rispetto alla media del precedente triennio, passando da 911.680,6 (2001-2003) a 911.962,3 (2004-2006), con un totale di ben 2.735.887 animali utilizzati nell’ultimo triennio, rinchiusi in gabbie, sfruttati per esperimenti di ogni tipo e soppressi.

Tutto questo, ribadisce la Lav, nonostante esista un sempre maggior numero di metodi di ricerca validati a livello scientifico che non si avvalgono di animali. E il paradosso e’ che i numeri legati alla sperimentazione, riferiscono gli animalisti, risultano perfino in aumento, come mostrano le statistiche delle poche nazioni che hanno reso pubblici i dati relativi all’uso di animali nella sperimentazione (Italia, Inghilterra, Svizzera). Poche per l’associazione le note positive sul fronte vivisezione. Tra queste la mancanza di esperimenti che coinvolgono animali per prove tossicologiche per sostanze cosmetiche, in vista dell’imminente entrata in vigore del bando dell’Unione europea per i test animali sui cosmetici, oltre alla riduzione del numero di animali per l’istruzione e la formazione, anche per via di una legge molto restrittiva. (ANSA).

La Terra è irrequieta da sempre

A 1200 chilometri dalla costa ghiacciata e su un pianoro imbiancato di 3230 metri d’altezza c’è una macchina del tempo. La migliore.

Da questo punto del Polo Sud, dove d’inverno si crolla a -80° e d’estate non si va oltre il tepore dei -30°, proviene la «carota» di ghiaccio che ha registrato con pignoleria il clima della Terra negli ultimi 800 mila anni e impegna gli scienziati in un’odissea tra passato remoto e futuro vicino e lontano: mentre si comincia a scoprire che cosa è avvenuto prima della nascita della Storia ufficiale, si progettano modelli matematici di nuova generazione con cui prevedere come si comporterà il nostro bollente Pianeta.

Oltre 150 studiosi che hanno lanciato gli sguardi su quegli scenari si sono riuniti a Venezia e, fino a domani, incroceranno dati e ipotesi: confermano che abbiamo sporcato l’atmosfera con una quantità di inquinanti mai vista in 8 mila secoli, ma hanno anche raccolto le prove che viviamo su un sasso spaziale più inquieto di quanto siamo disposti a credere. Spiega così Carlo Barbante, professore all’Università di Venezia e dell’Istituto per la dinamica dei processi ambientali del Cnr e organizzatore del convegno «Epica 2008» (dal nome del programma multinazionale a guida europea che ha effettuato la trivellazione): «La “carota” è lunga 3200 metri, estratta in una zona dove la neve si accumula a un ritmo di 25 millimetri l’anno: ecco perché contiene informazioni uniche».

In questo freezer naturale sono intrappolati gas, metalli, polveri e pollini. Sequenze di sostanze che rivelano i cicli di quello che per molti è «Gaia» - il super-organismo globale - segnati da ere glaciali e periodi interglaciali. Otto e otto, grazie alla più profonda perforazione nel ghiaccio mai ottenuta. «Ora ci troviamo in una di queste fasi “calde” - dice Barbante -. Ha avuto inizio circa 10 mila anni fa e, facendo i paragoni con ciò che è stato, si scopre che è anomala, perché continua da molto tempo e presenta temperature stabili, come si è osservato anche dall’analisi dei sedimenti lacustri e degli anelli degli alberi».

E’ la «lunga estate», come l’ha battezzata l’archeologo americano Brian Fagan, che ha accompagnato la nascita della civiltà e che - calcolano i climatologi arrivati a Venezia - potrebbe proseguire per altri 10 mila, «a meno di perturbazioni umane, che al momento non riusciamo ancora a valutare con precisione, a cominciare dal ruolo dei gas serra e delle emissioni di CO2 ». Ma è certo che molto prima, tra 100 mila e 120 mila anni fa, si erano toccati picchi di 3-5 gradi superiori alle medie attuali (vicini, quindi, alle previsioni più fosche per il prossimo secolo di molti esperti e di tanti ecologisti), mentre alla vigilia della nostra «estate», 18-20 mila anni fa, il mondo diventò più freddo di una decina di gradi. E’ stata l’ultima glaciazione memorizzata dalla «carota antartica», la fase di 80 mila anni in cui i ghiacci mangiarono le terre e le scolpirono, colonizzando l’emisfero Nord, senza però impedire ai Neanderthaliani di muoversi per l’Europa e di cacciare mammut.

Da zero (oggi) a -800 mila anni, l’alternanza appare simile a un respiro, a volte affannato, a volte rilassato. La ciclicità - aggiunge Barbante - «consente di mettere in una giusta prospettiva i cambiamenti a cui assistiamo: se non approfondiremo i meccanismi naturali del sistema, sarà inutile continuare ad abbozzare previsioni su ciò che accadrà tra un secolo o due». I paleoclimatologi, quindi, si candidano a fornire gli strumenti di lavoro per vaticinare i nostri destini: «La verità è che alcuni modelli non riescono nemmeno a riprodurre ciò che sappiamo essere successo. Figuriamoci quale può essere l’accuratezza per il domani».

Se è certo che l’uomo non smette di allargare la sua impronta inquinante, i picchi e le voragini di temperature e di CO2 che la «carota» dispiega sui computer sono legati a leggi più grandi di noi. «Sono l’eccentricità dell’orbita terrestre, l’obliquità dell’asse, la distanza con il Sole: variano secondo periodi preordinati (ecco che torna la ciclicità), secondo fasi di 20, 40 e 100 mila anni». La sfida è costringere al dialogo le logiche spaziali (lente) e i fenomeni antropici (impetuosi): oggi, per esempio, la CO2 nell’atmosfera è schizzata a 380 parti per milione, toccando il massimo in 800 mila anni, e oscillano pericolosamente anche le concentrazioni di metano, ossidi di azoto, cloruri, solfati e nitrati e perfino dei metalli pesanti.

«Ma nella “carota” abbiamo misurato un altro dato: i flussi di ferro trasportati dalle polveri. Questo metallo è bioattivo, perché ha un ruolo fondamentale, con la luce solare, nel convertire la CO2 e alcuni nutrienti come l’azoto e il fosforo in sostanze organiche. Così, nei periodi glaciali il ferro aumenta e la pompa biologica funziona al meglio, mentre in quelli interglaciali come il nostro il processo perde di efficienza e a salire è la CO2 ».

Tracciato il quadro complessivo - conclude Barbante - è necessario indagare le altre fasi «calde»: così avremo indizi preziosi sul qui e ora. Ma, intanto, gli interrogativi si moltiplicano. Come se la sono cavata in 800 mila anni di oscillazioni violente mammiferi e ominidi? Risposta: «Abbastanza bene». E allora sopravviveremo all’aggravarsi dell’effetto serra? Risposta: «Probabilmente sì».

Fonte : La Stampa

L’auto? Elettrica e di bambù Ecco il futuro secondo Kyoto

Nuova auto da città superecologica? Ormai siamo quasi allo spam: di proposte ne arrivano ormai una al giorno ma questa, battezzata “Bamgoo” è piuttosto interessante. E non solo per il fato che arriva dai ricercatori dell’università di Kyoto e non dal solito inventore da strapazza: l’idea sta tutta nel realizzare un vettore da città altamente riciclabile: la carrozzeria, infatti, è realizzata interamente in bambù in trecciato, proprio come una poltrona da giardino.

“Il progetto, spiegano gli ingegneri di Kyoto, è quello di realizzare una macchina facile da riparare, resistente agli urti cittadini e molto economico da realizzare. E caratteristiche del genere, tutte insieme, si trovano solo in natura, nel bambù, appunto”.

La macchina va oltre: è una monoposto, lunga 2,7 metri, larga 1,3 e alta 1,65. L’abitacolo quindi è molto spazioso, ma al tempo stesso talmente stretto da consentire alla Bamgoo (il gioco di parole per il nome se lo potevano risparmiare) di infilarsi in spazi dove passano solo le moto.

Il tutto spinto da un motore elettrico alimentato da batterie agli ioni di litio in grado di assicurare un’autonomia di 50 Km ogni ricarica: quanto basta per poter girare - secondo la media di chilometraggio giapponese - per tutta la settimana in città fra una ricarica e l’altra. (v.bo.)

Fonte: La Repubblica

L’industria solare daneggia l’ambiente?

L’energia solare e’ necessaria per la transizione verso un’economia sostenibile, ma un recente studio di “Geophysical Research Letters” rivela che l’industria basata sull’energia solare potrebbe danneggiare l’ambiente. Il Trifloruro di Azoto (NF3), un gas ad effetto serra, utilizzato nel settore dei semiconduttori per pulire le camere dove i chip di silicio vengono prodotti, e’ più potente e dannoso della CO2. I ricercatori ritengono che le emissioni di gas sono 4 volte più grandi del previsto ed ogni anno la produzione del’NF3 si raddoppia.

Nessuno da importanza a questo potentissimo gas serra, nemmeno i fabbricanti di prodotti elettronici [NF3 (Trifloruro di azoto) e' utilizzato nella produzione dell'LCD]. Non esistono norme per l’NF3 e le aziende lo utilizzano come vogliono.

Ma una speranza c’è! Alcune aziende come Toshiba, Samsung e LG hanno cominciato ad utilizzare come alternativa il fluoro, perché non danneggia l’ambiente. Anche se la produzione del fluoro e’ cara, per il bene della Madre Terra, l’NF3 dovrebbe essere eliminato.

Source: http://cleantechnica.com/2008/11/06/is-the-solar-industry-hurting-the-en…

Cavalli, asini, bovini, suini, uccelli e pesci vittime della vivisezione

La Lav lancia una nuova denuncia contro la vivisezione: sempre più cavalli, asini, bovini, suini, uccelli e pesci finiscono la loro vita in un laboratorio.
La denuncia nasce sulla base dei dati relativi al numero di animali utilizzati in Italia per fini scientifici e sperimentali nel triennio 2004-2006, pubblicati (GU n. 243 del 16-10-2008) con un cronico ritardo di nove mesi dal Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali, ai sensi del decreto legislativo 116/92 (Protezione degli animali utilizzati a fini sperimentali o ad altri fini scientifici).

Rispetto al triennio 2001-2003, in Italia è sensibilmente aumentato l’utilizzo a fini sperimentali di cavalli e asini (221 nel triennio 2004-2006 contro i 90 nel 2001-2003), suini (8.097 nel 2004-2006 contro i 6.840 nel 2001-2003) e bovini (2.795 nel 2004-2006 contro i 1.584 nel 2001-2003); si aggiunge un forte incremento del ricorso ad uccelli (90.493 nel 2004-2006 contro gli 85.651 nel 2001-2003) e pesci (45.418 nel 2004-2006 contro i 7.979 nel 2001-2003).
Le specie più rappresentate continuano ad essere topi (1.664.294 nel triennio 2004-006) e ratti (820.143), seguono altri roditori (7.100) e conigli (32.314): animali largamente impiegati a causa del loro basso costo e perché facilmente maneggiabili, piuttosto che per ragioni strettamente scientifiche.

Sono disponibili, perché validati, un sempre maggior numero di metodi di ricerca che non si avvalgono di animali: ciò nonostante i numeri legati alla sperimentazione risultano perfino in aumento, come mostrano le statistiche delle poche nazioni che hanno reso pubblici i dati relativi all’uso di animali nella sperimentazione (Italia, Inghilterra, Svizzera).

La maggior parte dell’impiego di animali riguarda studi biologici di base, ricerca e sviluppo di prodotti e apparecchi per medicina umana e veterinaria, che coinvolgono più del 73% degli animali; seguono le indagini tossicologiche, che comprendono ancora un alto numero di cani e primati e controlli di qualità per prodotti e apparecchi.

I dati deludenti e allarmanti, diventano ulteriormente critici tenendo conto che anche le autorizzazioni relative alle sperimentazioni in deroga – ovvero che prevedono l’impiego di cani, gatti e primati non umani, o l’utilizzo di qualsiasi specie animale a fini didattici o il non ricorso ad anestesia (art.8 e 9 del D.lgs. 116/92) - sono aumentate da una media di 128 per il biennio 2004-2005 a 141 per il 2006-2007, riflettendo un trend negativo che vincola la ricerca biomedica italiana in un sistema antiquato e superato.

Poche le note positive tra cui la mancanza di esperimenti che coinvolgono animali per prove tossicologiche per sostanze cosmetiche, dato intuibile vista l’imminente entrata in vigore del bando dell’Unione Europea per i test animali sui cosmetici (D.lgs 2003/15) e la riduzione del numero di animali per l’istruzione e la formazione, dovuto anche alla legge che in questo caso è particolarmente restrittiva, autorizzando il ricorso ad animali vivi solo in caso di inderogabile necessità; in questa particolare area di applicazione della sperimentazione animale esistono moltissimi supporti didattici che si avvalgono di metodi alternativi, dimostratisi più formativi, economici ed etici; evidenziando come non esista, nei fatti, alcuna necessità al ricorso di animali.

Da pochi giorni la Commissione UE ha presentato l’attesa proposta di revisione della direttiva europea 86/609 che regolamenta la sperimentazione animale: questo è un momento cruciale che potrebbe segnare, in pochi anni, un profondo cambiamento nello scenario nazionale e internazionale nella ricerca scientifica grazie al riconoscimento del valore della vita animale, umana compresa. La comunità scientifica guarda con sempre maggiore diffidenza alla sperimentazione animale, la Federazione Europea delle industrie farmaceutiche è impegnata nella messa a punto di ricerche senza animali, la Commissione UE ha annunciato il “risparmio” di ben 200.000 conigli per i test sui pirogeni; i cittadini europei sono sensibili al tema, inoltre la ricerca nell’ambito di metodi di indagine avanzati e non cruenti sta avanzando rapidamente, rendendo l’uso degli animali una pratica sempre più obsoleta e ingiustificabile. Ma buoni propositi e nuove ricerche si devono tradurre in atti concreti.

Fotovoltaico: come effettuare un investimento ad alto rendimento

Appuntamento a Milano per una giornata di approfondimento dedicata agli aspetti economico-finanziari derivanti dalla scelta del fotovoltaico

L’APER (Associazione Produttori Energia da Fonti Rinnovabili) organizzerà a Milano per il prossimo 11 dicembre 2008 una giornata di approfondimento totalmente dedicata agli aspetti economico-finanziari connessi alla produzione di energia elettrica da fonte fotovoltaica. Il corso sostanzialmente andrà ad analizzare ed approfondire i meccanismi di incentivazione e gli aspetti autorizzativi e finanziari che possano rendere economicamente redditizio l’investimento di un impianto fotovoltaico. In particolare verranno affrontate le tematiche relative alle autorizzazioni, saranno fornite indicazioni su come accedere alle tariffe incentivanti delineando gli errori da evitare, e su come vendere l’energia prodotta al distributore del servizio elettrico, senza trascurare in tutto ciò gli aspetti assicurativi e le forme di finanziamento pubbliche e private. Per completezza verranno inoltre effettuati confronti pratici con alcune casi di studio.

Fonte: La Repubblica

Stalattiti da rifiuti cristallizzati «Napoli di sotto», ecco le immagini choc

 Il titolo è giusto. Addirittura obbligato: Il «Dossier della vergogna». Da ieri, mercoledì, è sul tavolo dei parlamentari e il premier Berlusconi, che oggi verrà per la dodicesima visita a Napoli, lo mostrerà al cardinale Crescenzio Sepe con il quale pranzerà nel salone di Largo Donnaregina. Il dossier rivela con una violenza che è pari alla criminalità dei comportamenti, come sono state utilizzate le cavità di Napoli — un milione di metri cubi — un tempo ricchezza del sottosuolo più vissuto d’Europa, una città nella città, con un acquedotto perfettamente funzionante fino ad anni vicini a questi e una serie di installazioni di assoluta genialità ingegneristica. La storia, però, è miseramente cambiata e il «dossier della vergogna» denuncia con straordinaria forza che sull’acquedotto galleggiano acque luride e sacchetti di munnezza.

A parte pubblichiamo la documentazione fotografica di questi orrori, ma qui vale citare altri due documenti sensazionali: il primo riguarda le fondamenta di un palazzo storico di Piazza Dante sulle quali si sono formate «stalattiti» di rifiuti cristallizzati.

Un’opera di un artista demoniaco resa possibile dalla circostanza orribile che quei rifiuti non si «toccano» da mezzo secolo. L’ultima immagine devastante è quella delle cavità riempite fino all’orlo di materiali di ogni risma, perfino carcasse di auto e scorie edili. Con questa documentazione, messa insieme dagli speleologi della Protezione Civile, il sottosegretario Guido Bertolaso ha fornito una documentazione che legittima la richiesta di arrestare gli inquinatori che vandalizzano l’ambiente con i rifiuti ingombranti. Questa decisione, che ieri ha portato ad altri arresti e ad altre condanne, è stata da più parti contestata sul piano giuridico: sarebbe anticostituzionale perchè fissa una differenza di valutazione da ciò che è reato in una parte del Paese e non lo è in tutte le altre regioni. Ed ora ritorniamo al pranzo tra Berlusconi e il Cardinale. Al quale sono invitati anche i ministri Letta, Bondi, Bonaiuti e Pegolasi. Sarà presente anche il Prefetto Pansa, ma non sono state invitate le istituzioni locali perchè l’incontro è privato. Il cuoco è lo stesso che preparò il pranzo per Benedetto XVI. Il menu è ricchissimo: tortino di alici con pane dei Camaldoli, pizzette fritte e codine di gamberetti d’Ischia, spaghetti alle vongolette, trancio di spigola con manto saporito e, a chiudere, un dolce particolarmente invitante: passione di ricotta e castagne al rhum. «È un incontro privato, quello tra me e il Presidente Berlusconi — ha fatto sapere Sepe attraverso i suoi collaboratori — si parlerà di Napoli e dello sforzo comune che il Governo e la Chiesa stanno portando avanti per consentire a questa città di rivedere la luce».

È chiaro, però, che il discorso cadrà sull’emergenza dei rifiuti e sulla incapacità del territorio a considerare primaria la questione dell’ambiente. In Campania si smaltiscono ancora troppi rifiuti abusivamente, come ha nuovamente ricordato il sottosegretario Bertolaso, legittimando gli arresti e la severità della repressione in nome di una emergenza eterna. Il cardinale Sepe farà dono a Berlusconi del bel volume che racconta la recente visita di papa Benedetto XVI a Napoli. Bocche cucite a Largo Donnaregina, ma grandelavoro preparatorio. Lo staff della Curia è in fermento, come accade alla vigilia dei grandi eventi: Silvio Berlusconi varcherà per la seconda volta il portone della Curia intorno alle 13,30. Per essere puntuale all’incontro con il cardinale, il premier ha fatto anticipare la riunione del Consiglio dei Ministri. Terminato il pranzo in Curia, Berlusconi e Bertolaso incontreranno i vertici della multiutility bresciana A2A che si è aggiudicato l’appalto per la gestione del termovalorizzatore di Acerra che dovrebbe andare in funzionme all’inizio del 2009. Bertolaso considera determinante l’apporto di questo impianto alla soluzione della crisi e, quindi, ad un ritorno alla normalità.

Fonte: Corriere della Sera

La strage delle balene nelle Fær Øer

La caccia alle “balene pilota”, nelle isole Fær Øer , arcipelago danese a sud dell’Islanda, ha modalità tutte sue. Non si inseguono i cetacei in mare aperto: li si aspettano a terra, quando si avvicinano alle coste in cerca di cibo, li si circondano, e inizia così una vera e propria mattanza a colpi di ascia e uncini. E’ una tradizione che va avanti, ogni anno, sicuramente dal 1709 anche se le prime testimonianze documentate risalgono alla fine del ‘500. L’uccisione di questi cetacei avviene in un territorio che si trova sotto la giurisdizione della Danimarca, ma queste isole di fatto godono di ampia autonomia, soprattutto se tratta di questioni legate all’ambiente e alla pesca.

LE BALENE PILOTA - Le balene-pilota, note anche come globicefali o deflini-balena, raggiungono la lunghezza di 5-7 metri e possono raggiungere un peso di oltre due tonnellate. Si muovono in branchi numerosi, composti per lo più da femmine adulte con i propri piccoli, e vivono mediamente 50 anni e sono animali molto socievoli. Questi pacifici delfini abitano tutti i mari del mondo, eccetto che nelle acque troppo fredde dei poli.

LA DENUNCIA - «L’orribile macellazione annuale di migliaia di balene pilota indifese ogni anno nelle isole Fær Øer - ha denunciato la Sea Shepherd Conservation Society - è altrettanto crudele come la macellazione del delfino effettuata dai giapponesi nelle Taiji. Si vedono le baie tinte di rosso del sangue e si sentono le urla delle balene pilota ferite mortalmente. E’ uno spettacolo mostruoso ed è una oscenità abbracciata completamente dal governo danese e da molta gente danese». Secondo Alessandro Giannì, responsabile della campagna mare di Greenpeace, «questo tipo di caccia non rientra certo nelle dimensioni di attività finalizzata al sostentamento della popolazione locale. Spesso si usa questa motivazione, come è già accaduto nell’arcipelago Norvegese delle isole Lofoten, ma quando poi si va a controllare si verifica che i numeri e il giro d’affari smentiscono totalmente questa versione».

Stefano Rodi

Fonte: Corriere della Sera


PER ITALIANI E’ SOS TRAFFICO, RUMORE, INQUINAMENTO

Italiani sempre afflitti da traffico, rumore e inquinamento, mentre ancora tanti, un terzo in tutto, non si fidano a bere l’acqua di rubinetto. Questo il quadro dei problemi avvertiti di piu’ sul fronte ambientale dalle famiglie nella zona in cui abitano, secondo la fotografia scattata in un’indagine dell’Annuario statistico italiano 2008.

Nell’ordine, il traffico e’ al primo posto delle preoccupazioni (45,6%), seguito dall’inquinamento dell’aria (41,4%), difficolta’ di parcheggio (39,3%), rischio di criminalita’ (36,8%), rumore (36%), il non fidarsi a bere acqua di rubinetto (32,8%), sporcizia nelle strade (29,4%) e difficolta’ di collegamento con i mezzi pubblici (29,4%), mentre l’irregolarita’ nell’erogazione dell’acqua e’ considerata un problema solo dall’11,7% delle famiglie. Quest’ultimo fenomeno e’ molto piu’ diffuso nel Mezzogiorno (20,7%) e in particolare in Calabria (30,9%) e in Sicilia (27,9%). Sicilia, Sardegna, Calabria e Molise mostrano la maggiore diffidenza nel bere acqua di rubinetto, rispettivamente segnando un 59,7%, 56%, 43,8% e infine 40,2%.

Traffico, sporcizia nelle strade e difficolta’ di parcheggio sono i temi piu’ sentiti nelle regioni del Centro-Sud caratterizzate dalla presenza di grandi centri metropolitani quali Lazio, Campania, Puglia e Sicilia. Dalla stessa indagine emerge anche che il rischio criminalita’ e’ denunciato dalle famiglie campane in prima fila (53,7%), seguite da quelle laziali (47,1%) e lombarde (42,4%). (ANSA).

Il litio condiziona il futuro delle auto elettriche e la riduzione dei gas serra

Le principali compagnie automobilistiche mondiali sono seriamente preoccupate. E anche gli ambientalisti. I progetti per le nuove auto elettriche o ad alimentazione ibrida (elettricità + carburanti) sono in avanzata fase di realizzazione, i prototipi sono apparsi nei Saloni dell’automobile, alcuni modelli sono già in vendita e la domanda da parte dei consumatori è in netta crescita. In pratica, stiamo parlando del futuro dell’auto, un settore in cui tutte le case stanno investendo somme colossali, e che ha anche un determinante risvolto ambientale: le auto elettriche hanno emissioni zero di anidride carbonica, il gas serra causa principale del riscaldamento globale. Ma tutto ciò rischia di essere vanificato dalla scarsità del principale componente delle batterie elettriche: il litio.

RISERVE - Il litio è un metallo alcalino che pesa la metà dell’acqua. In sé non è rarissimo, si trova diffuso in gran parte delle rocce, ma è difficile trovarlo in quantità e in combinazioni chimiche tali da poter essere estratto senza costi proibitivi. E il 50% delle riserve conosciute sfruttabili di litio si trova in Bolivia, per la precisione nei laghi salati prosciugati (salar) sulle Ande e in particolare nel remoto Salar de Uyuni, la più grande distesa salata del mondo a 3.650 metri di quota, un’area ad alta protezione ambientale.

AUMENTO DOMANDA - La domanda mondiale di litio in dieci anni sarà cinque volte quella attuale e, se non si trovaranno nuovi giacimenti, supererà di gran lunga l’offerta. Facendo in pratica salire a livelli improponibili il costo delle batterie e quindi delle auto elettriche.

PROBLEMA POLITICO - Oltre a un problema di produzione, c’è anche un problema politico. La Bolivia del presidente Evo Morales segue una politica fortemente nazionalista, soprattutto nell’ambito dello sfruttamento delle enormi risorse naturali del Paese, che dal XVI secolo sono state depredate dagli occidentali lasciando meno delle briciole alle popolazioni indie locali, tra le più povere del mondo. «Vogliamo mandare un messaggio alle nazioni industrializzate e alle loro compagnie: lo sfruttamento secolare delle nostre risorse è finito», ha detto alla Bbc Luis Alberto Echazu, ministro delle Miniere della Bolivia. E la stessa politica dovrebbe essere messa in atto anche per il litio, secondo i sostenitori di Morales.

LAVORO DURO - Tra i laghi salati delle Ande, gli uomini spaccano la crosta di sale e vendono per pochi dollari le pesanti lastre ai camionisti che passano a raccoglierle. Un lavoro durissimo in condizioni ambientali (altitudine, freddo, contatto con acque salate, irraggiamento solare, abbagliamento per la luce riflessa dalle distese bianchissime) proibitive che possono essere sopportate solo masticando foglie di coca. «Non vogliamo vedere compagnie straniere da queste parti», ha detto un minatore del Salar de Uyuni alla Bbc, un sentimento comune. Tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso aziende non boliviane hanno cercato di sfruttare il litio dei salar andini, ma hanno incontrato la forte resistenza della popolazione locale. «Non vogliamo che i soldi vadano all’estero», dicevano. «I nostri nonni vivevano con il sale», spiega Francisco Quisbert, attivista del partito del presidente Morales. «Sono arrivati qui con le carovane di lama, ma il mercato li ha obbligati a partire. Noi vogliamo ritornare a vivere con il salar e migliorare le nostre condizioni di vita con il progetto pilota sul litio».

FABBISOGNO - Il progetto pilota produrrà 1.200 tonnellate di litio all’anno, per salire a 30 mila nel 2012 se sarà installato un impianto industriale. La Mitsubishi stima in 500 mila tonnellate il fabbisogno annuo per le batterie delle auto elettriche se queste resteranno un mercato di nicchia, ma molto di più se saranno le auto del futuro. Secondo Mitsubishi, nel 2015 ci sarà una mancanza di litio sul mercato mondiale. Secondo gli esperti dell’industria mineraria, però, la Bolivia potrebbe produrre la quantità necessaria al mercato, ma con tempi più lunghi di quanto richiesto dall’industria automobilistica.
AMBIENTE - Ma la Bolivia vuole farlo? Al momento non sembra. «I leader del mondo capitalista devono cambiare modo di pensare», è l’opinione del ministro Eschazu. «Se tutto il mondo consuma come il Nord America, con un’auto a testa, prima o poi si incepperà». Inoltre è vero che le batterie al litio faranno diminuire le emissioni di CO2 delle auto, ma «gli impianti di litio producono grandi quantità di biossido di zolfo», avverte Eschazu, «un’industria altamente inquinante. Quindi non so se questa sia la soluzione migliore

Paolo Virtuani

Energia nella morsa di crisi, costi e clima “Consumi insostenibili, serve una rivoluzione”

 Gli attuali andamenti negli approvigionamenti e nei consumi energetici “sono chiaramente insostenibili, sia da un punto di vista economico, che sociale, che ambientale: devono e possono essere cambiati. Dobbiamo avviare una rivoluzione globale dell’energia migliorando l’efficienza energetica e incrementando l’utilizzo di fonti a basse emissioni”. L’avvertimento non arriva da un guru verde o da qualche teorico della decrescita economica, ma da Nobuo Tanaka, il direttore della super istituzionale Agenzia internazionale dell’energia. Un messaggio lanciato in occasione della presentazione a Londra del World Energy Outlook per il 2008, un rapporto dai contenuti tanto chiari quanto allarmanti.

Il mondo si deve mobilitare per avviare le politiche necessarie ad affrontare quella che si annuncia come la “tempesta perfetta” del settore energetico: domanda in crescita malgrado la crisi economica, disponibilità di risorse (soprattutto petrolifere) in calo, consumi che accelerano pericolosamente il riscaldamento globale e i suoi gravissimi effetti, investimenti nella ricerca frenati dalla recessione.

“L’aumento delle importazioni di gas e petrolio da parte delle nazioni Ocse e delle regioni asiatiche in via di sviluppo - ha spiegato Tanaka - combinato con la concentrazione della produzione in un piccolo numero di paesi, accrescerà la possibilità di sconvolgimenti negli approvigionamenti e brusche impennate nei prezzi. Allo stesso tempo le emissioni di gas serra aumenteranno inesorabilmente, mettendo il mondo in direzione di un incremento delle temperature globali fino a 6 gradi”, ovvero il limite massimo della forbice prevista dalle conclusioni dell’Ipcc, la commissione di climatologi dell’Onu, con conseguenze devastanti per il Pianeta.


Per questo, quasi a rispondere indirettamente anche all’ostruzionismo di governo italiano e Confindustria, la Iea avverte che “non possiamo consentire che la crisi finanziaria provochi rinvii delle iniziative politiche che sono urgentemente necessarie per smorzare la crescita delle emissioni di gas serra”.

L’invito dell’Agenzia è anzi quello a mettere in campo decisioni ancora più coraggiose. Anche tenendo conto di nuovi interventi politici per il contenimento della domanda, il rapporto prevede che sulla media del 2006-2030 il fabbisogno globale di energia cresca dell’1,6 per cento ogni anno, facendo salire la domanda globale di petrolio, dagli odierni 85 milioni di barili al giorno a 106 milioni di barile nel 2030. Una previsione rivista comunque al ribasso di 10 milioni di barili rispetto a quanto previsto nell’edizione dello scorso anno.

Secondo le previsioni della Iea, sempre più importante sarà il peso dei nuovi giganti dell’economia: da sole, Cina e India contribuiranno a più della metà della crescita della domanda globale di energia. Forti aumenti sono previsti inoltre per il consumo di carbone e per l’utilizzo di fonti energetiche già esistenti in alternativa ai combustibili fossili.

L’agenzia calcola quindi la necessità di investire sul settore energetico 26.300 miliardi di dollari complessivi da qui al 2030, soprattutto per migliorare le capacità estrattive che rischiano altrimenti di non stare al passo con la domanda. “Ma la stretta creditizia - ha avvisato Tanaka - potrebbe provocare un ritardo degli investimenti, potenzialmente creando le condizioni per un tracollo delle forniture che a sua volta potrebbe compromettere la ripresa economica”. Ma tra queste due tendenze dall’effetto contrastante sui prezzi (crisi che abbatte i consumi e approvigionamenti più scarsi) l’Agenzia non ha dubbi che sarà quest’ultima a dire l’ultima parola, finendo per farli tornare a crescere dopo un certo periodo di forte volatilità.

Sul fronte ambientale la Iea traccia anche un possibile percorso da seguire per mantenere l’aumento della temperatura entro i due gradi, così come si propone di fare l’Unione Europea con la direttiva 20-20-20. Obiettivo che l’agenzia ritiene auspicabile, ma estremamente difficile da centrare, sottolineando che su scala mondiale occorrerebbe portare al 36% la quantità di energia primaria a basse emissioni, traguardo raggiungibile attraverso investimenti per 9,3 triliardi (mille miliardi di miliardi) pari allo 0,6% del Pil mondiale.
“E’ evidente - ha concluso Tanaka - che il settore energetico deve svolgere un ruolo centrale nella lotta ai cambiamenti climatici e le analisi contenute in questo Outlook forniranno basi solide a tutti i paesi che al vertice di Copenhagen (previsto per dicembre 2009, ndr) cercheranno di negoziare un nuovo accordo sul clima”. (v. g.)

Amici e nemici nel piatto dei bambini

Nel piatto si celano cinque nemici e altrettanti alleati della salute del bambino, utili sia per il benessere di denti e bocca sia per quello complessivo. A mettere a punto il «Decalogo goloso», pensato per genitori alle prese con i figli che crescono, è Italo Farnetani, pediatra e docente a contratto dell’Università di Milano-Bicocca, in occasione del recente XV Congresso nazionale della Società italiana di odontoiatria infantile. «I primi cinque punti - avverte Farnetani - sono divieti utili per combattere l’obesità e ridurre il rischio di carie dentale. Ma gli altri cinque punti rappresentano gli alimenti ideali per denti, ossa e linea».

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I CINQUE NO
1)
Ridurre l’assunzione di zuccheri semplici: modificare le abitudini, dimezzare i cucchiaini

2)
Ridurre l’assunzione di dolci: evitare le merendine e privilegiare torte e merende «della nonna»

3)
Ridurre l’assunzione di bevande zuccherate: promuovere l’uso dell’acqua come bevanda. Ricordare che ai bambini piace l’acqua gassata fresca, bene accetta se conservata nelle bottigliette «da piccoli»

4)
Ridurre l’assunzione di frutta secca: ha un’elevata densità zuccherina e adesività sul dente, ma anche un altissimo contenuto calorico che favorisce l’obesità

5)
Bandire i fuori pasto: entro i primi 10 minuti dall’assunzione di cibo, soprattutto se dolce, il pH si riduce notevolmente arrivando a un valore di 5, e lo smalto del dente inizia a dissolversi. Tornerà nella norma entro 30 minuti. Inoltre i fuori pasto fanno introdurre una quantità eccessiva di calorie favorendo l’obesità. 

I CINQUE SÌ
1)
Sì a latte e latticini: meglio scegliere fra parmigiano e grana, ne bastano 100 grammi al giorno per permettere a un adolescente di fare il pieno di calcio

2)
Sì a verdure e fibre: scegliere fra spinaci e sedano

3)
Sì al pesce: scegliere fra gamberi e calamari

4)
Sì a cibi ricchi in ferro: scegliere fra fagioli e ceci

5)
Sì alla frutta: scegliere fra anguria, melone e fragole.

L’ultimo suggerimento è rivolto alle scuole: «Sarebbe utile dotarle di distributori di frutta fresca, in modo che tutti, anche le adolescenti oggi tanto attente alla linea, trovino una merenda sana, nutriente e priva di grassi e conservanti», conclude il pediatra.

Fonte: La Stampa

Auto a energia solare, un nuovo record

Va ancora una volta ad un canadese il primato mondiale di percorrenza per un’auto alimentata ad energia fotovoltaica

Ben 15.150 km di strada e di sole. Va al canadese Marcelo da Luz il merito d’aver segnato questo nuovo record di percorrenza con un’auto alimentata ad energia solare. In cento quaranta giorni da Luz ha attraversato il Canada a bordo del suo eco-veicolo, denominato Power of One o Xof1, e superato il primato di 15.070 km ottenuto nel 2004 da un team dell’Università di Waterloo (sempre in Canada). Il pilota è partito da Toronto, toccando 14 città su e giù per lo stato del Commonwealth per ben due volte. Power of One è una monoposto dotata di un’autonomia di percorrenza di circa 200 km con una singola ricarica, arrivando a toccare i 120 km/h. Il progetto, come racconta lo stesso da Luz, era iniziato nel 1999 per competere nel’annuale World Solar Challenge australiana, per poi migliorare progressivamente nel tentativo di battere il record del 2002 raggiunto dall’Australia. La costruzione del veicolo solare è venuta a costare circa mezzo milione di dollari, tutti sborsati personalmente dal progettista canadese e in assenza di sponsorizzazioni per una precisa scelta di da Luz, ovvero mostrare in questo modo “come una persona può fare la differenza per aiutare l’ambiente”.

Fonte : La Repubblica

Gli alberi più antichi Ecco il censimento

C’ è una ricchezza italiana che fino ai nostri giorni nessuno aveva censito con precisione. Si tratta del patrimonio degli alberi di “valore”, che per la loro età o per la storia che hanno visto trascorrere sono diventati veri e propri monumenti da preservare. Dal 1982 il corpo forestale dello Stato ha iniziato un lavoro di rilevamento che ha portato, solo recentemente, ad un quadro preciso dello stato dell’ arte: oggi sappiamo che sulla nostra penisola vi sono circa 22.000 alberi di “valore”, dei quali 2.000 di “grande interesse” e 150 di “eccezionale valore storico o monumentale”. I risultati di questo lavoro sono illustrati sul numero di ottobre del National Geographic italiano.

Tra gli alberi di “eccezionale interesse” ve ne sono almeno due a contendersi il primato. Il primo è l’ oleastro di San Baltolu di Luras, che si trova in provincia di Sassari. Si tratta di un Olea europaea oleaster, ossia un olivo selvatico. Tremila anni di età, una chioma che si sviluppa per 23 metri in altezza e un fusto con una circonferenza di 11 metri. Il secondo è il “Castagno dei Cento Cavalli”, che si trova nel Parco dell’ Etna nel comune di Sant’ Alfio, in provincia di Catania. Spiega Valido Capodarca, rilevatore e fotografo di “alberi monumentali” e collaboratore del corpo forestale dello Stato: «L’ albero ha una circonferenza di 56-57 metri. A dire il vero è composto da 3 fusti quasi fusi tra loro, ciascuno dei quali, però, ha una circonferenza di circa 20 metri, che risulta, comunque, un record». Ma perché dei “Cento Cavalli”? «Perché la leggenda vuole che sotto la sua chioma, durante un temporale, trovarono riparo la regina Giovanna d’ Aragona e il suo seguito di cento cavalieri».

Ma come hanno fatto questi alberi a sopravvivere nei secoli? Ervedo Giordano, ecologo forestale dell’ Università degli Studi della Tuscia di Viterbo spiega: «La maggior parte sono “alberi della fede”, fanno parte cioè di quel patrimonio storico del territorio legato, nel passato, ad eventi di fede pagana e nel presente alla cristianità». Come il Cipresso di San Francesco a Villa Verrucchio, sopravvissuto nei secoli perché la leggenda vuole che fu proprio San Francesco a piantarlo. Padre Mauro, del convento francescano di Villa Verrucchio, racconta la versione reale: «Abbiamo fatto datare l’ albero e sembra che il cipresso sia più antico del passaggio di San Francesco. Quindi è probabile che Francesco si sia fermato in questa zona perché vi era una piccola chiesetta, dove poi è sorto il convento e quell’ albero è diventato il simbolo del passaggio del Santo».

Ma ora, in un periodo in cui il verde è sempre più aggredito dall’ uomo, i patriarchi verdi non sono più sufficientemente protetti. Spiega Enrico Pompei, vice questore del corpo forestale dello Stato, responsabile dell’ inventario nazionale forestale: «Al momento ogni regione ha una propria legislazione, mentre, invece, sarebbe auspicabile un’ azione del governo per unificare i vari registri in un unico inventario, sottoposto ad una medesima normativa nazionale». Al di là degli alberi monumentali comunque, il quadro del parco forestale italiano è, nel suo insieme, positivo. Continua Pompei: «Ogni italiano potrebbe circondarsi di un bosco composto da circa 200 alberi. La conta delle piante infatti, ha stimato che l’ Italia è coperta da 12 miliardi di alberi che si distribuiscono su un terzo della superficie italiana».

Il giallo dei delfini che si lasciano morire

Tango, Beta e due piccoli. Quattro delfini morti tra acquari e parchi in poco meno di un mese: a Gardaland, nell’acquario di Genova e nel delfinario Oltremare di Riccione. Flipper invece dovette morire cinque volte: tanti delfini ci sono voluti per girare il serial tv degli Anni Sessanta: «morivano per lo stress», dissero i veterinari. L’ultimo si è suicidato, come ha raccontato il suo addestratore Ric O’Barry: «Mi ha guardato negli occhi e ha smesso di respirare. Per i delfini il respiro non è automatico. Lui ha smesso e basta». Da allora O’Barry si è unito alla schiera di animalisti che lottano, protestano, come in questi giorni in Italia contro la cattività dei delfini. «Continuano a dirci che stanno benissimo negli acquari e nei parchi ma non è vero».Nadia Masutti è responsabile Lav per circhi e zoo: «Sono una specie protetta. Non è vero che nelle vasche ci sono solo animali nati in cattività e nemmeno che vivono fino a 35 anni. Ne muoiono tanti “ufficialmente” e chissà di quanti di cui non si nulla. Chiediamo che il sottosegretario Marini apra un’inchiesta su queste morti». Dall’Enpa accuse ancora più dure: «Ormai nei delfinari può succedere di tutto - dice Giovanni Guadagna - quanto alle supposte cause di morte, sembra che un cucciolo a Riccione sia stato ucciso da un altro delfino vittima di un’aggressione, madre e cucciolo non dovevano stare in quella vasca».
Acquari e parchi non ci stanno a fare la parte dei «cattivi». Da un lato Gardaland rilascia uno scarno comunicato per Tango «in attesa dei risultati della necropsia, per conoscere le cause della morte»: il Palablu di Gardaland, è stata la prima struttura realizzata nel rispetto delle convenzioni internazionali con un’avanzatissima tecnologia per la depurazione delle acque, dove lavorano esperti di biologia, ecologia e conservazione dei cetacei.I veterinari dell’Acquario di Genova parlano attraverso Claudia Gili: «Abbiamo pianto tutti per la morte di Beta. E’ cresciuto con me, sono animali che si relazionano molto con l’uomo, e qui abbiamo per loro tutte le cure possibili. Mangiano cibo ottimo e selezionato, eseguiamo analisi del sangue periodiche per la loro salute». I delfini vengono addestrati anche per questo: il veterinario siede sul bordo della vasca e l’animale appoggia la coda sulle gambe del «dottore» per farsi prelevare il sangue, docile «come un cane con il padrone». E forse proprio questo attaccamento all’uomo rende difficile la vita del delfino, cacciato come cibo dai giapponesi, «recluso» nelle vasche degli zoo. Recluso? «In cattività un tursiope (questo il nome scientifico dei delfini più usati per gli spettacoli, n.d.r.), è come un uomo in prigione: non basta una baia o un acquario per lui. Certo, in prigione un uomo può vivere curato e nutrito. Anche un delfino può vivere fino a 40 anni, ma è una vita alienante». Parola di Sabina Airoldi, biologa di Tethys, l’istituto di ricerca ligure tra i più affermati nel settore dei cetacei. «E’ una questione etica - sottolinea - la cattività è contraria alle esigenze degli animali. I delfinari sostengono di fare didattica, ma un tursiope in cattività non ci comporterà mai come fosse in mare aperto. Allora quanto è didattico vederlo così?»

Fonte: La Zampa.it

“Sotto la minaccia di diecimila Vajont”

Le dighe sottoposte al controllo del Servizio Nazionale sono soltanto 800, mentre circa 10 mila invasi sfuggono a questa manutenzione ordinaria perché considerate dalla legge non sufficientemente grandi. Per rientrare tra quelle vigilate le dighe debbono infatti superare i 15 metri di altezza o contenere almeno 1 milione di metri cubi d’acqua: una situazione che taglia fuori dal controllo la maggior parte degli invasi in tutto il Paese e mette a rischio la popolazione», rivela Lucio Ubertini, docente di Costruzioni Idrauliche alla Sapienza di Roma.

«Si tratta - sottolinea l’ex presidente del Gruppo nazionale per la difesa dalle catastrofi idrogeologiche, già direttore dell’Istituto di Ricerca per la protezione idrogeologica - di potenziali bombe d’acqua che richiedono una manutenzione accuratissima se si vogliono evitare disastri come il Vajont e Stava».

Non è tutto: «Oltre un terzo delle grandi dighe presenti in Italia ricadono in zone classificate sismiche; molte di queste sono state progettate e realizzate in assenza di specifiche verifiche nei confronti dei carichi sismici». Infine: addirittura un centinaio sono prive di collaudo, ma risultano attive - grazie ai nulla osta governativi - in regime ultraventennale di provvisorietà. In sostanza: nessun controllo sistematico ed elevata pericolosità.

In Molise la diga del Liscione di acqua ne contiene a volontà. È stata costruita dal 1967 al 1974. Tira avanti con un’ autorizzazione del ministero Lavori Pubblici risalente al 10 gennaio 1977. Particolare non trascurabile: «La struttura non è mai stata collaudata», conferma l’Ente risorse idriche Molise. L’Erim ha segnalato - in forma riservata e segreta - alla prefettura di Campobasso che l’onda di piena dell’invaso potrebbe spazzare a mare l’intera valle del Biferno, ove ci sono molti centri abitati, tra cui Termoli, una cinquantina di industrie - tre delle quali di natura chimica ad elevato rischio ambientale secondo la direttiva Seveso - lo stabilimento Fiat e la centrale Sorgenia. Soltanto il 27 maggio 2008, con disciplinare numero 163, l’Azienda speciale della regione Molise ha pubblicato il bando «Collaudo statico delle opere con funzione resistente della diga del Liscione».

Nel capitolato speciale d’appalto si legge: «Al fine dell’emissione del certificato di collaudo previsto dall’art. 14 del DPR 1363/59 da parte della Commissione collaudatrice, è necessario acquisire e fornire alla medesima Commissione il certificato di collaudo statico». Il finale è tutt’altro che rassicurante: «Il collaudo sarà eseguito in base alle norme vigenti negli anni ‘60 in cui fu eseguita la progettazione della diga».

Non è l’unico caso. Solo a qualche chilometro in linea d’aria, ma in Puglia, sorge la diga del Fortore. «Nella provincia di Foggia, comunque colpita dal terremoto, seppure non compresa nel decreto, c’è un allarme crescente e - temo - motivato, relativamente allo stato della diga di Occhito, che è a due chilometri dal paese di Carlantino. La diga è entrata in funzione agli inizi degli anni ‘70 e non è mai stata collaudata. L’invaso della diga ha una capienza di 300 milioni di metri cubi, ma finora, proprio a causa del mancato collaudo, è stata riempita fino ad un massimo di 180 milioni di metri cubi», scrive in un’interrogazione parlamentare il senatore Pagliarulo.

Sempre nel 2002, il professor Giuseppe Spilotro, ordinario di Geologia applicata presso l’università della Basilicata, annota in uno studio: «La frana di Carlantino minaccia il lago di Occhito». Qui, proprio nell’area sensibile, le regioni Puglia e Molise intendono costruire la diga di Piano dei Limiti. La mano dell’uomo non perdona. Da Nord a Sud i dati del ministero dell’Ambiente raggelano: «Ammontano a 6.633 i comuni con zone ad elevato rischio idrogeologico, per una superficie totale di 29.517 chilometri quadrati».

Nell’Italia dai piedi d’argilla, la Cassa per il Mezzogiorno ha finanziato ben 12 dighe e progettate 35 senza che finora esse abbiano fornito una sola goccia d’acqua, per una spesa complessiva di 2 mila miliardi di lire. In caso di pioggia persistente o improvvisa gli invasi incompiuti e quelli privi di verifiche, tecnicamente obsoleti ed insicuri, mai sottoposti a collaudo e controlli tecnici adeguati, potrebbero sbriciolarsi cancellando vite umane e infrastrutture.

L’invaso di Campolattaro - progettato nel 1960 - rappresenta un grave fattore di rischio per un’ampia area del beneventano. E’ arduo comprendere come un bacino, che avrebbe come livello massimo dell’acqua 380 metri sul livello del mare, possa servire a irrigare terreni che si trovano sopra i 400 metri d’altitudine. La parte destra della diga, realizzata in terra e non in cemento armato, è stata sottoposta a uno studio della facoltà di geologia di Benevento, perché frana. Sotto l’invaso si trova l’area di sviluppo industriale della città. L’acqua dovrebbe giungere dal Tammaro, che negli ultimi anni ha subito continue captazioni e derivazioni

Fonte: La Stampa

ECO-ENERGIA: ENERGIA PULITA DAL MOTO DELL’ACQUA IN CALABRIA

A Villa San Giovanni partira’ una nuova sperimentazione italiana per la produzione di energia pulita dal moto dell’acqua. Il progetto e’ sviluppato da Friel e dal dipartimento di ingegneria aerospaziale dell’Universita’ di Napoli ”Federico II. La societa’ Fri-El Green Power ha sede a Bolzano ed e’ attiva nel campo dell’energia pulita. La societa’ progetta, realizza e gestisce impianti per la produzione e l’impiego di energia elettrica rinnovabile. Il progetto, denominato Fri-El Sea Power, e’ composto da una struttura galleggiante (portone o nave) e da varie turbine ad asse orizzontale posizionate ad intervalli regolari lungo un tubo orizzontale snodabile e modulare (denominato ”filare”). Il tubo (che e’ in grado di allinearsi alla corrente marina, seguendone l’eventuale variazione) funge anche da albero di trasmissione del moto che trasferisce la potenza catturata dal moto dell’acqua al generatore elettrico. L’energia elettrica prodotta viene immessa direttamente nella rete elettrica attraverso un cavo sottomarino che collega le singole strutture galleggianti alla terra ferma. Le strutture galleggianti, ovvero i pontoni e le navi, possono essere disposte in gruppi di diverse decine, formando delle vere e proprie flotte impiegate nella produzione energetica. Grazie ai buoni risultati ottenuti dai primi test si sta lavorando a un prototipo da 500 kW, che sara’ testato nel 2009 e messo in mare nello Stretto di Messina, dove la corrente raggiunge punte di 2.5 metri al secondo. Sara’ costituito da una nave e da 4 filari allineati, ognuno dei quali avra’ 5 turbine dal diametro di 4 metri per un totale di 20 turbine. Il progetto Fri-El Sea Power prevede, poi, un ulteriore livello di sviluppo. Quando la tecnologia della produzione energetica da idrogeno avra’ raggiunto il suo grado di maturita’, Fri-El Sea Power potra’ essere utilizzato per la produzione di idrogeno. Per sfruttare anche l’energia delle maree di acqua dotate di bassissima velocita’, sara’ ancorata sotto la nave un’ulteriore ed innovativa turbina, che avra’ efficienza piu’ che doppia grazie al diffusore ad anelli che la circondano. L’efficacia di questo sistema, gia’ verificato in galleria del vento, sara’ verificata in condizioni reali. Quando questa tecnologia sara’ matura, tutte le turbine lungo i filari saranno dotate del diffusore e quindi si potra’ estrarre il massimo di energia con le minime dimensioni possibili della turbina e con velocita’ della corrente molto basse. Y72

Incidente stradale, strage di cuccioli: almeno 28 cani morti

Un morto, un ferito e una strage di cuccioli di cani, con ogni probabilità importati clandestinamente in Italia. E’ il bilancio dell’incidente avvenuto questa mattina sull’autostrada dei Fiori. È accaduto intorno alle 4, a circa un chilometro dal casello di Imperia Est, direzione Ventimiglia. Nello scontro ha perso la vita Gabriel Borza, slovacco di 47 anni che era alla guida del furgone, pieno di cuccioli,  che ha tamponato un Tir italiano condotto da un rumeno che procedeva regolarmente sulla corsia di marcia. Almeno 28 sono morti. L’autoarticolato, con targa italiana, trasportava macchinari di assemblaggio. Nel violento impatto, avvenuto in galleria San Luca, anche lo slovacco Miroslav Kobach, che sedeva a fianco della vittima, ha riportato la frattura del bacino.  Immediato l’arrivo sul posto degli agenti della sottosezione della polizia stradale di Imperia Ovest e il veterinario dell’Asl 1 Imperiese, Roberto Moschi.«La maggior parte dei cuccioli - riferisce il veterinario - ha al massimo due mesi. Erano tutti stipati dentro un furgone anonimo di colore rosso e riteniamo che siano clandestini, visto che sono così piccoli. Abbiamo contato un centinaio di esemplari. Tra quelli morti, ci sono quattro san bernardo, dei bulldog, dei carlini e un alano; ma appartenevano al carico anche dei terrier, dei Labrador e altri ancora».I cuccioli che si sono salvati sono attualmente ospiti del rifugio la Cuccia di Pontedassio, in quanto molti degli esemplari provenienti dall’est potrebbero essere affetti da rabbia e cimurro. Altri due esemplari feriti saranno portati alla clinica veterinaria di Imperia. La Poliza stradale di Imperia che ha chiesto l’intervento del Corpo Forestale dello Stato e dell’Asl, sta indagando sulla provenienza degli animali ma soprattutto sulla regolarità del trasporto. Il sospetto degli agenti è che i passaporti di cui tutti i cagnolini erano dotati, siano contraffatti e che quindi si tratti di importazione clandestina. L’ora del trasporto, la direzione e la stessa nazionalità dei due uomini alimenta fortemente i sospetti.

Veicoli ibridi a propulsione idraulica, pronti al debutto “on the road”,

Sviluppati dall’EPA statunitense, avranno un motore diesel-idraulico e consentiranno un risparmio del 40-50% di carburante rispetto ai veicoli tradizionali e una riduzione del 30% delle emissioni di CO2

“Sebbene ancora poco noti al pubblico, gli ibridi a propulsione idraulica sono pronti a fare il loro debutto sulle strade americane”. Ad affermarlo è David Abney, chief operating officer di United Parcel Service (UPS), società statunitense di spedizioni e primo corriere a integrare simili motori all’interno della propria flotta. La nuova tecnologia, sviluppata dall’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente statunitense (EPA) si avvale di un motore diesel-idraulico in grado di recuperare ben il 70% dell’energia cinetica della fase di frenata (mentre nelle auto tradizionali questa energia viene semplicemente dispersa sotto forma di calore) ed immagazzinarla comprimendo in un’ampia camera un fluido idraulico sotto pressione. Attraverso la firma di un accordo di collaborazione, due anni fa, l’UPS è stata l’unica azienda nel suo settore a testare la tecnologia su strada ed ora, convinta dalla tecnologia, annuncia l’ordine di sette veicoli ibridi a propulsione idraulica. “Non stiamo affermando che questi veicoli rappresentino la soluzione a tutti i nostri problemi energetici, – spiega Abney – ma questa tecnologia è sicuramente altrettanto promettente quanto le altre tecnologie proposte fino ad ora”. Secondo i risultati dei test, effettuati sulle strade di Detroit, i veicoli sviluppati consentiranno un risparmio del 40-50% di carburante rispetto ai veicoli tradizionali con motore diesel e una riduzione del 30% delle emissioni di biossido di carbonio. Dei traguardi da non sottovalutare e che, a secondo l’EPA, adattabili anche veicoli con altre funzionalità come navette e bus per il trasporto urbano o camion per la raccolta dei rifiuti.

Fonte : La Repubblica

Energie rinnovabili e futuro della Democrazia

Questo tema dominera’il dibattito in Occidente,e non solo,sul futuro della democrazia che,cosi’come la conosciamo,consideriamo acquisita.Ho gia’avuto modo di accennare,in questo Forum,all’urgenza di favorire la”IV rivoluzione industriale”quella delle energie rinnovabili a basso impatto ambientale.Mi permetto a questo punto di fare una analogia.Agli albori della”prima rivoluzione industriale”il quadro sociale del tempo appariva dominato da elite politiche che poco e male vedevano l’avanzare della nuova borghesia industriale,poiche’essa minava le basi della gerarchia sociale sulle quali si reggevano le societa’del tempo.Non e’impropria allora una analogia con l’attuale stato delle societa’post e vetero-industriali del nostro tempo.Le esperienze cinese ed indiana,insieme con quella della Russia post-sovietica mostrano quanto il modello attuale di sviluppo sia inadatto ai cambiamenti che con forza avanzano sulla scena della storia.Le energie non rinnovabili sempre piu’saranno il cavallo di Troia delle forze che si oppongono al rinnovamento, minacciando la democrazia e le liberta’civili a caro prezzo conquistate nel corso del XX secolo.Molti sono i segnali che indicano come il nuovo avanzi e l’elezione di Barack.H.Obama alla presidenza USA ne e’il segno piu’evidente.Cio’nonostante e’bene non illudersi perche’la posta in gioco e’altissima,come mai lo e’stata nella”breve”storia del cosidetto homo sapiens.Le energie rinnovabili rappresentano una possibilita’ per il consolidamento ed avanzamento globale della democrazia,non sulla punta delle baionette ma sulla base delle opportunita’prospettate da un nuovo modello di sviluppo capace di rilanciare l’economia mondiale, altrimenti condannata ad un inarrestabile declino,alla merce’di forze oppressive e neo-coloniali che male si conciliano con le richieste di liberta’ ed i bisogni della maggioranza della popolazione mondiale.Indugiare nello status quo energetico condannerebbe l’Occidente ad un progressivo deterioramento sociale e civile ed alla svendita della sua liberta’democratica ed autonomia politica,in cambio di energia.Uno scenario,questo,che solo la”IV rivoluzione industriale”alle porte puo’fronteggiare con successo.Il Presidente Obama ha parlato di 5 milioni di posti lavoro da creare nel comparto dell’ambiente e dell’energia.Anche se non esplicitamente detto sta parlando della”IV rivoluzione industriale”.Questo il focus e la direzione cui le nuove eccellenze e le Alte Istituzioni internazionali sono chiamate.

di Gennaro De Mattia

http://forum.corriere.it/ambiente_e_clima/

OBAMA ANCHE PER GLI ANIMALI

“Credo che il modo in cui trattiamo i nostri animali sia il riflesso di come ci trattiamo a vicenda. E’ molto importante avere un Presidente che si interessi alle crudeltà che vengono perpetrate sugli animali”.
Sono parole, certo, ma già messe in pratica quando ha promosso la legge che ha abolito la macellazione dei cavalli nel suo Stato, l’Illinois.
Questa e’ l’audacia della speranza di Barack Obama che arriva alla Casa Bianca con la promessa fatta piu’ volte alle figlie Sasha e Maila di prendere un cucciolo, confermata in mondovisione nel suo primo discorso da eletto. Speriamo che sia un cucciolo adottato da un canile, magari uno di quei canili in cui ogni anno negli Usa si uccidono ancora legalmente centinaia di migliaia di quattrozampe, e non acquistato in un negozio o in un allevamento. Obama applicherebbe cosi’ subito due pilastri della sua campagna elettorale, solidarieta’ e non spreco del denaro.

Certo, gli americani hanno votato uno o l’altro dei candidati per tanti motivi. A noi oggi, anche solo per pochi minuti, piace pensare che sia stata sconfitta la cacciatrice Sarah Palin proprio per le sue scelte anti-animali da Governatrice dell’Alaska.
E non per pochi minuti ma per sempre. Con il voto di ieri la California per referendum ha anche approvato l’abolizione di tre sistemi intensivi di allevamento come le gabbie per galline ovaiole e scrofe, i box per i vitelli, allineandosi alle analoghe scelte fatte dall’Unione Europea e da altri quattro Stati americani come Colorado, Oregon, Arizona e Florida.
In Massachusetts invece con il 56% dei voti è stato approvato il quesito che chiedeva di abolire entro due anni le corse dei cani.

L’audacia della speranza travalica i colori della pelle umana, le scelte religiose e gli orientamenti sessuali, siamo certi che Obama lo farà, come noi lo facciamo ogni giorno, anche per i confini di specie.
Gianluca Felicetti
Fonte : Animali e Animali