Fotovoltaico flessibile: la Global Solar Energy lancia CIGS, il pannello solare che si srotola e appiccica come un adesivo

Se vi dessero una matita in mano e vi dicessero: “disegnami un pannello solare”, voi schizzereste un quadrato, un rettangolo, o al massimo un insieme di quadrati o di rettangoli. Qualcosa di piatto e rigido, insomma. Da oggi invece, due linee ondulate che procedono parallele sul foglio, collegate alle estremità da un paio di trattini, andranno bene lo stesso. Un’onda al posto di una tavola, ovvero: un pannello fotovoltaico flessibile.

È questa l’idea della Global Solar Energy, società che dal 1996 si occupa di impianti solari a film sottile. C’è da dire che non è la prima né l’unica ad aver pensato a qualcosa di simile. Esistono addirittura pannelli in formato spray, biologici, integrati nelle tegole dei tetti, eccetera… la novità, questa volta, sta nel fatto che l’americana GSE ha creato qualcosa che si può staccare e riattaccare come un adesivo, senza intervenire sulla superficie d’applicazione. I vantaggi? Più spazio, innanzitutto.

Ogni “striscia-solare” – immaginatevi delle strip depilatorie lunghe circa 5,70 m e larghe 45 cm (ma indolori) – non necessita infatti di alcuna griglia di supporto, il che permette di occupare l’intera superficie a disposizione, per esempio un tetto, sprecando pochissimo spazio. Il costo d’applicazione, invece, è più o meno lo stesso di un tradizionale pannello a silicio policristallino, anche se, come fa notare il vice presidente marketing e sviluppo Jean-Noel Poirieruna maggior superficie implica un maggior rendimento dell’impianto”. Poirer, inoltre, garantisce che le celle solari funzionano altrettanto bene in zone non colpite direttamente dal sole.

A questo proposito, la tecnologia utilizzata dalla Global Solar Energy è la cosiddetta CIGS, sigla che indica i quattro materiali adottati: rame (“Copper”, in inglese), Indio, Gallio e Selenio. Il prossimo passo sarà attendere la certificazione per le “strisce-solari”; dopodiché, la produzione potrà cominciare già dal prossimo anno. E chissà, forse un giorno arrivare anche in Italia.

Roberto Zambon

Pane e vestiti fatti in casa

Il movimento del risparmio ecologico “Così consumiamo la metà senza troppi sacrifici”. La rete di mille famiglie cattoliche ed “equo-solidali”: bollette tagliate ma identico stile di vita  

dal nostro inviato MICHELE SMARGIASSI

MARGHERA - Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Anzi no, dacci solo la farina (biologica), che il pane ce lo facciamo da soli, in casa. Quello di Marta ed Ezio, insegnanti, una figlia di 5 anni, è caldo e croccante, ma soprattutto è “giusto”. È un pane ecologico e morale, un pane “liberato”. “Sei anni fa, sposandoci, scegliemmo di non essere di peso né all’ambiente né al Sud del mondo”. Acqua di rubinetto, pannelli solari, scambio di vestiti, niente tivù, al lavoro in bici, e alla fine del mese si fanno i conti. Con la calcolatrice. Marta ed Ezio sono cattolici praticanti, ma il loro non è un fioretto, è un impegno, e gli impegni si calcolano. “Quest’anno abbiamo sforato sulle vacanze. Risparmieremo sull’elettricità”.

Marta ed Ezio sono una famiglia “bilancista”, una tra oltre mille organizzate in 42 gruppi locali dal Trentino alla Sicilia. Apostoli del sostenibile, predicatori dell’eco-solidale, difensori del Creato, sono un movimento cattolico se non altro perché lo fondò e lo coordina ancora un sacerdote, don Gianni Fazzini, che però se gli proponi l’etichetta di “ecologismo cristiano” te la corregge: “Siamo un movimento di liberazione”. Da cosa? “Dallo stato di schiavitù del consumatore, in teoria padrone del mercato, in realtà succube di un immaginario del benessere che lo sfrutta per il profitto di pochi”.

Una Greenpeace col segno di Croce? “Cristo ci invita ad essere liberi, noi scegliamo come. Una mano ce la dà anche quel signore lì”. Gandhi: è pieno di poster del Mahatma l’ufficetto alla periferia di Marghera dove don Gianni, classe 1937, ex prete operaio, parroco di San Eliodoro ad Altino, tiene i legami col suo movimento “leggero” (niente statuto né veste giuridica) che senza clamore esiste e resiste da diciassette anni. Una rete di famiglie solidali che però ora ha pensato di alzare un po’ la voce. L’assemblea nazionale dei “Bilanci di giustizia” si concluderà stasera a Massa Marittima calcando sulla parola Politica, con la maiuscola.

“All’ultima assemblea alcuni amici ci misero un po’ in crisi: voi fate belle cose ma siete “poco politici”, non basta il pane in casa, dovete fare i conti col potere”. Hanno ragione? “Me lo sono chiesto. Poi ho pensato, la Giovanna a Messina ha messo su una cooperativa di installazione del solare termico, Giorgio a Bologna distribuisce la pasta madre per il pane, l’Antonella in Trentino promuove le piste ciclabili, Andrea a Torino ha inventato i distretti dell’economia solidale… E allora un po’ di politica forse la facciamo già”.

Del resto tutto cominciò nel ‘93 a Verona con uno slogan quasi sovversivo: L’economia uccide, bisogna cambiare. Era un convegno mondialista di “Beati i costruttori di pace”, e un centinaio di famiglie decisero di cominciare a cambiare in casa propria. Cambiare cosa? “Chiesi aiuto a un economista, mi suggerì: “Se un’azienda vuole cambiare gestione, parte dal bilancio”. Geniale. Infatti partimmo dal bilancio di casa”. Funziona ancora così: ogni famiglia “bilancista” si impegna a compilare ogni mese e inviare alla sede centrale un rendiconto minuzioso della propria economia domestica, una partita doppia “etica”: su una colonna le spese effettive divise per capitoli, su quella a fianco le spese “spostabili secondo giustizia”.

Ogni mese ci si dà un obiettivo. Mollo l’acqua minerale e bevo l’acqua “San Rubinetto”. Abbasso il termostato. Regalo e ricevo i vestiti dei bimbi. Lavo a mano. Compro frutta e verdura solo di stagione. Autoproduco in casa quel che posso. Riparo la bici (e la uso). Ogni famiglia “bilancista” riceve poi una carta sconti, L’Altracard, risposta polemica alla social card di Tremonti. “Non la puoi usare nei negozi ma vale di più”: dà accesso a un sito dove un programmino ti calcola quanto stai risparmiando con i comportamenti “sostenibili”. Anche centinaia di euro al mese.

Con l’aiuto del tedesco Wuppertal Institute, i “Bilanci di giustizia” hanno cominciato a misurare i propri successi. I risultati sono sorprendenti. Rispetto alla famiglia italiana media Istat, le famiglia “bilanciste” consumano il 16% in meno, con significativi trasferimenti di poste: meno 49% nell’abbigliamento, addirittura -56% in cosmetici e detersivi, più 72% in divertimenti e cultura. I consumi energetici sono la metà di quelli medi (107 litri d’acqua al giorno contro 192, e 599 Kwh annui contro 1202). Dal punto di vista etico, la famiglia “bilancista” sposta ogni anno quasi il 20% delle proprie risorse su prodotti meno “ingiusti”. Tutto senza sacrificare il proprio stile di vita: l’indice di soddisfazione si colloca sul 5 in una scala di 7.

Ma la scelta del bilancista non è utilitaria: comprare prodotti biologico o equo-solidali in realtà costa di più, anche se “proprio per questo ne sprechi meno”, non molla Marta, “ma il vero guadagno non è monetario”. Per scambiare vestiti devi avere molti amici e frequentarli: devi costruire relazioni. Dario e Antonella hanno scoperto che invitandosi a cena una volta alla settimana si risparmia e ci si diverte.

Quando Enrico e Serenella hanno dovuto cambiare auto hanno lanciato un appello email a tutta la rete, “Ci aiutate a trovare la più “sostenibile”?”, e s’è riunita un’assemblea (con grigliata finale). La differenza tra i bilancisti e un’associazione di consumatori è tutta qui: “Non lo facciamo per risparmiare, ma per nostalgia di giustizia”, dice don Gianni. E allora, da oggi questa cosa è giusto chiamarla Politica: “Le nostre famiglie vivono in città in preda alla corruzione, alla non-cura del bene comune. Noi in questo sfacelo vogliamo camminare puliti”. Lo vede, don Gianni, che alla fine torniamo al punto: inquinare, sprecare sono peccati. “No! Sono schiavitù. Di questo sistema siamo le vittime, non i colpevoli. Quindi dobbiamo liberarci, non pentirci”.

Fonte: La Repubblica

Sciame sismico, quattro scosse a Montereale

Lo sciame sismico sui monti reatini non si ferma. Dopo le due scosse di questa mattina, alle 13:45 la terra ha tremato di nuovo nella zona di Montereale. Secondo l’Ingv la magnitudo è di 2,3 con epicentro a una profondità di 9,9 chilometri. Nuova scossa venti minuti dopo, alle 14:05, con magnitudo 3,3 e profondità 2,3.

IL VERTICE Intorno alle sette si è concluso il vertice convocato dal prefetto dell’Aquila Giovanna Iurato per fare il punto sulla situazione con il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, i sindaci dei comuni coinvolti dallo sciame cioè Montereale, Capitignano, Cagnano Amiterno e Campotosto, le forze dell’ordine, i Vigili del Fuoco e la Protezione Civile.

I sindaci hanno chiesto al prefetto che nelle zone in cui erano state installate le tendopoli dopo il sei aprile vengano montati dei container visto che, come ha sottolineato il sindaco di Cagnano Amiterno, Donato Circi, “dentro le case la gente ha timore di stare. Indubbiamente - ha proseguito Circi - c’e’ molta paura e tanta preoccupazione e queste sono azioni preventive dal momento che i terremoti non possono essere previsti e nessuno puo’ sapere che cosa succedera”. Il prefetto ha ascoltato le proposte, le sta valutando e ha fatto sapere che risponderà entro 24-48 ore.

Circi comunque ha sottolineato che non bisogna creare allarmismi e che comunque i sindaci attenderanno la decisione del prefetto che verra’ comunicata in una riunione da convocare nel giro di 24-48 ore”.

BLOG Lo sciame sismico a Montereale di Giustino Parisse

CANTIERI BLOCCATI PER DUE GIORNI Intanto il Servizio Emergenza Sisma e Ricostruzione del Comune dell’Aquila ha intanto emesso un ordine di servizio per sospendere per 48 ore e quindi fino a tutto il 2 settembre prossimo l’attività dei cantieri nel centro storico e nelle frazioni dove si stavano effettuando interventi di messa in sicurezza.

La decisione, come recita il provvedimento, è stata adottata in seguito “all’incremento dello sciame sismico sismico delle ultime ore, vista la complessità delle lavorazioni da effettuare per la messa in scurezza del comune dell’Aquila e della frazioni”.

L’ordine di servizio è stato suggerito dalla Prefettura dell’Aquila al Comune che ha immediatamente inviato la nota alle aziende in azione sul territorio comunale.

LE SCOSSE E LA PAURA Le due scosse sismiche di stamani sono state registrate dall’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia tra le province di L’Aquila e Rieti, entrambe nettamente avvertite dalla popolazione che si e’ riversata in strada. Le scosse sono state avvertite anche nella zona ovest dell’Aquila. La seconda scossa c’e’ stata alle 9.12 con magnitudo 3.6. La prima, alle ore 5, e’ stata di magnitudo 3.4 e ha interessato, in particolare, i Comuni di Borbona (Rieti), Citta’ Reale (Rieti) Cagnano Amiterno (L’Aquila) e Montereale (L’Aquila).

I Comuni prossimi all’epicentro sono stati Borbona, Cagnano Amiterno e Montereale. Dalle verifiche effettuate dalla Sala Situazione Italia del Dipartimento della Protezione Civile non risultano danni a persone o cose.

Alle 13:45 la terra ha tremato di nuovo. La magnitudo è stata di 2,3 con epicentro a 9,9 chilometri. Nuova scossa venti minuti dopo, alle 14:05, con magnitudo 3,3 e profondità 2,3

Sono oltre cento le chiamate giunte da stamane al centralino dei vigili del fuoco dell’Aquila da parte di cittadini che dalle prime ore della mattina, distintamente, continuano ad avvertire lo sciame sismico in atto. “Si tratta - dicono i vigili del fuoco - per lo più di
telefonate in cui ci si chiede cosa bisogna fare, come ci si dovrebbe comportare in queste situazioni. Altre invece sono telefonate in cui la popolazione chiede informazioni

CHIODI, RIUNIONE CON LA PROTEZIONE CIVILE Il presidente della Regione, Gianni Chiodi, ha presieduto nel pomeriggio una riunione con i responsabili della Protezione civile regionale avente lo scopo di conoscere, nei dettagli, la situazione sismica che sta interessando alcuni Comuni dell’Alto Aterno e del reatino.

Al termine della riunione, lo stesso Chiodi ha precisato che la Protezione civile e’ stata attivata allo scopo di fornire la massima assistenza alla popolazione interessata e di soddisfare le eventuali richieste che dovessero provenire dai sindaci dei comuni ricadenti nel territorio, cioè Montereale, Campotosto, Capitignano, Cagnano Amiterno.
sull’entità delle scosse, l’epicentro, la profondità

Fonte: La Repubblica

El Niño sempre più forte

Il fenomeno climatico, responsabile di inondazioni e siccità in varie parti del globo, si sposta e acquista forza. Gli esperti: “Messi in discussione tutti i modelli metereologici elaborati negli ultimi dieci anni” di LUIGI BIGNAMI

ANCHE El Niño, uno dei più imponente fenomeni della natura che interessa il nostro pianeta, sta cambiando aspetto, forse a causa dei mutamenti climatici in atto. Lo ha scoperto la Nasa che tiene sotto controllo le sue apparizioni con i satelliti ambientali, l’ultima delle quali è terminata all’inizio del 2010.

El Niño, ricordiamolo, conosciuto anche con la sigla ENSO, da El Niño-Southern Oscillation, è un fenomeno climatico periodico che si verifica nell’Oceano Pacifico con una media di cinque anni.  Generalmente esso si manifestava con un riscaldamento delle correnti dell’Oceano Pacifico centro-orientale e, contemporaneamente, con cambiamenti di pressione atmosferica nel Pacifico centro-occidentale. Il fenomeno è spesso causa di inondazioni soprattutto lungo le aree occidentali dell’America meridionale a causa delle abbondanti piogge che il fenomeno porta con sé, e siccità in Australia e aree vicine.

L’elemento principale che rende diverso El Niño di questi ultimi anni rispetto a quello di decenni or sono è il fatto che le sue acque più calde si sono spostate nel cuore dell’Oceano Pacifico, anziché ad oriente. Ciò potrebbe avere importanti implicazioni nelle ricadute climatiche di lungo periodo non solo sulle aree che circondano il più grande oceano della Terra, ma sull’intero pianeta.

Spiega Tong Lee, del Jet Propulsion Laboratory della Nasa: “Dal 1982 teniamo sotto controllo la temperatura dell’intero oceano e abbiamo scoperto che durante le ultime manifestazioni l’intensità di El Niño è raddoppiata nel Pacifico centrale e ciò è stato particolarmente significativo durante l’ultimo evento, quello del 2009-2010″. Ciò dovrebbe spiegare perché in questi ultimi anni lungo la fascia tropicale dell’Oceano Pacifico si è verificato un aumento della temperatura delle acque superficiali che è particolarmente evidente subito dopo il passaggio di un evento di El Niño. “Questo ci fa dire che l’aumento delle temperature dell’oceano siano più da attribuire all’intensificarsi del fenomeno piuttosto che al riscaldamento globale in atto. In ogni caso ciò che rende El Niño diverso dal passato potrebbe essere proprio il riscaldamento della temperatura del pianeta”, continua Lee.
In altre parole: l’oceano si riscalda per un El Niño diverso e non per il riscaldamento globale, ma ciò che rende El Niño più vigoroso nel cuore dell’oceano è l’aumento della temperatura terrestre.

Ma perché tutto questo è importante? “Perché  - spiega il ricercatore - è diverso proiettare nel futuro le condizioni atmosferiche, ossia il clima di una regione, se si ha un aumento della temperatura nell’oceano centrale piuttosto che orientale. E la diversità non è di poco conto”. Se questo andamento continuerà nel prossimo futuro, secondo i ricercatori, si dovranno cambiare le proiezioni climatiche dei prossimi anni, in quanto esse vennero realizzate negli Anni Novanta tenendo conto che El Niño sarebbe rimasto quello che era durante i decenni precedenti.

Fonte: La Repubblica

Capri, il sindaco autorizzava lo scarico delle acque nere a mare: indagato

Il sindaco di Capri, Ciro Lembo, è indagato per abuso di ufficio e gettito di cose pericolose nell’ambito dell’inchiesta sul depuratore dell’isola azzurra, sequestrato oggi dai carabinieri del Noe. Sotto accusa è la delibera dello scorso settembre, reiterata poi a maggio, con la quale Lembo autorizza la Gori, che gestisce il depuratore, a trattare solo il 20 per cento delle acque nere prodotte nell’isola e a sversare in mare, senza alcun trattamento, il rimanente 80 per cento. L’impianto, infatti, è obsoleto e non riesce a ripulire tutti i liquami: di qui la decisione del sindaco, avallata da una conferenza dei servizi che si svolse in Prefettura, di sversare in mare la stragrande maggioranza delle acque nere. L’inchiesta è del pm Federico Bisceglia, della sezione Ambiente della Procura coordinata da Aldo De Chiara.

DOPO LA DENUNCIA DI ROCCO BAROCCO - In concorso con Lembo è indagato per gli stessi reati l’amministratore di Gori, Giovanni Marati. Le indagini sono scattate dopo una denuncia dello stilista Rocco Barocco, che aveva notato una strana schiuma nel tratto di mare davanti alla sua villa. I carabinieri del Noe, coordinati dal maggiore Giovanni Caturano, hanno compiuto diversi accertamenti, tra cui l’acquisizione di alcuni documenti negli uffici della Provincia. Proprio la Provincia, infatti, che ha delle competenze in materia ambientale, aveva revocato a Gori l’autorizzazione a sversare in mare le acque; tuttavia, secondo la ricostruzione degli investigatori, il sindaco di Capri aveva reiterato l’ordinanza «per motivi di igiene e sanità pubblica». Il paradosso è che esattamente un anno fa, e un mese prima che fosse emessa l’ordinanza, aveva suscitato un clamore mondiale lo scarico in mare, vicino alla grotta azzurra, di liquami fognari da parte di due dipendenti di una ditta di espurgo pozzi neri. Al processo contro gli operai, che si è concluso con due condanne, il Comune di Capri si è costituito parte civile assieme a quello di Anacapri, ottenendo una provvisionale di 100.000 euro. Il sequestro del depuratore di Occhio Marino, disposto d’urgenza dal pm, dovrà essere ora convalidato dal gip. L’impianto è tuttavia funzionante: continua a trattare il 20 per cento delle acque nere, mentre il rimanente 80 per cento viene portato sulla terraferma e trattato a spese di Gori.

Fonte: Corriere della Sera

Caccia sul web alla “lanciatrice” di cuccioli nel fiume

 Sono immagini terribili: una ragazza si piega e da un secchiello di plastica prende un cucciolo di cane. Poi con violenza lo getta in un fiume. Una scena che viene ripetuta per altre sei volte. I cagnetti indifesi annegano in acqua. L’agghiacciante video di 44 secondi ha fatto il giro della Rete e scatenato una caccia alla responsabile: «Se qualcuno conosce questa ragazza avverta immediatamente le autorità». E’ l’appello lanciato sui media online, nei forum di discussione, dai blog e nei social network.

IMMAGINI SUL WEB - Le immagini sono state pubblicate lunedì da un utente anonimo sul controverso portale 4chan, lo stesso che ha scovato la donna inglese che butta il gattino nel cassonetto della spazzatura, con un link verso LiveLeak. Sulle rive di un fiume, in alcuni forum si dice si trovi in Croazia, una ragazza sui vent’anni si fa riprendere mentre pesca da un secchio un cucciolo per volta e lo lancia nell’acqua. Tra gridolini di gioia di lei e guaiti di terrore delle innocenti vittime che ha condannato a morte certa. Il video ha suscitato orrore e indignazione nella blogosfera: migliaia di utenti su Facebook, YouTube e altre piattaforme hanno dato il via alla caccia per scovare l’artefice di questo supplizio. Finora senza successo.

DUBBI E CRITICHE - Ciò nonostante, non mancano le voci secondo le quali il video non sarebbe altro che una contraffazione. Infatti, arriva dopo il clamore suscitato nei giorni scorsi dalle immagini della 45enne inglese Mary Bale, sorpresa mentre getta il gattino Lola nel cassettone della spazzatura. Critiche in queste ore arrivano soprattutto dalle associazioni animaliste. Prima fra tutte la nota Peta, che condanna l’uso indiscriminato che i siti di condivisione dei filmati fanno di questi episodi. «Sono solo pubblicità negativa e permettono unicamente ai sadici di pubblicizzare le crudeltà che infliggono agli animali», il monito

Video

fonte: Corriere della Sera

Condor, pitoni, orsi e antilopi Il business degli animali esotici

 Padre Fedele riuscì a portare un cercopiteco nella curva del Cosenza. In mezzo agli ultras. Rosso e blu come la squadra del cuore e con il muso bianco, sfumatura che al religioso non interessava. Padre Fedele Bisceglia missionario in Congo prelevò dai bacini della foresta tropicale la scimmia, la sistemò in una scatola degli attrezzi, saltò la dogana francese in partenza, la dogana italiana allo sbarco, e la domenica mostrò il cercopiteco agli amici del Cosenza calcio. Il suo trofeo. Si prese, rapido, una denuncia per “detenzione illegale di specie protetta” dal Corpo forestale.

Padre Fedele è un’icona dell’italiano all’estero, in viaggio in terre esotiche. Curioso, preleva animali, depreda habitat. L’Italia, lo hanno appurato report internazionali di autorità statali e organizzazioni non governative, è uno snodo decisivo del traffico di animali esotici, rari, in via d’estinzione: tre milioni di “parti morte” importate (pelli di pitone, denti di caimano e di squalo), duemila sequestri di animali vivi l’anno, 1.536 reati contestati, cinque arresti. Il giro d’affari del brand “animale esotico” arriva a due miliardi l’anno ed è “in crescita esponenziale”, spiega Massimiliano Rocco, direttore dell’ufficio “Traffic” del Wwf.

Perché l’Italia è considerata, da tempo, un paese centrale del “commercio selvaggio”? E come si è formata questa cultura predatoria? L’archivio estemporaneo del Cites di Roma, acronimo che nel mondo segnala l’istituto che cura le specie protette e da noi s’incardina nel Corpo forestale di Stato, segnala che dall’Italia partono i più importanti serial killer di leopardi e orsi bianchi, i collezionisti di pappagalli dai colori abbacinanti e tartarughe protette. È da noi che si sono formati alcuni fra i più conosciuti raider di safari: Giorgio Barbero, oggi 81 anni, imprenditore vinicolo nato a Cuneo e residente nel Torinese, ha pubblicato un libro di 576 pagine pieno di foto per documentare gli ottanta safari organizzati nel mondo, tutti illegali. In trent’anni, illustrano i suoi video, non ha quasi mai sparato: gli bastava raggiungere il giorno dopo i sherpa assoldati per farsi fotografare con le corna ritorte strappate al Bos Gaur, bovino indiano che sarebbe intoccabile. Il libro di Barbero, “I miei sentieri”, e l’incredibile museo di fiere impagliate che l’uomo in trent’anni ha organizzato sul Lago della Spina di Pralormo, sono diventate un atto di accusa schiacciante per la sua condanna (in Cassazione) per traffico di specie protette. Diecimila euro di ammenda e via, finché regge l’età, verso un altro raid predatorio.

La Convenzione di Washington. Dal 1975 la Convenzione di Washington definisce le mille specie animali “totalmente protette” e le 36mila che si possono muovere - vive o morte, intere o a pezzi - solo con un certificato allegato e in quote definite. L’Italia ha aderito alla Convenzione quattro anni dopo, ma l’ha trasformata in una legge nazionale solo nel 1992. Il “Wild life trade”, il commercio del selvaggio, nel mondo vale 125 miliardi di euro l’anno (corrisponde agli investimenti in tecnologia pulita preventivati per i prossimi sette anni, per capire, e non è lontano dai fatturati del narcotraffico). Bene, secondo gli uffici Cites di Ginevra altri 35 miliardi sono frutto di esportazioni illegali, proibite, che mettono a rischio la sopravvivenza di specie intere.
I due mercati del “wild life” - emerso e sommerso - viaggiano insieme e si fondono con altri due settori primari del commercio internazionale: le transazioni del legname e quello di farmaci e parafarmaci (spesso estratti da piante rare e intoccabili). Anche qui il nostro paese è motore, legale e illegale.

Emerso e sommerso. L’Italia è il primo acquirente al mondo di pelli di rettile (diventeranno borse di Gucci, Versace, Prada) e il monopolista dell’importazione delle lane sudamericane (il 96% arriva nei nostri scali). Gli stilisti italiani importano le quote loro concesse con certificati allegati a ogni pelle di serpente. Ma l’ultima inchiesta del Corpo Forestale ha segnalato alle procure un raider senegalese pronto a spedire in pacchi postali 2.500 pelli illegali di pitoni delle rocce e varani del Nilo. Imbustati a Dakar, approdati nel centro di smistamento di Lonate Pozzolo, nel Milanese, venivano ritirati da immigrati ignari del contenuto e quindi portati dall’intermediario, un vero e proprio venditore all’ingrosso di frodo, alle grandi aziende di conceria di Prato e del Bolognese, produttori, loro, per conto dei grandi stilisti. Nel viaggio da Dakar all’atelier di via Montenapoleone il valore del “pezzo” si era centuplicato: quel sequestrò giudiziario ha messo in fila tre chilometri di pelle abusivamente importata. Dicevamo le lane, merce decisiva per i bilanci dell’import nazionale. Anche lì, parallelamente al business codificato, viaggia il proibito. Un grande produttore del Nord-Ovest, leader mondiale, ha avuto uno stock di “scialli dello scià” confiscato perché, si scoprì, quella lana era stata sfilata ad antilopi tibetane in via d’estinzione.

Qual è il rapporto fra i traffici di animali morti e i viaggi delle specie protette ancora vive? Anche qui c’è una commistione tra affari legali e affari di frodo? Lo schema è consolidato: all’interno dei grandi commerci si insidia una quota - consistente - di business abusivo fatto, perlopiù, di pelli, zanne d’avorio, coralli.

Macachi come souvenir.  Laterale a questo, ancora, è cresciuto un florido mercato di animali vivi che dalle modalità distruttive degli anni Ottanta-Novanta, il turismo estivo che tornava con macachi come souvenir, è passato al saccheggio calibrato dei collezionisti e dei commercianti istruiti che spesso preferiscono prelevare uova non schiuse. Il nostro paese, ponte per i traffici delle specie che dall’Africa salgono in Nord-Europa, è diventato la base mondiale per il commercio dei rapaci sudamericani. Nel 2005 con l’”operazione Condor”, la più importante sugli animali protetti fin qui condotta dalle nostre polizie, i sovrintendenti del Corpo forestale Marco Fiori e Ivan Severoni intercettarono un carico di uova al porto di Ancona e risalirono a un cittadino austriaco che aveva trasformato un hangar abbandonato nell’entroterra di Brindisi in un ranch per la ricezione di avvoltoi e aquile andine. Ne trovarono duecentocinquanta. Nell’hangar l’austriaco cambiava la storia anagrafica degli animali e, con la complicità di funzionari tedeschi, ne avviava coppie in tutta Europa. Due vennero acquistati, intorno ai 30 mila euro, dal deltaplanista dei record Angelo D’Arrigo: amava volare con i rapaci sopra la testa.

Gli interessi delle mafie. Mafie internazionali, nel Sud-Est asiatico e in Sudamerica soprattutto, aprono nuove rotte e offrono logistica al commercio selvaggio. Anche in Italia ci sono stati incroci tra la passione dei collezionisti senza scrupoli e la camorra. Riscontri investigativi e alcune intercettazioni telefoniche datate - le uniche fin qui concesse, all’inizio dei Novanta - ci dicono che, spesso, pappagalli amazzonici e i pericolosi pitoni reticolati viaggiano nei sottofondi di casse che già occultano stupefacenti. La criminalità organizzata controlla, per esempio, la vendita sui mercati della Campania delle tartarughe fatte arrivare dal Nilo e dal Nordafrica. E se Fabrizio De Andrè nel “Don Raffaè” ispirato dal boss Cutolo raccontava di un assessore, “Dio lo perdoni”, che nella roulotte teneva i visoni, è letteratura acclarata quella della bestia rara usata dai capi della malavita per status symbol: pitoni moluro, storia di mezzo agosto, sono stati messi a guardia di pani di eroina. Un coccodrillo di due metri ha vissuto in semilibertà nel giardino di uno spacciatore, allocato sopra una scuola elementare di Napoli. Poi ci sono le due tigri di Francesco “Sandokan” Schiavone, storico capo dei casalesi.

Il titolare di un pub di Catania, per attirare clientela, aveva ospitato fra i tavoli un coccodrillo nano, iguane esotiche, scorpioni, tarantole, poi due gechi e una rana. Due cincillà sudamericani li aveva chiusi in una teca di vetro a forma di bara, sulla quale venivano serviti i cheeseburger. Le guardie zoofile dell’Ente nazionale per la protezione degli animali hanno fermato il macabro zoo fast food. A Quarto Oggiaro la testa di un pitone reale si è affacciata dal water di un bagno, e questa è notizia di inizio estate. In una casa di Brunico sono stati allevati per anni, nell’illegalità più temeraria, 400 ragni velenosi. Non è servito il sequestro della stagione 2003 all’aeroporto di Malpensa: la dogana aveva intercettato un carico di scorpioni per collezionisti, tra loro c’era l’Androctonus Australis, il cui veleno è più potente di quello di un cobra. La scoperta stimolò la rapida approvazione di una legge che avrebbe dovuto vietare la detenzione di animali pericolosi, ma sette anni dopo sui forum dei principali siti di aracnofilia si offrono a dieci euro l’uno la “Cyclosternum fasciatum”, grosso ragno dell’America centrale dai peli urticanti, la Poecilotheria Regalis, “tarantola ornamentale indiana”, e la Pterinochilus murinus, “imprevedibile, veloce, aggressiva e con un veleno da non sottovalutare”. Il 70% delle inserzioni di animali, in rete, riguarda il commercio di animali rari e un sito francese segnala ai cacciatori quali sono le specie appena riscoperte dagli scienziati, e quindi più gustose da far fuori. La Società italiana veterinari animali esotici, poi, stima che in Italia ci siano dodicimila possessori di ragni. Chi li rifornisce? E perché da noi mancano i controlli? Giovanni Guadagna, responsabile dell’ufficio cattività dell’Enpa, segnala: “Alcuni collezionisti e organizzatori di mostre dove si è potuto vendere aracnidi poi sequestrati sono stati chiamati come membri della commissione ministeriale che avrebbe dovuto stilare l’elenco degli animali pericolosi”.

Tartarughe in valigia. All’aeroporto di Fiumicino hanno fermato scimmie morte assiderate provenienti dalla Nigeria: se la stiva non è climatizzata, in volo si va a 50 gradi sotto zero. Poi 277 tartarughine del Nilo stipate in una valigia rosa fucsia, questo era bagaglio a mano. I pappagalli amazzonici la Finanza aeroportuale li scopre perché partono addormentati a forza e arrivano, dopo 12 ore e un paio di scali, svegli e rumorosi. Un funzionario del consolato italiano in Congo, forte della sua incontrollabile valigetta diplomatica, per anni ha importato rapaci a Roma, aquile, falchi, nibbi, mischiandoli a tappeti e pietre preziose. Quando l’hanno fermato ha protestato: “A Brazzaville li compravo per pochi dollari”. È stato denunciato anche per maltrattamento. E in questi giorni, in tre regioni diverse, sono state segnalate “tartarughe azzannatrici” in libertà. Fanno male, e sarebbero protette.
L’ultima inchiesta del Corpo Forestale è nata da venti fotografie che ormai hanno fatto il giro di Internet: un obitorio italiano di animali esotici. Antilopi e cuccioli di zebra accatastati, macellati. Pance sfondate, grossi uccelli decapitati. Nel mucchio macabro c’è uno scimpanzè. Un sacco di farinacei arriva dalla provincia di Reggio Emilia, un altro di fertilizzanti dal Casertano. Quelle carcasse potrebbero essere “avanzi” di uno zoo in difficoltà, animali esotici ammalati e quindi abbattuti. Le indagini sono in corso. “Per capire la mentalità di un predatore italiano”, ancora gli investigatori del Corpo forestale, “basta dire che il nostro raider da safari cerca l’illegalità, la pretende. In Alaska è possibile cacciare gli orsi bianchi, in Siberia è vietato. L’Interpol ci ha appena comunicato l’uccisione di due orsi bianchi in Siberia: sono stati due italiani”.

Allarme elio, riserve agli sgoccioli

Stiamo dissipando un prezioso gas, l’elio, e nel giro di una generazione, con i consumi attuali, sparirà. Con gravi conseguenze in molti campi della nostra vita, a partire dagli ospedali. L’avvertimento e l’invito a fare qualcosa in fretta arriva dal Nobel americano Robert Richardson della Cornell University di Ithaca (New York) che meritò il premio proprio per le sue scoperte su questo prezioso elemento di cui la natura del nostro pianeta è estremamente avara. Ma ci si chiederà perché sia così importante: l’elio non entra facilmente nei discorsi quotidiani anche se ha segnato la nostra infanzia grazie ai palloncini colorati che potrebbero, quindi, anch’essi scomparire.

Eppure l’elenco delle sue utilizzazioni è lungo, a cominciare dagli esami clinici con la risonanza magnetica il cui scanner viene raffreddato con l’elio liquido. Lo ritroviamo, inoltre, nei sistemi di rilevamento più diversi, compresi quelli per l’antiterrorismo, e anche in svariati processi industriali, nei sofisticati strumenti di analisi di laboratorio, negli apparati di respirazione per immersioni profonde, per trasportare in sicurezza i combustibili o per raffreddare sia alcuni impianti delle centrali nucleari attuali sia certi satelliti astronomici,e pure per far volare i dirigibili o i palloni sonda meteorologici. Ma ancor di più, all’elio è legato persino il nostro futuro energetico perché le centrali a fusione nucleare che si cerca di costruire saranno alimentate proprio dall’elio. Questo elemento chimico conosciuto sotto forma di gas senza odore o sapore è inerte ed è per questo che viene impiegato e troppo spesso sprecato. Con esso, ad esempio, si puliscono i condotti degli impianti di propulsione di tutti razzi militari e civili e poi invece di essere riciclato si disperde nell’aria. Questo del riciclo è uno dei suggerimenti che avanza il professor Richardson che però, in un rapporto appena pubblicato, accusa il governo americano di essere il maggiore responsabile della distruzione del prezioso elemento. Il Congresso infatti approvò nel 1996 una legge (Helium Privatisation Act) che obbligava entro il 2015 la vendita dell’intera riserva di elio custodita nel sottosuolo vicina ad Amarillo, in Texas. La US National Helium Reserve, più nota come la «capitale mondiale dell’elio», racchiude in profondità un miliardo di metri cubi del gas, ossia la metà delle riserve esistenti sul pianeta. «Il guaio – dice Richardson – è che il suo prezzo nel mercato è troppo basso ed ora quello messo da parte viene in pratica svenduto: nel giro di 25-30 anni resteremo completamente sprovvisti

L’elio (scoperto nel 1868 esaminando la luce del Sole) è estremamente raro. Si trova in dosi minime nell’atmosfera, è frutto di alcune reazioni nucleari, e viene ricavato per separazione dal gas naturale. Proprio pensando alle future necessità delle centrali a fusione, l’elio (nel suo isotopo elio-3) è diventato uno dei motivi per ritornare sulla Luna nella cui superficie esiste in quantità interessanti capaci di garantire senza limiti la produzione di energia sulla Terra. «Bisogna smettere di dissipare questa preziosa risorsa – sottolinea il Nobel Richardson - e il primo provvedimento da attuare è un rialzo del suo costo dal venti al cinquanta per cento. In secondo luogo il governo di Washington deve bloccare il provvedimento di svendita della riserva ai privati che venne votato senza rendersi conto del grave danno che si stava procurando alla nazione e al mondo intero, favorendo solo bassi interessi commerciali». Un curiosità: l’elio tanto raro sulla Terra è invece il secondo elemento più diffuso dell’universo dopo l’idrogeno. Il 41 per cento del Sole è costituito di elio e così le altre stelle.

Giovanni Caprara

Vendola contro le ricerche del petrolio nel mare delle Tremiti e del Gargano

BARI. Il presidente della regione Puglia, Nichi Vendola, interviene sul parere positivo del Ministero dell’Ambiente alle trivellazioni nel mare tra il Gargano e le Isole Tremiti alla ricerca di petrolio, a 12 chilometri dall’arcipelago e a 11 dalla costa: «Sono un’avventura dissennata non solo per i profili ecologici ma anche per quelli economici - ha detto all’Adnkronos - Il rischio è quello del rilascio di inquinanti di prim’ordine, dal piombo al cadmio e ad altri, e di un danno irreparabile. Quindi la nostra opposizione é nel merito totale e radicale e nel metodo esprime una viscerale e indignata reazione a chi, mentre blatera di federalismo, opera secondo le regole di un centralismo autoritario che oggi produce una reazione preoccupata e indignata delle popolazioni pugliesi».

L’ufficio Via del ministero ha accolto le richieste della società petrolifera Petroceltic Elsa. Le compagnie petrolifere pagheranno allo Stato circa il 30% tra royalties e tasse, mentre alla regione resterà solo l’1%.

Sulla vicenda interviene oggi anche l’assessore pugliese all’ecologia, Onofrio Introna: «La posizione della Regione Puglia rispetto alle perforazioni esplorative in mare è sempre stata coerente con lo spirito di tutela dell’ambiente e delle sue risorse. Perciò il Comitato Via regionale ha espresso parere negativo, che è stato recepito con apposite delibere di giunta regionale. Lungo la costa pugliese ad oggi, risultano arrivate cinque richieste di perforazione per ricerca idrocarburi, di cui due alle Isole Tremiti e tre lungo la costa al largo di Monopoli. La Regione ha già fatto ricorso avverso le autorizzazioni concesse dal Ministero dell’Ambiente ed ha ottenuto la sospensione. La nostra posizione non è un prurito intellettuale, ma è fondata su diverse questioni».

«Il recente spiaggiamento dei cetacei sulle spiagge garganiche - continua l’assessore - ci induce ad adottare ulteriori elementi di cautela dal momento che vi è il sospetto che la morte di questi animali sia stata causata da embolia per una improvvisa risalita derivante da forte spavento (molto probabilmente causato dai sonar). In tal senso il Comitato Via regionale ha chiesto al Ministero dell’Ambiente l’esecuzione di approfondimenti sulla scorta delle risultanze analitiche e dei pareri e contributi acquisiti dal Ministero a seguito dell’evento eccezionale. Appare evidente che tali progetti non sottendono ad una visione globale delle caratteristiche e delle vocazioni dell’ambiente marino e della costa pugliese, nè tengono conto delle politiche ambientali, produttive e di sviluppo turistico che la Puglia persegue con determinazione. Lo scopo finale delle società petrolifere è evidente: installare lungo la costa infrastrutture destinate a rimanere in esercizio per decenni. Per questo, lo sfruttamento massivo e duraturo richiederebbe una valutazione ambientale integrata e non su porzioni di opera. Queste le motivazioni che ci inducono a valutare negativamente i progetti al netto di qualunque forma di strumentalizzazione. Nè può trascurarsi la circostanza che le richieste di prospezioni geosismiche risultano essere immediatamente a ridosso della “Area Marina Protetta Nazionale - Isole Tremiti” che come è noto è una meta internazionale del turismo marino e subacqueo e rappresenta una delle voci più significative che alimentano l’economia dell’ arcipelago delle Diomedee».

Per sostenere questa posizione del Governo Regionale - ed aderendo all’invito del sindaco Giuseppe Calabrese - l’assessore Introna parteciperà martedì 27 alla riunione straordinaria del consiglio provinciale di Foggia presso il Centro Polifunzionale Comunale dell’Isola di San Domino sul tema: “Esame ed eventuali determinazioni a seguito delle indagini geosismiche per la ricerca degli idrocarburi al largo delle Isole Tremiti”.

Per il vicepresidente di Legambiente, il pugliese Sebastiano Venneri, è «Una vergogna compromettere la bellezza dell’area. La Puglia è la regione capitale delle rinnovabili. Le isole Tremiti sono una ricchezza per l’Italia e comprendono una delle tre aree marine protette pugliesi. E’ una vergogna pensare di deturpare l’area trasformandola in un distretto petrolifero con tanto di piattaforme, danneggiando il turismo, la salute dei cittadini e la pesca. Come si è battuta contro le piattaforme petrolifere nel Mar Grande a Taranto e al largo di Monopoli, Legambiente si opporrà a questo tentativo di scempio. Non è sul fronte degli idrocarburi, una fonte il cui utilizzo va in direzione opposta rispetto agli impegni presi contro il mutamento climatico che occorre investire per potenziare il nostro settore energetico. Con 95 MW di idroelettrico, 95,19 di solare fotovoltaico, 1128,75 di eolico e 139 di biomasse, la Puglia è capitale delle rinnovabili ed è questa la direzione giusta per lo sviluppo futuro».

Fonte: Ecquo

Aidaa, contro il randagismo al Sud serve l’Esercito

Il fenomeno del randagismo al
Sud è una vera e propria piaga e per debellarla, secondo l’associazione
animalista Aidaa, sono necessari interventi straordinari, per i quali
non bastano nè i fondi stanziati dal governo, nè i pochi medici
veterinari messi a disposizione dalla sanità pubblica. Serve invece
l’intervento dei veterinari dell’Esercito.

Secondo i dati forniti da Aidaa, sono 600.000 i cani randagi nelle
regioni del centro sud, dove 84 canili lager sono stati denunciati per
infiltrazioni della malavita organizzata. Decine di denunce sono state
presentate anche contro il traffico degli animali, prelevati dalle
strade e portati in Svizzera e in Germania, a volte destinati a
laboratori di vivisezione.

L’unica soluzione al problema, secondo Aidaa, è un intervento di
sterilizzazione e l’installazione di microchip nei cani randagi. Per
eseguire questo piano in tempi certi e con modalità sicure, Aidaa chiede
che venga organizzata una ask-force guidata dai veterinari della sanità
militare, coadiuvati dai vertici veterinari della sanità pubblica delle
singole regioni e da volontari scelti tra le maggiori associazioni
presenti sul territorio.

«Inutile girare intorno al problema. La questione del randagismo al sud
si deve affrontare per gradi ma, in maniera decisa e radicale». È quanto
afferma Lorenzo Croce, presidente nazionale di Aidaa.

«Il primo intervento - prosegue - deve prevedere la cattura, la
sterilizzazione e la chippatura dei cani randagi che poi potranno essere
rimessi in libertà sul territorio per fare questa operazione occorre
un’organizzazione vasta e specifica. Da qui la nostra richiesta di un
intervento straordinario della sanità veterinaria militare e
dell’esercito che insieme ai veterinari pubblici e alle associazioni
abbiano il compito di provvedere a poche e semplici operazioni di
chippatura e sterilizzazione dei randagi».

«Per quanto riguarda la cattura invece - conclude Croce - l’operazione
deve essere affidata a gruppi congiunti di esercito e volontari che
compiano azioni coordinate di cattura non cruenta degli animali da
destinare alla sterilizzazione. Noi come Aidaa siamo pronti a mettere a
disposizione da subito oltre 500 volontari con esperienza diretta nella
cattura dei cani. Lo so, è un’operazione che può apparire difficile, ma
se vogliamo ridurre la piaga del randagismo dobbiamo intervenire con
mezzi straordinari ed efficienti e la sanità veterinaria militare è a
nostro avviso in possesso

di tutte queste qualità».

Fonte: La Zampa.it

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