Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Esplode un’altra piattaforma petrolifera

Friday, September 3rd, 2010

L’incidente 80 miglia a sud di Vermilion Bay. Dopo il disastro della Bp, è il secondo incidente nell’area. Fiamme e fumo sulla zona, preoccupazione per i danni ambientali. La Guardia Costiera: “Il pozzo non era attivo”. 13 lavoratori proiettati in acqua. Sul posto gli elicotteri di soccorso dal nostro inviato ANGELO AQUARO

WASHINGTON - Paura nel Golfo del Messico: un’altra piattaforma petrolifera è esplosa e adesso brucia al largo di Vermilion Bay. Tredici persone sono finite in acqua: nessuno può ancora dire in che condizioni si trovino. C’è almeno un ferito, secondo il sito della rete locale Wafb è stato trasportato al Terrebonne General Medical Center a Houma, in Louisiana. I dispersi sarebbero stati localizzati e tratti in salvo, ma il condizionale è d’obbligo: i reporter della Cnn riportano allibiti le notizie in arrivo.

Quattro mesi dopo il disastro della DeepWater Horizon, 20 aprile, 11 morti, la più grande tragedia ambientale d’America, l’incubo della macchia nera che soltanto poche settimane fa è scomparsa si riaffaccia drammaticamente. Al momento dell’esplosione, intorno alle 9 americane, la piattaforma Vermilion Oil 380 non stava lavorando petrolio. “Dai primi rilevamenti non risultano perdite”, comunica la Mariner Energy, proprietaria del pozzo. Ma il precedente di Bp consiglia prudenza. Bill Colclough della Guardia Costiera cerca di mantenere la calma: assicurare che i soccorsi sono già in azione. Ma non si riesce a capire neppure che cosa sia successo davvero.

Un altro disastro nelle acque della Louisiana dove il presidente Barack Obama era sbarcato domenica scorsa per celebrare i cinque anni dalla tragedia di Katrina e assicurare la popolazione che un’altra vergogna come l’esplosione nel Golfo, che ha piegato ancora una volta questa terra, non si sarebbe ripetuta più. Spiega Gene Beck della Texas A&M University che probabilmente la piattaforma sarebbe esplosa per una fuga di gas: si tratterebbe di una struttura che era al lavoro su un pozzo già funzionante. Le nuove trivellazioni sono state sospese dalla moratoria contestatissima - alcuni stati come la Lousiana spingono per la cancellazione per far ripartire l’occupazione - che Barack Obama ha imposto nell’attesa che le cause del disastro della DeepWater Horizon vengano definitivamente accertate. Ma i lavori naturalmente continuano sulle piattaforme già in funzione.

“Non si tratta di una piattaforma che trivellava in profondità”, dice il portavoce Robert Gibbs nella prima dichiarazione della Casa Bianca, quasi a sfatare il fantasma della Deepwater Horizon che riaffiora. Ma l’imbarazzo e la preoccupazione per il nuovo, clamoroso incidente è palpabile.

Gli elicotteri sono stati spediti sul posto dell’esplosione. L’equipaggio sulla piattaforma sarebbe ok ma la struttura è ancora in fiamme. L’incubo del Golfo sembra davvero senza fine. La Bp nei giorni scorsi ha dovuto rimandare la chiusura definitiva di quel pozzo maledetto per le condizioni meteo: gli uragani che stanno sferzando gli Usa non si erano mai visti così forti come in questa stagione. L’allarme continuerà fino a metà ottobre. Ma adesso è questa esplosione misteriosa a fare ancora paura. 

Fonte: La Repubblica

Le 10 peggiori forme di inquinamento al Mondo

Wednesday, September 1st, 2010

Viviamo nell’era dello Squilibrio Naturale, siamo in troppi, consumiamo risorse in quantità sempre crescente e i rifiuti invadono il Pianeta. L’energia impiegata per alimentare l’attuale sistema produttivo mondiale, ha sempre un sottoprodotto di scarto. E’ il principio del “nulla si crea e nulla si distrugge ma, tutto si trasforma”. In cosa? Ecco una lista delle 10 peggiori forme di inquinamento nel Mondo e i loro effetti sull’uomo.

1) Riversamenti di petrolio

Tra i peggiori disastri ambientali del globo, la Marea Nera nel Golfo del Messico occupa le prime posizioni. Uccelli e mammiferi marini invischiati nelle masse oleose che stratificano sulla superficie del mare, fondali devastati, litorali contaminati e una prospettiva di rientro del danno che supera il decennio.

Sono le dirette conseguenze di un incidente eccezionale ma non troppo, basti ricordare quello del 2002 che proclamò lo stato d’emergenza per le isole Galapagos, le 123.000 tonnellate di greggio riversate in mare nel 1967 sulle coste della Cornovaglia, il disastro nel golfo di Oman nel ’72 e così via fino ai giorni nostri.

Piattaforme che esplodono, incidenti nel trasporto marittimo, operazioni sulle navi, scarichi urbani e industriali minacciano interi ecosistemi. Pensate che la fonte principale di inquinamento marino da idrocarburi consiste nello scarico in mare di acque contaminate utilizzate per il lavaggio delle cisterne. Il 20% dell’inquinamento totale arriva da lì.

I volatili subiscono seri danni al piumaggio che garantisce loro isolamento termico e impermeabilità. Intere aree marine si trasformano in “zone morte”, prive di ossigeno, cancellando qualsiasi forma di vita.

Tra i fenomeni meno evidenti e più dannosi, il bio-accumulo ovvero l’arricchimento di una sostanza cancerogena, come ad esempio gli idrocarburi aromatici policiclici (IPA), nei tessuti animali per respirazione, ingestione di cibo o contatto. Il fenomeno causa alterazioni nella riproduzione, formazione di carcinomi e patologie ormonali capaci di mettere in pericolo l’intera specie.

Non solo, entrando nei tessuti animali, gli idrocarburi contenuti nel petrolio vengono immessi nella catena alimentare minacciando pescherie, industrie e centinaia di consumatori.

2) Radioattività

I bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, il disastro di Chernobyl dell’86 e gli oltre 100 incidenti in 50 anni di storia non hanno impedito a governi e grandi multinazionali di percorrere la strada atomica. Il colosso del nucleare Areva, ad esempio, è riuscito a contaminare il Niger superando di 500 unità il limite di radioattività consentito per legge. Qui,  le strade trasudano uranio.

Scorie e scarti radioattivi sono la normale conseguenza di centrali nucleari, armi atomiche, lavorazioni mediche e industriali, laboratori di ricerca e impianti di fabbricazione del combustibile a ossidi misti (MOX).  Che siano ad alta, media o bassa attività tutti i rifiuti radioattivi sono potenziali contaminatori di acqua, aria e terra. L’avvelenamento da radiazione può portare a gravissimi danni genetici facilitando l’insorgenza di carcinomi e forme di leucemia infantile.

Il rischio di contaminazione, molto elevato nell’uomo, causa danni fisici irreversibili. Il problema maggiore resta il tempo di decadimento delle scorie. Alcuni rifiuti radioattivi necessitano di migliaia di anni per diventare inerti, continuando a minacciare flora e fauna locale per secoli.

Tra gli episodi più recenti e ancora irrisolti che coinvolgono l’atomo c’è il caso dello stadio olimpico di Londra, progettato per i giochi del 2012. Sembrerebbe che l’area scelta per il futuro parco olimpico sia un sito radioattivo. E mentre le autorità smentiscono, è stata avviata un’inchiesta parallela e indipendente per dissipare ogni dubbio e garantire sicurezza e tranquillità a operai e cittadini della zona.

3) Inquinamento urbano

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità i morti per inquinamento atmosferico raggiungono la cifra annua dei 2.4 milioni. Metropoli densamente popolate come Los Angeles, Mumbai, Cairo, Beijing e Hong Kong hanno la peggiore qualità dell’aria, inquinamento che ha come diretta conseguenza l’allarmante aumento di casi di asma e decessi dovuti a malattie polmonari.

Bastano sette giorni di esposizione alle polveri sottili per sconvolgere il DNA umano. L’aumento del rischio di ictus e infarti è legato al fenomeno dell’inquinamento urbano, le polveri sottili, infatti, hanno conseguenze devastanti sulla genetica e respirare PM10 può avere effetti che vanno dalle più banali allergie al rischio di trombosi.

Il caso più allarmante di inquinamento atmosferico risale al 1952 quando, a Londra morirono 8.000 persone in pochi mesi per la catastrofe ambientale che fu battezzata Grande Smog. Quattro giorni di nebbia densa e maleodorante causata dagli elevatissimi consumi di carbone da parte dei londinesi, che avvolse la città provocando quasi 20.000 vittime tra decessi e malattie.

A 58 anni di distanza, l’inquinamento urbano si manifesta in tutta la sua gravità in Cina. Sono molte le città nel Pese del Dragone che hanno riscontrato un aumento dei livelli di smog. A Hong Kong i livelli registrati sono da record, costringendo le autorità a proibire qualsiasi attività all’aria aperta.

4) Avvelenamento da mercurio

Il mercurio è un metallo pesante altamente tossico che viene spesso impiegato in diverse attività antropiche come centrali a carbone, miniere, lavorazioni industriali e agricole, produzione di cemento, ferro e acciaio.

Una volta immesso nell’ambiente, il mercurio si accumula nel suolo, nell’acqua e in atmosfera contaminando habitat e specie animali. I casi più diffusi di avvelenamento da mercurio si riscontrano nella catena alimentare marina, non ultimo quello delle sogliole tossiche nel Tirreno denunciato da Greenpeace.

Il consumo di pesce rappresenta la più significativa fonte di contaminazione da mercurio negli  esseri umani. Alcuni effetti dell’avvelenamento includono handicap neurologici, malattie ai reni, perdita di capelli, denti e unghie, e un’estrema debolezza muscolare. (Foto: Greenpeace)

5) Gas serra

Vapore acqueo, anidride carbonica, ozono e metano sono i gas serra più comuni in atmosfera. Tra questi, la CO2 è sicuramente la più dibattuta, madre del surriscaldamento globale denunciato con forza da Al Gore, l’anidride carbonica ha raggiunto livelli elevatissimi con l’incremento delle attività antropiche.

Gli effetti prodotti dall’aumento di CO2 vanno dall’acidificazione, monitorata recentemente nell’Artico con la missione Arctic Under Pressure di Greenpeace, alla perdita di biodiversità per arrivare alla minaccia dell’innalzamento del livello del mare, conseguenza diretta dello scioglimento dei ghiacciai.

Gli effetti sull’uomo? la prospettiva di veder ridotte all’osso le riserve idriche a disposizione a causa del cambiamento climatico che sta aumentando l’estensione delle aree desertiche del pianeta costringendo intere popolazioni a migrare in cerca di luoghi più accoglienti.

6) Inquinamento farmacologico

Sono milioni le dosi di medicinali che ogni anno vengono prescritte nel mondo, senza contare gli antibiotici somministrati ai capi di bestiame dall’industria zootecnica. L’inquinamento da farmaci è diventato un problema internazionale, colpisce le riserve idriche del Pianeta favorendo lo sviluppo di batteri immuni agli antibiotici e mette seriamente a rischio la salute umana.

Fiumi e laghi, in particolare d’Europa, si arricchiscono di principi farmacologicamente attivi, dalle penicilline ai farmaci cardiovascolari, dagli anticolesterolici agli antidepressivi e così via. Bovini, ovini e altre specie d’allevamento intensivo vengono letteralmente imbottiti di sostanze farmacologiche per accelerarne la crescita e la resistenza a virus e batteri, finendo poi sulle nostre tavole.

Particolarmente rischiosa per l’uomo la presenza di sostanze farmacologiche mescolate tra loro nelle acque. Concentrazioni elevate di questi ‘farma-cocktail’ possono avere effetti tossici sulla proliferazione cellulare.

La soluzione? sembra arrivare dalla Svezia dove è stato predisposto un modello di classificazione ecotossicologica dei farmaci. Azione terapeutica e valutazione dei rischi ambientali legati all’utilizzo vengono presentati parallelamente, dando la possibilità al medico di prescrivere la medicina più green. Sicuramente la soluzione più ovvia resta quella di ridurre il consumo.

7) Plastica

La Great Pacific Garbage Patch, l’enorme isola di plastica nell’Oceano Pacifico, 3.5 milioni di tonnellate, ha una copia gemella nell’Oceano Atlantico. Pensate che le due “sorelline”  sommate raggiungo le dimensioni dell’Europa.

Un continente galleggiante di PVC, bisfenolo A e altre sostanze tossiche e cancerogene che non sparirà prima di centinaia di migliaia di anni. E questo è solo l’aspetto più evidente dell’intera questione.

Le componenti tossiche della plastica possono interferire con importanti processi biologici umani che sono alla base dello sviluppo e della riproduzione, alterano le funzionalità endocrine, favoriscono patologie come il diabete e sono legate all’insorgenza di numerose malattie cardiovascolari.

Il fenomeno delle Great Garbage Patch è solo la punta dell’iceberg, problema denunciato recentemente dall’incredibile traversata oceanica di David de Rothschild a bordo del catamarano Plastiki, imbarcazione realizzata dal recupero di 12.500 bottiglie di plastica.

8) Acque reflue contaminate

Il fenomeno colpisce principalmente le popolazioni dei paesi in via di sviluppo dove gli impianti di depurazione delle acque sono inefficaci o totalmente assenti. In America Latina, per esempio, solo il 15% delle acque reflue viene trattato, mentre nell’Africa sub sahariana la percentuale è pari allo zero.

Le acque di scolo non depurate sono una delle principali cause di malattie per intere comunità locali. Tifo, colera, dissenteria, gastroenteriti e malaria causano ogni anno 5 milioni di morti. Quasi metà della popolazione africana non ha accesso all’acqua potabile mentre in SudAmerica  il 60% dei soggetti più indigenti si concentra proprio in quelle zone dove l’acqua è inquinata.

L’acqua contaminata raggiunge le falde acquifere aumentando il rischio per la salute. Bromodiclorometano, tetracloroetilene e poi ancora metalli pesanti come piombo, mercurio e cadmio si accumulano nell’organismo con un’azione tossica anche a basse concentrazioni. (Foto: Daniel Berehulak)

9) Avvelenamento da piombo

Detto anche saturnismo, l’avvelenamento da piombo può avvenire per via cutanea, inalazione o ingestione. Altamente tossico, il piombo è nocivo per la maggior parte degli organi, inclusi cuore, reni, sistema nervoso, apparato riproduttivo, ossa e intestino.

Uno studio dell’Harvard School of Public Health in collaborazione con la University of Michigan School of Public Health, ha dimostrato che gli individui esposti all’inquinamento da piombo hanno maggiori probabilità di sviluppare malattie cardiovascolari. Il piombo, infatti, tende ad accumularsi nelle ossa per poi colpire il cuore dopo anni dalla prima esposizione all’agente tossico.

Piombo metallico e ossido di piombo vengono impiegati nella costruzione di accumulatori elettrici, mentre altri importanti usi si hanno nell’industria chimica, elettrica, nell’edilizia ed è anche un componente di molte leghe a basso punto di fusione usate nei sistemi antincendio.  Per le sue proprietà stabilizzanti, garanzia di asciugatura rapida e tenuta, il piombo è stato mescolato nelle comuni vernici fino alla fine degli anni ’70.

Oggi la situazione è cambiata ma il rischio, in particolare per chi lavora a diretto contatto con questo metallo pesante quasi ogni giorno, rimane. Pensate, ad esempio, agli impianti industriali dove vengono prodotte batterie piombo-acido. (Foto: National Institute for Occupational Safety and Health)

10) Inquinamento agricolo

, composti chimici e concimi non trattati rientrano fra le peggiori calamità per l’ambiente. Essendo idrosolubili, queste sostanze penetrano in profondità nel terreno raggiungendo falde e acque sotterranee per poi contaminare il rifornimento idrico di paesi e città.

Non solo, lo scarico di fertilizzanti chimici in fiumi, laghi e mari causa il fenomeno dell’eutrofizzazione ovvero, un abnorme proliferazione di biomassa vegetale, alghe soprattutto, che vanno a eliminare tutto l’ossigeno a disposizione creando “zone morte”.

Numerose ricerche olandesi sulla contaminazione da agricoltura non sostenibile, attestano che più della metà delle terre agricole in Europa supera il limite di contaminazione stabilito dall’Unione europea.

L’Italia è uno dei paesi che impiega più pesticidi, arrivando a 175.000 tonnellate ovvero 3 Kg per abitante.  Ironia della sorte, solo una piccolissima parte di queste sostanze raggiunge il bersaglio, tutto il resto va a colpire l’ambiente e gli individui, primi fra tutti gli operatori di settore.

L’uso dei pesticidi in agricoltura danneggia solo lo 0.1% della popolazione di piante infestanti e parassiti che, per rispondere alla minaccia stanno sviluppando sistemi sempre più resistenti agli agenti tossici. Aumenta, invece, la percentuale di individui che si ammalano a causa delle sostanze velenose ingerite con frutta e verdura coltivata a suon di fertilizzanti chimici e pesticidi.

Serena Bianchi

Fonte: Green me

In Giappone avvistato il ”pesce Shrek”

Wednesday, September 1st, 2010

E’ stato avvistato nelle acque dell’isola Sado, in Giappone, un esemplare di circa 30 anni di Semicossyphus reticulatus, un pesce dal curioso aspetto molto comune nelle coste giapponesi. L’esemplare in questione ha però catturato l’attenzione dei sub per la sua particolare somiglianza con l’orco verde protagonista della saga di Shrek tanto da essere subito soprannominato “pesce Shrek”

http://tv.repubblica.it/tecno-e-scienze/in-giappone-avvistato-il-pesce-shrek/52443?video

fonte: La Repubblica

Fotovoltaico flessibile: la Global Solar Energy lancia CIGS, il pannello solare che si srotola e appiccica come un adesivo

Wednesday, September 1st, 2010

Se vi dessero una matita in mano e vi dicessero: “disegnami un pannello solare”, voi schizzereste un quadrato, un rettangolo, o al massimo un insieme di quadrati o di rettangoli. Qualcosa di piatto e rigido, insomma. Da oggi invece, due linee ondulate che procedono parallele sul foglio, collegate alle estremità da un paio di trattini, andranno bene lo stesso. Un’onda al posto di una tavola, ovvero: un pannello fotovoltaico flessibile.

È questa l’idea della Global Solar Energy, società che dal 1996 si occupa di impianti solari a film sottile. C’è da dire che non è la prima né l’unica ad aver pensato a qualcosa di simile. Esistono addirittura pannelli in formato spray, biologici, integrati nelle tegole dei tetti, eccetera… la novità, questa volta, sta nel fatto che l’americana GSE ha creato qualcosa che si può staccare e riattaccare come un adesivo, senza intervenire sulla superficie d’applicazione. I vantaggi? Più spazio, innanzitutto.

Ogni “striscia-solare” – immaginatevi delle strip depilatorie lunghe circa 5,70 m e larghe 45 cm (ma indolori) – non necessita infatti di alcuna griglia di supporto, il che permette di occupare l’intera superficie a disposizione, per esempio un tetto, sprecando pochissimo spazio. Il costo d’applicazione, invece, è più o meno lo stesso di un tradizionale pannello a silicio policristallino, anche se, come fa notare il vice presidente marketing e sviluppo Jean-Noel Poirieruna maggior superficie implica un maggior rendimento dell’impianto”. Poirer, inoltre, garantisce che le celle solari funzionano altrettanto bene in zone non colpite direttamente dal sole.

A questo proposito, la tecnologia utilizzata dalla Global Solar Energy è la cosiddetta CIGS, sigla che indica i quattro materiali adottati: rame (“Copper”, in inglese), Indio, Gallio e Selenio. Il prossimo passo sarà attendere la certificazione per le “strisce-solari”; dopodiché, la produzione potrà cominciare già dal prossimo anno. E chissà, forse un giorno arrivare anche in Italia.

Roberto Zambon

Pane e vestiti fatti in casa

Tuesday, August 31st, 2010

Il movimento del risparmio ecologico “Così consumiamo la metà senza troppi sacrifici”. La rete di mille famiglie cattoliche ed “equo-solidali”: bollette tagliate ma identico stile di vita  

dal nostro inviato MICHELE SMARGIASSI

MARGHERA - Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Anzi no, dacci solo la farina (biologica), che il pane ce lo facciamo da soli, in casa. Quello di Marta ed Ezio, insegnanti, una figlia di 5 anni, è caldo e croccante, ma soprattutto è “giusto”. È un pane ecologico e morale, un pane “liberato”. “Sei anni fa, sposandoci, scegliemmo di non essere di peso né all’ambiente né al Sud del mondo”. Acqua di rubinetto, pannelli solari, scambio di vestiti, niente tivù, al lavoro in bici, e alla fine del mese si fanno i conti. Con la calcolatrice. Marta ed Ezio sono cattolici praticanti, ma il loro non è un fioretto, è un impegno, e gli impegni si calcolano. “Quest’anno abbiamo sforato sulle vacanze. Risparmieremo sull’elettricità”.

Marta ed Ezio sono una famiglia “bilancista”, una tra oltre mille organizzate in 42 gruppi locali dal Trentino alla Sicilia. Apostoli del sostenibile, predicatori dell’eco-solidale, difensori del Creato, sono un movimento cattolico se non altro perché lo fondò e lo coordina ancora un sacerdote, don Gianni Fazzini, che però se gli proponi l’etichetta di “ecologismo cristiano” te la corregge: “Siamo un movimento di liberazione”. Da cosa? “Dallo stato di schiavitù del consumatore, in teoria padrone del mercato, in realtà succube di un immaginario del benessere che lo sfrutta per il profitto di pochi”.

Una Greenpeace col segno di Croce? “Cristo ci invita ad essere liberi, noi scegliamo come. Una mano ce la dà anche quel signore lì”. Gandhi: è pieno di poster del Mahatma l’ufficetto alla periferia di Marghera dove don Gianni, classe 1937, ex prete operaio, parroco di San Eliodoro ad Altino, tiene i legami col suo movimento “leggero” (niente statuto né veste giuridica) che senza clamore esiste e resiste da diciassette anni. Una rete di famiglie solidali che però ora ha pensato di alzare un po’ la voce. L’assemblea nazionale dei “Bilanci di giustizia” si concluderà stasera a Massa Marittima calcando sulla parola Politica, con la maiuscola.

“All’ultima assemblea alcuni amici ci misero un po’ in crisi: voi fate belle cose ma siete “poco politici”, non basta il pane in casa, dovete fare i conti col potere”. Hanno ragione? “Me lo sono chiesto. Poi ho pensato, la Giovanna a Messina ha messo su una cooperativa di installazione del solare termico, Giorgio a Bologna distribuisce la pasta madre per il pane, l’Antonella in Trentino promuove le piste ciclabili, Andrea a Torino ha inventato i distretti dell’economia solidale… E allora un po’ di politica forse la facciamo già”.

Del resto tutto cominciò nel ‘93 a Verona con uno slogan quasi sovversivo: L’economia uccide, bisogna cambiare. Era un convegno mondialista di “Beati i costruttori di pace”, e un centinaio di famiglie decisero di cominciare a cambiare in casa propria. Cambiare cosa? “Chiesi aiuto a un economista, mi suggerì: “Se un’azienda vuole cambiare gestione, parte dal bilancio”. Geniale. Infatti partimmo dal bilancio di casa”. Funziona ancora così: ogni famiglia “bilancista” si impegna a compilare ogni mese e inviare alla sede centrale un rendiconto minuzioso della propria economia domestica, una partita doppia “etica”: su una colonna le spese effettive divise per capitoli, su quella a fianco le spese “spostabili secondo giustizia”.

Ogni mese ci si dà un obiettivo. Mollo l’acqua minerale e bevo l’acqua “San Rubinetto”. Abbasso il termostato. Regalo e ricevo i vestiti dei bimbi. Lavo a mano. Compro frutta e verdura solo di stagione. Autoproduco in casa quel che posso. Riparo la bici (e la uso). Ogni famiglia “bilancista” riceve poi una carta sconti, L’Altracard, risposta polemica alla social card di Tremonti. “Non la puoi usare nei negozi ma vale di più”: dà accesso a un sito dove un programmino ti calcola quanto stai risparmiando con i comportamenti “sostenibili”. Anche centinaia di euro al mese.

Con l’aiuto del tedesco Wuppertal Institute, i “Bilanci di giustizia” hanno cominciato a misurare i propri successi. I risultati sono sorprendenti. Rispetto alla famiglia italiana media Istat, le famiglia “bilanciste” consumano il 16% in meno, con significativi trasferimenti di poste: meno 49% nell’abbigliamento, addirittura -56% in cosmetici e detersivi, più 72% in divertimenti e cultura. I consumi energetici sono la metà di quelli medi (107 litri d’acqua al giorno contro 192, e 599 Kwh annui contro 1202). Dal punto di vista etico, la famiglia “bilancista” sposta ogni anno quasi il 20% delle proprie risorse su prodotti meno “ingiusti”. Tutto senza sacrificare il proprio stile di vita: l’indice di soddisfazione si colloca sul 5 in una scala di 7.

Ma la scelta del bilancista non è utilitaria: comprare prodotti biologico o equo-solidali in realtà costa di più, anche se “proprio per questo ne sprechi meno”, non molla Marta, “ma il vero guadagno non è monetario”. Per scambiare vestiti devi avere molti amici e frequentarli: devi costruire relazioni. Dario e Antonella hanno scoperto che invitandosi a cena una volta alla settimana si risparmia e ci si diverte.

Quando Enrico e Serenella hanno dovuto cambiare auto hanno lanciato un appello email a tutta la rete, “Ci aiutate a trovare la più “sostenibile”?”, e s’è riunita un’assemblea (con grigliata finale). La differenza tra i bilancisti e un’associazione di consumatori è tutta qui: “Non lo facciamo per risparmiare, ma per nostalgia di giustizia”, dice don Gianni. E allora, da oggi questa cosa è giusto chiamarla Politica: “Le nostre famiglie vivono in città in preda alla corruzione, alla non-cura del bene comune. Noi in questo sfacelo vogliamo camminare puliti”. Lo vede, don Gianni, che alla fine torniamo al punto: inquinare, sprecare sono peccati. “No! Sono schiavitù. Di questo sistema siamo le vittime, non i colpevoli. Quindi dobbiamo liberarci, non pentirci”.

Fonte: La Repubblica

A 10 anni dalla tragedia Kursk. Artico, polveriera nucleare

Wednesday, August 25th, 2010

Il 12 agosto del 2000 l’esplosione nel sommergibile atomico in cui persero la vita 118 marinai russi. I reattori ancora abbandonati in un deposito all’aperto in attesa di stoccaggio. E il passaggio di Nord Est, rotta sempre più battuta dal traffico commerciale, è disseminato di relitti potenzialmente pericolosi di JACOPO PASOTTI

Sono passati dieci anni da quando il sommergibile nucleare russo Kursk affondò durante una manovra militare 1a seguito di una esplosione. Alla prima esplosione ne seguirono altre, percepite sia da navi militari russe coinvolte nella stessa operazione che da un sommergibile statunitense, nei paraggi per “spiare” l’esercitazione. Persero la vita tutti i 118 marinai a bordo, abbandonati nel relitto a 110 metri di profondità nel Mare di Barents, non lontano dalle coste norvegesi. Un anno dopo una compagnia olandese recuperò il relitto e lo trasportò in una officina militare nel porto di Murmansk, nella penisola di Kola, per essere smantellato. I due reattori nucleari del sommergibile (miracolosamente intatti dopo le esplosioni) furono sistemati in un deposito all’aperto, dove giacciono ancora insieme ad altri 40 reattori nucleari abbandonati da decenni in attesa di una sistemazione sicura. Che per ora non esiste, e che solleva timori sul futuro di queste ed altre scorie “temporaneamente” posteggiate lungo le coste siberiane e nei mari artici.

Spazzatura nucleare. Il passaggio di Nord Est, che unisce la Scandinavia ai porti asiatici orientali, nasconde però altre sorprese. Il 21 luglio le autorità russe hanno dato il via a una ispezione delle coste siberiane in cerca di scorie radioattive, relitti di navigli nucleari e altri “oggetti potenzialmente pericolosi” disseminati lungo la rotta. Una nave specializzata sta scandagliando i fondali da Arkhangelsk fino alla regione Chukotka (nei pressi dello stretto di Bering). Solo nei pressi dell’isola di Novaya Zemla “sono sepolti molti oggetti contenenti materiali radioattivi, incluso il reattore della prima rompighiaccio nucleare della storia, la Lenin”, spiega Maksim Vladimirov, del Ministero della Difesa, in una intervista alla agenzia stampa RIA Novosti. Intanto altri sette reattori di altrettanti sommergibili dismessi sono stati inviati nella baia di Saida, non lontano da Murmansk. Si affiancheranno ai già 40 container stoccati in un deposito di cemento (costruito grazie a un finanziamento tedesco di 150 milioni di euro). Sono però ancora 50 quelli in attesa di essere sigillati e spediti nel deposito, mentre fonti norvegesi affermano che decine di reattori giacciono ancora su boe galleggianti ormeggiate nella baia: un rischio altissimo per l’ambiente marino.

Ma la Russia sembra non avere sotto pieno controllo il destino delle proprie scorie radioattive. In maggio un blogger russo ha diffuso la notizia dell’affondamento di una nave che aveva per anni trasportato residui nucleari lungo le coste siberiane. La Severka era ridotta a un rottame quando è colata a picco nel porto di Aleksandrovsk. Il blogger commentava: “Ora mi chiedo cosa ci aspetta in futuro”. La notizia è stata tenuta nascosta alle autorità norvegesi, nonostante tra i due Paesi esista un reciproco accordo che prevede la notifica di incidenti che coinvolgano diffusione in zone di confine di materiali radioattivi.

I piani nucleari russi comunque procedono. A giugno è stata varata la prima centrale nucleare galleggiante. Un colossale impianto che sarà operativo nelle acque territoriali artiche entro la fine del 2012.

Un mare sempre più sfruttato. Oltre al traffico marittimo a rischio, nell’Artico sembra destinato ad aumentare però anche lo sfruttamento dei fondali, soprattutto per la esplorazione di giacimenti di gas e petrolio. Le compagnie petrolifere hanno già speso 5 miliardi di euro da quando i fondali nel mare di Barents sono stati aperti alla esplorazioni. Secondo il quotidiano norvegese Dagens Næringsliv sono state già compiute 83 trivellazioni. Malgrado fino ad oggi quel settore non abbia dato i frutti sperati, le compagnie (tra cui Statoil, Gaz de France e l’italiana Eni) intendono intensificare le prospezioni. Statoil ed Eni in particolare hanno deciso di cominciare nuove esplorazioni in un settore marino a 80 chilometri dalla costa norvegese. Decisione che ha innescato la rivolta degli ambientalisti della Ong Friends of the Earth, che temono una seconda Deepwater Horizon. Secondo il leader norvegese della Ong Lars Haltbrekken, le compagnie non hanno imparato nulla dal disastro della BP: “Tutte le valutazioni di impatto ambientale di Eni sono datate e non includono l’esperienza del Golfo del Messico”.

La banchisa polare si riduce a causa del cambiamento climatico, e il Passaggio di Nordest è sempre più trafficato da petroliere e altre imbarcazioni commerciali. Proprio questo luglio una nave norvegese da trasporto carica di minerali di ferro è salpata da Kirkenes in Norvegia con l’intento di percorrere la rotta circumpolare. È la prima volta che le autorità russe permettono a una nave commerciale straniera di compiere questa rotta. Un esperimento per valutare il possibile incremento del traffico internazionale lungo il passaggio. Malgrado i timori per l’ambiente artico rimangano, le autorità russe hanno promesso ingenti investimenti per migliorare la sicurezza delle acque artiche.

Fonte: La Repubblica

Vendemmia, un’ottima annata ma non significa vino di qualità

Wednesday, August 25th, 2010

La produzione enologica italiana potrebbe crescere del 5% rispetto al 2009. Ma non sarà festa per tutti Nel corso degli anni troppe autorizzazioni a impiantare vitigni di qualità, anche in aree non ad alta vocazione Così il Barolo sarà pagato due euro al litro e il Barbaresco poco più di uno. Una manna per i commercianti spregiudicati, una rovina per i veri “vignerons” di CARLO PETRINI

COME sempre accade in questo periodo si fanno tante chiacchiere sulla qualità della vendemmia e, neppure stessimo parlando di una partita di calcio, si rincorrono i discorsi da bar sport sulla sfida con i nostri cugini transalpini. Da inizio agosto è partito il tam tam mediatico e si sono alzate inopportune grida di giubilo per il sorpasso di produzione degli italiani sui francesi. Secondo i dati diffusi da alcune associazioni di categoria risulta che la produzione di vino italiano potrebbe (e l’uso del condizionale è d’obbligo) segnare un aumento fino al 5% rispetto allo scorso anno, su valori intorno ai 47,5 milioni di ettolitri. Oltralpe, invece, la produzione potrebbe far registrare una crescita limitata che si assesterebbe a 47,3 milioni di ettolitri.

Oltre a non appassionarmi più di tanto, trovo questa sfida anche un po’ inutile. Una vendemmia si giudica, come mi insegnano i miei amici viticoltori, non solo dopo aver portato le uve in cantina, ma alcuni mesi dopo. Infatti, le tre settimane che precedono la raccolta sono decisive dal punto di vista climatico e possono decretare la grandezza o meno di un’annata. L’uva è una cosa viva e si deve per forza attendere la magia della fermentazione per capire se tutte le premesse verranno poi mantenute nel vino. Una grande bottiglia ha bisogno di tempo, bisogna aspettare e aver pazienza per capire la sua evoluzione.

Ma passiamo dalle chiacchiere a discorsi ben più seri e gravi sul futuro della viticoltura italiana. Stiamo vivendo un momento di svolta che va analizzato nella sua complessità. Il fatto che la vendemmia sarà ricca non mi conforta più di tanto se questa abbondanza non farà che aumentare il processo di svendita del vino sfuso che è già in corso da più di un anno a questa parte. Le settimane che precedono la vendemmia sono le più febbrili per i mediatori del vino che per conto dei grandi commercianti e imbottigliatori girano le cantine italiane a caccia dell’affare.

Da una parte trovano produttori che non essendo riusciti a vendere il vino che avevano prodotto sono obbligati a svuotare la cantina per fare spazio al nuovo raccolto e dall’altra un mercato che sta richiedendo vini dal basso costo e non fa così tanto caso alla qualità di quello che consuma. Informandosi, non è difficile scoprire come il Barolo sfuso abbia raggiunto la deprimente quotazione di due euro e mezzo al litro, stesso prezzo che mi dicono spunti il Brunello 2005. Per non parlare di un vino a cui sono molto affezionato come il Barbaresco, che viene pagato la cifra folle di un euro o poco più. Una situazione insostenibile e ridicola, soprattutto per quei produttori che in vigna lavorano seriamente.

Ma quali sono le cause di questa situazione così deprimente? Diciamo che il governo del limite, che dovrebbe regolare il mondo agricolo, è andato a farsi benedire. Sono quindici anni che predichiamo nel vento dicendo che le viti vanno piantate solo nelle zone ad alta vocazione evitando di aumentare a dismisura le superfici vitate. Tutto inutile. Il Barolo, il Barbaresco, il Brunello hanno raddoppiato le bottiglie in commercio nel giro di un decennio. L’Amarone è passato da quattro milioni di pezzi agli attuali sedici.

All’inizio degli anni Novanta i prezzi dei vini, che erano obiettivamente molto bassi, sono stati giustamente alzati, ma poi si è esagerato pensando che tutti potessero superare tranquillamente i quaranta euro a bottiglia. Ma in cosa consiste questo governo del limite nel settore vitivinicolo? Semplice: nei momenti in cui il mercato tira occorre contenere i nuovi impianti e non esagerare con l’aumento dei prezzi; nei momenti di crisi bisogna ridurre la produzione dei vini di eccellenza e salvaguardarne il prezzo.

In Italia si è fatto l’esatto contrario. Molti dicono che le diverse categorie di produttori (vignaioli, industriali, commercianti) sono tra loro inconciliabili. In realtà, in un momento così drammatico, i vigneron italiani dovrebbero prendere esempio dai cugini francesi: qualche anno fa, in un momento di vacche magre, i produttori di Champagne decisero di diminuire la produzione del 30%. Tutti uniti: vignaioli, cooperative sociali e industriali. In Italia manca una visione comune, una politica di sviluppo che riesca a mettere d’accordo un mondo lacerato da troppe divisioni e incapace di dialogare per gestire al meglio la situazione economica e, se fosse possibile, progettare seriamente il futuro. Una scelta come quella francese sarebbe non solo auspicabile, ma anche possibile, perché i produttori potrebbero declassare una parte dei loro grandi vini potendo contare su denominazioni meno importanti che in gergo vengono chiamate di ricaduta: basti pensare al Langhe Nebbiolo, al Rosso di Montalcino o di Montepulciano, così come al Valpolicella Rosso.

Bisogna tutelare i nostri grandi vini come veri patrimoni nazionali e la loro gestione non dovrebbe ricadere nelle mani di pochi imbottigliatori pronti a speculare quando il mercato è in affanno. Gli stessi produttori dovrebbero limitare la loro produzione unicamente alle zone più vocate, ai cru storicamente riconosciuti come tali, e ai vigneti con piante più vecchie. Altrimenti l’eccellenza rischia di essere svilita e assistiamo così alla vendita di bottiglie di Barolo a 8 euro negli autogrill italiani, presi d’assalto in questi giorni da vacanzieri frettolosi.
Questa deriva è manna per commercianti spregiudicati e industriali a cui non interessa la qualità, non mette ansia alle grandi firme (che magari svendono le eccedenze sotto banco), ma distrugge il prestigio dei grandi vini e mette in ginocchio le miriadi di piccoli e medi produttori che, in questi ultimi vent’anni, hanno realizzato il rinascimento del vino italiano. Per la prima volta in tanti anni ho sentito invocare un po’ di grandine per ridurre le eccedenze, magari nelle vigne dei vicini.

Nucleare pericoloso la Russia insegna

Saturday, August 21st, 2010

Parla il direttore di Greenpeace: “Il fuoco non minaccia solo le centrali, ma anche gli impianti che trattano le scorie. Anche un black-out di pochi minuti porterebbe all’emergenza”"Nucleare pericoloso la Russia insegna" Il sito russo di Mayak, dove vengono stoccate le scorie nucleari

Oltre alla minaccia terroristica, alla carenza di acqua dolce per il raffreddamento degli impianti e ai costi che s’impennano, per il nucleare arriva ora la grana incendi: lo scenario della Russia di questi giorni ci offre una nuova visione dei rischi legati alle centrali atomiche. Da una parte Chernobyl torna a manifestare i suoi effetti, dall’altra l’assedio delle fiamme attorno agli impianti nucleari rivela una minaccia finora poco considerata.

Come è possibile che, a distanza di 24 anni dalla catastrofe che ha distrutto il reattore ucraino, quella radioattività torni a essere un problema?

“I radionuclidi del cesio emesso nell’esplosione della centrale di Chernobyl si ridurranno a un millesimo solo fra tre secoli”, risponde Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace. “Oggi il 60 per cento di quella radioattività è ancora lì, nel terreno e nelle piante: il fumo degli incendi la rimette in circolazione, anche se con un effetto locale, a differenza di quanto avvenne nel 1986, quando la nube radioattiva si alzò per chilometri seminando il suo carico distruttivo in un’area enorme”.

Quindi nel conto degli incendi russi dobbiamo mettere anche la contaminazione radioattiva?

” Una parte della nube di Chernobyl è stata rimessa in circolazione. E’ un elemento che va ad aggravare un bilancio sanitario già critico, visto che si è parlato di un raddoppio della mortalità a Mosca a causa del fumo degli incendi. Sono aumentati in maniera consistente sia il particolato, creando problemi immediati alla respirazione, che elementi cancerogeni come il benzene”.

Altri incendi minacciano le centrali nucleari.
“Non solo le centrali, anche gli altri impianti nucleari. Ad esempio quelli del centro atomico di Mayak, negli Urali, dove c’è un deposito a cielo aperto di scorie nucleari in cui sono stoccate 40 tonnellate di plutonio”.

Qual è il rischio?
“Ci sono vari livelli di rischio. Supponiamo ad esempio che le fiamme colpiscano solo le linee esterne di trasmissione della corrente elettrica, i trasformatori. Ebbene la centrale si troverebbe isolata e si dovrebbe procedere a un arresto rapido del reattore, una procedura che comporta sempre una certa dose di rischio”.

E’ già successo?

“E’ successo proprio a Mayak il 3 settembre del 2000. Per venti minuti fu interrotta la fornitura elettrica e lanciato il sistema di sicurezza basato su motori diesel. Quei motori erano in condizione di lavorare solo per 30 minuti, se il problema fosse durato più a lungo si sarebbe entrati in una situazione critica”.

Un problema del genere potrebbe riguardare anche gli impianti che il governo Berlusconi vuole costruire in Italia?

“Nel nostro caso si parla di reattori epr per i quali è previsto un tetto di due minuti per circoscrivere un incendio. Quando guardiamo quello che sta succedendo in Russia e pensiamo che con i cambiamenti climatici andrà sempre peggio….”

 

Fonte: La Repubblica

Tutte le rane da salvare per il bene del pianeta

Wednesday, August 11th, 2010

Allarme dei ricercatori, un terzo delle specie anfibie è a rischio di estinzione. Dalla Gran Bretagna parte un progetto che coinvolge ricercatori in 14 paesi diversi. Alla ricerca degli esemplari più in pericolo, importantissimi per valutare le condizioni dell’ecosistema

LONDRA - Il rospo della Mesopotamia, la rana levantina in Israele, la rana Callixalus pictus, vista l’ultima volta nel 1950 in Congo e Ruanda, tutti sono nell’elenco dei ricercati speciali. La grande caccia, per la loro protezione e non per ucciderli, partirà nei prossimi due mesi e vedrà impegnato un esercito di ricercatori in 14 Paesi diversi. Il progetto è una novità assoluta ed è stato presentato ieri a Londra da Robin Moore, ricercatore che guiderà il gruppo nella ricerca finanziata da Conservation International (CI), Amphibian Specialist Group (ASG) e International Union for the Conservation of Nature (IUCN).

Gli anfibi sono tra gli animali a maggiore rischio del pianeta, con un terzo delle specie vicine all’estinzione. Distruzione degli habitat, inquinamento, cambiamento climatico e una malattia fungina trasmessa dall’acqua stanno mettendo in serio pericolo la sopravvivenza di rane e rospi in tutto il mondo ma mentre l’opinione pubblica si mobilita per tigri, panda e cetacei, fino a oggi gli allarmi dei ricercatori per gli anfibi sono rimasti inascoltati.

“Un paio di anni fa ero in Ecuador con un gruppo di scienziati del posto - ha dichiarato Robin Moore alla Bbc- alla ricerca di una specie che sembrava scomparsa da dodici anni. Non nutrivamo molte speranze di successo, ma quando tutto sembrava perduto ne abbiamo trovato un esemplare e ci siamo attivati per proteggere il suo ambiente. Dalla nostra missione ci aspettiamo molte storie di questo tipo”.

Quando si pensa alle rane in pericolo vengono in mente le coloratissime specie tropicali delle foreste Centro e Sudamericane, o quelle velenose delle isole asiatiche. Purtroppo però le minacce all’ambiente sono globali e anche in Italia la popolazione di anfibi è in costante diminuzione. Secondo il Wwf, nel nostro Paese 28 specie di anfibi su 37 sono a rischio di estinzione - ad essere in maggiore pericolo sono geotritoni, protei e salamandre - e visto che si tratta di animali importantissimi per valutare lo stato di salute dell’ecosistema, questo dato è indicativo del degrado dell’ambiente in Italia.

Mentre in Gran Bretagna si investe per cercare gli ultimi esemplari di specie in pericolo e, soprattutto, per trovare un argine alla diffusione della chytridiomycosi, il fungo killer delle rane, in Italia a oggi non esistono leggi per la protezione degli anfibi e la salvaguardia di queste specie è limitata alle aree protette e alle poche regioni che hanno legiferato in materia. Gli ultimi tagli al bilancio, inoltre, stanno mettendo a rischio parchi naturali e zone protette, con conseguenze che saranno disastrose anche per i nostri anfibi.

Quanto la conservazione degli anfibi sia una priorità per la salvaguardia della natura lo rivela un dato pubblicizzato dal gruppo inglese, che ha scelto il rospo dorato del Costarica come icona della colossale caccia agli anfibi perduti. L’Incilius periglenes, sul ritrovamento del quale i ricercatori non sono ottimisti, è stato spazzato via dalla malattia fungina in un anno, passando da una popolazione definita “abbondante” a nessun avvistamento. Il rospo dorato del Costarica in 12 mesi è stato dunque dichiarato estinto.

“Nella nostra lotta contro la scomparsa di molti anfibi - ha sottolineato Moore -  siamo ostacolati dalla scarsa conoscenza su alcune specie e sulla loro reale presenza in alcune zone. Dobbiamo andare sul campo, vedere cos’è rimasto, quali specie sono più attaccate dal fungo e, speriamo, trovare un rimedio contro la malattia”. Se la caccia sarà fruttuosa si saprà entro ottobre alla Conferenza mondiale dell’Onu sulla biodiversità in Giappone, un appuntamento nel quale i governi saranno chiamati a riflettere sulle ragioni per cui gli impegni presi nel 2002, di fermare l’estinzione delle specie animali entro il 2010, sono falliti.

Fonte: Corriere della Sera

Marea Nera. Granchi blu colpiti, a rischio catena alimentare

Tuesday, August 10th, 2010

I crostacei indicatori principali dei danni all’ambiente

New York, 9 ago. (Apcom) - Per capire l’impatto sull’ambiente dell’enorme perdita di petrolio nel Golfo del Messico, cominciata quattro mesi fa, i ricercatori stanno analizzando anche i granchi blu, una specie che vive nelle acque del golfo. Secondo gli scienziati, questi crostacei, particolarmente sensibili a sostanze inquinanti disperse nell’oceano, sarebbero gli indicatori principali della salute del mondo sottomarino. Alcune settimane fa, i ricercatori hanno trovato macchie d’olio nelle larve di granchio sulla costa del Golfo. La scorsa settimana il governo ha dichiarato che i tre quarti del petrolio fuoriuscito sono stati rimossi si sono dispersi naturalmente nell’acqua. Ma la scoperta di macchie di petrolio nelle larve di granchio è segno che il greggio si è già infiltrato nella vasta rete alimentare del Golfo, e potrebbe danneggiare l’ecosistema negli anni a venire. “Questa situazione fa pensare che l’olio abbia già raggiunto una posizione tale da poter iniziare a muoversi lungo la catena alimentare, e non solo quella marina”, ha dichiarato Bob Thomas, biologo alla Loyola University di New Orleans. “Qualche animale probabilmente mangerà quelle larve piene d’olio che si trovano sulle coste … poi quell’animale sarà mangiato da qualcosa di più grande e così via”. I granchi potrebbero riuscire a sopravvivere, ma secondo i biologi, animali come delfini e tonni potrebbero ingerire delle dosi di petrolio per loro fatali. Gli scienziati si concentrano particolarmente sui granchi perchè sono una specie che svolge un ruolo cruciale nella catena alimentare, sia come predatore che come preda. Nelle regioni del Golfo e della costa atlantica sono molte le grandi imprese di pesca di granchi, solo in Louisiana ne vengono raccolti oltre 33 milioni generando un mercato da circa 300 milioni di dollari. Ovvie le preoccupazioni dei pescatori, che non sanno quanto questo problema possa incidere sul lavoro dei prossimi anni.

Fonte: La Stampa

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