24
July
2008
Raggiunti da elementi radioattivi fuorusciti da una tubatura del reattore 4 fermo per manutenzione
PARIGI (FRANCIA) - Cento operai della centrale nucleare del Tricastin, dove alcuni giorni fa c’era stata una fuga di materiale radioattivo, sono stati contaminati «leggermente» oggi da elementi fuorusciti da una tubatura nella reattore numero 4, fermo per manutenzione.
La centrale nucleare di Tricastin (Ap)
Lo ha reso noto la direzione di EDF la società elettrica che gestisce la centrale nucleare.
FUGA DI COBALTO 58 - Gli operai irradiati nella centrale di Tricastin, che si trova a oltre 200 chilometri dall’Italia, sono stati contaminati dal cobalto 58. L’incidente, secondo EDF, è avvenuto questa mattina e avrebbe provocato contaminazioni «leggere, 40 volte inferiori al limite regolamentare». I 97 dipendenti sono stati evacuati d’urgenza dalla centrale quando l’allarme della contaminazione si è messo a suonare per una fuga nel reattore numero 4. Fra i 97, sarebbero 91 ad aver presentato segni di contaminazione al cobalto 58, un «metallo bianco» che entra nella composizione di leghe speciali, pneumatici e coloranti ma che, attivato a livello radio, è presente nei reattori e, da solo, possiede il 39% di tutta l’attività irradiante. Gli impiegati contaminati sono stati visitati e rimandati a casa, per loro non esisterebbero pericoli immediati. Si tratta del terzo incidente nucleare nella regione in meno di 16 giorni.
NUOVO INCIDENTE - In precedenza si era infatti appreso del terzo incidente ad una centrale nucleare negli ultimi 20 giorni, dopo quello di Tricastin del 7 luglio e quello di Roman Sur Isere del 18 luglio. Altri quindici operai dell’impianto nucleare di Saint Alban, nella regione dell’Isere (sud della Francia), sarebbero stati contaminati nei giorni scorsi dalla fuoriuscita di liquido radioattivo. Lo riferisce Electricité de France (Edf), l’azienda elettrica francese. «Gli operai sono stati leggermente contaminati nel corso di un intervento di manutenzione su un cantiere dell’unità produttiva numero due», ha indicato un responsabile della direzione. In seguito all’incidente, avvenuto venerdì, sono state ritrovate «tracce di elementi radioattivi» nel corso dei monitoraggi e dei controlli di routine dei dipendenti dell’impianto. I lavoratori sono stati sottoposti a un controllo medico ma l’azienda esclude che vi siano conseguenze di alcun tipo per la loro salute. Le cause dell’incidente non sono ancora state chiarite.
Fonte: Corriere della Sera
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24
July
2008
Progetto per un’immensa distesa di pannelli solari nel deserto per fornire energia a tutta l’Europa
(Reuters)
DAL NOSTRO INVIATO
LONDRA - Il costo è alto (50 miliardi di euro) e il progetto ambizioso ma, con il petrolio alle stelle, sembra l’unica prospettiva di una via d’uscita. Un’immensa distesa di pannelli solari nel deserto del Sahara produrrà un giorno abbastanza energia da illuminare tutta l’Europa. Ne è convinto Arnulf Jaeger-Walden dell’Istituto per l’Energia della Commissione Europea: «Basterà catturare lo 0,3% dell’energia solare che scalda il deserto del Sahara per sopperire ai nostri bisogni energetici». Il progetto è stato presentato in questi giorni all’Euroscience Open Forum a Barcellona. Una nuova rete di trasmissione a corrente continua permetterà di portare l’elettricità in posti lontani senza correre il rischio di perdite d’energia. La nuova centrale dovrebbe sorgere in un’area poco più piccola del Galles e mettere a tacere quelli che sostengono che l’energia solare non sarà mai affidabile perché il tempo è imprevedibile.
SÌ DI SARKOZY E BROWN - Il piano ha già ottenuto l’approvazione convinta del presidente francese Nicolas Sarkozy e del premier britannico Gordon Brown. I ricercatori sostengono che i pannelli solari nel Sahara saranno più efficaci perché in quella zona la luce solare è più intensa e, quindi, sarà possibile produrre tre volte più energia che in una centrale simile costruita nel nord Europa. Jaeger-Walden è anche convinto che, oltre al vantaggio ecologico, ci sarà un risparmio per i cittadini. «I consumatori pagheranno meno di quanto facciano ora» ha detto al quotidiano britannico Guardian. L’impegno più oneroso sarà costruire una nuova rete di trasmissione con i Paesi del Mediterraneo perché quella attuale non sarebbe in grado di sostenere la quantità di energia in arrivo dell’Africa del nord. I primi risultati si dovrebbero vedere nel 2050 quando la megacentrale dovrebbe già essere in grado di rendere autonomo un Paese come la Gran Bretagna.
Fonte: Corriere della Sera
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24
July
2008
Domani si terrà la conferenza stampa per presentare il 53° Congresso Nazionale del Consiglio Nazionale degli Ingegneri il cui tema sarà questa volta: “Ingegneri alla sfida della sostenibilità”Il congresso si terrà a La Spezia dal 10 al 12 settembre e in sintonia con le priorità dell’emergenza energetica e della ricerca di soluzioni alternative, gli ingegneri accettano la sfida di conciliare salvaguardia del territorio e sviluppo delle infrastrutture e del tessuto urbano.
L’annuncio di domani è in vista del meeting di settembre, dove il tema sarà svolto su diversi piani, dal più generale etico-culturale fino all’impegno in prima linea degli ingegneri per la trasmissione della cultura della sostenibilità sia nella società civile, che tra gli operatori tecnici e le imprese. Importante anche il rapporto con le istituzioni politiche e le pubbliche amministrazioni.
A settembre inoltre si aprirà il confronto della categoria con il Governo, in attesa della Conferenza Nazionale dell’Energia annunciata dal Ministro Scajola, che gode il pieno sostegno del CNI e che anzi l’aveva auspicata fin dal Convegno di Lecce, nel maggio scorso, in merito all’energia, ma anche alla ripresa del dialogo sul nucleare.
Fonte: La Stampa
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24
July
2008
Il Tatuara è il rettile vivente più antico del mondo ma neppure il suo ferreo istinto di sopravvivenza può tener testa agli stravolgimenti del clima. Chi l’avrebbe mai detto che questo lucertolone della Nuova Zelanda, abituato a vivere sereno tra le coste dell’arcipelago nord dell’isola e scampato a mille catastrofi ambientali, un giorno per sopravvivere sarebbe stato costretto a emigrare. Eppure potrebbe essere questa l’ultima possibilità rimasta ai 7000 esemplari viventi e, come loro, ad altri animali minacciati di estinzione. Una ricerca svolta da un team di scienziati australiani, inglesi e americani spiega infatti che la “migrazione assistita” o “colonizzazione guidata” può essere l’unica soluzione per salvare le specie più a rischio dalla scomparsa. Lo studio, pubblicato sulla rivista “Science”, ha analizzato gli effetti dei cambiamenti climatici e le barriere create dall’uomo allo sviluppo spontaneo dell’ambiente. Tra le prime a lanciare l’allarme la biologa Camille Parmesan dell’Università del Texas, ad Austin, che già 10 anni fa aveva avanzato l’ipotesi del trasferimento di alcune specie animali da un ambiente all’altro per salvarle dall’estinzione. “Quando lo dissi la prima volta tutti gridarono allo scandalo - racconta la Parmesan a Repubblica. it - ma adesso che il pericolo è concreto le mie ricerche sono state rivalutate”. La Parmesan è stata affiancata dai biologi Ove Hoegh-Guldberg e Hugh Possingham dell’Università del Queensland, Lesley Hughes della Macquarie University, Sue McIntyre del CSIRO Sustainable Ecosystems, David Lindenmayer della Australian National University e Chris Thomas dell’Università di York.
Su una cosa sono tutti d’accordo: la migrazione assistita non può essere considerata una soluzione vera e propria ma solo una misura di emergenza, cui ricorrere in mancanza di alternative e in presenza di precise condizioni. “E inoltre bisogna stare attenti: sarebbe ad esempio un errore gravissimo spostare l’orso bianco dal polo nord al polo sud: farebbe strage di pinguini!”. Insomma, per il più grande carnivoro esistente sulla terra nessuna possibilità di trasloco, e lo stesso vale per le altre specie “sea-ice dependent”, la cui sopravvivenza è legata al mare e ai ghiacciai. Esclusa la terra del freddo, gli habitat che più risentono del surriscaldamento globale sono quelli montani, ma anche in questo caso il discorso non è dei più semplici: “Provi a immaginare - continua la dottoressa - se spostassimo alcune specie animali da una vetta all’altra. Magari alla stessa altitudine, ma in condizioni generali diverse: non tutte le montagne sono uguali e anche in questo caso sarebbe un disastro”. Rimangono gli animali costretti a vivere in aree protette ma circondati da zone fortemente degradate, devastate dalla mano inquinante dell’uomo. Si parla in questo caso di “range-restricted species”, incapaci di adattarsi ai cambiamenti e di sopravvivere in presenza dell’uomo.
Il professor Chris Thomas, del dipartimento di Biologia dell’Università di York, spiega che è in generale il sud Europa a correre dei rischi, a causa del preoccupante innalzamento delle temperature. In Abruzzo, ad esempio, la situazione sarebbe particolarmente delicata e non è escluso che alcune specie animali che attualmente abitano il Parco Nazionale del Gran Sasso dovranno un giorno essere “ospitate” da qualche altra parte. Altra specie a rischio sarebbe il Tritone sardo. “Ma l’Italia potrebbe essere anche un ottimo Paese ospitante - aggiunge Thomas - Il Picchio muratore dell’Algeria, ad esempio, vivrebbe benissimo in sud Europa”. La lista degli animali in cerca di asilo, comunque, è piuttosto lunga.
Al primo posto troviamo gli anfibi. Molti di loro si sono estinti nel corso degli ultimi 20 anni, in particolare quelli che abitavano le foreste dell’America centrale. Gli scienziati non hanno dubbi: la colpa è dei cambiamenti climatici. Benché protagonisti di un destino così sfortunato, i vertebrati di questa classe sono i candidati ideali per la migrazione assistita. Si fanno catturare facilmente e sopravvivono in cattività. Ma soprattutto sopportano bene i cambi di residenza. “L’unico problema - spiega la Parmesan - è che spesso questi animali sono aggressivi tra loro. La soluzione è un periodo di osservazione preliminare”. Subito dopo, nella top ten degli animali che potrebbero essere sottoposti con successo alla migrazione assistita troviamo i coralli. I “fiori animali”, la cui sopravvivenza è messa a dura prova da temperature, inquinamento e pesca selvaggia, potrebbero trovar pace grazie alla costruzione di scogliere artificiali capaci di ricreare flussi di corrente. Questa fase di “pre-adattamento” sarebbe il preludio alla creazione di un nuovo habitat. Una trovata che potrebbe capovolgere le sorti di molte barriere coralline ed essere utilizzata per farle proliferare in cattività.
E dopo lucertole, rane e coralli, ecco la specie in assoluto più fragile: la farfalla. Il fatto che viva pochissimo non smorza la situazione, dato le polveri al piombo depennano decine di specie al giorno. “Non dico che dovrebbero cambiare habitat in modo radicale - continua la biologa americana - e in generale noi consideriamo sbagliatissimo trasportare gli animali da un continente all’altro, ad esempio dall’Europa all’Australia. Ma uno spostamento di un centinaio di chilometri, in una zona dove non vivono insetti che si nutrono dello stesso cibo, questo sì, sarebbe possibile. E produrrebbe risultati efficaci”. La bellissima “Euphydryas editha quino”, che vive tra Messico e California, sarebbe tra le farfalle la candidata ideale. Anche perché, come ricorda la dottoressa, è una specie innocua.
Non bisogna dimenticare infatti che, un po’ come tra gli esseri umani, a volte le nuove presenze vengono accolte con fastidio e provocano squilibri. Anche madre natura, come noi, prima o poi dovrà affrontare il delicato problema dell’emigrazione.
Fonte : La Repubblica
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24
July
2008
Tempo di vacanze e, come ogni anno, torna anche il problema di dove lasciare gli animali. Scartata la disgraziata scelta dell’abbandono, è davvero così difficile trovare una sistemazione per gli animali domestici, quando non si possono portare insieme in vacanza? A quanto sembra no: le soluzioni ci sono e non escludono nessuno. Che siano cani, gatti, canarini o serpenti non importa, c’è posto per tutti, anche per piccoli pesci rossi e roditori. Le pensioni per animali in Italia, infatti, ormai sono in grado di accogliere tutti, senza esclusione di specie o di taglie. Le sistemazioni prevedono box individuali, pasti regolari, assistenza e tanta compagnia. Niente da invidiare, insomma, agli hotel a 5 stelle scelti dai rispettivi padroni.
Le richieste maggiori riguardano i cani. «È più difficoltoso portarli con sè - spiega Eugenio Beltrami, titolare di una pensione dell’hinterland milanese - ma sono anche quelli che si adattano più difficilmente alla pensione». Al punto che ci sono strutture che prevedono un incontro preliminare o un giorno di prova per conoscere il cane prima di accettarlo. Un pò come si fa con i bambini nell’ambientamento all’asilo. Più autonomi e accomodanti, invece, sono i gatti che non fanno fatica ad adattarsi, basta che ci sia qualcuno che gli faccia un pò di coccole. Roditori e canarini potrebbero resistere a casa, senza i padroni, anche una settimana ma c’è sempre il rischio che si rovesci la scodella dell’acqua. Grandi attenzioni, invece, le richiedono i conigli. «Hanno una grande predisposizione allo stress - spiega Beltrami - sono ansiosi e anche un rumore imprevisto può terrorizzarli».
E se il “migliore amico” invece di avere quattro zampe, è uno che striscia? Nessun problema, ci sono tanti centri in grado di accogliere anche rettili e animali esotici. Anche in questo caso bisogna fare delle distinzioni: mentre i serpenti, con una buona scorta d’acqua richiedono meno cure, i sauri, come ad esempio i camaleonti, hanno bisogno di mangiare tutti i giorni e, se portati in un luogo diverso da casa, impiegano un paio di giorni per adattarsi.
Ma quanto costa mettere in pensione l’animale? Si passa da un massimo di 20 euro al giorno per cani di grossa taglia e di razza pura, a un euro e 50 centesimi per i canarini; a metà strada ci sono i gatti, 10 euro circa, i serpenti e i conigli, che a seconda della taglia oscillano tra i 3 e i 5 euro al giorno. Le singole strutture si riservano di chiedere qualcosa in più se gli animali hanno bisogno di seguire una dieta particolare.
Durante la permanenza, i titolari delle pensioni sono responsabili della salute degli animali, per questo, all’arrivo, richiedono vaccinazioni e certificato medico. Se il cane o il gatto dovesse ammalarsi durante la permanenza, il titolare si rivolge a un veterinario, tenendo sempre ben informato il proprietario. Nell’ipotesi peggiore, la morte dell’animale, cella frigorifera e si aspetta il ritorno del padrone per fare l’autopsia e capire le cause. Se l’animale è di razza pura e si ha la ricevuta di quando e a quanto è stato acquistato, l’assicurazione garantisce un risarcimento, in casi diversi è praticamente impossibile trovare una polizza che copra il danno affettivo.
La maggior parte delle pensioni nascono fuori dai centri abitati anche se gli animali che vi arrivano sono quasi esclusivamente “cittadini”. «Nei piccoli paesi ci si rivolge al vicino o al parente - spiega Edgar Meyer, responsabile dell’ufficio per i diritti degli animali della provincia di Milano - nelle grandi città è più difficile». Per chi infine non ci sta a staccarsi dal proprio animale, ci sono delle alternative: o scegliere una struttura attrezzata per accogliere anche gli animali - gli alberghi e i villaggi ormai segnalano su internet la disponibilità o meno ad ospitarli insieme ai padroni - oppure cercare una pensione direttamente nel luogo della villeggiatura. Una soluzione che, sottolinea Meyer, è «sempre più richiesta».
Fonte: La Zampa.it
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24
July
2008
Viaggiano su navi e aerei e diventano sempre più aggressivi, distruggendo fino al 30% dei raccolti. Potrebbero scatenare una crisi alimentare globale, amplificata dalle devastazioni del riscaldamento della Terra
LUIGI GRASSIA
Tutto si globalizza, si stanno globalizzando anche i parassiti delle piante, e c’è il rischio concreto che si vada di male in peggio, fino a una crisi alimentare planetaria, se al cronico problema delle perdite causate ai raccolti dagli organismi infestanti si aggiunge la variabile impazzita del riscaldamento mondiale che apre la via a nuove «pesti».
Il rapporto più completo e autorevole sullo scotto che ogni anno la produzione agricola globale paga ai parassiti è a cura del team tedesco di un certo professor Oerke, di cui sta per essere pubblicato l’ultimo aggiornamento. Dai dati preliminari risulta che le perdite dovute ai parassiti, agli animali e alle piante infestanti ammontano al 15% dei raccolti nei Paesi sviluppati e al 25-30% in quelli in via di sviluppo; la differenza è legata soprattutto alla fase di conservazione degli alimenti, perché le celle refrigerate e le altre infrastrutture necessarie non sono disponibili ovunque nella stessa misura.
Congresso internazionale
Maria Lodovica Gullino, che presiede l’Associazione mondiale di patologia vegetale, e che dirigerà il congresso mondiale del settore a Torino dal 24 al 29 agosto, fa il punto in questi termini: «Negli ultimi 40 anni il miglioramento genetico del grano, del riso, delle patate, e così via, ha portato a disporre di varietà più produttive ma anche più vulnerabili ai parassiti. Di conseguenza, per avere le stesse rese di una volta bisogna irrorare di più con gli antiparassitari le piante coltivate». Un bel guaio per l’ambiente. La professoressa Gullino precisa che questa evoluzione riguarda i miglioramenti genetici ottenuti con le tradizionali tecniche di incrocio, non gli Ogm creati manipolando direttamente il Dna; ma riguardo a questi ultimi la Gullino non ha preclusioni ideologiche e anche se, per quanto la riguarda, dedica i suoi studi alla ricerca di metodi di lotta ai parassiti «più ecocompatibili, più sostenibili dall’ambiente, più soft», non nega che «gli Ogm che vengono programmati per essere inattaccabili dai parassiti più pericolosi sono interessanti». Giudizio laico.
La Gullino vede il maggior pericolo in quelli che definisce «i parassiti emergenti», che si spostano con navi, aerei e veicoli su ruota nel nostro mondo dai confini sempre più penetrabili e anzi in certi casi - come avviene in gran parte dell’Europa - dalle frontiere praticamente scomparse, cosa che rende difficile, anche solo in teoria, imporre filtri e controlli (pochi Paesi come l’Australia e la Nuova Zelanda continuano a difendersi in maniera rigorosissima dalle invasioni, ma si tratta di eccezioni). In certi casi a superare i confini basta il vento: con il suo soffio, ad esempio, si espande ovunque la «ruggine del frumento». Ma sono soprattutto le persone e i mezzi di trasporto meccanici a incaricarsi di portare qua e là piante e semi infetti.
Non è solo questione di casualità. Spiega la Gullino: «La produzione di sementi è sempre più concentrata in poche mani. E le imprese, per spendere meno, tendono a produrre i loro semi in Paesi dove i costi sono più bassi. Cioè in Kenya o in Tanzania o in India anziché in California o in Olanda. Ma i Paesi tropicali sono infestati da più parassiti, che poi possono essere esportati in tutto il mondo. Basta che sfugga ai controlli un seme contaminato su un milione ed ecco fatto il guaio». La scienziata fa un esempio: «Qualche anno fa se si andava in Liguria e si chiedeva il pesto in un ristorante, la risposta più probabile era “non ne abbiamo, perché il basilico è stato colpito da una malattia peggiore dell’Aids che sta uccidendo tutte le piantine”. Era vero. La malattia era stata diffusa da semi provenienti dal Kenya. Per fortuna la peronospora responsabile del problema non è riuscita a insediarsi stabilmente e in due-tre anni l’abbiamo eliminata con una lotta capillare. Ma altri disastri del genere possono sempre succedere».
Prodotti contaminati
E c’è anche di peggio. La maggior parte dei parassiti rovina le piante, ma non danneggia la salute umana. Ci sono, invece, micotossine (prodotte da funghi) che fanno malissimo anche all’uomo e agli animali. Esistono aflatossine cancerogene; ci sono tossine che ledono il sistema nervoso e altre il fegato. Qualcuno sostiene che le micotossine siano così pericolose da rendere sconsigliabile l’agricoltura detta «biologica», perché il rischio generato dagli inquinanti chimici usati per eliminare i funghi sarebbe minore di quello legato ai funghi medesimi. Ma la Gullino non è di questo parere: «Non è mai stato dimostrato che i prodotti dell’agricoltura biologica siano più contaminati. Caso mai, segnalo che i succhi di frutta di poco prezzo possono essere contaminati da una micotossina detta patulina, cosa che non succede con i prodotti di marca». Dalla globalizzazione dei parassiti possiamo difenderci anche con strumenti semplici, come scegliere bene i prodotti al supermarket.
Chi è Gullino, Patologa vegetale
RUOLO: E’ PROFESSORESSA DI DIFESA BIOLOGICA E INTEGRATA DALLE FITOPATIE ALL’UNIVERSITA’ DI TORINO E PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE MONDIALE DI PATOLOGIA VEGETALE
Fonte: La Stampa
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24
July
2008
Cancellare l’emendamento del governo al Dl 112, che contiene l’eliminazione delle norme in materia di certificazione energetica delle case negli atti di compravendita o locazione degli edifici esistenti. Questo quanto ”chiede con forza” il Wwf in una lettera inviata ai capigruppo della Camera dei Deputati. L’organizzazione, in una nota ricorda quanto gli edifici costituiscano veri e propri ”colabrodo” di energia. E il settore residenziale, spiega il Wwf, e’ oggi responsabile di circa il 30% dei consumi energetici del nostro Paese. E quindi la certificazione per gli ambientalisti ”deve diventare una sorta di carta di identita’ per ogni edificio, come richiesto anche dalla Ue, perche’ ogni cittadino, al momento dell’acquisto di un appartamento, deve sapere quanto consumera’ la sua nuova casa”. Lo stesso vale per un affittuario. Inoltre, secondo il Wwf ”l’efficienza degli edifici e’ uno dei pochi atti di taglio delle emissioni di CO2 attuati in questi anni dal nostro governo, e sarebbe assurdo demolire anche quel poco che si e’ fatto”. Quindi, conclude la nota ”per contrastare questa iniziativa legislativa, negativa e controcorrente rispetto all’Europa, il Wwf si rivolgera’ anche alle realta’ imprenditoriali e di settore che da anni lavorano per rendere concreta in Italia l’efficienza energetica”.(ANSA).
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24
July
2008
Polmoni verdi del Pianeta sotto assedio per via del traffico illegale di legname, a partire dall’80% del taglio delle foreste fuorilegge dell’Amazzonia. A livello mondiale, un quinto del legname importato nella Ue nel 2006 proviene da risorse illegali, prevalentemente da Russia, Indonesia e Cina. E l’Italia e’ uno dei principali Paesi acquirenti in questo florido mercato. Questa la fotografia scattata da uno studio del Wwf, lanciato oggi. A perderci e’ il mercato legale: secondo la Banca mondiale il traffico irregolare implica un mancato guadagno per il settore del legname di 10 miliardi di dollari. L’Italia in particolare, importa notevoli quantita’ di legname fuorilegge esportato da Paesi dell’Africa, dell’Asia, e del Sudamerica. ”L’Italia e’ uno degli attori principali - afferma Massimiliano Rocco, responsabile del programma Traffic & Timber Trade del Wwf Italia - ma a fronte di responsabilita’ immense nelle importazioni e nel consumo di prodotti forestali provenienti da diverse aree del mondo, come il bacino del Congo, l’Indonesia o da Paesi balcanici come la Bosnia Erzegovina, poco viene realmente fatto”. Secondo l’esperto ”e’ piu’ che evidente che non e’ stata ancora impostata nessuna strategia di cooperazione con i Paesi terzi, per promuovere la certificazione della gestione delle foreste nei Paesi d’origine, che possa garantire di non intaccare irrimediabilmente queste risorse, o per la certificazione della filiera commerciale di questo legname in collaborazione con l’industria del settore”. In Italia, spiega il Wwf, arriva il 14% del legname illegale esportato dalla Bolivia, sotto forma di tavole di legno, parquet, e altri prodotti per arredo; il 24% del ‘prodotto’ fuorilegge che esce dal Camerun; il 33% del legname illegale della Costa d’Avorio, il 25% di quello della Repubblica Democratica del Congo, il 36% di quello esportato dal Congo, il 24% di quello dal Gabon, il 14% del prodotto illegale dall’Indonesia, il 13% dalla Thailandia, il 5% dalla Malesia e il 7% dalla Cina. Negli ultimi anni poi, nel mercato illegale italiano si sono affacciati anche i Paesi dell’est, come Bosnia e Ucraina, rispettivamente con il 42% e l’11% di legname illegale esportato. Solo nel 2006, riferisce il Wwf, l’Unione europea ha importato tra 26,5 e 31 milioni di metri cubi di legname e prodotti derivati del legno di origine illegale, una cifra che equivale al totale del legname prodotto in Polonia nello stesso anno. Il 23% dei prodotti in legno importati dall’Europa dell’est, il 40% dei prodotti importati dal Sudest asiatico, il 30% di quelli importati dal Sud America, e il 36-56% di quelli provenienti dall’Africa hanno origine sospetta o illegale. In questo mercato i maggiori importatori europei risultano essere la Finlandia, il Regno Unito, la Germania e l’Italia. Il taglio illegale di legname, ricordano gli ambientalisti, e’ la principale causa di deforestazione e dei cambiamenti climatici (25% emissioni gas serra e’ dovuto a degradazione delle foreste e deforestazione), si lega a crimine organizzato, corruzione, violenza e riciclaggio di denaro. Inoltre, spesso i profitti di queste attivita’ servono a finanziare guerre civili e acquisto d’armi, specie in Africa. Di qui l’appello del Wwf, che chiede con forza di promuovere una legislazione europea energica che garantisca la circolazione di prodotti derivati e legname di origine legale. I fornitori dovrebbero dimostrare l’origine e la legalita’ del legname, e allo stesso tempo dovrebbero essere introdotte delle sanzioni per ogni violazione commessa.(ANSA).
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23
July
2008
Si, partire! Con Fido e Fuffi muniti di passaporto, microchip e necessaire si possono vivere dei momenti di relax in giro per il mondo. A patto non vi dimentichiate della pallina preferita o dell’osso da sgranocchiare per fare merenda, quella che un tempo veniva chiamata “vita da cani” per sottolineare le difficoltà ed i problemi di un’esistenza, si può trasformare in una vacanza bestiale. Avete deciso di raggiungere le sognate mete estive in treno? Cani, gatti, volatili, pesci ed altri piccoli animali possono viaggiarci purché chiusi in apposite gabbiette salvo particolari divieti o previo prenotazione dell’intero scompartimento.
Guinzaglio e museruola basta per le traversate su navi e traghetti. Diverso il discorso se preferite prendere l’aereo con il vostro miglior amico a quattro zampe al seguito. Flessibili Alitalia, Meridiana e Air One, Volareweb non ammette l’imbarco ai cani di grande taglia visto che la compagnia manca di bagagliaio pressurizzato. Dev’essere approvato dal vettore, il trasporto dei quadrupedi secondo le regole di Air Dolomiti (Gruppo Lufthansa). RyanAir non accetta animali a bordo di alcun volo, fatta eccezione per il trasporto di cani guida per non vedenti. Ma al di là della compagnia, delle mete e della taglia, per viaggiare in aereo ecco il nostro vademecum.
I consigli:
1) ricordatevi del passaporto
2) controllate le vaccinazioni; ad esempio in tutto il bacino del Mediterraneo (per l’Italia in Sardegna, Argentario, Isola d’Elba, Sicilia e altre regioni del sud) il pericolo è rappresentato dal pappatacio, un insetto che può trasmettere la leishmaniosi. In tali zone, malgrado valga la vaccinazione, è altamente consigliato non far dormire il cane all’aperto durante la notte e distribuire antiparassitari sul pelo.
3) leggete attentamente i regolamenti delle varie compagnie aeree, marittime e ferroviarie; gabbietta per il loro trasporto, quantità di animali accettati e possibilità di farli uscire o meno dal contenitore per viaggio: disposizioni che variano tra compagnie.
4) paese che si va, obbligo sanitario che viene richiesto; per saperlo, rivolgetevi al Consolato delle Nazioni dove avete intenzione di andare
5) per i non vedenti, il viaggio dei cani (purché muniti di museruola e guinzaglio) che li accompagnano godono di alcune facilitazioni
6) prezzi: peso e ingombro possono far variare il supplemento di eccedenza
7) al controllo ai raggi X, mentre il contenitore per il trasporto dell’animale deve essere collocato sul nastro con gli altri bagagli per il normale controllo, Fido o Micio devono essere presi in braccio (munitevi di guinzaglio!).
se ad esempio il vostro micio viaggia in stiva, ricordatevi di non “allucchettare” il trasportino, poiché qualora il personale dovesse aver bisogno di accedere all’animale, non potrebbe farlo.
9) lasciate una ciotola vuota nella gabbietta dell’animale; in caso di attese prolungate, o durante scali intermedi, il personale della compagnia aerea potrà colmare la ciotola.
10) fate bere il vostro animale fino al momento di partirE
11) requisito di legge negli Stati Uniti, qualcuno consiglia lo spuntino due ore prima della partenza, tende a calmare l’animale
12) scegliete la rotta e la compagnia aerea; molti aeroporti non hanno strutture adeguate alla loro accoglienza e le attenzioni all’animale riposto variano a seconda le compagnie. Ad esempio la British Airways, garantisce l’assistenza di personale qualificato.
13 Controllate se il volo prevede scali in paesi di transito con cambi di compagnia aerea o di velivolo, sia perché i trasferimenti da un aeromobile ad un altro possono comportare rischi per gli animali stessi (rottura delle gabbiette e smarrimento dell’animale), ma soprattutto perché l’animale può essere bloccato nel paese di transito per eventuali controlli sanitari o addirittura per il fermo della quarantena. Pertanto, bisogna informarsi preventivamente sugli obblighi sanitari anche del paese di transito non solo di quelli relativi al paese di arrivo
Le limitazioni:
1) posti; ogni volo dà asilo a un numero limitato di animali. Ad esempio sul Jumbo 747, possono salire solo 4 animali nella classe economica e 1 in Business class, pertanto è indispensabile prenotare il viaggio il prima possibile. Alcune compagnie consentono il viaggio in cabina. Ma per scrupolo riconfermate la sua presenza dell’animale anche nei due giorni che precedono la partenza.
2) età; molte le compagnie che non accettano cuccioli con meno di 12 settimane di vita
3) gravidanza: è vietato il volo a quadrupedi in dolce attesa se prossimi al parto
4) sedativi: non sono ammessi in volo animali sedati tanto da non farcela a reggersi inn piedi da soli.
+ + Visita il sito del Ministero della Salute per maggiori informazioni
Fonte : La Zampa.it
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23
July
2008
In Italia, il ricorso a materie prime non-food sta registrando decisi passi in avanti, con investimenti annui in ricerca e sviluppo pari al 10-15% del fatturato del settore. L’obiettivo principale è la sperimentazione su materie quali le alghe, la jatropha curcas e l’olio fritto esausto da impiegare nella produzione di biodiesel in alternativa a soia, colza e olio di palma. In questo modo, l’impatto del biodiesel sulle colture alimentari, già limitato visto che nel mondo le coltivazioni dedicate sono meno dell’1% del totale, potrà essere ulteriormente circoscritto, secondo le linee guida dell’Unione Europea in tema di sostenibilità.
«In Italia abbiamo già alcuni esempi concreti - ha spiegato Maria Rosaria Di Somma, Direttore Generale dell’Unione Produttori Biodiesel, l’associazione di Confindustria che tutela e sviluppa il mercato del biodiesel -. Grazie alla ricerca e alla sperimentazione, colture innovative o materiali apparentemente di scarso valore potranno invece servire per produrre biodiesel e per una riconversione di produzioni agricole scarsamente remunerative».
Il Cnr di Catania sta testando la jatropha curcas, pianta tropicale che cresce nei terreni semi-aridi e in presenza di scarse precipitazioni. I suoi frutti non sono commestibili, ma dai semi si ricava olio (intorno al 39% del peso) che può essere impiegato in generatori diesel anche dopo un solo processo di filtraggio. I residui della macinazione possono produrre metano o fertilizzante per i terreni. Un ettaro può accogliere circa 2.500 piante da cui si ottengono 8.000 kg di semi che forniscono 2.200 kg di olio e circa 5.000 kg di fertilizzante. Le alghe sono un’altra possibile sorgente di olio vegetale per biodiesel. La tipologia migliore è quella delle microalghe, organismi vegetali delle dimensioni inferiori a 2 mm che si sviluppano in fotosintesi clorofilliana, come il diatom Phaeodactylum tricornutum (Bacillariophyceae) o il Botryococcus braunii BBG-1. Le microalghe sono da preferire alle macroalghe perché contengono più olio, crescono più rapidamente e hanno una struttura meno complessa. La resa oleica delle alghe ipotizzata è di circa 250 volte superiore a quella della soia e da 7 a 31 volte superiore a quella dell’olio di palma. I test in corso hanno l’obiettivo di valutare la creazione di bioraffinerie, pensate come un’estensione delle aziende agricole e finalizzate alla produzione decentrata di energia per l’autoconsumo (elettricità, calore, carburante per trattori, ecc.) e per la vendita esterna.
Un ricorso più strutturato all’olio fritto esausto, inoltre, potrebbe dare un apporto rilevante alla produzione di biodiesel e alla riduzione dell’inquinamento. In Italia, infatti, si consumano annualmente 600-700 mila tonnellate di olio di oliva e altrettante di olio di semi. L’unico recupero di olio alimentare esausto è effettuato presso i grandi utilizzatori (ristoranti, fast food, mense…) per circa 35 mila tonnellate/anno. È stato quindi calcolato che circa 800 mila tonnellate annue di olio, che potrebbero essere utilizzate per produrre biodiesel, finiscono nell’ambiente attraverso le reti fognarie.
Fonte : La Stampa
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