Archive for the ‘sprechi’ Category

Un G8 da 500 milioni

Friday, February 26th, 2010

Tra la Maddalena e L’Aquila speso oltre mezzo miliardo per tre giorni di vertice. Con appalti affidati ai soliti amici. Ecco la lista di tutti gli sprechi della megalomania del premier

 

L’ex arsenale militare ristrutturato per ospitare il G8

Il vertice G8 più caro della storia: oltre mezzo miliardo di euro per soli tre giorni di riunioni. Una follia mediatica per assicurare una platea tra i grandi della Terra al capo del governo Silvio Berlusconi nel momento di massima crisi per lo scandalo Noemi. Cinquecentododici milioni 474 mila euro, per la precisione, è la somma finale pagata dagli italiani per quel summit trasferito a L’Aquila dall’8 al 10 luglio 2009. E, mentre i terremotati abruzzesi soffrivano nell’afa delle tendopoli, gli uomini di Guido Bertolaso spendevano 24 mila euro in asciugamani, 22 mila 500 euro in ciotoline Bulgari d’argento, altri 350 mila per televisori Lcd e al plasma e 10 mila euro per i bolliacqua del the. Alla faccia degli intenti frugali, che avevano convinto a rinunciare alle strutture della Maddalena per testimoniare la solidarietà dei Grandi alle vittime del sisma, non si è risparmiato su nulla.

Il gran banchetto Eppure per dotare l’isola sarda di alberghi, sale conferenze, porti e giardini erano già stati bruciati 327 milioni 500 mila euro. Fondi che ora gli atti dell’inchiesta della Procura di Firenze rileggono in una chiave diversa, descrivendoli come il banchetto di una “cricca” tutta presa dalla spartizione di appalti senza concorrenza e senza trasparenza. I magistrati hanno arrestato i protagonisti di quelle opere: Angelo Balducci, Fabio De Santis e Mauro Della Giovampaola, ai vertici della struttura di Bertolaso che ha gestito l’affare, e il costruttore rampante Diego Anemone, dominus di queste opere. Ma lo stesso numero uno della Protezione civile è sotto inchiesta, come altri tecnici e imprenditori impegnati nei cantieri sardi. Tutte le opere della Maddalena sono diventate inutili quando il premier ha deciso di cambiare scenario e spostare la riunione internazionale all’Aquila, tra le macerie e i senzatetto. Una mossa di grande effetto mediatico, che ha ridotto a zero il rischio di manifestazioni no global e ha anche azzerato l’agenda dei lavori, sottraendo in nome del lutto il premier al rischio di insuccessi diplomatici o di imbarazzi per lo scandalo di escort e festini presidenziali. Il tutto a carissimo prezzo: altri 184 milioni 974 mila euro bruciati per le tre giornate abruzzesi. In tutto, appunto, oltre mezzo miliardo: il tributo dei contribuenti italiani al vertice più folle, costoso e inutile della storia recente. E come nell’assegnazione delle opere della Maddalena, anche scorrendo la lista dei lavori per l’Aquila le sorprese abbondano.

Ci sono anzitutto i soliti noti del ristretto giro di Palazzo Chigi e che tra i clienti privilegiati di tutti gli eventi internazionali non mancano mai. Come Relais le jardin che per oltre un milione di euro si è aggiudicata la fornitura del servizio di catering per i banchetti organizzati per i capi di Stato. Solo che Relais non è una società qualsiasi: appartiene alla famiglia di Stefano Ottaviani, sposato con Marina Letta, figlia di Gianni, l’onnipotente sottosegretario alla presidenza del Consiglio. O come la Triumph dell’immancabile Maria Criscuolo, incaricata dei materiali per giornalisti e delegazioni estere e del servizio di interpretariato con un compenso di un milione 250 mila euro.

Colpo Grosso Altro caso in cui i legami con la presidenza del Consiglio contano eccome è quello di Mario Catalano. Famoso come scenografo di “Colpo grosso”, la prima scollacciatissima trasmissione andata in onda sulle tv private negli anni Ottanta, Catalano è già stato premiato dal Cavaliere a inizio legislatura con una ricca consulenza a Palazzo Chigi dove cura l’immagine del premier e gli eventi pubblici in cui è coinvolto. Ma evidentemente la prebenda non basta ed ecco infatti Catalano accorrere tra le macerie dell’Aquila per le performance del presidente. Con l’incarico di verificare, vai a capire perché proprio lui, la piena applicazione della legge 626 che regola la sicurezza sul lavoro. Il tutto per altri 92 mila euro.

Chi invece ha conquistato a sorpresa la vetrina del G8 è Giulio Pedicone, titolare della Pedicone Holding e della Las Mobili, azienda abruzzese che fabbrica attrezzature per uffici. Imprenditore venuto dal niente, Pedicone ha visto la sua carriera coronata dal vertice dove la Las è stata chiamata direttamente e senza alcuna gara a fornire mobili per circa 300 mila euro. Gli uomini di Bertolaso non ammettono dubbi sul fatto che ciò è avvenuto «dopo un’approfondita indagine di mercato». Altrettanto sicuro però è che della Pedicone Holding, titolare del 64 per cento della Las, dal 2007 è sindaco supplente Gianni Chiodi, commercialista con studio a Teramo in società con Carmine Tancredi (a sua volta cugino di Paolo, senatore del Pdl), ma soprattutto presidente della Regione Abruzzo dal dicembre 2008 e commissario delegato all’emergenza terremoto e alla ricostruzione.

In alto le bandierine Il legame con il governatore è solo una delle note singolari in una lista della spesa sterminata. Dei circa 185 milioni divorati dal summit, 52 milioni 666 mila euro sono stati utilizzati da Bertolaso in parte per investimenti in «infrastrutture tecnologiche» e il resto in «spese di funzionamento » ossia per forniture e servizi, dalla ristorazione alle bandierine per le auto. Altri 43 milioni 807 mila euro se ne sono andati invece per rimborsare gli interventi fatti da altre amministrazioni, come la Guardia di Finanza che ha ospitato la sede del G8, o il Provveditorato alle opere pubbliche per il Lazio, Abruzzo e Sardegna che ha curato l’adeguamento della scuola sottufficiali e del minuscolo aeroporto di Preturo assieme alla realizzazione della strada per Coppito. Infine ulteriori 88 milioni 500 mila euro sono stati stanziati dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti ai dicasteri della Difesa e degli Interni, oltre alle Capitanerie di porto, per finanziare la cupola protettiva che ha difeso quei tre giorni di incontri: una triplice barriera di sicurezza in cielo, mare e terra.

Immergersi nella lunga catena di 145 fatture saldate dalla Protezione civile per l’evento fa scoprire più di una nota stonata. Lussi e sprechi che poco si addicono a un vertice spostato tra i terremotati in nome della sobrietà e della solidarietà. In una regione che aveva pianto almeno 308 morti per il sisma e doveva restituire una vita dignitosa a 80 mila senzatetto, i gadget delle grandi occasioni paiono affronti. Trascurando le ciotoline d’argento Bulgari gentile omaggio per i capi di Stato, si va dalle 60 penne “edizione unica” fornite da Museovivo al costo di 26 mila euro e utilizzate dai leader solo per apporre il loro prezioso autografo sui trattati. Ci sono poi la fornitura di poltrone Frau per le sedute di quei tre giorni e costate 373 mila euro; gli addobbi floreali per 63 mila euro; la pellicola protettiva per il rivestimento degli ascensori (9 mila); i portablocchi notes forniti dalla rinomata Pineider al prezzo di 78 mila euro.

Premier in primo piano E non è finita. Si possono forse trascurare le grosse commesse nelle quali primeggiano Selex e Seicos (Finmeccanica) per le forniture tecnologiche relative alla sicurezza (oltre 18 milioni di euro) con la centrale di coordinamento delle forze schierate, Telecom per gli apparati telefonici(12 milioni) e Limelite per la realizzazione dell’areagiornalisti (altri 2 milioni)? E poi: Studio Ega per l’accoglienza e prenotazioni alberghiera delle delegazioni (2 milioni e mezzo); Tecnarr per l’allestimento della sala conferenze (quasi 2 milioni); Semeraro per gli arredi (1 milione 700 mila euro); Composad per i frigoriferi e altri arredamenti (1 milione 500 mila euro); Jumbo grandi eventi per le prenotazioni e il trasporto delle delegazioni (1 milione 200 mila euro). Per non parlare della D and d lighting & truck, sponsorizzatissima a Palazzo Chigi per soddisfare tutte le esigenze sceniche e televisive del premier: al G8 è stata premiata con una commessa di un milione 700 mila euro per la fornitura di attrezzature tecniche.

Insomma, una vera abbuffata. Nella quale si sommano pure le spese per il logo della manifestazione (22 mila euro); le prese elettriche; i pennoni portabandiere e le bandiere (155 mila); 30 distruggi-documenti come nei film di 007 (13 mila euro); asciugamani elettrici; stampe (126 mila); tessuto e divise per steward e hostess (18 mila euro); altre divise non meglio specificate (54 mila euro) e persino la fornitura di tessuto e adesivi per personalizzare le transenne dentro e fuori la caserma di Coppito e i contenitori per la raccolta differenziata. Altra follia da oltre 20 mila euro.

Ma gli aspetti suggestivi non sono finiti. Una “spesa infrastrutturale” di Bertolaso viene considerata la copertura (anche con fondi extra budget G8, non è chiaro) di una lacuna da sempre lamentata dai guidatori sull’autostrada Roma-Aquila- Pescara da anni gestita in concessione da Carlo Toto, l’ex proprietario di AirOne. Il problema? Su questa autostrada era pressoché impossibile ascoltare Isoradio, la rete Rai con le notizie in tempo reale sul traffico. Ma alla vigilia del G8 ecco entrare in azione Bertolaso. Certo ai pendolari abruzzesi costretti a fare la spola con la capitale pesava viaggiare senza le informazioni sul traffico. E qualcuno deve avere pensato che anche i cortei blindati dei Grandi avevano bisogno dei bollettini sulle code lanciati da Onda verde: così Isoradio è stata installata lungo tutta l’autostrada dalle cento gallerie a spese della Protezione civile. Un regalo a Toto che vanifica l’accordo tra Rai e società autostradali che pure obbligherebbe la prima a reperire le frequenze e le seconde a garantire l’acquisizione e la manutenzione degli impianti.

Scuola modello Singolare anche la sorte dei quasi 29 milioni rimborsati dalla Protezione civile per le spese di “investimento” eseguite da altre amministrazioni pubbliche. Ben 23 milioni se ne sono andati per gli interventi nella scuola sottufficiali delle Fiamme Gialle. In questa caserma serrata da alte mura che si sviluppano su oltre due chilomentri per 45 ettari si sono concentrati i lavori per creare gli ambienti del vertice inclusa la ristrutturazione di 1.090 stanze nelle quali hanno soggiornato i leader e i loro staff. Sono stati ritinteggiati la decina di edifici che la compongono; è stata installata una rete in fibra ottica; sono stati sistemati oltre 120 mila metri quadrati di verde; piantati alberi ad alto fusto; le camere sono state arredate al top, dotandole di tv, telefoni e ogni altro tipo di comfort (di cui adesso godrebbero i senzatetto del sisma). Ma ci sono stati pure i lavori radicali negli impianti: l’adeguamento della rete di distribuzione dell’energia elettrica, la manutenzione delle apparecchiature da cucina e persino la messa a punto della pressione dell’acqua.

Soldi ben spesi? I restauri in genere valorizzano gli investimenti immobiliari. Ma qui è diverso. La caserma non è di proprietà dello Stato: con le cartolarizzazioni volute dal vecchio governo Berlusconi per reperire denaro fresco per le casse pubbliche, è stata venduta nel 2004 e appartiene ora a un pool di banche e istituzioni finanziarie come Immobiliare Sgr spa, Imi, Barclays Capital, Royal Bank of Scotland e persino Lehman Brothers. A loro lo Stato paga ogni anno 13 milioni di euro di affitto. Un canone ragguardevole, che nel 2009 si è arricchito anche dei vantaggi conseguenti ai faraonici lavori di adeguamento pretesi dall’impresa B&B Berlusconi-Bertolaso sulla struttura.

Opere dispendiose a fronte delle quali la proprietà non si è lasciata intenerire. Il pool ha preteso dalla Protezione civile due regali polizze assicurative. Una per la completa copertura dei rischi infortuni dei partecipanti al vertice (Ati Willis spa, 50 mila euro): non fosse mai che Obama scivolasse dalle scale. L’altra polizza per risarcire gli eventuali attacchi terroristici alla caserma nonostante caccia supersonici, missili terra-aria e migliaia di uomini in armi. Non solo, a G8 terminato hanno ottenuto il totale ripristino dei luoghi, ossia il ritorno delle sale da summit al loro compito di scuola militare costato altri 4 milioni di euro. Con tanti saluti ai terremotati aquilani che continuano a protestare per le carenze della ricostruzione e vogliono rimuovere da soli le macerie.

Fonte: L’Espresso

«Pisciottana», doveva essere costruita in 2 anni. Ma i lavori sono fermi da 21

Thursday, February 25th, 2010

Fino a oggi sono stati stanziati 22,5 milioni. Il sindaco: «Questa strada uno dei più grandi scandali nazionali»

 SALERNO — Una strada-scandalo, in pieno Parco del Cilento. Piloni scheletrici che mostrano il cemento nel cuore della campania più verde e protetta. Una strada-scandalo che doveva essere realizzata in due anni e che da 21 continua a mostrare i suoi «moncherini» di calcestruzzo in mezzo ad ulivi secolari.

L’AREA CHE FRANA - Dopo un sopralluogo tecnico è stata chiusa la strada provinciale ex statale 447 che da Ascea porta a Pisciotta. La frana che restringeva la carreggiata era già lì da mesi ma con le ultime piogge la situazione è precipitata. Sono caduti altri massi, altra fanghiglia, altro terriccio. Troppo pericoloso. Vietato il transito. Non è la prima volta che quest’arteria a mezza costa diventa impraticabile. Poco più avanti, c’è però il vero punto critico. Siamo in località Rizzico. Fino a qualche giorno fa si presentava con un manto stradale visibilmente sconnesso. Chi la percorreva era costretto ad affrontare paurosi dislivelli. Sono ancora visibili i piloni realizzati nei primi anni ’90 ed oramai abbandonati da tempo Lo sanno tutti che lì dove per anni e anni è stato sversato asfalto su asfalto, c’è una brutta frana. In paese tutti la chiamano la “frana della ferrovia” perchélì sotto scorrono i binari.

LAVORI «URGENTI» - La soluzione c’è e fu trovata già nel 1989 quando l’Anas ipotizzò una variante al tratto «incriminato». La storia, iniziata con gli espropri di terreno e l’ abbattimento di circa cento alberi di ulivi (tra l’altro mai risarciti), è racchiusa in un’interrogazione parlamentare dell’allora senatore Ettore Liguori, nel 2001. Nella descrizione dell’iter si apprende che i lavori per la realizzazione della variante per «il superamento del tratto in frana» furono ritenuti già nel 1989 «così urgenti da essere autorizzati con ordinanza del 26 luglio 1989 della Protezione civile».

CANTIERI PER DUE ANNI - I lavori dovevano terminare entro 630 giorni. In pratica quell’opera che doveva costare circa 20 miliardi delle vecchie lire doveva essere pronta nel 1992 ossia 17 anni fa. Nel 1999 l’Anas rescinde il contratto con le imprese e a luglio dello stesso anno comunica che ci sarebbe stato un nuovo appalto per il completamento dell’opera. Passano i mesi, ma di riprogettazione e riappalto nemmeno l’ombra. A quell’interrogazione del 2001 il Ministero delle Infrastrutture rispose spiegando che «alla luce del passaggio delle competenze sull’arteria in questione agli enti locali, si demandava ai nuovi soggetti il completamento della progettazione stessa». In pratica, da quel momento la patata bollente, passava alla Regione Campania e alla Provincia di Salerno. Nel 2003 la Regione Campania, stanzia 12,5 milioni di euro del POR Campania 2000/2006. A dicembre Provincia di Salerno e Comune di Pisciotta stilano un accordo di programma per realizzare in «tempi brevi» il completamento dell’opera. Altra trafila, progetto, appalto definitivo e arriviamo al 21 gennaio scorso quando l’Ati Cogenuro-Officine Marino consegna alla Provincia di Salerno il progetto esecutivo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un’altra immagine della strada «incompiuta»

 

J’ACCUSE DEL SINDACO - Dopo 21 anni dunque, la “Pisciottana”, oggi costeggiata dai piloni di cemento armato a memoria dell’inefficienza della pubblica amministrazione, dovrebbe rivedere un cantiere aperto. Cesare Festa, sindaco di Pisciotta, accusa: «E’ uno dei più gravi scandali a livello nazionale, perché si è messa a repentaglio la vita dei cittadini. Spero che dopo un lunghissimo sonno inizino presto i lavori per la variante. Fare altri piccoli interventi comporta spese e non risolve il problema».

GLI INTERROGATIVI - In attesa del cantiere, restano alcuni interrogativi: quei piloni verranno utilizzati, abbattuti o rimarranno lì? E ancora: quanto denaro pubblico in 21 anni è stato davvero speso in progetti, studi, pennellate di asfalto a fronte di appena 3 chilometri di variante? Il maltempo di questi giorni ha flagellato non solo Pisciotta ma anche Perdifumo dove si è verificato uno smottamento a ridosso di un’abitazione. Evacuata una famiglia di quattro persone. Sempre qui, nel gennaio del 2009 un’altra brutta frana colpì diverse abitazioni in località Difesa. Anche in quel caso molte famiglie furono evacuate e ad oggi non tutte hanno fatto rientro a casa.

Non solo il pane viene sprecato:ogni anno cibo buttato per 1 miliardo

Thursday, January 7th, 2010

Presente le montagne di arance del supermercato imprigionate nelle retine rosse? Basta che un frutto mostri qualche segno di deperimento perché tutto sia buttato nella spazzatura. Gli yogurt vengono gettati quando sono ancora degni di una sana merenda: «Li preleviamo dagli scaffali due giorni prima della scadenza. Tanto non li compra più nessuno», spiegano i direttori dei supermercati. Per non parlare della aragoste che facevano bella vista nei banchi frigo prima di Natale: quelle invendute sono in gran parte finite nella spazzatura.

Non solo michette e filoncini:i 180 quintali di pane che ogni giorno, a Milano, finiscono nei sacchi neri sono la punta di un enorme iceberg di immondizia. Fatto di frutta, verdura, latticini, pasta. Gli operatori parlano di un 1% di fatturato mancato per colpa dei «resi». «Se si tiene conto che il fatturato della grande distribuzione in Italia supera i 100 miliardi di euro l’anno, lo spreco alimentare vale circa un miliardo», stima Sandro Castaldo, ordinario di Marketing alla Bocconi. E la cifra tiene conto solo della grande distribuzione.

Tra le catene più abili nel contenere i cosiddetti «resi» c’è Esselunga. «Ogni punto vendita produce i quantitativi di pane basandosi sul venduto dei giorni precedenti— spiegano al quartier generale di Pioltello —. Nonostante ciò, è inevitabile che rimanga una piccola quantità di pane. La sua alta deperibilità ci impedisce di regalarlo. Come facciamo invece per altre rimanenze che consegniamo al Banco Alimentare».

Ma il problema non riguarda solo i super. Perché sono i produttori a farsi carico dell’onere economico delle rimanenze. «La grande distribuzione chiede ai panificatori artigianali di consegnare pane fresco in abbondanza per avere gli scaffali pieni fino all’ora di chiusura. Nei contratti è previsto il ritiro dell’invenduto da parte del panificatore. Che non può fare altro che buttare tutto», lamenta Luca Vecchiato, presidente della Federazione italiana panificatori. Il sistema è lo stesso quando si parla di formaggi e latticini. Il produttore è tenuto a ritirare l’invenduto. Per di più mantenendo la catena del freddo. Poi, si vede ritirare gratuitamente i prodotti scaduti da società produttrici di mangimi. In alcuni casi paga un compenso per liberarsi della merce. L’alternativa è buttare tutto nell’umido, con il conseguente versamento della tassa sullo smaltimento dell’immondizia. «Con un sistema efficace di riciclo, si potrebbe ridurre l’impatto sull’ambiente e sfamare persone in difficoltà», sintetizza Luciano Morselli, docente di Gestione dei rifiuti a Rimini. Ma per trasformare in sistema le iniziative di pochi (il Banco Alimentare, i Lastminutemarket dell’università di Bologna) servirebbero agevolazioni fiscali mirate. «Alcuni comuni fanno sconti sulla tassa sui rifiuti a chi dona le eccedenze. Ma non basta — valuta Tommaso di Tanno, docente di diritto tributario all’università di Siena —. Se vogliamo diventare a sprechi zero la leva tributaria potrebbe agire in ben altri modi. Agevolando i virtuosi».

  • NOTIZIE CORRELATE
  • Milano butta via ogni giorno 180 quintali di pane
  • Fonte: Corriere della Sera
  • WWF: ‘Dec-albero’, semplici consigli per un Natale sostenibile

    Saturday, December 26th, 2009

    Addobbare le piante del balcone, accendere luminarie a basso consumo, acquistare prodotti a Km zero e fare shopping in bicicletta. Consigli per un Natale ecologico ed alternativo

    (Rinnovabili.it) – A Natale non bisogna dimenticare il rispetto per l’ambiente. Sembra essere questo il messaggio che il WWF ha voluto lanciare alla soglia delle festività attraverso il ‘Dec-Albero’, dieci consigli per festeggiare in allegria all’insegna della sostenibilità.
    Dalle luminarie a basso consumo all’utilizzo di prodotti locali e quindi a chilometri zero, dallo shopping in bicicletta o con i mezzi pubblici contribuendo a ridurre le emissioni dannose, all’acquisto di apparecchi elettronici che siano ad alta efficienza, affinché i benefici di un acquisto intelligente durino tutto l’anno e non contribuiscano all’aumento delle emissioni di CO2 in atmosfera.
    Ma la maggiore attenzione è riservata al grande protagonista del Natale, l’albero: non è importante che sia un abete né tantomeno che l’abete sia vero, spesso il nostro clima non gli permette di sopravvivere. Sarebbe meglio quindi addobbare un tipico albero delle nostre zone, stesso effetto con un pizzico di originalità in più.
    Ma come dimenticare le luminarie, sono loro le coprotagoniste delle Feste, ma meglio se a LED o comunque a basso consumo, per evitare inutili sprechi avendo l’accortezza di non lasciarle accese tutta la notte inutilmente.
    Per il cenone natalizio all’insegna della tradizione si possono scegliere, rispettando l’ambiente, prodotti locali che non hanno contribuito ad inquinare, visto il breve tratto percorso per arrivare sulle nostre tavole, e prodotti certificati che non vadano ad alimentare il commercio illegale di specie protette.
    Festeggiare rispettando l’ambiente potrebbe rendere tutti più felici!

    Fonte: La Repubblica

    Nella spazzatura degli americani le calorie per sfamare il pianeta

    Thursday, November 26th, 2009

    NEW YORK - Mentre oltre un miliardo di persone nei paesi in via di sviluppo muoiono di fame, il cibo gettato nei mondezzai dagli americani è aumentato del 50% dal 1974 ad oggi, raggiungendo uno spreco di oltre 1400 calorie pro capite al giorno. Pari complessivamente a 150 milioni di miliardi di calorie l’anno.

    E’ la scioccante rivelazione che emerge da uno studio realizzato da Kevin Hall del National Institute of Diabetes and Digestive and Kidney Diseases di Bethesda, in Maryland, pubblicato oggi sulla rivista PLoS ONE.

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    Oltre ad incidere sui bilanci famigliari del Paese in un periodo di grave crisi economica, gli sprechi alimentari degli americani hanno un impatto a dir poco devastante sull’ambiente. Buttare via significa infatti inquinare. Più si butta e più si inquina. Come? “Quando gettiamo via gli avanzi nella spazzatura, finiamo di fatto per sprecare l’acqua e il petrolio serviti per la produzione e il trasporto di quei cibi”, teorizza il rapporto, “oltre ad aumentare le emissioni di CO2 e metano per via della decomposizione degli alimenti”.

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    Secondo Hall, le calorie buttate quotidianamente nella pattumiera da ogni singolo americano equivalgono a quasi i tre quarti del fabbisogno giornaliero di un altro essere umano, che è intorno a 2000 calorie. Ogni americano, in sostanza, getta via una quantità di cibo sufficiente a sfamare un altro individuo.

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     Attenti però a biasimare soltanto gli Usa. Secondo le ultime rilevazioni dell’associazione dei consumatori Adoc, ogni famiglia italiana getta nel cassonetto ogni anno una media di 515 euro in cibo: il 9% della spesa totale effettuata, con un picco di sprechi proprio nel periodo natalizio. Sarebbe bene ricordarselo, quando si va a fare la spesa di fine anno.

    Caldaia, come abbattere costi e consumi

    Wednesday, November 18th, 2009
    Pubblicato il vademecum del Ministero dello Sviluppo Economico
    FTAOnline

    “Bruciare” costi e consumi si può con una corretta manutenzione della caldaia. I preziosi consigli sull’acquisto e gestione di un impianto domestico di riscaldamento arrivano dalla Direzione Generale per l’energia nucleare, le energie rinnovabili e l’efficienza energetica del Dipartimento per l’Energia del Ministero dello Sviluppo Economico che, in collaborazione con Adiconsum, Assotermica, Cna, Confartigianato e Federconsumatori, avrebbe realizzato un vademecum per il cittadino.

    Controlli importanti

    Le caldaie fino a 8 anni di anzianità, sostiene il vademecum, dovranno essere controllate ogni 4 anni, mentre quelle più vecchie di 8 anni devono essere verificate ogni 2 anni. La certificazione di idoneità dovrà essere rilasciata da un tecnico abilitato, che avrà l’obbligo di redigere e sottoscrivere un rapporto di controllo tecnico che verrà consegnato, oltre che al richiedente anche all’autorità competente a cui è demandato lo svolgimento degli accertamenti e delle ispezioni.

    Risparmio in cifre

    La piccola guida pubblicata online dovrebbe, se seguita fedelmente, portare ad ampi margini di risparmio sul riscaldamento domestico. Stando ai calcoli degli esperti del ministero infatti una maggiore attenzione per l’impianto di riscaldamento e l’eventuale sostituzione possono comportare un abbattimento dei costi di riscaldamento stimato nell’ordine del 20%.
    Oltre agli evidenti vantaggi economici, sostiene il Dipartimento, ci sarebbe un significativo ritorno anche in termini ambientali, con la riduzione drastica delle emissioni inquinanti.
    Un obiettivo possibile che consentirebbe, a livello di Sistema Paese, di immettere nell’atmosfera almeno 3 milioni di tonnellate di anidride carbonica (CO2) in meno ogni anno e di ottenere una riduzione dei consumi di 1.400 ktep, ossia un risparmio di energia pari a 1,4 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio.

    L’Italia delle caldaie

    Secondo le rilevazioni sarebbero ben 20 milioni le caldaie installate nel nostro Paese con un rendimento medio del 70%. Ogni anno quelle che vengono sostituite, perche’ obsolete, sono almeno un milione e quelle di nuova concezione tecnologica hanno un rendimento superiore, intorno all’85%, rispetto ai modelli precedenti. I cittadini che installano una nuova caldaia in sostituzione di una esistente beneficiano di una riduzione della bolletta energetica che si stima sia indicativamente del 20% all’anno.

    La sostituzione di un milione di impianti consente ogni anno una maggiore efficienza di sistema, comportando anche una riduzione della bolletta energetica nazionale di circa l’1% all’anno. Oltre che con la sostituzione degli impianti, anche con la loro regolare manutenzione - seguendo le scadenze minime riportate dalle ‘Istruzioni per il Cittadino’ - si puo’ migliorare il livello di rendimento fino al 4,5%.

    Più efficienza per tutti

    Sostituzione e manutenzione della caldaia secondo i tecnici del Ministero possono contribuire ad un maggior efficientamento delle risorse nell’ordine del 7% ogni anno.

    Se si considera il solo settore residenziale, il cui consumo energetico complessivo annuale e’ di 20.000 ktep (migliaia di tonnellate equivalenti petrolio), la sostituzione delle caldaie e una regolare manutenzione, implicano una riduzione dei consumi annui di 1.400 ktep, che corrispondono ad una mancata emissione di 3 milioni di tonnellate di CO2.

    Fonte : La Stampa

    Risparmio energetico in condominio, basta la maggioranza ridotta

    Tuesday, October 20th, 2009

    A  oltre 18 anni dal varo della prima legge organica sul risparmio energetico (10/91), oggi finalmente si hanno le idee un po’ più chiare a proposito delle maggioranze “speciali” previste per gli interventi di efficienza energetica in condominio (commi 2 e 5 dell’articolo 26 della legge). L’ultima parola in proposito l’ha detta la legge 99 del 23 luglio scorso (al comma 22 dell’articolo 27) integrando il comma 2 (dopo il restyling portato dal Dlgs 311/2006) che ora così recita: «Per gli interventi sugli edifici e sugli impianti volti al contenimento del consumo energetico e all’utilizzazione delle fonti di energia di cui all’articolo 1, individuati attraverso un attestato di certificazione energetica o una diagnosi energetica realizzata da un tecnico abilitato, le pertinenti decisioni condominiali sono valide se adottate con la maggioranza semplice delle quote millesimali rappresentate dagli intervenuti in assemblea».

    La decisione
    L’aggiunta portata dalla legge 99/2009 è quella delle ultime parole («rappresentate dagli intervenuti in assemblea»). La nuova norma ha fatto piazza pulita di tutte le interpretazioni precedenti, di dottrina e giurisprudenza, inventando una nuova maggioranza condominiale, non contenuta nel Codice civile: quella “semplice” dei millesimi degli intervenuti in assemblea. In altre parole non contano i condomini favorevoli all’intervento, bensì solo i loro millesimi: devono essere più di quelli dei condomini che votano contro, sommati con eventuali astenuti (la giurisprudenza ha chiarito che contano come contrari).

    Naturalmente l’assemblea deve essere di per sé valida. Devono cioè essere presenti di persona o per delega almeno un terzo dei condomini che possiedano un terzo dei millesimi. Queste sono infatti le maggioranze necessarie per la seconda convocazione (le assemblee in prima sono casi rarissimi). Fatti alcuni elementari calcoli, si può dire che una decisione di risparmio energetico potrebbe in teoria vedere il voto positivo dei condomini che possiedono appena 167,7 quote su 1.000, se all’assemblea partecipano solo un terzo dei condomini che possiedono solo un terzo dei millesimi. Va aggiunto che, per giurisprudenza di Cassazione, anche una decisione presa senza le necessarie maggioranze è annullabile solo se impugnata in giudizio entro 30 giorni da quando se ne ha avuta conoscenza: trascorso questo periodo, diventa valida.

    Gli interventi ammessi
    Ci si può chiedere: ma quali interventi sono da considerare «volti al contenimento del consumo energetico»? Prima che intervenisse il Dlgs 311/2006, modificando il comma 2, si disponeva di un elenco abbastanza preciso delle opere ammesse, contenuto sempre nella legge 10/91 (articolo 8) ed espressamente richiamato nel comma 2. Ora non più. Ci si limita ad affermare due cose. La prima è che sono comprese tutte le opere che coinvolgono fonti rinnovabili di energia (sole, vento, idroelettrico, geotermico, biomasse). La seconda è che può andar bene qualsiasi intervento programmabile, se porta a un risparmio attestato da una certificazione energetica o una diagnosi energetica. A patto che, naturalmente, si seguano alla lettera le prescrizioni del Dpr 59/2009, che impone certi parametri di legge per gli interventi sugli impianti di riscaldamento. Per fare qualche esempio, certi rendimenti minimi sia per la caldaia sia per le nuove pompe di calore elettriche o a gas (quando li si sostituisce) nonché sonde di rilevamento della temperatura all’esterno dell’edificio per tarare quella interna.

    Alle condizioni previste dalle norme tecniche, sono agevolate non solo la ristrutturazione di impianti di riscaldamento, ma anche quella di impianti di condizionamento estivo e di produzione di acqua calda sanitaria. Via libera anche alle opere di coibentazione degli edifici (per esempio del tetto o anche dei muri, con “cappotti termici”). Potrebbe forse essere consentita a maggioranze ridotte pure la conversione dal gasolio al metano, se non altro perché si tratta di un combustibile meno inquinante che allunga il ciclo di vita della caldaia e “sporca” meno camini e canne fumarie. Ciò porta, sul lungo periodo, al miglioramento del rendimento.

    Sul fronte idrico
    Resta incerta, invece, la tesi che le opere con maggioranze condominiali ristrette possano riguardare il risparmio idrico, che pure è stato agevolato dalla Finanziaria 2009 e dalle norme di molte regioni. Infatti la raccolta, il filtraggio e l’erogazione delle acque piovane non hanno prestazioni attualmente attestabili con una certificazione energetica (che è richiesta dal comma 2) e prevedono dispositivi (ad esempio pompe) che fanno aumentare anziché diminuire i consumi di energia propriamente detti.

    I QUORUM
    Risparmio energetico
    Per deliberare interventi diretti al risparmio energetico, purché individuati con una certificazione energetica o una diagnosi energetica, basta la maggioranza dei millesimi degli intervenuti in assemblea (articolo 26, comma 2, legge 10/1991). Il Dpr 59/2009 scoraggia la trasformazione dell’impianto negli edifici residenziali con più di quattro appartamenti (e in quelli più piccoli se la potenza nominale è maggiore o uguale di 100 kW) a meno che sia inevitabile per cause tecniche o di forza maggiore.
    Termoregolazione e contabilizzazione del calore
    Per l’installazione di dispositivi di termoregolazione e contabilizzazione del calore, l’assemblea condominiale decide a maggioranza ordinaria in deroga agli articoli 1120 e 1136 del Codice civile (articolo 26, comma 5, legge 10/1991). In questo caso, non serve una certificazione o una diagnosi energetica. Da notare che l’adozione della centralina di termoregolazione programmabile è resa obbligatoria dal Dpr 59/2009 in caso di ristrutturazione integrale dell’impianto centralizzato.

    Fonte: Il Sole 24 ORE

    Termoregolazione e contabilizzazione al centro dei dubbi
     
    Gli impianti centralizzati si fanno preferire

    I cassonetti di Palermo con le misure sbagliate

    Monday, June 22nd, 2009

    Sembrava impossibile anche a loro, agli ingegneri, agli autisti e agli spazzini di lungo corso convocati in gran segreto sul piazzale della discarica di Bellolampo. Spingi a destra, spingi a sinistra. Niente. Spingi da sotto, spingi da sopra. Niente. Riprova a destra, riprova da sopra. Niente, ma proprio niente da fare. I cassonetti comprati l’anno scorso per far partire a Palermo la raccolta differenziata non vanno bene. Misure sbagliate, sistema di aggancio incompatibile: i camion non li possono sollevare e svuotare. Se ne sono accorti diversi mesi fa quelli dell’Amia, l’azienda comunale che si occupa di rifiuti e di cui spesso si è occupata la magistratura. Visto il comprensibile imbarazzo, hanno provato a tenere nascosta la notizia. E pure i cassonetti, confinati in un piazzale fuori città.

    Li avevano comprati un anno fa, primo blocco da 1.500 esemplari a 500 euro l’uno per un totale di euro 750 mila a spese dell’ignaro contribuente. Dovevano consentire il recupero di carta, plastica e vetro, risollevando Palermo da quel misero 4 per cento di raccolta differenziata che spinge la quinta città d’Italia in fondo alla classifica nazionale. E invece si sono trasformati da contenitore per i rifiuti in rifiuti punto a basta. Mai utilizzati, nemmeno per un giorno. Inservibili anche per sostituire almeno una parte dei 5 mila cassonetti incendiati o danneggiati nelle ultime settimane in città, quando la raccolta si è fermata per mancanza di soldi e i palermitani hanno cominciato a dare fuoco ai cumuli di spazzatura che riempivano le strade. Ancora adesso sono fermi in quel piazzale di Bellolampo, la discarica cittadina vicina all’esaurimento (ovvio) visto che senza differenziata tutta la spazzatura finisce qui. Avvistarli non è cosa semplice: la discarica è recintata e sorvegliata. Bisogna prendere la strada che sale verso Torretta e poi tagliare per i rimboschimenti della forestale, armati di un buon teleobiettivo.

    Chi ha sbagliato? Non la ditta che ha costruito i cassonetti e li ha regolarmente consegnati. Era proprio l’ordine ad essere impreciso e adesso l’Amia non può rivalersi su nessuno. L’azienda ha pure provato a rivenderli come affarone di seconda mano. Ma il salvataggio in corner non è riuscito. Qualcuno aveva pensato di piazzarli negli Emirati Arabi, visto che lì l’Amia doveva partecipare ad un bando proprio per la raccolta differenziata. Ma nemmeno gli arabi ne hanno voluto sapere. Di quelle missioni a Dubai ed Abu Dhabi resta solo l’inchiesta aperta nelle settimane scorse dalla magistratura palermitana. In 22 viaggi la delegazione guidata dall’allora presidente del consiglio d’amministrazione Vincenzo Galioto, ora senatore del Pdl, avrebbe speso almeno 300 mila euro. Più o meno la metà di quanto l’Amia ha pagato quei cassonetti ancora fermi sul piazzale. Cassonetti che adesso rischiano di fare la stessa (triste) fine degli ultimi camion per la raccolta comprati dall’Amia.

    Con un debito che supera i 150 milioni di euro, l’azienda non riesce a pagare l’assicurazione dei nuovi mezzi, che quindi restano chiusi in garage. Solo che l’Amia non riesce a comprare nemmeno i pezzi di ricambio necessari per i camion vecchi, gli unici che circolano ancora. Non resta che smontare i camion nuovi e prendere da lì i pezzi che servono per quelli vecchi. Anche per i cassonetti mancano i pezzi di ricambio: solo per rimettere a posto tutte le ruote danneggiate o sparite negli ultimi anni servirebbero 50 mila euro. Soldi che l’Amia non ha. Qualcuno in azienda ha pensato di riciclare le ruote di quei cassonetti fermi sul piazzale, che tanto non servono a niente, e rimontarli su quelli vecchi che zoppicano in strada. Un modo per limitare i danni ma attenzione: la compatibilità non è stata ancora verificata. Visti i precedenti, si raccomanda prudenza.

    Lorenzo Salvia
    Fonte: Corriere della Sera

    Sprechi in tempo di crisi, un lusso che non possiamo permetterci

    Saturday, October 18th, 2008

    Immaginiamo di apparecchiare una tavola, tre volte al giorno, per 620.500 persone. Costerebbe almeno un miliardo di euro. Tanto vale lo spreco del cibo nella catena della grande distribuzione alimentare in Italia. Il conto salato dei prodotti che restano invenduti. Nella spazzatura delle famiglie italiane finiscono invece più di 25 milioni di tonnellate di cibo. Alcuni lo gettano un po’ troppo in fretta, quando compaiono i primi segnali di muffa, per altri sette milioni di persone una dieta alimentare equilibrata è diventata un lusso che non possono permettersi.
    Siamo consumatori bulimici di beni e servizi, predoni di un pianeta sempre più povero di risorse.

    Quello che accade con il cibo è solo un esempio di un modo di fare che viene replicato dalle risorse energetiche fino agli acquisti superflui.

    Così il seme della resistenza nella società usa e getta è quello di chi ha deciso di andare controcorrente. Le storie e i progetti di chi ha fatto suo il dittico “Non sprecare”. Iniziative che funzionano e hanno fatto scuola altrove, raccontate nel libro “Non sprecare” di Antonio Galdo (Einaudi).

    A recuperare il cibo che viene scartato dai supermercati ci ha pensato Andrea Segrè, docente di Economia e Ingegneria agraria dell’Università di Bologna che con un gruppo di allievi ha creato la catena del “Last minute food”. L’esperimento avviato con un ipermercato della Cooperativa Adriatica, oggi è una rete che coinvolge 13 città e otto regioni italiane. E, in tempi di crisi economica, è anche una risorsa utile per quelle famiglie che fanno i conti con la quarta settimana.


    Anche il debito accumulato dai comportamenti spreconi nei confronti del pianeta è insostenibile. Consumiamo un terzo di risorse naturali in più rispetto alla capacità della terra di riprodurle. E mentre Legambiente sta per avviare una campagna nazionale contro gli sprechi, bisogna guardare, si legge nel libro, a progetti come quello delle “isole verdi” dell’Enel. Capraia ha fatto da laboratorio a cielo aperto: 20 chilometri quadrati a emissioni zero.

    Un appartamento modello di 180 metri quadrati si trova a Gais in provincia di Bolzano: in Italia quello di Albert Willeit è il più ecologico. La bolletta per l’elettricità è pari a circa 400 euro l’anno, per fare un esempio. Prima che questo tipo di abitazioni diventi popolare, ciascuno può contribuire a contenere gli sprechi, modificando piccole abitudini. Basta ricordare che, anche quando si tiene in stand by, la tv consuma. Una famiglia potrebbe risparmiare fino 100 euro l’anno se spegnesse la lucina rossa del televisore, del pc e del videoregistratore. Anche la spazzatura può essere fonte di sprechi (come a Napoli) o trasformarsi in risorsa.

    Il termovalorizzatore di Brescia lo è, trasforma 3000 tonnellate di rifiuti in acqua calda ed energia per le famiglie della città e della provincia.

    Vivono all’insegna della sobrietà quelli che hanno scelto uno stile di vita che pratica il dittico “non sprecare”. Il libro mostra come si possa applicare ovunque: dai consumi alla politica, dalle parole fino al talento, dal corpo alla salute fino alla stessa vita.
    Fonte:  La Repubblica

    Ogni italiano consuma 200 litri di acqua al giorno

    Monday, September 15th, 2008

    Acqua: che spreco. Dalla doccia alla pulizia della casa agli usi in cucina, dal Wc all’irrigazione delle piante, senza tralasciare lavapiatti o lavatrice, ogni italiano consuma una media dai 170 ai 200 litri di acqua al giorno per i propri usi domestici. In testa alla città più sprecona del Bel Paese c’è Torino con 243 litri consumati per ogni abitante ogni giorno, mentre sono gli abitanti di Nicosia, in Sicilia, con i loro 143 litri a testa, a vincere il podio dei più risparmiosi. Subito dopo il capoluogo piemontese si colloca Roma, con 221 litri di acqua pro capite, seguita da Catania (214), Napoli (207), Verona (199) e Milano (191).

    I DATI - Secondo il rapporto 2007 dell’Istituto Ambiente Italia-Dexia (Ecosistema Urbano Europa), a consumare circa 169 litri di acqua al giorno a testa per uso domestico sono i palermitani, mentre a Firenze i consumi scendono a 155 litri. Bari (154), Bologna (149) e Nicosia (143) sono invece le tre città tra le più parche nel consumo di acqua domestica, quell’acqua di migliore qualità oggi a disposizione degli usi casalinghi. Ma l’Italia non è il Paese dove si consuma più acqua nelle case. Ai primi posti nel mondo c’è Bristol con 294 litri pro capite, seguita da Parigi (287), Patrasso (285) e Stoccolma (210). Berlino consuma 163 litri, Londra segna 159 litri a cittadino al giorno, Madrid 140, mentre è Heidelberg a registrare la quantitá inferiore di uso di acqua nelle case: 103 litri al giorno per ogni cittadino.

    IL BIOLOGO - A riportare, goccia dopo goccia, tutti i consumi di acqua nelle case degli italiani e non solo è il biologo Giulio Conte che, nero su bianco, mentre si apre l’eco del documento dell’Expo di Saragozza sulla risorsa più preziosa del pianeta, spiega come non far traboccare i nostri rubinetti. Partendo da un giro di boa. «Convinciamo la gente ad adottare comportamenti virtuosi. Alimentiamo politiche e incentivi che coinvolgano direttamente cittadini e condomini. E diamo maggiore valore all’oro blù. In Italia, infatti, paghiamo l’acqua appena un euro a metrocubo, pari a mille litri, in Germania si spendono più di 3 euro per la stessa quantità» dice Conte, autore del libro-inchiesta «Nuvole e sciacquoni» (Edizioni Ambiente). Ecco cosa fare, dalla doccia allo scarico del water, per risparmiare acqua.

    30 LITRI SPRECATI PER LAVARSI I DENTI - Lasciare il rubinetto del lavandino aperto mentre ci si lava i denti si traduce in 30 litri d’acqua sprecati. Anche mentre ci si fa la barba si può, inoltre, adottare un comportamento virtuoso. «Se si raccoglie l’acqua nel lavandino per risciacquare il rasoio, altri litri d’acqua non andranno in fumo» afferma ancora Conti che nella sua ricerca riporta, punto per punto, le regole del risparmio quotidiano di acqua dettate dall’Agenzia d’Ambito per i Servizi Pubblici di Bologna. Oltre il 30% dell’acqua consumata, anzi sprecata, nelle case è quella che scorre dallo sciacquone del Wc. Ogni volta che si spinge il pulsante scorrono infatti dai 10 ai 12 litri, mentre ne basterebbero molti di meno. Oggi esistono delle tecnologie per ridurre e selezionare la quantità d’acqua necessaria nello sciacquone a seconda della diversa esigenza, basta installare una cassetta con un doppio pulsante e si risparmiano migliaia di litri al giorno. «Un mattone o una bottiglia di plastica piena d’acqua inseriti nella cassetta, sono, a loro volta, ottimi rimedi per regolare il flusso per il water» assicura il biologo Conte. «Al ritmo di 90 gocce al minuto -continua l’esperto- si sprecano per le perdite di acqua in casa oltre 4.000 litri l’anno. Per evitare questo spreco basta una più accurata manutenzione di water e rubinetti» (Se volete potete calcolare quanto acqua sprecate sul sito www.greencrossitalia.it). «Così come -aggiunge- fare il bagno comporta l’uso di oltre 150 litri, mentre per la doccia se ne possono utilizzare tra i 40 ed i 50, basta ricordarsi di chiudere il rubinetto mentre ci si insapona».

    IL GIARDINO - Innaffiare il giardino è un altro momento per mettere in atto un congruo risparmio d’acqua. «Se si innaffia verso sera -spiega il biologo Conte- l’acqua evapora più lentamente e non viene sprecata ma assorbita dalla terra. Se poi si raccoglie l’acqua piovana, non si dovrà usare quella potabile del rubinetto che è di qualità superiore e più rara e alle piante non serve. Anzi, amano certo di più l’acqua naturale della pioggia». Anche un semplice frangigetto nel rubinetto, inoltre, diminuisce la quantità d’acqua in uscita. Costano pochi euro e si montano facilmente. E ancora. Risparmiare acqua e lavare bene i piatti si può. Basta riempire una bacinella con l’acqua calda della cottura della pasta, aggiungere sapone e lasciare le stoviglie a mollo per un po’. La pulizia è garantita lo stesso. Risparmi in casa ma non solo. A garantire un risparmio sostanziale di acqua possono essere accorgimenti condominiali che agiscano per tutti gli appartamenti. È il caso di un condominio di Berlino che nelle cantine comuni ha montato un piccolo depuratore per «riciclare» negli sciacquoni l’acqua proveniente dai lavabi o dalle docce. «Un sistema così comporta un risparmio pari al 35%, più del doppio di quello che i singoli cittadini, adottando gli accorgimenti descritti, riescano ad ottenere. Ma certo in Germania l’acqua costa di più che in Italia e si ha maggiore percezione del suo valore» conclude Conte, convinto che basterebbe cominciare dal «recupero dell’acqua dei tetti per sciacquoni e irrigazione delle piante» per dare un bel contributo all’emergenza «oro blu» che, ad oggi, vede 1,4 miliardi di persone senza sufficiente acqua potabile, un miliardo di persone esposte al consumo di acqua non sicura e ben 3,4 mln di persone vittime di malattie trasmesse da acqua contaminata.

    Fonte : Corriere della Sera

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