Archive for the ‘sprechi’ Category

Allarme elio, riserve agli sgoccioli

Saturday, August 28th, 2010

Stiamo dissipando un prezioso gas, l’elio, e nel giro di una generazione, con i consumi attuali, sparirà. Con gravi conseguenze in molti campi della nostra vita, a partire dagli ospedali. L’avvertimento e l’invito a fare qualcosa in fretta arriva dal Nobel americano Robert Richardson della Cornell University di Ithaca (New York) che meritò il premio proprio per le sue scoperte su questo prezioso elemento di cui la natura del nostro pianeta è estremamente avara. Ma ci si chiederà perché sia così importante: l’elio non entra facilmente nei discorsi quotidiani anche se ha segnato la nostra infanzia grazie ai palloncini colorati che potrebbero, quindi, anch’essi scomparire.

Eppure l’elenco delle sue utilizzazioni è lungo, a cominciare dagli esami clinici con la risonanza magnetica il cui scanner viene raffreddato con l’elio liquido. Lo ritroviamo, inoltre, nei sistemi di rilevamento più diversi, compresi quelli per l’antiterrorismo, e anche in svariati processi industriali, nei sofisticati strumenti di analisi di laboratorio, negli apparati di respirazione per immersioni profonde, per trasportare in sicurezza i combustibili o per raffreddare sia alcuni impianti delle centrali nucleari attuali sia certi satelliti astronomici,e pure per far volare i dirigibili o i palloni sonda meteorologici. Ma ancor di più, all’elio è legato persino il nostro futuro energetico perché le centrali a fusione nucleare che si cerca di costruire saranno alimentate proprio dall’elio. Questo elemento chimico conosciuto sotto forma di gas senza odore o sapore è inerte ed è per questo che viene impiegato e troppo spesso sprecato. Con esso, ad esempio, si puliscono i condotti degli impianti di propulsione di tutti razzi militari e civili e poi invece di essere riciclato si disperde nell’aria. Questo del riciclo è uno dei suggerimenti che avanza il professor Richardson che però, in un rapporto appena pubblicato, accusa il governo americano di essere il maggiore responsabile della distruzione del prezioso elemento. Il Congresso infatti approvò nel 1996 una legge (Helium Privatisation Act) che obbligava entro il 2015 la vendita dell’intera riserva di elio custodita nel sottosuolo vicina ad Amarillo, in Texas. La US National Helium Reserve, più nota come la «capitale mondiale dell’elio», racchiude in profondità un miliardo di metri cubi del gas, ossia la metà delle riserve esistenti sul pianeta. «Il guaio – dice Richardson – è che il suo prezzo nel mercato è troppo basso ed ora quello messo da parte viene in pratica svenduto: nel giro di 25-30 anni resteremo completamente sprovvisti

L’elio (scoperto nel 1868 esaminando la luce del Sole) è estremamente raro. Si trova in dosi minime nell’atmosfera, è frutto di alcune reazioni nucleari, e viene ricavato per separazione dal gas naturale. Proprio pensando alle future necessità delle centrali a fusione, l’elio (nel suo isotopo elio-3) è diventato uno dei motivi per ritornare sulla Luna nella cui superficie esiste in quantità interessanti capaci di garantire senza limiti la produzione di energia sulla Terra. «Bisogna smettere di dissipare questa preziosa risorsa – sottolinea il Nobel Richardson - e il primo provvedimento da attuare è un rialzo del suo costo dal venti al cinquanta per cento. In secondo luogo il governo di Washington deve bloccare il provvedimento di svendita della riserva ai privati che venne votato senza rendersi conto del grave danno che si stava procurando alla nazione e al mondo intero, favorendo solo bassi interessi commerciali». Un curiosità: l’elio tanto raro sulla Terra è invece il secondo elemento più diffuso dell’universo dopo l’idrogeno. Il 41 per cento del Sole è costituito di elio e così le altre stelle.

Giovanni Caprara

Vetro amico dell’ambiente Il più amato dagli europei

Tuesday, July 27th, 2010

Non altera i sapori e si può riciclare all’infinito. Piace al 74 per cento dei consumatori dell’Unione, grazie alle sue proprietà antibatteriche e alla capacità di mantenere inalterato il gusto di cibi e bevande. I numeri del Consorzio Assovetro di MONICA RUBINO

NON ALTERA i sapori, è amico dell’ambiente e non nuoce alla salute. Il 74% dei consumatori europei preferisce gli imballaggi in vetro per bevande e cibi grazie alla capacità del vetro di mantenere inalterato il gusto e la freschezza del prodotto che contiene, al suo schermo protettivo contro i batteri, al suo rispetto per l’ambiente.
  
Il vetro è l’unico imballaggio che non ha bisogno di ulteriori strati o additivi per ospitare in sicurezza cibi e bevande, è riciclabile al 100% e all’infinito, fornisce una protezione naturale contro i batteri. E’ una questione di gusto se il 72% del vino confezionato in Italia e il 77% della birra è confezionato in vetro e se il 62% dei consumatori opta per il vetro quando si tratta di cibi o bevande. Tanto più che, per venire incontro al bisogno di leggerezza dei consumatori, i contenitori in vetro hanno affrontato una ”dieta dimagrante”. Sono, infatti, il 40% più leggeri che 20 anni fa.
  
Sono i numeri del Consorzio Assovetro che sottolinea come la percentuale media del riciclo del vetro nei paesi europei sia del 65%, ma in Italia abbia raggiunto il 66%.
 
Nel 2009 l’industria italiana del vetro ha aumentato dell’1% il tasso di riciclo rispetto all’anno precedente: più di una bottiglia su due è così stata realizzata in vetro riciclato.
  
Il tasso di riciclo dei contenitori in vetro ha avuto, negli 11 anni di applicazione del decreto Ronchi, un andamento positivo: si è passati dal 39% nel 1998 al  66% nel 2009. Per la raccolta differenziata degli imballaggi in vetro si è registrata nel 2009 una crescita del 3,6% rispetto all’anno precedente. Il riciclo di questo materiale rappresenta anche una risorsa importante per l’economia nazionale: tra il 2000 e il 2007 la raccolta e il riciclo dei rifiuti in vetro hanno generato un attivo pari a 1,2 miliardi di euro. Inoltre l’associazione Legambiente quest’anno ha  promosso  -  in collaborazione con aziende leader nella produzione di bevande come Sanpellegrino, Peroni e Pago -  il progetto “Vetro Indietro”, volto a promuovere la pratica del vuoto a rendere in Italia. Attività che, oltre a favorire la ripresa delle imprese in un periodo di crisi, contribuisce sensibilmente alla riduzione dei rifiuti e del consumo delle risorse energetiche e delle materie prime.

Bottiglie, contenitori, barattoli, se non avviati al riciclaggio, possono prendere nuova vita. Una vecchia bottiglia da vino o un barattolo di marmellata, una volta privati dalle etichette possono diventare vasi da fiori o portacandele e lumi. Se poi sono avvolti in carte particolari possono diventare oggetti decorativi. Perché, poi, non provare anche un pranzo in barattolo? Durante un pic nic o una gita all’aria aperta, i barattoli di vetro possono contenere i cibi in tutta sicurezza. Piccoli barattoli possono diventare porzioni monodose di macedonia o dessert. Anche l’acqua ha più gusto, se consumata in vetro.  Una vecchia bottiglia con tappo a vite si può trasformare in un nuovo contenitore per l’acqua. 

Per chi avesse ancora qualche dubbio, il Consorzio Assovetro ha stilato un piccolo decalogo:

1. Il vetro è puro al 100%. E’ fatto di tre diversi elementi naturali e atossici: silice, soda e calce.
2. Un contenitore in vetro può passare dalla campana del riciclo allo scaffale del negozio in meno di 30 giorni.
3. Poiché è inerte, protegge al meglio il proprio contenuto. Questo significa che non interferisce con il sapore e la qualità originari dei cibi e delle bevande.
4. E’ uno dei pochissimi materiali da imballaggio riciclabili al 100% e all’infinito.
5. La percentuale media di riciclo del vetro nei paesi europei è del 65%.
6. Realizzare ”nuovo” vetro da quello riciclato richiede il 40% in meno di energia rispetto a creare il vetro dalle materie prime.
7. I contenitori in vetro sono il 40% più leggeri che 20 anni fa.
8. In Europa nel 2008, grazie al riciclo del vetro c’è stato un risparmio di 13.8 milioni di tonnellate di CO2 (l’equivalente di 4 milioni di auto in meno dalle strade).
9. Il vetro è inodore: ecco perché i profumi sono confezionati in boccette di questo materiale che non interferisce con la fragranza.
10. Il vetro, infine, è privo di sapore proprio e per questo è ideale per la degustazione del vino.

Fonte: La Repubblica

Roma, la crisi non tocca i rifiuti tra assunzioni e spese milionarie

Tuesday, June 1st, 2010

Addetti stampa, manager, alti ufficiali in pensione, impiegati, spazzini. Neppure lo spettro del dissesto finanziario ha interrotto l’arrembaggio al Campidoglio iniziato due anni fa con la presa di Roma. Venti milioni di euro spesi solo per i collaboratori esterni. L’ultimo escamotage, tra gli annunci di austerity e il rischio di nuove tasse per i romani (per coprire gli oltre 12 miliardi di debito), è una porta di servizio che si chiama lavoro interinale. A spalancarla ci ha pensato Franco Panzironi, da sempre uomo di fiducia di Gianni Alemanno.

Potente segretario generale della alemanniana “Fondazione Nuova Italia”. Con un passato da direttore nella società interinale Lavoro Temporaneo. Già a guida della dissestata “Unione per l’incremento della razza equina”, quando il suo mentore era ministro dell’Agricoltura. Ora braccio operativo del sindaco. L’uomo che ha trasformato l’ex «cuore nero» Stefano Andrini in un perfetto manager dei rifiuti, costretto poi alle dimissioni (ma è ancora in servizio e regolarmente pagato) per il coinvolgimento nel pasticciaccio italo-belga del senatore Di Girolamo e di Mokbel.

«È una scelta di cui mi assumo tutta la responsabilità», ha spiegato Panzironi. Non a caso il sindaco lo ha messo a guida di Ama, l’Azienda municipalizzata per l’Ambiente, una corazzata da 7 mila posti di lavoro. Quasi mille in più da quando Panzironi (140.586 euro l’anno) è amministratore delegato. E pazienza se il Comune per ripianare il deficit ha dovuto cedere l’ex Centro carni e indebitarsi per oltre 600 milioni con otto banche. La nave Ama va, senza mostrare alcuna tendenza al contenimento della spesa, annota l’Agenzia per il controllo dei servizi pubblici locali: il fabbisogno finanziario è passato dai 530 milioni del 2008 ai 630 del 2010.

In cima alla lista dei fortunati neoassunti 60 fedelissimi, compreso il genero, Armando Appetito (convolato a nozze con la figlia di Panzironi pochi mesi dopo l’assunzione). Mentre il figlio, Dario, (64.000 euro l’anno) è stato assunto nello staff del sindaco. Ma i 60 sono solo la testa di un esercito, che si è fatto sotto un anno fa quando, per celebrare l’avvento della nuova amministrazione, Ama ha spalancato le porte a 544 nuovi assunti: 324 operatori ecologici, 20 seppellitori, 200 autisti di mezzi pesanti. Requisiti: giovani e residenti a Roma. Più di 14mila le domande arrivate. La selezione e la formazione Ama le ha appaltate direttamente all’Opus Dei, consorzio Elis. E per non sbagliare il numero di aspiranti da formare è stato moltiplicato per due rispetto ai posti disponibili. Risultato: Elis, per la consulenza, ha incassato 392mila euro.

Ma non è ancora abbastanza per accontentare tutti. E infatti, passati pochi mesi, ricominciano gli arrivi. Questa volta attraverso il canale del lavoro interinale. A spartirsi la torta sono Quanta, società guidata da un ex sindacalista della Uil, e Obiettivo Lavoro, vicina alla Compagnia delle Opere. Il gruppo, guarda caso, in cui dal 2002 è confluita l’agenzia di cui è stato direttore Panzironi.
Le porte si spalancano in autunno con la caduta delle prime foglie. Non esattamente un evento eccezionale, specie per una azienda che ha appena assunto 324 spazzini. Ma per raccoglierle Ama lancia l’Sos: servono 160 nuovi operatori ecologici. E tocca a Quanta, in prima battuta, reclutarli. La Cgil protesta, sollecita anche un incontro. Nulla. Anche Massimiliano Valeriani, consigliere comunale del Pd e presidente della commissione Trasparenza, vuole vederci chiaro: «Strana procedura, il piano foglie è un servizio che Ama ha sempre fatto, perché, nonostante il debito, ricorrere a personale esterno? E, soprattutto, quanto costa?». A quest’ultima domanda <CF161>l’Unità</CF> in grado, almeno in parte, di dare risposta. Fatture alla mano. Anche se nel frattempo il ricorso al lavoro interinale si è allargato ulteriormente. È entrata in scena anche Obiettivo Lavoro e il reclutamento si è esteso agli impiegati: 261, con compensi decisamente più alti.

Ma andiamo con ordine. Alla voce «somministrazione del lavoro» il 28 febbraio 2010 Quanta fattura ad Ama 194mila 910 euro: dentro ci sono gli stipendi per 115 operatori ecologici, circa 1300 euro, più il compenso per chi li ha somministrati. Altri 32 mila 114 euro vengono fatturati nello stesso giorno per ulteriori 31 lavoratori interinali. A cui si aggiunge una terza fattura di 57 mila 782 euro. Ovvero: 284mila euro, in un solo mese. Moltiplicati da novembre a oggi (passato l’autunno, gli spazzatori interinali sono rimasti) fanno circa 2 milioni di euro. Spesi per far rientrare dalla finestra chi era rimasto a bocca asciutta. Nella lista dei reclutati interinali ci sono almeno un centinaio di quanti in estate erano stati scartati.

Almeno cinque erano arrivati addirittura fino all’ultima “scrematura” ma erano poi risultati non idonei. In diversi casi, osserva il responsabile della Fp Cgil Ambientale Roberto Meroldi, ricorrono nomi noti: «Figli di dipendenti, anche sindacalisti, specie delle sigle più vicine alla nuova amministrazione, che ha instaurato un sistema clientelare e di scarsa trasparenza». Intanto, il 12 marzo 2010 Obiettivo Lavoro fattura 290 mila 186 euro per 151 lavoratori impiegati. A cui lo stesso giorno si aggiungono 286mila 185 euro per altri 110. A Obiettivo lavoro per “formazione e somministrazione” vanno rispettivamente 21.947 euro e 21.113. Se si moltiplica l’intera spesa per un anno si arriva ad altri 7,5 milioni di euro. Intanto, con la primavera per gli spazzatori interinali è arrivata la stabilizzazione: 162 nuove assunzioni decise la scorsa settimana. Proprio mentre l’Agenzia per il controllo e la qualità torna a bacchettare Ama: tra un reclutamento e l’altro non ha ancora trovato il tempo di fissare gli obiettivi del nuovo contratto di servizio. Che vuole dire? Che Ama spende e assume, ma la città continua ad essere sporca.

Fonte: L’Unità

L’ultima beffa della Maddalena i soldi del Sulcis vanno alla regata vip

Friday, May 21st, 2010

Aprono le strutture costruite a tempo di record e poi abbandonate dopo il trasloco del G8. Ma per finanziare l’evento la Regione ha dovuto ricorrere ai soldi destinati alla zona depressa

dai nostri inviati PAOLO BERIZZI e MARCO MENSURATI

LA MADDALENA - Saranno i soldi sottratti al Sulcis, una delle zone più depresse della Sardegna, a far disputare le regate del Louis Vuitton Trophy alla Maddalena. È l’ultima beffa che va in scena sull’isola, già messa a dura prova dallo scandalo G8 e dall’abbandono delle strutture costruite per ospitare i Grandi della terra. E non è la sola: mentre gli edifici dell’ex Arsenale vengono tirati a lucido per l’evento in programma da sabato al 6 giugno, a poche centinaia di metri un’altra eredità del mancato G8 langue nella desolazione. È l’albergo a cinque stelle realizzato nell’ex ospedale militare, ancora abbandonato a se stesso e circondato da erbacce.

Era il 28 gennaio, quando Repubblica raccontò con un’inchiesta il flop della Maddalena post G8 (trasferito all’Aquila), gli sprechi, lo stato di degrado e di abbandono delle strutture. Da allora a oggi molto è successo. Gli arresti, l’avviso di garanzia a Bertolaso, gli interventi a gamba tesa della Corte dei conti secondo la quale una gara di vela non può essere considerata un’emergenza e un grande evento e dunque non può essere affidata alla Protezione civile. E così, su disposizione del governo, l’organizzazione della Louis Vuitton è passata alla Regione. Fuori Bertolaso, dentro Ugo Cappellacci, il giovane governatore berlusconiano.

Svolta automatica anche nella gestione economica. Perché uno dei problemi più difficili da risolvere è stato quello dei finanziamenti. Il costo della manifestazione, secondo il preventivo originale, era di 4 milioni di euro. Di questi - diceva l’ordinanza firmata dal premier Berlusconi - 3 milioni e 750mila li avrebbe messi lo Stato attraverso il fondo della Protezione civile “appositamente integrato dal ministero dell’Economia e delle Finanze”, mentre i restanti 250mila li avrebbe sborsati la Regione Sardegna

Poi è arrivata la Corte dei conti: una regata non è una catastrofe. I magistrati contabili hanno tagliato di 2 milioni e 300mila euro il contributo statale all’evento, ingarbugliando i piani del governo. Che per rispettare gli impegni presi ha dovuto escogitare un sistema che adesso non mancherà di causare polemiche: i soldi che servono - ha stabilito Berlusconi - verranno presi in “prestito” da quelli riservati alla bonifica del Sulcis, una delle zone più depresse della Sardegna, per la quale esiste un fondo pluriennale finanziato principalmente dall’Europa (ma anche dallo Stato italiano e dalla Sardegna) di oltre 20 milioni di euro.

Giorgio Greco, ufficio stampa del governatore della Regione, Ugo Cappellacci, ne parla in termini di partita di giro. “Sia chiaro che noi non togliamo i fondi al Sulcis. Si tratta solo di un giro contabile per poter fare questa manifestazione che deve partire tra pochi giorni, ma poi i soldi prelevati verranno nuovamente immessi dal governo”. Una procedura che non convince proprio tutti. Il ragionamento è chiaro: i fondi escono dalle casse a fronte, sostanzialmente, di una semplice promessa. “Che la Sardegna partecipi a un evento internazionale così bello è auspicabile - dice Giulio Calvisi parlamentare sardo del Pd - ma farlo stornando i soldi del Sulcis in un periodo di crisi come questo è assurdo e gravissimo”.

Intanto, tranne il sole, alla Maddalena è tutto pronto. Ancora 48 ore e poi queste acque cristalline e tutto quello che ci hanno costruito sopra in tempi record (ma sino a ieri senza una destinazione precisa), si scrolleranno di dosso la brutta immagine di sfondo mancato per il vertice dei Grandi della terra. Via la melma che lo infangava, quella delle inchieste giudiziarie sulle consorterie e i maneggi dentro e attorno la Protezione civile. Questo paradiso italiano troverà finalmente una più degna dimensione: quattro barche di Coppa America si sfideranno nei match race mettendo uno contro l’altro dieci equipaggi di cui tre italiani (Mascalzone Latino, Luna Rossa e la rediviva Azzurra).

Nell’ex Arsenale, quello costato 256 milioni, un tempo sede della Marina, è un brulichio di uomini abbronzati e in cerata, i capoccia della Louis Vuitton sistemano le ultime cose, dispongono, attendono gli ospiti vip che, da domani, dormiranno nelle 95 stanze executive e superior. La suite presidenziale che doveva coccolare Obama, e che era finita nel dimenticatoio, sarà riservata alle riunioni dei team. “Dopo tutto quello che ci è toccato in sorte - tira un lungo sospiro il sindaco uscente Angelo Comiti (tra una settimana si vota) - ora inizia una nuova vita”.

Peccato che, tra una regata e l’altra, le polemiche siano destinate a continuare. Il 2 febbraio Guido Bertolaso, in visita alla Maddalena, promise che l’hotel ricavato nell’ex ospedale militare sarebbe stato utilizzato per ospitare i team velici. “Faremo una gara d’appalto entro la fine del mese, c’è già una grossa catena alberghiera interessata”, disse. Non è stato fatto niente. La struttura è ancora vuota. Rimasti al palo anche i 200 maddalenini che speravano in un’assunzione dalla Mita Resort (gruppo Marcegaglia), gestore (a prezzi di saldo, per 40 anni) dell’ex Arsenale di proprietà della Regione. Ne hanno chiamati solo un centinaio (pochi gli abitanti dell’isola), assunti a tempo determinato fino a settembre. Poi l’ex Arsenale chiuderà per riaprire ad aprile 2011.

Fonte: La Repubblica

Da Villa Adriana a Pompei tutti i capolavori a rischio

Friday, April 2nd, 2010

“A Piazza Armerina se avessimo curato meglio i resti, dopo avremmo speso molto meno”di CARLO ALBERTO BUCCI

 

Da Villa Adriana a Pompei tutti i capolavori a rischio

I trecento metri quadrati di terra zuppa d’acqua che martedì mattina hanno schiantato la volta della galleria traianea della Domus Aurea non sono l’unico peso insostenibile sulla schiena spezzata del patrimonio italiano. Una mappa dell’archeologia a rischio crolli evidenzia una situazione grave nella Roma dei palazzi imperiali e degli acquedotti, sull’Appia antica come a villa Adriana, a Pompei, a villa Jovine a Capri, a piazza Armerina in Sicilia, fino in Puglia.

“Quello che è successo ieri alle Terme di Traiano temo che possa succedere anche a Villa Adriana a Tivoli. Lì il pericolo è ancora maggiore” ha detto ieri il presidente del consiglio superiore dei Beni culturali Andrea Carandini presentando la mostra “Villa Adriana. Una storia mai finita”. Più cauta la padrona di casa, la soprintendente del Lazio Marina Sapelli Ragni: “Rischi immediati di infiltrazioni non ce ne sono, però è vero che abbiamo muri alti anche 20 metri e che dobbiamo tenere sotto controllo la vegetazione rigogliosa. Attenzione e preoccupazione sono costanti”. I fondi per la manutenzione ordinaria dei 30 edifici e degli 80 ettari sono una bazzecola: 900mila euro l’anno mentre prima del Giubileo del 2000 in quattro anni ebbero 44 miliardi di lire.

Il commissario per l’archeologia di Roma, Roberto Cecchi, ha lanciato il piano di “manutenzione programmata” che prevede interventi minimi e costanti, controllo capillare per evitare che si arrivi al restauro. E il commissario della Domus Aurea Luciano Marchetti ha scoperto ieri che i pozzetti di scolo dei giardini sopra la zona del crollo non erano stati mai svuotati: ma il verde di Colle Oppio spetta al Comune.

Racconta Beatrice Basile, che guida la Soprintendenza di Enna: “Alla villa romana del Casale a Piazza Armerina il degrado è stato fortissimo per anni e anni. Sarebbe bastato curare meglio i resti per evitare di spendere tanto nel restauro. Per la manutenzione di tutto l’Ennese avevamo 150mila euro l’anno. Fino al 2009. Ora? Nulla”. Stessa cifra, “zero euro”, avuta da Rita Cosentino, direttrice delle 1000 tombe etrusche di Cerveteri (40 le visitabili): “Le piogge hanno messo a rischio i tumuli in tufo. Abbiamo tenuto pulito il sito, ma grazie a dipendenti e volontari. Meno male che ora arrivano 250 mila euro di Arcus”.Montegrotto: 3,5 milioni negli ultimi anni per un piccolo, certo importante, sito non particolarmente a rischio. Ma lì a scavare c’è l’archeologa Elena Ghedini, sorella dell’avvocato del premier e membro del consiglio superiore Beni culturali. A Canosa gli ipogei ellenistici, come quello de Lagrasta o del Cerbero, hanno bisogno di cure continue. Ma per la manutenzione di tutta la Puglia la Soprintendenza archeologica guidata da Teresa Cinquantaquattro ha meno di 200mila euro. Quanto arriva a Canosa? “Poco o nulla”. Ricchissima perché autonoma, ma con una marea di case, affreschi e templi da curare, è la Soprintendenza speciale di Pompei. Ieri il commissario Marcello Fiori ha presentato uno stanziamento di 39 milioni di euro. “Il 90 per cento andranno in restauri” assicura il direttore generale per l’Archeologia, Stefano De Caro. Che sottolinea: “A Ercolano abbiamo fatto scuola per la manutenzione. La programmazione è la nuova frontiera della tutela”.

Fonte: La Repubblica 

L’Italia incompiuta

Saturday, March 20th, 2010

Dalla Val d’Aosta alla Sicilia, centinaia di opere cominciate e non completate. Viaggio tra i cantieri dello spreco che hanno bruciato miliardi di euro. E che continuano a ingoiare finanziamenti
SEGNALATE LE OPERE INCOMPIUTE CHE AVETE VISTO

 

L’idrovia Padova-Venezia - Foto Offmanphoto

RACCONTA LA TUA INCOMPIUTAStorie che i giarresi conoscono bene. La loro cittadina, 26 mila abitanti a nord di Catania, è soffocata da opere pubbliche annunciate, in parte realizzate e abbandonate prima dell’inaugurazione. C’è la follia del campo da polo, poi riciclato in pista da atletica e campo di calcio, con gigantesche tribune inagibili e palestre incomplete oltre che vandalizzate (lavori tra l’88 e il ‘94, finanziamenti da 3 milioni e 600 mila euro). C’è il nuovo teatro, progetto da un milione e mezzo di euro, mai aperto e con le vetrate rotte, le poltroncine rubate, rubati gli impianti di aria condizionata come anche le piastrelle della facciata. Per non parlare del centro polifunzionale in frazione Trepunti, 894 mila euro stanziati dalla Regione nell’83, oggi una parata di mattoni a pezzi, svastiche alle pareti e brandelli ferrosi che sbucano dai piloni. Fino alla dimenticata pista di automodellismo, con annessi campi da tennis (141 mila euro tra l’81 e l’82), e il mai aperto mercato dei fiori per cui l’assessorato regionale all’Agricoltura ha impegnato nel ‘97 oltre 500 mila euro.

L’acqua non c’è, dentro la piscina comunale di Giarre. Non c’è mai stata, neppure per un secondo. Ci sono i topi, invece, che corrono a pochi metri dal cemento grezzo della vasca. C’è la distesa di bottiglie vuote, cartoni sfasciati, vecchi vasi di plastica, tubi arrugginiti e sterco che assediano lo scheletro incompleto del palazzetto. Ci sono le matasse di rovi e cespugli che ostruiscono l’ingresso della struttura. E non consola lo sfondo cartolinesco dell’Etna innevato, o il profumo dello Jonio a un passo. “Questa piscina coperta”, testimonia il sindaco Teresa Sodano (Movimento per l’autonomia), è stata finanziata nel 1985 dall’assessorato regionale alla Presidenza con 2 milioni e mezzo di euro. La parte strutturale è stata conclusa, i lavori regolarmente collaudati. Poi l’impresa è fallita e si è bloccato tutto”. Niente più ruspe, niente più cantiere. “Soltanto questo simbolo dello spreco, di un degrado che umilia la nostra gente”.

Sono le incompiute d’Italia. Lo scempio di ospedali e strade, carceri e stazioni ferroviarie, campi sportivi e case di riposo, autoporti e dighe che non hanno conosciuto la parola fine. Oppure sono state concluse, inaugurate dopo indicibili vicissitudini ma non attivate. Un’epidemia che in questi anni si è estesa dalla Sicilia alla Valle d’Aosta, dalla Campania al Veneto, dalla Calabria al Piemonte. “Ha trionfato la logica del fare per fare”, sostiene Bernardino Romano, professore di Pianificazione e valutazione ambientale all’Università dell’Aquila: “Politici e imprenditori hanno raccolto finanziamenti ovunque, a livello europeo e nazionale, costruendo nel loro interesse e non in quello delle collettività. Risultato, la spaventosa debolezza di progetti che franano al primo intoppo: un cambio di giunta, la crisi di un’impresa appaltatrice, il banale prolungarsi dei lavori…”.

Un sistema in bilico tra cialtroneria e malaffare che la Corte dei conti ha censurato il 17 febbraio scorso, all’inaugurazione dell’anno giudiziario in pieno scandalo ‘Cricca’ del G8. “Anche nel 2009″, ha scritto il procuratore generale Mario Ristuccia, “molte fattispecie di illecito hanno riguardato il fenomeno delle opere incompiute”. Un “ingente spreco di risorse pubbliche” dovuto alla “carenza di programmazione, all’eccessiva frammentazione, alla dilatazione dei tempi di esecuzione (…) e alle carenze ed inadeguatezze dei controlli tecnici ed amministrativi”. Il peggio, insomma. Tanto oscuro e articolato da causare “un’oggettiva difficoltà nell’accertamento delle responsabilità, il più delle volte ascrivibili ai vari livelli decisionali”.

Il centro polifunzionale di Giarre
Foto Offmanphoto

Parole che sembrano fuori luogo, pronunciate tra le montagne di Aosta. Qui tutto appare ordinato, ligio alle regole del buon senso. Ma c’è qualche eccezione. Singolare, per esempio, è quanto accade al trenino che doveva collegare le stazioni sciistiche di Cogne e Pila. “La vicenda è partita nel 1926″, dice il consigliere regionale Raimondo Donzel, “con la realizzazione di una linea per trasferire la magnetite dalla miniera di Cogne allo stabilimento siderurgico del capoluogo”. Nel 1979 la miniera chiude e il treno si ferma, ma presto spunta un’ipotesi alternativa: adattare l’impianto al trasporto delle persone. Servirà ad agevolare gli spostamenti in valle e sostenere il turismo, prevedono i politici nel 1980. Senonché, trent’anni dopo, i vagoni giacciono inutilizzati nella deserta stazione di Acque Fredde. L’amarezza è tanta. In parte per i 30 milioni di euro spesi in attesa dell’inaugurazione, ma anche per il modo in cui si è realizzata l’opera (11 chilometri, dei quali otto in galleria). “Un’apposita commissione tecnica”, dice il consigliere Donzel, “ha indicato alla Regione che i locomotori sono in condizioni precarie, che le batterie del trenino non bastano ad affrontare il tragitto, che le gallerie sono deteriorate dagli svariati allagamenti, che risultano gravi problemi di scuotimenti verticali e trasversali, che le curve sono più strette del dovuto e che sotto carico si registrano cedimenti del binario. Non a caso la Corte dei Conti della Valle d’Aosta ha chiesto al progettista e direttore dei lavori un risarcimento da 14,6 milioni di euro (l’udienza è fissata il 10 giugno, ndr)”. Quant’è bastato a scatenare polemiche, ma non a spingere la giunta ad archiviare il tutto. Anzi, giorni fa è spuntata l’ipotesi di utilizzare parzialmente strutture e tracciato come percorso turistico verso il museo minerario di Cogne. “Un progetto”, nota Donzel, “che richiederebbe ulteriori finanziamenti”.
 

La diga sul Metrano
Foto Offmanphoto

La domanda è: quante situazioni simili esistono in Italia? Quanti milioni di euro vengono buttati in sogni fallimentari? E quante volte un’opera, dopo anni di oblio, viene recuperata in extremis? Risposta: nessuno lo sa. Non c’è un elenco ufficiale delle incompiute, al massimo emergono cifre parziali. Nel 2007 il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, ha scritto che le opere a metà sono 357. Nel 2009 è rimbalzata on line la notizia che sarebbero invece 395, delle quali 156 nella sola Sicilia. Cifre che le istituzioni non negano e non confermano: semplicemente tacciono. A più riprese (16 giugno 2009 e 4 marzo 2010) ‘L’espresso’ ha contattato il ministero delle Infrastrutture per intervistare Altero Matteoli. Inutilmente. Il 3 marzo scorso ci si è rivolti anche all’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici (Avcp), ma il presidente Luigi Giampaolino non si è reso disponibile. “L’unica certezza, statistiche a parte, è che le incompiute non sono incidenti di percorso, bensì il sintomo di uno sfaldamento culturale”, dice l’urbanista Vezio De Lucia, ex membro del Consiglio superiore dei lavori pubblici: “La catena di controllo è saltata, degenerata. Le fresche cronache su La Maddalena e i grandi appalti testimoniano come gli appetiti privati abbiano sovrastato il pubblico interesse”. Il resto viene di conseguenza: “Nella progressiva assenza di controlli, nazionali ma anche locali, si buttano soldi e non si terminano i lavori”.

Gli esempi abbondano. Dalla Campania, Valerio Calabrese di Legambiente passa in rassegna alcune incompiute di Battipaglia: c’è la casa di riposo Villa Maria, “già finita nel 1996, celebrata con ben tre inaugurazioni e mai aperta agli anziani (spesa stimata: 1,3 milioni di euro)”. C’è lo stadio di calcio, “progettato per i Mondiali del ‘90 ma con un’unica tribuna agibile e la pista inutilizzabile (costo stimato: 10 milioni di euro)”. E c’è, in centro città, quella che doveva diventare una caserma di polizia ma è rimasta un abbozzo. “L’errore più grave”, avverte Costanza Pratesi, responsabile ufficio studi del Fai (Fondo per l’ambiente italiano), “sarebbe credere che le incompiute siano un problema del passato. Non è così: il vizio politico degli annunci eclatanti, delle sparate propagandistiche, genera sempre più investimenti irrazionali e abusi di territorio”. Dopodiché il rischio è che “manchino sia i fondi per concludere le opere, sia quelli per eventualmente abbatterle”.

In questo clima, il Fai ha chiesto agli italiani di indicare le brutture che infestano i loro luoghi più amati, e tra le 10 mila segnalazioni ricevute, 595 indicano costruzioni in disuso, mentre 157 vengono segnalate come incompiute. Un catalogo in cui potrebbe entrare anche l’ex clinica Madonna delle Rose, non nascosta in qualche anfratto del territorio nazionale ma bene in vista a Fonte Nuova, comune con 30 mila abitanti alle porte di Roma. Per arrivarci va percorsa tutta via Nomentana, fino al colle dove svetta una palazzina giallognola in pessime condizioni. I muri sono sbrecciati, le finestre inesistenti, le tapparelle devastate. Tutt’attorno nessuno, a parte i due cagnoni del custode. “La struttura è stata avviata e non conclusa da un privato tra il 1959 e il 1961″, spiega un operaio che ha partecipato all’opera: “Poi la clinica è stata aperta per un paio d’anni da un secondo privato”. Dopodiché l’università la Sapienza ha acquistato i muri e il terreno (fonti interne ricordano per 6 miliardi di lire) e i cittadini hanno atteso che succedesse qualcosa. Invano. Prima sono arrivati gruppi di extracomunitari che hanno occupato illegalmente il palazzo. “Quindi, nel 1996, l’università ha presentato un progetto che prevedeva il restauro e l’ampliamento della struttura, con tanto di campus universitario”, spiega l’ex assessore comunale all’Urbanistica Daniele Patrizi: “Senonché niente si è concretizzato: la clinica è incompiuta, e la diffidenza abbonda sulle ultime dichiarazioni di Luigi Frati, rettore de La Sapienza, che ipotizza di trasformare la clinica in un polo medico-chirurgico da 200 posti letto”.

Inutile stupirsi. Un rapporto della fondazione Italia/Decide certifica che l’Italia è la peggiore in Europa sul fronte delle opere pubbliche, dieci volte più lente e tre volte più care rispetto al resto del Continente. Stando al World economic forum, la nostra nazione è al cinquantaquattresimo posto per dotazione di strade, ferrovie e quant’altro. E come non bastasse, il dossier 2009 dell’Ance (Associazione nazionale costruttori edili) sulle infrastrutture propone numeri allarmanti: dai quattro anni e mezzo impiegati in media per progettare opere sotto i 50 milioni di euro (oltre questa soglia gli anni diventano sei), ai nove mesi di ritardo medio accumulati in fase di cantiere dalle opere poi concluse, “pari al 43,2 per cento del tempo contrattuale”. “Cifre sconcertanti”, dice Stefano Lenzi, responsabile dell’ufficio legislativo di Wwf Italia: “Ma non c’è verso di cambiare rotta. Anzi, nella Finanziaria 2010 è stato inserito il comma 232 dell’articolo 2 che rischia di generare altre mastodontiche incompiute. Permette, infatti, di avviare la realizzazione di strutture comprese nei corridoi Ten-T (le famose reti transeuropee) con in cassa soltanto il finanziamento del primo lotto, e di almeno il 20 per cento dei lavori complessivi. Diventa cioè elevatissimo il pericolo che manchino i soldi, eppure nessuno si scandalizza”.

Al contrario, le incompiute si moltiplicano nell’indifferenza generale. Un classico caso è quello dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, eterno cantiere. Ma c’è anche, a Nord-Est, l’idrovia Padova-Venezia, ideata mezzo secolo fa come un’autostrada d’acqua lunga 27 chilometri, costata circa 140 milioni tra ponti e chiuse e tuttora incompleta. C’è ancora, in Abruzzo, l’autoporto di Roseto, in teoria fulcro del trasporto intermodale delle merci, in pratica cattedrale nel deserto pagata dalla Regione 5 milioni di euro. E c’è, sulle colline di Reggio Calabria, in un silenzio d’altri tempi tagliato dal vento, il carcere di Arghillà: concepito nel 1988, costruito negli anni Duemila e oggi al centro di un paradosso finanziato con 52 milioni di euro: “Sono pronti il padiglione detentivo, quello sanitario, gli uffici, l’area colloqui, il muro di cinta e addirittura la portineria esterna”, ammette l’assessore regionale al Bilancio Demetrio Naccari: “Eppure si ritarda l’apertura perché manca, tra l’altro, una strada decente che porti al penitenziario”.

Vero è, aggiunge Naccari, che il Cipe (Comitato interministeriale per lo sviluppo economico) ha stanziato nel 2009 21 milioni 500 mila euro per terminare l’opera, ma visti i precedenti la prudenza è d’obbligo. “A volte”, dice il sindaco di Torino e presidente dell’Anci (Associazione nazionale comuni italiani) Sergio Chiamparino, “si parte entusiasti e ci si arrende, anni dopo, per gli scenari che cambiano”. Altre volte, interviene il presidente dell’Ance Paolo Buzzetti,”l’abbandono dell’opera arriva per le lungaggini amministrative”. Fatto sta che spesso ci si ritrova come a Matera, capoluogo della Basilicata dove le Ferrovie hanno avviato nel 1986 la tratta per Ferrandina (20 chilometri) per collegare il Tirreno all’Adriatico. Marco Ponti, docente di Economia dei trasporti al Politecnico di Milano, definisce l’opera “una conclamata assurdità per la carenza di viaggiatori”, e molti ambientalisti concordano. Ma non è questo il punto. Il problema è che questa linea è stata quasi ultimata, sotto il profilo strutturale. Mancano i binari, d’accordo, però prima che finissero i soldi si è scavata la galleria di Miglionico, sei chilometri di terra franosa e gas. Si è costruita la stazione di Matera, ora lucchettata e invasa dalle sterpaglie. Si sono realizzati il ponte sulla gravina di Picciano e quello sul fiume Bradano, dove lo scorso 9 marzo il cantiere sullo strapiombo era pericolosamente accessibile attraverso un cancello aperto. E tutto questo sforzo, questo investimento da 270 milioni di euro (stima del mensile ‘La nuova ecologia’, mentre Fs non fornisce cifre) porta alla sintesi che fa Pio Acito, anima storica di Legambiente in Lucania: “Tante promesse, miopia totale e valanghe di euro buttati”. Un finale che mette malinconia.
Fonte: L’Espresso

Un G8 da 500 milioni

Friday, February 26th, 2010

Tra la Maddalena e L’Aquila speso oltre mezzo miliardo per tre giorni di vertice. Con appalti affidati ai soliti amici. Ecco la lista di tutti gli sprechi della megalomania del premier

 

L’ex arsenale militare ristrutturato per ospitare il G8

Il vertice G8 più caro della storia: oltre mezzo miliardo di euro per soli tre giorni di riunioni. Una follia mediatica per assicurare una platea tra i grandi della Terra al capo del governo Silvio Berlusconi nel momento di massima crisi per lo scandalo Noemi. Cinquecentododici milioni 474 mila euro, per la precisione, è la somma finale pagata dagli italiani per quel summit trasferito a L’Aquila dall’8 al 10 luglio 2009. E, mentre i terremotati abruzzesi soffrivano nell’afa delle tendopoli, gli uomini di Guido Bertolaso spendevano 24 mila euro in asciugamani, 22 mila 500 euro in ciotoline Bulgari d’argento, altri 350 mila per televisori Lcd e al plasma e 10 mila euro per i bolliacqua del the. Alla faccia degli intenti frugali, che avevano convinto a rinunciare alle strutture della Maddalena per testimoniare la solidarietà dei Grandi alle vittime del sisma, non si è risparmiato su nulla.

Il gran banchetto Eppure per dotare l’isola sarda di alberghi, sale conferenze, porti e giardini erano già stati bruciati 327 milioni 500 mila euro. Fondi che ora gli atti dell’inchiesta della Procura di Firenze rileggono in una chiave diversa, descrivendoli come il banchetto di una “cricca” tutta presa dalla spartizione di appalti senza concorrenza e senza trasparenza. I magistrati hanno arrestato i protagonisti di quelle opere: Angelo Balducci, Fabio De Santis e Mauro Della Giovampaola, ai vertici della struttura di Bertolaso che ha gestito l’affare, e il costruttore rampante Diego Anemone, dominus di queste opere. Ma lo stesso numero uno della Protezione civile è sotto inchiesta, come altri tecnici e imprenditori impegnati nei cantieri sardi. Tutte le opere della Maddalena sono diventate inutili quando il premier ha deciso di cambiare scenario e spostare la riunione internazionale all’Aquila, tra le macerie e i senzatetto. Una mossa di grande effetto mediatico, che ha ridotto a zero il rischio di manifestazioni no global e ha anche azzerato l’agenda dei lavori, sottraendo in nome del lutto il premier al rischio di insuccessi diplomatici o di imbarazzi per lo scandalo di escort e festini presidenziali. Il tutto a carissimo prezzo: altri 184 milioni 974 mila euro bruciati per le tre giornate abruzzesi. In tutto, appunto, oltre mezzo miliardo: il tributo dei contribuenti italiani al vertice più folle, costoso e inutile della storia recente. E come nell’assegnazione delle opere della Maddalena, anche scorrendo la lista dei lavori per l’Aquila le sorprese abbondano.

Ci sono anzitutto i soliti noti del ristretto giro di Palazzo Chigi e che tra i clienti privilegiati di tutti gli eventi internazionali non mancano mai. Come Relais le jardin che per oltre un milione di euro si è aggiudicata la fornitura del servizio di catering per i banchetti organizzati per i capi di Stato. Solo che Relais non è una società qualsiasi: appartiene alla famiglia di Stefano Ottaviani, sposato con Marina Letta, figlia di Gianni, l’onnipotente sottosegretario alla presidenza del Consiglio. O come la Triumph dell’immancabile Maria Criscuolo, incaricata dei materiali per giornalisti e delegazioni estere e del servizio di interpretariato con un compenso di un milione 250 mila euro.

Colpo Grosso Altro caso in cui i legami con la presidenza del Consiglio contano eccome è quello di Mario Catalano. Famoso come scenografo di “Colpo grosso”, la prima scollacciatissima trasmissione andata in onda sulle tv private negli anni Ottanta, Catalano è già stato premiato dal Cavaliere a inizio legislatura con una ricca consulenza a Palazzo Chigi dove cura l’immagine del premier e gli eventi pubblici in cui è coinvolto. Ma evidentemente la prebenda non basta ed ecco infatti Catalano accorrere tra le macerie dell’Aquila per le performance del presidente. Con l’incarico di verificare, vai a capire perché proprio lui, la piena applicazione della legge 626 che regola la sicurezza sul lavoro. Il tutto per altri 92 mila euro.

Chi invece ha conquistato a sorpresa la vetrina del G8 è Giulio Pedicone, titolare della Pedicone Holding e della Las Mobili, azienda abruzzese che fabbrica attrezzature per uffici. Imprenditore venuto dal niente, Pedicone ha visto la sua carriera coronata dal vertice dove la Las è stata chiamata direttamente e senza alcuna gara a fornire mobili per circa 300 mila euro. Gli uomini di Bertolaso non ammettono dubbi sul fatto che ciò è avvenuto «dopo un’approfondita indagine di mercato». Altrettanto sicuro però è che della Pedicone Holding, titolare del 64 per cento della Las, dal 2007 è sindaco supplente Gianni Chiodi, commercialista con studio a Teramo in società con Carmine Tancredi (a sua volta cugino di Paolo, senatore del Pdl), ma soprattutto presidente della Regione Abruzzo dal dicembre 2008 e commissario delegato all’emergenza terremoto e alla ricostruzione.

In alto le bandierine Il legame con il governatore è solo una delle note singolari in una lista della spesa sterminata. Dei circa 185 milioni divorati dal summit, 52 milioni 666 mila euro sono stati utilizzati da Bertolaso in parte per investimenti in «infrastrutture tecnologiche» e il resto in «spese di funzionamento » ossia per forniture e servizi, dalla ristorazione alle bandierine per le auto. Altri 43 milioni 807 mila euro se ne sono andati invece per rimborsare gli interventi fatti da altre amministrazioni, come la Guardia di Finanza che ha ospitato la sede del G8, o il Provveditorato alle opere pubbliche per il Lazio, Abruzzo e Sardegna che ha curato l’adeguamento della scuola sottufficiali e del minuscolo aeroporto di Preturo assieme alla realizzazione della strada per Coppito. Infine ulteriori 88 milioni 500 mila euro sono stati stanziati dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti ai dicasteri della Difesa e degli Interni, oltre alle Capitanerie di porto, per finanziare la cupola protettiva che ha difeso quei tre giorni di incontri: una triplice barriera di sicurezza in cielo, mare e terra.

Immergersi nella lunga catena di 145 fatture saldate dalla Protezione civile per l’evento fa scoprire più di una nota stonata. Lussi e sprechi che poco si addicono a un vertice spostato tra i terremotati in nome della sobrietà e della solidarietà. In una regione che aveva pianto almeno 308 morti per il sisma e doveva restituire una vita dignitosa a 80 mila senzatetto, i gadget delle grandi occasioni paiono affronti. Trascurando le ciotoline d’argento Bulgari gentile omaggio per i capi di Stato, si va dalle 60 penne “edizione unica” fornite da Museovivo al costo di 26 mila euro e utilizzate dai leader solo per apporre il loro prezioso autografo sui trattati. Ci sono poi la fornitura di poltrone Frau per le sedute di quei tre giorni e costate 373 mila euro; gli addobbi floreali per 63 mila euro; la pellicola protettiva per il rivestimento degli ascensori (9 mila); i portablocchi notes forniti dalla rinomata Pineider al prezzo di 78 mila euro.

Premier in primo piano E non è finita. Si possono forse trascurare le grosse commesse nelle quali primeggiano Selex e Seicos (Finmeccanica) per le forniture tecnologiche relative alla sicurezza (oltre 18 milioni di euro) con la centrale di coordinamento delle forze schierate, Telecom per gli apparati telefonici(12 milioni) e Limelite per la realizzazione dell’areagiornalisti (altri 2 milioni)? E poi: Studio Ega per l’accoglienza e prenotazioni alberghiera delle delegazioni (2 milioni e mezzo); Tecnarr per l’allestimento della sala conferenze (quasi 2 milioni); Semeraro per gli arredi (1 milione 700 mila euro); Composad per i frigoriferi e altri arredamenti (1 milione 500 mila euro); Jumbo grandi eventi per le prenotazioni e il trasporto delle delegazioni (1 milione 200 mila euro). Per non parlare della D and d lighting & truck, sponsorizzatissima a Palazzo Chigi per soddisfare tutte le esigenze sceniche e televisive del premier: al G8 è stata premiata con una commessa di un milione 700 mila euro per la fornitura di attrezzature tecniche.

Insomma, una vera abbuffata. Nella quale si sommano pure le spese per il logo della manifestazione (22 mila euro); le prese elettriche; i pennoni portabandiere e le bandiere (155 mila); 30 distruggi-documenti come nei film di 007 (13 mila euro); asciugamani elettrici; stampe (126 mila); tessuto e divise per steward e hostess (18 mila euro); altre divise non meglio specificate (54 mila euro) e persino la fornitura di tessuto e adesivi per personalizzare le transenne dentro e fuori la caserma di Coppito e i contenitori per la raccolta differenziata. Altra follia da oltre 20 mila euro.

Ma gli aspetti suggestivi non sono finiti. Una “spesa infrastrutturale” di Bertolaso viene considerata la copertura (anche con fondi extra budget G8, non è chiaro) di una lacuna da sempre lamentata dai guidatori sull’autostrada Roma-Aquila- Pescara da anni gestita in concessione da Carlo Toto, l’ex proprietario di AirOne. Il problema? Su questa autostrada era pressoché impossibile ascoltare Isoradio, la rete Rai con le notizie in tempo reale sul traffico. Ma alla vigilia del G8 ecco entrare in azione Bertolaso. Certo ai pendolari abruzzesi costretti a fare la spola con la capitale pesava viaggiare senza le informazioni sul traffico. E qualcuno deve avere pensato che anche i cortei blindati dei Grandi avevano bisogno dei bollettini sulle code lanciati da Onda verde: così Isoradio è stata installata lungo tutta l’autostrada dalle cento gallerie a spese della Protezione civile. Un regalo a Toto che vanifica l’accordo tra Rai e società autostradali che pure obbligherebbe la prima a reperire le frequenze e le seconde a garantire l’acquisizione e la manutenzione degli impianti.

Scuola modello Singolare anche la sorte dei quasi 29 milioni rimborsati dalla Protezione civile per le spese di “investimento” eseguite da altre amministrazioni pubbliche. Ben 23 milioni se ne sono andati per gli interventi nella scuola sottufficiali delle Fiamme Gialle. In questa caserma serrata da alte mura che si sviluppano su oltre due chilomentri per 45 ettari si sono concentrati i lavori per creare gli ambienti del vertice inclusa la ristrutturazione di 1.090 stanze nelle quali hanno soggiornato i leader e i loro staff. Sono stati ritinteggiati la decina di edifici che la compongono; è stata installata una rete in fibra ottica; sono stati sistemati oltre 120 mila metri quadrati di verde; piantati alberi ad alto fusto; le camere sono state arredate al top, dotandole di tv, telefoni e ogni altro tipo di comfort (di cui adesso godrebbero i senzatetto del sisma). Ma ci sono stati pure i lavori radicali negli impianti: l’adeguamento della rete di distribuzione dell’energia elettrica, la manutenzione delle apparecchiature da cucina e persino la messa a punto della pressione dell’acqua.

Soldi ben spesi? I restauri in genere valorizzano gli investimenti immobiliari. Ma qui è diverso. La caserma non è di proprietà dello Stato: con le cartolarizzazioni volute dal vecchio governo Berlusconi per reperire denaro fresco per le casse pubbliche, è stata venduta nel 2004 e appartiene ora a un pool di banche e istituzioni finanziarie come Immobiliare Sgr spa, Imi, Barclays Capital, Royal Bank of Scotland e persino Lehman Brothers. A loro lo Stato paga ogni anno 13 milioni di euro di affitto. Un canone ragguardevole, che nel 2009 si è arricchito anche dei vantaggi conseguenti ai faraonici lavori di adeguamento pretesi dall’impresa B&B Berlusconi-Bertolaso sulla struttura.

Opere dispendiose a fronte delle quali la proprietà non si è lasciata intenerire. Il pool ha preteso dalla Protezione civile due regali polizze assicurative. Una per la completa copertura dei rischi infortuni dei partecipanti al vertice (Ati Willis spa, 50 mila euro): non fosse mai che Obama scivolasse dalle scale. L’altra polizza per risarcire gli eventuali attacchi terroristici alla caserma nonostante caccia supersonici, missili terra-aria e migliaia di uomini in armi. Non solo, a G8 terminato hanno ottenuto il totale ripristino dei luoghi, ossia il ritorno delle sale da summit al loro compito di scuola militare costato altri 4 milioni di euro. Con tanti saluti ai terremotati aquilani che continuano a protestare per le carenze della ricostruzione e vogliono rimuovere da soli le macerie.

Fonte: L’Espresso

«Pisciottana», doveva essere costruita in 2 anni. Ma i lavori sono fermi da 21

Thursday, February 25th, 2010

Fino a oggi sono stati stanziati 22,5 milioni. Il sindaco: «Questa strada uno dei più grandi scandali nazionali»

 SALERNO — Una strada-scandalo, in pieno Parco del Cilento. Piloni scheletrici che mostrano il cemento nel cuore della campania più verde e protetta. Una strada-scandalo che doveva essere realizzata in due anni e che da 21 continua a mostrare i suoi «moncherini» di calcestruzzo in mezzo ad ulivi secolari.

L’AREA CHE FRANA - Dopo un sopralluogo tecnico è stata chiusa la strada provinciale ex statale 447 che da Ascea porta a Pisciotta. La frana che restringeva la carreggiata era già lì da mesi ma con le ultime piogge la situazione è precipitata. Sono caduti altri massi, altra fanghiglia, altro terriccio. Troppo pericoloso. Vietato il transito. Non è la prima volta che quest’arteria a mezza costa diventa impraticabile. Poco più avanti, c’è però il vero punto critico. Siamo in località Rizzico. Fino a qualche giorno fa si presentava con un manto stradale visibilmente sconnesso. Chi la percorreva era costretto ad affrontare paurosi dislivelli. Sono ancora visibili i piloni realizzati nei primi anni ’90 ed oramai abbandonati da tempo Lo sanno tutti che lì dove per anni e anni è stato sversato asfalto su asfalto, c’è una brutta frana. In paese tutti la chiamano la “frana della ferrovia” perchélì sotto scorrono i binari.

LAVORI «URGENTI» - La soluzione c’è e fu trovata già nel 1989 quando l’Anas ipotizzò una variante al tratto «incriminato». La storia, iniziata con gli espropri di terreno e l’ abbattimento di circa cento alberi di ulivi (tra l’altro mai risarciti), è racchiusa in un’interrogazione parlamentare dell’allora senatore Ettore Liguori, nel 2001. Nella descrizione dell’iter si apprende che i lavori per la realizzazione della variante per «il superamento del tratto in frana» furono ritenuti già nel 1989 «così urgenti da essere autorizzati con ordinanza del 26 luglio 1989 della Protezione civile».

CANTIERI PER DUE ANNI - I lavori dovevano terminare entro 630 giorni. In pratica quell’opera che doveva costare circa 20 miliardi delle vecchie lire doveva essere pronta nel 1992 ossia 17 anni fa. Nel 1999 l’Anas rescinde il contratto con le imprese e a luglio dello stesso anno comunica che ci sarebbe stato un nuovo appalto per il completamento dell’opera. Passano i mesi, ma di riprogettazione e riappalto nemmeno l’ombra. A quell’interrogazione del 2001 il Ministero delle Infrastrutture rispose spiegando che «alla luce del passaggio delle competenze sull’arteria in questione agli enti locali, si demandava ai nuovi soggetti il completamento della progettazione stessa». In pratica, da quel momento la patata bollente, passava alla Regione Campania e alla Provincia di Salerno. Nel 2003 la Regione Campania, stanzia 12,5 milioni di euro del POR Campania 2000/2006. A dicembre Provincia di Salerno e Comune di Pisciotta stilano un accordo di programma per realizzare in «tempi brevi» il completamento dell’opera. Altra trafila, progetto, appalto definitivo e arriviamo al 21 gennaio scorso quando l’Ati Cogenuro-Officine Marino consegna alla Provincia di Salerno il progetto esecutivo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un’altra immagine della strada «incompiuta»

 

J’ACCUSE DEL SINDACO - Dopo 21 anni dunque, la “Pisciottana”, oggi costeggiata dai piloni di cemento armato a memoria dell’inefficienza della pubblica amministrazione, dovrebbe rivedere un cantiere aperto. Cesare Festa, sindaco di Pisciotta, accusa: «E’ uno dei più gravi scandali a livello nazionale, perché si è messa a repentaglio la vita dei cittadini. Spero che dopo un lunghissimo sonno inizino presto i lavori per la variante. Fare altri piccoli interventi comporta spese e non risolve il problema».

GLI INTERROGATIVI - In attesa del cantiere, restano alcuni interrogativi: quei piloni verranno utilizzati, abbattuti o rimarranno lì? E ancora: quanto denaro pubblico in 21 anni è stato davvero speso in progetti, studi, pennellate di asfalto a fronte di appena 3 chilometri di variante? Il maltempo di questi giorni ha flagellato non solo Pisciotta ma anche Perdifumo dove si è verificato uno smottamento a ridosso di un’abitazione. Evacuata una famiglia di quattro persone. Sempre qui, nel gennaio del 2009 un’altra brutta frana colpì diverse abitazioni in località Difesa. Anche in quel caso molte famiglie furono evacuate e ad oggi non tutte hanno fatto rientro a casa.

Non solo il pane viene sprecato:ogni anno cibo buttato per 1 miliardo

Thursday, January 7th, 2010

Presente le montagne di arance del supermercato imprigionate nelle retine rosse? Basta che un frutto mostri qualche segno di deperimento perché tutto sia buttato nella spazzatura. Gli yogurt vengono gettati quando sono ancora degni di una sana merenda: «Li preleviamo dagli scaffali due giorni prima della scadenza. Tanto non li compra più nessuno», spiegano i direttori dei supermercati. Per non parlare della aragoste che facevano bella vista nei banchi frigo prima di Natale: quelle invendute sono in gran parte finite nella spazzatura.

Non solo michette e filoncini:i 180 quintali di pane che ogni giorno, a Milano, finiscono nei sacchi neri sono la punta di un enorme iceberg di immondizia. Fatto di frutta, verdura, latticini, pasta. Gli operatori parlano di un 1% di fatturato mancato per colpa dei «resi». «Se si tiene conto che il fatturato della grande distribuzione in Italia supera i 100 miliardi di euro l’anno, lo spreco alimentare vale circa un miliardo», stima Sandro Castaldo, ordinario di Marketing alla Bocconi. E la cifra tiene conto solo della grande distribuzione.

Tra le catene più abili nel contenere i cosiddetti «resi» c’è Esselunga. «Ogni punto vendita produce i quantitativi di pane basandosi sul venduto dei giorni precedenti— spiegano al quartier generale di Pioltello —. Nonostante ciò, è inevitabile che rimanga una piccola quantità di pane. La sua alta deperibilità ci impedisce di regalarlo. Come facciamo invece per altre rimanenze che consegniamo al Banco Alimentare».

Ma il problema non riguarda solo i super. Perché sono i produttori a farsi carico dell’onere economico delle rimanenze. «La grande distribuzione chiede ai panificatori artigianali di consegnare pane fresco in abbondanza per avere gli scaffali pieni fino all’ora di chiusura. Nei contratti è previsto il ritiro dell’invenduto da parte del panificatore. Che non può fare altro che buttare tutto», lamenta Luca Vecchiato, presidente della Federazione italiana panificatori. Il sistema è lo stesso quando si parla di formaggi e latticini. Il produttore è tenuto a ritirare l’invenduto. Per di più mantenendo la catena del freddo. Poi, si vede ritirare gratuitamente i prodotti scaduti da società produttrici di mangimi. In alcuni casi paga un compenso per liberarsi della merce. L’alternativa è buttare tutto nell’umido, con il conseguente versamento della tassa sullo smaltimento dell’immondizia. «Con un sistema efficace di riciclo, si potrebbe ridurre l’impatto sull’ambiente e sfamare persone in difficoltà», sintetizza Luciano Morselli, docente di Gestione dei rifiuti a Rimini. Ma per trasformare in sistema le iniziative di pochi (il Banco Alimentare, i Lastminutemarket dell’università di Bologna) servirebbero agevolazioni fiscali mirate. «Alcuni comuni fanno sconti sulla tassa sui rifiuti a chi dona le eccedenze. Ma non basta — valuta Tommaso di Tanno, docente di diritto tributario all’università di Siena —. Se vogliamo diventare a sprechi zero la leva tributaria potrebbe agire in ben altri modi. Agevolando i virtuosi».

  • NOTIZIE CORRELATE
  • Milano butta via ogni giorno 180 quintali di pane
  • Fonte: Corriere della Sera
  • WWF: ‘Dec-albero’, semplici consigli per un Natale sostenibile

    Saturday, December 26th, 2009

    Addobbare le piante del balcone, accendere luminarie a basso consumo, acquistare prodotti a Km zero e fare shopping in bicicletta. Consigli per un Natale ecologico ed alternativo

    (Rinnovabili.it) – A Natale non bisogna dimenticare il rispetto per l’ambiente. Sembra essere questo il messaggio che il WWF ha voluto lanciare alla soglia delle festività attraverso il ‘Dec-Albero’, dieci consigli per festeggiare in allegria all’insegna della sostenibilità.
    Dalle luminarie a basso consumo all’utilizzo di prodotti locali e quindi a chilometri zero, dallo shopping in bicicletta o con i mezzi pubblici contribuendo a ridurre le emissioni dannose, all’acquisto di apparecchi elettronici che siano ad alta efficienza, affinché i benefici di un acquisto intelligente durino tutto l’anno e non contribuiscano all’aumento delle emissioni di CO2 in atmosfera.
    Ma la maggiore attenzione è riservata al grande protagonista del Natale, l’albero: non è importante che sia un abete né tantomeno che l’abete sia vero, spesso il nostro clima non gli permette di sopravvivere. Sarebbe meglio quindi addobbare un tipico albero delle nostre zone, stesso effetto con un pizzico di originalità in più.
    Ma come dimenticare le luminarie, sono loro le coprotagoniste delle Feste, ma meglio se a LED o comunque a basso consumo, per evitare inutili sprechi avendo l’accortezza di non lasciarle accese tutta la notte inutilmente.
    Per il cenone natalizio all’insegna della tradizione si possono scegliere, rispettando l’ambiente, prodotti locali che non hanno contribuito ad inquinare, visto il breve tratto percorso per arrivare sulle nostre tavole, e prodotti certificati che non vadano ad alimentare il commercio illegale di specie protette.
    Festeggiare rispettando l’ambiente potrebbe rendere tutti più felici!

    Fonte: La Repubblica

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