Archive for the ‘società’ Category

L’Italia incompiuta

Saturday, March 20th, 2010

Dalla Val d’Aosta alla Sicilia, centinaia di opere cominciate e non completate. Viaggio tra i cantieri dello spreco che hanno bruciato miliardi di euro. E che continuano a ingoiare finanziamenti
SEGNALATE LE OPERE INCOMPIUTE CHE AVETE VISTO

 

L’idrovia Padova-Venezia - Foto Offmanphoto

RACCONTA LA TUA INCOMPIUTAStorie che i giarresi conoscono bene. La loro cittadina, 26 mila abitanti a nord di Catania, è soffocata da opere pubbliche annunciate, in parte realizzate e abbandonate prima dell’inaugurazione. C’è la follia del campo da polo, poi riciclato in pista da atletica e campo di calcio, con gigantesche tribune inagibili e palestre incomplete oltre che vandalizzate (lavori tra l’88 e il ‘94, finanziamenti da 3 milioni e 600 mila euro). C’è il nuovo teatro, progetto da un milione e mezzo di euro, mai aperto e con le vetrate rotte, le poltroncine rubate, rubati gli impianti di aria condizionata come anche le piastrelle della facciata. Per non parlare del centro polifunzionale in frazione Trepunti, 894 mila euro stanziati dalla Regione nell’83, oggi una parata di mattoni a pezzi, svastiche alle pareti e brandelli ferrosi che sbucano dai piloni. Fino alla dimenticata pista di automodellismo, con annessi campi da tennis (141 mila euro tra l’81 e l’82), e il mai aperto mercato dei fiori per cui l’assessorato regionale all’Agricoltura ha impegnato nel ‘97 oltre 500 mila euro.

L’acqua non c’è, dentro la piscina comunale di Giarre. Non c’è mai stata, neppure per un secondo. Ci sono i topi, invece, che corrono a pochi metri dal cemento grezzo della vasca. C’è la distesa di bottiglie vuote, cartoni sfasciati, vecchi vasi di plastica, tubi arrugginiti e sterco che assediano lo scheletro incompleto del palazzetto. Ci sono le matasse di rovi e cespugli che ostruiscono l’ingresso della struttura. E non consola lo sfondo cartolinesco dell’Etna innevato, o il profumo dello Jonio a un passo. “Questa piscina coperta”, testimonia il sindaco Teresa Sodano (Movimento per l’autonomia), è stata finanziata nel 1985 dall’assessorato regionale alla Presidenza con 2 milioni e mezzo di euro. La parte strutturale è stata conclusa, i lavori regolarmente collaudati. Poi l’impresa è fallita e si è bloccato tutto”. Niente più ruspe, niente più cantiere. “Soltanto questo simbolo dello spreco, di un degrado che umilia la nostra gente”.

Sono le incompiute d’Italia. Lo scempio di ospedali e strade, carceri e stazioni ferroviarie, campi sportivi e case di riposo, autoporti e dighe che non hanno conosciuto la parola fine. Oppure sono state concluse, inaugurate dopo indicibili vicissitudini ma non attivate. Un’epidemia che in questi anni si è estesa dalla Sicilia alla Valle d’Aosta, dalla Campania al Veneto, dalla Calabria al Piemonte. “Ha trionfato la logica del fare per fare”, sostiene Bernardino Romano, professore di Pianificazione e valutazione ambientale all’Università dell’Aquila: “Politici e imprenditori hanno raccolto finanziamenti ovunque, a livello europeo e nazionale, costruendo nel loro interesse e non in quello delle collettività. Risultato, la spaventosa debolezza di progetti che franano al primo intoppo: un cambio di giunta, la crisi di un’impresa appaltatrice, il banale prolungarsi dei lavori…”.

Un sistema in bilico tra cialtroneria e malaffare che la Corte dei conti ha censurato il 17 febbraio scorso, all’inaugurazione dell’anno giudiziario in pieno scandalo ‘Cricca’ del G8. “Anche nel 2009″, ha scritto il procuratore generale Mario Ristuccia, “molte fattispecie di illecito hanno riguardato il fenomeno delle opere incompiute”. Un “ingente spreco di risorse pubbliche” dovuto alla “carenza di programmazione, all’eccessiva frammentazione, alla dilatazione dei tempi di esecuzione (…) e alle carenze ed inadeguatezze dei controlli tecnici ed amministrativi”. Il peggio, insomma. Tanto oscuro e articolato da causare “un’oggettiva difficoltà nell’accertamento delle responsabilità, il più delle volte ascrivibili ai vari livelli decisionali”.

Il centro polifunzionale di Giarre
Foto Offmanphoto

Parole che sembrano fuori luogo, pronunciate tra le montagne di Aosta. Qui tutto appare ordinato, ligio alle regole del buon senso. Ma c’è qualche eccezione. Singolare, per esempio, è quanto accade al trenino che doveva collegare le stazioni sciistiche di Cogne e Pila. “La vicenda è partita nel 1926″, dice il consigliere regionale Raimondo Donzel, “con la realizzazione di una linea per trasferire la magnetite dalla miniera di Cogne allo stabilimento siderurgico del capoluogo”. Nel 1979 la miniera chiude e il treno si ferma, ma presto spunta un’ipotesi alternativa: adattare l’impianto al trasporto delle persone. Servirà ad agevolare gli spostamenti in valle e sostenere il turismo, prevedono i politici nel 1980. Senonché, trent’anni dopo, i vagoni giacciono inutilizzati nella deserta stazione di Acque Fredde. L’amarezza è tanta. In parte per i 30 milioni di euro spesi in attesa dell’inaugurazione, ma anche per il modo in cui si è realizzata l’opera (11 chilometri, dei quali otto in galleria). “Un’apposita commissione tecnica”, dice il consigliere Donzel, “ha indicato alla Regione che i locomotori sono in condizioni precarie, che le batterie del trenino non bastano ad affrontare il tragitto, che le gallerie sono deteriorate dagli svariati allagamenti, che risultano gravi problemi di scuotimenti verticali e trasversali, che le curve sono più strette del dovuto e che sotto carico si registrano cedimenti del binario. Non a caso la Corte dei Conti della Valle d’Aosta ha chiesto al progettista e direttore dei lavori un risarcimento da 14,6 milioni di euro (l’udienza è fissata il 10 giugno, ndr)”. Quant’è bastato a scatenare polemiche, ma non a spingere la giunta ad archiviare il tutto. Anzi, giorni fa è spuntata l’ipotesi di utilizzare parzialmente strutture e tracciato come percorso turistico verso il museo minerario di Cogne. “Un progetto”, nota Donzel, “che richiederebbe ulteriori finanziamenti”.
 

La diga sul Metrano
Foto Offmanphoto

La domanda è: quante situazioni simili esistono in Italia? Quanti milioni di euro vengono buttati in sogni fallimentari? E quante volte un’opera, dopo anni di oblio, viene recuperata in extremis? Risposta: nessuno lo sa. Non c’è un elenco ufficiale delle incompiute, al massimo emergono cifre parziali. Nel 2007 il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, ha scritto che le opere a metà sono 357. Nel 2009 è rimbalzata on line la notizia che sarebbero invece 395, delle quali 156 nella sola Sicilia. Cifre che le istituzioni non negano e non confermano: semplicemente tacciono. A più riprese (16 giugno 2009 e 4 marzo 2010) ‘L’espresso’ ha contattato il ministero delle Infrastrutture per intervistare Altero Matteoli. Inutilmente. Il 3 marzo scorso ci si è rivolti anche all’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici (Avcp), ma il presidente Luigi Giampaolino non si è reso disponibile. “L’unica certezza, statistiche a parte, è che le incompiute non sono incidenti di percorso, bensì il sintomo di uno sfaldamento culturale”, dice l’urbanista Vezio De Lucia, ex membro del Consiglio superiore dei lavori pubblici: “La catena di controllo è saltata, degenerata. Le fresche cronache su La Maddalena e i grandi appalti testimoniano come gli appetiti privati abbiano sovrastato il pubblico interesse”. Il resto viene di conseguenza: “Nella progressiva assenza di controlli, nazionali ma anche locali, si buttano soldi e non si terminano i lavori”.

Gli esempi abbondano. Dalla Campania, Valerio Calabrese di Legambiente passa in rassegna alcune incompiute di Battipaglia: c’è la casa di riposo Villa Maria, “già finita nel 1996, celebrata con ben tre inaugurazioni e mai aperta agli anziani (spesa stimata: 1,3 milioni di euro)”. C’è lo stadio di calcio, “progettato per i Mondiali del ‘90 ma con un’unica tribuna agibile e la pista inutilizzabile (costo stimato: 10 milioni di euro)”. E c’è, in centro città, quella che doveva diventare una caserma di polizia ma è rimasta un abbozzo. “L’errore più grave”, avverte Costanza Pratesi, responsabile ufficio studi del Fai (Fondo per l’ambiente italiano), “sarebbe credere che le incompiute siano un problema del passato. Non è così: il vizio politico degli annunci eclatanti, delle sparate propagandistiche, genera sempre più investimenti irrazionali e abusi di territorio”. Dopodiché il rischio è che “manchino sia i fondi per concludere le opere, sia quelli per eventualmente abbatterle”.

In questo clima, il Fai ha chiesto agli italiani di indicare le brutture che infestano i loro luoghi più amati, e tra le 10 mila segnalazioni ricevute, 595 indicano costruzioni in disuso, mentre 157 vengono segnalate come incompiute. Un catalogo in cui potrebbe entrare anche l’ex clinica Madonna delle Rose, non nascosta in qualche anfratto del territorio nazionale ma bene in vista a Fonte Nuova, comune con 30 mila abitanti alle porte di Roma. Per arrivarci va percorsa tutta via Nomentana, fino al colle dove svetta una palazzina giallognola in pessime condizioni. I muri sono sbrecciati, le finestre inesistenti, le tapparelle devastate. Tutt’attorno nessuno, a parte i due cagnoni del custode. “La struttura è stata avviata e non conclusa da un privato tra il 1959 e il 1961″, spiega un operaio che ha partecipato all’opera: “Poi la clinica è stata aperta per un paio d’anni da un secondo privato”. Dopodiché l’università la Sapienza ha acquistato i muri e il terreno (fonti interne ricordano per 6 miliardi di lire) e i cittadini hanno atteso che succedesse qualcosa. Invano. Prima sono arrivati gruppi di extracomunitari che hanno occupato illegalmente il palazzo. “Quindi, nel 1996, l’università ha presentato un progetto che prevedeva il restauro e l’ampliamento della struttura, con tanto di campus universitario”, spiega l’ex assessore comunale all’Urbanistica Daniele Patrizi: “Senonché niente si è concretizzato: la clinica è incompiuta, e la diffidenza abbonda sulle ultime dichiarazioni di Luigi Frati, rettore de La Sapienza, che ipotizza di trasformare la clinica in un polo medico-chirurgico da 200 posti letto”.

Inutile stupirsi. Un rapporto della fondazione Italia/Decide certifica che l’Italia è la peggiore in Europa sul fronte delle opere pubbliche, dieci volte più lente e tre volte più care rispetto al resto del Continente. Stando al World economic forum, la nostra nazione è al cinquantaquattresimo posto per dotazione di strade, ferrovie e quant’altro. E come non bastasse, il dossier 2009 dell’Ance (Associazione nazionale costruttori edili) sulle infrastrutture propone numeri allarmanti: dai quattro anni e mezzo impiegati in media per progettare opere sotto i 50 milioni di euro (oltre questa soglia gli anni diventano sei), ai nove mesi di ritardo medio accumulati in fase di cantiere dalle opere poi concluse, “pari al 43,2 per cento del tempo contrattuale”. “Cifre sconcertanti”, dice Stefano Lenzi, responsabile dell’ufficio legislativo di Wwf Italia: “Ma non c’è verso di cambiare rotta. Anzi, nella Finanziaria 2010 è stato inserito il comma 232 dell’articolo 2 che rischia di generare altre mastodontiche incompiute. Permette, infatti, di avviare la realizzazione di strutture comprese nei corridoi Ten-T (le famose reti transeuropee) con in cassa soltanto il finanziamento del primo lotto, e di almeno il 20 per cento dei lavori complessivi. Diventa cioè elevatissimo il pericolo che manchino i soldi, eppure nessuno si scandalizza”.

Al contrario, le incompiute si moltiplicano nell’indifferenza generale. Un classico caso è quello dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, eterno cantiere. Ma c’è anche, a Nord-Est, l’idrovia Padova-Venezia, ideata mezzo secolo fa come un’autostrada d’acqua lunga 27 chilometri, costata circa 140 milioni tra ponti e chiuse e tuttora incompleta. C’è ancora, in Abruzzo, l’autoporto di Roseto, in teoria fulcro del trasporto intermodale delle merci, in pratica cattedrale nel deserto pagata dalla Regione 5 milioni di euro. E c’è, sulle colline di Reggio Calabria, in un silenzio d’altri tempi tagliato dal vento, il carcere di Arghillà: concepito nel 1988, costruito negli anni Duemila e oggi al centro di un paradosso finanziato con 52 milioni di euro: “Sono pronti il padiglione detentivo, quello sanitario, gli uffici, l’area colloqui, il muro di cinta e addirittura la portineria esterna”, ammette l’assessore regionale al Bilancio Demetrio Naccari: “Eppure si ritarda l’apertura perché manca, tra l’altro, una strada decente che porti al penitenziario”.

Vero è, aggiunge Naccari, che il Cipe (Comitato interministeriale per lo sviluppo economico) ha stanziato nel 2009 21 milioni 500 mila euro per terminare l’opera, ma visti i precedenti la prudenza è d’obbligo. “A volte”, dice il sindaco di Torino e presidente dell’Anci (Associazione nazionale comuni italiani) Sergio Chiamparino, “si parte entusiasti e ci si arrende, anni dopo, per gli scenari che cambiano”. Altre volte, interviene il presidente dell’Ance Paolo Buzzetti,”l’abbandono dell’opera arriva per le lungaggini amministrative”. Fatto sta che spesso ci si ritrova come a Matera, capoluogo della Basilicata dove le Ferrovie hanno avviato nel 1986 la tratta per Ferrandina (20 chilometri) per collegare il Tirreno all’Adriatico. Marco Ponti, docente di Economia dei trasporti al Politecnico di Milano, definisce l’opera “una conclamata assurdità per la carenza di viaggiatori”, e molti ambientalisti concordano. Ma non è questo il punto. Il problema è che questa linea è stata quasi ultimata, sotto il profilo strutturale. Mancano i binari, d’accordo, però prima che finissero i soldi si è scavata la galleria di Miglionico, sei chilometri di terra franosa e gas. Si è costruita la stazione di Matera, ora lucchettata e invasa dalle sterpaglie. Si sono realizzati il ponte sulla gravina di Picciano e quello sul fiume Bradano, dove lo scorso 9 marzo il cantiere sullo strapiombo era pericolosamente accessibile attraverso un cancello aperto. E tutto questo sforzo, questo investimento da 270 milioni di euro (stima del mensile ‘La nuova ecologia’, mentre Fs non fornisce cifre) porta alla sintesi che fa Pio Acito, anima storica di Legambiente in Lucania: “Tante promesse, miopia totale e valanghe di euro buttati”. Un finale che mette malinconia.
Fonte: L’Espresso

Stop agli occhiali 3D per gli under 6 e divieto per quelli non monouso

Tuesday, March 16th, 2010

Gli occhiali 3D al cinema non sono indicati per i più piccoli. Lo ha chiarito il Consiglio Superiore di Sanità, che in un parere formulato il 2 marzo ha proposto il divieto per i bambini sotto i 6 anni, oltre a stabilire un intervallo più lungo tra primo e secondo tempo e a chiedere il divieto anche per gli occhiali non monouso.

Il parere, richiesto dal Codacons e formulato dalla sezione II del Css, sottolinea che “per la visione di spettacoli cinematografici l’utilizzo degli occhiali 3D sia controindicato per i bambini al di sotto dei 6 anni di età; limitato nel tempo per gli adulti; garantito con fornitura del tipo monouso agli spettatori”. Infine il Css ritiene che “sia opportuna un’ampia divulgazione informativa circa l’utilizzo appropriato e corretto degli occhiali 3D nelle sale cinematografiche”. E’ di oggi, infatti, la notizia di una bimba di tre anni che ha riportato una fortissima infiammazione all’occhio sinistro dopo qualche ora dalla visione del film ‘Alice in the Wonderland’ in un cinema di Milano con gli occhiali 3D.

Alla luce del parere del Css, già da domani, spiega il Presidente Codacons, Carlo Rienzi - “non sarà possibile la visione di film in 3D in quei cinema che non utilizzano occhiali monouso. Non solo. Anche i cartoni animati e i film per bambini subiranno serie ripercussioni, essendo assolutamente controindicata la visione con tali occhiali ad un pubblico di età inferiore ai 6 anni. Pur avendo il Consiglio Superiore di Sanità accolto parte delle nostre richieste, non possiamo dirci soddisfatti - prosegue Rienzi - Gli occhiali in 3D, infatti, a differenza di quanto sostiene il Consiglio devono considerarsi a tutti gli effetti occhiali, e come tali essere muniti di marchio CE come prevede la legge. A tal fine incaricheremo le Procure della Repubblica di tutta Italia di intervenire a tutela della salute degli spettatori”.

Fonte: La Repubblica

Nello Zimbabwe si muore di fame, e si magia l’elefante morto

Sunday, March 14th, 2010

Le immagini sono choc, ma la storia che c’è dietro lo è altrettanto, perché parla di miseria e disperazione, di morte e lotta per la sopravvivenza. Per la maggior parte di noi, un elefante morto di vecchiaia nella savana è solo una scena triste, ma per centinaia di disperati che ogni giorno muoiono di fame nello Zimbabwe è stata un’autentica manna. Pochi minuti dopo aver individuato la carcassa in un angolo remoto del “Gonarezhou National Park”, (la seconda riserva del paese, che si estende su una superficie di 5mila chilometri quadrati), un gruppo sempre più crescente di persone ha, infatti, cominciato ad uscire dalla boscaglia circostante, proveniente da ogni dove.

Il pasto degli affamati in Zimbabwe Il pasto degli affamati in Zimbabwe    Il pasto degli affamati in Zimbabwe    Il pasto degli affamati in Zimbabwe    Il pasto degli affamati in Zimbabwe    Il pasto degli affamati in Zimbabwe    Il pasto degli affamati in Zimbabwe    Il pasto degli affamati in Zimbabwe

SPOLPATO IN DUE ORE - Armati di machete, asce e coltelli fatti con barattoli di latta, gli uomini si sono avvicinati al pachiderma morto (un gigante di 6 tonnellate e alto quasi 4 metri) e in meno di due ore (1 ora e 47 minuti, per la precisione) lo hanno letteralmente spolpato, strappandone la carne a pezzi e lasciandone solo lo scheletro. Neanche la proboscide e le orecchie si sono salvate da questo autentico scempio e pure le stesse ossa sono state successivamente portate via, per essere bollite e diventare così una zuppa. Nemmeno 24ore più tardi, tutto quello che è rimasto dell’elefante era una macchia di sangue nella savana. Una scena di una crudeltà terribile quella che è apparsa davanti agli occhi attoniti del fotografo inglese David Chancellor, che era nello Zimbabwe per fotografare gli elefanti nel loro habitat naturale. Grazie a quelle immagini, dal titolo “Elephant Story”, l’uomo ha vinto uno dei prestigiosi “World Press Photo 2010”, ma ha ammesso al londinese “Daily Mail” di non riuscire davvero a dimenticare quanto visto in quell’angolo sperduto di mondo.

LOTTA PER IL CIBO - «Poco dopo l’alba, un abitante della zona ha visto la carcassa dell’elefante mentre passava in bicicletta – ha raccontato Chancellor -. Sembrava in mezzo al nulla, ma in appena un quarto d’ora sono arrivati centinaia di disperati da ogni direzione: le donne hanno formato un cerchio attorno all’animale e gli uomini stavano all’interno e ho visto gente litigare e accoltellarsi a vicenda, pur di accaparrarsi più carne possibile per la famiglia. Carne che è stata poi portata a casa per essere lavata, essiccata e, quindi, messa da parte, ma c’è anche chi l’ha mangiata lì, al momento. E nei villaggi circostanti hanno fatto poi festa per due giorni, per celebrare la fortuna che era loro capitata”. Già, perché quell’elefante morto ha significato la sopravvivenza garantita per un bel po’ di tempo, stante la tremenda situazione economica in cui versa il paese sotto il regime di Robert Mugabe

ALLARME DELLA CROCE ROSSA - Non a caso, giusto giovedì la Croce Rossa Internazionale ha lanciato un grido d’allarme, definendo “assai critica” la situazione dello Zimbabwe, dove oltre 2 milioni di persone – ovvero, un abitante su quattro – muore di fame, e chiedendo agli Stati Uniti un aiuto immediato di almeno 24 milioni di dollari per alleviare la crisi. «In alcune zone del paese la situazione è difficile come mai si è visto prima d’ora – ha spiegato Emma Kundishora, della Croce Rossa dello Zimbabwe, al sito dell’agenzia d’informazione “ZimOnline” – e per esempio a Masvingo le piogge non sono arrivate in tempo e così tutto il raccolto è andato perduto». Nel gennaio dell’anno scorso Jonny Rodrigues, un attivista della “zimbabwe Conservation Task Force”, aveva rivelato alla Bbc che la carne di elefante veniva data nel rancio ai soldati di Mugabe perché era la sola disponibile, visto che i contratti per la fornitura di carne bovina erano stati cancellati, ma nessun uomo del governo aveva confermato l’accusa.

Fonte: Corriere della Sera

Cieca con cane-guida:non la fanno entrare al bar

Friday, February 26th, 2010

È cieca, ha con sè il proprio cane-guida, ma non la lasciano entrare nel bar perchè nel locale gli animali non sono ammessi. È accaduto nel centro di Treviso: l’episodio, che risale allo scorso 20 gennaio, è stato reso noto dall’Unione Ciechi locale e raccontato a «La Tribuna di Treviso».

LA VICENDA - La ragazza, che avrebbe dovuto pranzare nel locale con alcune colleghe di lavoro, ha presentato un esposto ai vigili urbani. La ragazza ha 30 anni e lavora in centro e aveva con sè Mayla, il labrador retrivier che la segue ovunque e che, per farsi riconoscere, aveva la pettorina con la croce rossa stampata sopra. «Respingere il cane-guida di un non vedente, come successo nel bar del centro di Treviso, lascia semplicemente senza parole - ha commentato Francesco Rocca, commissario straordinario della Croce rossa - è un atto di intolleranza e di discriminazione da condannare fermamente. Non avremmo mai voluto condannare un fatto di questa gravità: è impossibile pensare di dividere il cane-guida dal suo padrone con cui si sviluppa, voglio sottolinearlo, un rapporto simbiotico e di totale fiducia. Voglio esprimere - ha concluso Rocca - la nostra più totale solidarietà e vicinanza alla ragazza di Treviso e auspico che le Istituzioni si mobilitino per sensibilizzare l`opinione pubblica sulla questione per fare in modo che nessuno più limiti la mobilità di persone diversamente abili. (Fonte agenzia Apcom)

Un G8 da 500 milioni

Friday, February 26th, 2010

Tra la Maddalena e L’Aquila speso oltre mezzo miliardo per tre giorni di vertice. Con appalti affidati ai soliti amici. Ecco la lista di tutti gli sprechi della megalomania del premier

 

L’ex arsenale militare ristrutturato per ospitare il G8

Il vertice G8 più caro della storia: oltre mezzo miliardo di euro per soli tre giorni di riunioni. Una follia mediatica per assicurare una platea tra i grandi della Terra al capo del governo Silvio Berlusconi nel momento di massima crisi per lo scandalo Noemi. Cinquecentododici milioni 474 mila euro, per la precisione, è la somma finale pagata dagli italiani per quel summit trasferito a L’Aquila dall’8 al 10 luglio 2009. E, mentre i terremotati abruzzesi soffrivano nell’afa delle tendopoli, gli uomini di Guido Bertolaso spendevano 24 mila euro in asciugamani, 22 mila 500 euro in ciotoline Bulgari d’argento, altri 350 mila per televisori Lcd e al plasma e 10 mila euro per i bolliacqua del the. Alla faccia degli intenti frugali, che avevano convinto a rinunciare alle strutture della Maddalena per testimoniare la solidarietà dei Grandi alle vittime del sisma, non si è risparmiato su nulla.

Il gran banchetto Eppure per dotare l’isola sarda di alberghi, sale conferenze, porti e giardini erano già stati bruciati 327 milioni 500 mila euro. Fondi che ora gli atti dell’inchiesta della Procura di Firenze rileggono in una chiave diversa, descrivendoli come il banchetto di una “cricca” tutta presa dalla spartizione di appalti senza concorrenza e senza trasparenza. I magistrati hanno arrestato i protagonisti di quelle opere: Angelo Balducci, Fabio De Santis e Mauro Della Giovampaola, ai vertici della struttura di Bertolaso che ha gestito l’affare, e il costruttore rampante Diego Anemone, dominus di queste opere. Ma lo stesso numero uno della Protezione civile è sotto inchiesta, come altri tecnici e imprenditori impegnati nei cantieri sardi. Tutte le opere della Maddalena sono diventate inutili quando il premier ha deciso di cambiare scenario e spostare la riunione internazionale all’Aquila, tra le macerie e i senzatetto. Una mossa di grande effetto mediatico, che ha ridotto a zero il rischio di manifestazioni no global e ha anche azzerato l’agenda dei lavori, sottraendo in nome del lutto il premier al rischio di insuccessi diplomatici o di imbarazzi per lo scandalo di escort e festini presidenziali. Il tutto a carissimo prezzo: altri 184 milioni 974 mila euro bruciati per le tre giornate abruzzesi. In tutto, appunto, oltre mezzo miliardo: il tributo dei contribuenti italiani al vertice più folle, costoso e inutile della storia recente. E come nell’assegnazione delle opere della Maddalena, anche scorrendo la lista dei lavori per l’Aquila le sorprese abbondano.

Ci sono anzitutto i soliti noti del ristretto giro di Palazzo Chigi e che tra i clienti privilegiati di tutti gli eventi internazionali non mancano mai. Come Relais le jardin che per oltre un milione di euro si è aggiudicata la fornitura del servizio di catering per i banchetti organizzati per i capi di Stato. Solo che Relais non è una società qualsiasi: appartiene alla famiglia di Stefano Ottaviani, sposato con Marina Letta, figlia di Gianni, l’onnipotente sottosegretario alla presidenza del Consiglio. O come la Triumph dell’immancabile Maria Criscuolo, incaricata dei materiali per giornalisti e delegazioni estere e del servizio di interpretariato con un compenso di un milione 250 mila euro.

Colpo Grosso Altro caso in cui i legami con la presidenza del Consiglio contano eccome è quello di Mario Catalano. Famoso come scenografo di “Colpo grosso”, la prima scollacciatissima trasmissione andata in onda sulle tv private negli anni Ottanta, Catalano è già stato premiato dal Cavaliere a inizio legislatura con una ricca consulenza a Palazzo Chigi dove cura l’immagine del premier e gli eventi pubblici in cui è coinvolto. Ma evidentemente la prebenda non basta ed ecco infatti Catalano accorrere tra le macerie dell’Aquila per le performance del presidente. Con l’incarico di verificare, vai a capire perché proprio lui, la piena applicazione della legge 626 che regola la sicurezza sul lavoro. Il tutto per altri 92 mila euro.

Chi invece ha conquistato a sorpresa la vetrina del G8 è Giulio Pedicone, titolare della Pedicone Holding e della Las Mobili, azienda abruzzese che fabbrica attrezzature per uffici. Imprenditore venuto dal niente, Pedicone ha visto la sua carriera coronata dal vertice dove la Las è stata chiamata direttamente e senza alcuna gara a fornire mobili per circa 300 mila euro. Gli uomini di Bertolaso non ammettono dubbi sul fatto che ciò è avvenuto «dopo un’approfondita indagine di mercato». Altrettanto sicuro però è che della Pedicone Holding, titolare del 64 per cento della Las, dal 2007 è sindaco supplente Gianni Chiodi, commercialista con studio a Teramo in società con Carmine Tancredi (a sua volta cugino di Paolo, senatore del Pdl), ma soprattutto presidente della Regione Abruzzo dal dicembre 2008 e commissario delegato all’emergenza terremoto e alla ricostruzione.

In alto le bandierine Il legame con il governatore è solo una delle note singolari in una lista della spesa sterminata. Dei circa 185 milioni divorati dal summit, 52 milioni 666 mila euro sono stati utilizzati da Bertolaso in parte per investimenti in «infrastrutture tecnologiche» e il resto in «spese di funzionamento » ossia per forniture e servizi, dalla ristorazione alle bandierine per le auto. Altri 43 milioni 807 mila euro se ne sono andati invece per rimborsare gli interventi fatti da altre amministrazioni, come la Guardia di Finanza che ha ospitato la sede del G8, o il Provveditorato alle opere pubbliche per il Lazio, Abruzzo e Sardegna che ha curato l’adeguamento della scuola sottufficiali e del minuscolo aeroporto di Preturo assieme alla realizzazione della strada per Coppito. Infine ulteriori 88 milioni 500 mila euro sono stati stanziati dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti ai dicasteri della Difesa e degli Interni, oltre alle Capitanerie di porto, per finanziare la cupola protettiva che ha difeso quei tre giorni di incontri: una triplice barriera di sicurezza in cielo, mare e terra.

Immergersi nella lunga catena di 145 fatture saldate dalla Protezione civile per l’evento fa scoprire più di una nota stonata. Lussi e sprechi che poco si addicono a un vertice spostato tra i terremotati in nome della sobrietà e della solidarietà. In una regione che aveva pianto almeno 308 morti per il sisma e doveva restituire una vita dignitosa a 80 mila senzatetto, i gadget delle grandi occasioni paiono affronti. Trascurando le ciotoline d’argento Bulgari gentile omaggio per i capi di Stato, si va dalle 60 penne “edizione unica” fornite da Museovivo al costo di 26 mila euro e utilizzate dai leader solo per apporre il loro prezioso autografo sui trattati. Ci sono poi la fornitura di poltrone Frau per le sedute di quei tre giorni e costate 373 mila euro; gli addobbi floreali per 63 mila euro; la pellicola protettiva per il rivestimento degli ascensori (9 mila); i portablocchi notes forniti dalla rinomata Pineider al prezzo di 78 mila euro.

Premier in primo piano E non è finita. Si possono forse trascurare le grosse commesse nelle quali primeggiano Selex e Seicos (Finmeccanica) per le forniture tecnologiche relative alla sicurezza (oltre 18 milioni di euro) con la centrale di coordinamento delle forze schierate, Telecom per gli apparati telefonici(12 milioni) e Limelite per la realizzazione dell’areagiornalisti (altri 2 milioni)? E poi: Studio Ega per l’accoglienza e prenotazioni alberghiera delle delegazioni (2 milioni e mezzo); Tecnarr per l’allestimento della sala conferenze (quasi 2 milioni); Semeraro per gli arredi (1 milione 700 mila euro); Composad per i frigoriferi e altri arredamenti (1 milione 500 mila euro); Jumbo grandi eventi per le prenotazioni e il trasporto delle delegazioni (1 milione 200 mila euro). Per non parlare della D and d lighting & truck, sponsorizzatissima a Palazzo Chigi per soddisfare tutte le esigenze sceniche e televisive del premier: al G8 è stata premiata con una commessa di un milione 700 mila euro per la fornitura di attrezzature tecniche.

Insomma, una vera abbuffata. Nella quale si sommano pure le spese per il logo della manifestazione (22 mila euro); le prese elettriche; i pennoni portabandiere e le bandiere (155 mila); 30 distruggi-documenti come nei film di 007 (13 mila euro); asciugamani elettrici; stampe (126 mila); tessuto e divise per steward e hostess (18 mila euro); altre divise non meglio specificate (54 mila euro) e persino la fornitura di tessuto e adesivi per personalizzare le transenne dentro e fuori la caserma di Coppito e i contenitori per la raccolta differenziata. Altra follia da oltre 20 mila euro.

Ma gli aspetti suggestivi non sono finiti. Una “spesa infrastrutturale” di Bertolaso viene considerata la copertura (anche con fondi extra budget G8, non è chiaro) di una lacuna da sempre lamentata dai guidatori sull’autostrada Roma-Aquila- Pescara da anni gestita in concessione da Carlo Toto, l’ex proprietario di AirOne. Il problema? Su questa autostrada era pressoché impossibile ascoltare Isoradio, la rete Rai con le notizie in tempo reale sul traffico. Ma alla vigilia del G8 ecco entrare in azione Bertolaso. Certo ai pendolari abruzzesi costretti a fare la spola con la capitale pesava viaggiare senza le informazioni sul traffico. E qualcuno deve avere pensato che anche i cortei blindati dei Grandi avevano bisogno dei bollettini sulle code lanciati da Onda verde: così Isoradio è stata installata lungo tutta l’autostrada dalle cento gallerie a spese della Protezione civile. Un regalo a Toto che vanifica l’accordo tra Rai e società autostradali che pure obbligherebbe la prima a reperire le frequenze e le seconde a garantire l’acquisizione e la manutenzione degli impianti.

Scuola modello Singolare anche la sorte dei quasi 29 milioni rimborsati dalla Protezione civile per le spese di “investimento” eseguite da altre amministrazioni pubbliche. Ben 23 milioni se ne sono andati per gli interventi nella scuola sottufficiali delle Fiamme Gialle. In questa caserma serrata da alte mura che si sviluppano su oltre due chilomentri per 45 ettari si sono concentrati i lavori per creare gli ambienti del vertice inclusa la ristrutturazione di 1.090 stanze nelle quali hanno soggiornato i leader e i loro staff. Sono stati ritinteggiati la decina di edifici che la compongono; è stata installata una rete in fibra ottica; sono stati sistemati oltre 120 mila metri quadrati di verde; piantati alberi ad alto fusto; le camere sono state arredate al top, dotandole di tv, telefoni e ogni altro tipo di comfort (di cui adesso godrebbero i senzatetto del sisma). Ma ci sono stati pure i lavori radicali negli impianti: l’adeguamento della rete di distribuzione dell’energia elettrica, la manutenzione delle apparecchiature da cucina e persino la messa a punto della pressione dell’acqua.

Soldi ben spesi? I restauri in genere valorizzano gli investimenti immobiliari. Ma qui è diverso. La caserma non è di proprietà dello Stato: con le cartolarizzazioni volute dal vecchio governo Berlusconi per reperire denaro fresco per le casse pubbliche, è stata venduta nel 2004 e appartiene ora a un pool di banche e istituzioni finanziarie come Immobiliare Sgr spa, Imi, Barclays Capital, Royal Bank of Scotland e persino Lehman Brothers. A loro lo Stato paga ogni anno 13 milioni di euro di affitto. Un canone ragguardevole, che nel 2009 si è arricchito anche dei vantaggi conseguenti ai faraonici lavori di adeguamento pretesi dall’impresa B&B Berlusconi-Bertolaso sulla struttura.

Opere dispendiose a fronte delle quali la proprietà non si è lasciata intenerire. Il pool ha preteso dalla Protezione civile due regali polizze assicurative. Una per la completa copertura dei rischi infortuni dei partecipanti al vertice (Ati Willis spa, 50 mila euro): non fosse mai che Obama scivolasse dalle scale. L’altra polizza per risarcire gli eventuali attacchi terroristici alla caserma nonostante caccia supersonici, missili terra-aria e migliaia di uomini in armi. Non solo, a G8 terminato hanno ottenuto il totale ripristino dei luoghi, ossia il ritorno delle sale da summit al loro compito di scuola militare costato altri 4 milioni di euro. Con tanti saluti ai terremotati aquilani che continuano a protestare per le carenze della ricostruzione e vogliono rimuovere da soli le macerie.

Fonte: L’Espresso

«Pisciottana», doveva essere costruita in 2 anni. Ma i lavori sono fermi da 21

Thursday, February 25th, 2010

Fino a oggi sono stati stanziati 22,5 milioni. Il sindaco: «Questa strada uno dei più grandi scandali nazionali»

 SALERNO — Una strada-scandalo, in pieno Parco del Cilento. Piloni scheletrici che mostrano il cemento nel cuore della campania più verde e protetta. Una strada-scandalo che doveva essere realizzata in due anni e che da 21 continua a mostrare i suoi «moncherini» di calcestruzzo in mezzo ad ulivi secolari.

L’AREA CHE FRANA - Dopo un sopralluogo tecnico è stata chiusa la strada provinciale ex statale 447 che da Ascea porta a Pisciotta. La frana che restringeva la carreggiata era già lì da mesi ma con le ultime piogge la situazione è precipitata. Sono caduti altri massi, altra fanghiglia, altro terriccio. Troppo pericoloso. Vietato il transito. Non è la prima volta che quest’arteria a mezza costa diventa impraticabile. Poco più avanti, c’è però il vero punto critico. Siamo in località Rizzico. Fino a qualche giorno fa si presentava con un manto stradale visibilmente sconnesso. Chi la percorreva era costretto ad affrontare paurosi dislivelli. Sono ancora visibili i piloni realizzati nei primi anni ’90 ed oramai abbandonati da tempo Lo sanno tutti che lì dove per anni e anni è stato sversato asfalto su asfalto, c’è una brutta frana. In paese tutti la chiamano la “frana della ferrovia” perchélì sotto scorrono i binari.

LAVORI «URGENTI» - La soluzione c’è e fu trovata già nel 1989 quando l’Anas ipotizzò una variante al tratto «incriminato». La storia, iniziata con gli espropri di terreno e l’ abbattimento di circa cento alberi di ulivi (tra l’altro mai risarciti), è racchiusa in un’interrogazione parlamentare dell’allora senatore Ettore Liguori, nel 2001. Nella descrizione dell’iter si apprende che i lavori per la realizzazione della variante per «il superamento del tratto in frana» furono ritenuti già nel 1989 «così urgenti da essere autorizzati con ordinanza del 26 luglio 1989 della Protezione civile».

CANTIERI PER DUE ANNI - I lavori dovevano terminare entro 630 giorni. In pratica quell’opera che doveva costare circa 20 miliardi delle vecchie lire doveva essere pronta nel 1992 ossia 17 anni fa. Nel 1999 l’Anas rescinde il contratto con le imprese e a luglio dello stesso anno comunica che ci sarebbe stato un nuovo appalto per il completamento dell’opera. Passano i mesi, ma di riprogettazione e riappalto nemmeno l’ombra. A quell’interrogazione del 2001 il Ministero delle Infrastrutture rispose spiegando che «alla luce del passaggio delle competenze sull’arteria in questione agli enti locali, si demandava ai nuovi soggetti il completamento della progettazione stessa». In pratica, da quel momento la patata bollente, passava alla Regione Campania e alla Provincia di Salerno. Nel 2003 la Regione Campania, stanzia 12,5 milioni di euro del POR Campania 2000/2006. A dicembre Provincia di Salerno e Comune di Pisciotta stilano un accordo di programma per realizzare in «tempi brevi» il completamento dell’opera. Altra trafila, progetto, appalto definitivo e arriviamo al 21 gennaio scorso quando l’Ati Cogenuro-Officine Marino consegna alla Provincia di Salerno il progetto esecutivo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un’altra immagine della strada «incompiuta»

 

J’ACCUSE DEL SINDACO - Dopo 21 anni dunque, la “Pisciottana”, oggi costeggiata dai piloni di cemento armato a memoria dell’inefficienza della pubblica amministrazione, dovrebbe rivedere un cantiere aperto. Cesare Festa, sindaco di Pisciotta, accusa: «E’ uno dei più gravi scandali a livello nazionale, perché si è messa a repentaglio la vita dei cittadini. Spero che dopo un lunghissimo sonno inizino presto i lavori per la variante. Fare altri piccoli interventi comporta spese e non risolve il problema».

GLI INTERROGATIVI - In attesa del cantiere, restano alcuni interrogativi: quei piloni verranno utilizzati, abbattuti o rimarranno lì? E ancora: quanto denaro pubblico in 21 anni è stato davvero speso in progetti, studi, pennellate di asfalto a fronte di appena 3 chilometri di variante? Il maltempo di questi giorni ha flagellato non solo Pisciotta ma anche Perdifumo dove si è verificato uno smottamento a ridosso di un’abitazione. Evacuata una famiglia di quattro persone. Sempre qui, nel gennaio del 2009 un’altra brutta frana colpì diverse abitazioni in località Difesa. Anche in quel caso molte famiglie furono evacuate e ad oggi non tutte hanno fatto rientro a casa.

Bonus Gas, ecco come funziona

Wednesday, February 24th, 2010
Uno sconto del 15% circa sulla bolletta del gas per famiglie a basso reddito o numerose. Viene concesso ai nuclei familiari con Isee non superiore a 7.500 euro. Le cose da sapere

Fonte: Kataweb

L’Italia schiava dell’auto ecco cosa si rischia in città

Wednesday, February 24th, 2010

Pascal Acot, storico dell’ecologia, parla all’indomani dello stop al traffico nel nord Italia per l’aumento delle polveri sottili: gravi carenze nel trasporto pubblicodi ANTONIO CIANCIULLO

 

"L'Italia schiava dell'auto ecco cosa si rischia in città"

ROMA - “Abbiamo problemi anche in Francia. A Parigi, con tanto di metro che arriva ovunque e funziona perfettamente, ogni tanto bloccano almeno in parte la circolazione per frenare lo smog. In tutta Europa la battaglia contro l’inquinamento è dura. Ma certo in Italia la situazione è molto particolare, veramente allarmante”. Pascal Acot, ricercatore presso il Centre National de la Recherche Scientifique e storico dell’ecologia, segue da anni le polemiche sull’inquinamento dell’atmosfera e si stupisce ancora del ritardo con cui, da questo lato delle Alpi, si risponde al pericolo costituito dalle PM10, le polveri sottili.

Dunque lei ritiene che l’intervento sia urgente.
“Non lo dico io. Lo dice l’Unione europea con le sue direttive. Chi non si adegua rischia sanzioni pesanti, da milioni di euro. E l’Italia è tra i paesi nei confronti dei quali è stata aperta una procedura d’infrazione in sede comunitaria proprio per la mancata definizione dei piani di intervento. In altre parole: può capitare di avere un problema. Può capitare di ereditare una situazione in cui i ritardi infrastrutturali accumulati in molti decenni sono pesanti e le condizioni meteo sfavorevoli moltiplicano le difficoltà. Ma non si può far finta di niente. Non si può andare avanti per anni evitando accuratamente di prendere le misure necessarie a tutelare un bene non negoziabile come la salute dei cittadini”.

È difficile però trovare la firma dei veleni che finiscono nei nostri polmoni. Chi non vuole staccarsi dal volante dà la colpa al riscaldamento, chi non vuole investire in una caldaia più efficiente se la prende con le centrali elettriche. C’è perfino chi dice che le polveri sottili sono un fatto naturale…

“Un fatto naturale? Questa è straordinaria! Del resto si può dire di tutto, anche del caos climatico: c’è sempre una frazione del problema che può essere considerata naturale; il punto è che va pesata. E se si misura il ruolo delle polveri sottili prodotte da cause naturali si scopre che è del tutto marginale. I responsabili sono altri e si conoscono per nome e cognome”.

Facciamoli questi nomi.
“Il primo responsabile è il traffico su gomma. E qui si trova una prima spiegazione delle difficoltà in cui si dibatte l’Italia: il rapporto tra l’automobile e il trasporto pubblico, dal punto di vista delle risorse investite e degli spazi dedicati, è assolutamente anomalo rispetto alla media del Centro e del Nord Europa. La prima mossa da fare per recuperare una situazione di normalità è riequilibrare il sistema: più spazio al mezzo pubblico, alle bici, alle auto in condivisione e meno spazio alle automobili, molto spesso occupate da una sola persona”.

Gli altri responsabili?
“Il riscaldamento figura al secondo posto. Forse questo è il campo in cui l’Italia ha fatto meglio: la sostituzione dell’olio combustibile con il metano ha abbattuto in maniera significativa questo tipo di inquinamento. E lo dimostra la diminuzione dell’anidride solforosa, un tipico inquinante legato al riscaldamento. Gli altri contributi allo smog vengono da industrie e agricoltura, ma il loro contributo è, in genere, decisamente limitato”.

Cosa rischiano gli abitanti delle città costretti a respirare un’aria che per legge non è respirabile?
“Molto, moltissimo. L’Organizzazione mondiale della sanità ha calcolato in oltre 8 mila i morti causati dalle polveri sottili nelle 13 principali città italiane e in 800 mila a livello globale le vittime dello smog”.

Pensa che i sindaci o i presidenti delle Regioni abbiamo in mano gli strumenti per battere lo smog?
“In parte sì perché quello che possono fare è molto importante. Possono, e in realtà devono per evitare il rischio di indagini giudiziarie, agire per mantenere i livelli di inquinamento entro i limiti di legge”.

I blocchi?
“I blocchi hanno un significato importante in termini di comunicazione: fanno capire a tutti che il problema c’è ed è serio. Ma appena le auto tornano in circolazione lo smog risale. Quello che veramente serve, e che in parte possono fare anche gli amministratori locali, è migliorare il trasporto pubblico”.

Senza fondi?
“Si possono creare spazi riservati ai mezzi pubblici rendendoli più veloci senza pagare un euro. E poi c’è la partita dei fondi che vanno trovati attraverso un coordinamento nazionale che dia alla difesa della salute e della vivibilità delle città un valore prioritario. Bisogna intervenire anche sul trasporto merci e sui pendolari

L’Aquila, il grande affare dei ponteggi Uno spreco da centinaia di milioni

Sunday, February 21st, 2010

 Si fanno strani incontri, nella “zona rossa”. “L’altro giorno - racconta Eugenio Carlomagno, direttore dell’Accademia di Belle Arti e portavoce del comitato “Un centro storico da salvare” - si presenta da me un signore e dice: “Sono il progettista del puntellamento”. Viene a guardare la mia casa, in via Rustici e subito propone: “Meglio puntellarla”. Io replico: “Guardi che non è danneggiata. Non posso abitarci solo perché è in zona rossa, in mezzo a edifici pericolanti”. Lui non molla. “La puntelliamo, così se arriva un’altra scossa resiste meglio”. Io perdo la pazienza. “Se si ragiona così, allora meglio puntellare mezza Italia”. Il tecnico è sorpreso dal mio rifiuto. “Ma perché dice no? Tanto paga il Comune”. Il giorno dopo, un altro “progettista del puntellamento” si presenta a un mio amico che ha una casa in via Coppito. “La sua casa è da abbattere”, sentenzia. “Intanto però la puntelliamo, tanto paga il Comune”. Sana o da abbattere, ogni casa secondo loro dovrebbe essere imbottita di tubi Innocenti”.

Si sono alzate nuove barriere, attorno alla zona rossa. Sono le reti di plastica arancione stese a protezione dei nuovi cantieri dalle imprese che, dopo avere costruito le New town, ora si sono gettate nell’affaire puntellamento. “Anche in questa operazione - dice Eugenio Carlomagno - girano milioni a non finire. Per puntellare un edificio vincolato dalla Sovrintendenza si mettono impalcature speciali, con “nodi” - sono i ganci che bloccano quattro tubi - che costano dai 18 ai 28 euro l’uno. In un palazzo se ne usano migliaia. Nel nostro Comitato - ci sono ingegneri, architetti, docenti e altri tecnici - abbiamo calcolato che, anche per le case private, in un’abitazione media si spendano dai 50 ai 60 mila euro. Per un palazzo importante si arriva a 500.000 euro e anche a cifre più alte. È comunque assurdo spendere soldi anche per quegli edifici che saranno abbattuti. Oggi mezzo milione per il puntellamento, domani duecentomila euro per togliere tubi e cavi e poi si tornerà al punto di prima. Il puntellamento avrebbe avuto un senso forse nei primi giorni dopo la scossa. Ma anche allora si era capito che le misure da prendere dovevano essere diverse. Si dovevano abbattere le parti pericolanti, portare via le macerie e iniziare una ricostruzione vera. E invece le macerie sono ancora tutte qui”

Basta entrare in piazza San Pietro per capire cosa succede in questa città dove “ricostruzione” è solo una parola annunciata. La fontana del ‘400, risparmiata dal terremoto, è sommersa di macerie. Sono quelle cadute in questo inverno dal palazzo sopra il ristorante Lingosta. I muri del secondo piano, gonfiati dalla pioggia e dalla neve, dieci mesi dopo la scossa si sono gonfiati e sono crollati nella piazza. Accanto, nel palazzo Venturi, migliaia di tubi Innocenti ingabbiano delle rovine. Le imprese fanno i lavori poi mandano il conto al Comune. (quello che la notte del 6 aprile rideva nel suo letto) l’8 maggio era stato facile profeta. “L’Edilcapacci porta i materiali per puntellare… fare carpenteria a puntellamento… tutto questo va in economia… avete capito? Non è che ci sono misure e niente”.

“Da mesi - dice Eugenio Carlomagno - chiediamo al Comune le linee guida obbligatorie per i nostri consorzi di proprietari di case. Nel nostro siamo in cento e siamo rappresentati da un architetto e da un ingegnere. Il Comune finora non ha dato direttive ma solo “raccomandazioni” che non bastano. Che succede, se un proprietario non vuole ricostruire? Chi porta via le macerie? Il centro sta marcendo e noi siamo ancora qui ad aspettare. I puntellamenti sono già un affare per tante imprese, quasi tutte arrivate da lontano, ma un business ancor più importante sarà quello legato alla rimozione delle macerie. Ce ne sono più di quattro milioni di tonnellate, come il primo giorno. Vede quella Ford, sepolta dal 6 aprile? Hanno tolto le macerie dalla Casa dello studente per spostarle di duecento metri e avviare la selezione dei materiali. Noi abbiamo proposto di portare almeno due milioni di tonnellate in un sito di stoccaggio e poi fare là la selezione imposta dalla legge. Non siamo stati ascoltati”.

Le macerie riusciranno a “rendere” bene alle imprese. “Per costruire le nuove case antisismiche le aziende hanno dovuto pagare ingegneri e architetti, operai e ovviamente il materiale da costruzione. Per portare via le macerie bastano ruspe e camion e manodopera a bassa professionalità. I guadagni saranno altissimi”.

In una città attonita per le parole degli sciacalli che il 6 aprile erano già pronti a banchettare all’Aquila, Stefania Pezzopane, la presidente della Provincia, dice che l’allarme deve essere altissimo. “Dobbiamo pensare che fino ad oggi sono stati spesi 1,3 - 1,5 miliardi e se ne dovranno spendere più di quindici. L’Aquila sarà il più grande cantiere d’Europa. Lo stato d’animo? Sembra di essere nei giorni tesissimi che hanno preceduto il terremoto. C’erano le scosse, tutti eravamo spaventati ma la commissione Grandi rischi assicurava: non succederà nulla. Poi venne la notte del 6 aprile”. 

Fonte: La Repubblica

Inizia il tam tam per l’Ora della Terra 2010

Saturday, February 20th, 2010
20/2/2010 - Mancano 36 giorni ma per l’Earth Hour è già certo che si spegneranno migliaia di città di 80 paesi in tutto il mondo

 

Milioni di persone ai poli opposti del Pianeta, uniti in un coro per il 4° anno consecutivo, spegnendo le luci per un’ora, diranno in un gesto che stili di vita all’insegna del risparmio energetico e dell’efficienza  sono a portata di mano. Sono tutti invitati a partecipare cittadini, comunità, città grandi e piccole, aziende, istituzioni, per ricordare che vincere il riscaldamento globale è una sfida non procrastinabile. 

Sul sito di Earth Hour si possono trovare tutte le informazioni sull’evento. L’invito è quello di partecipare e di aiutare il WWF nel “passa-parola” diffondendo il più possibile la convocazione. A tutti coloro che segnaleranno la propria adesione all’Ora della Terra su www.wwf.it verrà inviato lo sfondo per il proprio pc realizzato appositamente per l’iniziativa di quest’anno.

Tra le città che hanno confermato ad oggi la loro adesione ci sono Singapore, Mosca, Atene, Città del Capo, Bruxelles, Dallas, Hong Kong, Suva, Tel Aviv, Rio de Janeiro, Edimburgo, Roma, Toronto, Sidney, Auckland, Seul e molte altre. Ad oggi il numero di città che anno aderito ha già superato quello dello stesso periodo della scorsa edizione. In Nuova Zelanda il ‘conto alla rovescia’ è iniziato ufficialmente ieri con un evento che ha coinvolto vari testimonial tra cui il cantante e attore britannico Sir Tom Jones. 

Partito da Sidney nel 2007, come evento di sensibilizzazione al risparmio energetico, l’Ora della Terra ha conquistato anno dopo anno milioni di persone; nel 2009 è stata la più grande mobilitazione al mondo sui temi ambientali con oltre 4.000 città di 88 paesi. In Italia, oltre a monumenti simbolo come il Ponte di Rialto, la Torre di Pisa, la Basilica di San Pietro, il Capitano della Roma Francesco Totti aveva aderito all’iniziativa del WWF spegnendo il Colosseo. 

Per il direttore generale del WWF Italia, Michele Candotti “Questo evento ha un potenziale enorme per dimostrare ai grandi della terra che è possibile parlare ai governi con una ‘sola voce’. Purtroppo quando si parla di clima, i governi di tutto il mondo latitano ma il pianeta non può attendere e noi del WWF non molliamo. Dopo l’esito deludente del vertice di Copenaghen, continuiamo a chiedere una politica globale efficace e vera”. 

“Earth Hour, per la sua stessa natura, è l’essenza di un’azione popolare – ha dichiarato Mariagrazia Midulla, responsabile Clima e Energia del WWF Italia – E’ un appuntamento planetario che quest’anno ha un significato ancora più forte: è il nostro modo per dire ai leader della terra che dopo il deludente vertice di Copenhagen noi non molliamo. Continueremo a chiedere un accordo globale sul clima efficace e vero”. 

Anche quest’anno confermate le media partnership per l’Ora della Terra: a fianco del WWF per il clima ci saranno RTL 102,5, che inviterà gli ascoltatori a partecipare tramite spot radiofonici e promozione sul proprio sito; Animal Planet, il canale parte del gruppo Discovery Networks distribuito sulla piattaforma SKY, parteciperà attivamente all’Earth Hour 2010 trasmettendo lo spot dell’iniziativa su tutti e sei i canali del portfolio, e spegnendo le luci dei suoi uffici dalle ore 20.30 alle 21.30. 

Vai al sito di Earth Hour

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