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Quei mille treni rimasti sulla carta Com’è difficile fare a meno dell’auto

Friday, November 21st, 2008

I pendolari chiedono più treni e un servizio migliore, ma Stato e Regioni si ostinano a dirottare gli esigui fondi disponibili su strade, autostrade e grandi opere. E’ quanto emerge dall’ultimo rapporto Pendolaria di Legambiente presentato a Roma. Ogni giorno 14 milioni di persone che viaggiano per lavorare o studiare si ritrovano a fare i conti con convogli lenti, fatiscenti, e sporchi. Stracolmi oltre i limiti di sicurezza e penalizzati dai treni superveloci.

Collegamenti inesistenti, fermate che mancano o sono lontane da raggiungere e tempi di percorrenza eccessivi rispetto a quelli dell’auto sono i motivi principali che orientano la scelta verso il mezzo privato, ma cresce il numero di pendolari disposto a passare al treno (e in generale al trasporto pubblico locale) se le condizioni di utilizzo fossero più decenti. Alla presentazione di Pendolaria, giunta nel 2008 alla sua terza edizione, hanno partecipato comitati di pendolari provenienti un po’ da tutto il Paese, oltre agli assessori regionali di Piemonte, Campania, Emilia Romagna e Lazio e a rappresentanti delle istituzioni. Secondo il rapporto, sono circa due milioni i pendolari che quotidianamente si spostano in treno e rappresentano la fetta più grossa della domanda di trasporto ferroviario.

Domanda che però rimane insoddisfatta per la scarsità degli investimenti. Dal 2007 al 2008, i contributi statali a Trenitalia per il trasporto regionale sono scesi da 1.612 a 1.498 milioni di euro; anche il progetto dei mille nuovi treni, annunciato l’anno scorso, è rimasto lettera morta perché la Finanziaria non ha individuato i fondi. In nessuna regione l’ammontare degli stanziamenti per il servizio e per l’acquisto di nuovi mezzi raggiunge lo 0,4% del bilancio regionale. Nel 2008, la Toscana è stata quella che ha speso di più (0,38%), seguita dalla Lombardia (0,37%) e dalla Campania (0,25%). Il Lazio ha stanziato appena lo 0,02% mentre Calabria, Molise e Sardegna non hanno sborsato nemmeno un cent. Le situazioni più gravi si registrano in regioni come il Veneto, il Piemonte e lo stesso Lazio, che negli ultimi anni non hanno messo a disposizione alcuna risorsa aggiuntiva per rinforzare cifre bollate da Pendolaria come “ridicolmente basse”.

Secondo Legambiente, la responsabilità è in parte del governo nazionale e di quello locale, che spendono troppo poco per la mobilità su ferro; l’altra parte di colpa va a Trenitalia, che si affanna a varare programmi di alta velocità, cercando di rimediare a decenni di politiche di trasporto distorte, e lasciando indietro il traffico pendolare. E chiedendo, in conclusione, più soldi allo Stato, pena l’aumento delle tariffe o il taglio dei treni, magari di quelli per il Sud, come paventa il sindacato Orsa Calabria (dal 14 dicembre, l’unico Eurostar Alta Velocità da Roma si fermerà a Lamezia Terme escludendo Reggio, il capoluogo, più grosso, e impiegherà 5 ore e 7 minuti contro le 3 ore e 59 pubblicizzate).

L’amministratore delegato di Fs Mauro Moretti - che rifiuta il confronto e non ammette repliche - sostiene che solo l’erogazione di nuovi fondi e con l’equiparazione dei contributi statali alla media europea il trasporto regionale per ferrovia, potrà essere rigenerato, soprattutto in termini di treni mezzi. Oggi, il contributo per ogni passeggero trasportato è di 11,8 cent a chilometro: stando a Moretti ce ne vorrebbero 14,5. Per quanto riguarda la puntualità, va ricordato che le Fs hanno modificato le norme di circolazione in modo da garantire ai treni pendolari l’arrivo a destino in orario, specie nelle fasce cruciali 6-9 e 17-19, in cui anche gli Eurostar si bloccano per dare la precedenza. Ma tutto ciò non risolve quello che per Legambiente resta il problema cruciale, sottolineato anche dal ministro “ombra” del Pd Ermete Realacci. Cioè l’erogazione massiccia di finanziamenti ancora troppo sbilanciati a favore della strada. “I soldi sono pochi e vanno selezionati - ammette Realacci - ma la priorità assoluta va al trasporto dei pendolari su ferro, concertato in un rapporto di trasparenza tra e Ferrovie e il Paese”.
Infatti, il 70 per cento dei fondi stanziati dai governi precedenti sono finiti nel traffico gommato. Con la Finanziaria attuale invece, nel 2009 verranno sottratte risorse tanto ad Anas (355 milioni), quanto a Rfi (1.138 milioni), mentre l’elenco delle priorità del governo Berlusconi vede ai primi posti il Ponte sullo Stretto (6 miliardi la spesa prevista, proprio quanto costerebbe il progetto dei 1000 treni per i pendolari), le autostrade e l’Alta Velocità. Assenti gli investimenti per le aree urbane e per il servizio ferroviario pendolare. Legambiente chiede, da parte sua, maggiori risorse per la rotaia, l’acquisto dei famosi mille treni regionali (per i quali ha organizzato una raccolta di firme), più spese a favore delle metropolitane e dei tram nelle grandi città. Infine, l’istituzione una carta dei diritti dei pendolari che fissi gli obiettivi del servizio, i diritti dei cittadini utenti, le condizioni minime di informazione, i livelli di qualità e il rimborso per disfunzioni e disagi.

Energia nella morsa di crisi, costi e clima “Consumi insostenibili, serve una rivoluzione”

Thursday, November 13th, 2008

 Gli attuali andamenti negli approvigionamenti e nei consumi energetici “sono chiaramente insostenibili, sia da un punto di vista economico, che sociale, che ambientale: devono e possono essere cambiati. Dobbiamo avviare una rivoluzione globale dell’energia migliorando l’efficienza energetica e incrementando l’utilizzo di fonti a basse emissioni”. L’avvertimento non arriva da un guru verde o da qualche teorico della decrescita economica, ma da Nobuo Tanaka, il direttore della super istituzionale Agenzia internazionale dell’energia. Un messaggio lanciato in occasione della presentazione a Londra del World Energy Outlook per il 2008, un rapporto dai contenuti tanto chiari quanto allarmanti.

Il mondo si deve mobilitare per avviare le politiche necessarie ad affrontare quella che si annuncia come la “tempesta perfetta” del settore energetico: domanda in crescita malgrado la crisi economica, disponibilità di risorse (soprattutto petrolifere) in calo, consumi che accelerano pericolosamente il riscaldamento globale e i suoi gravissimi effetti, investimenti nella ricerca frenati dalla recessione.

“L’aumento delle importazioni di gas e petrolio da parte delle nazioni Ocse e delle regioni asiatiche in via di sviluppo - ha spiegato Tanaka - combinato con la concentrazione della produzione in un piccolo numero di paesi, accrescerà la possibilità di sconvolgimenti negli approvigionamenti e brusche impennate nei prezzi. Allo stesso tempo le emissioni di gas serra aumenteranno inesorabilmente, mettendo il mondo in direzione di un incremento delle temperature globali fino a 6 gradi”, ovvero il limite massimo della forbice prevista dalle conclusioni dell’Ipcc, la commissione di climatologi dell’Onu, con conseguenze devastanti per il Pianeta.


Per questo, quasi a rispondere indirettamente anche all’ostruzionismo di governo italiano e Confindustria, la Iea avverte che “non possiamo consentire che la crisi finanziaria provochi rinvii delle iniziative politiche che sono urgentemente necessarie per smorzare la crescita delle emissioni di gas serra”.

L’invito dell’Agenzia è anzi quello a mettere in campo decisioni ancora più coraggiose. Anche tenendo conto di nuovi interventi politici per il contenimento della domanda, il rapporto prevede che sulla media del 2006-2030 il fabbisogno globale di energia cresca dell’1,6 per cento ogni anno, facendo salire la domanda globale di petrolio, dagli odierni 85 milioni di barili al giorno a 106 milioni di barile nel 2030. Una previsione rivista comunque al ribasso di 10 milioni di barili rispetto a quanto previsto nell’edizione dello scorso anno.

Secondo le previsioni della Iea, sempre più importante sarà il peso dei nuovi giganti dell’economia: da sole, Cina e India contribuiranno a più della metà della crescita della domanda globale di energia. Forti aumenti sono previsti inoltre per il consumo di carbone e per l’utilizzo di fonti energetiche già esistenti in alternativa ai combustibili fossili.

L’agenzia calcola quindi la necessità di investire sul settore energetico 26.300 miliardi di dollari complessivi da qui al 2030, soprattutto per migliorare le capacità estrattive che rischiano altrimenti di non stare al passo con la domanda. “Ma la stretta creditizia - ha avvisato Tanaka - potrebbe provocare un ritardo degli investimenti, potenzialmente creando le condizioni per un tracollo delle forniture che a sua volta potrebbe compromettere la ripresa economica”. Ma tra queste due tendenze dall’effetto contrastante sui prezzi (crisi che abbatte i consumi e approvigionamenti più scarsi) l’Agenzia non ha dubbi che sarà quest’ultima a dire l’ultima parola, finendo per farli tornare a crescere dopo un certo periodo di forte volatilità.

Sul fronte ambientale la Iea traccia anche un possibile percorso da seguire per mantenere l’aumento della temperatura entro i due gradi, così come si propone di fare l’Unione Europea con la direttiva 20-20-20. Obiettivo che l’agenzia ritiene auspicabile, ma estremamente difficile da centrare, sottolineando che su scala mondiale occorrerebbe portare al 36% la quantità di energia primaria a basse emissioni, traguardo raggiungibile attraverso investimenti per 9,3 triliardi (mille miliardi di miliardi) pari allo 0,6% del Pil mondiale.
“E’ evidente - ha concluso Tanaka - che il settore energetico deve svolgere un ruolo centrale nella lotta ai cambiamenti climatici e le analisi contenute in questo Outlook forniranno basi solide a tutti i paesi che al vertice di Copenhagen (previsto per dicembre 2009, ndr) cercheranno di negoziare un nuovo accordo sul clima”. (v. g.)

Taranto, battaglia sui veleni dell’Ilva Il ministero rimuove i tecnici anti-diossina

Monday, October 27th, 2008

Sul loro tavolo c’era il futuro del più grande stabilimento siderurgico d’Europa, l’Ilva di Taranto. E la salute di centinaia di migliaia di cittadini. Avrebbero dovuto decidere, infatti, se concedere o meno alla fabbrica l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia), una carta necessaria per la prosecuzione dell’attività. Invece, non decideranno nulla. Il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, li ha rimossi: al loro posto ha nominato tecnici di sua fiducia. “Una decapitazione del sapere tecnico-scientifico che dà forte ragione di inquietudine” attacca il presidente della Regione, Nichi Vendola.

Che a questo punto ha deciso di fare da solo: nelle prossime settimane il governatore presenterà infatti al consiglio regionale una legge che imporrà all’Ilva, così come a tutte le altre aziende che producono in Puglia, la riduzione delle emissioni inquinanti. “Stabiliremo un cronoprogramma: più passa il tempo - dice Vendola - e più dovranno tagliare. Altrimenti saremo costretti a farli chiudere”.

La decapitazione ministeriale dei tecnici è stata scoperta dai pugliesi il 15 ottobre. “Convocati a Roma ci siamo trovati davanti il nuovo presidente del nucleo di coordinamento scelto dal ministro Prestigiacomo - spiega l’assessore all’Ambiente, Michele Losappio - Stranamente, più volte e con grande enfasi, ha voluto sottolineare come le emissioni dell’Ilva siano tutte nei limiti dell’attuale normativa nazionale”. “Per la prima volta poi - continua il direttore regionale dell’Arpa pugliese, il professor Giorgio Assennato - al tavolo c’erano anche i tecnici dell’azienda”.


“Insomma l’aria sembra cambiata, almeno al ministero” dice invece Vendola, proprio lui che appena insediato aveva fatto proprio un piano industriale d’accordo con la famiglia Riva. L’Ilva effettivamente ha speso 300 milioni di euro per modernizzare gli impianti e ha dimostrato la possibilità di ridurre le emissioni. “Non ha mantenuto però molti degli impegni presi - continua il governatore pugliese - E soprattutto nel piano presentato al Ministero parla di riduzioni delle emissioni di diossina molto lontane rispetto alla nostra pretesa: indicano limiti tre volte superiori rispetto a quelli che noi chiediamo”.

Ecco perché la Regione Puglia ha già annunciato che se le carte in tavola non cambieranno, esprimerà parere negativo al rilascio dell’Aia. Ma il parere non è vincolante. Da qui la decisione di intraprendere la strada della legge regionale. “Qui si vuol far credere - spiega ancora il presidente pugliese - che in realtà non c’è niente da fare. Che o c’è la fabbrica con tutti i suoi veleni, o c’è una salubrità mentale assediata dalla disoccupazione. Ci si mette davanti all’opprimente aut aut che o si muore di cancro o si muore di fame. Invece investendo nelle tecnologie quelle riduzioni possono arrivare. In caso contrario, meglio una vita da povero che una morte sicura”.

L’Ilva negli ultimi quattro anni ha prodotto utili per 2,5 miliardi. “E approfittando del vantaggio competitivo che deriva dal non avere i rigori normativi di altre aree d’Europa farà sempre più utili” dice Vendola. “In qualsiasi parte d’Europa, Slovenia esclusa, l’Ilva fosse stata, avrebbe dovuto chiudere o abbassare le emissioni” spiega il professor Assennato. “Soltanto in Italia esiste una legge con dei limiti così alti”.

Il governo pugliese, in più riprese, ha chiesto di cambiare quella norma sia al governo di centrosinistra sia a quello di centrodestra. “Mai abbiamo avuto risposte. E ora mi trovo con i dirigenti cambiati, con Emilio Riva, il padrone dell’Ilva, come socio della Cai e sempre lui come principale beneficiario della processione anti Kyoto del governo Berlusconi. Io ho il dovere di mettere tutti gli interlocutori di fronte alle proprie responsabilità”.

Questo scontro istituzionale arriva dopo un altro, violentissimo, avvenuto quest’estate. Per motivare la richiesta di diminu-zione degli inquinanti, e in particolare del benzoapi-rene, l’Arpa pugliese aveva allegato una serie di analisi dell’Università di Bari. Soltanto da due anni, infatti, l’Agenzia regionale per l’ambiente sta monitorando l’Ilva. Il direttore regiona le del ministero, Bruno Agricola, ha sostenuto che “le campagne effettuate non pos sono essere ritenute valide”. I criteri di rilevamento, nel 2005 e nel 2006, non avrebbero rispettato quanto previsto da una legge del 2007. In sostanza, avrebbero dovuto prevedere il futuro.

Fonte : Corriere della Sera

ora solare

Saturday, October 25th, 2008

Fonte: La Repubblica

ECO-ENERGIA: MILANO; AL VIA CORSI PER UN ABITARE SOSTENIBILE

Thursday, October 16th, 2008

Prendono il via da oggi 6 incontri settimanali ogni martedi’ dalle ore 18.30 alle 21.30, organizzati dalla Provincia di Milano, per cittadini interessati a orientarsi verso scelte di sostenibilita’ ambientale negli usi civili ed abitativi. Il corso esamina gli aspetti che collegano l’habitat globale alle scelte locali, presentando soluzioni migliorative per le abitazioni e l’organizzazione di acquisti consapevoli. Gli incontri offrono una conoscenza dei criteri e dei metodi per abbattere le emissioni attraverso interventi mirati o utilizzando tecnologie per il riscaldamento o la climatizzazione a basso consumo. Nell’orientare l’utente alle nuove frontiere della sostenibilita’ negli usi civili verranno, infine, presentate convenienti modalita’ di gestione energetica, facilitazioni e certificazioni fiscali finalizzate a una corretta scelta dei fornitori. Per informazioni rivolgersi al tel. 02 77402702 mail: infoagenzia@provincia.milano.it (ANSA).

CLIMA: BARROSO, NESSUNA FLESSIBILITA’ SU OBIETTIVI

Thursday, October 16th, 2008

L’Unione Europea deve mantenere gli obiettivi di lotta al cambiamento climatico per i quali non è possibile “nessuna flessibilità”. Lo ha detto il presidente della commissione Ue, José Manuel Durao Barroso, interpellato sulla posizione dell’Italia che ritiene insostenibili gli oneri per l’industria e l’economia.

 ”Nessuna flessibilità per gli obiettivi, ma solo per centrare gli obiettivi”, ha detto Barroso per il quale sarebbe “un vero errore mondiale se la crisi finanziaria facesse dimenticare la sfida del cambiamento climatico”.

Il presidente della commissione Ue si augura che ci possa essere un accordo finale sul pacchetto clima ”entro dicembre” e che domani, al vertice Ue dei capi di Stato e di governo, possa fare ”qualche progresso”. ”I leader si devono impegnare a rispettare gli obiettivi da loro stessi decisi”, ha detto Barroso presentando il vertice. ”Non dobbiamo diluire le nostre ambizioni”.

Perugia, denuncia dei dipendenti Galbani “Così ci fanno vendere i formaggi avariati”

Wednesday, October 15th, 2008

NON BASTAVANO le indagini - che continuano ad ampio raggio - delle procure di Cremona e Piacenza. Adesso a scrivere una nuova pagina nello scandalo dei formaggi “scaduti, bonificati e reimmessi sulle tavole degli ignari consumatori” (dalle carte dell’inchiesta), ci pensano gli stessi dipendenti delle aziende. Accade a Perugia, dove alcuni lavoratori - venditori e addetti allo stoccaggio - hanno presentato un esposto in procura contro la Galbani, denunciando di essere “stati obbligati, per anni, dai capi del personale, a vendere merce con la data di scadenza contraffatta”.

A disposizione dei magistrati ci sono documenti, fotografie e registrazioni audio piuttosto esplicite. Nella denuncia si fa riferimento a grossi quantitativi di prodotti piazzati sul mercato dopo provvidenziali lifting nel deposito perugino dell’azienda. Da lì - stando al dossier ora al vaglio degli investigatori - dal 2000 in poi sarebbero partite tonnellate di formaggi e salumi “tenuti in vita”.

Il marchio Galbani è già coinvolto nell’inchiesta condotta dalla Guardia di Finanza di Cremona e Piacenza. Compare tra i principali fornitori della Tradel, una delle aziende “riciclone” che tra Lombardia e Emilia Romagna acquistavano formaggio scaduto o avariato e lo “bonificavano” mischiandolo a prodotto fresco. Precise responsabilità, in quel caso, sono emerse a carico di alcuni impiegati degli stabilimenti Galbani di Certosa di Giussago e Corteolona (Pavia).

Decine di tonnellate di merce qualificata come “residui di produzione lattiero casearia per trasformazione a uso alimentare” erano in realtà costituite da croste di gorgonzola ad uso zootecnico e cagliate scadute.
Egidio Galbani Spa produce i formaggi Bel Paese, Certosa, Santa Lucia e Galbanino. Fa parte della francese Lactalis, il gruppo caseario numero uno in Europa, già proprietario di altri marchi italiani tra cui Invernizzi e Locatelli. “Big logistica” è la società che distribuisce e vende tutti i prodotti Galbani in Italia.

Nel deposito di Perugia operano 26 camioncini, ognuno dei quali “piazza” in media 60 quintali di merce al mese, complessivamente 15 tonnellate. È qui, nella base umbra, che deflagra il caso “etichette”. Tutto inizia nel 2005. Con una denuncia “interna”. Alcuni dipendenti si rivolgono al direttore del personale (tuttora in carica). Non ne possono più di quello che - in una serie di comunicazioni riservate - viene definito un “sistema vergognoso”.

Informano il dirigente su ciò che sistematicamente avviene nel deposito. Una serie di “incastri” sulle confezioni di formaggi e salumi: scadenze prorogate, cancellate con solventi in modo tale che il prodotto possa essere venduto senza problemi. Fatture e bolle di accompagnamento modificate ad arte. Qualche esempio? La mortadella “Golosissima” scade il 16-01-2003 ma la fattura di vendita riporta la data 24-01-2003. Le mozzarelline Santa Lucia scadono il 5-5-2005 e però vengono vendute l’11-05-2005.

La stessa sorte tocca alle ricottine (confezioni da 250 gr), al provolone piccante, al pecorino sardo Castenuri, alla Certosa, alla caciotta e al salame Milano (confezioni da 3 kg). E dunque: tutto questo i lavoratori riferiscono - prove alla mano - al direttore del personale. È il 14 novembre del 2005. L’incontro avviene in un hotel di Perugia.

“C’è da vergognarsi”, “i capi sanno tutto”, “se vengono fuori queste cose, l’azienda chiude domani”. Di fronte all’outing degli addetti, il dirigente promette interventi immediati, ma allo stesso tempo li dissuade dall’intraprendere eventuali azioni di denuncia. “Certo, bisogna intervenire… - dice - metti che qualcuno si sente male dopo aver mangiato sta roba, ma non sia mai che stè notizie escano fuori di qui”.

Passa un mese e Galbani corre ai ripari. Un ispettore amministrativo viene inviato nel deposito. Controlla la merce nei furgoni, accerta che è scaduta. Partono i controlli a campione in un paio di negozi. I formaggi e i salumi taroccati, quelli dove viene acclarato il “trucco” sulle confezioni, vengono acquistati dalla stessa azienda. Tolti dagli scaffali. Ma il sistema non cessa.

Di più. I vertici aziendali vengono informati anche del problema delle “carenze igieniche” durante le operazioni di stoccaggio della merce. Merce stivata fuori dalla celle frigorifere. A volte addirittura in “celle private” ovvero garage. Trasporto con mezzi non idonei. Finisce tutto nel dossier presentato in Procura. Viene in mente il rassicurante motto dell’azienda (”Galbani vuol dire fiducia”). Ma questa è un’altra storia.

Fonte : La Repubblica

15/10 - Per correttezza aggiungo questo articolo trovato oggi sul Corriere della Sera

PERUGIA - Nessuna irregolarità è stata riscontrata dai tecnici dei Nas dei carabinieri e dalla Asl nei prodotti Galbani in un controllo effettuato martedì in un magazzino di Ponte San Giovanni (Perugia) dell’azienda alimentare che sarebbe al centro di una presunta contraffazione sistematica delle date di scadenza dei prodotti lattiero-caseari e dei salumi. Lo hanno riferito oggi i Nas di Perugia

Eco-kids, piccoli fondamentalisti per la salvezza del pianeta

Monday, October 13th, 2008

Un attimo di distrazione, il rubinetto lasciato aperto mentre ci si lava i denti, la luce rimasta accesa nella stanza da cui si è usciti, e il piccolo ambientalista è pronto a rimproverarvi. “Eco-kids”, li chiamano negli Stati Uniti, sono i bambini cresciuti con la paura che l’acqua presto finirà e che la produzione di energia elettrica minaccia la salute del mondo, infanti-guardiani del futuro dell’umanità. Sono tanto consapevoli dell’emergenza ambientale da far sentire anche il genitore più attento un inquinatore incallito e sono, soprattutto, capaci di indirizzare scelte e consumi di tutta la famiglia.

Una lezione imparata troppo bene. La psicologia dell’età evolutiva la chiama iper-regolarizzazione: è lo stesso meccanismo per cui quando i bambini imparano alcune regole grammaticali le applicano con rigore in ogni caso, come quando il participio passato di “rompere” diventa “romputo”. Ecco, in alcuni casi ce le hanno proprio “rompute” con quell’aria da saccenti con cui guardano disgustati i giornali ammucchiati in casa ed esclamano “quanta carta sprecata!” e la diligenza con cui ci ricordano che il televisore va spento perché la spia rossa consuma elettricità.

Il merito-colpa è della scuola, che organizza attività nei centri di educazione ambientale e inserisce nei programmi di scienze lo sviluppo sostenibile e le energie rinnovabili. Non c’è da stupirsi, perciò, se il nipote di neanche otto anni disquisisce sul fatto che il buco dell’ozono si è di nuovo allargato nel 2007 ma non è tornato alle dimensioni tremende del 2005. Del resto, è lo stesso bambino che ha letto con entusiasmo lo scorso anno il Papersera, inserto di Topolino fatto come un vero giornale e sponsorizzato dall’Eni. L’inviato Pippo insegnava concetti come “riscaldamento globale” e “cambio climatico” e dava suggerimenti su come risparmiare energia con i piccoli accorgimenti quotidiani. I piccoli ambientalisti vedono cartoni animati come La gang del bosco e aspettano con ansia l’uscita dell’ultimo film della Pixar, Wall-E, parabola ecologica di un pianeta tanto inquinato da dover essere abbandonato. E poi riportano quel che imparano nella vita di tutti i giorni, con la semplicità intransigente propria della loro età.


Un mercato appetibile. Della disponibilità dei più giovani a farsi carico della salute del mondo si è accorto anche il marketing, per cui ora per vendere un prodotto è utile sottolineare il ridotto impatto ambientale e i risultati sono subito evidenti. C’è chi riferisce della bambina che accetta di farsi lavare i capelli solo con quel dato shampoo “che rispetta l’ambiente” e chi mettendo il tonno nel panino si è sentito chiedere dal figlio adolescente se era sicuro che fosse stato pescato rispettando i delfini.

Nei giorni scorsi il quotidiano statunitense New York Times denunciava il fatto che molti genitori si sentono sotto pressione perché le scelte ambientaliste dei figli li obbligano a spendere di più. Mamme esasperate raccontavano di aver dovuto cambiare tutte le lampadine di casa per dotarsi di quelle a basso consumo e altri di non poter passare davanti a un tetto dotato di pannelli solari senza sentirsi chiedere con insistenza di abbandonare al più presto il sistema di riscaldamento inquinante per passare al solare. “Mio figlio ci ha chiesto di comprare una macchina a idrogeno - era il racconto di uno dei genitori intervistati - e ha detto che non salirebbe mai su un Suv”.

Negli Stati Uniti, la nazione che contribuisce di più al mondo alle emissioni di anidride carbonica e che fa più resistenza nel fissare limiti in proposito, l’insistenza degli “eco-kids” ha dato il via a una serie di critiche al sistema scolastico. C’è infatti chi sostiene che i bambini stanno diventando dei fondamentalisti dell’ecologismo e che si perde troppo tempo sull’educazione ambientale e si tralasciano materie più importanti. Sotto accusa sono finiti anche i distintivi applicati su alcune uniformi scolastiche per indicare che gli alunni partecipano a gruppi per la “Salute dell’ambiente”, il “Patto per la Terra” o l’”Azione per il pianeta”. In Italia gli “eco-kids” sono ancora poco organizzati e inquadrati, ma per fortuna riescono già a farsi ascoltare dagli adulti.

Fonte : La Repubblica

Mondo cannibale

Tuesday, September 23rd, 2008

La Terra è uno strano posto se la guardate con gli occhi di Raj Patel. Le persone in sovrappeso sono un miliardo, mentre 800 milioni sono quelle che soffrono la fame. Ogni anno le multinazionali del cibo mettono sul mercato 15-20 mila nuovi prodotti alimentari, ma nei paesi in via di sviluppo è in corso un’epidemia di suicidi tra gli agricoltori che vanno in rovina per via dei mercati globali.

“Per ogni dollaro speso per promuovere alimenti naturali si spendono 500 dollari per pubblicizzare junk food“, spiega Patel a ‘L’espresso’. Ma chi è Patel? E perché è diventato famoso? La risposta (minimalista) è: è un sociologo che si occupa del cibo, globalizzato e non, che mangiamo. Ed è egli stesso un prodotto della globalizzazione.

Sua madre viene da una famiglia di impiegati pubblici del Kenya, suo padre dalle miniere delle isole Fiji. Lui è nato a Londra, ha studiato a Oxford, ha lavorato alla Banca mondiale e al Fondo monetario di Washington, esperienza che lo ha trasformato in uno dei più agguerriti critici delle due organizzazioni. Un uomo che conosce l’universo mondo, compresi i sapori e i profumi di quel che si mangia.

Oggi Patel insegna a Berkeley, in California, e il libro che ha pubblicato, ‘Stuffed & Starved’ (rimpinzati e affamati), in uscita in Italia da Feltrinelli con il titolo ‘I padroni del cibo’, è un bestseller, ed è diventato un testo chiave, lodatissimo anche da Naomi Klein, per tutti quelli che indagano su che cosa sta succedendo al cibo che mangiamo. O meglio, per tutti coloro che sono convinti che è il cibo la chiave del potere (economico, culturale, politico) nel XXI secolo.

L’intuizione che ha portato Patel a un tale successo è semplice: il peccato capitale della nostra economia è avere dimenticato che il cibo non è una merce come le altre . Il cibo è prima di tutto cultura, e lo è per diverse ragioni tutte ugualmente importanti: perché al cibo sono legate tradizioni culinarie antiche, sapori e odori che fanno parte del sentire collettivo, dell’identità e della geografia stessa, ma anche perché l’agricoltura è il necessario complemento di questa tradizione e rappresenta il motore fondamentale delle economie regionali, specie nei paesi poveri.

Già il movimento dei no global, di cui Patel fa parte, fino dagli esordi, aveva provato a lanciare questa operazione culturale alla fine degli anni Novanta. Quel movimento, in Occidente, è stato spazzato via dall’11 settembre, dopo una fiammata tra il 1999 e il 2001, da Seattle a Genova. Ma quelle idee hanno continuato a scavare, e in questi ultimi anni la discussione sul ruolo del cibo ha assunto importanza centrale.

E non si tratta solo di militanti. Per capire il ruolo che il cibo, dalla sua produzione e fino al nostro modo di stare a tavola, ha assunto nel nostro immaginario, basti citare alcuni film di questi anni: da ‘Supersize Me’, denuncia del fast food di Morgan Spurlock, a ‘Sideways’ di Alexander Payne in cui fare e gustare lentamente il vino è associato all’idea dell’amicizia, a ‘Couscus’ di Abdel Kechiche dove l’ottima cucina rende possibile l’integrazione di una famiglia di immigrati in una cittadina francese in crisi.
E poi ci sono i libri denuncia. Nel 2001 fece scandalo Eric Schlosser con il suo ‘The Fast Food Nation’, che metteva a nudo le miserie delle grandi catene di ristorazione americane. Poi Paul Roberts, con ‘The End of Food’, ha svolto un’inchiesta sulla fragilità della catena produttiva che porta cibo scadente sulle nostre tavole. Michael Pollan (’In Defence of Food: An Eater Manifesto’) si è scagliato contro una cultura alimentare più attenta alla chimica che alla qualità. E Taras Grescoe, in ‘BottomFeeder’, ha raccontato la crisi ecologica del pesce negli oceani.

La novità è che Patel mette insieme tutti i pezzi di questo mosaico in una visione unitaria che comprende gli affamati del Terzo mondo e gli obesi di casa nostra, cercando di capire che cosa è andato storto in un mondo in cui la tecnologia potrebbe consentire a tutti di mangiare decentemente e di mantenere la propria identità Il libro di Patel è stato al centro dell’attenzione anche perché ha previsto con anticipo l’aumento dei prezzi degli alimenti dell’inverno scorso. Quell’evento ha indotto molti economisti a ripescare le previsioni catastrofiste di Thomas Malthus sulla possibilità che la produzione di cibo non fosse in grado di tenere il passo della crescita demografica. Malthus scrisse il ‘Saggio sul principio della popolazione’ 210 anni fa e nel frattempo tutti hanno pensato che quel suo testo fosse stato superato dall’innovazione tecnologica e dalla rivoluzione dei trasporti.

E invece, all’inizio del XXI secolo, eccolo tornare alla ribalta come il tema centrale dell’umanità. Patel ci rassicura: Malthus aveva torto. Il cibo non manca, a soffrire di fame sono i poveri che non possono procurarselo, dice, ma per affrontare la questione della miseria bisogna incoraggiare i governi a difendere l’agricoltura anziché obbligarli a distruggerla. Per farlo basterebbe invertire le priorità: capire che il libero mercato dei prodotti alimentari è “una menzogna che ci viene venduta per ragioni propagandistiche”.

In realtà negli Stati Uniti e in Europa le grandi aziende agricole hanno accesso a enormi sussidi da parte dello Stato. Così, quando la Banca mondiale e la World trade organization obbligano i Paesi poveri a liberalizzare i loro mercati, intere culture e modi di vita vengono spazzati via. A maggio Patel, nel corso di un’audizione al Congresso Usa, ha definito lapolitica della Banca mondiale “ignominiosa”. E ha ricordato il caso del Ghana, dove negli anni ‘90 la produzione di riso copriva l’80 per cento dei consumi interni e quella di pollame il 95 per cento. Dopo la liberalizzazione imposta dalla Banca mondiale le produzioni locali sono crollate rispettivamente al 20 e all’11 per cento.

E qui si arriva all’altro corno del dilemma: se ci sono tanti affamati, come mai ci sono anche tanti obesi? Semplice, perché la politica che porta una parte del mondo alla fame è nata nell’unico paese dell’universo, gli Usa, che non ha una tradizione alimentare e considera un’assurdità passare troppo tempo a tavola.

Si è insomma obesi per mancanza di cultura, di identità, perché si ignorano quei gusti che altrove sono l’espressione del territorio e della geografia. Oltre un terzo degli americani non ha la più pallida idea della provenienza di ciò che mangia. Il 20 per cento delle decine di milioni che ogni giorno si nutrono di fast food lo consumano in automobile. Quella cultura ha fatto proseliti e nel mondo la grande M della McDonald’s è oggi un simbolo più conosciuto della croce cristiana.

Fame e obesità sono due fenomeni contigui e persino negli Stati Uniti questa prossimità è evidente. Qui ci sono 35 milioni di persone che talvolta nel corso dell’anno non hanno i soldi per comprarsi da mangiare. Ma in maggioranza sono obese, perché quando hanno i soldi si nutrono di alimenti di scarsa qualità: “E questo accade perché sono subornati da una cultura alimentare che incoraggia a mangiare cibo dannoso, che provoca diabete e malattie cardiache”. Le quattro maggiori multinazionali dell’alimentazione controllano il 50 per cento del mercato alimentare. La sola Unilever controlla il 90 per cento del mercato mondiale del tè.

Patel ricompone in un’unica logica le battaglie diVandana Shiva, la militante indiana che non vuole cedere alle multinazionali la sovranità sulle sementi, e quelle di Carlo Petrini, il fondatore dello Slow Food che invoca il controllo delle comunità locali sulla qualità del cibo. Sono passati 20 anni da quando il Nobel Amartya Sen pubblicò il suo memorabile saggio su ‘Libertà e cibo’, sostenendo, contro i liberisti alla Milton Friedman, che la possibilità di procurarsi alimenti decenti va considerata una delle libertà fondamentali dell’uomo. Allora Sen parlava del Terzo mondo. All’inizio del nostro secolo la battaglia economica e culturale per il cibo ci riguarda tutti.

Fonte : L’espresso

CACCIA: VIA DOMENICA PER 8OOMILA DOPPIETTE

Saturday, September 20th, 2008

Saranno circa 800 mila, domenica prossima, i cacciatori che impugneranno le doppiette per l’avvio della nuova stagione venatoria, che si chiudera’ il 31 gennaio. Lo afferma Federcaccia (Fidc), che oggi in una conferenza stampa ha sottolineato il ruolo dei cacciatori nella difesa del territorio. ”Vogliamo liberarci dall’etichetta di predatori che ci e’ stata appiccicata addosso - ha detto il presidente nazionale Franco Timo - anche noi siamo impegnati nella gestione del territorio, e la nostra cultura affonda le proprie radici nella storia”. Federcaccia chiede che per cambiare le leggi che regolamentano la caccia si proceda in modo ”trasversale”, coinvolgendo anche agricoltori e ambientalisti, tenendo conto delle istanze di ognuno e attraverso un confronto costante anche con la scienza, in relazione alla definizione delle specie cacciabili. ”Diciamo no a colpi di mano”, ha aggiunto Timo, che ha inoltre ricordato come la caccia generi posti di lavoro, ”almeno 45 mila secondo l’Eurispes”, e che i cacciatori pagano tasse per oltre 138 milioni di euro all’anno. ”Chiediamo che si prenda in considerazione l’ipotesi di abbassare le tasse per il porto di fucile o per il tesserino regionale - ha concluso Timo - dal momento che i cacciatori sono quasi tutti pensionati e a malapena riescono ad arrivare a fine mese”.(ANSA)

Ecco dove la spesa costa meno

Saturday, September 20th, 2008
Una famiglia media può risparmiare sino a 2mila euro l’anno se sceglie il punto vendita più conveniente passato al setaccio da Altroconsumo in 44 città italiane. CLICCA SULLA MAPPA DELLA CONVENIENZA

Boicottare il carovita è possibile. In un anno una famiglia media può risparmiare quasi 2000 euro, sulla spesa alimentare, per l’igiene personale e della casa, se abita a Milano, 1050 euro a Roma, 1900 euro a Firenze, 1555 a Parma. Come? Scegliendo il punto vendita più conveniente, grazie alla concorrenza tra supermercati e iper, che in queste e altre città, come Verona, La Spezia, Brescia, Pisa, funziona bene e fa scattare il gioco dei prezzi al ribasso. A beneficio dei consumatori.

E’ l’Italia della grande distribuzione con rincari a macchia di leopardo e dinamiche concorrenziali attive più al centro-nord che al sud, quella fotografata da Altroconsumo. Per il ventesimo anno di fila, l’associazione indipendente di consumatori ha tracciato la mappa del dove fare la spesa in 44 città italiane, visitando 657 punti vendita e rilevando 122.000 prezzi.
Firenze risulta la piazza più conveniente. Maglia nera dell’indagine Reggio Calabria, dove la spesa alle famiglie costa ben il 32% in più che nel capoluogo toscano. Potenza e Aosta seguono a ruota, con prezzi più cari del 30%.

Le modalità dell’inchiesta.  Altroconsumo si è messa nei panni della famiglia media è ha fatto la spesa con due ipotetici carrelli, cioè due panieri di spesa-tipo, il primo “griffato”, con prodotti confezionati di marca e freschi, il secondo, più attento al portafogli, scegliendo solo il primo prezzo, dunque considerando anche gli hard discount. Ha stilato degli indici di convenienza a base 100. Più l’indice è vicino a 100, più il negozio è economico. E poi, per ogni località, ha scelto il punto vendita migliore, quello con uno scontrino più basso (CLICCA SULLA MAPPA DI ALTROCONSUMO).  Il risultato è confortante: una famiglia attenta ai prezzi può risparmiare da mille a duemila euro in un anno sull’acquisto di alimentari, prodotti per l’igiene personale e la pulizia di casa. Il punteggio 100 è stato conferito alla città più conveniente per la spesa-tipo, Firenze, appunto. Qui, e a Pisa, la concorrenza è da manuale e si risparmia più di 1.500 euro sulla media nazionale. Da anni Esselunga, Coop e Ipercoop combattono nelle due città una guerra a suon di prezzi ribassati, pur di accaparrarsi i consumatori. I risultati: un costo della spesa annua attorno ai 6 mila euro, ben al di sotto della media delle altre città. Ma questo meccanismo virtuoso non raggiunge altre città vicine, come può essere Livorno, dove si spendono in media 6.677 euro l’anno. Questo perché la concorrenza latita e la forbice dei prezzi tra i punti vendita non varia di oltre il 12%. Bene invece Verona e La Spezia. Tra i grandi centri, vince Milano con 2 mila euro se si sceglie il negozio giusto (1.100 euro rispetto alla media generale). Al sud Bari fa meglio di tutti (ma è più cara del 22% rispetto a Firenze). Poi arrivano Palermo, Catanzaro e Messina. Tra le peggiori troviamo Potenza, Aosta e Reggio Calabria. Nella classifica dei marchi della distribuzione trionfa il modello Esselunga.

I prodotti più cari. Altroconsumo ha elaborato anche una “lista nera” della spesa: la farina Barilla è rincarata in un anno di oltre il 50%; gli spaghetti della stessa marca si presentano a scaffale con un prezzo più alto del 34% rispetto a metà 2007. Riso Scotti Ora Classico +29% e penne De Cecco +20%. Ci si potrebbe consolare con un bicchiere di spumante, il cui prezzo, in un anno, è sceso del 6,4%: non un genere di prima necessità, però.

Come avere la guida al Superisparmio. I dettagli delle 44 città con gli abbinamenti tra località e supermercato sono disponibili nella guida al Superisparmio, che può essere richiesta ad Altroconsumo sino all’11 ottobre telefonando dalle ore 9 alle 19, dal lunedì al sabato, al numero verde 800.90.50.38, oppure consultando il sito dell’associazione.

Fonte : La Repubblica

Vino, olio, pesce: le truffe a tavola

Tuesday, September 16th, 2008

Vino contraffatto, conserve con olio di semi al posto di quello d’oliva dichiarato in etichetta, frutta d’importazione trattata esternamente con sostanze non consentite. E ancora mitili considerati a rischio per la salute, frutta convenzionale venduta come biologica e pesce scongelato come fresco, allevatori e veterinari complici nel nascondere le bufale infette di 13 allevamenti nel Casertano, panettoni e pandori che non potevano chiamarsi così perché preparati con materie prime più scadenti di quelle previste dal disciplinare.

Sono soltanto alcune delle tante irregolarità riscontrate e citate nel quinto rapporto sulla sicurezza alimentare, a cura del Movimento Difesa del Cittadino (MDC) e Legambiente, dal titolo “Italia a Tavola 2008″, presentato questa mattina a Roma. Se l’attività dei truffatori riguarda soprattutto prodotti italiani, e in particolar modo quelli che possono vantare una denominazione (Dop, Doc, Igp) e costano un po’ di più, è altrettanto vero che una frode su tre è commessa da operatori stranieri, in particolar modo cinesi. Ai loro ristoranti era destinato cibo scaduto, conservato in condizioni igieniche deprecabili e rietichettato.

I controlli, per fortuna, ci sono e sono tanti. Soltanto nel 2007, a fronte di circa quarantamila ispezioni compiute dall’Ispettorato sulla qualità dei prodotti alimentari, ce ne sono state 28000 dei Nas dei Carabinieri, 1261 del Corpo Forestale, più di cinquantamila da parte delle unità navali delle Capitanerie di porto, mentre sono stati cinque volte di più i controlli agli sbarchi dei pescherecci o direttamente nei negozi, piccoli e grandi. E il nostro paese è anche quello che denuncia più irregolarità al sistema di allerta rapido europeo, a cui compete appunto dare l’allarme e chiedere il ritiro di prodotti contaminati o contraffatti all’interno della Comunità Europea.


Numeri elevati che, sottolinea Francesco Ferrante della segreteria nazionale di Legambiente, “testimoniano lo straordinario lavoro delle forze dell’ordine. Ma purtroppo è un bicchiere pieno solo a metà, visto che dall’altro lato continuano ad aumentare le truffe che, a volta, sono soltanto commerciali ma altre volte sono dei veri e propri atti criminosi”.

Ma allora, come difendersi? “L’etichetta dà molte informazioni sul prodotto e aiuta, ma non basta, continua Ferrante, bisogna cercare di acquistare prodotti direttamente dalle aziende o dai contadini, o i prodotti a marchio e biologici che hanno qualche garanzia in più”. Servirebbe anche più prevenzione, ragiona Antonio Longo, presidente di Mdc, garanzia della salute dei consumatori e delle produzioni di eccellenza del nostro paese. E sarebbe necessaria una ben maggiore incisività dell’Agenzia per la sicurezza alimentare europea, che ci siamo battuti per avere in Italia”.

Ma non solo. Occorrono normative coerenti per le etichettature - precisa Maria Adele Prosperoni di Coldiretti - e bisogna che i consumatori privilegino la filiera corta, i farmers market, ovvero la vendita diretta dei produttori, i consumi di prodotti stagionali e di origine certa.

Punta al biologico nazionale e alla filiera di prossimità anche l’Aiab, l’associazione italiana di agricoltura biologica, che stamane ha premiato, tra gli altri, anche il comune di Campolongo, provincia di Venezia, dove dieci anni fa un gruppo di genitori decise di introdurre prodotti bio nelle mense scolastiche. Oggi a Campolongo vengono serviti 700 pasti giornalieri interamente biologici, e, ottimizzando forniture e gestione della mensa, si sono attestati su un costo di 3 euro e mezzo a pasto. E pensare che ci sono comuni che lasciano il bio perché non possono sostenerne la spesa…

Fonte: La Repubblica