Archive for the ‘società’ Category

Ecco quanto pesano i rincari di acqua e rifiuti nelle tasche degli italiani

Wednesday, August 11th, 2010

 

Tariffe alle stelle. Nel 2009, anno nel quale gli italiani hanno tirato la cinghia riducendo i consumi e nel quale i prezzi sono aumentati meno che negli ultimi cinquant’anni, i bilanci delle famiglie comunque sono stati colpiti dall’aumento delle tariffe. «In controtendenza rispetto all’evoluzione dell’inflazione complessiva, i costi dei servizi pubblici hanno fornito al sistema impulsi inflazionistici di una certa rilevanza».

Lo evidenzia il ministero dell’Economia nella Relazione sulla situazione economica del Paese. Tra gli aumenti più consistenti quelli per le tariffe dell’acqua potabile (+5,9%) e dei rifiuti (+4,5%). Più cari anche i biglietti dei treni e dei traghetti.

Se in generale «nel 2009 l’inflazione è scesa ad un valore tra i più bassi - evidenzia il ministero dell’Economia - degli ultimi cinquant’anni», le tariffe hanno viaggiato «in controtendenza». I prezzi delle voci sottoposte a regolamentazione (tariffe energetiche escluse) «hanno infatti registrato fin dall’inizio dell’anno - si legge nella Relazione di via XX Settembre - una ripresa della dinamica di crescita, con tassi saliti da poco meno del 2% al 3,5% circa di fine 2009». Il rincaro delle tariffe ha riguardato sia quelle «controllate a livello nazionale, sia quelle regolate localmente».

L’aumento generale può risultare contenuto (+1,3%) perché comprensivo del calo delle tariffe energetiche, spiccano gli aumenti di molte delle voci: dal +7,3% dei traghetti al +4,6% dei biglietti dei treni, dal +5,6% dei servizi postali fino al +4,4% per i biglietti di ingresso ai musei.

«Tra le voci più importanti per i bilanci delle famiglie - si legge nel dossier del ministero dell’Economia - la dinamica inflazionistica si è confermata notevolmente sostenuta, oltre che in accelerazione, per gli esborsi relativi all’acqua potabile e ai costi della raccolta dei rifiuti urbani: nel caso della prima la crescita media annua è risultata appena inferiore al 6%, mentre per la seconda voce è stata del 4,5%».

Nella media del 2009, la crescita dei prezzi per l’insieme delle tariffe non energetiche è stata del 2,5%, in aumento rispetto al 2,1% del 2008 e oltre un punto e mezzo più elevata - rileva il Tesoro - rispetto a quella dell’indice generale.

Fonte: Il Sole 24 ORE

Etruschi, scoperta più antica tomba dipinta di Tarquinia

Friday, August 6th, 2010

Nella necropoli della Doganaccia a Tarquinia, zona dell’Alto Lazio che con Cerveteri è patrimonio Unesco per le sue tombe etrusche dal 2004, è venuto alla luce un tumulo che rimanda all’Oriente, a Cipro, e ai rituali funebri omerici. E porta la datazione della pittura negli ambienti funebri alla metà del VII secolo a. C. anticipandola di almeno mezzo secolo rispetto a quanto si sapeva. Firmano il ritrovamento l’Università degli Studi di Torino con Alessandro Mandolesi e la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria meridionale.

Mandolesi, direttore degli scavi e docente di Etruscologia a Torino, racconta al telefono: “è una tomba imponente, del diametro di 40 metri al centro e un ingresso largo 6 metri con una gradinata. Ancora non siamo entrati nella camera funeraria, abbiamo pochi soldi e lavoriamo a tappe”. Qui hanno lavorato architetti di formazione greca provenienti da Cipro, nella Salamina, e “qui veniva usato un rituale funebre del tipo cantato da Omero con preziosi e altri oggetti”. Quei greci scapparono dagli assiri e furono accolti nella società aperta di Tarquinia. Dove impiantarono il loro modello. Ma che “qui si piega a esigenze religiose, diventa uno spazio a cielo aperto per le cerimonie che si officiavano in omaggio del defunto”. Un dettaglio rivelatore è l’uso di gesso alabastrino di tipo greco noto in Egitto, Cipro e nel vicino oriente. L’intonaco ha tracce di pittura rossa e nera (come nella Grecia dell’VIII-VII secolo a.C.), segnala Mandolesi, forse c’è una figura e questa diventa così “la prima esperienza pittorica” di questa necropoli, avvicinandosi a quella di Cerveteri che è della metà del VII secolo e la più antica a noi nota del popolo etrusco.

Maria Cataldi, l’archeologa responsabile della zona di Tarquinia per la soprintendenza, ricorda: questo tumulo, detto della regina (ce n’è un altro chiamato del re) non è mai stato scavato scientificamente, ma all’esterno spogliato da scavi clandestini. Poi ricorda il dramma: la zona è ricchissima di possibili scoperte, ma mancano i fondi. “Le finanze vengono dall’università di Torino, dalla soprintendenza, dalla Regione Lazio, dal Comune, più da volontari locali molto bravi e generosi”. “Per fare una campagna annuale servirebbero 100mila euro l’anno e si va avanti a 10-20mila euro, poi contiamo aprire la camera e costerà di più”, annota Mandolesi. Finché Rita Cosentino, archeologa della soprintendenza, annota che lì non ci si arriva con i mezzi pubblici e che la norma della manovra economica che vieta l’uso di auto private ai dipendenti del ministero dei beni culturali è, per le nostre ricchezze archeologiche e artistiche, niente altro che un danno incomprensibile.

Fonte: L’Unità

Acqua e rifiuti, è caro tariffe aumenti doppi rispetto all’Europa

Monday, August 2nd, 2010

Confartigianato: in cinque anni sono salite del 32% contro il 15% circa del resto dell’area euro

di VALENTINA CONTE

ROMA - Bollette care, carissime. Due volte più salate a Roma, Bologna, Milano che a Parigi, Londra, Madrid. Tre volte più alte dell’inflazione negli ultimi cinque anni. E con un forte differenziale tra le città italiane. Fino al paradosso: Napoli paga più di tutti la raccolta rifiuti, l’acqua di Firenze costa quattro volte quella di Milano, a Cagliari si rischia il salasso.

Un’impennata nel costo dei servizi pubblici locali registrata nonostante la crisi e “un contesto di forte rallentamento dei prezzi”, quasi una deflazione per il brusco calo della domanda di beni e servizi. Secondo i calcoli dei ricercatori di Confartigianato che elaborano in uno studio i dati del ministero dello Sviluppo economico, tra giugno 2005 e giugno 2010 le tariffe di acqua, rifiuti e trasporto pubblico sono salite del 28,4%, tre volte l’inflazione e il doppio della crescita registrata in Europa. Solo acqua e rifiuti sono aumentate del 32% contro il 15% dei paesi euro. Se si considera l’ultimo biennio (giugno 2008-giugno 2010), quello della recessione, le differenze esplodono: il 9,9% in più sulle bollette italiane contro il 6,9% dell’area euro. Ma l’acqua, ad esempio, sale del 16% contro il 7,1% europeo.

“Il mercato dei servizi pubblici in Italia vale 32 miliardi di euro, ma solo una sua reale liberalizzazione, attraverso gare non di facciata, potrebbe migliorare i prezzi per i cittadini”, commenta Cesare Fumagalli, segretario generale di Confartigianato. Le differenze tra i capoluoghi, intanto, sfiorano il ridicolo. Per un appartamento di 80 metri quadri si pagano (dati 2009) 331 euro a Napoli e 135 euro a Firenze come tassa rifiuti, con risultati non sempre apprezzabili. L’acqua costa 103 euro l’anno a un milanese e 431 euro a un fiorentino. Dieci abbonamenti mensili per il trasporto pubblico vengono 480 euro a Palermo, 270 euro nella non lontana Catania e 280 euro a Venezia. Le bollette di gas ed elettricità sono salatissime per i cagliaritani (2.335 euro l’anno), molto meno per i veneziani (1.497 euro). La città sarda si colloca poi al primo posto assoluto per i servizi locali più cari, calcolati assieme: 3.108 euro contro i 2.179 sborsati da Milano, ultima. Seguono, nella classifica dei salassi, Palermo (2.633), Genova (2.559), Napoli (2.537), Firenze (2.507) e Roma (2.461).

L’incidenza della spesa per i servizi pubblici sul Pil pro-capite locale, la ricchezza prodotta, quasi mai corrisponde a un incremento di qualità. E’ altissima a Napoli (14,6%), Palermo (15%), Catania (14,8%). Più contenuta, e quindi servizi più convenienti, a Milano (6%), Bologna (7%), Roma (7,6%). Senza pensare che solo due terzi dell’acqua erogata raggiungono i rubinetti delle famiglie. Un terzo si perde: ben 2.610 milioni di metri cubi, praticamente la portata del fiume Brenta, sprecato da una rete idrica vecchia e inefficiente.

Fonte: La Repubblica

Fondo per l’ambiente: regalo da 51 milioni Destinati a rugby, strade e cani randagi

Monday, August 2nd, 2010

 C’entra qualcosa con la tutela dell’ambiente l’adeguamento dello stadio comunale di Belluno? E la ristrutturazione della caserma dei carabinieri di Macerata? Il «recupero di alimenti eccedenti da mense»? Il restauro della parrocchia Madonna delle Grazie di Messina? Poco importa. Saranno tutti finanziati con «il fondo per la tutela dell’ambiente e la promozione dello sviluppo del territorio». Ovvero, il nuovo serbatoio finanziario di quella che una volta si chiamava la «legge mancia», il sistema con il quale i singoli gruppi parlamentari distribuivano soldi a pioggia ai collegi elettorali. Una brutta abitudine della quale era stata decretata la fine nel 2007, con la giustificazione delle difficoltà dei conti pubblici. Salvo vederla risorgere un anno dopo sotto mentite spoglie: quella, appunto, di un fantomatico fondo ambientale. Per il quale, quest’anno, i vari gruppi parlamentari della Camera hanno avuto a disposizione una bella somma: 51 milioni 575 mila euro. E venerdì scorso, fulmineamente, la Commissione bilancio della Camera ha approvato la mozione che ripartisce quel pacco di soldi a ben 514 interventi. Tutti, ovviamente, d’accordo. Con l’unica eccezione dell’Italia dei Valori, che avrebbe rinunciato a distribuire un milione 300 mila euro chiedendo esplicitamente di destinarli al fondo per l’ammortamento titoli di Stato. Il colmo è che questa pioggerellina dorata, dal vago sapore clientelare, arriva a poche ore di distanza dall’approvazione di una manovra finanziaria ancora una volta durissima con gli enti locali. Il che rende il tutto ancora più smaccato. Ce n’è, ovviamente, per chiunque. Ci sono 30 mila euro per la manutenzione ordinaria delle sedi delle associazioni sportive dilettantistiche di Torino. Altri 30 mila per i lavori alla Curia arcivescovile di Bologna. E poi 20 mila euro all’Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia, presieduta da Gerardo Bianco: soldi che serviranno alla «realizzazione di laboratori scientifici in Calabria» (con soli 20 mila euro?).

Quindi 10 mila euro per l’Associazione valsugana rugby. Ma anche 220 mila euro alla Croce Rossa Italiana fra Bolzano e Città di Castello. Per non dire del diluvio di «mance» alle varie parrocchie: 130 mila euro a quella di San Sebastiano martire di San Sebastiano al Vesuvio, 100 mila a quella di Maria Santissima Annunziata di Naro, in provincia di Agrigento, 80 mila a quella di San Nicola a Lizzano (Taranto), 50 mila alla parrocchia Stella Maris di Porto Cervo, in Sardegna, e chi più ne ha, più ne metta. Tanto per fare un altro esempio, ci saranno pure 100 mila euro per la ristrutturazione degli spogliatori e il rifacimento del manto di erba (sintetica!) del campo sportivo della parrocchia Nostra Signora di Fatima di Talsano, nel tarantino. Non che i Comuni, usciti dalla manovra con le ossa rotte, non abbiano portato a casa qualcosina. Interventi per la viabilità. Soldi per restaurare le facciate dei municipi. Quattrini per sistemare un pochino la viabilità. Il Comune di Agerola, nella provincia di Napoli, ha avuto 300 mila euro per «la realizzazione di infrastruttura turistico-sportiva». Quello di Agrigento, 250 mila per «manutenzione straordinaria della viabilità comunale». Il Comune di Bicinicco intascherà 80 mila euro per fare un impianto fotovoltaico. Quello di Brescia, guidato dal deputato leghista Adriano Paroli, ben 500 mila per la ristrutturazione della platea del Teatro Santa Chiara. Quello di Campodarsego 45 mila per le tribune del campo sportivo. Quello di Catania, amministrato dal sindaco senatore Raffaele Stancanelli, ha ottenuto 250 mila euro per il verde pubblico.

A Mortara, con 100 mila euro faranno un parcheggio. A Oulx, in provincia di Torino, sistemeranno la chiesa parrocchiale con 380 mila euro. A Ripa Teatina, in provincia di Chieti, le fogne e la rete del gas (150 mila euro). A Santa Marinella, in provincia di Roma, salveranno le palme storiche (75 mila euro). Il Comune di Terlizzi, nel barese, spenderà invece 50 mila euro per una scultura in ricordo dei martiri terlizzesi alle Fosse Ardeatine. Quello di Castiglione della Pescaia, nel grossetano, 50 mila per un progetto di recupero di ciclomotori usati. Soldi saranno destinati anche alla Fondazione Emilia Vergani di Carate Brianza, per la manutenzione degli immobili (50 mila euro), alla Fondazione Madonna dello Scoglio per «sistemazione piazzale sagrato» (200 mila), al Giardino di Jacopo, una onlus del veronese, per il contenimento del randagismo (20 mila euro), all’istituto Immacolata di Lourdes a Sciacca per «restauro croce dipinta» (20 mila) e alla Congregazione missionari della Sacra Famiglia a Castione di Loria (Treviso) per recuperare un fondo agricolo con «specie vegetali autoctone arcaiche»: 50 mila euro. Potevano poi mancare le Province? Macché. Ecco allora 110 mila euro alla Provincia di Biella per la tangenziale di Mongrando. Ben 650 mila a quella di Asti per la manutenzione delle strade. E addirittura 900 mila alla Provincia di Pescara per fare un impianto di pattinaggio artistico. Unica consolazione, per la verità piuttosto magra, i due milioni di euro che saranno utilizzati per la riqualificazione di piazza d’Armi, all’Aquila, luogo dove erano state piazzate le tende dei terremotati.

Sergio Rizzo

PS: 800.000 euro alla scuola Bosina fondata dalla moglie di Bossi

Fonte : Corriere della Sera

La vostra manovra uccide i parchi Sit-in ambientalista al ministero

Saturday, July 24th, 2010
Un coro di no contro la scure
sulle aree protette: a Roma
la rabbia delle associazioni
CARLO LAVALLE
ROMA
Salvare i parchi italiani dalla scure dei tagli decisi dal governo. A questo obbiettivo ha mirato il sit-in tenuto davanti al Ministero dell’Ambiente venerdì 16 luglio che ha visto la partecipazione dei rappresentanti delle aree protette e delle associazioni ambientaliste.

Un coro di no, espresso dall’Unione per i parchi e la natura d’Italia, 394 Associazione nazionale aree protette, WWF, LIPU e Italia Nostra, alla manovra finanziaria in corso di approvazione in Parlamento che prevede il dimezzamento dei fondi ordinari ai Parchi nazionali.

Una misura che per la sua drasticità rischia di compromettere la sopravvivenza stessa di queste strutture in grado di difendere il 5% del territorio italiano e di tutelare decine di migliaia di specie vegetali ed animali.

Per Lucia Ambrogi, Responsabile parchi ed aree protette del WWF, la riduzione del 50% dei finanziamenti mette in pericolo non solo la gestione straordinaria ma anche la normale attività del sistema parchi andando ad incidere sulla capacità operativa in campo ambientale, sull’indotto economico e sull’occupazione. Effetto che stride con gli impegni assunti dall’Italia con l’elaborazione della Strategia nazionale per la biodiversità in base alla quale ai parchi viene riservato un ruolo di primo piano per il raggiungimento di quelle finalità di conservazione del patrimonio naturale definite dagli accordi internazionali.

Nel corso della manifestazione una delegazione dei rappresentanti dei Parchi e delle associazioni ambientaliste è stata ricevuta dal vice capo di Gabinetto del Ministero dell’Ambiente, Dott.ssa Paola Lucarelli, che ha mostrato interesse per le richieste avanzate promettendo di adoperarsi per assicurare nuove risorse economiche.
Fonte: La Stampa

Terremoto, gli hotel mandano via gli sfollati

Wednesday, July 21st, 2010

La denuncia di un albergatore di Alba Adriatica, sulla costa teramana: «Quando l’emergenza era gestita dalla Protezione civile abbiamo ricevuto i primi pagamenti. Ora che è tutto in mano alla Regione, non vediamo più un euro». Così l’operatore ha accumulato debiti per 500 mila euro e entro giovedì vuole che i terremotati liberino le stanze. Il suo caso non è l’unico e il governatore Gianni Chiodi ammette: i soldi per l’emergenza sono finiti venerdì vertice con Tremonti e protezione civile. «Da un mese e mezzo segnalo il problema», ha commentato il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente

 

Fonte: La Repubblica

Referendum, per l’acqua pubblica consegnate un milione e 400 firme

Tuesday, July 20th, 2010

Una diga fatta di scatole, un muro simbolico per contenere le conseguenze dell’applicazione del decreto Ronchi sulla privatizzazione della gestione delle risorse idriche. È stato questo, insieme a dodici striscioni distesi sui sanpietrini di piazza Navona lo sfondo della manifestazione per l’acqua pubblica organizzata lunedì dal Comitato promotore dei referendum. Un momento di riflessione che ha preceduto la consegna ufficiale del milione e 400mila firme raccolte per la richiesta di referendum in Corte di Cassazione.

LA PIU’ GRANDE RACCOLTA FIRME -Le firme depositate alla Corte di Cassazione 1.401.432 di firme, raccolte per ciascuno dei tre quesiti referendari sull’acqua pubblica. La raccolta firme per la ripubblicizzazione dell’acqua, partita tre mesi fa, il fine settimana del 24 e 25 aprile, ha visto impegnati su tutto il territorio italiano migliaia di volontari che hanno organizzato banchetti, manifestazioni, dibattiti sull’acqua bene comune dell’umanità. «In tre mesi - spiega Guido Barbera, presidente di ‘Solidarietà e Cooperazione Cipsi’ - abbiamo raccolto il maggior numero di firme rispetto a tutte le altre esperienze referendarie italiane. Con il migliore dei presupposti possibili comincia da qui l’avventura, un lungo percorso che ha come prossima tappa 25.000.000 di votanti nel 2011. Per alcuni sono solo numeri, per noi sono la storia del nostro futuro!». Barbera è tra i promotori dei referendum contro la privatizzazione dell’acqua ed è da oltre 20 anni impegnato su questa tematica, promovendo il valore della risorsa idrica come bene comune e diritto umano universale e inalienabile. «Siamo estremamente soddisfatti dell’enorme risposta arrivata dai cittadini - aggiunge Barbera - e dalla società civile italiana su questo tema, che riguarda il futuro di tutti. Una grande mobilitazione, un grande segnale di civiltà e di cittadinanza responsabile, che siamo convinti verrà suggellato il prossimo anno (forse già a giugno) dalla partecipazione di tante persone al voto referendario».

Un manifestante a piazza Navona (Lapresse)
Un manifestante a piazza Navona (Lapresse)

 

NON SCIPPATECI IL VOTO - Prima di spostarsi davanti alla Corte di Cassazione, per la consegna delle firme, il comitato promotore ha ribadito la richiesta al governo di «emanare un provvedimento per la moratoria degli affidamenti dei servizi idrici previsti dal decreto Ronchi almeno fino alla data di svolgimento del referendum». In piazza Navona, i promotori hanno anche chiesto alla politica di essere messi in condizioni di andare al voto. «Che nessuno inviti gli italiani ad andare al mare. Non scippateci quest’ultimo strumento di espressione - spiega Tommaso Fattori, del Contratto mondiale per l’acqua. «L’attenzione di tutto il mondo è puntata sul nostro Paese - aggiunge - dal quale ci aspetta lo stesso risultato ottenuto dalla Francia sul tema della gestione dell?acqua, cacciare le multinazionali». Un risultato che, attraverso il referendum, arriverà secondo Corrado Oddi, della Cgil. «Quella per i referendum per l’acqua pubblica è la più grande raccolta di firme per un referendum nella storia del nostro paese».

OBIETTIVI DEL MILLENNIO - Per Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista, questa raccolta firme ha un valore aggiunto perchè dimostra che «c’è ancora un tessuto sociale, fatto di cittadini, associazioni, partiti, che ha una tenuta e che è la vera base sulla quale poggiare l’uscita dalla crisi». La pensa così anche Paolo Beni, presidente dell’Arci che, al microfono della manifestazione, ha ricordato come «questa nostra richiesta di referendum offre a tutti noi una chance di ricostruire la vita politica del paese portando sul terreno politico e istituzionale le esigenze dei cittadini». Il presidente del Wwf, Stefano Leoni, pone l’accento sulla contraddizione che è insita nella gestione privata dell’acqua, risorsa pubblica per eccellenza. «Le aziende - dice Leoni - sono orientate al profitto che, quando non c’è, porta al fallimento delle aziende stesse. Come si può pensare di fare profitti su un bene pubblico come l’acqua, nei confronti della quale è in corso un movimento mondiale orientato al risparmio. Ricordiamo che l’accessibilità dell’acqua a tutti gli esseri umani è uno degli obiettivi del millennio».

Redazione online
Fonte: La Repubblica

“Gettiamo il cane dal cavalcavia” Oscurato gruppo su Facebook

Thursday, July 15th, 2010

Dalla denuncia di alcuni liceali di La Spezia la protesta contro chi istigava alla violenza sugli animali. Indagine per risalire ai promotori dell’iniziativa. Slogan crudeli e il video di un cane cucinato al barbecue. Lo sdegno di molti iscritti. Ma l’assessore all’ambiente avverte: “Il canile in due giorni ha raccolto 6 cani abbandonati: quello su internet non è più un gioco: è un costume diffuso”

di BRUNO PERSANO

“Tutti i cani in autostrada”, meglio “sui binari della ferrovia, sperando nel primo treno che passa”. C’era scritto questo su Facebook “Gioca con noi: Libera FIDO … vediamo se Vinci!”. Il sito è stato oscurato. A denunciare per primi lo scandalo, un gruppo di studenti del liceo classico Costa, a La Spezia. Poi il fuoco della vergogna ha raggiunto l’Ufficio tutela dei diritti degli animali del comune e via via, i carabinieri dei Nas, la polizia postale, fino al ministro al Turismo Michela Brambilla.

FOTO: la pagina della vergogna

La battaglia è stata vinta. Il sito cancellato e l’indagine aperta per risalire ai promotori dell’iniziativa nascosti dietro indirizzi web di comodo. Ma qualcosa, dall’inchiesta, è già emerso. Sembra che i fondatori della pagina su Facebook, siano gli stessi che settimane fa avevano aperto home page per raccogliere adesioni ad una nuova campagna a favore delle “donne oggetto” o dei camerieri che devono essere trattati “come servi e pezzenti”.

“Uniamo l’utile al dilettevole: scaraventiamo i cani dal cavalcavia. I cani rendono le persone peggiori. Liberiamocene”. Era stato caricato persino il video di un cane fatto arrosto sul barbecue. Crudeltà che hanno sollevato il disprezzo di molti iscritti e lo sdegno delle autorità. Il presidente della Provincia della Spezia, Marino Fiasella, promotore del progetto Tutela animali: “Il maltrattamento di un animale è segno di inciviltà”. Ma l’assessore comunale all’ambiente Laura Ruocco avverte: “Il canile in questi ultimi due giorni ha raccolto sei cani abbandonati: quello su internet non è più un gioco: è un costume diffuso”.

Fonte: La Repubblica

F

I signori delle spiagge

Sunday, July 11th, 2010

Fatturano più di due miliardi. Così le coste diventano un business per i privati. Ma i gestori dei lidi non ci stanno. L’asta sugli arenili scatenerà gli appetiti delle multinazionali delle vacanze

di MICHELE SMARGIASSI

 

 Questa sabbia che sfrigola sotto le piante dei piedi, questo bollente mare immobile è pura polvere d’oro. Ma lo Stato Italiano è un Re Mida dissoluto e prodigo, e la butta dalla finestra. Oltre 100 milioni di euro potrebbero entrare ogni anno nelle casse pubbliche solo applicando meglio le norme che già esistono. Diverse centinaia, se ci decidessimo ad affittare a prezzi di mercato quei 4.042 chilometri di costa balneabile, gloria e vanto e ormai unico patrimonio dell’Italia solatìa, che da decenni regaliamo per pochi spiccioli (97 milioni di euro nel 2009) a 25 mila padroni dell’ombra, che collettivamente ne ricavano ogni anno fino a trenta volte di più: almeno due miliardi di fatturato, più probabilmente un terzo miliardo in nero. Continuiamo a chiamarli tutti “bagnini”, ma è una definizione ormai priva di senso.

Ci sta dentro il romagnolo stagionale in infradito che rastrella ogni mattina l’arenile come faceva il nonno, e il professionista romano in cravatta che subaffitta a peso d’oro un complesso a più piani con piscina, fitness club e ristorante. Tutti ugualmente “concessionari” del Demanio, tutti affidatari di un patrimonio nazionale, il litorale, di fatto privatizzato da decenni, che i più furbi o intraprendenti hanno trasformato in un business da nababbi versando all’erario canoni ridicoli. Un patrimonio di tutti che arricchisce pochi, un «sistema» in cui gestioni oneste e convenienti si mescolano a selvaggi sfruttamenti; una realtà di cui lo  Stato parola di Corte dei conti, ha perso del tutto il controllo.

A meno che non succeda qualcosa, e forse sta succedendo. L’estate 2010 è l’estate dell’ansia per padroni e padroncini delle spiagge. La novità viene da Bruxelles,

Nuove regole: L’Unione europea ha dato all’Italia il termine del 2015 poi il rinnovo delle concessioni non sarà più automatico

e sta sconvolgendo un «sistema arenile» che aveva resistito a tutti gli assalti. Cosa dice la Ue? Che sulla base della “direttiva Bolkenstein” del 2006 sulla concorrenza l’Italia deve abolire il “diritto d’insistenza”, cioè i rinnovi automatici sempre agli stessi affidatari, pratica che già sollevò nel 2006 le perplessità del Garante per la concorrenza («sistema premiale», «rendita di posizione»). E dovrà (sotto minaccia di sanzioni) mettere all’asta le concessioni. Il governo italiano è riuscito a strappare solo un rinvio al 2015. Ed è il caos. La paura. La rivolta. «Il governo ha mostrato le terga a Bruxelles e ora siamo in una valle di lacrime», grida da Viareggio Carlo Monti, leader dei balneari versiliani, «rischiamo la decadenza degli stabilimenti, nessuno spende un euro per riparare una sdraio se non è sicuro di poter restare». Cortei al ministero, sindaci allarmati.

L’Emilia Romagna ha tentato di aggirare della direttiva europea concedendo vent’anni di proroga ai bagnini meritevoli: bocciata impietosamente dalla Cassazione. «Le gare si faranno, punteremo a farle con criteri giusti», ripiega l’assessore Maurizio Melucci. Molta confusione sotto il cielo azzurro: la situazione è eccellente. Mai il “sistema spiaggia” s’è mostrato così nudo come ora che scricchiola sotto la minaccia di una banale legge di mercato. Perché vero mercato, il sistema spiaggia non lo è mai stato. Affittuari perpetui che fanno profitti su un bene pubblico, e vendono a carissimo prezzo ciò che non è loro. Fate un giro su Google, o su eBay: Silvi Marina: 30 metri di litorale, vendesi concessione a 300 mila euro. Tortoreto: 68 metri, 280 ombrelloni: 1,3 milioni di euro. Lido di Savio, 140 ombrelloni, 850 mila euro.

Pisa, metratura imprecisata, 2,2 milioni. Tirrenia, 1600 metri quadri, 150 ombrelloni, 2 milioni. Forte dei Marmi, 60 ombrelloni su 27 metri di battigia: 4 milioni. Com’è possibile ammortizzare cifre del genere nei sei anni tradizionali di una concessione? Se i famigerati “Studi di settore” dell’Agenzia delle entrate stimano “congrua” una dichiarazione dei redditi da 12,8 mila euro annui a fronte di un fatturato medio di 120 mila euro per stabilimento, come possono esserci bagnini che dichiarano addirittura perdite nette sui 6 mila euro con fatturati di 137 mila? E quel 9% di titolari di concessione che dichiarano ricavi sotto i 30 mila euro annui?

LA SABBIA È D’ORO

Eppure non è così profonda, l’ombra degli ombrelloni. L’Italia dei servizi balneari è diseguale, ma l’indice “ombrellone + due lettini” è comunque un metro di misura. Si va dai 15/20 euro al giorno della Romagna ai 40/50 della Versilia ai 60-80 delle esclusive calette liguri. Chi conosce il mercato non fatica a fare due conti: un “bagno” medio in buona posizione può fatturare (si fa per dire: non c’è obbligo di scontrino) tra i 130 e i 200 mila euro a stagione. Se c’è il bar, fanno altri 150-200 mila, il doppio se il bar è anche ristorante. E quanto pagano allo Stato queste aziendine estive? Questo si sa con precisione. Il canone è fissato per legge. Eccone i mirabolanti importi annui: 1,19 euro per metro quadro di arenile, 3.39 euro per metro quadro di superficie coperta (che sia un ripostiglio o un ristorante non fa differenza).

Risultato: per un bagno medio di 2000 metri quadri, con un centinaio di ombrelloni e un ristorante da 200 metri quadri, l’affitto annuo è di 3.448 euro. Fa meno di dieci euro al giorno. Venti, se calcoliamo solo la “stagione”. Insomma basta la rendita di un solo ombrellone a pareggiare il costo della concessione demaniale. Non che lo Stato non ci abbia provato, a colmare la ridicola sproporzione. Ma è sempre stato sconfitto dalla resistenza di una categoria finora compattissima e coccolata (e temuta). Nel 2003 il governo rincarò i canoni del 300%. Sembra tanto: ma il triplo di pochissimo è sempre poco. Esplose lo stesso la rivolta dei bagnini: dopo quattro anni nessuno aveva pagato il rincaro, poi cancellato dalla Finanziaria del 2007. Che tentò un ripiego: impose alle Regioni di rivedere al rialzo le categorie di “valenza turistica”, abolendo la classe C e ricollocando in classe A (con quasi raddoppio del canone) gli arenili pregiati.

Ebbene: nessuna regione, «neppure quelle con spiagge di eccezionale attrattiva», lo ha fatto. La quasi totalità degli stabilimenti balneari italiani risulta tuttora collocata in classe B. A Rimini, ad esempio, Perla dell’Adriatico, una sola spiaggia è in classe A, quella del felliniano Grand Hotel, mentre un chiosco continua a pagare massimo 769 euro anche se è di fatto un ristorantino da 250 metri coperti, che se fosse oltre il lungomare pagherebbe d’affitto tra 50 e 80 mila euro. Cosa spinge le Regioni a sottovalutare il reddito potenziale delle spiagge? Perché in una stagione di tagli ai servizi essenziali nessuna ha voluto aprire un po’ quel rubinetto che gocciola appena?

La risposta è semplice: chi glielo fa fare, a un assessore regionale al turismo, di inimicarsi la categoria cruciale dei bagnini senza guadagnarci nulla, cioè solo per far arrivare più soldi allo Stato centralista? Infatti hanno ritoccato solo (al 10%) la quota dei canoni che resta in tasca alla Regione. E così, per rivalità tributarie fra istituzioni del medesimo Stato si è andati al disastro contabile: il bilancio 2007 prevedeva un introito di 215 milioni, ne incassò solo 85, per l’ira dell’Agenzia del Demanio che ha ipotizzato perfino «il possibile profilarsi di danni erariali» da addebitare alle regioni inadempienti. Solo in Versilia il mancato adeguamento ha fatto perdere alle casse pubbliche 14 milioni di euro in tre anni.

LA BATTAGLIA DEGLI INCAMERATI

Potrebbe finire in niente anche la battaglia più cruenta attualmente in corso sugli arenili: quella degli “incamerati”. Le 25 mila concessioni demaniali marittime non sono tutte capannine e ombrelloni. Una piccola quota, circa 900, è fatta di veri e propri edifici, anche a più piani, in muratura o comunque «non facilmente rimovibili». Sono i grandi imprenditori della battigia, società complesse, con gestioni in subaffitto; tra questi ci sono i grandi complessi con muro di cinta e biglietto d’ingresso a dispetto della norma del libero accesso. Secondo la legge, anche se costruiti a spese del concessionario, quegli edifici sono “incamerati” dallo Stato, cioè resteranno proprietà pubblica.

In cambio, finora, i gestori pagavano canoni ridicoli. Ma qui una legge del 2006 ha calato la mannaia: per le “pertinenze”, così si chiamano queste concessioni «pesanti» (tra cui anche cinema, discoteche, piscine, il celebre Delfinario di Rimini), i canoni sono schizzati a quote quasi di mercato. Un esempio, Rimini, ristorante Lo Squero, tempio del pesce: da 5 a 65 mila euro l’anno, più tre anni di arretrati: «se è così chiudiamo», minaccia il titolare Londei. Però per vent’anni avete pagato l’affitto con la mancia del primo cliente della serata. «Può essere, ma ora è troppo. E quello là davanti», indica l’arenile, «perché allora continua a pagare dieci o venti volte di meno? Solo perché ha le pareti di legno?».

«Forse era meglio accettare l’aumento del 300% nel 2003», si pente Gianni Invino, gestore della discoteca Bahamas, balzato da 6 a 140 mila euro annui. I “grandi concessionari” dunque non ci stanno, e invocano la spalmatura della stangata sui piccoli: rincarare meno e rincarare a tutti, è il grido di battaglia delle associazioni di categoria Sib e Fiba. Questo ovviamente fa arrabbiare i “piccoli”, e il fronte del mare si rompe: «Devono pagare loro che fanno i veri profitti, non noi ‘bifolchi’», reagisce colorito Giorgio Mussoni, bagnino da quattro generazioni, fondatore di Oasi, il sindacato dei bagnini “come una volta”: «Noi paghiamo anche il servizio di salvamento, 16 mila euro, e loro no; noi puliamo la spiaggia e loro no, offriamo gabinetti e docce gratis a chiunque e loro no, facciamo prezzi popolari e diamo il mare a tutti, alla fine ci resta poco in tasca, ma siamo noi a tener su la tradizione di ospitalità della Riviera».

Ma i “grandi” non ci sentono. Hanno tutti fatto ricorso. Sarà un braccio di ferro. Con la segreta speranza di tirare in lungo fino all’avvento del federalismo demaniale, quando dovranno negoziare non più con Tremonti ma con un assessore. E allora le cose potrebbero cambiare, perché a livello locale i “grandi bagnini” godono di una certa simpatia politica. Basta guardare cos’è successo a chi ha provato a tirar giù i reticolati e i muri che in gran parte del centro-sud impediscono il libero accesso alla battigia: in Puglia la legge dell’assessore Minervini, che aveva minacciato le ruspe, è per ora naufragata di fronte all’ostruzionismo del centro-destra; in Abruzzo la maggioranza Pdl ha appena autorizzato i bagnini a recintare gli stabilimenti, con una legge ribattezzata dalle minoranze “una porcata”. Chi la dura, dunque, la vince ancora.

GLI AFFITTI DI CARTONE

Di fatto per le spiagge d’oro si continuano a pagare affitti di cartone, che quest’anno, sfiorando la beffa, sono stati addirittura ridotti del 3,4% da un “conguaglio Istat”. Ci sono tuttora chioschi, sulle spiagge italiane, che pagano meno di un euro al giorno: il prezzo di un caffé. Sempre che lo paghino: in Sicilia la morosità accertata dalla Regione è del 25%. Del resto sul bagnasciuga c’è di tutto. Spiagge “libere” in realtà occupate dai lettini di noleggiatori abusivi, bagni interamente in nero (tre sequestrati a Barletta due mesi fa); spiagge gestite da istituti religiosi che si trasformano in stabilimenti commerciali, per non dire dell’evasione fiscale pura e semplice: sul litorale di Ostia la Guardia di finanza ha accertato redditi sottratti al fisco per 5 milioni di euro in tre anni, in aumento del 146% nel 2009; a Ravenna in maggio un singolo stabilimento ha dovuto restituire al fisco 650 mila euro.

Così la geografia delle coste d’Italia diventa un puzzle che non torna mai. Se i canoni di concessione sono identici per legge da Ventimiglia a Trieste, com’è possibile che, tabelle del Demanio alla mano, una concessione renda in media 13.600 euro se è in Veneto, e solo 2.012 se è nelle Marche? Differenze di dimensione? Ma allora perché un metro di arenile frutta allo Stato 116,2 euro l’anno se è in Romagna, e solo 10 in Puglia? Solo il recupero di questi scarti di redditività farebbe piovere sulle regioni meridionali una manna da 17 milioni di euro l’anno: che si preferisce invece lasciare in tasca ai privati. Denuncia con sconforto la Corte dei conti: «non è possibile stabilire quanto lo Stato incassa dalle concessioni», il demanio marittimo è una realtà fiscalmente «fuori controllo», prevale ormai «una sorta di asserita impotenza a modificare la situazione».

Migliorerà con la devolution? O un solo caos si dividerà in quindici piccoli caos (tante le regioni costiere)? Le Regioni più efficienti, potendo finalmente incassarle in proprio, forse ritoccheranno finalmente le concessioni al rialzo; quelle più clientelari forse erediteranno il “grigio tollerato” centralista. E l’Italia balneare sarà ancora più squilibrata. In questa situazione la spinta liberista dell’Ue, sacrosanta in teoria, potrebbe produrre tutto il contrario nella pratica. «Il mercato sta crollando», denuncia l’assessore Cinquini a Viareggio, «nessuno compra uno stabilimento non sapendo se nel 2015 lo gestirà ancora». Proprio nessuno? Forse qualcuno in grado di rischiare c’è. Grandi catene già attive nella ristorazione, ad esempio, possono scommettere sulla possibilità di vincere le future gare grazie alle proprie economie di scala, e intanto rastrellare concessioni a prezzi di saldo. Si profila lo spettro dei bagni-autogrill, della McSpiaggia? Possibile.

«Distruggeremmo la professionalità costruita in un secolo, la cultura dell’accoglienza che ha fatto la nostra fortuna», paventa l’assessore Gamberini di Rimini. Per altri lo spettro è più inquietante: chi ha soldi da investire anche in piena crisi? «Rischio infiltrazioni mafiose», il presidente Assobalneari Renato Papagni ha avvisato il governo. La richiesta: le future gare privilegino i concessionari uscenti che abbiano dimostrato professionalità e investimenti. Ragionevole: ma potrebbe anche essere la scusa per lasciare tutto come sta. Entro dicembre il governo deciderà come rispettare l’ordine di Bruxelles senza buttare a mare il meglio della tradizione balneare italiana. Col rischio, però, di salvare anche il peggio.

Fonte: La Repubblica

Parchi, industrie, condono Parchi, industrie, condono I tre schiaffi della manovra

Wednesday, July 7th, 2010

La legge finanziaria sferrà tre colpi devastanti all’economia reale, quella che corre nei binari della legalità e produce beni invece di speculazioni di ANTONIO CIANCIULLO

ROMA - Il condono che i giorni pari entra in Finanziaria e i giorni dispari esce. I parchi con i fondi che vengono dimezzati annullando 30 anni di sforzi e di successi anche economici. Le industrie rinnovabili bloccate a metà corsa, punendo gli imprenditori che hanno scommesso sul futuro. Tre colpi devastanti. Dritti sul bersaglio dell’economia reale, quella che corre nei binari della legalità e produce beni invece di speculazioni.

L’aspetto ambientale della manovra finanziaria ha un potenziale talmente rovinoso da aver creato un’onda di rigetto che ha spinto più volte il governo a fare un passo indietro. Ma a ogni passo indietro sono seguiti due passi avanti. Risultato: le minacce restano ancora lì. Ecco i rischi principali.

Condono. Siamo all’ennesimo replay. Replay dell’effetto diretto e dell’effetto annuncio. Il condono Berlusconi del 2003 ha prodotto 40 mila nuove case illegali nel corso dell’anno e 82 mila case nei due anni precedenti, quelli di attesa dell’evento annunciato. Il ripetersi dei colpi di spugna finisce per cancellare il senso della normativa rischiando di creare assuefazione e abitudine all’illegalità e di consegnare un’altra quota di potere alle ecomafie. Inoltre, come nota il responsabile green economy del Pd Ermete Realacci, i condoni rendono tutti meno sicuri: “I morti per la frana ad Ischia che ha spazzato via una casa abusiva su un costone ad alto rischio di smottamento prefigurano uno scenario in cui il malgoverno del territorio si traduce in un aumento secco del pericolo”. Andiamo incontro a un periodo in cui, a causa dei cambiamenti climatici, il rischio di dissesto territoriale aumenterà e invece di ridurlo si esaspera ulteriormente.

Articolo 45. Smantellare il meccanismo dei certificati verdi non porterà un euro nelle casse dello Stato ma ne toglierà parecchi. Ci sono impianti di rinnovabili per 4,6 miliardi di euro già realizzati e altri per 2,7 miliardi in fase di completamento: bloccando i certificati verdi si bloccano i pagamenti. “E’ come se si rendesse impossibile pagare le rate del mutuo di una casa”, spiega Simone Togni, segretario dell’Anev, l’associazione dei produttori eolici. “Vorrebbe dire consegnare gli impianti alle banche, che non avrebbero la possibilità di gestirli e li chiuderebbero. Tradotto in termini energetici ed economici approvare l’articolo 45 porterebbe dunque a tre danni. Primo: si rinuncia a 3,5 miliardi di chilowattora di energia pulita. Secondo: si toglie dal bilancio dello Stato il gettito fiscale garantito dalle industrie che vengono chiuse; al 2020 saranno 8 miliardi di gettito fiscale mancante. Terzo: scatterebbero sanzioni da parte di Bruxelles per un valore complessivo di alcuni miliardi, e saremmo costretti a pagare per il mancato rispetto degli obiettivi europei”.

Parchi. Il dimezzamento dei fondi per la rete nazionale dei parchi (attualmente 50 milioni di euro) cancellerebbe il percorso che ha faticosamente portato il nostro paese ad avere più del 10 per cento di territorio tutelato ottenendo benefici non solo in termini ambientali ma anche per l’indotto creato da uno dei pochi segmenti turistici che in Italia continua a crescere. “Io utilizzo 500 mila euro per far funzionare i comandi della Forestale e 300 mila euro per le misure anti incendio”, fa presente Domenico Pappaterra, presidente del parco nazionale del Pollino. “Se me li toglieranno si perderà il beneficio che riesco a garantire, circa 500 ettari l’anno di bosco salvato. Questi 500 ettari valgono 3 milioni di euro e assorbono 500 mila tonnellate di anidride carbonica. Il taglio del governo non è un buon affare da nessun punto di vista”.

Fonte: La Repubblica

Sostieni Pianeta Verde effettuando
una donazione di 1 €
con il tuo cellulare

BUY NOW!