Archive for the ‘rifiuti’ Category

Legambiente: Solo 33% bottiglie acqua in plastica è differenziato

Thursday, March 18th, 2010

Consumo di 12 miliardi di litri annui produce 910mila ton. di CO2

 

Roma, 17 mar. (Apcom) - Solo un terzo delle bottiglie di plastica utilizzate per l’acqua minerale viene raccolto in modo differenziato e destinato al riciclaggio, mentre i restanti due terzi finiscono in discarica o in un inceneritore. Il dato è reso noto Legambiente-Federutility che sabato e domenica sarà nelle piazze italiane per l’iniziativa “Acqua di rubinetto? Sì grazie!”, che ha l’obiettivo di spiegare che l’acqua di rubinetto è sicura e controllata. Il consumo annuo di 12 miliardi di litri di acqua imbottigliata comporta, per la sola produzione delle bottiglie, l’utilizzo di 350mila tonnellate di polietilene tereftalato (Pet), con un consumo di 665mila tonnellate di petrolio e l’emissione di gas serra di circa 910mila tonnellate di CO2 equivalente. Secondo Legambiente e Federutility, l’acqua del rubinetto è rispettosa dell’ambiente. La fase del trasporto dell’acqua minerale “influisce non poco sulla qualità dell’aria: solo il 18% del totale di bottiglie in commercio viaggia sui treni, tutto il resto viene movimentato su strada”. La spesa per il servizio idrico (calcolata da Utilitatis su un consumo di 200 mc, relativamente al 2007) ammonta a 19,69 euro mensili, rappresentando per una famiglia media di tre persone lo 0,7% di tutte le spese mensili. Da un confronto con i prezzi dell’acqua in diverse città straniere, è risultato che una famiglia di tre componenti, residente a Roma, paga un importo complessivo di 177 euro per un consumo di 200 mc di acqua, cifra di molto inferiore rispetto alle altre città europee prese a campione dall’indagine di Utilitas (2009). In cima alla classifica, Berlino con 968 euro/anno: qui per il solo servizio di acquedotto vengono addebitati, ogni anno, 428 euro per famiglia. Seguono Zurigo, Parigi e Bruxelles. Roma è terzultima. Grandi le differenze anche a livello nazionale. Considerando un’utenza standard con consumo annuale di 200 mc (duecentomila litri di acqua), nel 2008 gli esborsi più elevati sono stati registrati ad Agrigento (440 euro/anno), seguita da Arezzo (410 euro/anno), Pesaro e Urbino (409 euro/anno). La spesa più contenuta si è avuta a Milano (103 euro/anno), Treviso e Isernia (rispettivamente con 108 e 109 euro/anno). Copyright APCOM (c) 2008

Fonte: La Stampa

Rosy Bindi fotoreporter: «L’emergenza rifiuti è finita così?»

Wednesday, March 17th, 2010

Montagne di sacchetti ricoprono le strade di Cesa, Casapesenna, Casal Di Principe, Parete

Il presidente del Pd di fronte ai cumuli di immondizia nel cuore dell’agro aversano

Rosy Bindi fotoreporter:
«L’emergenza rifiuti è finita così?»

Montagne di sacchetti ricoprono le strade di Cesa, Casapesenna, Casal Di Principe, Parete

Dinanzi all’ennesima piramide di immondizia, Rosy Bindi ha fatto fermare l’auto. E’ scesa, ha sfoderato una piccola macchinetta digitale, ed ha cominciato a scattare. «Altro che problema risolto, i rifiuti sono ancora tutti qui, per le strade della provincia di Caserta. Queste foto serviranno a smascherare le bugie di Berlusconi». Il tour elettorale del presidente del Partito Democratico in compagnia del consigliere regionale Nicola Caputo, si è trasformato così in un reportage fotografico.

Bindi fotoreporter Bindi fotoreporter     Bindi fotoreporter     Bindi fotoreporter     Bindi fotoreporter     Bindi fotoreporter     Bindi fotoreporter     Bindi fotoreporter

CUMULI DI SACCHETTI - I cumuli di sacchetti ricoprono le strade di Cesa, Casapesenna, Casal Di Principe, Parete, nel cuore dell’agro aversano, e il presidente del Partito Democratico ha dovuto farsi aiutare anche da altri fotografi al seguito. «Governo e maggioranza si sono vantati per mesi di aver affrontato e risolto l’emergenza rifiuti in Campania», ha osservato Rosy Bindi. «A quasi un anno da quella catastrofe ambientale, qui a Caserta le strade sono piene di rifiuti. Lo stesso è accaduto all’Aquila, dove le strade sono ancora ricolme di macerie. Dove sono i risultati? I problemi sono ancora tutti aperti. La verità è che questo governo quando si tratta degli interessi di tutti i cittadini dimostra la propria efficacia solo a parole, con una buona propaganda. I fatti li riserva solo per tutelare gli interessi del presidente del Consiglio”

PROTESTA DEGLI ADDETTI AL CONSORZIO - I rifiuti tornano ad inondare le strade della provincia di Caserta a causa della protesta degli addetti al Consorzio Unico del bacino Napoli e Caserta, l’ente consortile che si occupa della nettezza urbana delle due province. La mobilitazione è cominciata martedì della settimana scorsa, e coinvolge circa 1300 lavoratori che rivendicano due mesi di stipendio arretrato. Ogni giorno si registrano blocchi stradali e sit in di proteste nei due capoluoghi. I cumuli di “munnezza” nel frattempo crescono: «La situazione è disastrosa in tutta la Regione – ha commentato l´assessore regionale all´ambiente Walter Ganapini - con la fine dalla emergenza rifiuti decretata dal governo e l´abbandono della Protezione Civile, la Presidenza del Consiglio ha lasciato un debito di 2 miliardi di euro. Debito che a Roma non vogliono riconoscere. L´avevo detto da diversi mesi che alla fine i nodi sarebbero arrivati al pettine».

Fonte: Corriere della Sera

Riciclare. Chi ne fa le spese?

Wednesday, March 17th, 2010

Roè Volciano, Brescia. Lago di Garda e cassonetti che traboccano di rifiuti  impropri distano tra loro poche centinaia di metri. A Milano, invece, gli operatori mischiano  i rifiuti differenziati. Cassonetti accatastati  e abbandonati alla loro sorte è uno dei panorami più frequenti a Ceccano, Frosinone. Talvolta la raccolta differenziata diventa davvero un problema. In molti comuni, infatti, la mancanza di informazione e le difficoltà che comporta la separazione dei rifiuti inducono i cittadini in errore. A farne le spese sono le persone più corrette. Un esempio? “La Sea non dà più le buste gialle grandi utili per differenziare i rifiuti”, spiega Marcello sul suo blog . Se da una parte è giusto e necessario sensibilizzare i cittadini, dall’altra parte anche enti e aziende hanno delle responsabilità. I primi, infatti, hanno il compito di informare correttamente i cittadini e semplificare il piano di raccolta e differenziazione dei rifiuti, mentre alle imprese - così almeno scrive gran parte della blogosfera – spetta il compito di pensare più in termini ecosostenibili, producendo imballaggi poco ingombranti, ma soprattutto riciclabili o biodegradabili.

Discariche «illegali» In Italia sono la maggioranza

Wednesday, March 10th, 2010

Quanto sono le discariche illegali in Italia? Sembra che nessuno lo sappia con certezza (o, se lo sa, non voglia dirlo) ma la Commissione europea sospetta che siano molte, moltissime, e a giugno scorso ha mandato un ultimo avvertimento all’Italia: deve «chiudere e bonificare migliaia di siti illegali e incontrollati di smaltimento dei rifiuti», altrimenti rischia multe salatissime.
L’Italia era già stata condannata dalla Corte di Giustizia europea nell’aprile del 2007 per lo stesso motivo e il commissario europeo all’Ambiente Stavros Dimas, che ha chiesto di inviare quest’ultimo avvertimento scritto, sembra più che mai deciso a proseguire nell’azione legale.

Secondo un rapporto presentato dalla stessa Commissione europea nel 2005 le discariche illegali in Italia sono 1763, di cui 700 considerate pericolose. Si tratta del numero più alto tra i 15 Paesi presi in esame dal rapporto: al secondo posto troviamo la Grecia con 1453 siti illegali e al terzo la Francia con 1.042. Il rapporto è stato redatto sulla base di un questionario inviato ai governi dei diversi paesi degli stati membri e raccogliendo informazioni dalle organizzazioni non governative. In realtà, si dice nel documento, reperire notizie su questo tema è molto difficile. Esiste, lo ricorda lo stesso documento europeo, un censimento fatto nel 2002 dalla guardia forestale dello stato che aveva individuato almeno 4866 discariche abusive su tutto il territorio. Il ministero dell’Ambiente, però, disse all’epoca che il censimento non era stato fatto in modo corretto e chiese alle regioni informazioni per stendere un rapporto nazionale che sarebbe stato pubblicato entro il 10 giugno 2005. Ma dove sono questi dati? A noi non è stato possibile reperirli. Il ministero dell’Ambiente non ha risposto per oltre due mesi alle nostre richieste, alla faccia della legge sulla trasparenza dei dati ambientali secondo la quale non si può far aspettare un cittadino che chieda informazioni di interesse ambientale per oltre un mese.

Lo scarico abusivo continua ancora oggi. Secondo la Guardia di finanza, nel 2008 sono state 1035 le discariche in cui sono state smaltite illecitamente oltre 8 tonnellate di rifiuti industriali e rottami metallici. In effetti anche la Commissione europea ritiene che il numero ufficiale di discariche che operano senza un permesso in Europa sia approssimativo: «La punta di un iceberg» secondo le parole del commissario Jorge Diaz de Castello. Mentre ufficialmente l’Europa ne conterebbe circa 7000, la Commissione ritiene che solo in Italia sarebbero circa 5000.

Al problema delle discariche abusive in senso stretto si somma nel nostro paese il problema degli sversamenti illegali nelle discariche regolari. Per anni in Italia si è verificato questo fenomeno: basti ricordare che già nel 2000 un’inchiesta della commissione parlamentare sui rifiuti ha messo in luce che probabilmente fanghi tossici dell’Acna di Cengio sono stati smaltiti in modo illegale nella discarica di Pianura, a Napoli, per un ammontare di almeno 800mila tonnellate. E, infine, c’è il problema della costruzione delle discariche legali con criteri che non rispondono a quelli richiesti dall’Europa. Anche questo nodo però potrebbe presto venire al pettine, visto che il 16 luglio 2009 è scaduto il termine per adeguare le discariche presenti sul territorio dell’Ue alla normativa comunitaria.

La normativa europea nacque nel 1999 proprio dall’intento di ridurre i rischi connessi alle discariche e prevedeva un periodo massimo di otto anni per la messa a norma o la chiusura dei siti esistenti prima dell’adozione del testo. In Italia, la direttiva è stata recepita con il decreto legislativo 36/2003, ma in realtà la sua applicazione è stata rimandata di anno in anno fino, appunto, a luglio scorso. Secondo la direttiva, l’uso delle discariche per il rifiuto indifferenziato deve essere assolutamente evitato. In discarica devono finire solo materiali a basso contenuto di carbonio organico e materiali non riciclabili: in altre parole, dando priorità al recupero di materia, la direttiva prevede il compostaggio ed il riciclo quali strategie primarie per lo smaltimento dei rifiuti (del resto la legge prevede anche che la raccolta differenziata debba raggiungere il 65% entro il 2011). «In pratica – spiega Salvatore Margiotta, vice presidente della Commissione ambiente della Camera – la direttiva ha come conseguenza la progressiva chiusura delle discariche. L’Italia però va di proroga in proroga perché non siamo in grado di chiuderle».

Le discariche costruite in Italia dopo il 2003, comunque, dovrebbero essere fatte secondo i criteri europei, purtroppo però, come evidenzia Loredana Musmeci, del dipartimento ambiente dell’Istituto Superiore di Sanità in una rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità su Rifiuti e salute, in Italia quasi tutte le discariche sono state costruite precedentemente a quella data, senza seguire i criteri stabiliti dall’Europa. Quindi vanno messe a norma.

E veniamo alle discariche legali. Secondo l’Ispra, l’istituto per la protezione e la ricerca ambientale, gli ultimi dati di cui siamo a disposizione dicono che le discariche per i rifiuti urbani nel 2007 erano 269 in tutta Italia, mentre le discariche per i rifiuti speciali erano 471 nel 2006. Oggi sono tutte a norma? L’Ispra dice che deve ritenere di sì, ma la materia è regionale e l’Istituto può solo fare affidamento sulla documentazione inviata dalle singole Regioni. La notizia buona è che nel 2002 le discariche per rifiuti solidi urbani autorizzate erano 552. Dunque molte hanno chiuso. La notizia cattiva è che ci vorrebbero soldi per la bonifica dei siti dove sorgevano queste discariche e che questi soldi al momento non ci sono. «Il governo Prodi – ricorda Margiotta – aveva destinato 3 miliardi di euro per la bonifica dei siti inquinati. Oggi questi fondi sono spariti».

Fonte: L’Unità

Rifiuti elettronici, allarme rosso

Saturday, February 27th, 2010

La denuncia dell’Unep, il Programma Ambientale delle Nazioni Unite, che ha studiato 11 nazioni dove la produzione di rifiuti tecnologici (e-waste) sta aumentando troppo. Il riciclaggio potrebbe diventare un’opportunitàdi FEDERICO GUERRINI

 

Rifiuti elettronici, allarme rosso rischiano anche Cina e India crediti: StEP-GTZ

FRA DIECI anni la Cina, l’India e altri Paesi in via di sviluppo, rischiano di essere sommersi da una montagna di spazzatura hi-tech. A lanciare l’allarme è un rapporto dell’Unep, il Programma Ambientale delle Nazioni Unite, che ha esaminato la situazione in 11 nazioni in forte crescita economica, dove la produzione di rifiuti tecnologici (e-waste) sta aumentando in maniera esponenziale. In Cina, per esempio, si stima che per il 2020 i rifiuti da vecchi computer aumenteranno del 400% rispetto al 2007, in India del 500%. Nello stesso periodo, la massa di telefonini scartati crescerà di 7 volte nel paese della Grande Muraglia e di 18 nel subcontinente.

Il problema riguarda naturalmente anche il cosiddetto “Primo Mondo”. È noto come il più grande produttore mondiale di e-waste, con tre milioni di tonnellate annue, siano proprio gli Usa, ma ad aggravare la situazione nei Paesi in via di sviluppo c’è una gestione dello smaltimento poco efficiente e potenzialmente assai dannosa per la salute della popolazione.

Stampanti, telefonini, fotocamere digitali, lettori di Mp3, televisori e frigoriferi, una volta esaurito il loro compito vengono semplicemente gettati via o al massimo aperti manualmente, cercando di recuperare i materiali preziosi contenuti al loro interno, nei circuiti si trovano oro, argento, palladio, rame ed altro. Le carcasse vengono poi bruciate, rilasciando nell’atmosfera gas altamente tossici che contribuiscono all’effetto serra.

In Cina, forse il Paese dove la situazione è più critica, si producono ogni anno 2,3 milioni di tonnellate di spazzatura tecnologica; un dato che però è calcolato per difetto, dato che non tiene conto delle tonnellate di rifiuti provenienti dai Paesi sviluppati, e portati a marcire in Oriente; un commercio che malgrado sia teoricamente proibito continua a prosperare. “Ma la Cina non è la sola a dover affrontare una sfida difficile  -  spiega il direttore dell’Unep, Achim Steiner - l’India, il Brasile, il Messico e altri Paesi subiranno dei danni all’ambiente e alla salute della popolazione se il riciclaggio dei rifiuti tecnologici continuerà ad essere gestito in maniera dilettantesca”

Il rapporto delle Nazioni Unite non si limita però a tratteggiare un quadro a tinte fosche, ma fornisce anche qualche elemento positivo. A Bangalore, in India, per esempio, è stato già portato avanti con successo un progetto pilota di riconversione di un impianto “informale” di recupero di rifiuti, in una struttura dagli standard qualitativi avanzati. Nazioni come il Brasile, la Colombia, il Messico, il Sud Africa in cui lo smaltimento fai-da-te è ancora poco sviluppato, secondo l’Unep hanno un grande potenziale per lo stabilimento di centri di riciclaggio di eccellenza.

“Agendo ora e con un’attenta pianificazione, molte nazioni potrebbero trasformare la sfida dell’e-waste in una grande opportunità   -  sottolinea Steiner  -  aumentando l’efficienza del riciclaggio, oltre a diminuire l’inquinamento e recuparare maggiori quantità di metalli preziosi, si potrebbero creare nuove opportunità occupazionali”.

Fonte: La Repubblica

Un mondo sommerso dalla spazzatura elettronica

Wednesday, February 24th, 2010

Lo prevede un rapporto statunitense promosso che censisce l’ammontare di e-waste in 11 nazioni

AMBIENTE

Un mondo sommerso
dalla spazzatura elettronica

Lo prevede un rapporto statunitense promosso che censisce l’ammontare di e-waste in 11 nazioni

MILANO – La chiamano e-waste, ma è solo un modo più accattivante per identificare la mole di rifiuti derivati da apparecchi tecnologici. Una montagna di spazzatura che sta crescendo a dismisura, soprattutto in alcune parti del mondo, e che è fortemente inquinante, come denuncia un rapporto delle Nazioni Unite in cui si propongono anche soluzioni alternative e si sottolineano le best practices nel mondo. Telefonini, vecchi pc abbandonati, componenti elettronici scartati: la e-spazzatura sta soffocando il pianeta e spesso questi rifiuti elettronici nascondono componenti chimici pericolosi. 

I PAESI PIÙ A RISCHIO - In India l’ammontare di e-waste determinato solo dai telefonini crescerà di 18 volte e in Cina di sette volte entro il 2020. In Cina e in Sudafrica la spazzatura elettronica generata da vecchi pc è destinata a crescere del 400 per cento entro il 2020 partendo dai dati del 2007, mentre in India il tasso di crescita previsto è del 500 per cento. Stati Uniti, Cina, India, Brasile e Messico sono i posti più soffocati dall’e-waste. Ogni anno si producono 40 milioni di tonnellate di rifiuti di questo tipo, di cui 3 milioni inviati dagli Usa e 2,3 milioni prodotti dalla Cina, con un’offerta galoppante di apparecchi elettronici alla quale le tecniche di smaltimento e riciclaggio non riescono a stare dietro.

MATERIALI DI VALORE – Del resto a molti Paesi per certi versi fa comodo questo ruolo di discarica elettronica del mondo, perché dagli apparecchi elettronici si possono estrarre materiali di valore, come cobalto, oro, argento e palladio. Inutile dire che l’estrazione di queste sostanze comporta un elevato costo per l’ambiente. Spesso infatti, soprattutto in Cina, vengono utilizzati inceneritori o addirittura griglie a cielo aperto, con un conseguente impatto ambientale disastroso e un grave rischio per la salute umana.

BUONI ESEMPI – Il rapporto dell’Onu sottolinea la necessità e l’urgenza di trovare regole e standard mondiali comuni e condivisi, prendendo esempio da alcune realtà locali lodevoli, come Bangalore, in India. Attualmente il prezzo di uno sviluppo tecnologico affetto da gigantismo viene pagato soprattutto dai Paesi in via di sviluppo. In attesa di un sistema di smaltimento e riciclo dei rifiuti elettronici che possa essere veramente risolutivo, senza essere troppo caro in termini di salute e di ambiente.

Fonte: La Repubblica

 
 

In Italia 192 mila tonnellate di rifiuti “hi-tech”

Sunday, February 14th, 2010

compubig.jpgElettronica di consumo. La definizione che comprende l’universo dei prodotti hi-tech per le case — dalla tv al pc, dal cellulare alla console di gioco — nell’ultimo decennio è stata presa sempre più alla lettera, con un ciclo di vita degli oggetti che via via diventa più breve. Gli schermi televisivi sono sempre più desiderabili, i computer più veloci, i telefonini sempre più furbi. Risultato? Un mercato che non conosce crisi e oltre 192 mila tonnellate di rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee) smaltite in Italia nel corso del 2009. Una massa di vetro, metalli e plastiche varie che corrisponde più o meno a 4 milioni di apparecchiature elettroniche giunte, per vari motivi, a fine vita.

Nello specifico, 7.500 tonnellate sono per esempio costituite da vecchi pc (con tastiere e mouse in disuso annessi), 9 mila da monitor per computer e ben 50 mila da apparecchi televisivi, quasi tutti ovviamente con tubo catodico. Circa l’80% dei materiali con cui sono costruiti questi oggetti hi-tech può essere recuperato, e deve esserlo in base al Decreto 151 del 2005. I metalli, passando dalla fonderia, diventeranno caffettiere e caloriferi; il vetro sarà impiegato in nuove tv destinate ai Paesi in via di sviluppo o in materiali per l’edilizia verde; le plastiche, oltre quelle utilizzate per il recupero energetico, daranno vita ad arredi da giardino. Un vero tesoro che esce dalle nostre case e che è gestito in Italia da una quindicina di operatori. Con il recupero del 30% del totale dei rifiuti Raee, leader sul territorio nazionale è il consorzio ReMedia, costituito da oltre un migliaio di aziende nazionali e internazionali che si occupano di informatica, elettronica, elettrodomestici e telecomunicazioni. «Siamo al lavoro da due anni proprio per sviluppare anche da noi la cultura del riciclo anche in questo campo», spiega il direttore generale Danilo Bonato. «Un traguardo quasi raggiunto, se consideriamo che nell’ultimo anno sono stati raccolti una media di 4 kg per abitante». In rete: cdcraee.it.

Fonte: Corriere Della Sera

Medicinali scaduti smaltiti nel terreno

Saturday, February 13th, 2010

Farmaci scaduti e materiale usato degli ospedali direttamente sotto terra. Succedeva tra Veneto e Friuli, ad opera di una banda criminale ora individuata dai carabinieri del gruppo tutela dell’ambiente. Venerdì all’alba i militari hanno arrestato tre persone, in base ai provvedimenti emessi dal gip Alessio Verni su richiesta del pm Viviana Del Tedesco. In carcere un intermediario della Provincia di Venezia, mentre il responsabile friulano di una società di gestione rifiuti che si occupa di bonifiche e il consulente tecnico della stessa società sono ai domiciliari. Tredici gli indagati, tra cui il dirigente e un funzionario dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (Arpa) di Udine. Perquisite le sedi delle due società coinvolte, quella legata all’intermediario veneto e quella che si occupa di bonifiche, e dell’Arpa di Udine. I reati contestati, oltre a quelli legati alla gestione abusiva di rifiuti speciali, sono la falsificazione dei documenti di trasporto.

FIALETTE E SIRINGHE - L’indagine “Parking Waste” è iniziata tre mesi fa con la scoperta di una discarica abusiva di rifiuti sanitari (fialette per analisi, siringhe, cateteri e altro) in un’area destinata a parcheggio accanto all’ospedale di Latisana (Udine). Erano destinati a una discarica di Paderno del Grappa (Treviso), dove la banda aveva già fatto sparire 600mila chili di rifiuti speciali costituiti da terreno frammisto a materiale ospedaliero. I documenti di trasporto, secondo il gip di Udine, venivano falsificati anche a danno dei produttori dei rifiuti tra cui la Asl 5 - ospedale di Latisana che pagava 200 euro a tonnellata lo smaltimento, che al sodalizio costava invece la metà. Contestualmente le indagini hanno scoperto la gestione illecita di rifiuti provenienti dalla bonifica di un deposito di carburante a Gorizia. Una parte dei rifiuti, costituita da amianto e terreno, finiva in un centro di stoccaggio della provincia di Trento, quindi veniva spedita in Germania per lo smaltimento definitivo. All’operazione hanno partecipato 30 carabinieri del gruppo tutela dell’ambiente di Treviso (con i Noe di Udine, Treviso e Venezia), del reparto operativo tutela ambientale di Roma, con il supporto dei carabinieri dei comandi provinciali di Udine, Gorizia e Venezia.

Fonte: Corriere della Sera

Il caos delle pile scariche

Friday, February 5th, 2010
Arriva la normativa dell’Ue sul riciclo, ma in Italia nessuno sa dove raccoglierle
ROSARIA TALARICO
Arriva la normativa Ue sul riciclo delle pile scaricheROMA
Di sicuro ad avere le pile scariche saranno i consumatori, dopo aver girato invano tra tabaccai, negozi di elettronica e cassonetti alla ricerca di un contenitore dove buttare le batterie esauste. Sempre che, in preda alla disperazione, le pile non vengano poi gettate in mezzo agli altri rifiuti, con tanti cari saluti alla coscienza ecologista.Celebrare il funerale delle batterie è un’impresa destinata a soccombere tra direttive europee, decreti, commissioni, ministeri e scartoffie burocratiche. Un classico della disorganizzazione italiana. La direttiva europea che disciplina la materia «rifiuti di pile e accumulatori» è del 2006 e viene recepita dall’Italia nel 2008, con la calma solitamente riservata alla legislazione comunitaria. Di proroga in proroga si è arrivati al 2010. E il caos regna sovrano.Nel frattempo si è avuta la liberalizzazione del settore. Mentre prima esisteva un unico consorzio senza fini di lucro (il Cobat, incaricato da vent’anni della raccolta e del riciclo delle batterie industriali e non), adesso ne sono nati altri 14. La normativa prevede infatti che i costi della raccolta e lo smaltimento delle pile siano a carico dei produttori. Che però possono anche scegliere come farlo, se autonomamente o avvalendosi appunto dei consorzi. Esiste finanche un Registro Nazionale Pile, a cui per legge i produttori devono essere iscritti. Di fatto però il cittadino non sa dove andare a buttare le batterie di orologi, macchine fotografiche e telefonini.

Al Cobat lo dicono senza giri di parole: «Riteniamo che la gestione dei rifiuti delle pile e degli accumulatori, soprattutto quelle portatili, sia governata dal caos». La confusione di cui sopra scaturisce anche dal fatto che, mentre per le batterie delle auto (accumulatori al piombo), c’è un ritorno economico - le quotazioni oscillano intorno ai 1600 euro alla tonnellata, attirando anche soggetti che effettuano la raccolta al limite della legalità - delle pile normali nessuno si cura, visto che la gestione del rifiuto è solo un costo e i materiali recuperabili non arrivano al 50 per cento, a causa delle dimensioni ridotte. Inoltre non esistono impianti adatti in Italia (i più vicini sono in Francia e Svizzera).

«Abbiamo spinto molto per la liberalizzazione del settore», spiega Maria Antonietta Portaluri, direttore di Confindustria Anie, l’associazione di categoria dei produttori che rappresenta il 90 per cento del mercato. «Così ognuno è libero di organizzarsi, facendo in casa la raccolta e lo smaltimento oppure aderendo ai consorzi». Numeri, però, non ce ne sono. «Solo tra un anno sarà possibile avere delle cifre. Nel caso della raccolta di apparecchi elettrici ne servirono due». Gli unici a fornire delle cifre sono quelli del Cobat. «Il servizio di raccolta e riciclo delle batterie al piombo - quelle delle auto - è a disposizione di 70 mila produttori del rifiuto, per un numero di ritiri pari a 140.780 l’anno, 560 al giorno. In 20 anni di attività il Cobat ha raccolto quasi 3 milioni di tonnellate di batterie esauste, pari a circa 230 milioni di batterie avviate a riciclo e ha recuperato oltre un milione e mezzo di tonnellate di piombo, 131 mila tonnellate di polipropilene e ha neutralizzato 455 milioni di litri di acido solforico».

Ma dove bisognerà buttare invece le pile stilo del telecomando? A decidere tutto questo sarà un fantomatico Centro di Coordinamento, che dovrebbe far capo al ministero dell’Ambiente e che però molto prosaicamente gestirà pure i finanziamenti per le operazioni di raccolta, trattamento e riciclo in funzione della tipologia e delle quantità delle pile. «Noi come Anie coordineremo il centro di coordinamento e siamo in attesa del riconoscimento», continua l’avvocato Portaluri. Coordinare il centro di coordinamento è un’attività che di per sé mette già i brividi. In effetti abbiamo sollecitato molte volte il ministero su questo punto - ammette il direttore dell’Anie -. Speriamo entro fine mese di avere una risposta».

Francesco Panerai, presidente dell’Associazione commercianti radio, tv, elettrodomestici, dischi e affini aggiunge: «La situazione è peggiorata. Prima era un obbligo se non effettivo almeno morale per le municipalizzate raccogliere questo tipo di rifiuti. Oggi, essendo stati responsabilizzati i produttori, se ne possono lavare le mani». Italia: dove, oltre alle pile, è meglio che anche la pazienza sia ricaricabile.

 

Fonte: La Stampa

Debutta a Niscemi il primo ecopunto porti rifiuti da riciclo e ti danno la pasta

Monday, February 1st, 2010

L´immondizia intesa come una ricchezza e non più come un onere per le tasche dei cittadini e le casse pubbliche. È una sorta di piccola «rivoluzione copernicana» quella contenuta nella strategia commerciale di First, la bottega inaugurata ieri a Niscemi, in provincia di Caltanissetta, dalla cooperativa siciliana Liberambiente.

Nel linguaggio tecnico si chiama «ecopunto» e dopo la chiusura di quello sperimentale a Moncalieri, quello di Niscemi rappresenta l´unico attualmente in funzione in tutta Italia. In pratica, si tratta di un negozio dove i cittadini potranno vendere o barattare con beni di consumo i rifiuti domestici provenienti dalla raccolta differenziata. Il metodo per la conversione dei rifiuti è fissato con una raccolta a punti. Cento grammi di carta o cartone o ferro valgono 1 punto, cento grammi di plastica valgono 3 punti, cento grammi di alluminio 5 punti. Ogni 70 punti, si possono ricevere mezzo chilo di pasta o 25 centesimi.

L´ecopunto compra al dettaglio dal cittadino e rivende il materiale alla filiera del riciclaggio del Conai, il consorzio nazionale dei produttori e utilizzatori di imballaggi. «L´idea di First - dice Silvia Coscienza, presidente della cooperativa - è nata un anno fa. Esistevano già diverse esperienze simili in giro per il Paese, ma noi abbiamo pensato di aprire un vero e proprio negozio per instaurare un filo diretto con i cittadini. L´idea - continua - è stata accolta con entusiasmo dal comune di Niscemi, che è stato il primo in Sicilia a capire l´importanza di un centro di questo tipo, tanto sotto il profilo economico, quanto da un punto di vista culturale».

Se da un lato, l´ecopunto contribuirà a ridurre le montagne di rifiuti conferite in discarica, che sono il principale problema di tante amministrazioni pubbliche, dall´altro il sistema del baratto, secondo le previsioni dei promotori di First, potrebbe favorire la diffusione della cultura del riuso e del riciclo. «Un centro come l´ecopunto - dicono Mario Meli e Salvatore Vasques, due dei quattordici membri della cooperativa - rappresenta a nostro avviso una forma di controllo democratico della gestione dei rifiuti. In pratica, se il rifiuto viene inteso come un valore da scambiare con generi di prima necessità o con denaro - continuano - è più facile fare responsabilizzare i cittadini. E magari, far comprendere che attraverso il riciclo è possibile ottenere un risparmio energetico che va a beneficio di tutta la comunità e una riduzione dell´inquinamento».

Dopo Niscemi, Liberambiente ha intenzione di aprire un ecopunto in ogni provincia dell´Isola. «Stiamo lavorando a un consorzio di cooperative - dice Silvia Coscienza - Siamo già in contatto con il centro commerciale Forum Palermo e nei prossimi giorni vedremo se anche questa operazione andrà in porto. Del resto, il capoluogo ne avrebbe veramente bisogno».

Fonte: La Repubblica

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