Archive for the ‘mare’ Category

Mediterraneo il mare che muore

Sunday, March 14th, 2010

Scienziati e biologi marini lanciano l’allarme: “Veleni, pesca e traffico lo stanno uccidendo”

VINCENZO ZACCAGNINO

ROMA

Sta malissimo. Sulla cattiva salute del Mediterraneo gli scienziati sono d’accordo. Il più famoso bacino del mondo versa in pessime condizioni. «La situazione è sempre più preoccupante. Aumenta l’inquinamento e il traffico navale, la pesca industriale depaupera la fauna, le praterie sommerse Posidonia si stanno riducendo. L’unica nota positiva, ma ancora di scarso peso, è rappresentata dalle riserve marine», dice Rosalba Giugni, presidente dell’Associazione Ambientalista Mare Vivo, da quarant’anni in lotta per la difesa del più famoso bacino del mondo.
Più ottimista Patricia Ricard, che guida l’Istituto Oceanografico Francese Paul Ricard. Sta monitorando con un’équipe di scienziati l’habitat marino a bordo di un trealberi, il Garlaban: «Il Mediterraneo può avere delle debolezze, ma è capace di riprendersi. E’ necessario però prendersi cura della sua salute».

A questo punto è lecito domandarsi qual è la situazione di un mare, molto chiuso, che come affermava l’oceanografo Jacques Cousteau ha bisogno di 75 anni per il ricambio totale delle sue acque. Un primo problema è rappresentato dall’affollamento dei 46mila chilometri di coste, sulle quali vivono 143 milioni di persone, senza contare le legioni di turisti che le affollano durante la bella stagione. Rappresentano un terzo del turismo mondiale, ovvero 246 milioni di individui. E infatti l’80 per cento dell’inquinamento ha origine terrestre, anche perché il cinquanta per cento dei centri urbani rivieraschi con più di 100mila abitanti non dispone di impianti di trattamento delle acque reflue.

L’Italia non può vantarsi di giocare un ruolo positivo. Molti dei suoi impianti funzionano male o sono fuori uso. Siamo i primi nell’inquinamento da metalli pesanti. Ovvero il 30% del totale di piombo, cadmio, rame e zinco. Il pericolosissimo mercurio ci vede al terzo posto, con uno scarico annuo di 13 tonnellate, dietro alla Spagna che è a quota 18 e alla Francia che è a livello 17. Nicola Pirrone, direttore dell’Istituto dell’Inquinamento Atmosferico del Cnr, ha evidenziato i rischi per la salute che nascono dal cibarsi di specie ittiche infettate dal mercurio. «Il consumo di pesci di grandi dimensioni - precisa - aumenta l’esposizione. meglio quelli di piccola taglia».

Un’altra fonte di inquinamento è rappresentata dall’intenso traffico navale. Ogni giorno solcano le acque del Mediterraneo 200 traghetti, in stagione 130 navi da crociera, 1500 cargo, 2000 imbarcazioni commerciali, 300 navi cisterna. Quest’ultime costituiscono il pericolo maggiore, perché trasportano ogni anno 340 milioni di tonnellate di greggio. E 150mila finiscono in mare per il lavaggio abusivo delle cisterne o a causa di collisioni.

Le zone a rischio sono lo Stretto di Gibilterra, quello di Messina, il Canale di Sicilia e le acque antistanti i porti di Alessandria, Beirut, Limassol, Pireo, Genova, Livorno, Civitavecchia e Venezia. La salvezza può arrivare, oltre che dal comportamento di chi frequenta le coste e di chi naviga, anche dai Parchi Marini, dove è vietata o ridotta la pesca e la navigazione. Purtroppo rappresentano soltanto l’1 per cento della superficie mediterranea.

Fonte: La Stampa

Pesca sostenibile e consumi, Greenpeace dà il voto al tonno

Tuesday, March 9th, 2010
E’ la conserva ittica più venduta sul mercato mondiale, ma l’industria del settore non rispetta l’ecosistema. Lo dimostra un’indagine dell’associazione ambientalista

Il tonno in scatola è un prodotto abituale nel carrello della spesa degli italiani, ma pochi sanno quanto la pesca irresponsabile a questo animale stia causando danni all’ecosistema. Il rapporto “Tonno in trappola” realizzato da GreenPeace fa luce sulle diverse politiche dei produttori della pietanza, realizzando una classifica dei 14 principali marchi presenti sul nostro mercato, valutati in base alle loro sostenibilità e trasparenza.

Promossi e bocciati
Nelle pagelle dell’associazione ambientalista nessun produttore riesce a raggiungere la piena sufficienza e le performance peggiori le registrano proprio i marchi leader del mercato, mentre tra i migliori si possono notare vari prodotti legati a catene di supermercati. Il podio dei marchi più attenti viene occupato da Coop, Asdomar e Mareblu, con votazioni tra il 4,7 e il 4,4 (su un massimo di 10). In fondo alla graduatoria, con zero punti poiché si sono rifiutate di partecipare alla rilevazione di GreenPeace, si trovano Consorcio e Mare Aperto Star. Sonora bocciatura anche per i marchi più famosi come RioMare ( 1,9) e Nostromo (0,8. GUARDA LA TABELLA

La metodologia
Per realizzare lo studio, GreenPeace ha provveduto a reperire i prodotti in vari supermercati italiani e a consultare le informazioni presenti sui siti internet delle aziende in questione. La parte più rilevante dell’analisi si basa però su dei questionari inviati direttamente alle aziende che, come ammesso dalla stessa associazione ambientalista, si sono mostrate in molti casi estremamente reticenti a collaborare. La valutazione di “Tonno in trappola” si basa su alcuni punti specifici tra cui: la tracciabilità del pesce, e la conseguente sicurezza che non provenga da attività illegali; la trasparenza nell’etichettatura, che deve fornire tutti gli elementi per la scelta del consumatore; la presenza di una politica scritta per la pesca sostenibile, che garantisca il rispetto dell’ecosistema marino; la promozione di una pesca sostenibile, che includa la realizzazione di riserve marine.

Pesca insostenibile
Dalle schede dettagliate dei marchi presenti nei supermercati italiani si nota come, tranne in rari casi, non vi sia particolare sensibilità da parte dei produttori nei confronti dei temi segnalati da GreenPeace. La mancanza di una politica scritta per la sostenibilità della pesca è quasi totale, così come la scarsa trasparenza nelle etichette. Elementi ancora più gravi se si considera che molti dei marchi analizzati sono emanazione di grosse multinazionali del settore. Insieme alla classifica per i consumatori, sul sito di GreenPeace è possibile anche consultare il rapporto che spiega nel dettaglio come la pesca sconsiderata stia distruggendo l’ecosistema marino e mettendo a rischio diverse specie marine, tra cui anche tartarughe e squali.

Fonte: Kataweb

Tuffi in mare: le trappole sottovalutate

Wednesday, July 29th, 2009
Troppi annegati in un solo giorno.
Ecco come si può nuotare tranquilli
FABIO POZZO
La «Spoon River» degli annegati, come ogni estate. Ma quest’ultimo weekend è stato davvero tragico. Quindici morti. Tre nel Ravennate: l’ultimo - un romeno di 26 anni - è spirato ieri mattina all’ospedale. Un quarantatreenne che sul litorale di Latina s’è tuffato per salvare un padre col figlio in difficoltà e non è più tornato a riva. Un uomo scomparso in un canale a Venezia. Altri quattro bagnanti in Abruzzo, tra i quali un padre che si era tuffato in soccorso dei figli. Un pensionato a Menfi nell’Agrigentino, un altro a Borghetto Santo Spirito in Liguria, un terzo ancora a Torvaianica. Un bimbo di dodici anni, figlio dello storico bagnino del hotel Cala di Volpe, in Costa Smeralda, che è annegato dopo essere rimasto incastrato col piede in una cima legata ad una boa. E poi, anche se qui il mare non c’entra, due romeni affogati nel Po a Mantova.

Imprudenze, malori, fatalità. Ma anche un segno dei tempi, fanno notare al comando generale delle Capitanerie di porto: le vacanze - sarà colpa della crisi - si sono accorciate, il tempo è contato e concentrato ormai sempre più nel weekend. Ci pigiamo tutti lì, in quella fascia di mare prospiciente la riva: bagnanti, subacquei, diportisti (un milione di imbarcazioni, stimato nell’ultimo fine settimana). Pretendiamo che i due giorni rubati all’ufficio valgano come la villeggiatura di un mese, ricordo d’antan. C’è il mare mosso? Che importa, bisogna sfruttare al massimo le ore che restano. Ci si tuffa, alzando la soglia del rischio. «Il mare non lo conoscono. Non sanno che forza può avere» dice il campione di pallanuoto Eraldo Pizzo (vedi intervista a fianco), che sul mare è nato e vive. Non è un caso, se spesso è il turista a non tornare più a riva. Il motivo è legato, sì, alle qualità natatorie spesso di tutto rispetto che contraddistinguono chi abita il blu, ma non è l’unico: chi conosce le onde, le teme ed è prudente. Proprio su questo tasto, quello della prudenza battono gli uomini delle capitanerie e guardia costiera: in Adriatico, durante il weekend, spiegano, c’era mare forza 3-4, che significa onde e correnti, ed era sconsigliato con tanto di bandiera rossa il tuffo. Eppure.

Perché le regole ci sono. Codificate, come appunto le bandiere che sventolano sugli stabilimenti balneari, che informano sulle condizioni meteomarine (rossa: balneazione vietata per condizioni di pericolo o servizio di sorveglianza non attivo; gialla: balneazione non consigliata per condizioni avverse, sorveglianza attiva). Ma anche le boe che delimitano la zona riservata ai bagnanti e sono interdette al transito delle imbarcazioni: non è vietato oltrepassarle, ma chi nuota lo fa a proprio rischio e pericolo. Così come entrare nei corridoi di transito riservati al traffico nautico. Per non dire delle prescrizioni, soprattutto in materia di sicurezza, dettate dal nuovo codice della nautica per i subacquei e apneisti (ma spesso, anche semplici snorkelisti).

Le «divise bianche» consigliano prudenza anche a coloro che, con grande altruismo e coraggio, si gettano in acqua per prestare aiuto a chi si trova in difficoltà. «Avvisate o fate allertate da altri la macchina dei soccorsi. Chiamate le Capitanerie, col numero blu 1530. Non siamo ovunque, non possiamo controllare palmo per palmo gli ottomila chilometri di costa italiani, ma l’arrivo di una nostra motovedetta può essere fondamentale per risolvere una situazione difficile. E comunque, deve essere sempre allertato anche il personale di sorveglianza sull’arenile, i bagnini». E poi, ci sono le regole elementari di sicurezza, dettate dal buon senso. Quelle che si tramandano da generazioni. E che sono ancora e sempre valide. «E’ preferibile attendere tre ore dopo il pranzo prima di fare il bagno» dice il medico spotivo Andrea Felici, responsabile della Nazionale italiana di Salvamento (che ha appena conquistato il secondo posto agli World Game di Taipei). «Il pericolo è dato dalla congestione, dallo choc termico che può scattare quando la temperatura corporea è molto più elevata di quella del mare», spiega. Vero che i grandi campioni del nuoto, i Rosolino e le Pellegrini, spesso mangiano prima della gara: ma loro sono su un altro pianeta.

Consigli che fa propri anche Telefono blu, che ha appena lanciato una campagna di denuncia sul fronte degli annegamenti, convinta che «con maggiori mezzi a disposizione ed una maggiore informazione i morti potrebbero essere almeno dimezzati». L’associazione chiede di estendere l’orario, e anche il periodo dell’anno (non soltanto nei mesi estivi di punta), di presenza dei servizi di salvataggio e dotare questi di mezzi come acquascooter; di integrare questi servizi con un coordinamento di spiaggia; maggiori controlli sulle prescrizioni delle bandiere; maggiore diffusione dei messaggi sulla pericolosità e sulle forme di prevenzione da distribuire nelle spiagge in forma di volantino.

E’ vero, è stato un weekend tragico. Ma, purtroppo, la stagione in corso risulta in linea con quelle che l’hanno preceduta. Gli uomini della guardia costiera hanno soccorso già più di mille persone, quest’anno (dal 21 giugno); trecento i bagnanti. E il conto degli annegati si avvicina alla trentina. Nel 2008, i soccorsi complessivi erano stati ben oltre cinquemila, ed erano stati 78 i morti annegati. «Dagli Anni Ottanta il numero di questa tipologia di vittime è diminuito rispetto al passato. E questo, grazie alla diffusione dei corsi di nuoto» dice Felici. È così, sicuramente. Ma la «Spoon River del mare», nonostante tutto, ha chiamato nuovi epitaffi.

Fonte: La Stampa

Allarme mare monstrum

Saturday, July 25th, 2009

Coste sommerse. Acque calde. E milioni di persone costrette a trasferirsi. I ricercatori ne sono certi: il futuro del Mediterraneo è pieno di rischi

 

Pensate al Delta del Nilo così com’è oggi: terreni fertili, località turistiche, città ricche di storia e tradizioni. E ora sforzatevi di immaginare come sarà alla fine del secolo se, come si stima, il mare si sarà alzato di un metro: un acquitrino immenso. Niente colture, nessun villaggio, zero turisti.

Non è un esercizio mentale fantasioso ma la previsione elaborata dalla Banca mondiale per questa zona del Mediterraneo, se il cambiamento climatico non venisse fermato. Secondo lo studio l’innalzamento di un metro colpirebbe circa sei milioni di persone, che sarebbero obbligate a trasferirsi altrove, e renderebbe inutilizzabile il 10 per cento delle terre. A correre questo rischio gli abitanti del Delta del Nilo non sono soli: le caratteristiche geomorfologiche del Mar Mediterraneo, infatti, sembrano poter accentuare gli effetti del riscaldamento globale.

GUARDA: LA MAPPA DELLE COSTE

Sulla lista rossa ci sono, per esempio, le isole di Kerkean, Kneis e Djerba nel Golfo di Gabes in Tunisia: le loro coste sono già erose e l’innalzamento del mare le sommergerà. Un danno non indifferente anche dal punto di vista economico: il turismo di Djerba vale il 24 per cento dell’economia turistica tunisina. E anche se il mare le risparmiasse, l’inquinamento sta già sconvolgendo l’habitat che le ha sempre caratterizzate: le specie native di pesci e di alghe stanno scomparendo. Se ci spostiamo a nord, sulle coste spagnole, troviamo problemi simili: il delta del fiume Ebro, nel Golfo di Valencia, è a rischio inondazione, con le acque salate che minacciano quelle dolci, con conseguenze gravi sull’agricoltura e sulle riserve di acqua potabile.

Immaginare un innalzamento di un metro era fino a pochi anni fa impossibile, ma le ultime previsioni, pubblicate da un gruppo di ricerca coordinato dal Centro nazionale di oceanografia di Southampton (Nocs) alla fine di giugno su ‘Nature Geosciences’, stimano un innalzamento addirittura di 25 metri nei prossimi due millenni. Oltre tre volte più di quanto calcolato dall’International Panel on Climate Change (Ipcc), il gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico. Così, ragionando sui prossimi 100 anni, sempre più esperti sono convinti che un metro sia ciò che ci si deve aspettare. Ma cosa succederebbe in Italia se il mare si alzasse così tanto? “Secondo i dati dei mareografi, il Mediterraneo è salito meno degli altri oceani: circa 11 centimetri negli ultimi cento anni, rispetto a una media di 18 centimetri”, spiega Fabrizio Antonioli, paleoclimatologo dell’Enea. “Ma non è detto che questo sia un dato positivo sul lungo termine”. Per immaginarci cosa succederà alla fine del secolo sulle coste italiane dobbiamo considerare, infatti, anche i movimenti tettonici a cui è soggetta tutta la penisola. Risultato: secondo le stime dell’Enea, potremmo perdere più di 4.500 chilometri quadrati di costa e 33 delle località che oggi siamo abituati a pensare come possibili luoghi di villeggiatura estiva potrebbero essere solo ricordi da cartolina. Qualche esempio: dalla piana della Versilia al delta del Po, dalla piana del Sele, in provincia di Salerno, alla costa di Oristano in Sardegna.

Il futuro del Mediterraneo preoccupa molto i climatologi che alle conseguenze del riscaldamento globale su questo delicato ecosistema stanno dedicando sempre più attenzioni. Ne è un esempio l’ultimo rapporto dell’Institut du développement durable et des relations internationales (Iddri) di Parigi, dal titolo ‘The future of the Mediterranean. From impacts of climate change to adaptation issues’. Che lancia un avvertimento: nel 2075 chi farà il bagno lungo le coste mediterranee potrà contare su un’acqua fra i 2 e i 4 gradi centigradi più calda di oggi. In particolare, il Mar Adriatico e l’Egeo saranno quelli più caldi, mentre il bacino levantino avrà le acque più fresche. Il riscaldamento potrebbe portare alla creazione di grandi differenze di temperatura fra acque superficiali e di profondità, generando così un fenomeno di anossia: “Verrebbe meno il rimescolamento delle masse d’acqua, causando una mancanza di ossigeno su tutta la colonna”, spiega Piero Lionello dell’Università del Salento, a capo della linea di ricerca sugli eventi estremi di Circe (Climate Change and Impact Research: the Mediterranean Environment), progetto europeo che studia l’impatto del cambiamento climatico sul Mediterraneo. Un evento che metterebbe a serio rischio la sopravvivenza delle specie vegetali e animali che popolano il Mediterraneo. D’altronde già oggi è possibile scorgere i segni del cambiamento in atto: meduse che amano climi particolarmente caldi sono arrivate dai tropici e anche il velenoso pesce palla sembra ormai essere perfettamente a suo agio nel Mediterraneo. Oltre all’invasione di specie, l’innalzamento delle temperature ha già portato, e lo farà sempre in misura maggiore, a una migrazione di pesci e molluschi che dalle acque del Nord Africa si sposteranno più a nord alla ricerca di un ambiente fresco. Finché sarà possibile.

Insomma, i paesi che si affacciano sul Mare Nostrum potrebbero davvero soffrire più degli altri del cambiamento climatico. Un esempio su tutti: le previsioni parlano di un innalzamento della temperatura dell’aria su scala globale che varia, a seconda del modello statistico usato, da più 1,1 C a più 6,4 C entro la fine del XXI secolo. Sul Mediterraneo questo aumento sarà superiore, da più 2 C a più 6,5 C. E se c’è qualcuno che pensa che in fondo si tratti di poca cosa, sarà bene ricordare che dalla temperatura media dell’ultima era glaciale ci separano al momento solo 5 C. A livello globale bastano davvero pochi gradi per cambiare la faccia del pianeta.

Ma c’è anche chi è convinto che non si dovrà aspettare la fine del secolo per vedere i grandi cambiamenti, perché allo stravolgimento del clima mancano solo pochi anni. Secondo alcuni ricercatori, già a partire dal 2030 si raggiungeranno quei fatidici 2 C in più della temperatura media dell’atmosfera che l’Ipcc ha decretato come limite oltre il quale deve scattare l’allarme. E a nulla varranno quindi i buoni propositi, appena sanciti dal G8 dell’Aquila, di non superare quel tetto entro il 2050. In particolare, un team internazionale di ricercatori, a cui ha partecipato anche Marco Bindi dell’Università di Firenze, ha puntato la sua attenzione proprio sul Mare Nostrum e ha calcolato che fra 20 anni avremo 30 giorni di più all’anno con una temperatura sopra i 25 C e 15 notti in più con il termometro che non scenderà sotto i 20 C. Lo studio, pubblicato sulla rivista ‘Global and Planetary Change’, descrive quindi il nostro prossimo futuro: ondate di calore più frequenti d’estate e autunni e inverni più piovosi e nevosi.

La catena di causa-effetto, infatti, parte dal riscaldamento dell’aria, passa per la temperatura della superficie dei mari, e arriva alla formazione di depressioni e anticicloni. Qualche grado di più o di meno, quindi, si trasforma anche in maggiori o minori precipitazioni. “I modelli dicono che andremo incontro a una diminuzione delle precipitazioni sul Mediterraneo”, spiega Alexandre Magnan, uno dei ricercatori che ha lavorato al rapporto dell’Iddri. “Le ripercussioni le patiranno soprattutto le comunità meno sviluppate, perché l’accesso all’acqua potabile sarà sempre più difficile, ma ci saranno anche dei problemi per l’agricoltura”. Una situazione che porterà a una diminuzione anche delle tempeste: “Con lo spostamento verso nord delle fasce normalmente percorse dai cicloni diminuirà la loro intensità e frequenza”, spiega Lionello. La zona tropicale si allargherà verso nord e le perturbazioni atlantiche cambieranno percorso, così gli inverni diventeranno più piovosi che nevosi. E c’è anche chi, ma si tratta di un solo studio isolato, prevede che in futuro il clima del Mediterraneo si trasformerà tanto da favorire la formazione di uragani.

Ecco allora in vero problema: il Mediterraneo si trova oggi al confine fra le zone tropicali e quelle miti, con inverni in media piuttosto rigidi ed estati calde. Se questo confine però si spostasse di 500 chilometri, allora le cose cambierebbero radicalmente ma solo per le popolazioni che si affacciano su questo grande specchio di mare. Per il pianeta potrebbe anche non rappresentare un grande cambiamento ma per noi vorrebbe dire ritrovarsi a vivere ai tropici.

ha collaborato Caterina Visco

Fonte: L’espresso

L’estate delle meduse

Saturday, May 30th, 2009
Dalla Corsica alla Liguria una colonia lunga 10 chilometri
FABIO POZZO
GENOVA
Il pilota della Marina militare francese l’ha scambiata per una chiazza di petrolio. Troppo estesa, per essere altro, ha pensato. Quando però è giunta sul luogo dell’avvistamento una motovedetta, la sorpresa: si trattava di una enorme, immensa colonia di meduse. Una «macchia» lunga quasi 10 chilometri, larga dai 10 ai 100 metri, che fluttuava a Nord del «dito» della Corsica, a 20 miglia dallo scoglio della Giraglia.Così, qualche giorno fa, è scattato l’allarme. Dove andrà a parare questa minaccia? In realtà, si tratta di migliaia di «barchette di San Pietro» (il nome scientifico velella-velella), meduse piccole con un diametro oscillante tra i 2 e 7 centimetri, trasparenti e con i riflessi azzurri e verdi, e dal potere urticante minimo. Gli esperti di correnti hanno previsto lo spiaggiamento tra Costa Azzurra e Versilia, con i venti da Sud; in Corsica e Sardegna con la tramontana.Per qualcuno, le propaggini della colonia sarebbero già giunte in Liguria. Dove sono 15 giorni che si susseguono gli avvistamenti. E così anche in Toscana, a Capri. E nel Nord della Corsica, mentre non sarebbero ancora arrivate in Sardegna. L’allerta è scattata però in Spagna: sono state avvistate decine di «caravelle portoghesi», una medusa oceanica (entra da Gibilterra) ben più pericolosa della «barchetta di San Pietro»: ha lunghissimi tentacoli che rilasciano aculei particolarmente urticanti e che hanno il potere di far abbassare la pressione sanguigna con il rischio di collasso. Allarmi su allarmi, che si rincorrono. E che fanno temere un’altra estate dal tuffo difficile. Come quella di due anni fa. Con una domanda di fondo: le meduse sono in aumento nel Mediterraneo? «È un’ipotesi, ma non ci sono le prove, perché non possiamo contare su dati storici», spiega Alessandro Giannì, biologo marino, direttore delle campagne Greenpeace. «Non sappiamo se è effettivamente è aumentato il loro numero oppure se ci sono più allarmi perchè il mare è più frequentato».

Pochi giorni fa, da Barcellona, l’Istituto di Scienze Marine ha messo in guardia sullo spopolamento delle nostre acque: meno pesce, più meduse. Più o meno come aveva predetto una decina di anni fa un biologo: continuando a pescare senza regola nel Mediterraneo (e altrove), questo l’assunto, sarebbero venuti meno i predatori, quindi le prede, e dunque i «competitor» delle meduse, che sarebbero proliferate. «Nel Mediterraneo non ci sono dati certi che provino questo scenario. Vi sono invece per le acque della Namibia, Giappone e Antartide» spiega Giannì. Dunque, l’ipotesi non può essere esclusa. L’ambientalista parla di «alterazione dell’eco-sistema». Le meduse sono avvistate sempre più sottocosta: «Ma sono fatte per stare al largo. Vuol dire, allora, che il corso delle correnti è mutato». Poi, vi sono altri fattori: l’inquinamento, i cambiamenti climatici, appunto la pesca «Stiamo parlando di un equilibrio delicato: se ci sono meno pesci che si cibano di meduse, come quello azzurro e il pesce luna, oppure le tartarughe, ma soprattutto se ci sono sempre meno pesci che si cibano di plancton, alimento principe delle meduse, diminuisce la mortalità di queste ultime e ci sono le condizioni favorevoli perché possano riprodursi e proliferare» spiega Giannì. Il rimedio? «Smetterla col saccheggio del mare, istituire riserve sottocosta, ma anche al largo» dice Greenpeace. Prima che sia tardi.

Fonte : La Stampa

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