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Esplode un’altra piattaforma petrolifera

Friday, September 3rd, 2010

L’incidente 80 miglia a sud di Vermilion Bay. Dopo il disastro della Bp, è il secondo incidente nell’area. Fiamme e fumo sulla zona, preoccupazione per i danni ambientali. La Guardia Costiera: “Il pozzo non era attivo”. 13 lavoratori proiettati in acqua. Sul posto gli elicotteri di soccorso dal nostro inviato ANGELO AQUARO

WASHINGTON - Paura nel Golfo del Messico: un’altra piattaforma petrolifera è esplosa e adesso brucia al largo di Vermilion Bay. Tredici persone sono finite in acqua: nessuno può ancora dire in che condizioni si trovino. C’è almeno un ferito, secondo il sito della rete locale Wafb è stato trasportato al Terrebonne General Medical Center a Houma, in Louisiana. I dispersi sarebbero stati localizzati e tratti in salvo, ma il condizionale è d’obbligo: i reporter della Cnn riportano allibiti le notizie in arrivo.

Quattro mesi dopo il disastro della DeepWater Horizon, 20 aprile, 11 morti, la più grande tragedia ambientale d’America, l’incubo della macchia nera che soltanto poche settimane fa è scomparsa si riaffaccia drammaticamente. Al momento dell’esplosione, intorno alle 9 americane, la piattaforma Vermilion Oil 380 non stava lavorando petrolio. “Dai primi rilevamenti non risultano perdite”, comunica la Mariner Energy, proprietaria del pozzo. Ma il precedente di Bp consiglia prudenza. Bill Colclough della Guardia Costiera cerca di mantenere la calma: assicurare che i soccorsi sono già in azione. Ma non si riesce a capire neppure che cosa sia successo davvero.

Un altro disastro nelle acque della Louisiana dove il presidente Barack Obama era sbarcato domenica scorsa per celebrare i cinque anni dalla tragedia di Katrina e assicurare la popolazione che un’altra vergogna come l’esplosione nel Golfo, che ha piegato ancora una volta questa terra, non si sarebbe ripetuta più. Spiega Gene Beck della Texas A&M University che probabilmente la piattaforma sarebbe esplosa per una fuga di gas: si tratterebbe di una struttura che era al lavoro su un pozzo già funzionante. Le nuove trivellazioni sono state sospese dalla moratoria contestatissima - alcuni stati come la Lousiana spingono per la cancellazione per far ripartire l’occupazione - che Barack Obama ha imposto nell’attesa che le cause del disastro della DeepWater Horizon vengano definitivamente accertate. Ma i lavori naturalmente continuano sulle piattaforme già in funzione.

“Non si tratta di una piattaforma che trivellava in profondità”, dice il portavoce Robert Gibbs nella prima dichiarazione della Casa Bianca, quasi a sfatare il fantasma della Deepwater Horizon che riaffiora. Ma l’imbarazzo e la preoccupazione per il nuovo, clamoroso incidente è palpabile.

Gli elicotteri sono stati spediti sul posto dell’esplosione. L’equipaggio sulla piattaforma sarebbe ok ma la struttura è ancora in fiamme. L’incubo del Golfo sembra davvero senza fine. La Bp nei giorni scorsi ha dovuto rimandare la chiusura definitiva di quel pozzo maledetto per le condizioni meteo: gli uragani che stanno sferzando gli Usa non si erano mai visti così forti come in questa stagione. L’allarme continuerà fino a metà ottobre. Ma adesso è questa esplosione misteriosa a fare ancora paura. 

Fonte: La Repubblica

Groenlandia, trivelle in azione il Polo è un pozzo di greggio

Thursday, September 2nd, 2010

Da una settimana una società inglese ha avviato le perforazioni nelle acque dell’Artico. Un’area che conserva il 13% delle riserve di oro nero rimaste sulla Terra. Ma il clima dell’estremo nord del pianeta rende difficili le operazioni. E sono altissimi i rischi per l’ambiente di LUIGI BIGNAMI

LA ricerca dell’oro nero in tutti gli oceani del pianeta non smette di guardare avanti. Nonostante le paure e le problematiche che si sono aperte dopo quanto avvenuto durante l’esplorazione petrolifera in mare aperto nel Golfo del Messico. Da una settimana, come riferisce il New Scientist, sono le fredde acque artiche in prossimità della Groenlandia ad essere oggetto di trivellazione ad opera della società inglese Cairn Energy.

Il mondo intero guarda alle acque che circondano il Polo Nord come nuova meta per lo sfruttamento petrolifero e minerario. Dalle ricerche fin qui condotte, nell’area risulta esserci circa il 13% delle riserve di petrolio rimaste sulla Terra e circa il 30% di quelle di gas. L’incidente della Deepwater Horizon ha fermato momentaneamente le attività nelle acque americane, canadesi e norvegesi ma non in quelle groenlandesi e russe dove continuano la ricerca e le prime perforazioni. Tuttavia è proprio di poche settimane fa la notizia che americani e canadesi sono partiti con una nave oceanografica per importanti rilievi. “Con questa spedizione vogliamo definire con precisione quali sono i confini geologici dei nostri territori, quelli cioè che il trattato internazionale dei mari permette di considerare propri e quindi di esplorarli e sfruttarli”, ha spiegato Brian Edwards del Servizio Geologico americano. La Russia aveva preceduto tale spedizione con una propria nave e due anni fa aveva mandato fin sul fondo del Polo Nord un sommergibile dove piantò la propria bandiera.

Estrarre petrolio nelle aree artiche è una sfida contro la natura che ha pochi confronti, sia che avvenga in mare che sulla terraferma. Gli uomini addetti ai lavori, qualunque attività eseguano, devono fare fronte ai movimenti del pack, agli iceberg, alle temperature estremamente fredde, alle tempeste e alle condizioni estreme quando scende la notte artica che dura circa 6 mesi.

Per questi motivi le compagnie petrolifere al momento stanno esplorando le aree marine più vicine alle coste e le più accessibili e, quando è possibile, cercano di costruire piccole isole artificiali da collegare alla terraferma così da trasformare un’esplorazione off-shore (in mare aperto) in una su terra. Quando non è possibile si costruiscono gigantesche strutture in acciaio che vengono ancorate sul fondo marino. La piattaforma russa Prirazlomnoye, ad esempio, quasi completamente costruita su un campo petrolifero dove si prevede la presenza di 610 milioni di barili e che si trova al nord della Russia, peserà 100.000 tonnellate e si trova su un mare profondo 20 metri. In questo caso sarà la sua gigantesca massa a proteggerla dal ghiaccio che la assedierà per otto mesi l’anno.

Quando bisognerà andare ancor più al largo le piattaforme saranno costantemente protette da rompighiaccio. La prima di queste sarà anch’essa russa e verrà costruita a 650 km dalle coste con un mare profondo 300 m e costantemente circondata dai ghiacci. Essa inizierà ad operare nel 2016.

Tutte le compagnie petrolifere insistono nel sostenere che le piattaforme saranno a prova di ogni evento estremo. Ma nonostante questo, molti gruppi ambientalisti fanno presente che il pericolo non viene solo dalle piattaforme ma anche dalle navi che dovranno fare la spola con esse per rifornirsi di olio. Il pack, gli iceberg e le tempeste renderanno inevitabili gli incidenti e in acque fredde una fuoriuscita di petrolio potrebbe creare danni realmente irreversibili all’ambiente. In quel mondo infatti, una fuoriuscita di greggio può essere contenuta solo in estate, ma le acque molto fredde rendono l’olio molto più stabile che non in quelle calde. Per la natura è assai più difficile eliminarlo e, come si è visto in Messico, l’uomo riesce a fare ben poco.

Fonte: La Repubblica

Le 10 peggiori forme di inquinamento al Mondo

Wednesday, September 1st, 2010

Viviamo nell’era dello Squilibrio Naturale, siamo in troppi, consumiamo risorse in quantità sempre crescente e i rifiuti invadono il Pianeta. L’energia impiegata per alimentare l’attuale sistema produttivo mondiale, ha sempre un sottoprodotto di scarto. E’ il principio del “nulla si crea e nulla si distrugge ma, tutto si trasforma”. In cosa? Ecco una lista delle 10 peggiori forme di inquinamento nel Mondo e i loro effetti sull’uomo.

1) Riversamenti di petrolio

Tra i peggiori disastri ambientali del globo, la Marea Nera nel Golfo del Messico occupa le prime posizioni. Uccelli e mammiferi marini invischiati nelle masse oleose che stratificano sulla superficie del mare, fondali devastati, litorali contaminati e una prospettiva di rientro del danno che supera il decennio.

Sono le dirette conseguenze di un incidente eccezionale ma non troppo, basti ricordare quello del 2002 che proclamò lo stato d’emergenza per le isole Galapagos, le 123.000 tonnellate di greggio riversate in mare nel 1967 sulle coste della Cornovaglia, il disastro nel golfo di Oman nel ’72 e così via fino ai giorni nostri.

Piattaforme che esplodono, incidenti nel trasporto marittimo, operazioni sulle navi, scarichi urbani e industriali minacciano interi ecosistemi. Pensate che la fonte principale di inquinamento marino da idrocarburi consiste nello scarico in mare di acque contaminate utilizzate per il lavaggio delle cisterne. Il 20% dell’inquinamento totale arriva da lì.

I volatili subiscono seri danni al piumaggio che garantisce loro isolamento termico e impermeabilità. Intere aree marine si trasformano in “zone morte”, prive di ossigeno, cancellando qualsiasi forma di vita.

Tra i fenomeni meno evidenti e più dannosi, il bio-accumulo ovvero l’arricchimento di una sostanza cancerogena, come ad esempio gli idrocarburi aromatici policiclici (IPA), nei tessuti animali per respirazione, ingestione di cibo o contatto. Il fenomeno causa alterazioni nella riproduzione, formazione di carcinomi e patologie ormonali capaci di mettere in pericolo l’intera specie.

Non solo, entrando nei tessuti animali, gli idrocarburi contenuti nel petrolio vengono immessi nella catena alimentare minacciando pescherie, industrie e centinaia di consumatori.

2) Radioattività

I bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, il disastro di Chernobyl dell’86 e gli oltre 100 incidenti in 50 anni di storia non hanno impedito a governi e grandi multinazionali di percorrere la strada atomica. Il colosso del nucleare Areva, ad esempio, è riuscito a contaminare il Niger superando di 500 unità il limite di radioattività consentito per legge. Qui,  le strade trasudano uranio.

Scorie e scarti radioattivi sono la normale conseguenza di centrali nucleari, armi atomiche, lavorazioni mediche e industriali, laboratori di ricerca e impianti di fabbricazione del combustibile a ossidi misti (MOX).  Che siano ad alta, media o bassa attività tutti i rifiuti radioattivi sono potenziali contaminatori di acqua, aria e terra. L’avvelenamento da radiazione può portare a gravissimi danni genetici facilitando l’insorgenza di carcinomi e forme di leucemia infantile.

Il rischio di contaminazione, molto elevato nell’uomo, causa danni fisici irreversibili. Il problema maggiore resta il tempo di decadimento delle scorie. Alcuni rifiuti radioattivi necessitano di migliaia di anni per diventare inerti, continuando a minacciare flora e fauna locale per secoli.

Tra gli episodi più recenti e ancora irrisolti che coinvolgono l’atomo c’è il caso dello stadio olimpico di Londra, progettato per i giochi del 2012. Sembrerebbe che l’area scelta per il futuro parco olimpico sia un sito radioattivo. E mentre le autorità smentiscono, è stata avviata un’inchiesta parallela e indipendente per dissipare ogni dubbio e garantire sicurezza e tranquillità a operai e cittadini della zona.

3) Inquinamento urbano

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità i morti per inquinamento atmosferico raggiungono la cifra annua dei 2.4 milioni. Metropoli densamente popolate come Los Angeles, Mumbai, Cairo, Beijing e Hong Kong hanno la peggiore qualità dell’aria, inquinamento che ha come diretta conseguenza l’allarmante aumento di casi di asma e decessi dovuti a malattie polmonari.

Bastano sette giorni di esposizione alle polveri sottili per sconvolgere il DNA umano. L’aumento del rischio di ictus e infarti è legato al fenomeno dell’inquinamento urbano, le polveri sottili, infatti, hanno conseguenze devastanti sulla genetica e respirare PM10 può avere effetti che vanno dalle più banali allergie al rischio di trombosi.

Il caso più allarmante di inquinamento atmosferico risale al 1952 quando, a Londra morirono 8.000 persone in pochi mesi per la catastrofe ambientale che fu battezzata Grande Smog. Quattro giorni di nebbia densa e maleodorante causata dagli elevatissimi consumi di carbone da parte dei londinesi, che avvolse la città provocando quasi 20.000 vittime tra decessi e malattie.

A 58 anni di distanza, l’inquinamento urbano si manifesta in tutta la sua gravità in Cina. Sono molte le città nel Pese del Dragone che hanno riscontrato un aumento dei livelli di smog. A Hong Kong i livelli registrati sono da record, costringendo le autorità a proibire qualsiasi attività all’aria aperta.

4) Avvelenamento da mercurio

Il mercurio è un metallo pesante altamente tossico che viene spesso impiegato in diverse attività antropiche come centrali a carbone, miniere, lavorazioni industriali e agricole, produzione di cemento, ferro e acciaio.

Una volta immesso nell’ambiente, il mercurio si accumula nel suolo, nell’acqua e in atmosfera contaminando habitat e specie animali. I casi più diffusi di avvelenamento da mercurio si riscontrano nella catena alimentare marina, non ultimo quello delle sogliole tossiche nel Tirreno denunciato da Greenpeace.

Il consumo di pesce rappresenta la più significativa fonte di contaminazione da mercurio negli  esseri umani. Alcuni effetti dell’avvelenamento includono handicap neurologici, malattie ai reni, perdita di capelli, denti e unghie, e un’estrema debolezza muscolare. (Foto: Greenpeace)

5) Gas serra

Vapore acqueo, anidride carbonica, ozono e metano sono i gas serra più comuni in atmosfera. Tra questi, la CO2 è sicuramente la più dibattuta, madre del surriscaldamento globale denunciato con forza da Al Gore, l’anidride carbonica ha raggiunto livelli elevatissimi con l’incremento delle attività antropiche.

Gli effetti prodotti dall’aumento di CO2 vanno dall’acidificazione, monitorata recentemente nell’Artico con la missione Arctic Under Pressure di Greenpeace, alla perdita di biodiversità per arrivare alla minaccia dell’innalzamento del livello del mare, conseguenza diretta dello scioglimento dei ghiacciai.

Gli effetti sull’uomo? la prospettiva di veder ridotte all’osso le riserve idriche a disposizione a causa del cambiamento climatico che sta aumentando l’estensione delle aree desertiche del pianeta costringendo intere popolazioni a migrare in cerca di luoghi più accoglienti.

6) Inquinamento farmacologico

Sono milioni le dosi di medicinali che ogni anno vengono prescritte nel mondo, senza contare gli antibiotici somministrati ai capi di bestiame dall’industria zootecnica. L’inquinamento da farmaci è diventato un problema internazionale, colpisce le riserve idriche del Pianeta favorendo lo sviluppo di batteri immuni agli antibiotici e mette seriamente a rischio la salute umana.

Fiumi e laghi, in particolare d’Europa, si arricchiscono di principi farmacologicamente attivi, dalle penicilline ai farmaci cardiovascolari, dagli anticolesterolici agli antidepressivi e così via. Bovini, ovini e altre specie d’allevamento intensivo vengono letteralmente imbottiti di sostanze farmacologiche per accelerarne la crescita e la resistenza a virus e batteri, finendo poi sulle nostre tavole.

Particolarmente rischiosa per l’uomo la presenza di sostanze farmacologiche mescolate tra loro nelle acque. Concentrazioni elevate di questi ‘farma-cocktail’ possono avere effetti tossici sulla proliferazione cellulare.

La soluzione? sembra arrivare dalla Svezia dove è stato predisposto un modello di classificazione ecotossicologica dei farmaci. Azione terapeutica e valutazione dei rischi ambientali legati all’utilizzo vengono presentati parallelamente, dando la possibilità al medico di prescrivere la medicina più green. Sicuramente la soluzione più ovvia resta quella di ridurre il consumo.

7) Plastica

La Great Pacific Garbage Patch, l’enorme isola di plastica nell’Oceano Pacifico, 3.5 milioni di tonnellate, ha una copia gemella nell’Oceano Atlantico. Pensate che le due “sorelline”  sommate raggiungo le dimensioni dell’Europa.

Un continente galleggiante di PVC, bisfenolo A e altre sostanze tossiche e cancerogene che non sparirà prima di centinaia di migliaia di anni. E questo è solo l’aspetto più evidente dell’intera questione.

Le componenti tossiche della plastica possono interferire con importanti processi biologici umani che sono alla base dello sviluppo e della riproduzione, alterano le funzionalità endocrine, favoriscono patologie come il diabete e sono legate all’insorgenza di numerose malattie cardiovascolari.

Il fenomeno delle Great Garbage Patch è solo la punta dell’iceberg, problema denunciato recentemente dall’incredibile traversata oceanica di David de Rothschild a bordo del catamarano Plastiki, imbarcazione realizzata dal recupero di 12.500 bottiglie di plastica.

8) Acque reflue contaminate

Il fenomeno colpisce principalmente le popolazioni dei paesi in via di sviluppo dove gli impianti di depurazione delle acque sono inefficaci o totalmente assenti. In America Latina, per esempio, solo il 15% delle acque reflue viene trattato, mentre nell’Africa sub sahariana la percentuale è pari allo zero.

Le acque di scolo non depurate sono una delle principali cause di malattie per intere comunità locali. Tifo, colera, dissenteria, gastroenteriti e malaria causano ogni anno 5 milioni di morti. Quasi metà della popolazione africana non ha accesso all’acqua potabile mentre in SudAmerica  il 60% dei soggetti più indigenti si concentra proprio in quelle zone dove l’acqua è inquinata.

L’acqua contaminata raggiunge le falde acquifere aumentando il rischio per la salute. Bromodiclorometano, tetracloroetilene e poi ancora metalli pesanti come piombo, mercurio e cadmio si accumulano nell’organismo con un’azione tossica anche a basse concentrazioni. (Foto: Daniel Berehulak)

9) Avvelenamento da piombo

Detto anche saturnismo, l’avvelenamento da piombo può avvenire per via cutanea, inalazione o ingestione. Altamente tossico, il piombo è nocivo per la maggior parte degli organi, inclusi cuore, reni, sistema nervoso, apparato riproduttivo, ossa e intestino.

Uno studio dell’Harvard School of Public Health in collaborazione con la University of Michigan School of Public Health, ha dimostrato che gli individui esposti all’inquinamento da piombo hanno maggiori probabilità di sviluppare malattie cardiovascolari. Il piombo, infatti, tende ad accumularsi nelle ossa per poi colpire il cuore dopo anni dalla prima esposizione all’agente tossico.

Piombo metallico e ossido di piombo vengono impiegati nella costruzione di accumulatori elettrici, mentre altri importanti usi si hanno nell’industria chimica, elettrica, nell’edilizia ed è anche un componente di molte leghe a basso punto di fusione usate nei sistemi antincendio.  Per le sue proprietà stabilizzanti, garanzia di asciugatura rapida e tenuta, il piombo è stato mescolato nelle comuni vernici fino alla fine degli anni ’70.

Oggi la situazione è cambiata ma il rischio, in particolare per chi lavora a diretto contatto con questo metallo pesante quasi ogni giorno, rimane. Pensate, ad esempio, agli impianti industriali dove vengono prodotte batterie piombo-acido. (Foto: National Institute for Occupational Safety and Health)

10) Inquinamento agricolo

, composti chimici e concimi non trattati rientrano fra le peggiori calamità per l’ambiente. Essendo idrosolubili, queste sostanze penetrano in profondità nel terreno raggiungendo falde e acque sotterranee per poi contaminare il rifornimento idrico di paesi e città.

Non solo, lo scarico di fertilizzanti chimici in fiumi, laghi e mari causa il fenomeno dell’eutrofizzazione ovvero, un abnorme proliferazione di biomassa vegetale, alghe soprattutto, che vanno a eliminare tutto l’ossigeno a disposizione creando “zone morte”.

Numerose ricerche olandesi sulla contaminazione da agricoltura non sostenibile, attestano che più della metà delle terre agricole in Europa supera il limite di contaminazione stabilito dall’Unione europea.

L’Italia è uno dei paesi che impiega più pesticidi, arrivando a 175.000 tonnellate ovvero 3 Kg per abitante.  Ironia della sorte, solo una piccolissima parte di queste sostanze raggiunge il bersaglio, tutto il resto va a colpire l’ambiente e gli individui, primi fra tutti gli operatori di settore.

L’uso dei pesticidi in agricoltura danneggia solo lo 0.1% della popolazione di piante infestanti e parassiti che, per rispondere alla minaccia stanno sviluppando sistemi sempre più resistenti agli agenti tossici. Aumenta, invece, la percentuale di individui che si ammalano a causa delle sostanze velenose ingerite con frutta e verdura coltivata a suon di fertilizzanti chimici e pesticidi.

Serena Bianchi

Fonte: Green me

Capri, il sindaco autorizzava lo scarico delle acque nere a mare: indagato

Tuesday, August 31st, 2010

Il sindaco di Capri, Ciro Lembo, è indagato per abuso di ufficio e gettito di cose pericolose nell’ambito dell’inchiesta sul depuratore dell’isola azzurra, sequestrato oggi dai carabinieri del Noe. Sotto accusa è la delibera dello scorso settembre, reiterata poi a maggio, con la quale Lembo autorizza la Gori, che gestisce il depuratore, a trattare solo il 20 per cento delle acque nere prodotte nell’isola e a sversare in mare, senza alcun trattamento, il rimanente 80 per cento. L’impianto, infatti, è obsoleto e non riesce a ripulire tutti i liquami: di qui la decisione del sindaco, avallata da una conferenza dei servizi che si svolse in Prefettura, di sversare in mare la stragrande maggioranza delle acque nere. L’inchiesta è del pm Federico Bisceglia, della sezione Ambiente della Procura coordinata da Aldo De Chiara.

DOPO LA DENUNCIA DI ROCCO BAROCCO - In concorso con Lembo è indagato per gli stessi reati l’amministratore di Gori, Giovanni Marati. Le indagini sono scattate dopo una denuncia dello stilista Rocco Barocco, che aveva notato una strana schiuma nel tratto di mare davanti alla sua villa. I carabinieri del Noe, coordinati dal maggiore Giovanni Caturano, hanno compiuto diversi accertamenti, tra cui l’acquisizione di alcuni documenti negli uffici della Provincia. Proprio la Provincia, infatti, che ha delle competenze in materia ambientale, aveva revocato a Gori l’autorizzazione a sversare in mare le acque; tuttavia, secondo la ricostruzione degli investigatori, il sindaco di Capri aveva reiterato l’ordinanza «per motivi di igiene e sanità pubblica». Il paradosso è che esattamente un anno fa, e un mese prima che fosse emessa l’ordinanza, aveva suscitato un clamore mondiale lo scarico in mare, vicino alla grotta azzurra, di liquami fognari da parte di due dipendenti di una ditta di espurgo pozzi neri. Al processo contro gli operai, che si è concluso con due condanne, il Comune di Capri si è costituito parte civile assieme a quello di Anacapri, ottenendo una provvisionale di 100.000 euro. Il sequestro del depuratore di Occhio Marino, disposto d’urgenza dal pm, dovrà essere ora convalidato dal gip. L’impianto è tuttavia funzionante: continua a trattare il 20 per cento delle acque nere, mentre il rimanente 80 per cento viene portato sulla terraferma e trattato a spese di Gori.

Fonte: Corriere della Sera

Valle dell’Erica, valle del cemento

Sunday, August 8th, 2010

Valle dell’Erica è stato uno dei primi villaggi vacanze in Sardegna, più di 50 anni fa, un luogo incantato di fronte all’arcipelago della Maddalena, per decenni gestito a conduzione familiare. Poi la famiglia Vincentelli ha passato la mano al gruppo Delphina e il villaggio, intorno al quale erano sorti intanto appartamenti e ville, è stato trasformato gli anni scorsi in un resort di lusso. I lavori di trasformazione sono tutt’ora in corso: con ampliamenti che vanno al di là del progetto originario, lamentano associazioni ambientaliste.

Il cantiere di Valle Erica, Sardegna Il cantiere di Valle Erica, Sardegna    Il cantiere di Valle Erica, Sardegna    Il cantiere di Valle Erica, Sardegna    Il cantiere di Valle Erica, Sardegna    Il cantiere di Valle Erica, Sardegna    Il cantiere di Valle Erica, Sardegna    Il cantiere di Valle Erica, Sardegna

Troppo cemento, il resort si affaccia sul Parco Nazionale della Maddalena e sulla Riserva Internazionale Protetta delle Bocche di Bonifacio: Amici della Terra, Gruppo di Intervento Giuridico e Wwf hanno inviato esposti alla magistratura, al corpo forestale, al ministero dei beni culturali e hanno chiesto al Comune di Santa Teresa di verificare i lavori. Nel frattempo la magistratura ha aperto un fascicolo sulla vicenda. «E’ tutto in regola» sostiene Piero Bardanzellu, sindaco fino a qualche mese fa, che ha rilasciato le concessioni dopo che la Regione aveva autorizzato i progetti.

ACCESSO ALLE SPIAGGE SEMPRE MENO LIBERO - Nel mirino il piano di lottizzazione di Libellula srl, società del gruppo Delphina, presentato nel 2005 e approvato pochi mesi dopo con sollecitudine ritenuta sospetta – furono presentate interrogazioni al consiglio regionale - proprio mentre il presidente Renato Soru bloccava ogni costruzione a meno di 2 chilometri dal mare con la Legge Salvacoste. Altre contestazioni: gran parte del complesso turistico alberghiero era fra i 300 e i 500 metri dal mare, eppure la giunta Soru non ritenne che dovesse essere sottoposto al VIA (Valutazione di Impatto Ambientale). Negli ultimi anni Valle dell’Erica è come un cantiere aperto e il progetto originario ha subìto alcune modifiche: ora i metri cubi edificabili sono più di 26 mila, la superficie coperta 8 mila e 600 metri quadri, distribuita su 6 edifici. Insieme con gli ambientalisti protestano anche i proprietari delle villette costruite negli anni ’80 a monte dell’albergo: oltre al “carico” di cemento lamentano che l’accesso alle spiagge è sempre meno “libero”.

Fonte: Corriere della Sera

106 giorni per tappare la falla Cronostoria del disastro nero

Friday, August 6th, 2010

Finita l’emergenza nel Golfo del Messico. Ecco, giorno per giorno, le tappe di un disastro i cui effetti si sentiranno per anni

WASHINGTON - L’operazione Static Kill mette fine all’emergenza nel Golfo del Messico, almeno per quanto riguarda i rischi di una nuova fuga di petrolio. Queste le date principali della vicenda.

- 20 APRILE 2010: Esplosione sulla piattaforma Deepwater Horizon, della società svizzera Transocean ma gestita dalla britannica BP. Undici i morti. La piattaforma è collocata a una settantina di chilometri dalle coste della Louisiana ed estrae petrolio dal pozzo Macondo, che si trova a 1.500 metri di profondità. Il pozzo raggiunge una profondità di 4 mila metri.

- 22 APRILE: Affonda la piattaforma, il petrolio esce a fiotti.

- 29 APRILE: Il presidente Usa, Barack Obama, impegna “ogni singola risorsa disponibilè;’, comprese le forze armate, per contenere la marea e dice che Bp è responsabile del disastro.

- 30 APRILE: L’ad di Bp, Tony Hauward, riconosce la “piena responsabilita” della società. Bp comunica che le perdite sono contenute tra i 1.000 e i 5.000 barili al giorno.

- 2 MAGGIO: Obama visita le zone colpite. Gli Usa vietano la pesca e la navigazione turistica in buona parte del Golfo.

- 7 MAGGIO: Fallisce primo tentativo di mettere il ‘tappo’.

- 19 MAGGIO: Marea nera arriva sulle coste della Louisiana.

- 29 MAGGIO: Fallisce secondo tentativo di mettere il tappo.

- 1 GIUGNO: Il Dipartimento di Giustizia Usa apre un’ inchiesta criminale sull’incidente.

- 10 GIUGNO: Il primo ministro britannico, David Cameron, per la prima volta dichiara che il governo è pronto ad aiutare Bp.

- 16 GIUGNO: Accordo tra Bp e Casa Bianca per l’istituzione di un fondo da 20 miliardi di dollari per pagare i danni.

- 17 GIUGNO: Hayward attaccato e criticato al Congresso Usa.

- 20 GIUGNO: Compaiono i primi documenti interni di Bp in cui si parla di perdite potenziali di 100 mila barili al giorno.

- 15 LUGLIO: Fermata per la prima volta la perdita. Sul pozzo viene messo un “tappo” di alcune tonnellate.

- 19 LUGLIO: Bp comunica perdite di 3,95 miliardi di dollari.

- 27 LUGLIO: Bp nomina l’americano Bob Dudley nuovo amministratore delegato, precisando che Hayward resta in carica fino all’1 ottobre.

- 2 AGOSTO: Bp e Usa comunicano ufficialmente che i barili di petrolio persi in mare sono stati quasi 5 milioni.

- 3 AGOSTO: Comincia operazione ’static kill’ per la chiusura definitiva del pozzo con iniezioni di fango.

- 4 AGOSTO: La Bp annuncia: l’operazione “Static Kill”, finalizzata a ‘tappare’ il pozzo di petrolio che ha originato la marea nera nel golfo del messico, ha raggiunto “l’obiettivo perseguito”.

Sabbia & falesie. Oasi Orosei

Tuesday, August 3rd, 2010

 golfo della Sardegna orientale si distingue per la varietà del suo paesaggio, ora sabbioso, ora roccioso e frastagliato. Lo si può gustare da terra, da una barca. E ovviamente dal fondale…

 
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Il litorale del Golfo di Orosei, in Sardegna, si fa particolarmente apprezzare per la notevole varietà dei paesaggi che offre. Nella parte settentrionale ci si imbatte in spiagge di sabbia bianchissima e fine, piccole calette e baie. In quella meridionale, invece, il panorama presenta tratti di costa alta e frastagliata. Questo è un luogo ideale per passare qualche giorno di vacanza soprattutto per chi ama immergersi in un mare limpido e pulito.

Per raggiungere il golfo, che si trova sulla costa centro orientale dell’isola, si possono utilizzare l’aereo o la nave. Il modo migliore per arrivare a destinazione è atterrare all’aeroporto di Olbia oppure attraccare al porto del capoluogo per poi spostarsi in auto di circa 150 chilometri. Raggiunto il litorale, ci si può sbizzarrire nella scelta delle spiagge e dei paesi da visitare. Il consiglio è quello di iniziare l’itinerario da Dorgali, in provincia di Nuoro, considerato uno dei più importanti centri di artigianato e turismo di tutta la Barbagia e famoso soprattutto per la frazione marina di Cala Gonone.

Se passate da Dorgali, fate colazione o concedetevi una pausa per uno spuntino assaggiando una delle specialità tradizionali del paese. Basta una fetta di “pistiddu”, una crostata di marmellata e vino cotto fatto in casa, per iniziare in modo gustoso la giornata. Dal paese si raggiungono facilmente le spiagge più suggestive e, per chi è alla ricerca di un albergo dove passare la notte, in questo tratto di costa ce n’è per tutti i gusti. Ci sono numerose pensioni, la maggior parte a conduzione famigliare a disposizione dei turisti. Prima di proseguire con l’itinerario, concedetevi un po’ di riposo al sole sulla spiaggia di baia Cartoe, che si trova poco più a nord.

L’arenile è raggiungibile via mare, dopo circa 3 chilometri di navigazione oppure in auto seguendo le indicazioni per Osalla e poi proseguendo lungo un tratto di strada sterrata. Una volta giunti alla meta, rimarrete stupiti dalla bellezza del panorama. I colori della sabbia bianca e fine si confondono con le sfumature del mare e le tinte della macchia mediterranea. Protetta naturalmente dai rilievi, la spiaggia dispone di un piccolo chiosco dove acquistare snack e bibite fresche. Sempre a nord, a circa dieci minuti di auto da Orosei vale la pena visitare le spiagge dell’Oasi di Bidderosa. Prima però è necessario prenotare (in alcuni periodi anche con largo anticipo) contattando il Museo Guiso (tel. 0784 997084).

L’oasi protetta è costituita da 5 spiagge. Vi si accede percorrendo un sentiero sterrato. Varcato l’ingresso, appaiono le baie, una dopo l’altra, fino ad arrivare all’ultima che confina con quella di Berchida. Spostandosi verso sud, il consiglio è di passare almeno una giornata a Cala Luna. Si raggiunge facilmente via mare, ma se siete sportivi, vi piace fare trekking e siete allenati potete farvi accompagnare da una guida lungo il percorso che vi conduce direttamente al mare. Da molti questa è considerata tra le più belle spiagge di tutto il Mediterraneo.

 Per i turisti è disponibile un punto di ristoro e c’è la possibilità di affittare l’attrezzatura per fare snorkeling o una gita in canoa. Se invece volete fare un’ escursione, non perdete l’o ccasione di visitare le grotte del Bue Marino. Si raggiungono in barca dal porto di Cala Gonone con un viaggio di circa 30 minuti. Lungo il tragitto si possono ammirare le falesie calcaree che sprofondano nel mare e una volta arrivati all’ingresso si accede attraverso un pontile alla scoperta di particolari stalattiti e stalagmiti. Altre spiagge da non perdere sono Cala Sisine, Biriola e Mariolu. Tutte tre le baie si raggiungono più facilmente via mare. Per gli appassionati di trekking c’è la possibilità di percorrere un itinerario a piedi
Fonte: La Repubblica

Ma il mare non vale una cicca?

Friday, July 30th, 2010

Il 7 e 8 agosto torna la campagna nazionale di Marevivo contro l’abbandono dei mozziconi in spiaggia.

L’associazione ambientalista Marevivo, in collaborazione con JTI – Japan Tobacco International – lancia la seconda edizione della campagna “Ma il mare non vale una cicca?”, con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e del Corpo delle Capitanerie di Porto e con il supporto del SIB - Sindacato Italiano Balneari. Dopo il successo della prima edizione nel 2009, con 40.000 posacenere distribuiti su 100 spiagge e marine in tutta Italia, il 7 e l’8 agosto in più di 250 spiagge italiane, dal Friuli alla Puglia, dalla Sicilia alla Liguria, Marevivo offrirà 80.000 posacenere tascabili, lavabili e riutilizzabili, accompagnati da un opuscolo informativo.

La campagna, che vede come madrina d’eccezione Manuela Arcuri, ha l’obiettivo di contrastare l’abitudine di disperdere nell’ambiente i mozziconi di sigarette e di sollecitare comportamenti eco-sostenibili.

In Italia ci sono circa 12 milioni di fumatori: considerando un consumo medio di 15 sigarette al giorno a persona, vengono “prodotti” circa 180 milioni di mozziconi al giorno, 66 miliardi ogni anno (fonte Istituto Superiore Sanità), parte dei quali dispersi nell’ambiente. Più in generale, migliaia di rifiuti vengono abbandonati sulle spiagge o gettati in mare per distrazione, disinteresse e spesso per l’assoluta inconsapevolezza delle conseguenze che ne possono derivare.

I mozziconi di sigarette, con il loro contenuto di catrame e nicotina e il filtro, che impiega da uno a cinque anni per degradarsi, ammontano al 37% dei rifiuti raccolti nel Mar Mediterraneo (fonte UNEP - Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite).

“Educare a stili di vita amici dell’ambiente, come fa la campagna estiva di Marevivo – dichiara il Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo – è un’iniziativa meritoria per tutelare il nostro splendido mare e le nostre splendide coste. La difesa dell’ambiente, un bene comune verso il quale siamo tutti responsabili, inizia infatti dai comportamenti individuali”.

“Anche quest’anno Marevivo si pone l’obiettivo ambizioso di voler modificare certe abitudini che nascono quasi sempre dalla inconsapevolezza dei danni che provocano”, dichiara il Presidente dell’Associazione Rosalba Giugni. “Il 7 e l’8 agosto distribuiremo sulle spiagge italiane 80.000 posacenere tascabili; stimando una raccolta media di 6 mozziconi al giorno per ogni posacenere, la campagna eviterà che sulle spiagge e nel mare finiscano almeno 480.000 mozziconi al giorno, che messi in fila coprirebbero una distanza di circa 16 km, pari al perimetro dell’Isola di Capri!”.

Fonte: La Stampa

Bp, cinque perforazioni al largo della Libia

Sunday, July 25th, 2010

 La British Petroleum sta preparando cinque perforazioni al largo delle coste libiche. La notizia, anticipata dal Financial Times, è stata confermata da un portavoce della società inglese, David Nicholas. In virtù di un accordo con Tripoli siglato nel 2007 (e sbloccato recentemente), Bp ha ottenuto i diritti di esplorazione dei possibili giacimenti nel golfo della Sirte (mappa) per 900 milioni di dollari. Le operazioni off-shore avverranno a una profondità di 1.700 metri, 200 in più rispetto a quella del giacimento Macondo nel golfo del Messico, che il 20 aprile ha dato origine alla marea nera. La notizia riguarda da vicino anche l’Italia dato che le ricerche saranno effettuate in pieno Mediterraneo, a poco più di 500 chilometri dalle coste siciliane.

 

TIMORI IN ITALIA - E anche se la Bp ha assicurato che farà tesoro della nefasta esperienza, c’è - tra gli ambientalisti e non solo - chi pensa al peggio. Come il presidente della commissione Ambiente del Senato Antonio D’Alì che, citato dal Ft, si dice «preoccupatissimo» per i piani della compagnia britannica. «Il problema - afferma il senatore siciliano - non è la Bp o la Libia. Il fatto è che il mare non ha confini e se capitano incidenti, che siano in acque nazionali o internazionali, gli effetti si fanno sentire in tutto il Mediterraneo. Considerato che stiamo parlando già di uno dei mari più inquinati dal petrolio di tutto il mondo, le conseguenze di un disastro potrebbero essere irreversibili». In effetti ogni anno il “Mare Nostrum” è attraversato da circa un milione di tonnellate di petrolio e, secondo alcune stime, centinaia di migliaia di tonnellate vengono involontariamente disperse da petroliere, raffinerie e oleodotti vari, con effetti devastanti su balene, delfini e tutta la fauna marina. La Bp ha messo le mani avanti dicendo che nella remota eventualità di un nuovo disastro ha in cantiere «dettagliati piani d’emergenza».

IL CASO AL MEGRAHI - Il portavoce della Bp ha detto che «le perforazioni inizieranno nelle prossime settimane». «Non le abbiamo ancora calendarizzate» ha aggiunto Nicholas, precisando che ogni perforazione necessita di «sei mesi o più». Il tutto avviene mentre la commissione Esteri del Senato americano si prepara a occuparsi (il prossimo 29 luglio) delle presunte pressioni che la Bp avrebbe esercitato sulle autorità britanniche per la liberazione di Abdelbaset Al Megrahi - il libico condannato per l’attentato di Lockerbie del 1988 (in cui morirono 259 persone) - in cambio del contratto di esplorazione. Al Meghrai, condannato all’ergastolo nel 2001, è stato effettivamente liberato dalla Scozia nel 2009 per ragioni di salute.

ACCORDO CON L’EGITTO - Il 19 luglio Bp ha siglato un accordo anche con l’Egitto, in particolare con la Egyptian General Petroleum Corp., per lo sviluppo di due giacimenti di gas off-shore. È il contratto più rilevante siglato dalla società dall’esplosione della Deepwater Horizon che ha causato il più grande disastro ecologico della storia americana. I due giacimenti produrranno 900 milioni di metri cubi di gas dal 2014.

Le spiagge più belle? Ecco la top 20

Wednesday, July 21st, 2010

Super chic o dal fascino selvaggio, italiane o straniere, comunque belle da mozzare il fiato. L’imbarazzo sta solo nella scelta e il colpo di fulmine estivo è pronto dietro l’angolo. Anzi, dietro la palma: ecco le 20 spiagge da sogno che il sito Hotels.com ha selezionato tra le più belle al mondo. Amate dal jet set internazionale, ma anche dagli ambientalisti, che in molti casi le hanno premiate con la Bandiera Blu della qualità, spaziano dal Mediterraneo ai paradisi tropicali, dal Sud Africa all’inconsueto Canada.

MESSICO, ANTILLE E BRASILE - Si parte dall’America centrale, con la più bella spiaggia del Golfo del Messico, Playa Miramar, vero paradiso per sportivi, che in uno scenario straordinario possono praticare immersioni, windsurf e pesca. Spostandoci nelle Grandi Antille, Playa Dorada, a soli 15 minuti da Puerto Plata, è la perla delle spiagge della Repubblica Dominicana: circondata da una vegetazione tropicale, regala lo spettacolo delle balene che raggiungono il Banco de la Plata per partorire. Scendendo lungo la costa atlantica, infine, l’isola di Florianópolis conserva una delle spiagge più belle di tutto il Brasile: Jurerê Internacional, prima Bandiera Blu del Paese per purezza e qualità delle acque.

LA SPAGNA - Il palmares mediterraneo per il più alto numero di splendide spiagge – ben quattro – spetta alla Spagna. Cala Jondal, a Ibiza, è conosciuta dai proprietari di yacht, che amano attraccare davanti al suo litorale di circa 500 metri delimitato da scogliere e vegetazione mediterranea. Playa de Rodas, sulle isole Cies, è stata invece dichiarata una delle dieci spiagge più belle del mondo dal The Guardian, mentre Playa de Las Cucharas, a Costa Teguise, è una distesa di 600 metri di sabbia dorata famosa tra i surfisti per le sue fantastiche onde. L’acqua che bagna, infine, El Portet, sulla Costa Blanca, è talmente cristallina da permettere agli amanti dello snorkeling di vedere il fondale senza maschera né boccaglio.

IL MEDITERRANEO ORIENTALE – Sono tre le spiagge da sogno della Grecia: Ornos, Glicorisa Beach e White Beach. La prima, nell’isola di Mykonos, è frequentata dal belmondo ed è famosa per la movimentata vita notturna, mentre la seconda, a Samos, sa sorprendere con la sua sabbia soffice e l’acqua di un intenso turchese. Chiude la terna, la White Beach di Santorini, dove risplende la più bianca sabbia di tutte le isole Cicladi. La dirimpettaia Malta, invece, si posiziona in classifica grazie alla St. George’s Bay, certificata Bandiera Blu, a due passi da Paceville, uno dei centri più famosi per la nightlife maltese.

DALL’ITALIA AL PORTOGALLO – Sempre restando nel Mare nostrum, l’Italia è in classifica con sole due spiagge. La Polveriera, a Follonica, è stata premiata con la Bandiera Blu per il suo mare caldo, poco profondo e per la pineta a ridosso della spiaggia. Durante la bassa marea si formano piccole isolette di sabbia su cui i bambini amano giocare. La Rena Bianca, invece, a Santa Teresa di Gallura, è una delle uniche due spiagge sarde (l’altra si trova alla Maddalena) a vantare la certificazione di qualità, con i suoi 300 metri di sabbia finissima, che in alcuni tratti diventa rosa per i frammenti di corallo. Due sole spiagge anche per il Portogallo, il cui periodo migliore per godersi le acque limpide di Alvor Beach e Praia de São Rafael, entrambe nella regione dell’Algarve, è da maggio a settembre.

IL CONTINENTE NERO - Cambiando emisfero, dopo una dozzina di ore di volo dall’Italia, si atterra alla Dolphin Beach di Cape Town, la spiaggia sudafricana nelle cui acque si può nuotare insieme ai delfini. Da non perdere il vicino Istituto oceanografico. Risalendo il continente africano, sosta obbligata a Nungwi, spiaggia dell’estrema punta nord dell’isola di Zanzibar. Qui, a differenza di altre spiagge del posto, non c’è corallo e dunque è perfetta per fare il bagno anche con la bassa marea. Giunti, infine, in Marocco, tuffo nelle acque di Casablanca Beach, la cui temperatura arriva a 23 gradi d’estate. Pulita e ben servita, ha ricevuto la Bandiera Blu.

FRANCIA E CANADA – A sorpresa entrano in classifica anche la costa bretone e addirittura il Canada, nell’immaginario collettivo sicuramente poco associate alle tradizionali mete “calde”. Si è aggiudicata la Bandiera Blu la Grande Plage, a Saint Trojan les Bains, famosa tra i surfisti per essere sede del più vecchio contest europeo di questo sport, e la Wasaga Beach, la spiaggia più popolare, e dal clima più invidiato, di tutto il Canada.
Sei d’accordo con questa classifica? Se vuoi segnalare la tua spiaggia del cuore agli altri lettori, lascia un tuo commento nello spazio sotto.

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Massimiliano Jattoni Dall’Asén

Fonte: Corriere della Sera

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