Archive for the ‘Inquinamento’ Category

Il nuovo tappo della Bp

Sunday, July 11th, 2010

Nelle prossime ore i tecnici della compagnia petrolifera britannica piazzeranno un nuovocaapuccio sul pozzo in fondo al golfo messicano, che dallo scorso 20 aprile sta riversando il greggio in mare

ROMA - Dopo il fallimento dell’operazione ‘Top Kill’ 1 (cemento posizionato sulla falla a 1.500 metri di profondità), abbandonata dopo tre giorni e 35 mila barili di fluidi raccolti dall’inizio del pompaggio, le speranze di riuscire ad arginare il danno ambientale provocato dalla marea nera erano tutte nel ‘tappo’, anche detto ‘cupola’ 2 o ‘cappuccio’.

Inutili fino ad ora i vari tentativi 3 per fermare la fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico causato dalla Deepwater Horizon così, dopo un’ennesima esplosione 4 a causa di un guasto tecnico, e diversi incidenti a tecnici, pescatori 5 e persone impegnati nelle operazioni di pulizia e smaltimento, la British Petroleum (Bp) ci riprova.

La nuova speranza si chiama Lower Marine Riser Package (LMRP), nella sostanza un nuovo ‘cappuccio’ da posizionare sopra la supervalvola e collegato alla nave di appoggio in superficie, con cui catturare la maggior parte del greggio in fondo al mare. Ma durante l’attuazione del piano, la fuoriuscita del greggio potrebbe aumentare del 20%, a causa del taglio del braccio mobile del pozzo.

Nelle prossime ore i tecnici della compagnia petrolifera britannica piazzeranno un nuovo tappo sul pozzo in fondo al golfo messicano, che dallo scorso 20 aprile sta riversando il greggio in mare: il più grande disastro ambientale nella storia degli Usa. “Ci sono buone possibilità che si riduca in modo drastico la fuoriuscita di greggio nell’ambiente e forse, che si riesca a chiudere del tutto il pozzo entro la prossima settimana”, ha detto Allen.

Oggi entreranno in funzione i robot che hanno il compito di rimuovere il vecchio tappo per poter installare il nuovo, dopo la Bp continuerà a lavorare a quella che considera la soluzione “definitiva” del problema, cioè la creazione di due pozzi collaterali di emergenza. Al momento, secondo le stime del governo americano, si riversano in mare ogni giorno dai 35mila Ai 60mila Barili di petrolio, e la Bp è in grado al momento di raccoglierne quasi la metà. Nel frattempo la marea nera sta arrivando 6, per effetto della corrente, anche lungo le coste della Florida.

Fonte: La Repubblica

Gli animali prigionieri del greggio “Ucciderli è il male minore”

Saturday, July 10th, 2010

Per la biologa tedesca Silvia Gaus del “Wattenmeer National Park” è più umano praticare l’eutanasia agli uccelli finiti nel petrolio che cercare di prolungarne la vita: “Così soffrono più a lungo prima di morire”. E il dibattito s’infiamma nelle organizzazioni ambientaliste di tutto il mondo di PAOLO PONTONIERE

SAN FRANCISCO - E’ possible che ripulire gli uccelli finiti nel petrolio che sta fuoriuscendo dal fondale del Golfo del Messico non sia solo inutile ma anche crudele? La domanda sta facendo il giro dei siti ecologici da quando il San Francisco Chronicle, il maggiore quotidiano della California settentrionale, ha sollevato la questione con una paio di editoriali. Una polemica che, per usare un’espressione cara agli americani, corre alla stessa velocità con cui il fuoco si diffonde nelle praterie.

Quello della riabilitazione dei volatili rimasti improgionati nel petrolio che esce dalla piattaforma DeepSea Horizon della BP è uno degli aspetti più importanti delle operazioni di salvataggio nel Golfo del Messico, e anche il più controverso. Sopratutto da quando, all’inizio di giugno, la biologa tedesca Silvia Gaus del “Wattenmeer National Park” ha dichiarato che è più umano eutanizzare gli uccelli finiti nell’olio nero che cercare di prolungarne la vita. Le dolorosissime operazioni di pulizia, secondo l’esperta, li farebbero soffrire inutilmente e non aumenterebbero affatto le loro possibilità di sopravvivenza.

A sostegno della propria tesi, la Gaus riporta i dati statistici delle operazioni di salvataggio condotte nella maggior parte delle fuoriuscite petrolifere degli ultimi 40 anni. “Secondo studi attendibili, gli uccelli ripuliti finiscono col soffrire più a lungo e fanno una morte molto dolorosa. Solo l’uno per cento è ancora vivo a un anno dal salvataggio e tra questi ben pochi riescono riprodursi”, ha spiegato. E la durata di vita media non ha superato i sei giorni dal momento del rilascio.

Per confermare la tesi, la biologa ha anche citato un rapporto stilato anni fa dal WWF (World Wildlife Found), una delle maggiori organizzazioni ambientaliste del pianeta. Nel documento, che faceva seguito a un incidente avvenuto in acque spagnole, il WWF esprimeva dubbi sull’opportunità di ripulire gli uccelli finiti nel petrolio versato in mare dalla Prestige, una super petroliera naufragata al largo della costa galiziana rilasciano in mare oltre 60 milioni di litri di petrolio. Il WWF in realtà si è affrettato a emettere un comunicato cercando di rettificare la posizione assunta nel 2002, ma senza esprimersi né a favore né contro la posizione della biologa tedesca. L’organizzazione ambientalista ha comunque precisato che il Golfo del Messico è diverso da quello della Galizia e che è ancora troppo presto per stabilire con certezza se le operazioni di salvataggio aviario stiano funzionando o meno.

Rilanciata poi dalla CNN, da National Public Radio e dai maggiori media statunitensi, la discussione si è trasformata in breve in una tempesta mediatica che adesso coinvolge gli stessi ambientalisti, tra esperti che si schierano a favore e contro il salvataggio. Tra questi ultimi spicca Brian Sharp, ornitologo dell’Oregon e presidente di Ecological Perspectives, un’organizzazione ambientalista di Portland. Intervenendo sul Chronicle Sharp, che ha fatto una ricerca sull’impatto che il disastro della Exxon Valdez ha avuto sulla salute degli uccelli che popolano la Prince William Sound, Sharp ha affermato che solo il 10 per cento degli uccelli ripuliti e reintroddotti nel proprio ambiente naturale è riuscito a sopravvivere a un anno dall’incidente e che la maggior parte è morta nei primi otto giorni per blocchi renali, asfissia e altri sintomi di avvelenamento. Nel caso della Exxon Valdez, inoltre, la Exxon aveva sfruttato il fatto di aver salvato 800 uccelli al costo di 40 milioni di dollari per poter ottenere lo sconto di un 1 miliardo di dollari sulla penale da pagare.

“Ora - spiega Sharp - può sembrare che 500 mila dollari ad animale (a un anno dal disastro della Valdez ne sopravvivevano solo 800) siano tantissimi, ma non quando li si condiera alla luce delle multe di miliardi di dollari che il tribunale avrebbe potuto appioppare alla Exxon se non ci fosse stata la storia del salvataggio degli uccelli. E’ comprensibile che i volontari vogliano salvare gli uccelli, ma bisogna essere realistici e considerare l’effetto che questi tentativi avranno sul progresso delle opere di pulizia ambientale e sui procedimenti legali che faranno seguito al disastro”.

Diametralmente opposta la posizione di Michael Zaccardi, direttore di “The Oiled Wildlife Care Network” del Wildlife Health Center dell’università della California a Davis, e di Jay Holcomb, direttore dello International Bird Rescue Research Center, di Fairfield in California. I due ambientalisti, le cui organizzazioni sono adesso impegnate nelle operazioni di salvataggio nel Golfo del Messico, sostengono che coloro che critano gli sforzi si basano su dati vecchi e non tengono conto del miglioramento delle tecniche di recupero. I ricercatori sottolineano inoltre che, negli ultimi incidenti petroliferi, oltre il 50 per cento degli uccelli salvati sono ritornati al loro ambiente naturale. Addirittura, nel caso di una fuoriuscita avvenuta in Antartide alla fine del 1999, dei 12 mila pinguini salvati, ben il 95 per cento è riuscito a far ritorno ai ghiacciai. “Studi condotti di recente negli USA dimostrano che la percentuale di sopravvivenza degli uccelli recuperati ha raggiunto, in alcuni casi, anche il 60 per cento”, afferma a sostegno di quest’ultima tesi Roger Helm, capo del dipartimento salvaguardia ambientale dello US Fish and Wildlife Service, l’agenzia che si fa carico del benessere delle speci animali negli Stati Uniti.

Ma il biologo J. V. Ramsen, curatore di biologia del museo delle scienze naturtali di Baton Rouge in Alabama, è scettico: “I tassi di sopravvivenza sono troppo alti, almeno nel contesto di questo incidente. Gli uccelli hanno ingerito una sostanza altamente tossica. Se i soccorritori riescono a dimostrare che il 25-50 per cento può essere ripulito e rilasciato senza morire a seguito di pene strazianti, allora dico ‘okay diamoci da fare’. Per quanto sia penoso dirlo, se sopravvivono ok, ne vale la pena, altrimenti è meglio sottopporli a eutanasia. E i dati, per ora, danno torto ai soccorritori”.

Fino a oggi nel Golfo sono stati recuperati poco più di 1000 uccelli, e di questi il 50 per cento è morto immediatamente. Del restante 50, solo 39 tra quelli ripuliti sono stati reintrodotti nel proprio ambiente naturale e tutti all’interno del Pelican Island National Wildlife Refuge, un’area protetta al largo della Florida.

fonte: La Repubblica

Moria di pesci nel Lambro

Saturday, July 10th, 2010

Centinaia di pesci morti sono arenati sulle sponde e fra i sassi del fiume Lambro, nel Parco di Monza, vicino al Ponte delle Catene. Il fenomeno è stato osservato da alcuni passanti ed è aumentato con il passar delle ore. Non sono chiare, per ora, le cause di questa improvvisa moria. Il luogo dove sono state scoperte le carcasse dei pesci, che stanno provocando un fastidioso odore dovuto alla putrefazione, è a monte della Lombarda Petroli, la raffineria da dove a fine febbraio vi fu uno sversamento di grandi quantità di petrolio nel Lambro (Fotogramma)

Video denuncia sul web: «Ecco come Bp nasconde il petrolio con la sabbia»

Sunday, July 4th, 2010

Mentre l’uragano Alex rallenta le operazioni di pulizia e contenimento nel Golfo del Messico, e mancano ancora diverse settimane ad una soluzione definitiva che fermi la fuoriuscita di petrolio dal pozzo subacqueo della Bp, sta facendo discutere un video pubblicato su Internet di un reporter freelance: le immagini documentano come la compagnia britannica e i suoi appaltatori stiano semplicemente coprendo con altra sabbia le spiagge della Louisiana contaminate dal greggio. Nascondendo di fatto il disastro.

PULIZIA DELLE SPIAGGE - È un sospetto terribile quello evidenziato in un filmato che sta facendo il giro della Rete: ancora nel giugno scorso la Bp aveva presentato una spiaggia ripulita dal petrolio sulla Grand Isle, nello stato della Louisiana, come primo successo riconoscibile nella lotta contro il disastro ambientale. Ma la piccola isola lunga e stretta che si affaccia sul Golfo del Messico di fronte al luogo della catastrofe, dimostrerebbe il contrario. Si moltiplicano, infatti, i dubbi degli organi d’informazione statunitensi sui lavori degli addetti alla pulizia delle spiagge in queste zone più colpite dal petrolio; zone protette dagli uomini della security Bp alle quali in gran parte è vietato l’accesso a giornalisti e ad occhi indiscreti.

OPERAZIONE DI FACCIATA - La compagnia petrolifera Bp deve insomma fare i conti con nuove, sgradevoli, accuse: se il maltempo associato ad Alex minaccia di spingere una quantità maggiore di acqua inquinata dal petrolio verso le coste Usa, i successi nei lavori di pulizia delle spiagge fino a qui presentati potrebbero rivelarsi come semplice opera di cosmesi. Molti media americani hanno già espresso il sospetto che i tratti di spiaggia deturpate dalla marea nera non vengano ripuliti dalle palle di catrame, ma più semplicemente ricoperti con altra sabbia, bianca e pulita. Il blog Huffington Post riferisce di uno strato di sabbia, sotto al quale ci sarebbe petrolio e grumi di catrame. A rivelare la possibile scomoda verità è stato il giornalista freelance, C. S. Muncy, che documenta sul posto il lavoro delle squadre di addetti in stivali e camici bianchi che rastrellano la spiaggia. Di Muncy sono anche le immagini e le foto che accusano la Bp e i suoi, a quanto pare, discutibili interventi.

ACCESSO VIETATO - Muncy riferisce di lavori frenetici per liberare il petrolio e le centinaia di grumi di catrame dalla spiaggia sulla Grand Isle. Il giorno successivo effettivamente spariscono gran parte delle tracce dell’inquinamento, nel contempo però il reporter si meraviglia della consistenza della sabbia: «Sembra come se qui siano stati fatti dei lavori di movimento terra». Il portale NewOrleans.com ricorda inoltre come a questo proposito sia molto difficile constatare effettivamente cosa accade durante il lavoro di pulizia; tutto viene coordinato e deciso dalla Bp, che vieta anche ai giornalisti l’accesso alle zone colpite. E documentare la catastrofe sulla spiaggia diventerà ancora più difficile in futuro, dopo una recente ordinanza della Guardia costiera americana che vieta a reporter e fotografi di avvicinarsi a più di 20 metri dalla zona contaminata. A questo punto il video di Muncy dovrebbe anche essere l’ultimo di questo tipo, scrive NewOrleans.com, che fa riferimento a potenziali multe per i trasgressori, multe che arrivano fino a 40.000 dollari.

Video

Elmar Burchia

Allarme inquinamento Coste e isole a rischio

Sunday, June 27th, 2010

Legambiente presenta il rapporto ‘Mare Nostrum 2010′: “Cattiva depurazione e cementificazioni abusive restano i mali endemici”. E tra i nuovi nemici delle nostre acque arrivano le trivellazioni petrolifere off-shore

VENEZIA - Crescono i reati di inquinamento e abusivismo sulla costa, sono a rischio aree di pregio e le isole minori. Questo l’allarme lanciato oggi da Legambiente nel rapporto ‘Mare Nostrum 2010′ presentato oggi a Venezia. “cattiva depurazione, inquinamento e cementificazioni abusive restano i mali endemici del mare italiano, che niente e nessuno sembra poter scalfire”, spiega Legambiente. Il rapporto è stato presentato in occasione della partenza della Goletta Verde, la campagna di monitoraggio delle acque marine dell’associazione ambientalista.

Le percentuali. L’abusivismo edilizio cresce del 7,6% rispetto all’anno precedente e l’inquinamento per scarichi fognari illegali, cattiva depurazione e inquinamento da idrocarburi addirittura del 45%. I sequestri aumentano del 46,2% passando dai 4.049 del 2008 ai 5.920 del 2009. Calano invece del 40% circa i reati accertati fra la costa e il mare, 8.937 infrazioni nel 2009 a fronte delle 14.544 del 2008, un calo determinato soprattutto dalla riduzione di reati accertati nel campo della pesca (-72,4%) e della nautica da diporto (- 76,6%). Tra i nuovi nemici del mare, le trivellazioni petrolifere off-shore.

Le trivellazioni. Secondo quanto reso noto da Legambiente, “molte società energetiche hanno avanzato richieste di ricerca, e in alcuni casi ottenuto permessi in un’estensione di circa 39mila kmq dislocati in 76 aree, per la gran parte di elevato pregio ambientale e considerate zone sensibili proprio per i loro ecosistemi fragili e preziosi da tutelare”. Le attività di ricerca in mare di idrocarburi sono concentrate nel mar Adriatico, Ionio e nell’area davanti alla Sicilia meridionale e occidentale: si tratta di 24 permessi di ricerca rilasciati per una superficie complessiva di circa 11mila kmq. I luoghi più interessati dalle attività di ricerca di petrolio sono la costa tra le Marche e l’Abruzzo dove insistono tre permessi di ricerca, il tratto di costa pugliese soprattutto tra Bari e Brindisi con due, il golfo di Taranto e il canale di Sicilia con dodici. L’ultimo permesso in ordine cronologico è stato rilasciato pochi giorni fa alla Shell Italia per avviare le prospezioni in un’area di mare di 1.356 kmq di fronte al golfo di Taranto. I tratti di mare che rischiano l’arrivo di trivelle e piattaforme, conclude il dossier, nei prossimi anni potrebbero essere molti di più: dal 2008 ad oggi sono state presentate altre 41 domande per 23.408 Kmq.

La mafia. In testa nella classifica delle illegalità le regioni a tradizionale presenza mafiosa, dov’è stato accertato il 59% del totale dei reati (a fronte del 55,5% del 2008). La Campania con 1.514 infrazioni è stabile al primo posto, seguita dalla Puglia con 1.338 infrazioni, dalla Sicilia con 1.267 infrazioni e dalla Calabria con 1.160 infrazioni.

Reti killer. Ogni anno migliaia di esemplari tra tartarughe, piccoli delfini, capodogli o balenottere trovano la morte per soffocamento in queste reti killer non selettive che dovrebbero già essere state distrutte grazie ai milioni di euro spesi dall’Ue per indennizzare i pescatori proprietari. In Calabria, Campania, Sicilia e Puglia sono state sequestrate nell’ultimo anno, complessivamente, più di 133 mila metri di reti spadare e quasi 111 mila di ferrettare (una piccola spadara lecita, ma spesso utilizzata in maniera fraudolenta).Le marinerie più coinvolte nelle operazioni di polizia sono state quelle di Reggio Calabria, Catania, Roma e Napoli. Le due località italiane tristemente note per l’utilizzo delle spadare sono Bagnara Calabra (Rc) e Porticello (Pa). Ma anche San Vito lo Capo si è rivelata lo scorso anno una specie di “porto franco”, soprattutto per i pescherecci catanesi, così come alcuni porti esteri, tra cui quello di Biserta, in Tunisia, di fronte alle coste trapanesi, scelto da numerose flottiglie per scaricare il pescato.

Abusivismo. Dal punto di vista dei reati accertati sul demanio, la Sicilia è la regione con più illegalità sul fronte dell’abusivismo con 749 infrazioni accertate; segue la Campania con 702, la Calabria con 561 e la Sardegna con 499 infrazioni.

Scarichi e depuratori
. Numeri imbarazzanti per il settimo Paese più industrializzato al mondo sono anche quelli sugli scarichi civili non depurati: il 30% degli italiani - pari a 18 milioni di cittadini - non è servito da un impianto di depurazione, mentre il 15% non ha a disposizione una rete di fognatura dove scaricare i propri reflui e, tra questi, ci sono tutti i veneziani del centro storico e delle isole. Dati che viaggiano spesso insieme con quelli dell’abusivismo edilizio di cui, di solito, gli scarichi illegali sono la conseguenza. Per quanto riguarda le fognature, solo la Lombardia supera il 90% di copertura della popolazione, fanalino di coda la Sardegna e la Liguria con il 75%. Le 15 regioni costiere sono tutte sotto il 90%. Ma i problemi principali riguardano il servizio di depurazione. La regione in cui si registra il deficit maggiore è la Sicilia dove 2,3 milioni di persone (il 54% del totale) riversano i propri scarichi non depurati nel mare. A seguire la Campania dove il servizio copre solo il 67% della popolazione lasciando scoperti quasi 2 milioni di cittadini, poi il Lazio e la Toscana, con circa 1,4 milioni (il 38% del totale) di persone scoperte.

Caso Campania. Quattro reati al giorno, 3 infrazioni per ogni km di costa per un totale di 1514 infrazioni, 2577 persone denunciate o arrestate e 1030 sequestri effettuati. Le storie di mare in Campania raccolte da Legambiente sono quasi sempre storie di illegalità: veleni scaricati nel golfo, rifiuti e scarichi fuorilegge, petrolio, bracconieri e cemento che dilaga sul demanio. Sono le coste che pagano il prezzo più alto: la Campania, con 702 infrazioni e 480 sequestri, si piazza seconda a poca distanza dalla Sicilia per casi accertati di abusivismo sul demanio marittimo nell’ultimo anno. Detiene il primato invece per il numero di persone arrestate o denunciate, che sono ben 1.363, il 25% del totale nazionale. Epicentro dell’illegalità la periferia di Napoli, l’isola di Ischia, la Costiera Amalfitana e la penisola Sorrentina, dove, secondo i dati della Procura generale della Repubblica di Napoli, a ottobre 2009 erano stati abbattuti 106 immobili.

Le reazioni Ue. A causa di questi numeri, l’Italia ha in corso una procedura d’infrazione europea per il mancato trattamento delle acque reflue in ben 178 comuni italiani di dimensioni medio-grandi. Le 5 regioni sotto accusa dall’Europa sono la Sicilia, con 74 comuni inosservanti, fra cui spiccano diversi capoluoghi di provincia come Palermo, Catania, Messina, Ragusa, Caltanissetta e Agrigento; la Calabria con 32 Comuni tra i quali Reggio Calabria, Lamezia Terme e Crotone; la Campania con Benevento, Napoli, Salerno, Avellino, Caserta e altri 18 agglomerati tra cui Ischia; la Liguria con 19 comuni fra cui Imperia, Genova e la Spezia; e poi 10 comuni pugliesi, le province di Campobasso, Isernia, Trieste e Chieti e così via. Uno degli esempi più evidenti di cattiva depurazione è quello dei Regi Lagni, una serie di canali d’acqua che attraversano un bacino di più di 1.000 chilometri quadrati tra l’area napoletana e quella di Caserta, la provincia che da anni si attesta al primo posto per maggiore percentuale di costa vietata alla balneazione, dove solo il 35% della costa è considerato balneabile.

Fonte: La Repubblica

Marea nera, nuova fuoriuscita di greggio

Wednesday, June 23rd, 2010

 Nuovi guai per la Bp. A causa di un incidente, il tappo che conteneva la falla nel pozzo del Golfo del Messico è stato temporaneamente rimosso e dovrebbe essere riposizionato in serata. Lo ha annunciato a Washington Thad Allen, l’ammiraglio della Guardia Costiera responsabile delle operazioni di contenimento del greggio. Senza tappo, il flusso di petrolio che fuoriesce dal pozzo della Bp è di nuovo aumentato in maniera significativa, anche se parte del greggio continua ad essere bruciato in superficie.

 

L’INCIDENTE - La struttura di contenimento che veicolava oltre 16.000 barili al giorno in una nave container è stata rimossa dopo che un robot l’ha urtata in profondità facendo entrare gas nel sistema che trasporta acqua calda per evitare la formazione di cristalli di ghiaccio sulla calotta.

DUE MORTI - In un briefing con la stampa l’ammiraglio Allen ha anche annunciato la morte di due responsabili delle operazioni di pulizia delle coste, in eventi non legati al disinquinamento del Golfo. Una delle persone sarebbe annegata in una piscina, la seconda, il capitano di una barca, sarebbe stato ucciso con un colpo di arma da fuoco.

Redazione online
Fonte: Corriere della Sera

Marea nera, Bp verserà 20 miliardi di dollari nel fondo per i risarcimenti

Thursday, June 17th, 2010

 Venti miliardi di dollari. A tanto ammonta la cifra che la Bp ha accettato di versare nel fondo per i risarcimenti della marea nera nel golfo del Messico. È quanto avevano chiesto i democratici del Senato e la società ha accettato. Lo hanno riferito il presidente Carl Henric Svanberg e l’amministratore delegato Tony Hayward durante un incontro con il presidente Obama alla Casa Bianca. Il fondo sarà amministrato da una commissione indipendente: secondo il Wall Street Journal potrebbe essere capeggiata da Kenneth Feinberg, finora incaricato di regolare stipendi e bonus dei manager di Wall Street salvati dal governo.

 

CAMERON - Il premier inglese David Cameron ha ribadito che la Bp deve avere certezze sulle sue potenziali responsabilità, ovvero le compensazioni e i danni che dovrà pagare. «È importante che l’azienda paghi richieste ragionevoli di compensazione e ha bisogno di un livello di certezza delle sue responsabilità - ha detto alla Bbc -. Questa è la preoccupazione della Bp, che non ci siano richieste che siano solo molto alla lontana legate alla fuga di petrolio».

ENERGIE PULITE - La tragedia della marea nera mostra al mondo che «è arrivato il momento di passare alle energie pulite». Nel suo discorso solenne allo Studio Ovale, trasmesso in tv nel prime time, il presidente degli Stati Uniti si è rivolto così agli americani, apostrofando quanto accaduto nel golfo del Messico come «la peggiore catastrofe ecologica» della storia del Paese.

LA NOMINA - Il presidente ha parlato per 18 minuti, con toni battaglieri. E ha annunciato di aver nominato l’ex governatore del Mississippi, Ray Mabus, a capo della commissione istituita per indagare sulle cause del disastro. Poco prima del discorso, scienziati federali hanno reso noto che le stime del geyser di greggio che fuoriesce dai fondali del golfo del Messico sono assai più alte di quanto annunciato solo la scorsa settimana: fino a 60 mila barili di greggio al giorno, pari a una Exxon-Valdez ogni quattro-sei giorni, abbastanza per riempire 22 volte ogni giorno lo Studio Ovale, ha calcolato un blog americano.

«EPIDEMIA» - «La tragedia che ha toccato le nostre coste è un richiamo doloroso e forte per farci capire che è giunto il tempo di adottare le energie pulite per il futuro e di lanciare una missione nazionale che liberi le potenzialità dell’innovazione americana prendendo in mano il nostro destino - ha detto Obama -. La grande lezione della marea nera è che le perforazioni petrolifere ormai comportano rischi enormi, quale che sia la regolamentazione. Noi americani consumiamo il 20% del petrolio mondiale ma possediamo appena il 2% delle riserve mondiali». E questo spiega perché le compagnie petrolifere sono spinte a cercare il petrolio anche a 1.500 metri di profondità sotto il mare. Obama ha poi paragonato la marea nera che deturpa il golfo del Messico a un’«epidemia» che gli Stati Uniti saranno costretti a combattere per mesi, forse anni. Il presidente ha comunque assicurato che gli Stati Uniti «combatteranno l’inquinamento con tutti i mezzi possibili e fin quando sarà necessario» e ha detto che la sua amministrazione «farà pagare alla Bp tutti i danni che questa azienda ha provocato».

Fonte: Corriere della Sera

Obama rassicura Cameron “Ma Bp deve impegnarsi”

Monday, June 14th, 2010

Telefonata tra i due leader dopo le critiche dell’amministrazione Usa. “Nessun interesse ad affondare la British Petroleum ma deve lavorare duro per contenere la perdita”. Ultimatum della Guardia costiera: 48 ore per uno sforzo più efficace. Il premier a Washinton il 20 luglio

WASHINGTON - Dopo le pesanti critiche rivolte dall’amministrazione Usa contro la Bp, che la ritiene responsabile del disastro ambientale provocato dalla fuorisucita di petrolio dalla piattaforma al largo della Louisiana, il presidente Barack Obama si è confrontato con il premier britannico David Cameron, che aveva invece difeso la società petrolifera dopo il crollo in Borsa. Gli americani, ha detto Obama in una telefonata con il primo ministro britannico, non hanno alcun interesse nell’affondare il colosso petrolifero del Regno Unito ma Bp deve continuare a impegnarsi per contenere in breve tempo la perdita nel Golfo del Messico. E su questo punto Cameron si è detto d’accordo, annunciando una visita a Washington per il 20 luglio.

Il premier britannico ha espresso al presidente americano la sua tristezza per il disastro, mentre Obama ha riconosciuto che la Bp è una multinazionale, e che il suo non vuole essere un attacco alla Gran Bretagna. “Obama ha detto al premier che la Bp è una multinazionale e che la frustrazione per la perdita di greggio non ha nulla a che vedere con l’identità nazionale”, ha detto una portavoce di Downing Street in merito ai contenuti della telefonata tra i due leader, durata circa mezz’ora. Da parte sua Cameron ha “sottolineato l’importanza economica che la Bp ha per il Regno Unito, gli Usa e altre nazioni. Il presidente ha chiarito che non ha nessun interesse a minare il valore della Bp”, ha aggiunto la portavoce. Entrambi “hanno riconfermato la loro fiducia nella peculiarità del forte rapporto tra Usa e Gran Bretagna”, confermata dall’incontro annunciato per il mese prossimo, la prima visita di Cameron a Washington da quando è diventato primo ministro.

Intanto gli Usa hanno dato 48 ore di tempo alla British Petroleum per intensificare gli sforzi al fine di contenere la fuoriuscita di greggio. La Guardia costiera statunitense è infatti convinta che i piani della Bp per far fronte al disastro non siano sufficienti e ha dato un ultimatum alla squadra di specialisti messa in campo perché entro un paio di giorni si inventino qualcosa di più efficace. Il contrammiraglio James Watson ha detto al capo delle operazioni della BP, Doug Suttles, che la compagnia deve fare di più perché le stime del governo americano parlano di una perdita il doppio di quella resa nota dai britannici.

La quantità di petrolio finita in mare ogni giorno è, secondo le valutazioni della Guardia costiera, compresa tra i 25 e i 30mila barili e potrebbe arrivare a 40mila: il doppio di quella stimata dalla Bp il cui sistema di ‘cattura’ non riesce a recuperare più di 20 mila barili. “Temo che i vostri piani attualmente in atto non rappresentino la massima mobilitazione di risorse necessaria per far fronte alla perdita” ha scritto il contrammiraglio alla Bp, “e che non abbiano tenuto conto della possibilità di un’avaria o un altro imprevisto. Nelle prossime 48 ore la Bp deve individuare un altro modo per contenere la perdita e renderlo operativo al più presto”.

Fonte: La Repubblica

Marea nera, ultimatum alla Bp : 48 ore per fermare il greggio

Sunday, June 13th, 2010

Ancora pressioni da una parte, segnali distensivi dall’altra. La marea nera nel Golfo del Messico rischia di offuscare l’asse Washington-Londra, ma sono evidenti gli sforzi fatti da entrambe le parti per allentare la tensione.

 

LA LETTERA- Dalla Guardia Costiera americana è arrivato un ultimatum alla Bp: il colosso petrolifero britannico ha 48 ore per mettere a punto un programma più aggressivo per contenere il greggio che fuoriesce nel Golfo del Messico, secondo quanto indicato in una lettera dall’ammiraglio James Watson. Nella missiva inviata in risposta al capo delle operazioni della Bp, Doug Suttles, il numero uno della Guardia Costiera scrive che «la Bp deve identificare nelle prossime 48 ore un sistema addizionale di contenimento della perdita, che possa essere operativa in tempi rapidi per evitare il flusso continuo di petrolio» dal pozzo del Golfo. Watson si dice «preoccupato dal fatto che i piani attuali non garantiscono la mobilitazione massima di risorse per raccogliere le quantità riviste di petrolio in base alla nuove stime degli esperti», che parlano di una media di 40mila barili al giorno. L’ammiraglio si dice anche preoccupato dalla mancanza di un piano di backup in caso di guasto o di problemi non previsti.

TELEFONATA OBAMA-CAMERON - Nel frattempo, dopo le pesanti critiche rivolte dall’amministrazione americana a Bp, il conseguente crollo in Borsa e le precisazioni di David Cameron a difesa dell’azienda e sul «valore economico» della compagnia anche per gli Stati Uniti, il presidente americano Barack Obama e il primo ministro britannico hanno discusso al telefono delle conseguenze della catastrofe ambientale provocata dalla fuoriuscita di petrolio dalla piattaforma. Secondo quanto ha riportato l’ufficio di Cameron, il premier britannico, che il 20 luglio sarà a Washington, ha espresso al presidente americano la sua tristezza per il disastro, mentre Obama ha riconosciuto che la Bp è una multinazionale, e che la sua frustrazione per quanto accaduto non rappresenta un attacco alla Gran Bretagna.

Fonte: Corriere della Sera

Marea nera, posizionato il «tappo»

Sunday, June 6th, 2010

 I tecnici della Bp hanno cominciato ad aspirare e convogliare in superficie il greggio in uscita dal pozzo danneggiato, su cui è stata calata una piccola cupola di contenimento. L’operazione, secondo quanto dichiarato dall’ammiraglio della Guardia Costiera, Thad Allen, coordinatore degli sforzi governativi, sta avvenendo a una velocità di circa mille barili al giorno, un ritmo comunque basso rispetto a quello di fuoriuscita del greggio, pari secondo le ultime stime a circa 19mila barili al giorno. Per conoscere l’esito dell’operazione, riferisce la Bp, sarà necessario attendere le prossime 48 ore. Qualche speranza che questo incubo possa volgere al termine proviene dai primi risultati positivi dell’operazione «Cut and cup»: la “gran parte” del petrolio che fuoriesce dal pozzo sembra infatti che riesce ad essere catturata dall’imbuto che gli ingegneri hanno calato a 1600 metri di profondità.

OBAMA CRITICA BP E INVITA ALLA PRUDENZA - Durante la sua terza visita in Louisiana, la seconda questa settimana, Barack Obama, ha voluto sottolineare l’impegno del governo di fronte alla catastrofe causata 46 giorni fa dall’esplosione della piattaforma petrolifera della Bp, il presidente ha posticipato, per la seconda volta, il viaggio in Indonesia e Australia che avrebbe dovuto effettuare dal 13 al 18 giugno. Il presidente Usa ha poi criticato Bp per non aver ancora revocato i piani di pagare i dividendi agli azionisti. «Bp non dovrebbe contare gli spiccioli», quando si tratta di risarcire i residenti del Golfo danneggiati dalla marea nera e poi spendere miliardi in dividendi ai suoi azionisti, ha detto Obama in Louisiana per la terza volta dall’inizio della crisi. Il presidente Usa ha anche invitato alla prudenza sull’esito positivo delle operazioni di raccolta del greggio: «È troppo presto per essere ottimisti», anche se per ora il tappo messo da Bp sul pozzo all’origine della marea nera «sembra tenere».

Il tappo di contenimento e le pompe per l'aspirazione del greggio posizionati sulla falla (Reuters9
Il tappo di contenimento e le pompe per l’aspirazione del greggio posizionati sulla falla (Reuters9

 

LA CASA BIANCA PRESENTA IL CONTO - Obama sta pagando cara la catastrofe ambientale. Accusato di una risposta tardiva e di scarsa iniziativa di fronte all’incidente, ieri sera il presidente ha voluto dimostrare tutta la sua partecipazione al dramma che stanno vivendo gli americani del Golfo esprimendo per la prima volta un sentimento forte come la rabbia. In un’intervista alla Cnn Obama si è detto furioso: «Sono infuriato per questa situazione perché è un esempio delle persone che non pensano alle conseguenze delle loro azioni. Tutto ciò mette in pericolo un intero modo di vita e tutta una regione, probabilmente per diversi anni». Ieri l’amministrazione Obama ha presentato alla Bp un conto da 69 milioni di dollari (circa 56,7 milioni di euro), pari alle spese finora intraprese dallo Stato per lottare contro la marea nera. La Casa Bianca ha specificato che si tratta solo di un primo conto.

LA BP IN GINOCCHIO - Il disastro è finora costato a Bp oltre un miliardo di dollari e secondo gli analisti di Wall Street il prezzo finale potrebbe essere fino a 20 volte tanto, se si considerano anche i costi per ripulire la costa dal petrolio nei prossimi anni. Una cifra immensa ma non tanto da mettere in ginocchio Bp, un gigante che l’anno scorso ha prodotto utili per 16 miliardi di dollari. A preoccupare di più Bp in queste ore sembra essere il suo amministratore delegato Tony Hayward che fin dall’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon, il 20 aprile, ha collezionato una gaffe dietro l’altra parlando ai media: dalla frase «Rivoglio la mia vita», detta di fronte a gente che sta perdendo la propria a «Non avevamo gli strumenti che si dovrebbero avere nella propria cassetta degli attrezzi».

L’INVOLONTARIA IRONIA DI LAURA - A favore di Obama ha parlato Laura Bush, moglie dell’ex presidente. Ma il suo intervento rischia piuttosto di danneggiare ulteriormente l’immagine dell’attuale capo dello Stato. «Per fermare la marea nera il presidente sta facendo assolutamente tutto il possibile - ha infatti detto l’ex first lady -. Proprio come fece mio marito all’epoca dell’uragano Katrina». Parole che suonano beffarde visto che a Bush viene ancora oggi imputata la scarsa capacità di reazione di fronte alla catastrofe che sconvolse New Orleans e una vasta area di questa stessa parte del Paese. «Tutti sanno che quanto sta accadendo - ha detto Laura Bush alla Abc - non è responsabilità di una persona. Il presidente non può da solo risolvere tutti i problemi».

GATES E LA «BACCHETTA MAGICA» - E un’altra battuta rischia di passare alla storia tra le tante parole dette in questa vicenda. E’ quella del segretario alla Difesa, Robert Gates, che dopo numerosi appelli per un intervento dell’esercito ha risposto negativamente sottolineando che i militari non hanno nessuna expertise particolare nel settore: «L’esercito - ha sottolineato da Singapore, dove si trova in missione - ha fornito degli equipaggiamenti e ha aiutato in diversi modi ma non ha la bacchetta magica contro questa catastrofe ecologica».

Redazione online
Fonte: Corriere della Sera

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