Archive for the ‘Clima’ Category

A Poznan la conferenza sul clima

Tuesday, December 2nd, 2008


POZNAN (POLONIA) -
E’ la conferenza climatica della resa dei conti quella che si tiene a Poznan, in Polonia, dall’1 al 12 dicembre prossimi. La scadenza del Protocollo di Kyoto (2012) è ormai alle porte, i 37 Paesi industrializzati (su un totale di 40) che hanno aderito a questo primo tentativo mondiale di contenimento dei gas serra faticano, tranne pochissimi, a raggiungere gli obiettivi di riduzione programmati (in media 5,2% di tagli alle emissioni, rispetto ai livelli del 1990). Cosa si dovrà fare dopo il 2012? Rilanciare un altro accordo di tipo Kyoto, con obiettivi di riduzione vincolanti più elevati? Oppure procedere con progetti meno impegnativi, affidati soprattutto alla buona volontà dei singoli Paesi? E’ questo il bivio in cui si trovano, nella cittadina polacca, i rappresentanti dei 183 Paesi che, nell’ormai lontano 1992, aderirono alla Convenzione sui cambiamenti climatici di Rio de Janeiro, impegnandosi a salvaguardare l’atmosfera e il clima dall’aggressione delle attività umane; e che più tardi, nel 1997 a Kyoto, imboccarono, senza grande entusiasmo, la strada delle riduzioni dei gas serra.

OBAMA VERSO L’ECONOMIA «VERDE»- Dietro le quinte della conferenza si agitano, fin dall’inizio, speranze e minacce. Pochi giorni fa, il neo eletto presidente degli Stati Uniti Barak Obama, ha annunciato alcuni impegni ambientali che sembrano andare nella logica di Kyoto: riportare le emissioni di gas serra Usa ai livelli del 1990 entro il 2020 e stanziare 15 miliardi di dollari l’anno in energie rinnovabili «per catalizzare gli sforzi del settore privato nella costruzione di un futuro energetico pulito». Obama non ha detto esplicitamente che il suo Paese rientrerà nel Protocollo di Kyoto, dopo esserne uscito clamorosamente nel 2001 con l’avvento di Bush, ma il direttore generale dell’Agenzia ambientale dell’Onu Achim Steiner è ottimista: «Il presidente eletto Obama ha confermato che nei prossimi mesi una nuova politica climatica caratterizzerà gli Stati Uniti. Questo è molto importante non soltanto per il futuro della Convenzione sul clima e del Protocollo di Kyoto, ma anche perché lancia un preciso segnale: vuol dire che, a dispetto della crisi finanziaria, c’è spazio per un’economia verde».

I PAESI IN «DIFESA» - A fronte di una forte nota positiva, tante altre di segno opposto. La Polonia, paese ospitante della conferenza, si è messa di traverso rispetto al «pacchetto clima» dell’Unione Europea. Si tratta di una specie di corollario di Kyoto che impegna i partner all’obiettivo dei tre «20»: riduzione delle emissioni, aumento dell’efficienza energetica e incremento delle rinnovabili. Il governo italiano le ha fatto da sponda denunciando anche che, a fronte dell’attuale crisi, è impossibile rispettare gli obiettivi di riduzione fissati a Kyoto. Di fatto avremmo dovuto tagliare i nostri gas serra del 6,5% e invece ci ritroviamo con un aumento di oltre il 10%. Anche il Canada, uno dei Paesi più energeticamente inefficienti del mondo industrializzato, è su posizioni di fronda. Ai mal di pancia dei forzati di Kyoto si aggiunge l’immobilità dei Paesi in via di rapidissimo sviluppo: Cina, India, Brasile, Indonesia, che nonostante l’aumento delle loro emissioni totali di gas serra, alla vigilia della conferenza hanno ribadito il loro no a un calendario di impegni con scadenze precise.

IN BILICO - Insomma da Poznan il Protocollo Kyoto potrà uscire rilanciato, con la speranza di partorire un figlio al prossimo vertice di Copenhagen del 2009, oppure distrutto e con scarse speranze di successione. Ma senza controllo alcuno dei gas serra, ammoniscono gli economisti e i climatologi consultati dal WWF internazionale, le emissioni cresceranno del 40% entro una ventina d’anni (2030) e le temperature di 6 gradi entro la fine del secolo, provocando il collasso del pianeta. Se può consolare, Poznan offrirà la più aggiornata rassegna delle tecnologie più avanzate per limitare i gas e combattere l’effetto serra. Come dire: le opzioni tecnologiche per cambiare strada ci sono, ma ci vogliono anche le necessarie scelte politiche.

Franco Foresta Martin

Fonte : Corriere della Sera

Nubi marroni anche sull’Europa

Thursday, November 20th, 2008

Secondo l’ultimo rapporto dell’Unep ( Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente), le cosiddette Atmospheric Brown Cloud, ABC, nubi marroni sarebbero presenti anche in Europa, in Nord America, in Africa e in Amazzonia, luoghi in cui però la loro formazione sarebbe frenata dalle precipitazioni. Ancora una volta viene ribadito come queste gigantesche nuvole marroni causino gravi problemi in tema di salute umana, ma anche di agricoltura, di scioglimento dei ghiacciai e quindi di riserve idriche.

Le Brown Clouds, sono grosse nubi composte da aerosol e particelle inquinanti, concentrate nei cieli del Sud est asiatico e impediscono alla luce solare di raggiungere la superficie terrestre, minando il clima e i cicli naturali, costituiscono una delle minacce più pericolose per la salute del pianeta, anche perchè risulterebbero in costante espansione.

Quindi, non solo i cambiamenti climatici, l’ inquinamento e le popolazioni a rischio, ma a preoccupare il mondo scientifico internazionale sono ora anche queste nubi che stanno mettendo in pericolo la sicurezza idrica e alimentare di tutto il pianeta. Le Abc sono studiate da oltre un decennio e tenute sotto controllo dalle Nazioni Unite grazie al progetto Abc dell’Unep, a cui il Comitato Ev-K2-Cnr, specializzato nella ricerca scientifica d’alta quota, contribuisce direttamente con il progetto SHARE, Stations at High Altitude for Reaserch on Environment.

Il problema delle Abc è tornato nuovamente alla ribalta grazie al nuovo report di Unep, presentato a Pechino settimana scorsa, dove sono illustrati effetti e nuovi dati sulle nubi marroni, studiate in modo più approfondito grazie anche ai dati rilevati dalle stazioni in alta quota installate e gestite dal Comitato EvK2Cnr, che con il progetto Share sta attivando un prezioso network mondiale di monitoraggio climatico.

.In particolare, la stazione Abc installata ad una quota di 5.079 metri, nei pressi del Laboratorio-Osservatorio Internazionale Piramide, in Nepal - battezzata «Nepal Climate Observatory Pyramid» - osserva e registra in modo continuativo i dati su atmosfera, inquinanti, ozono e meteorologia dell’Himalaya e dell’Asia Centrale, fornendo informazioni fondamentali per l’area asiatica, direttamente interessata dalle nubi marroni, e del Pacifico, dove in precedenza i dati erano molto scarsi. La stazione della Piramide è infatti anche un Complementary Site nel programma «Atmospheric Brown Clouds», dell’Unep.

Fonte: La Stampa

CLIMA: IN 100 ANNI UOMO HA PRODOTTO C02 COME TERRA IN 7MILA

Tuesday, November 18th, 2008

Nell’attuale era interglaciale i gas serra,come anidride carbonica e metano, hanno impiegato solo 100 anni a raggiungere i livelli di concentrazione che, senza l’intervento dell’uomo, la terra avrebbe prodotto naturalmente in settemila anni. Il dato e’ emerso dal Congresso sul Clima, organizzato dall’Universita’ Ca’ Foscari di Venezia. ”Nei periodi glaciali l’anidride carbonica si assesta ad una concentrazione di circa 180 parti per milione - ha detto, usando un altro parametro, la prof.Barbara Stenni dell’Universita’ di Trieste - e in quelli interglaciali di 280, ma attualmente siamo gia’ a 370, ed e’ la velocita’ di questa variazione che ci preoccupa, perche’ sono le concentrazioni piu’ alte riscontrate nell’ultimo milione di anni”. Le evidenze piu’ allarmanti vengono dalle ricerche condotte nell’ambito del progetto Epica (European Project for Ice Coring in Antarctica) al quale hanno partecipato dieci nazioni europee, con finanziamenti nazionali e della Comunita’ Europea. ”Incrociando i dati ottenuti con l’esame dei carotaggi effettuati nei ghiacci di Antartide e Groenlandia con quelli dei sedimenti marini - ha detto il prof.Carlo Barbante dell’ Universita’ di Venezia, chairman del congresso - e’ stato possibile ricostruire gli andamenti climatici degli ultimi due milioni di anni; gli studi hanno evidenziato che l’attuale periodo interglaciale potrebbe durare ancora per cinque-diecimila anni, un tempo maggiore rispetto al precedente a causa dei parametri orbitali, ma negli ultimi cento anni la temperatura e’ gia’ salita di circa un grado, limite che avrebbe dovuto raggiungere invece a fine periodo”. ”I modelli piu’ attendibili - ha detto ancora Barbante - dicono che nei prossimi cento anni ci si potrebbero aspettare variazioni di temperatura da 2 a 5 gradi”. Il congresso prosegue fino al prossimo 13 novembre con il confronto tra i climatologi internazionali. (ANSA).

La Terra è irrequieta da sempre

Saturday, November 15th, 2008

A 1200 chilometri dalla costa ghiacciata e su un pianoro imbiancato di 3230 metri d’altezza c’è una macchina del tempo. La migliore.

Da questo punto del Polo Sud, dove d’inverno si crolla a -80° e d’estate non si va oltre il tepore dei -30°, proviene la «carota» di ghiaccio che ha registrato con pignoleria il clima della Terra negli ultimi 800 mila anni e impegna gli scienziati in un’odissea tra passato remoto e futuro vicino e lontano: mentre si comincia a scoprire che cosa è avvenuto prima della nascita della Storia ufficiale, si progettano modelli matematici di nuova generazione con cui prevedere come si comporterà il nostro bollente Pianeta.

Oltre 150 studiosi che hanno lanciato gli sguardi su quegli scenari si sono riuniti a Venezia e, fino a domani, incroceranno dati e ipotesi: confermano che abbiamo sporcato l’atmosfera con una quantità di inquinanti mai vista in 8 mila secoli, ma hanno anche raccolto le prove che viviamo su un sasso spaziale più inquieto di quanto siamo disposti a credere. Spiega così Carlo Barbante, professore all’Università di Venezia e dell’Istituto per la dinamica dei processi ambientali del Cnr e organizzatore del convegno «Epica 2008» (dal nome del programma multinazionale a guida europea che ha effettuato la trivellazione): «La “carota” è lunga 3200 metri, estratta in una zona dove la neve si accumula a un ritmo di 25 millimetri l’anno: ecco perché contiene informazioni uniche».

In questo freezer naturale sono intrappolati gas, metalli, polveri e pollini. Sequenze di sostanze che rivelano i cicli di quello che per molti è «Gaia» - il super-organismo globale - segnati da ere glaciali e periodi interglaciali. Otto e otto, grazie alla più profonda perforazione nel ghiaccio mai ottenuta. «Ora ci troviamo in una di queste fasi “calde” - dice Barbante -. Ha avuto inizio circa 10 mila anni fa e, facendo i paragoni con ciò che è stato, si scopre che è anomala, perché continua da molto tempo e presenta temperature stabili, come si è osservato anche dall’analisi dei sedimenti lacustri e degli anelli degli alberi».

E’ la «lunga estate», come l’ha battezzata l’archeologo americano Brian Fagan, che ha accompagnato la nascita della civiltà e che - calcolano i climatologi arrivati a Venezia - potrebbe proseguire per altri 10 mila, «a meno di perturbazioni umane, che al momento non riusciamo ancora a valutare con precisione, a cominciare dal ruolo dei gas serra e delle emissioni di CO2 ». Ma è certo che molto prima, tra 100 mila e 120 mila anni fa, si erano toccati picchi di 3-5 gradi superiori alle medie attuali (vicini, quindi, alle previsioni più fosche per il prossimo secolo di molti esperti e di tanti ecologisti), mentre alla vigilia della nostra «estate», 18-20 mila anni fa, il mondo diventò più freddo di una decina di gradi. E’ stata l’ultima glaciazione memorizzata dalla «carota antartica», la fase di 80 mila anni in cui i ghiacci mangiarono le terre e le scolpirono, colonizzando l’emisfero Nord, senza però impedire ai Neanderthaliani di muoversi per l’Europa e di cacciare mammut.

Da zero (oggi) a -800 mila anni, l’alternanza appare simile a un respiro, a volte affannato, a volte rilassato. La ciclicità - aggiunge Barbante - «consente di mettere in una giusta prospettiva i cambiamenti a cui assistiamo: se non approfondiremo i meccanismi naturali del sistema, sarà inutile continuare ad abbozzare previsioni su ciò che accadrà tra un secolo o due». I paleoclimatologi, quindi, si candidano a fornire gli strumenti di lavoro per vaticinare i nostri destini: «La verità è che alcuni modelli non riescono nemmeno a riprodurre ciò che sappiamo essere successo. Figuriamoci quale può essere l’accuratezza per il domani».

Se è certo che l’uomo non smette di allargare la sua impronta inquinante, i picchi e le voragini di temperature e di CO2 che la «carota» dispiega sui computer sono legati a leggi più grandi di noi. «Sono l’eccentricità dell’orbita terrestre, l’obliquità dell’asse, la distanza con il Sole: variano secondo periodi preordinati (ecco che torna la ciclicità), secondo fasi di 20, 40 e 100 mila anni». La sfida è costringere al dialogo le logiche spaziali (lente) e i fenomeni antropici (impetuosi): oggi, per esempio, la CO2 nell’atmosfera è schizzata a 380 parti per milione, toccando il massimo in 800 mila anni, e oscillano pericolosamente anche le concentrazioni di metano, ossidi di azoto, cloruri, solfati e nitrati e perfino dei metalli pesanti.

«Ma nella “carota” abbiamo misurato un altro dato: i flussi di ferro trasportati dalle polveri. Questo metallo è bioattivo, perché ha un ruolo fondamentale, con la luce solare, nel convertire la CO2 e alcuni nutrienti come l’azoto e il fosforo in sostanze organiche. Così, nei periodi glaciali il ferro aumenta e la pompa biologica funziona al meglio, mentre in quelli interglaciali come il nostro il processo perde di efficienza e a salire è la CO2 ».

Tracciato il quadro complessivo - conclude Barbante - è necessario indagare le altre fasi «calde»: così avremo indizi preziosi sul qui e ora. Ma, intanto, gli interrogativi si moltiplicano. Come se la sono cavata in 800 mila anni di oscillazioni violente mammiferi e ominidi? Risposta: «Abbastanza bene». E allora sopravviveremo all’aggravarsi dell’effetto serra? Risposta: «Probabilmente sì».

Fonte : La Stampa

Veicoli ibridi a propulsione idraulica, pronti al debutto “on the road”,

Tuesday, November 11th, 2008

Sviluppati dall’EPA statunitense, avranno un motore diesel-idraulico e consentiranno un risparmio del 40-50% di carburante rispetto ai veicoli tradizionali e una riduzione del 30% delle emissioni di CO2

“Sebbene ancora poco noti al pubblico, gli ibridi a propulsione idraulica sono pronti a fare il loro debutto sulle strade americane”. Ad affermarlo è David Abney, chief operating officer di United Parcel Service (UPS), società statunitense di spedizioni e primo corriere a integrare simili motori all’interno della propria flotta. La nuova tecnologia, sviluppata dall’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente statunitense (EPA) si avvale di un motore diesel-idraulico in grado di recuperare ben il 70% dell’energia cinetica della fase di frenata (mentre nelle auto tradizionali questa energia viene semplicemente dispersa sotto forma di calore) ed immagazzinarla comprimendo in un’ampia camera un fluido idraulico sotto pressione. Attraverso la firma di un accordo di collaborazione, due anni fa, l’UPS è stata l’unica azienda nel suo settore a testare la tecnologia su strada ed ora, convinta dalla tecnologia, annuncia l’ordine di sette veicoli ibridi a propulsione idraulica. “Non stiamo affermando che questi veicoli rappresentino la soluzione a tutti i nostri problemi energetici, – spiega Abney – ma questa tecnologia è sicuramente altrettanto promettente quanto le altre tecnologie proposte fino ad ora”. Secondo i risultati dei test, effettuati sulle strade di Detroit, i veicoli sviluppati consentiranno un risparmio del 40-50% di carburante rispetto ai veicoli tradizionali con motore diesel e una riduzione del 30% delle emissioni di biossido di carbonio. Dei traguardi da non sottovalutare e che, a secondo l’EPA, adattabili anche veicoli con altre funzionalità come navette e bus per il trasporto urbano o camion per la raccolta dei rifiuti.

Fonte : La Repubblica

Rocce spugna per assorbire i gas serra

Friday, November 7th, 2008

Ecco le rocce che, come una spugna, sono in grado di assorbire e trattenere l’anidride carbonica (CO2), il gas riscaldante emesso dagli impianti energetico-industriali e dagli scarichi di automobili: si chiamano «peridotiti» e le hanno scoperte in Oman (Medio Oriente) alcuni ricercatori della Columbia University. Opportunamente trattate, le peridotiti potrebbero risolvere il problema di sbarazzarsi di una consistente parte dell’onnipresente gas serra. Le peridotiti sono fatte da miscele di silicio, ossigeno, calcio, magnesio e ferro e sono presenti in vaste regioni della crosta terrestre, anche in formazioni superficiali o poco profonde, di facile accessibilità. «Le abbiamo studiate per anni, durante le nostre esplorazioni in una vasta area del deserto dell’Oman, rendendoci conto che, attraverso lenti processi naturali, esse catturano la CO2 presente nell’aria o nelle acque, per formare carbonati», spiegano il geologo Peter Kelemen e il geochimico Juerg Matter, entrambi ricercatori presso l’Earth Observatory della Columbia University Lamont-Doherty.

«GASSOSA RISCALDATA» - C’è modo di moltiplicare e accelerare i processi naturali di assorbimento della CO2 da parte della peridotite, in modo da sottrarre all’atmosfera quote significative di questo gas serra, come richiede il Protocollo di Kyoto? Secondo i due scienziati, che hanno appena pubblicato i risultati del loro studio nei Proceedings dell’Accademia nazionale delle Scienze americana, la risposta è affermativa: «Sarebbe sufficiente iniettare in quelle rocce acqua calda, contenente CO2 pressurizzata, per moltiplicare di un fattore 100 mila o più i processi di cattura naturali che richiedono migliaia di anni». Come dire che una gassosa riscaldata potrebbe essere l’ultimo ritrovato per sbarazzarsi almeno di una parte della crescente anidride carbonica atmosferica! C’è da sottolineare che questo tipo di stoccaggio geologico della CO2 è diverso rispetto a quello finora attuato in impianti sperimentali che consiste nella «iniezione» di questo gas in giacimenti profondi come, per esempio, quelli ormai esausti di gas o di petrolio. Secondo le stime elaborate dagli stessi Kelemen e Matter, trattando soltanto le peridotiti dell’Oman si potrebbero sottrarre ben 4 miliardi di tonnellate l’anno di CO2: una quota più che significativa rispetto ai 30 miliardi emessi ogni anno dalle attività umane. Ma i trattamenti potrebbero essere estesi anche ad altre aree della Terra ricche di peridotiti come Stati Uniti Occidentali, Balcani, Papua Nuova Guinea e Caledonia.

COSTI - Ora si tratta di valutare a fondo costi ed efficienza del metodo attraverso alcune sperimentazioni di laboratorio. «Il metodo da noi suggerito –chiariscono i due ricercatori americani- non ha la pretesa di essere esclusivo: siamo convinti che per liberarsi della CO2 tutti i modi convenienti devono essere presi in considerazione». Anche in Italia questa nuova prospettiva viene seguita con interesse: «Siamo al corrente di interessanti sperimentazioni già effettuate all’Università di British Columbia, in Canada, su rocce ignee simili alle peridotiti. Ma è ancora presto per esprimere un giudizio di efficacia e convenienza economica dei metodi adottati –dice Enzo Boschi, il presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV)-. Invece, siamo pienamente convinti che lo stoccaggio della CO2 nei giacimenti esausti è un processo percorribile e sicuro in quanto ricercatori del nostro istituto hanno partecipato a esperimenti pilota di questo tipo coronati da successo».

Franco Foresta Martin

Foreste “condizionatori” contro il riscaldamento globale

Wednesday, November 5th, 2008

Il continuo disboscamento delle foreste potrebbe accelerare l’innalzamento delle temperature in modo più grave del previsto. I polmoni verdi della Terra pare abbiano un ruolo fondamentale di “condizionatori” naturali nel bloccare il riscaldamento globale, liberano sostanze chimiche che rendono più spesse le nuvole, che a loro volta riflettono più raggi solari e aiutano così a raffreddare il pianeta.

Queste le conclusioni di uno studio condotto da scienziati britannici e tedeschi che, secondo quanto riferisce il Guardian, verrà pubblicato in una edizione speciale del «Royal Society journal Philosophical Transactions A».

La ricerca è la prima che quantifichi questo effetto delle foreste e costituisce un passo in avanti anche nella realizzazione di modelli di previsione del clima più realistici. «Si può pensare alle foreste come ai condizionatori del clima» afferma Dominick Spracklen, dell’Institute for Climate and Atmospheric Science dell’Università di Leeds.

Per questo studio, gli scienziati hanno osservato sostanze chimiche rilasciate dalla foreste boreali di regioni del Nord, come Canada, Scandinavia e Russia. I modelli al computer, secondo Spracklen, hanno mostrato che le particelle rilasciate dai pini raddoppiano lo spessore delle nuvole circa 1.000 metri al di sopra delle foreste, riflettendo così un 5% extra di raggi solari.

«Potrebbe non sembrare molto - ha detto Spracklen - ma è un effetto raffreddante notevole. Ci dà un motivo in più per conservare le foreste». Poichè gli alberi liberano maggiormente queste particelle in un clima caldo, la scoperta suggerisce che le foreste potrebbero rallentare rialzi futuri delle temperature. I ricercatori hanno concentrato le osservazioni prevalentemente su pini e abeti, ma Spracklen ha detto che altre specie di alberi producono la stessa sostanza chimica e l’effetto si dovrebbe riscontrare in altre regioni, incluse le foreste tropicali

Fonte: La Stampa.it

CLIMA: ITALIA-UE - NUOVO TAVOLO TECNICO A PARIGI

Wednesday, November 5th, 2008

Nuovo tavolo tecnico Italia-Ue sul pacchetto clima. L’incontro si svolgera’ a Parigi, fra presidenza francese, Governo italiano e Commissione Ue, martedi’ 4 novembre, a quanto si e’ appreso. Al centro del confronto, il rapporto che il ministero dell’ Ambiente ha presentato alla Commissione Europea nel quale si mettono in evidenza ben 18 punti critici delle valutazioni della Commissione. Documento oggetto del primo tavolo tecnico che si e’ svolto lo scorso 24 ottobre a Bruxelles. In quell’occasione, come ha spiegato il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, l’Italia ha ottenuto due importanti chiarimenti: ”le stime italiane fanno riferimento ai dati forniti dagli studi della Commissione; quale che sia la valutazione dei costi finali, l’onere per l’Italia e’ superiore del 40% alla media europea europea e, in ogni caso, maggiore di quello sui Pil di Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna”. In particolare, secondo le ultime valutazioni dei tecnici, il peso percentuale del costo complessivo aggiuntivo sul totale dell’Ue a 27 per l’Italia e’ del 19,7%, a fronte di un peso del 12,7% del Pil del Paese sul Pil totale dell’Ue a 27. Un peso per l’ Italia superiore al 17% della Spagna (8,4% Pil paese sul Pil Ue a 27); del 14,9% della Francia (15,4% Pil paese su Pil Ue a 27); del 13,2% della Germania (20% Pil paese su Pil Ue a 27) e del 12,5% del Regno Unito (16,5% Pil paese su Pil Ue a 27). (ANSA).

Scienziati del Cnr, troppa Co2? Ecco come sotterrarla

Tuesday, November 4th, 2008

Se c’è troppa CO2 nell’aria che ci avvelena, allora sotteriamola. A riproporlo sono gli scienziati dell’Istituto di geoscienze e georisorse del Cnr che hanno avviato differenti studi per il «confinamento» geologico della Co2, una tecnologia che consiste nel catturare l’anidride carbonica e stoccarla, appunto, nel sottosuolo. Le emissioni di gas serra sono infatti ad oggi uno dei maggiori problemi ambientali che la comunità scientifica e le autorità politiche si trovino ad affrontare. «I cambiamenti climatici in corso -afferma Giovanni Gianelli, direttore dell’Igg-Cnr di Pisa- hanno portato alla luce la necessità di ridurre drasticamente le emissioni di anidride carbonica, oltre che quello di studiare possibili metodi per il suo smaltimento».

«La tecnica che stiamo studiando è quella del sequestro mineralogico, al momento unica tecnica che permette di intrappolare in modo permanente la Co2 all’interno di fasi cristalline» spiega Luigi Dallai, ricercatore Igg-Cnr. «Il sequestro mineralogico di biossido di carbonio -continua- consiste in una reazione esotermica favorita a temperature minori di 200 °C tra silicati di magnesio (come serpentino o olivina), contenuti in rocce peridotitiche o serpentinitiche, e Co2, con la conseguente precipitazione di carbonati, come magnesite e dolomite».

Le serpentiniti sono frequenti nella regione alpina e, soprattutto, in quella appenninica. «In teoria -prosegue Dallai- le rocce di questa tipologia affioranti nella sola regione della Toscana potrebbero sequestrare l’intera quantità di Co2 prodotta in Italia nei prossimi duecento anni». Inoltre, il processo di carbonatazione, alla base del sequestro mineralogico, può portare allo smaltimento di ingenti quantità di amianto, come ad esempio quello che potrebbe essere estratto dalla costruzione delle tanto contestate gallerie in Val di Susa.

«Stime iniziali in Val di Susa prevedono di estrarre dal tunnel di base, dalla parte italiana, oltre 7 milioni di metri cubi di materiali di scavo. Anche in questo caso -dice Gianelli- un’inertizzazione tramite carbonatazione in presenza di anidride carbonica avrebbe un doppio risultato positivo: da un lato l’abbattimento di Co2 antropica, dall’altro lo smaltimento di rifiuti speciali come quelli delle fibre di amianto».

Gli studi tuttora in corso all’Igg-Cnr sono finalizzati alla caratterizzazione petro-chimica delle reazioni, ai cambiamenti reologici e strutturali che il sequestro può indurre nelle rocce e all’andamento della porosità e della permeabilità durante il processo.

«Questi nuovi dati sono di fondamentale importanza per un futuro test di sequestro mineralogico in sito nelle serpentiniti toscane» aggiunge ancora Gianelli. «Ma -conclude- l’Istituto ha avviato altre ricerche, condotte da giovani assegnisti e borsisti, che comprendono il sequestro della Co2 in acquiferi salini e le alterazioni indotte nelle rocce di copertura, potenziali vie di fuga del gas stoccato nel sottosuolo».
Fonte : La Stampa

Le multinazionali sposano il Kyoto bis “Il business può salvare il clima”

Friday, October 31st, 2008

 Il business come soluzione contro il riscaldamento globale o le soluzioni al riscaldamento globale vanno contro il business? Sembra uno scioglilingua, ma sintetizza la differenza che divide al momento l’industria italiana da buona parte di quella del resto del mondo. Se la Confindustria, spalleggiata dal governo, non perde occasione per lamentare i costi che la direttiva 20-20-20 adottata dall’Unione Europa per rispondere ai cambiamenti climatici avrebbe sul nostro sistema economico, un cartello di ben 55 multinazionali ha sottoscritto ieri l’appello delle Nazioni Unite affinché il prossimo anno vengano gettate le basi per il rinnovo e il rafforzamento del Protocollo di Kyoto.

A farsi portavoce di questa posizione è stato Lars Josefsson, presidente della Vattenfall, quarto maggiore fornitore di energia elettrica in Europa. Parlando a nome del gruppo “Combat Climate Change”, un’associazione che raccoglie ben 55 multinazionali tra le quali spiccano i nomi di General Electric, Aig, Citigroup, Bp, Siemens, Hitachi, China Oil Offshore Company, Volvo, Tata Power e Hewlett Packard, il numero uno del colosso svedese ha spiegato che “il business è una soluzione contro il riscaldamento globale, per questo vogliamo creare una massa critica in vista delle conferenze Onu sul clima di Poznan (a dicembre 2008) e Copenhagen (2009)”. “Malgrado la crisi economica globale siamo molto ottimisti - ha aggiunto Josefsson - I vertici industriali devono mostrare quella capacità di leadership e di buon senso che manca alla politica”.

Il manager non ha fatto espressamente il nome dell’Italia, ma le sue parole hanno ribadito una volta di più il grado di isolamento nel quale si trova in questa fase il nostro paese in tema di politiche ambientali. Anche il tavolo tecnico tanto invocato da Roma per contestare le cifre di Bruxelles sui costi dell’adeguamento alla direttiva 20-20-20 si è risolto infatti in un buco nell’acqua. Alla fine del primo round di incontri la delegazione italiana, come ha ammesso il direttore generale del ministero dell’Ambiente Corrado Clini, ha dovuto riconoscere la validità dei dati dell’Unione Europea.


Rispettare gli impegni di riduzione delle emissioni di CO2 e di incremento delle fonti rinnovabili e del risparmio energetico ci costerà quindi circa 12 miliardi l’anno e non di 18-25 come lamentato da Palazzo Chigi (1,14% del Pil secondo l’Italia, 0,66% secondo la Commissione). Ciò significa che l’Italia dovrà comunque pagare un sovrapprezzo di circa il 40% rispetto agli altri stati europei, ma questo, come ha sottolineato oggi la portavoce del Commissario all’Ambiente Stavros Dimas, non è un problema di Bruxelles, bensì di Roma che paga il suo ritardo nel settore delle rinnovabili dove sarà necessario ora “un sforzo supplementare”. (v. g.)

Fonte: La Repubblica

Appello di Carlo d’Inghilterra contro il “climate change”

Wednesday, October 29th, 2008

Dichiarazioni a favore della lotta ai cambiamenti climatici durante la sua visita in Giappone con la moglie Camilla Parker Bowles

“Se non facciamo tutti attenzione alle sfide ambientali che stiamo affrontando – ha dichiarato Carlo d’Inghilterra in un’intervista televisiva – sarà sempre piu’ difficile assicurare un futuro al nostro benessere economico”.
Lo ha detto il principe durante la sua visita in Giappone con la moglie Camilla, lanciando così un appello all’impegno per la lotta ai cambiamenti climatici.
Il principe di Galles e la duchessa di Cornovaglia, arrivati a Tokyo per una visita ufficiale di cinque giorni, oltre a visitare alcune località del paese, avranno una serie di attività diplomatiche come l’incontro con Taro Aso, il premier giapponese, e una cena con l’imperatore Akihito e l’imperatrice Michiko. La visita coincide con l’anniversario dei 150 anni dalla firma del Trattato anglo-giapponese di amicizia e commercio e mira a rafforzare le gia’ solide relazioni diplomatiche tra i due Paesi.

Fonte : La Repubblica

Nuovo gas serra «dagli schermi del Pc»

Tuesday, October 28th, 2008

Piante in decomposizione e schermi a cristalli liquidi di computer e tv sono i due nuovi nemici del clima che, a quanto sembra, hanno cominciato a dare un pericoloso contributo al surriscaldamento del pianeta. Le ultime ricerche di scienziati americani, in corso di pubblicazione sulla rivista Geophysical Research Letters, hanno messo in evidenza, infatti, che i due soggetti risultano legati alle emissioni di potenti gas serra in netto aumento negli ultimi anni.

LE PIANTE INTRAPPOLATE - Le piante in decomposizione sono quelle intrappolate in enormi spessori di terreno ghiacciato in diverse regioni circumpolari come Canada, Siberia, Groenlandia, dove l’aumento delle temperature medie, sta portando al progressivo scioglimento dei ghiacci permanenti. Associati a questi antichi depositi di materia organica vegetale, ci sono anche enormi bolle di metano che stanno passando velocemente dal suolo all’atmosfera. «Il metano è un potente gas serra, ventuno volte più efficace dell’anidride carbonica, anche se la sua presenza in atmosfera è meno abbondante –spiega Ron Prinn, professore al Massachusetts Institute of Technology e il capofila dei ricercatori-. La brutta notizia sta nel fatto che dopo diversi anni in cui la sua concentrazione atmosferica si era stabilizzata, dal 2006 ha ricominciato a crescere. Dal giugno 2006 all’ottobre 2007 abbiamo misurato un’aggiunta di 28 milioni di tonnellate su un totale di 5,5 miliardi di tonnellate che è la stima della quantità totale di metano oggi presente in atmosfera». E’ chiaro, aggiunge Prinn, che questo è solo un indizio, non è detto che il flusso di metano continui a questo ritmo, ma se dovesse andare avanti si tradurrà in un notevole aggravamento dell’effetto serra. Non è la prima volta che il metano procura grattacapi agli scienziati del clima. Già tre anni fa, un gruppo di scienziati italiani dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia coordinati dal geologo Giuseppe Etiope aveva scoperto che nell’inventario dei gas serra compilato dall’Ipcc era stato omesso un contributo di circa 50 milioni di tonnellate l’anno di metano di origine geologica, proveniente per esempio, da fenditure e bocche vulcaniche, corrispondente a circa 1/7 del contributo antropico.

SCHERMI DI COMPUTER - L’altro imputato è il trifluoruro di azoto, un gas serra in tracce talmente piccole in atmosfera che finora non era stato preso nemmeno in considerazione. Tuttavia, negli ultimi anni, il suo impiego nell’industria che produce gli schermi a cristalli liquidi di computer e altri apparecchi multimediali sta aumentando considerevolmente, tanto che ora si parla di includerlo nel cosiddetto paniere dei gas serra da ridurre. Tanto più che la molecola del trifluoruro di azoto ha un potere riscaldante valutato 17 mila volte maggiore dell’anidride carbonica: quindi ne basta poco per produrre un grande effetto. Trovare un sostituto del trifluoruro di azoto innocuo per l’atmosfera non dovrebbe costituire un gran problema per l’industria chimica. Il vero guaio sarà se si libera il metano attualmente conservato in quel freezer naturale che è il Polo Nord.

Franco Foresta Martin
Fonte: Corriere della Sera

“La nuova era può iniziare nel 2015″ Da Greenpeace la tabella di marcia anti CO2

Tuesday, October 28th, 2008

NEL 2015, quando quasi tutti i progetti energetici proposti dal governo italiano (dal nucleare alla carbon sequestration) saranno ancora in fase d’incubazione, il mondo potrebbe già vivere l’inizio di un’era diversa. Un’era che potrebbe migliorare non solo la vivibilità del pianeta ma anche lo stato di salute, assai precario, dell’economia globale. E’ quanto afferma il nuovo rapporto Energy Revolution: A Sustainable World
Energy Outlook
, presentato oggi da Greenpeace International ed EREC (European Renewable Energy Council).

Secondo questo studio la rivoluzione energetica pulita permetterebbe di risparmiare circa 14 mila miliardi di euro nella spesa in combustibili fossili, oltre a sostenere l’occupazione a livello mondiale. Oliver Schäfer, direttore di EREC, ha dichiarato che “il mercato globale delle fonti rinnovabili può continuare a crescere a tassi con due cifre. Fino al 2050, superando le dimensioni attuali del mercato delle fonti fossili. Oggi il mercato delle rinnovabili vale 70 miliardi di dollari all’anno e raddoppia ogni tre anni”.

Per arrivare a questi risultati il team di esperti che ha redatto il rapporto ha ipotizzato uno scenario virtuoso: il picco delle emissioni di anidride carbonica verrebbe raggiunto al 2015 in modo da permettere alla concentrazione di C02 di scendere del 60 per cento sotto i livelli attuali nel 2080. E’ esattamente quello che i climatologi considerano necessario per mantenere il riscaldamento del pianeta a livelli accettabili.

Per arrivarci la ricetta di Greenpeace propone interventi in tutti i campi. Edilizia: case molto isolate (si abbattono i consumi fino all’80 per cento), con pannelli solari termici per l’acqua calda, impianti fotovoltaici per l’elettricità e pompe di calore. Trasporti: grande spazio al ferro, limiti di emissione rigorosi per le auto, carburanti a minor impatto ambientale. Produzione elettrica: con il business as usual i costi raddoppierebbero al 2020, la rivoluzione pulita puntando sull’efficienza e sulle fonti rinnovabili permetterà di contenere il prezzo del chilowattora oltre alle emissioni serra (è una proiezione su scala globale dello scenario californiano).


Secondo i calcoli di Greenpeace gli extracosti per il carbone da oggi al 2030 arrivano a 15,9 trilioni di dollari: più degli investimenti necessari a lanciare la rivoluzione energetica basata sull’efficienza e sulle rinnovabili.

Il clima vale una tassa

Friday, October 24th, 2008

Insomma: prendere i provvedimenti contro i gas serra e il cambiamento del clima è un investimento che renderà le nostre industrie più competitive o un salasso che le metterà definitivamente fuori mercato? È la domanda che i cittadini rimasticano dubbiosi di fronte allo scontro che contrappone il governo italiano all’Unione Europea. La risposta va cercata in un Rapporto Ue di 972 pagine irto di cifre e grafici. Ma trovarla non è facile perché il Rapporto presenta 9 possibili scenari e i costi. Che oscillano tra 9 e 25 miliardi. I politici possono quindi scegliere i numeri che fanno più comodo. Così troviamo il governo italiano schierato con Polonia, Bulgaria, Romania e Lituania contro Paesi che consideriamo economicamente più simili a noi come Francia e Germania.

Nella difesa dell’ambiente l’Europa si è data obiettivi ambiziosi: entro il 2020 il 20% di gas serra in meno, il 20% di efficienza energetica in più e il 20% di energia da fonti rinnovabili. Ora è arrivata la crisi finanziaria. Chi il programma dell’Ue non l’ha mai amato si trova tra le mani un’arma nuova e dice che non è possibile affrontare una tale spesa per l’ambiente insieme con altre questioni più drammatiche e urgenti. La decisione è rinviata a dicembre, ma il governo italiano chiede già di congelare tutto fino al 2009.

Ci sono anche strane contraddizioni. Il 10-11 ottobre a Venezia al «World Political Forum», presieduto da Mikhail Gorbaciov, tecnici, politici e comunicatori di 29 Paesi, dall’America all’Africa all’Asia, hanno chiesto un’azione forte dei media per far comprendere all’opinione pubblica e ai politici l’urgenza del problema clima. «Il tempo è scaduto - ha detto Gorbaciov -. Se non si agisce nei prossimi 10 anni, sarà troppo tardi». A Venezia c’era anche Corrado Clini, direttore generale del ministero dell’Ambiente. «Crisi finanziaria, mercato dell’energia e tutela dell’ambiente sono problemi intrecciati, che si risolvono solo affrontandoli tutti insieme», ha detto Clini. Non sembra la posizione di Berlusconi.

Sir David King, già consigliere scientifico di Blair, nel saggio «Una questione scottante» tradotto da Codice Edizioni riporta il calcolo dell’economista Nicholas Stern: affrontare l’emergenza clima oggi costa l’1% del pil, tra qualche decennio, a danni fatti, costerebbe il 20%. Allora il dilemma diventa: pensare per noi ad oggi o pensare per i nostri nipoti?
Fonte: La Stampa

Wwf, Cambiamenti climatici: più veloci, più forti, più vicini

Tuesday, October 21st, 2008

Un nuovo rapporto del World Wide Fund for Nature indica che gli stravolgimenti del clima e i consecutivi effetti superano di gran lunga quanto calcolato nelle previsioni degli scienziati dell’IPCC

L’ultimo rapporto sul riscaldamento globale pubblicato dal Comitato Intergovernativo per i Cambiamenti Climatici (IPCC) e redatto con il lavoro 4.000 scienziati da più di 150 Paesi, lanciava un allarme che non poteva essere ignorato. Ma le previsioni contenute nel documento potrebbero essere inesatte, o meglio i cambiamenti climatici stanno giocando d’anticipo sulle conclusioni dell’IPCC. A rivelarlo è oggi il Wwf nel nuovo rapporto “Climate change: faster, stronger, sooner” (Cambiamento climatico: più veloce, più forte, più vicino), redatto con il supporto di esperti internazionali di climatologia tra cui il prof. Jean-Pascal van Ypersele, professore di climatologia e scienze ambientali all’Università cattolica di Lovanio (Belgio). Secondo lo studio l’Oceano Artico sta perdendo la calotta glaciale con un anticipo di 30 anni circa rispetto alle precedenti previsioni e nel periodo estivo tra il 2013 e il 2040 i ghiacci potrebbero addirittura sparire del tutto; nelle isole britanniche e nel Mare del Nord i cicloni estremi aumenteranno in numero e intensità, portando ad incrementare la velocità del vento e i danni legati alle tempeste sull’Europa occidentale e centrale; il livello di ozono troposferico, che agisce come inquinante, potrà essere simile a quello registrato durante l’ondata di caldo del 2003, con aumenti maggiori in Inghilterra, Belgio, Germania e Francia. E anche la quantità massima di piogge annue aumenterà nella maggior parte d’Europa, con conseguenti rischi di inondazioni e danni economici.

“E’ ormai chiaro – ha affermato il prof. van Ypersele, neo-eletto vice presidente dell’IPCC – che il cambiamento climatico sta già avendo un impatto maggiore di quanto la maggior parte di noi scienziati avesse anticipato. Per questo è vitale che la risposta internazionale per il taglio delle emissioni (mitigazione) e l’adattamento sia più rapida e più ambiziosa. L’ultimo rapporto IPCC ha mostrato che i motivi di preoccupazione ora sono più forti e questo dovrebbe indurre l’Europa a impegnarsi perché l’aumento della temperatura globale sia ben al di sotto dei 2°C rispetto all’era pre-industriale. Ma anche mantenendo il limite di 2°C, secondo l’IPCC è necessario comunque che i paesi sviluppati riducano le emissioni dal 25 al 40% entro il 2020 rispetto ai valori del 1990, mentre una riduzione del 20% risulterebbe insufficiente”. Per tale motivo il WWF torna ad appellarsi alla UE affinché adotti un target di riduzione delle emissioni di almeno il 30% entro il 2020 rispetto ai livelli del 1990, senza però affidarsi pesantemente alle compensazioni per i progetti all’estero, e garantendo un supporto e un sostegno economico sostanziali ai paesi in via di sviluppo, per aiutarli ad affrontare il cambiamento climatico in atto e adattarsi agli impatti che già oggi sono inevitabili.

Fonte : La Repubblica

Clima, il governo alla Ue “Fermiamo tutto per un anno”

Sunday, October 19th, 2008

Sul clima, il governo italiano chiede una proroga. Dopo la feroce polemica tra l’Italia e l’Unione europea sugli interventi per contenere le emissioni di anidride carbonica, Roma propone di congelare la discussione per dodici mesi: “Assicurare un’analisi costi-efficacia nei prossimi 12-15 mesi; approvare a dicembre il pacchetto con una clausola di “revisione” che preveda l’aggiustamento delle misure in relazione ai risultati dell’analisi costi-efficacia da effettuare nel corso del 2009″.

Se ne parlerà lunedì a Bruxelles. Il commissario Ue all’Ambiente, il greco Stavros Dimas, ha annunciato che incontrerà i rappresentanti del governo italiano la prossima settimana. Dopo lo scontro di ieri, Dimas, “allibito” per l’ostruzionismo del premier Silvio Berlusconi, ora tenta la mediazione.

La Commissione Ue, ha sottolineato uno dei portavoce della Commissione Ue, Jens Mester - è “consapevole che alcuni stati membri hanno preoccupazioni, ma è anche fiduciosa che un accordo complessivo verrà trovato entro dicembre senza indebolire il livello generale di ambizione del pacchetto”.

Ma da Roma giungono le parole del presidente del Senato Renato Schifani che avvalora la posizione del governo italiano e avverte: la tutela dell’ambiente va in secondo piano quando il mondo finanziario subisce una crisi economica come quella che sta vivendo in queste settimane: “Consapevole del pericolo che incombe sull’economia reale - spiega Schifani - l’Europa trovi una sintesi su temi altrettanto importanti, come quello della tutela dell’ambiente, ma sicuramente meno emergenziali rispetto alla crisi finanziaria e al rischio di recessione”.


A differenza del capo dello Stato Napolitano che aveva avvisato della necessità di tenere conto dell’ambiente, il ministro Brunetta entra nella discussione a gamba tesa. “E’ una follia”, tuona il ministro della Funzione pubblica parlando a Buttrio in provincia di Udine dove partecipa a una convention all’università. “L’Italia bene ha fatto a rallentare i processi decisionali anche perché sarebbero costati dieci miliardi di euro in più al 2020. Vogliamo controlli di tipo ambientale - ha concluso Brunetta - che non uccidano però le nostre imprese e le nostre famiglie”.

Motivo del contendere è la decisione dei leader europei di tagliare il 20% di anidride carbonica rilasciata nell’atmosfera entro il 2020 aumentando l’incidenza delle fonti rinnovabili e migliorare l’efficienza energetica. Da allora la Commissione europea ha stilato le proposte legislative che in settimana sono tornate sul tavolo dei capi di Stato e di governo dei 27 con Italia e Polonia che hanno minacciato il veto se non avessero ottenuto una serie di modifiche.

Se il presidente del Consiglio italiano ieri calcolava che il prezzo per ridurre l’emissione di CO2 sarà di 18 miliardi all’anno (mercoledì erano 25 miliardi), per il commissario Ue all’ambiente Stavros Dimas, i numeri forniti da Roma “sono completamente al di fuori di ogni proporzione”: i costi per l’Italia sarebbero compresi tra i 9,5 e i 12,3 miliardi. Anzi, la rivoluzione verde “creerà nuovi posti di lavoro (0,3%), spingerà l’innovazione e darà sicurezza energetica”.

Fonte : La Repubblica

Clima, Bruxelles contro l’Italia

Saturday, October 18th, 2008

 A Bruxelles sono “allibiti”: sul costo del pacchetto di misure europee per contenere l’effetto serra, “l’Italia dà numeri sbagliati”. Se Berlusconi ieri calcolava che il prezzo per ridurre l’emissione di CO2 sarà di 18 miliardi all’anno (mercoledì erano 25 miliardi), per il commissario Ue all’ambiente Stavros Dimas, i costi sarebbero tra i 9,5 e i 12,3 miliardi.

Anzi, per la Ue, “l’Italia è uno dei Paesi che probabilmente farà l’affare migliore” sul clima, anzichè subire uno svantaggio insopportabile. Dati e cifre che provocano l’affondo di Walter Veltroni (”Berlusconi ci isola dalla Ue”) e di Ermete Realacci, ministro dell’Ambiente nel governo ombra del Pd che, lapidario, dichiara: “Come al solito, Berlusconi ci regala una pessima figura a livello internazionale”.

Ue: “Numeri sproporzionati”. Dichiarazioni pesanti quelle del commissario Ue all’ambiente Stavros Dimas: “In Italia, i numeri sono completamente al di fuori di ogni proporzione rispetto a quello che chiediamo ai Paesi di fare. Non so da dove vengono, ma non sono quelli che noi chiediamo”.

Il commissario ha voluto comunque precisare che “non c’è alcun attacco all’Italia”, anzi, “puntiamo alla massima cooperazione. Forse - ha detto tentando ai ammorbidire le precedenti dichiarazioni sui dati italiani “sproporzionati” - può esserci stato qualche malinteso; forse non abbiamo bene spiegato le nostre misure”. E poi ha spiegato: il pacchetto per contenere l’effetto serra, “permetterà all’Italia di fare l’affare migliore. Gli interventi per contenere le emissioni faranno crescere l’occupazione dello 0,3%, e il costo per lo Stato italiano non sarà l’1,4% del Pil entro il 2020, ma sarà contenuto tra lo 0,51% e lo 0,66% del Pil. Non capisco perchè l’Italia sia così pessimista”.


Veltroni: “Berlusconi ci isola dalla Ue”.
Parole che fanno gridare allo scandalo l’opposizione. Il leader del Pd Walter Veltroni accusa il governo di “isolare il nostro paese dal nucleo storico dell’Unione europea. La drammatica crisi finanziaria di queste settimane - ha detto Veltroni - non ferma i mutamenti climatici e dunque non può e non deve fermare l’impegno per arginarli”.

Replica Ronchi: “Attacco irresponsabile”. Replica secco il ministro delle politiche Europee Andrea Ronchi: “Veltroni continua con i suoi irresponsabili attacchi e conferma di non avere a cuore l’interessi dell’Italia. Il governo ha tutta l’intenzione di rispettare gli impegni presi a favore dell’ambiente - precisa il ministro - ma non può accettare un pacchetto che penalizza così pesantemente imprese e cittadini. L’obiettivo del nostro paese è di arrivare a un accordo equo”.

“Insopportabili 18 miliardi all’anno”. Roma lamenta che il pacchetto chiamato a sostituire Kyoto, i cui effetti scadono nel 2012, comporta troppi costi per economia e industria. “Non è possibile che l’Italia si addossi 18 miliardi all’anno di gravame”, ha ribadito ieri il Cavaliere al vertice Ue. La soluzione, ha aggiunto il premier, deve guardare ad una migliore ripartizione dei costi tra i vari stati che “sia basata sulla popolazione di ciascuna nazione” e non sul prezzo dei permessi di inquinare che le industrie dovranno pagare.

Entro il 2020 taglio del 20% di CO2. Il tutto si inserisce nel piano ideato dagli stessi leader Ue che chiedono, entro il 2020, il taglio del 20% delle emissioni di CO2, l’aumento delle fonti rinnovabili e il miglioramento dell’efficienza energetica.
Salta il calendario della Ue. Nella due giorni di Bruxelles il fronte del no - guidato da Italia e Polonia - è riuscito a far saltare il calendario del presidente di turno dell’Ue, il francese Nicolas Sarkozy, che puntava all’approvazione di tutte le misure prima di dicembre.

PRESTIGIACOMO RINVIARE DECISIONE UE

Monday, October 13th, 2008

Italia ”inflessibile” sulla necessita’ di rivedere il pacchetto clima-energia dell’Ue. ”In un momendo di crisi come questo e’ irresponsabile insistere su un insieme di misure” dal forte impatto economico e senza risultati ambientali non solo per il sistema Italia ma anche per le economie di altri Paesi europei. Lo ha detto il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, annunciando che l’Italia ”chiedera’ il rinvio della decisione”. Il ministro e’ tornato sul pacchetto clima al termine del Consiglio dei Ministri odierno a Napoli. L’appuntamento piu’ importante sara’ la riunione dei Capi di Stato e di Governo il prossimo 15 e 16 ottobre. Al centro la situazione economica. Da qui la richiesta di ”rinviare la valutazione” sul pacchetto clima-energia. ”Non e’ il momento per questi impegni”, ha detto Prestigiacomo sottolineando che visto che le decisioni in quella sede vengono prese all’ unanimita’ ”la posizione italiana sara’ determinante” e di ”forte peso”. ”Chiediamo - ha aggiunto Prestigiacomo - che l’ Ue tenga in considerazione l’impatto insostenibile per la nostra economia e per il nostro sistema. E anche se le scadenze delle misure non sono cosi’ vicine, non e’ il momento per decisioni cosi’ vincolanti”.

Per l’Italia si tratterebbe di fatto di una ”tassa aggiuntiva” ha proseguito Prestigiacomo dai risultati ambientali ”inutili”. All’Italia, ha spiegato quindi il ministro, il pacchetto europeo che prevede la riduzione del 20% delle emissioni di Co2, l’aumento del 20% delle rinnovabili e la crescita dell’efficienza energetica del 20% costera’ ”l’1,14% annuo del Pil nazionale senza risultati ambientali visto che l’incidenza di riduzione delle emissioni per il nostro paese sara’ dello 0,03% e per tutta l’Ue del 2-3 per cento”. Senza contare che l’Italia, ha proseguito Prestigiacomo, ”e’ costretta a investimenti piu’ onerosi rispetto a Paesi piu’ inquinatori”. Il ministro chiede quindi un rinvio sulla decisione di approvare il pacchetto entro l’anno sottolineando la ”necessita’ di aprire un vero e proprio negoziato nel momento in cui il provvedimento verra’ esaminato nel merito”. L’Europa vorrebbe arrivare all’appuntamento del dicembre del 2009 di Copenaghen, quando si dovra’ decidere il futuro dopo il Protocollo di Kyoto, con le misure gia’ approvate pensando di convincere Usa, Cina ed India ad aderire agli obblighi di riduzione delle emissioni. Ma, secondo il ministro, in questo momento ”l’Europa sembra essere sorda e non accorgersi di quello che sta succedendo nei singoli paesi senza contare le spinte di natura elettoralistica in seno al Parlamento europeo”. (ANSA).

Il Pianeta “bolle” e noi dobbiamo cambiare le piante

Thursday, September 25th, 2008

Dopo la Rivoluzione verde del ‘900, che ha aumentato la produzione di cibo, ora la sfida è migliorarne la qualità, vale a dire mantenere o aumentare i livelli di produzione in modo sostenibile dal punto di vista ambientale, sociale ed economico.

Primo punto: risparmiare l’acqua, bene irrinunciabile ma non inesauribile. Viviamo in un pianeta di sale. Il volume totale d’acqua sulla Terra è di 1.4 miliardi di Km3, ma solo il 2,5% del totale è acqua dolce. Inoltre la maggior parte dell’acqua dolce non è disponibile perché è sotto forma di ghiaccio e di neve permanente o è situato sottoterra in modo non raggiungibile. Si stima che solo lo 0,01% dell’acqua sia disponibile per gli ecosistemi e per gli uomini.

Il 10% dell’acqua utilizzata ogni giorno è usata direttamente dalla popolazione, il 20% dall’industria e il 70% dall’agricoltura. La responsabilità di un uso sostenibile è quindi da ripartire in tre aree nella stessa proporzione. Sul mondo della produzione agricola pesa il grosso della responsabilità dell’emergenza acqua. E anche dell’emergenza cibo, perché senz’acqua non c’è produzione e dunque non c’è cibo. L’alternativa alla fame e alla sete è dunque orientarsi verso piante che abbiamo minor bisogno di acqua per nascere, crescere e produrre commestibili. Il compito è ancora più difficile perché il riscaldamento globale ha avuto due effetti devastanti: ha reso molte piante inadatte, perché incapaci di crescere a più alte temperature, e ha aumentato la percentuale di terreni salini, inadatti anch’essi alla coltivazione.

Il fenomeno si crea perché, quando si irriga il suolo a temperature più elevate, l’acqua evapora e lascia sul suolo il sale. Il 20% dei suoli agricoli irrigui, su 250 milioni di ettari, è interessato dal processo di salinizzazione, il primo passo verso la desertificazione. Certamente esistono sistemi di irrigazione, anche avanzati, ma la tecnologia non è applicabile ovunque, per cui la soluzione sta nella scienza e nella sua capacità di adattare geneticamente le piante all’evoluzione del pianeta: piante che resistono alla siccità, che nascono in terreni salini e che producono cibo con meno acqua.

Dovremo quindi impegnarci sul miglioramento genetico delle piante coltivate, selezionando piante che resistano ai nuovi stress ambientali: gli agenti patogeni e alla mancanza di acqua. Ogni anno circa il 30% della produzione agricola si perde per questi due motivi, e in Africa si arriva a picchi dell’80%. Evitare queste perdite significa aumentare la produzione senza aumentare le superfici da coltivare e ridurre i costi di produzione. Oggi contro le malattie si utilizzano i pesticidi che hanno il vantaggio di salvare la pianta, ma sono costosi e inquinanti. I laboratori di tutto il mondo sono impegnati nell’obiettivo di rendere le piante più resistenti alle malattie - mettendo nel DNA geni di altre piante che hanno più difese naturali, come quelle selvatiche - e in quello di ottenere piante che siano più efficienti nell’utilizzo di fertilizzanti.

Altro obiettivo è combinare i geni per ottenere piante «water-saving». Un sistema è modificare gli stomi, che sono dei pori presenti sulla superficie delle foglie attraverso i quali la pianta assorbe CO2, ed espelle ossigeno, ma anche il 90% dell’acqua che assorbe attraverso le radici. Al Dipartimento di Scienze Biomolecolari e Biotecnologie dell’Università Statale di Milano, modificando un gene che rende gli stomi un po’ più piccoli, abbiamo realizzato una pianta che fa evaporare solo il 60% di acqua e, trattenendone di più, necessita di circa il 30% in meno di acqua. Abbiamo ottenuto questo risultato con l’Arabidopsis, la pianta modello di riferimento, e stiamo trasferendo questi risultati in piante da coltivare: presto vedremo pomodori «water-saving».

Chi è Tonelli Genetista
RUOLO
: E’ PROFESSORE DI GENETICA ALL’UNIVERSITA’ DI MILANO E LEADER DEL GRUPPO DI «GENETICA MOLECOLARE DELLE PIANTE»
RICERCHE: APPLICAZIONI BIOTECNOLOGICHE

Fonte : La Stampa

DA METANO ARTICO PROSSIMA CATASTROFE ECOLOGICA

Thursday, September 25th, 2008

Milioni di tonnellate di metano - un gas 20 volte piu’ dannoso dell’anidride carbonica per il suo contributo all’effetto serra - si apprestano ad ‘esplodere’ nell’atmosfera, rischiando di provocare una catastrofe ecologica. E’ questo l’allarme lanciato oggi sulle pagine dell’Independent. Il quotidiano britannico e’ stato il primo a parlare con gli scienziati che hanno raccolto le prove che lo scioglimento dei ghiacci e del permafrost nella regione artica sta permettendo agli enormi depositi di gas metano sottostanti di liberarsi nell’atmosfera, replicando una dinamica che gia’ in passato aveva causato drammatici cambiamenti del clima.

Secondo quanto scrive oggi il giornale, un’equipe di scienziati che ha navigato lungo l’intera costa settentrionale della Russia ha rilevato concentrazioni estremamente alte (a volte 100 volte superiori ai livelli normali) di metano in diverse aree di parecchie migliaia di chilometri quadrati della Siberia. Negli ultimi giorni, inoltre, i ricercatori hanno visto il mare ribollire a causa del gas che e’ riuscito a attraversare lo strato sottomarino di permafrost, ora in fase di scioglimento. ”In precedenza, avevamo documentato livelli elevati di metano gia’ sciolto nell’acqua. Ieri, per la prima volta, abbiamo trovato un punto in cui l’emissione di metano era cosi’ intensa che il gas non aveva il tempo di sciogliersi nell’acqua e giungeva in superficie sotto forma di bolle”, ha scritto qualche giorno fa in un’email Orjan Gustafsson, uno degli studiosi della spedizione scientifica a bordo della nave russa ‘Jacob Smirnitskyi’. Quanto registrato dagli studiosi sarebbe l’inizio di un ciclo devastante: la fuoruscita di metano accelererebbe esponenzialmente il surriscaldamento globale provocando a sua volta lo scioglimento di altro permafrost e di conseguenza liberando nell’atmosfera altro metano ancora: con il risultato di innescare un meccanismo inarrestabile.

I risultati preliminari raccolti dagli studiosi a bordo della ‘Jacob Smirnitskyi’ verranno pubblicati dalla American Geophysical Union dopo essere statu elaborati e studiati da Igor Semiletov dell’Accademia delle scienze russa. E’ dal 1994 che Semiletov controlla i livelli di metano che fuoriescono dal permafrost: ma mentre negli anni Novanta non aveva mai rilevato livelli elevati del gas, a partire dal 2003 ha trovato diverse ‘’sorgenti”. Negli ultimi decenni la temperatura delle zone artiche e’ salita di circa 4 gradi centigradi, facendo diminuire in maniera notevole l’estensione delle aree coperte da ghiacci anche durante l’estate. Secondo gli scienziati la perdita della coltre di ghiaccio rappresenta un’ulteriore spinta per un surriscaldamento globale sempre piu’ rapido, dato che l’oceano assorbe piu’ calore di quanto invece viene riflesso dalla superficie ghiacciata. (ANSA).

Arcobaleno capovolto a Cambridge un effetto dei mutamenti climatici

Friday, September 19th, 2008

Il clima cambia, l’arcobaleno pure: ora è capovolto e ha l’aspetto di un sorriso. L’immagine è stata catturata da un’astronoma, nei cieli di Cambridge. “Non ho mai visto una cosa del genere in tutta la mia carriera”, confessa Jacqueline Mitton, 60 anni, una vita spesa a scrutare il cielo. Grande è stata quindi la sorpresa quando, domenica scorsa, poco prima delle 17, si è affacciata dalla finestra della sua abitazione inglese.

Si tratta di un fenomeno molto inusuale, che ha luogo quasi esclusivamente nelle aree polari. “Devono verificarsi determinate condizioni climatiche, che certamente non capita di trovare a Cambridge. Almeno questo è quello che credevamo”, dice l’esperta. Tecnicamente l’arcobaleno capovolto si chiama “arco circumzenitale” ed è spesso difficile da individuare, perché è sempre posizionato in alto, attorno allo zenit. Si forma a causa della rifrazione dei raggi solari da parte di minuscoli cristalli di ghiaccio. I colori sono molto più vivi rispetto a quello tradizionale, che, invece, è prodotto dai raggi del sole deviati dalle gocce d’acqua. Di fatto è questa la differenza principale tra i due arcobaleni: quello normale, cui siamo tutti abituati, si forma quando la luce penetra le gocce, per poi “uscirne”; l’arco circumzenitale, invece, è dato dall’interazione tra la luce e i cristalli di ghiaccio, che la indirizzano verso il sole.

“Si tratta di un arcobaleno molto più luminoso, ed è generalmente più piccolo. Per questo i colori si distinguono meglio”, dice Simon Mitton, marito di Jacqueline e anche lui astronomo, oltre che laureato in fisica. Si va dal rosso, nella parte più vicina all’orizzonte, passando per il giallo e il verde, fino ad arrivare al blu, dalla parte dello zenit. Anche il Comune di Cambridge, tramite la sua portavoce, non ha nascosto la sua meraviglia: “Non è certo un fenomeno abituale per i cieli del Regno Unito”.

“L’arcobaleno invertito - sottolinea la Mitton - si può osservare, ma sempre in zone molto più fredde”. “Non sappiamo dire quante persone lo abbiano potuto vedere, perché non siamo riusciti a calcolarne l’estensione. Ma posso dire che si trattava di una vista davvero impressionante”. La colpa è nelle mutate condizioni climatiche, soprattutto a livello di temperature, ed è tutt’altro che improbabile che si possa verificare di nuovo

Fonte: La Repubblica

E ora il sole illumina la caccia alle balene

Monday, September 15th, 2008

“Il mio bisnonno disse a mio padre: ragazzo, un giorno l’Alaska diverrà Hawaii e le Hawaii diverranno Alaska. Il mondo si rovescerà, il freddo diventerà caldo e il caldo diventerà freddo. Il vecchio sapeva quello che diceva, perché così raccontavano i suoi antenati da generazioni. Ma mai avrebbe pensato che sarebbe toccato a suo pronipote vedere una cosa simile. Invece è successo. Sta succedendo. Ora, qui, davanti ai miei occhi”.

Nevica a poche ore dalla partenza per il Canada e il passaggio a Nord-Ovest; dal Mar Glaciale Artico un sipario umido è sceso sulla tundra nuda e senza ripari, enormi spartineve hanno già acceso i motori sulla pista dell’aeroporto, ma Henry Kignak, 46 anni e sette figli, capitano baleniere sulla costa più settentrionale del Nord America non si fa impressionare da quello che considera un temporaneo incrudimento del clima. Guarda fuori dal garage pieno di arpioni e teschi di tricheco, stringe gli occhi a mandorla e sorride. Sorridono sempre i popoli artici, anche di fronte alle catastrofi. È il loro modo di arrendersi a una natura più forte.

“Settembre… la mia famiglia ha generazioni di balenieri alle spalle, e so che per i miei vecchi questo era già un mese freddissimo, la caccia non iniziava mai più tardi di questi giorni… ora invece cominciamo ai primi di ottobre perché le balene restano sempre più a lungo e il mare è sempre più tiepido”. Ma il mestiere continua, ci tiene a dirlo, sempre con le stesse regole, è un rito che si perpetua per garantire la continuità del mondo. Le balene ci sono, anzi, negli ultimi anni sono aumentate, ne sono passate dodicimila nell’ultima stagione, e capitan Kignak continua a prendere il timone ogni primavera e autunno.


Gli uomini del nord Alaska affrontano i leviatani con dei gusci di noce. Una scialuppa di legno - 6 metri per 1,20! - coperta di pelle di foca nel mese di maggio, quando la banchisa è ancora attaccata alla terraferma e la barca deve essere spinta per miglia fino in mare aperto; e un piccolo motoscafo a settembre-ottobre con a bordo sei persone al massimo, un ramponiere, quattro uomini per le manovre e lui, il capitano; “whaling captain” Kignak.

Henry accarezza il rampone, lo impugna, sale sulla barca, mostra come si affonda nella nuca della balena, scende, lo smonta, ne estrae l’arpione e il percussore che con una piccola carica spara il colpo fatale. “Amo tutto questo, me l’hanno insegnato e io lo insegno ai miei figli, anche loro saranno capitani, anche loro dovranno svegliare i loro uomini nel grande momento, quando tutto il villaggio scende a mare “Hurry up! Hurry up!”… e poi via in mare aperto… ah, la caccia primaverile è magnifica, si sta al largo per quindici giorni senza quasi dormire, sempre su quella barchetta, con una tendina per assopirsi ogni tanto su un banco di ghiaccio… amico mio, qui non si torna a riva senza la preda”.

Ha figlie bellissime capitan Kignak, cinque femmine occhi nerissimi e capelli color ebano e bronzo lunghi fino alla vita, e sua moglie dice che cinque è il numero giusto: cinque cuoche per la carne di balena e tricheco, così i maschi possono fare il capitano e il ramponiere. Le donne del grande nord possiedono una femminilità quieta e un’astuzia imbattibile, qualità entrambe necessarie a coabitare con questa razza di maschi cacciatori. “Anche mio padre - dice lei - era un capitano e ha ucciso trentasei balene, poi si è fermato. Suo padre era arrivato a trentacinque e a lui è bastato superarlo di una”.

È arrivato il tempo di partire, regalo un mio vecchio berretto di lana al capitano ricevendo in cambio un portachiavi di pelo di orso bianco, e corro in aeroporto in un turbinio di neve. Aeroporto, si fa per dire: arrivi e partenze dell’unico aereo da e per il resto del mondo concentrano le operazioni passeggeri in un’unica stanza surriscaldata di 20 metri per 20, stipata di personaggi rudi, vestiti alla buona, di stazza superiore alla media. Cacciatori, pescatori, balenieri, viaggiatori di terre estreme. L’aereo è metà cargo e metà passeggeri, dalla stiva escono su un nastro trasportatore tonnellate di verdura fresca per le navi rompighiaccio in missione al largo.

Mi trovo nell’ultima fila del sedile di mezzo, schiacciato fra un tipo gigantesco di almeno due quintali che si addormenta all’istante, e un anziano e grintoso geofisico israeliano di nome John Kroll, che comincia a raccontarmi aneddoti sulla sua vita in mare tra gli iceberg. Negli anni Sessanta, quando ancora il Polo non si scioglieva, ha navigato per tredici mesi e mezzo a bordo di una delle isole di ghiaccio più grandi della terra, Fletchers Ice Island si chiamava, sulla quale gli americani avevano impiantato una base dell’Air Force, e che poi si sciolse negli anni Ottanta disperdendo in mare centinaia di tonnellate di equipaggiamenti e migliaia di barili di petrolio. L’uomo giusto, penso, con la memoria lunga necessaria a capire il riscaldamento climatico.

Gli chiedo cosa pensa di quello che succede. Lui: “Semplice, il pack si è ridotto della metà. Meno esteso d’estate e meno profondo d’inverno. Il ghiaccio vecchio sta scomparendo, tende a rimanere solo quello nuovo. Ormai si naviga dappertutto. Le navi con il gas siberiano attrezzate per i ghiacci, si spostano anche d’inverno tra le foci del fiume Ob e il Mar Bianco. Le navi da crociera sbarcano migliaia di turisti in Groenlandia, si infilano nel passaggio a Nord-Ovest. E le Isole Svalbard stanno diventando le Canarie”.
Le Svalbard le Canarie! Ma non è la stessa cosa che ha detto il baleniere a proposito dell’Alaska e delle Hawaii? È impressionante come nei grandi eventi la memoria leggendaria di un popolo e la ricerca possano arrivare alle stesse conclusioni. Gli eschimesi ci arrivano col mito dell’eterno ritorno, la visione ciclica della vita per cui tutto ricomincia da capo, al freddo deve succedere il caldo e al caldo è destinato fatalmente a succedere il freddo. Gli scienziati ci arrivano attraverso l’osservazione, ma la differenza non è poi tanta, sorride Kroll: “Un aneddoto diventa una storia, ma tre aneddoti sono una teoria scientifica”. Davvero il caldo si sposta a nord? “Certamente - risponde l’israeliano - l’energia solare dell’Artico è diventata più forte di quella dei Tropici. Con il sole stai in camicia anche al Polo”.

E intanto, mentre la leggenda eschimese delle Hawaii trova autorevole e illuminata conferma, l’aereo atterra a Prudhoe Bay, uno dei campi petroliferi più a nord del mondo, per riempirsi di personaggi ancora più estremi, muscolosi, tatuati e iperattivi dai colli taurini talvolta addirittura più larghi della testa. Il gigante accanto a me s’è svegliato e anche lui comincia a raccontare. Una vita in villaggi fuori mano a fare tutti i mestieri. Ora viene da Kaktovik, uno degli ultimi paesi prima della costa canadese sull’Artico, in acque più fredde in queste ore è già iniziata la caccia alla balena. Conferma che la febbre della terra è entrata anche nella sua vita. Racconta degli orsi bruni, i grizzly, che a causa del caldo si spingono sempre più a nord e cacciano dalla costa gli orsi bianchi, i quali a loro volta, per lo sciogliersi dei ghiacci, vedono ridursi giorno per giorno i loro territori di caccia. “Gli orsi bianchi sono feroci - ride - ma le assicuro che l’orso bruno è molto peggio”.

A Fairbanks non c’è ombra di neve, i colori sono ancora quelli di fine estate; sembra che la stagione voglia spremere dal paesaggio tutti i possibili languori della stagione: il giallo oro delle foglie di betulla, il rosso delle brughiere, il blu dei laghi, il bianco del monte MacKinley sullo sfondo. Un nuovo passeggero sostituisce il gigante e mi racconta che i migratori non sono ancora partiti da lì, sono già in ritardo di dieci giorni sul 2007. Due notti prima c’è stata un’aurora boreale fuori stagione, con verdi festoni nel cielo stellato, e proprio quel mattino l’alba ha fatto esplodere nel cielo colori caraibici dall’arancio al violetto.

Bisogna scendere maledettamente a sud, fino a Seattle, per poter poi risalire nel cuore artico del Canada, e a Seattle la fauna aeroportuale cambia di nuovo, drammaticamente. Spariscono i cacciatori, i “trappers” con i loro zaini giganteschi, ed entrano in scena le truppe metropolitane con le loro donne iper-eccitate dalla voce nasale, le loro arie condizionate e i loro sprechi di ogni tipo. Tutto quello che distrugge l’Artico ce l’ho improvvisamente davanti, tra il Pacifico e le Montagne rocciose, nell’ultimo west americano.
Da qui, tempeste di neve permettendo, saliremo a settentrione verso il punto più segreto del passaggio a Nord-Ovest, l’isola di re William dove Roald Amundsen si fermò per due inverni dopo aver superato la parte più difficile dell’arcipelago canadese. Accadde in un porto degli Inuit che fu battezzato “Gjoa”, come la piccola nave dell’esploratore scandinavo. È lì il “diaframma”, il punto - chiave dove il nuovo clima ha definitivamente aperto la circumnavigazione polare. Imbarcandoci, su un giornale troviamo un’ultima notizia: “I ghiacci della California stanno crescendo”. L’ultima conferma che l’eschimese aveva ragione.

Fonte : La Repubblica