Archive for the ‘Animali’ Category

La Medicina Omeopatica per la cura degli animali

Sunday, March 14th, 2010
intervista ad esperti veterinari omeopatici
Negli ultimi anni, a fronte di una maggiore informazione, c’è stato un aumento della richiesta di cure omeopatiche per gli animali.
 “ Il cliente tipico che si rivolge al veterinario omeopata è il paziente che ha provato e ottenuto su di sè i benefici di questa terapia e chiede lo stesso tipo di cure per il proprio animale, tuttavia all’omeopatia veterinaria arrivano anche proprietari che non hanno conoscenze in merito ma sono scoraggiati, delusi e provati da una medicina improntata all’iperspecializzazione a scapito della considerazione per il paziente. Anche l’attenzione che i veterinari omeopati pongono da anni nella circolazione della corretta informazione tra colleghi ha dato i suoi frutti e all’omeopatia giungono finalmente molti casi di referenza, con un beneficio che si ripercuote sul sapere scientifico in generale, poichè la medicina è una e diverse le possibilità terapeutiche”.
 Chi parla è la D.ssa Maria Serafina Nuovo, Veterinario Omeopata, Veterinario Comportamentalista, Presidente SIMVeNCo, Docente Scuola Medica Omeopatica Hahnemanniana di Torino, Iscritta al Registro Italiano degli Omeopati Accreditati.
 Chiediamo alla dott ssa Nuovo quali sono i motivi che hanno indotto molti proprietari e allevatori a ricorrere all’omeopatia per la cura dei loro animali?

 “ Il ruolo sociale dell’animale è altissimo: componente della famiglia in ambito cittadino, con tutto ciò che questo significa nel bene e nel male, è elemento fondamentale nell’approccio al biologico in ambito rurale. In entrambi i campi la necessità di assicurare agli animali quel benessere che, secondo le indicazioni dell’oms, non sia solo assenza di sintomi ma miglioramento della qualità della vita sotto tutti i suoi aspetti, porta ad una richiesta sempre crescente di trattamenti omeopatici mirati e ad un interesse verso una informazione corretta ed esaustiva. L’omeopatia è cura ma anche prevenzione rispetto a potenziali manifestazioni cliniche e questo si evidenzia in modo particolare nel giovane dove,con l’uso di rimedi omeopatici opportunamente prescritti, secondo criterio di similitudine e dopo attenta e corretta valutazione delle capacità reattive dell’individuo, l’organismo è in grado di rispondere agli eventi avversi e riportarsi in condizioni di omeostasi in modo veloce e stabile. L’effetto è una drastica riduzione nell’uso di farmaci ponderali, cosa importantissima quando si parla di allevamento rurale per le sue ripercussioni sull’ambiente (minore inquinamento ambientale, minori residui nelle produzioni di origine animale) ma altrettanto importante per il cane e il gatto con cui condividiamo gioie e dolori di una giornata in città”.
 Chiediamo ancora alla Dott.ssa Nuovo di descriverci il quadro della realtà istituzionale della veterinaria omeopatica italiana.
 “L’istituzione più importante è l‘UMNCV (unione di medicina non convenzionale veterinaria): si tratta di un organismo politico, a cui aderiscono i rappresentanti delle varie scuole e associazioni veterinarie che si occupano di medicine non convenzionali. E’ molto attivo e ha ottenuto importanti riconoscimenti per la veterinaria in ambito istituzionale (definizione di atto medico veterinario/ articolo dedicato nel codice deontologico vet/ criteri di valutazione degli esperti in mncv/ formazione in omeopatia e agopuntura). Attualmente è entrata nel tavolo di lavoro sul farmaco veterinario del Ministero della Salute e sta fornendo le informazioni corrette per un inquadramento del farmaco omeopatico in veterinaria. Si pone al momento anche come interlocutore nell’ambito della ricerca in veterinaria.
 Inoltre esiste la SIMVENCO (società italiana di medicina veterinaria non convenzionale) nasce all’interno del grande contenitore costituito dalla SCIVAC (società italiana veterinaria animali da compagnia) che comprende numerose società scientifiche affiliate. Il suo scopo è apportare conoscenze, condividere le esperienze cliniche e le acquisizioni che gli omeopati veterinari sparsi sul territorio italiano vanno accumulando e verificando. Organizza due incontri l’anno, sempre di alto livello di preparazione”.
Chiediamo invece al dott. David Bettio, medico veterinario responsabile del DIPARTIMENTO VETERINARIO della FIAMO ( Federazione dei Medici Omeopatici Italiani) qual è l’interesse della classe veterinaria italiana per la medicina omeopatica.
” Le Medicine non convenzionali hanno sempre suscitato, fin dalle loro rispettive origini, curiosità, stupore, interesse scientifico e professionale, opportunità terapeutica, motivo di riflessione o di contrarietà. La loro diffusione è cresciuta in maniera esponenziale in tutto il mondo, contestualmente alle cresciute esigenze terapeutiche di pazienti sempre più attenti alla propria salute ed alla volontà dei terapeuti di fornire “alternative” valide ed efficaci. Basti solo ricordare che in Italia ormai più 11 milioni di persone si curano con tali metodi e tali metodi vengono graditi per le terapie dei propri animali.
 Anche la Medicina Veterinaria ha dovuto adeguarsi a queste rinnovate esigenze terapeutiche. Almeno il 25% dei Medici Veterinari sono venuti a conoscenza (più o meno profonda) di possibilità di cure “ alternative” per gli animali. Di questi, almeno il 50% pratica in maniera più o meno continua almeno una disciplina “alternativa”. Di tutti i Medici Veterinari che non conoscono tali discipline, almeno il 30% vorrebbe conoscerne una o più.
 I risultati terapeutici, molto interessanti, stimolano una pressante richiesta d’intervento veterinario da parte dei Proprietari e d’Allevatori con terapie di questo tipo. La zootecnia biologica non può prescindere dall’uso di tali discipline biomediche. I medicinali omeopatici non rappresentano un problema per i residui chimici negli alimenti di origine animale garantendo in tal senso una assoluta sicurezza sanitaria per l’uomo(residuo zero - tempi di sospensione zero giorni) tali da essere indicati come terapie preferenziali nella normativa CE per le produzioni biologiche (Documento 391R2092, Documento 399R1804, Regolamento CE 2092/91, Regolamento CE 1804/99 , Regolamento CE 834/2007)
 In Medicina Veterinaria molte, ma non tutte le MNC, trovano riscontro pratico-terapeutico e vengono regolarmente utilizzate. La medicina omeopatica nelle varie espressioni è la più applicata e utilizzata nel campo animale, sia per gli allevamenti sia negli animali da compagnia, con notevoli risultati terapeutici nel trattamento della affezioni acute, nella patologie croniche ed da poco anche nel campo dell’oncologia veterinaria.
L’utilizzo dell’Omeopatia in Veterinaria è Atto medico sancito nell’Art. 30 del Codice Deontologico.”
  Al dott. Mauro Dodesini, veterinario di Bergamo, Docente della Scuola Internazionale di Omeopatia Veterinaria di Cortona e del Centro di Omeopatia di Milano,che ha presentato recentemente diversi lavori su patologie ortopediche veterinarie chiediamo quali sono stati i risultati delle sue ricerche:
“nella displasia dell’anca del cane la mia esperienza  ad oggi è di 246 casi con guarigione superiore al 80% dei casi trattati, per  quanto riguarda le lesioni del legamento crociato del cane su 93 casi trattati il successo terapeutico si è avuto in più del 80 % dei casi, infine nei 61 casi di displasia del gomito ben 59 casi hanno avuto un completo recupero funzionale dell’arto.”bibliografia

  1.  A double-blind placebo-controlled study into the efficacy of a homeopathic remedy for fear of firework noises in the dog (Canis familiaris), Nina R. Cracknell, Daniel S. Mills *- The Veterinary Journal 177 (2008) 80–88
  2. A Potentized Homeopathic Drug, Arsenicum Album 200, Can Ameliorate Genotoxicity Induced by Repeated Injections of Arsenic Trioxide in Mice, P. Banerjee1, S. J. Biswas1, P. Belon2 and A. R. Khuda-Bukhsh1,3 - J. Vet. Med. A 54, 370–376 (2007)
  3. Animal models for studying homeopathyand high dilutions: Conceptual critical review, Leoni Villano Bonamin1,2,* and Peter Christian Endler3 - Homeopathy (2010) 99, 37–50
  4. Chronic toxicological effects of high diluted solutions of Aveloz (Euphorbia tirucalli L.) on healthy mice: a preliminary study Marcia CBN Varricchio1 (DSc), Cristiane Pereira1, Fernanda Sales1, Teresa Gomes1, Elaine Daudt2, Carolina Lessa Aquino2, Gleyce Moreno Barbosa1, Nelson Gomes, Alexandre dos Santos Pyrrho1 (DSc), Paulo Eduardo Mansur Hobaica1, Morgana Castelo Branco1 (DSc), Ricardo Kuster1, Carla Holandino1 (DSc) 1Federal University of Rio de Janeiro, 2University of Rio de Janeiro - Int J High Dilution Res, v.7, issue 25, p.174-178, December 2008
  5. Comparison of Homeopathy, Placebo and Antibiotic Treatment of Clinical Mastitis in Dairy Cows – Methodological Issues and Results from a Randomized-clinical Trial, L. Hektoen1,2, S. Larsen1, S. A. Ødegaard1 and T. Løken1 - J. Vet. Med. A 51, 439–446 (2004)
  6. Effects of High Diluted Solutions of Palicourea marcgravii St Hill in Rats Poisoned by Aqueous Extracts of This Plant Luiz Figueira Pinto (DSc), Lilian Rangel de Castilhos1, João Telhado (DSc), Ticiana do Nascimento França (DSc), Marilene de Farias Brito (DSc), Paulo Vargas Peixoto (DSc). Federal Rural University of Rio de Janeiro, (1) University Centre of Vila Velha (ES) - Int J High Dilution Res, v.7, issue 25, p.193-198, December 2008
  7. Evaluating Complementary Therapies for Canine Osteoarthritis—Part II: A Homeopathic Combination Preparation (Zeel_) Anna Hielm-Bjo¨ rkman1, Riitta-Mari Tulamo1, Hanna Salonen2 and Marja Raekallio1 - eCAM 2009;6(4)465–471
  8. Homeopathy versus antibiotics in metaphylaxis of infectious diseases: a clinical study in pig fattening and its significance to consumers. Albrecht H, Schutte A. - Altern Ther Health Med 1999 Sep;5(5):64-8
  9. Medicinal Animals as Therapeutic Alternative in a Semi-Arid Region of Northeastern Brazil Rômulo R.N. Alvesa Maria G.G. Oliveiraa Raynner R.D. Barbozaa Ranjay Singhb Luiz C.S. Lopeza - Forsch Komplementmed 2009;16:000–000
  10. Outcomes from homeopathic prescribing in veterinary practice: a prospective, research-targeted, pilot study RT Mathie_, L Hansen, MF Elliott and J Hoare - Homeopathy (2007) 96, 27–34
  11. Reduction in the Number of Infective Trichinella spiralis Larvae in Mice by Use of Homeopathic Drugs, Nirmal C. Sukul Sudeshna Ghosh Santi P. Sinhababu - Forsch Komplementärmed Klass Naturheilkd 2005;12:202–205
  12. Efficacy of the Potentized Homeopathic Drug, Carcinosin 200, Fed Alone and in Combination with Another Drug, Chelidonium 200, in Amelioration of p-Dimethylaminoazobenzene–Induced Hepatocarcinogenesis in Mice, SURJYO JYOTI BISWAS, Ph.D., SURAJIT PATHAK, M.Sc., NANDINI BHATTACHARJEE, M.Sc., JAYANTA KUMAR DAS, Ph.D., and ANISUR RAHMAN KHUDA-BUKHSH, M.Sc., Ph.D. - THE JOURNAL OF ALTERNATIVE AND COMPLEMENTARY MEDICINE Volume 11, Number 5, 2005, pp. 839–854

Fonte: La Stampa

Cani, il triste primato della Romania:22 milioni di abitanti, 2 milioni di randagi

Friday, March 12th, 2010

 Con più di due milioni di cani di strada su 22 milioni di abitanti, la Romania ha ancora oggi il triste primato del più grave randagismo di tutta l’Unione Europea. I brutali accalappiamenti a tappeto e le uccisioni nei canili pubblici assai simili a giorni infernali iniziarono nel marzo del 2001 per ordine di Traian Basescu e furono legali fio a due anni fa, quando il Parlamento approvò la legge 9/2008 che formalmente impedì il massacro. Ma è cambiato qualcosa? Lo chiediamo a Sara Turetta, presidente della onlus italiana Save the Dogs che da quasi dieci anni lavora nel Sud-Est della nazione balcanica, tra le cittadine di Cernavoda e Medgidia, per cercare di alleviare il problema utilizzando il metodo della sterilizzazione e del rilascio sul territorio, l’unico ritenuto efficace dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. «La gestione del problema in Romania purtroppo non è cambiata da due anni a questa parte. Sono pochissimi i comuni che hanno scelto di sterilizzare. La maggioranza continua a eliminare i cani con campagne di avvelenamento o con rastrellamenti che li portano nei canili pubblici da dove nessuno esce vivo. La legge del 2008 è rimasta lettera morta. E infatti il randagismo è totalmente fuori controllo».

 

Vite da marciapiede Vite da marciapiede    Vite da marciapiede    Vite da marciapiede    Vite da marciapiede    Vite da marciapiede    Vite da marciapiede    Vite da marciapiede

DIECI ANNI DI MATTANZA - Di primo acchito può apparire difficile capire perché, nonostante quasi un decennio di mattanza, il randagismo sia più grave che mai. Per comprenderlo ci viene in aiuto ciò che in merito afferma l’Oms. Se si fa piazza pulita di cani in una zona, le risorse alimentari della stessa, fossero anche solo discariche di spazzatura, diventano disponibili per i cani superstiti dei territori limitrofi che, quindi, prendono il posto di quelli uccisi continuando a riprodursi, rafforzati tra l’altro dalla minore competizione.

OBIETTIVO SETERILIZZAZIONI - «Abbiamo scelto la via della sterilizzazione perché è la più efficace ed etica e la pratichiamo non solo sui cani randagi ma anche, gratuitamente, sugli animali di proprietà che, meglio nutriti e spesso lasciati vagare per buona parte del tempo, si riproducono con più successo se non interveniamo» continua Sara Turetta. E afferma: «Per risolvere il problema serve un coordinamento a livello nazionale, con il coinvolgimento delle autorità locali e, soprattutto, serve la volontà politica di avviare un progetto del genere. Purtroppo, nessuna delle istituzioni romene ed europee sembra averne capito l’urgenza». E l’urgenza, viene da aggiungere, si poteva evitare intervenendo una trentina di anni fa, quando il problema del randagismo iniziò a incistarsi nel corpo della società romena soprattutto a causa della politica urbanistica di Ceausescu che cambiò il volto delle città, sostituendo alle tradizionali case con cortile gli anonimi palazzoni in stile sovietico dove, per legge, era proibito ai cittadini portare i propri cani con sé.

IL CAMPER DI «SAVE THE DOGS» - Se a sterilizzare fossero gli enti pubblici invece che poche ong straniere il problema diventerebbe gestibile nel giro di qualche anno con un dispendio economico via via minore per la popolazione rispetto agli esorbitanti fondi stanziati dalle amministrazioni per le uccisioni. Proprio l’esempio di Save the Dogs, dati alla mano, dovrebbe spiegare a chiare lettere la via da seguire: l’apertura del centro veterinario con annesso rifugio di Cernavoda e l’instancabile attività di un camper mobile in tutta l’area della Dobrogia hanno portato nei soli ultimi cinque anni alla sterilizzazione di 11.839 cani e all’adozione, in Italia, Svezia, Olanda, Svizzera e Finlandia, di più di duemila animali. In questo modo, la popolazione canina dell’area di Cernavoda, che prima dell’inizio del lavoro della onlus italiana ammontava a 2000 esemplari, è scesa ai 500 attuali. Un esempio luminoso che anche il nostro Paese dovrebbe seguire per limitare il fenomeno dei cani vaganti, grave soprattutto al Sud.

Fonte: Corriere della Sera

Scoperto in Antartide un “pinguino nero”

Friday, March 12th, 2010

Altro che pecora nera: questo pinguino scovato sull’isola South Georgia, nell’Antartide, è già una celebrità. Se gli appartenenti alla sua specie si fanno notare per l’elegante piumaggio simile ad uno smoking - con il dorso scuro, di colore grigio-blu; la parte frontale bianca; il capo nero -, questo pinguino imperatore è completamente nero. Abita nelle latitudini più meridionali del mondo, sulle coste e l’altopiano centrale dell’Antartide e, a differenza degli altri pinguini imperatori, è monocromatico. Andrew Evans, fotografo della nota rivista “National Geographic” è rimasto a bocca aperta quando ha catturato l’uccello polare nell’obbiettivo della sua fotocamera.

QUESTIONE DI GENI - Esperti biologi ne parlano, e la foto fa il giro del web: «La possibilità di scoprire una simile mutazione è una su una miriade». Oltretutto, l’animale non presenta nessuna malattia apparente: «Basta guardare le sue grosse zampe, è un mostro», ha scherzato un ricercatore. Se non è una novità che tra gli uccelli variopinti ci siano spesso delle variazioni di colore, il melanismo è fenomeno estremamente raro, ha spiegato il biologo Alan Baker dell’università di Toronto. In questo specifico caso i depositi di melanina sono presenti in parti del corpo del pinguino nero che normalmente non si trovano in natura. I geni sono probabilmente i responsabili per la sovraproduzione della sostanza, che colora piume o pelliccia. I ricercatori, tuttavia, non escludono anche altri fattori per l’inconsueto abito. Ciononostante, il fenomeno tra i pinguini è talmente raro che finora non esiste alcuno studio scientifico in merito

Fonte: Corriere della Sera

Tanzania, lo sterminio degli elefanti e la fame insaziabile di avorio in Oriente

Friday, March 12th, 2010

Dal 13 al 15 marzo a Doha si discuterà della richiesta del governo di Dar Es Salaam di riaprire, anche se parzialmente, il mercato dell’avoriodal nostro inviato CARLO CIAVONI

 

Tanzania, lo sterminio degli elefanti e la fame insaziabile di avorio in Oriente

DAR ES SALAAM - Se è ridicolo parlare di etica ai bracconieri che ammazzano elefanti, quando l’avorio vale 5 mila euro al chilo, è certamente più praticabile il tentativo di indurli alla riflessione e ad accettare l’idea che continuare a sparare può voler dire che entro pochi anni di elefanti non ce ne saranno più. C’è chi di anni dice che ne trascorreranno 7 o 8 , chi 15, prima della definitiva scomparsa. Ma sta di fatto che se alla voracità dei mercati, soprattutto asiatici, non si pone un freno, il destino dei pachidermi tanzaniani sembra segnato. 

L’appuntamento di Doha. Dopo una quindicina d’anni di tregua, in Tanzania si sta chiedendo di rendere di nuovo legale il commercio dell’avorio, sebbene in una quantità limitata a 90 tonnellate. La proposta sarà esaminata dal 13 al 15 marzo a Doha, nel Qatar, dal Cites (la Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate). Ma c’è chi è pronto a dimostrare che questa proposta sia una farsa, anche in contrasto con la pretesa riattivazione del mercato dell’avorio, in funzione di un incremento delle entrate dello Stato. Considerando il prezzo medio dell’avorio, venduto nelle precedenti aste, le 90 tonnellate in questione porterebbero a un ricavato di circa 14-15 milioni di dollari. La proposta prevede che nessuna ulteriore richiesta di vendere avorio sarà fatta per altri 6 anni, quindi 15 milioni di dollari diviso 6 anni, fa 2.5 milioni, che il governo metterebbe a disposizione della conservazione dei parchi.

I conti che non tornano. Ora è evidente a tutti come il turismo, solamente tramite il pagamento per l’ingresso nei parchi o nelle riserve, porta all’erario circa 80 milioni di dollari all’anno. Il business del turismo rappresenta il 17% del pil del paese (considerando che il 45% circa è rappresentato da aiuti internazionali) per un valore di circa 3 miliardi di dollari l’anno. Si capisce così che il ricavato dalla vendita dell’avorio rappresenta lo 0,01% di quello che il turismo rappresenta per il paese

Le ammissioni del governo. Il governo tanzaniano ammette che c’è un problema di bracconaggio e lo fa per bocca di un primo segretario del ministero, il quale - in un’intervista al quotidiano Majira - dice che la situazione è grave e che non ci sono controlli alle dogane, perché la polizia è corrotta e fa passare i container carichi di avorio. Ma aggiunge che adesso la nuova strategia del governo è quello di chiedere nuove risorse per combattere il bracconaggio.

La protesta degli albergatori. L’associazione alberghiera è fermamente contraria alla decisione del governo di chiedere una riapertura del mercato, in quanto - da un lato - danneggia l’immagine del paese e - dall’altro - il bracconaggio rischia di minare la prima industria del paese, cioè il turismo. La Tanzania vive sui safari fotografici, che fissano con i loro clic una natura incredibilmente bella e ricca.

Le cifre di uno sterminio. Ogni elefante ammazzato garantisce una media di 7 chili di avorio. Per alimentare l’attuale ritmo del mercato mondiale, ogni anno si uccidono circa 40.000 elefanti. Lo dimostrano i dati del 2009, con nuovi record di sequestri di avorio. Sebbene le analisi del dna degli animali uccisi non siano state ancora autorizzate, dalla Tanzania è certa la partenza di tonnellate di avorio verso numerosi porti asiatici, come Haiphong, in Vietnam, o Manila nelle Filippine, per un totale di 14.380 chili.

Del resto, a dimostrare un nuovo rilancio del bracconaggio, ci sono i report della comunità alberghiera e dei censimenti. Si sa, ad esempio, che nel 2006 c’erano 74.000 elefanti nel Selous, 45 mila chilometri quadrati, uno dei parchi del Sud della Tanzania considerato scenograficamente il più bello, che porta il nome (non a caso) di Frederick Courtney Selous, celebre cacciatore bianco. Un territorio disabitato senza tracce umane, dove abitano circa 750.000 mammiferi. Nel 2009 di elefanti ne sarebbero rimasti circa 40.000, secondo il direttore del Wildlife Division, Erasmus Tarimo, a capo dell’ente preposto alla tutela e salvaguardia della flora e della fauna, che agisce sotto le dipendenze del ministero dall’Ambiente e del Turismo. Dunque, in soli 4 anni, al contrario di quanto affermano i documenti ufficiali del governo tanzaniano, inviati al Cites  (che parlano di crescita della popolazione dei pachidermi di 5% annuo) all’appello mancherebbero in realtà più di 30.000 elefanti. Una diminuzione media del 20%.  E del 42% solo nella riserva del Selous.

Gli altri paesi africani. C’è una proposta avallata da altri 16 paesi africani, in testa il Kenya e paesi della costa occidentale, che proprio per scongiurare il dramma del bracconaggio (nell’Africa occidentale gli elefanti sono ormai scomparsi) chiede invece una moratoria di 20 anni sul commercio dell’avorio. C’è così un asse composto da sei paesi africani (Sudafrica, Namibia, Botswana, Zimbabwe, Tanzania e Zambia) che chiede di riaprire i giochi del mercato dell’avorio, mentre altri 16 paesi (tra i quali Kenya, Mali, Etiopia, Nigeria, Senegal) vogliono invece fermare per almeno vent’anni il massacro.

La storia del bracconaggio. Questa del floridissimo mercato dell’avorio e del bracconaggio a esso collegato è una storia vecchia. Che comincia in Africa negli anni ‘60-’70, anche se fu soprattutto nel decennio successivo che la popolazione di elefanti cominciò a essere decimata. Uno sterminio in tutta l’Africa e in Tanzania in particolare, con centinaia di migliaia di animali decapitati per ricavare avorio, in un momento in cui in Europa e in America il prezioso materiale faceva furore nella moda.

Nel 1989 si arrivò al bando totale del commercio e da allora la popolazione di elefanti, in tutta l’Africa, ebbe una netta ripresa, al punto che in Tanzania raddoppiò e il bracconaggio sembrò pressoché scomparso. Nel 1997 il Sudafrica chiese il permesso al Cites (Conference for International Trade on Endangered Species) di vendere al Giappone l’avorio che aveva stoccato. Così da quell’anno nelle vetrine di Tokyo si ricominciò a rivedere avorio legalmente in vendita. Furono le prime scintille che rimisero in moto un meccanismo di dimensioni mondiali, che non poteva sottrarsi a una delle leggi fondamentali dell’economia, per cui dal momento che un prodotto viene immesso sul mercato la domanda comincia a salire. Ma siccome le quantità di avorio “legale” disponibile erano limitate, dal 1997 in poi il bracconaggio ha ricominciato a diffondersi in tutta l’Africa.

Il bluff delle morti naturali. Nel 2002 altri paesi dell’Africa meridionale chiesero e ottennnero il permesso di vendere i loro stock di avorio, provenienti da animali morti per cause naturali. Nessuno obiettò, ma ci si accorso subito dopo che l’immettere sul mercato piccole quantità di una merce molto pregiata significava riaccendere una domanda che non poteva essere soddisfatta solo con avorio proveniente da animali morti per cause naturali. Quindi… Nel 2006 la Tanzania aveva già provato a richiedere al Cites di poter vendere il proprio avorio, ma poi ritirò la richiesta a causa di alcuni scandali interni, che collegavano la wildlife division a episodi di bracconaggio.

La minaccia che viene da Oriente.
La sorte degli elefanti tanzaniani - ma a questo punto anche quelli di altre aree del continente - è oggi minacciata da un altro fattore. Il Cites ha esteso il mercato, oltre che al Giappone, anche alla Cina, ormai pienamente legittimata ad acquistare avorio africano. Questo potrebbe essere l’inizio del definitivo disastro. L’appetito onnivoro del colosso asiatico per l’avorio, il legname, così come per tutto il materiale necessario a creare energia, o per tutte le immense ricchezze africane, è insaziabile. Dal 2005 in poi, il bracconaggio cresce in modo esponenziale, particolarmente nel sud della Tanzania. Nel 2009 si scopre che un certo numero di container sequestrati nel 2006 in Asia contenevano avorio della stessa regione africana, la riserva del Selous, in Tanzania e il parco Niassa, in Mozambico, una regione al confine tra i due paesi. Una scoperta, suffragata da un team di scienziati e dall’Interpol, che ha confermato come la caccia agli elefanti sia ripresa alla grande, in perfetta sintonia con l’allargamento delle maglie della rete che per qualche anno ha contenuto o bloccato la fame di avorio del mondo ricco. Un dramma nell’equilibrio dell’ecosistema di intere aree dell’Africa, tutto sulla coscienza di organizzazioni criminali multinazionali, e non certo di singoli bracconieri

Fonte: La repubblica

Foer, perché mangiare animali è lo stesso che divorare uomini

Wednesday, March 10th, 2010

L’ultimo libro di Jonathan Safran Foer, pubblicato da Guanda (pagine, 363, euro 18) è un’opera grandiosa e sconvolgente e, per quando vale il mio giudizio, da leggere assolutamente e da far leggere al maggior numero di persone possibile. Per dare a questo volume intitolato: Se niente importa - sottotitolo - perché mangiamo gli animali? - un inquadramento minimale, si può dire che è un «saggio» sull’alimentazione nelle sue ricadute etiche e filosofiche, ma è anche una denuncia, una perturbante opera morale e insieme una perorazione potentissima a favore di una scelta di vita vegetariana. Se non avessi già scelto di orientarmi in direzione del vegetarianesimo sarei diventato vegetariano già a pagina 30 di questo libro. Anche io ho di recente licenziato un piccolo scritto costruito sul fil rouge di un accorato appello a favore di un’alimentazione priva di violenza e di sangue e segnalo al lettore di questi miei commenti che è in ragione di questa coincidenza che mi è stato chiesto di recensire una pietra miliare di questo calibro, mirabile, vuoi per maestà dell’argomentare, vuoi per altissimo pregio letterario che avrebbe meritato ben altro chiosatore.

Jonathan Safran Foer, a mio parere, è non solo grandissimo scrittore, ma anche un profondo pensatore morale. Già un altro grande della letteratura ebraico-americana, l’ultimo esponente letterario della lingua yiddish, Isaac Bashevis Singer, aveva lanciato un terribile monito: «Nei confronti degli animali siamo tutti nazisti, per gli animali Auschwitz continua per sempre». Jonathan Safran Foer attraverso le sue parole, incise nella materia dell’orrore con la forza incontrastabile di una scrittura sacra, dipana davanti a noi lo sterminio di cui, in quanto esseri umani, in stragrande maggioranza, siamo responsabili diretti, complici, volontari, o indifferenti e distratti, di una violenza atroce e spietata, in gran parte gratuita, inutile, e tossica per i nostri corpi e le nostre anime.

Il lettore che eventualmente si fidi della mia appassionata sollecitazione non si aspetti di incontrare uno di quei libri provocatorii ed aggressivi nei confronti degli onnivori, né tantomeno una di quelle operazioni-provocazione impiantate su un sensazionalismo di maniera, mirante a suscitare facili rigurgiti di pietà o di commiserazione. Qui siamo di fronte a ben altro. Non c’è nessuna retorica dell’intimidazione o del ricatto nello scrittore. L’impressionante e documentata vastità delle informazioni che Safran Foer sottomette alla nostra responsabilità è sorretta da un’incessante interrogazione alla ricerca di senso e di intelligenza.
L’argomentare ininterrotto e rischioso ci chiede di riconoscere contraddizioni, paradossi e verità inquietanti, coniuga l’appello all’ascolto delle ragioni dell’anima con l’ascolto della ragione dell’intelletto. È un’assillante pungolo a riconsiderare la questione della relazione con la vita e con noi stessi attraverso lo sguardo della nostra pervertita relazione con il mondo animale, per come lo intendiamo genericamente, ma anche con tutto il creato e le sue creature viventi, come non sappiamo più pensarlo, perché la routine dell’alienazione ci ha espropriati dell’interiorità.

Il nucleo radiante di questo cammino di Jonathan Safran Foer è un insegnamento della nonna, un’ebrea perseguitata e sopravvissuta che ha conosciuto l’inferno sulla terra e che ridotta allo stremo delle forze dalla persecuzione, sfinita e devastata dalla fame, seppe astenersi dal mangiare un pezzo di carne di maiale per non trasgredire un comandamento, spinta da questa incrollabile convinzione: «Se niente importa, allora perché vivere?».

Jonathan Safran Foer muove dall’intuizione che il grande ammaestramento donatogli da sua nonna nulla ha a che fare con il fanatismo e tantomeno con la religione. È la prescrittiva religiosa ebraica stessa a consentire la trasgressione dei comandamenti se la vita è in pericolo. Il «se niente importa… » attiene alla dignità della vita e ancor più alla dignità del senso stesso della vita. Assillato da questo monito etico, definitivo come il più memorabile dei versetti biblici, Jonathan Safran Foer costruisce il suo cammino nella nostra relazione con l’animale attraverso un respiro creativo che attinge alla molteplicità delle cifre letterarie: dalla riflessione filosofica, alla enumerazione, dall’invenzione grafica, alla graficità liturgica, dalla lettera alla testimonianza, dalla critica letteraria alla citazione e questa molteplicità converge in un fiume di parole che cambia definitivamente non solo il nostro sguardo sui nostri infelici e brutalizzati compagni di pianeta, ma anche lo sguardo intimo sulla nostra relazione con il carnefice che nutriamo in noi nel nostro seno oscuro.

Ecco il cimitero dei bufali: è nascosto nella pineta di Castel Volturno

Wednesday, March 10th, 2010

Non servono al latte, e neppure alla carne così vengono soppressi appena nati e le carcasse gettate alle spalle della pineta di Castel Voturno, dove sorge un cimitero di bufali. Macabra scoperta nella mattinata di oggi, mercoledì, da parte degli uomini del corpo forestale dello Stato, della locale stazione, diretti da Paolo Verdicchio. In una parte della pineta, dove l’acqua assume le sembianze di una palude, sono stati rinvenuti i corpi senza vita di decina di bestie di pochi mesi. Il responsabile della forestale della provincia di Caserta, Nicola Costantino, ha informato la Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere e disposto una serie di accertamenti tra le aziende zootecniche della zona per identificare i responsabili dell’uccisione degli animali.

 

SOPPRESSI E ABBANDONATI - Secondo Costantino si tratta di un fenomeno diffuso, i bufalini appena nati vengono strappati dopo uno o due giorni alla madre e lasciati morire nelle campagne, gettati nei canali o nei fossi, soffocati con la paglia o anche seppelliti ancora vivi. Sarebbero stati dunque gli allevatori, proprio perché i bufali maschi al contrario delle bufale non danno il latte alla base della mozzarella e non sono richiesti per la commercializzazione delle carni, a usare uno dei laghetti della pineta di Castel Volturno come cimitero dei bufali. Alcuni erano addirittura ancora integri mentre di altri sono state rinvenute solo le ossa, a testimoniare una pratica prolungata nel tempo.

Fonte: Corriere della Sera

Agli italiani non piace la caccia Sette su dieci sono contrari

Monday, March 8th, 2010

Sette italiani su dieci sono fortemente contrari alla caccia, due non prendono una posizione decisa, uno è a favore. Non è una gran percentuale per il partito delle doppiette che sta cercando di allargare ulteriormente i confini della stagione venatoria. Ma le quotazioni dei cacciatori potrebbero ulteriormente peggiorare: basta seguire i consigli di chi spinge verso la caccia no limits.

GUARDA I RISULTATI DEL SONDAGGIO

Lo scenario degli umori legati alle proposte di deregulation venatoria è ben descritto dall’indagine condotta, nelle 13 regioni al voto, da Ipsos per conto di Enpa, Lav, Legambiente, Lipu e Wwf. Il sondaggio, che ha coinvolto un campione di 980 persone, parte da una domanda riferita alla norma che fa saltare una data di inizio e di fine della stagione venatoria uguale per tutti aprendo le porte alle deroghe: “Il testo di legge approvato al Senato, dovrà ora essere discusso alla Camera dei deputati. Secondo lei cosa dovrebbe fare il Parlamento?” Due italiani su tre rispondono dicendo che a questo punto bisogna varare un testo più restrittivo rispetto a quello originario e vietare la caccia agli uccelli migratori (37 per cento), o almeno ridurre il periodo di caccia (30 per cento). Il 14 per cento chiede di tornare alla legge quadro che la controriforma vuole far saltare. Il 9 per cento si astiene dal giudizio. Solo il 10 per cento si dichiara a favore della legge così come è stata approvata dal Senato, cioè del testo che inizia il percorso di deregulation.

L’effetto dell’affondo del partito della caccia no limits è stato dunque radicalizzare la larga maggioranza anti-caccia e convincere la metà degli indecisi a schierarsi contro la liberalizzazione

Passiamo al giudizio sulle altre innovazioni proposte da varie leggi approdate in Parlamento. L’87 per cento degli intervistati si dichiara contrario a ridurre le sanzioni per chi uccide specie protette. Il 92 per cento ritiene sbagliato autorizzare la caccia nei parchi. Il 93 per cento non vuole che si possa sparare a specie attualmente protette. Al contrario l’86 per cento chiede di aumentare la distanza di sicurezza tra i cacciatori e le case e i sentieri battuti dagli escursionisti, l’80 per cento trova giusto che i cacciatori chiedano il permesso prima di entrare in un terreno privato (oggi non è così) e il 78 per cento invoca una tregua la domenica e i festivi, quando le campagne e i boschi sono più affollati del solito.

Interessante è anche il rapporto tra queste scelte e l’orientamento politico. Quasi tutte le proposte di deregulation in discussione sono partite dal centrodestra ma il 66 per cento degli elettori del Pdl e della Lega è contrario o fortemente contrario a nuove regole a favore della caccia e solo l’11 per cento si dichiara d’accordo o totalmente d’accordo.

“Questi numeri dimostrano che la linea oltranzista perseguita dal centrodestra è un boomerang”, osserva il senatore del Pd Roberto Della Seta. “Arrivare alla mortificazione della maggioranza anticaccia ed esasperare il contenzioso con Bruxelles sulle deroghe venatorie vuol dire far crescere le tensioni nel paese rischiando pesanti sanzioni comunitarie

Fonte: La Repubblica

La Svizzera dice no all’avvocato degli animali

Monday, March 8th, 2010

Per i nove milioni di cani e gatti che vivono in Svizzera non ci sarà nessun difensore d’ufficio: nella Confederazione si è votato infatti un referendum per istituire in ogni Cantone un avvocato degli animali maltrattati. L’iniziativa popolare “Contro il maltrattamento e per una migliore protezione giuridica degli animali” non è stata accolta: oltre il 70 % dei votanti si è espresso negativamente nell’urna.

PROPOSTA BOCCIATA - Se la proposta, presentata dalle organizzazioni animaliste del Paese, fosse stata accolta, ogni Cantone avrebbe dovuto istituire la funzione di patrocinatore, incaricato di difendere gli interessi degli animali nei procedimenti per il loro maltrattamento o altre infrazioni alla Legge sulla protezione degli animali. I cittadini elvetici hanno detto chiaramente di no anche alla diminuzione dell’aliquota che fissa la rendita pensionistica; l’articolo costituzionale sulla ricerca sugli esseri umani è stato invece approvato con il 77,2% di «sì».

Fonte: Corriere della Sera

La missione? Salvare i rospi che attraversano

Sunday, March 7th, 2010

Dai primi di marzo, decine di volontari in molte regioni tornano in azione lungo le strade per salvare rane e rospi dalle auto. Gli animali, usciti dal letargo, iniziano il loro viaggio ad alto rischio verso l’acquadi ELISA COZZARINI

 

La missione? Salvare i rospi che attraversano Uno dei rospi salvati dai volontari dell’Enpa sulle strade vicini ai laghi di Revine, in provincia di Treviso

ESCONO appena fa buio, armati di torce elettriche, giacche rifrangenti e secchi. Sono i “rospisti”, ambientalisti volontari che dai primi di marzo, per trenta/quaranta giorni, pattugliano le strade di molte regioni d’Italia e salvano dalle auto centinaia di migliaia di rospi e rane. Solo in provincia di Treviso, dal 2003 a oggi, i volontari dell’Ente nazionale protezione animali hanno aiutato oltre 170mila anfibi a non finire sotto le ruote di un’auto.

LE FOTO: SALVATAGGIO ALL’IMBRUNIRE

Il “soccorso” scatta con la primavera alle porte, quando rospi e ranocchie si risvegliano in massa dal letargo e si muovono alla ricerca di specchi d’acqua dove deporre le uova. In questo “viaggio” verso l’acqua, spesso devono attraversare strade molto trafficate, spostandosi proprio all’ora del rientro dal lavoro, dalle 18 alle 21 circa. In quelle ore entrano in azione i rospisti: camminano lungo le strade dove avvengono gli attraversamenti, prendono i rospi, li mettono in un secchio e li portano dall’altra parte della carreggiata.

Alcuni tratti di strada sono stati attrezzati con reti o barriere per impedire agli anfibi di raggiungere l’asfalto fino all’arrivo dei volontari. Più raramente sono stati costruiti dei “rospodotti”, dei sottopassaggi di circa un metro di diametro verso i quali gli animali vengono indirizzati attraverso delle barriere di convogliamento.

In Italia l’attività di salvataggio dei rospi è cominciata nei primi anni ‘90 in Lombardia e Toscana, e oggi è diffusa in quasi tutte le regioni grazie all’impegno di decine di volontari. Il Wwf Italia ha persino un coordinatore nazionale delle attività di soccorso-rospi, il biologo Carlo Scocciati: “Gli anfibi sono la classe di vertebrati più a rischio di estinzione - spiega - , perché vivono sulla terra e si riproducono nell’acqua. Dunque sono doppiamente in pericolo”. Ricordando che l’ONU ha proclamato il 2010 l’anno della biodiversità, Scocciati ricorda che ciascuna specie è necessaria per mantenere l’equilibrio ambientale: “Gli anfibi sono predatori che stanno a metà della catena alimentare, cibandosi di larve, lumache e insetti. Insomma, oltre a essere innocui per l’uomo, dovrebbero anche starci simpatici, perché sono potenti ‘insetticidi’ naturali

Fonte: La Repubblica

Un avvocato per Fido , la Svizzera decide

Saturday, March 6th, 2010

Le probabilità che dalle urne del referendum svizzero, domenica prossima, esca il cosiddetto «avvocato degli animali» sono considerate buone anche a livello governativo e parlamentare, nonostante Berna avesse a suo tempo respinto l’iniziativa, che vede i socialisti in prima linea, per «una migliore protezione giuridica degli animali».

In discussione non è la sensibilità animalista: la Svizzera vanta una legge per la protezione degli animali che si può considerare tra le più illuminate, e dunque severe, mentre il Parlamento della Confederazione aveva già affrancato gli animali dallo statuto giuridico di «cosa». Ora agli svizzeri si chiederà di obbligare i Cantoni ad istituire un avvocato degli animali incaricato di difenderne gli interessi, se maltrattati, in sede di procedimento penale. I fautori dell’iniziativa, infatti, sono convinti che la legge non trovi debita applicazione; le norme e le sanzioni, rafforzate dalla recente revisione del Codice penale, non sarebbero inflitte come si deve, insomma, e la figura dell’avvocato degli animali, invece, completerebbe con puntuale applicazione le misure di tutela stabilite. A riprova del fatto, si citano i dati relativi a Zurigo, l’unico Cantone che ha istituito l’avvocato degli animali, (la legge finora ne lascia l’istituzione alla discrezionalità dei Cantoni).

L’anno preso in esame è il 2008: a Zurigo le sanzioni inflitte sono state 190 contro una media che negli altri Cantoni oscilla tra una e 3. Un disuguaglianza nella persecuzione del maltrattamento degli animali da sanare, secondo i promotori del referendum, con l’obbligo generale di garantire una difesa d’ufficio, cioè l’avvocato degli animali. «Dare una voce in tribunale agli animali bistrattati» è diventato lo slogan della Protezione svizzera degli animali, portabandiera del referendum, amplificato dai suoi sostenitori, anche perché non si sono costituiti comitati contrari. Questo non significa però che l’iniziativa sia condivisa: in Canton Ticino, per esempio, ci sono veterinari convinti che le leggi in vigore siano già sufficienti, mentre qualche esponente politico non esita a denunciare il paradosso di una maggiore considerazione riservata alle bestie che alle persone: «Se una persona è vittima di un reato lo Stato non le mette a disposizione automaticamente un avvocato» come accadrebbe invece con gli animali.

Il punto, però, non è questo: tra i contrari, ancorché non organizzati, è diffusa l’opinione che la spesa per l’avvocato degli animali sarebbe superflua: l’iniziativa referendaria non prevede alcun aggravio delle sanzioni, riconoscendone tacitamente la severità, dunque a che cosa servirebbe un difensore d’ufficio degli animali? Sul piano della deterrenza, sarebbe meglio investire nella sensibilizzazione, sostengono ancora, contestando che a Zurigo il numero di procedimenti penali e di multe a carico di chi trasgredisce la legge sulla protezione degli animali sia proporzionalmente superiore a quello degli altri Cantoni. Insomma, a Zurigo, dove la legge del 1991 ha introdotto la figura dell’avvocato degli animali, non sarebbe cambiato nulla. Eppure quello resta il modello cui i referendari vogliono uniformare la Svizzera: un legale degli animali che agisca in totale indipendenza assicurando pari applicazione della legge nell’ intera Confederazione. E l’avvocato degli animali avrebbe anche una funzione preventiva, perché di fronte al rischio di un procedimento penale, le trasgressioni diminuirebbero.

Vittore de Carli
Fonte: Corriere della Sera

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