Archive for the ‘Animali’ Category

Censimento del cervo sardo

Wednesday, September 1st, 2010

Dall’11 al 19 settembre 2010, nella Riserva WWF di Monte Arcosu (Cagliari) avrà luogo l’annuale censimento della popolazione di Cervo Sardo. Cerchiamo volontari appassionati…

In Giappone avvistato il ”pesce Shrek”

Wednesday, September 1st, 2010

E’ stato avvistato nelle acque dell’isola Sado, in Giappone, un esemplare di circa 30 anni di Semicossyphus reticulatus, un pesce dal curioso aspetto molto comune nelle coste giapponesi. L’esemplare in questione ha però catturato l’attenzione dei sub per la sua particolare somiglianza con l’orco verde protagonista della saga di Shrek tanto da essere subito soprannominato “pesce Shrek”

http://tv.repubblica.it/tecno-e-scienze/in-giappone-avvistato-il-pesce-shrek/52443?video

fonte: La Repubblica

Caccia sul web alla “lanciatrice” di cuccioli nel fiume

Tuesday, August 31st, 2010

 Sono immagini terribili: una ragazza si piega e da un secchiello di plastica prende un cucciolo di cane. Poi con violenza lo getta in un fiume. Una scena che viene ripetuta per altre sei volte. I cagnetti indifesi annegano in acqua. L’agghiacciante video di 44 secondi ha fatto il giro della Rete e scatenato una caccia alla responsabile: «Se qualcuno conosce questa ragazza avverta immediatamente le autorità». E’ l’appello lanciato sui media online, nei forum di discussione, dai blog e nei social network.

IMMAGINI SUL WEB - Le immagini sono state pubblicate lunedì da un utente anonimo sul controverso portale 4chan, lo stesso che ha scovato la donna inglese che butta il gattino nel cassonetto della spazzatura, con un link verso LiveLeak. Sulle rive di un fiume, in alcuni forum si dice si trovi in Croazia, una ragazza sui vent’anni si fa riprendere mentre pesca da un secchio un cucciolo per volta e lo lancia nell’acqua. Tra gridolini di gioia di lei e guaiti di terrore delle innocenti vittime che ha condannato a morte certa. Il video ha suscitato orrore e indignazione nella blogosfera: migliaia di utenti su Facebook, YouTube e altre piattaforme hanno dato il via alla caccia per scovare l’artefice di questo supplizio. Finora senza successo.

DUBBI E CRITICHE - Ciò nonostante, non mancano le voci secondo le quali il video non sarebbe altro che una contraffazione. Infatti, arriva dopo il clamore suscitato nei giorni scorsi dalle immagini della 45enne inglese Mary Bale, sorpresa mentre getta il gattino Lola nel cassettone della spazzatura. Critiche in queste ore arrivano soprattutto dalle associazioni animaliste. Prima fra tutte la nota Peta, che condanna l’uso indiscriminato che i siti di condivisione dei filmati fanno di questi episodi. «Sono solo pubblicità negativa e permettono unicamente ai sadici di pubblicizzare le crudeltà che infliggono agli animali», il monito

Video

fonte: Corriere della Sera

Condor, pitoni, orsi e antilopi Il business degli animali esotici

Saturday, August 28th, 2010

 Padre Fedele riuscì a portare un cercopiteco nella curva del Cosenza. In mezzo agli ultras. Rosso e blu come la squadra del cuore e con il muso bianco, sfumatura che al religioso non interessava. Padre Fedele Bisceglia missionario in Congo prelevò dai bacini della foresta tropicale la scimmia, la sistemò in una scatola degli attrezzi, saltò la dogana francese in partenza, la dogana italiana allo sbarco, e la domenica mostrò il cercopiteco agli amici del Cosenza calcio. Il suo trofeo. Si prese, rapido, una denuncia per “detenzione illegale di specie protetta” dal Corpo forestale.

Padre Fedele è un’icona dell’italiano all’estero, in viaggio in terre esotiche. Curioso, preleva animali, depreda habitat. L’Italia, lo hanno appurato report internazionali di autorità statali e organizzazioni non governative, è uno snodo decisivo del traffico di animali esotici, rari, in via d’estinzione: tre milioni di “parti morte” importate (pelli di pitone, denti di caimano e di squalo), duemila sequestri di animali vivi l’anno, 1.536 reati contestati, cinque arresti. Il giro d’affari del brand “animale esotico” arriva a due miliardi l’anno ed è “in crescita esponenziale”, spiega Massimiliano Rocco, direttore dell’ufficio “Traffic” del Wwf.

Perché l’Italia è considerata, da tempo, un paese centrale del “commercio selvaggio”? E come si è formata questa cultura predatoria? L’archivio estemporaneo del Cites di Roma, acronimo che nel mondo segnala l’istituto che cura le specie protette e da noi s’incardina nel Corpo forestale di Stato, segnala che dall’Italia partono i più importanti serial killer di leopardi e orsi bianchi, i collezionisti di pappagalli dai colori abbacinanti e tartarughe protette. È da noi che si sono formati alcuni fra i più conosciuti raider di safari: Giorgio Barbero, oggi 81 anni, imprenditore vinicolo nato a Cuneo e residente nel Torinese, ha pubblicato un libro di 576 pagine pieno di foto per documentare gli ottanta safari organizzati nel mondo, tutti illegali. In trent’anni, illustrano i suoi video, non ha quasi mai sparato: gli bastava raggiungere il giorno dopo i sherpa assoldati per farsi fotografare con le corna ritorte strappate al Bos Gaur, bovino indiano che sarebbe intoccabile. Il libro di Barbero, “I miei sentieri”, e l’incredibile museo di fiere impagliate che l’uomo in trent’anni ha organizzato sul Lago della Spina di Pralormo, sono diventate un atto di accusa schiacciante per la sua condanna (in Cassazione) per traffico di specie protette. Diecimila euro di ammenda e via, finché regge l’età, verso un altro raid predatorio.

La Convenzione di Washington. Dal 1975 la Convenzione di Washington definisce le mille specie animali “totalmente protette” e le 36mila che si possono muovere - vive o morte, intere o a pezzi - solo con un certificato allegato e in quote definite. L’Italia ha aderito alla Convenzione quattro anni dopo, ma l’ha trasformata in una legge nazionale solo nel 1992. Il “Wild life trade”, il commercio del selvaggio, nel mondo vale 125 miliardi di euro l’anno (corrisponde agli investimenti in tecnologia pulita preventivati per i prossimi sette anni, per capire, e non è lontano dai fatturati del narcotraffico). Bene, secondo gli uffici Cites di Ginevra altri 35 miliardi sono frutto di esportazioni illegali, proibite, che mettono a rischio la sopravvivenza di specie intere.
I due mercati del “wild life” - emerso e sommerso - viaggiano insieme e si fondono con altri due settori primari del commercio internazionale: le transazioni del legname e quello di farmaci e parafarmaci (spesso estratti da piante rare e intoccabili). Anche qui il nostro paese è motore, legale e illegale.

Emerso e sommerso. L’Italia è il primo acquirente al mondo di pelli di rettile (diventeranno borse di Gucci, Versace, Prada) e il monopolista dell’importazione delle lane sudamericane (il 96% arriva nei nostri scali). Gli stilisti italiani importano le quote loro concesse con certificati allegati a ogni pelle di serpente. Ma l’ultima inchiesta del Corpo Forestale ha segnalato alle procure un raider senegalese pronto a spedire in pacchi postali 2.500 pelli illegali di pitoni delle rocce e varani del Nilo. Imbustati a Dakar, approdati nel centro di smistamento di Lonate Pozzolo, nel Milanese, venivano ritirati da immigrati ignari del contenuto e quindi portati dall’intermediario, un vero e proprio venditore all’ingrosso di frodo, alle grandi aziende di conceria di Prato e del Bolognese, produttori, loro, per conto dei grandi stilisti. Nel viaggio da Dakar all’atelier di via Montenapoleone il valore del “pezzo” si era centuplicato: quel sequestrò giudiziario ha messo in fila tre chilometri di pelle abusivamente importata. Dicevamo le lane, merce decisiva per i bilanci dell’import nazionale. Anche lì, parallelamente al business codificato, viaggia il proibito. Un grande produttore del Nord-Ovest, leader mondiale, ha avuto uno stock di “scialli dello scià” confiscato perché, si scoprì, quella lana era stata sfilata ad antilopi tibetane in via d’estinzione.

Qual è il rapporto fra i traffici di animali morti e i viaggi delle specie protette ancora vive? Anche qui c’è una commistione tra affari legali e affari di frodo? Lo schema è consolidato: all’interno dei grandi commerci si insidia una quota - consistente - di business abusivo fatto, perlopiù, di pelli, zanne d’avorio, coralli.

Macachi come souvenir.  Laterale a questo, ancora, è cresciuto un florido mercato di animali vivi che dalle modalità distruttive degli anni Ottanta-Novanta, il turismo estivo che tornava con macachi come souvenir, è passato al saccheggio calibrato dei collezionisti e dei commercianti istruiti che spesso preferiscono prelevare uova non schiuse. Il nostro paese, ponte per i traffici delle specie che dall’Africa salgono in Nord-Europa, è diventato la base mondiale per il commercio dei rapaci sudamericani. Nel 2005 con l’”operazione Condor”, la più importante sugli animali protetti fin qui condotta dalle nostre polizie, i sovrintendenti del Corpo forestale Marco Fiori e Ivan Severoni intercettarono un carico di uova al porto di Ancona e risalirono a un cittadino austriaco che aveva trasformato un hangar abbandonato nell’entroterra di Brindisi in un ranch per la ricezione di avvoltoi e aquile andine. Ne trovarono duecentocinquanta. Nell’hangar l’austriaco cambiava la storia anagrafica degli animali e, con la complicità di funzionari tedeschi, ne avviava coppie in tutta Europa. Due vennero acquistati, intorno ai 30 mila euro, dal deltaplanista dei record Angelo D’Arrigo: amava volare con i rapaci sopra la testa.

Gli interessi delle mafie. Mafie internazionali, nel Sud-Est asiatico e in Sudamerica soprattutto, aprono nuove rotte e offrono logistica al commercio selvaggio. Anche in Italia ci sono stati incroci tra la passione dei collezionisti senza scrupoli e la camorra. Riscontri investigativi e alcune intercettazioni telefoniche datate - le uniche fin qui concesse, all’inizio dei Novanta - ci dicono che, spesso, pappagalli amazzonici e i pericolosi pitoni reticolati viaggiano nei sottofondi di casse che già occultano stupefacenti. La criminalità organizzata controlla, per esempio, la vendita sui mercati della Campania delle tartarughe fatte arrivare dal Nilo e dal Nordafrica. E se Fabrizio De Andrè nel “Don Raffaè” ispirato dal boss Cutolo raccontava di un assessore, “Dio lo perdoni”, che nella roulotte teneva i visoni, è letteratura acclarata quella della bestia rara usata dai capi della malavita per status symbol: pitoni moluro, storia di mezzo agosto, sono stati messi a guardia di pani di eroina. Un coccodrillo di due metri ha vissuto in semilibertà nel giardino di uno spacciatore, allocato sopra una scuola elementare di Napoli. Poi ci sono le due tigri di Francesco “Sandokan” Schiavone, storico capo dei casalesi.

Il titolare di un pub di Catania, per attirare clientela, aveva ospitato fra i tavoli un coccodrillo nano, iguane esotiche, scorpioni, tarantole, poi due gechi e una rana. Due cincillà sudamericani li aveva chiusi in una teca di vetro a forma di bara, sulla quale venivano serviti i cheeseburger. Le guardie zoofile dell’Ente nazionale per la protezione degli animali hanno fermato il macabro zoo fast food. A Quarto Oggiaro la testa di un pitone reale si è affacciata dal water di un bagno, e questa è notizia di inizio estate. In una casa di Brunico sono stati allevati per anni, nell’illegalità più temeraria, 400 ragni velenosi. Non è servito il sequestro della stagione 2003 all’aeroporto di Malpensa: la dogana aveva intercettato un carico di scorpioni per collezionisti, tra loro c’era l’Androctonus Australis, il cui veleno è più potente di quello di un cobra. La scoperta stimolò la rapida approvazione di una legge che avrebbe dovuto vietare la detenzione di animali pericolosi, ma sette anni dopo sui forum dei principali siti di aracnofilia si offrono a dieci euro l’uno la “Cyclosternum fasciatum”, grosso ragno dell’America centrale dai peli urticanti, la Poecilotheria Regalis, “tarantola ornamentale indiana”, e la Pterinochilus murinus, “imprevedibile, veloce, aggressiva e con un veleno da non sottovalutare”. Il 70% delle inserzioni di animali, in rete, riguarda il commercio di animali rari e un sito francese segnala ai cacciatori quali sono le specie appena riscoperte dagli scienziati, e quindi più gustose da far fuori. La Società italiana veterinari animali esotici, poi, stima che in Italia ci siano dodicimila possessori di ragni. Chi li rifornisce? E perché da noi mancano i controlli? Giovanni Guadagna, responsabile dell’ufficio cattività dell’Enpa, segnala: “Alcuni collezionisti e organizzatori di mostre dove si è potuto vendere aracnidi poi sequestrati sono stati chiamati come membri della commissione ministeriale che avrebbe dovuto stilare l’elenco degli animali pericolosi”.

Tartarughe in valigia. All’aeroporto di Fiumicino hanno fermato scimmie morte assiderate provenienti dalla Nigeria: se la stiva non è climatizzata, in volo si va a 50 gradi sotto zero. Poi 277 tartarughine del Nilo stipate in una valigia rosa fucsia, questo era bagaglio a mano. I pappagalli amazzonici la Finanza aeroportuale li scopre perché partono addormentati a forza e arrivano, dopo 12 ore e un paio di scali, svegli e rumorosi. Un funzionario del consolato italiano in Congo, forte della sua incontrollabile valigetta diplomatica, per anni ha importato rapaci a Roma, aquile, falchi, nibbi, mischiandoli a tappeti e pietre preziose. Quando l’hanno fermato ha protestato: “A Brazzaville li compravo per pochi dollari”. È stato denunciato anche per maltrattamento. E in questi giorni, in tre regioni diverse, sono state segnalate “tartarughe azzannatrici” in libertà. Fanno male, e sarebbero protette.
L’ultima inchiesta del Corpo Forestale è nata da venti fotografie che ormai hanno fatto il giro di Internet: un obitorio italiano di animali esotici. Antilopi e cuccioli di zebra accatastati, macellati. Pance sfondate, grossi uccelli decapitati. Nel mucchio macabro c’è uno scimpanzè. Un sacco di farinacei arriva dalla provincia di Reggio Emilia, un altro di fertilizzanti dal Casertano. Quelle carcasse potrebbero essere “avanzi” di uno zoo in difficoltà, animali esotici ammalati e quindi abbattuti. Le indagini sono in corso. “Per capire la mentalità di un predatore italiano”, ancora gli investigatori del Corpo forestale, “basta dire che il nostro raider da safari cerca l’illegalità, la pretende. In Alaska è possibile cacciare gli orsi bianchi, in Siberia è vietato. L’Interpol ci ha appena comunicato l’uccisione di due orsi bianchi in Siberia: sono stati due italiani”.

Aidaa, contro il randagismo al Sud serve l’Esercito

Wednesday, August 25th, 2010

Il fenomeno del randagismo al
Sud è una vera e propria piaga e per debellarla, secondo l’associazione
animalista Aidaa, sono necessari interventi straordinari, per i quali
non bastano nè i fondi stanziati dal governo, nè i pochi medici
veterinari messi a disposizione dalla sanità pubblica. Serve invece
l’intervento dei veterinari dell’Esercito.

Secondo i dati forniti da Aidaa, sono 600.000 i cani randagi nelle
regioni del centro sud, dove 84 canili lager sono stati denunciati per
infiltrazioni della malavita organizzata. Decine di denunce sono state
presentate anche contro il traffico degli animali, prelevati dalle
strade e portati in Svizzera e in Germania, a volte destinati a
laboratori di vivisezione.

L’unica soluzione al problema, secondo Aidaa, è un intervento di
sterilizzazione e l’installazione di microchip nei cani randagi. Per
eseguire questo piano in tempi certi e con modalità sicure, Aidaa chiede
che venga organizzata una ask-force guidata dai veterinari della sanità
militare, coadiuvati dai vertici veterinari della sanità pubblica delle
singole regioni e da volontari scelti tra le maggiori associazioni
presenti sul territorio.

«Inutile girare intorno al problema. La questione del randagismo al sud
si deve affrontare per gradi ma, in maniera decisa e radicale». È quanto
afferma Lorenzo Croce, presidente nazionale di Aidaa.

«Il primo intervento - prosegue - deve prevedere la cattura, la
sterilizzazione e la chippatura dei cani randagi che poi potranno essere
rimessi in libertà sul territorio per fare questa operazione occorre
un’organizzazione vasta e specifica. Da qui la nostra richiesta di un
intervento straordinario della sanità veterinaria militare e
dell’esercito che insieme ai veterinari pubblici e alle associazioni
abbiano il compito di provvedere a poche e semplici operazioni di
chippatura e sterilizzazione dei randagi».

«Per quanto riguarda la cattura invece - conclude Croce - l’operazione
deve essere affidata a gruppi congiunti di esercito e volontari che
compiano azioni coordinate di cattura non cruenta degli animali da
destinare alla sterilizzazione. Noi come Aidaa siamo pronti a mettere a
disposizione da subito oltre 500 volontari con esperienza diretta nella
cattura dei cani. Lo so, è un’operazione che può apparire difficile, ma
se vogliamo ridurre la piaga del randagismo dobbiamo intervenire con
mezzi straordinari ed efficienti e la sanità veterinaria militare è a
nostro avviso in possesso

di tutte queste qualità».

Fonte: La Zampa.it

Liberato l’orso con la testa nel barattolo

Monday, August 16th, 2010

E’ stato liberato il cucciolo di orso nero di 6 mesi che una decina di giorni fa era rimasto incastrato con la testa in un contenitore di plastica trasparente. L’animale, chiamato affettuosamente Jarhead (letteralmente “testa di barattolo”, ma negli Usa è anche sinonimo di marine, ndr), era stato notato lungo una strada a Ocala National Forest, in Florida.

Liberato l'orso con la testa nel barattolo Liberato l’orso con la testa nel barattolo Il cucciolo di sei mesi ha rischiato di morire di fame e sete

Adesso può finalmente godersi un buon pasto. L’ingombrante vaso si era infilato sul suo capo mentre scavava nella spazzatura alla ricerca di cibo in un quartiere del centro. Secondo i veterinari il cucciolo è stato a un passo dalla morte perché non poteva né mangiare né bere. La squadra intervenuta per prendere in cura l’orso ha dovuto prima tranquillizzare la madre, che è stata messa in una gabbia insieme agli altri cuccioli. Una volta sveglia l’orsa ha allattato i piccoli e poi sono stati tutti trasferiti in una zona meno popolata.

Aidaa: “Chiudete Mangiagatti.com”

Wednesday, August 11th, 2010
Sul sito scioccanti ricette per cucinare i felini, dal gatto in umido a quello ai pinoli
MILANO
Tagliatelle al sugo di gatto, gatto in agrodolce e crostini di gatto. Queste alcune delle scioccanti ricette pubblicate sul sito Mangiagatti.com, di cui l’Aidaa (Associazione italiana animali e ambiente) ha chiesto l’oscuramento. L’associazione ha inoltrato la segnalazione alla Polizia postale di Milano e alla Procura della Repubblica. «Abbiamo chiesto l’immediata chiusura del sito - si legge in una nota - che inneggia a uccidere e cucinare gatti, dando pure le ricette».Il sito in questione tratta il tema dell’uccisione degli animali per scopi alimentari e pone l’interrogativo etico sulla differenza tra l’uccisione per motivi alimentari di animali d’affezione come, ad esempio, il coniglio o il cavallo, e un gatto. Si trova anche una pagina dedidcata alla legislazione in materia di animali.

«Bianca, magra, tenera, gustosa, la carne di gatto va consumata soprattutto d’inverno. Per essere buoni da mangiare la loro età deve essere compresa fra tre mesi e un anno». Queste alcune delle agghiaccianti informazioni pubblicate sul portale. A queste seguono dettagliate indicazioni su come preparare la carne: «Prima di passare all’esecuzione della ricetta scelta, tenere a bagno il gatto per mezz’ora in una soluzione composta da un litro e mezzo d’acqua e un bicchiere d’aceto. Le erbe più adatte per insaporirlo sono il rosmarino, la salvia, l’alloro, il timo, il finocchio selvatico, il basilico». E ancora: «La carne del gatto è un po’ acquosa, quindi farla saltare alcuni minuti in padella per asciugarla. I tempi di cottura sono di circa 30-45 minuti, a seconda dell’età dell’animale».

«È una vergogna - dichiara Lorenzo Croce, presidente dell’Aidaa - che esista ancora gente che pubblicizzi ed inneggi all’uccisione dei gatti a scopo culinario. Noi abbiamo chiesto l’immediato oscuramento del sito, ma non ci basta. Vogliamo che i responsabili vengano presi e puniti con il massimo della pena». La sezione dedicata ai commenti è  stata presa d’assalto da decine e decine di persone indignate. Tutti si pongono lo stesso interrogativo: si tratta di una provocazione di cattivo gusto o di reali estimatori della carne di gatto?

Fonte: La Zampa.it

Solo sul terrazzo, un altro cane si getta dal balcone

Wednesday, August 11th, 2010
 
 
Solo sul terrazzo, un altro cane si getta dal balcone
   
Roma, i padroni erano in vacanza. Lui si è buttato giù dal settimo piano. E’ il secondo episodio in pochi giorni
FRANCESCO OLIVO
ROMA
Forse è ancora presto per chiamarla emergenza. Ma insieme a esodi, controesodi, caldo record, alluvioni, tra le brutte notizie stagionali vanno annoverate queste strane morti.Ieri mattina, a Roma, nel quartiere Prenestino, un cane si è gettato dal settimo piano, morendo sul colpo. I padroni di questo dogo argentino (una delle razze considerate pericolose da una discussa lista, poi cancellata nel 2008) erano partiti per le vacanze e avevano dato l’incarico a un conoscente di portare al cane cibo e acqua, concedendogli qualche passeggiata. Un trattamento che non è bastato all’animale per sopravvivere alla solitudine agostana. Così, chissà con quali intenti, il cane ha fatto un salto, finendo contro le macchine e i motorini parcheggiati davanti al portone. La fredda cronaca finisce con l’arrivo di due pattuglie dei vigili urbani della Capitale, che hanno coperto il corpo dell’animale con un telo; intorno, si era formato un capannello di curiosi, che solitamente accorrono quando a terra c’è un corpo umano.Il caso di ieri segue di pochi giorni quello, pressoché analogo, accaduto a Lana, nei pressi Merano, dove venerdì scorso un Presa Canario (un’altra razza assai robusta) aveva saltato una balaustra del terzo piano per lanciarsi nel vuoto. Anche lui era stato lasciato da solo dai padroni.Insomma, alla vergogna degli abbandoni in autostrada va aggiunta quest’altra nota stagionale. I gesti di Roma e Merano non vanno interpretati come suicidi, spiegano da più parti, ma come tentativi di evasione da una realtà insopportabile, anche quando appare normale. L’Ente nazionale di protezioni animali parla, infatti, di «distacco affettivo».Per evitare questi attacchi di malinconia sarebbe ideale portare il cane con sé, ma una vacanza con animale a seguito può non essere un’avventura comoda. Sono poche, infatti, le strutture turistiche che accettano gli animali domestici. Ristoranti, alberghi, spiagge e parchi spesso sono interdetti. Solo lo scorso anno sono stati oltre 59mila i padroni multati per aver portato i cani al mare. Un verbale che può arrivare anche a quattrocento euro. Secondo le associazioni animaliste, quel che è peggio è che spesso i divieti non sono segnalati in nessun modo: non un cartello o un avviso.

Serve fantasia, insomma, come quella che ha ispirato un turista in Versilia, che proprio per non lasciare solo il suo maltese di piccola taglia l’ha caricato sullo scooter, dotandolo di regolare casco. Invece di prenderlo come un esempio virtuoso o almeno simpatico, i vigili urbani di Viareggio, inflessibili, hanno pensato bene di comminare 78 euro di contravvenzione: il passeggero non era a norma. Poi non stupiamoci se si buttano di sotto.

 

 

 

Fonte: La Zampa.it

Tutte le rane da salvare per il bene del pianeta

Wednesday, August 11th, 2010

Allarme dei ricercatori, un terzo delle specie anfibie è a rischio di estinzione. Dalla Gran Bretagna parte un progetto che coinvolge ricercatori in 14 paesi diversi. Alla ricerca degli esemplari più in pericolo, importantissimi per valutare le condizioni dell’ecosistema

LONDRA - Il rospo della Mesopotamia, la rana levantina in Israele, la rana Callixalus pictus, vista l’ultima volta nel 1950 in Congo e Ruanda, tutti sono nell’elenco dei ricercati speciali. La grande caccia, per la loro protezione e non per ucciderli, partirà nei prossimi due mesi e vedrà impegnato un esercito di ricercatori in 14 Paesi diversi. Il progetto è una novità assoluta ed è stato presentato ieri a Londra da Robin Moore, ricercatore che guiderà il gruppo nella ricerca finanziata da Conservation International (CI), Amphibian Specialist Group (ASG) e International Union for the Conservation of Nature (IUCN).

Gli anfibi sono tra gli animali a maggiore rischio del pianeta, con un terzo delle specie vicine all’estinzione. Distruzione degli habitat, inquinamento, cambiamento climatico e una malattia fungina trasmessa dall’acqua stanno mettendo in serio pericolo la sopravvivenza di rane e rospi in tutto il mondo ma mentre l’opinione pubblica si mobilita per tigri, panda e cetacei, fino a oggi gli allarmi dei ricercatori per gli anfibi sono rimasti inascoltati.

“Un paio di anni fa ero in Ecuador con un gruppo di scienziati del posto - ha dichiarato Robin Moore alla Bbc- alla ricerca di una specie che sembrava scomparsa da dodici anni. Non nutrivamo molte speranze di successo, ma quando tutto sembrava perduto ne abbiamo trovato un esemplare e ci siamo attivati per proteggere il suo ambiente. Dalla nostra missione ci aspettiamo molte storie di questo tipo”.

Quando si pensa alle rane in pericolo vengono in mente le coloratissime specie tropicali delle foreste Centro e Sudamericane, o quelle velenose delle isole asiatiche. Purtroppo però le minacce all’ambiente sono globali e anche in Italia la popolazione di anfibi è in costante diminuzione. Secondo il Wwf, nel nostro Paese 28 specie di anfibi su 37 sono a rischio di estinzione - ad essere in maggiore pericolo sono geotritoni, protei e salamandre - e visto che si tratta di animali importantissimi per valutare lo stato di salute dell’ecosistema, questo dato è indicativo del degrado dell’ambiente in Italia.

Mentre in Gran Bretagna si investe per cercare gli ultimi esemplari di specie in pericolo e, soprattutto, per trovare un argine alla diffusione della chytridiomycosi, il fungo killer delle rane, in Italia a oggi non esistono leggi per la protezione degli anfibi e la salvaguardia di queste specie è limitata alle aree protette e alle poche regioni che hanno legiferato in materia. Gli ultimi tagli al bilancio, inoltre, stanno mettendo a rischio parchi naturali e zone protette, con conseguenze che saranno disastrose anche per i nostri anfibi.

Quanto la conservazione degli anfibi sia una priorità per la salvaguardia della natura lo rivela un dato pubblicizzato dal gruppo inglese, che ha scelto il rospo dorato del Costarica come icona della colossale caccia agli anfibi perduti. L’Incilius periglenes, sul ritrovamento del quale i ricercatori non sono ottimisti, è stato spazzato via dalla malattia fungina in un anno, passando da una popolazione definita “abbondante” a nessun avvistamento. Il rospo dorato del Costarica in 12 mesi è stato dunque dichiarato estinto.

“Nella nostra lotta contro la scomparsa di molti anfibi - ha sottolineato Moore -  siamo ostacolati dalla scarsa conoscenza su alcune specie e sulla loro reale presenza in alcune zone. Dobbiamo andare sul campo, vedere cos’è rimasto, quali specie sono più attaccate dal fungo e, speriamo, trovare un rimedio contro la malattia”. Se la caccia sarà fruttuosa si saprà entro ottobre alla Conferenza mondiale dell’Onu sulla biodiversità in Giappone, un appuntamento nel quale i governi saranno chiamati a riflettere sulle ragioni per cui gli impegni presi nel 2002, di fermare l’estinzione delle specie animali entro il 2010, sono falliti.

Fonte: Corriere della Sera

Marea Nera. Granchi blu colpiti, a rischio catena alimentare

Tuesday, August 10th, 2010

I crostacei indicatori principali dei danni all’ambiente

New York, 9 ago. (Apcom) - Per capire l’impatto sull’ambiente dell’enorme perdita di petrolio nel Golfo del Messico, cominciata quattro mesi fa, i ricercatori stanno analizzando anche i granchi blu, una specie che vive nelle acque del golfo. Secondo gli scienziati, questi crostacei, particolarmente sensibili a sostanze inquinanti disperse nell’oceano, sarebbero gli indicatori principali della salute del mondo sottomarino. Alcune settimane fa, i ricercatori hanno trovato macchie d’olio nelle larve di granchio sulla costa del Golfo. La scorsa settimana il governo ha dichiarato che i tre quarti del petrolio fuoriuscito sono stati rimossi si sono dispersi naturalmente nell’acqua. Ma la scoperta di macchie di petrolio nelle larve di granchio è segno che il greggio si è già infiltrato nella vasta rete alimentare del Golfo, e potrebbe danneggiare l’ecosistema negli anni a venire. “Questa situazione fa pensare che l’olio abbia già raggiunto una posizione tale da poter iniziare a muoversi lungo la catena alimentare, e non solo quella marina”, ha dichiarato Bob Thomas, biologo alla Loyola University di New Orleans. “Qualche animale probabilmente mangerà quelle larve piene d’olio che si trovano sulle coste … poi quell’animale sarà mangiato da qualcosa di più grande e così via”. I granchi potrebbero riuscire a sopravvivere, ma secondo i biologi, animali come delfini e tonni potrebbero ingerire delle dosi di petrolio per loro fatali. Gli scienziati si concentrano particolarmente sui granchi perchè sono una specie che svolge un ruolo cruciale nella catena alimentare, sia come predatore che come preda. Nelle regioni del Golfo e della costa atlantica sono molte le grandi imprese di pesca di granchi, solo in Louisiana ne vengono raccolti oltre 33 milioni generando un mercato da circa 300 milioni di dollari. Ovvie le preoccupazioni dei pescatori, che non sanno quanto questo problema possa incidere sul lavoro dei prossimi anni.

Fonte: La Stampa

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