Archive for the ‘Ambiente’ Category

Groenlandia, trivelle in azione il Polo è un pozzo di greggio

Thursday, September 2nd, 2010

Da una settimana una società inglese ha avviato le perforazioni nelle acque dell’Artico. Un’area che conserva il 13% delle riserve di oro nero rimaste sulla Terra. Ma il clima dell’estremo nord del pianeta rende difficili le operazioni. E sono altissimi i rischi per l’ambiente di LUIGI BIGNAMI

LA ricerca dell’oro nero in tutti gli oceani del pianeta non smette di guardare avanti. Nonostante le paure e le problematiche che si sono aperte dopo quanto avvenuto durante l’esplorazione petrolifera in mare aperto nel Golfo del Messico. Da una settimana, come riferisce il New Scientist, sono le fredde acque artiche in prossimità della Groenlandia ad essere oggetto di trivellazione ad opera della società inglese Cairn Energy.

Il mondo intero guarda alle acque che circondano il Polo Nord come nuova meta per lo sfruttamento petrolifero e minerario. Dalle ricerche fin qui condotte, nell’area risulta esserci circa il 13% delle riserve di petrolio rimaste sulla Terra e circa il 30% di quelle di gas. L’incidente della Deepwater Horizon ha fermato momentaneamente le attività nelle acque americane, canadesi e norvegesi ma non in quelle groenlandesi e russe dove continuano la ricerca e le prime perforazioni. Tuttavia è proprio di poche settimane fa la notizia che americani e canadesi sono partiti con una nave oceanografica per importanti rilievi. “Con questa spedizione vogliamo definire con precisione quali sono i confini geologici dei nostri territori, quelli cioè che il trattato internazionale dei mari permette di considerare propri e quindi di esplorarli e sfruttarli”, ha spiegato Brian Edwards del Servizio Geologico americano. La Russia aveva preceduto tale spedizione con una propria nave e due anni fa aveva mandato fin sul fondo del Polo Nord un sommergibile dove piantò la propria bandiera.

Estrarre petrolio nelle aree artiche è una sfida contro la natura che ha pochi confronti, sia che avvenga in mare che sulla terraferma. Gli uomini addetti ai lavori, qualunque attività eseguano, devono fare fronte ai movimenti del pack, agli iceberg, alle temperature estremamente fredde, alle tempeste e alle condizioni estreme quando scende la notte artica che dura circa 6 mesi.

Per questi motivi le compagnie petrolifere al momento stanno esplorando le aree marine più vicine alle coste e le più accessibili e, quando è possibile, cercano di costruire piccole isole artificiali da collegare alla terraferma così da trasformare un’esplorazione off-shore (in mare aperto) in una su terra. Quando non è possibile si costruiscono gigantesche strutture in acciaio che vengono ancorate sul fondo marino. La piattaforma russa Prirazlomnoye, ad esempio, quasi completamente costruita su un campo petrolifero dove si prevede la presenza di 610 milioni di barili e che si trova al nord della Russia, peserà 100.000 tonnellate e si trova su un mare profondo 20 metri. In questo caso sarà la sua gigantesca massa a proteggerla dal ghiaccio che la assedierà per otto mesi l’anno.

Quando bisognerà andare ancor più al largo le piattaforme saranno costantemente protette da rompighiaccio. La prima di queste sarà anch’essa russa e verrà costruita a 650 km dalle coste con un mare profondo 300 m e costantemente circondata dai ghiacci. Essa inizierà ad operare nel 2016.

Tutte le compagnie petrolifere insistono nel sostenere che le piattaforme saranno a prova di ogni evento estremo. Ma nonostante questo, molti gruppi ambientalisti fanno presente che il pericolo non viene solo dalle piattaforme ma anche dalle navi che dovranno fare la spola con esse per rifornirsi di olio. Il pack, gli iceberg e le tempeste renderanno inevitabili gli incidenti e in acque fredde una fuoriuscita di petrolio potrebbe creare danni realmente irreversibili all’ambiente. In quel mondo infatti, una fuoriuscita di greggio può essere contenuta solo in estate, ma le acque molto fredde rendono l’olio molto più stabile che non in quelle calde. Per la natura è assai più difficile eliminarlo e, come si è visto in Messico, l’uomo riesce a fare ben poco.

Fonte: La Repubblica

Le 10 peggiori forme di inquinamento al Mondo

Wednesday, September 1st, 2010

Viviamo nell’era dello Squilibrio Naturale, siamo in troppi, consumiamo risorse in quantità sempre crescente e i rifiuti invadono il Pianeta. L’energia impiegata per alimentare l’attuale sistema produttivo mondiale, ha sempre un sottoprodotto di scarto. E’ il principio del “nulla si crea e nulla si distrugge ma, tutto si trasforma”. In cosa? Ecco una lista delle 10 peggiori forme di inquinamento nel Mondo e i loro effetti sull’uomo.

1) Riversamenti di petrolio

Tra i peggiori disastri ambientali del globo, la Marea Nera nel Golfo del Messico occupa le prime posizioni. Uccelli e mammiferi marini invischiati nelle masse oleose che stratificano sulla superficie del mare, fondali devastati, litorali contaminati e una prospettiva di rientro del danno che supera il decennio.

Sono le dirette conseguenze di un incidente eccezionale ma non troppo, basti ricordare quello del 2002 che proclamò lo stato d’emergenza per le isole Galapagos, le 123.000 tonnellate di greggio riversate in mare nel 1967 sulle coste della Cornovaglia, il disastro nel golfo di Oman nel ’72 e così via fino ai giorni nostri.

Piattaforme che esplodono, incidenti nel trasporto marittimo, operazioni sulle navi, scarichi urbani e industriali minacciano interi ecosistemi. Pensate che la fonte principale di inquinamento marino da idrocarburi consiste nello scarico in mare di acque contaminate utilizzate per il lavaggio delle cisterne. Il 20% dell’inquinamento totale arriva da lì.

I volatili subiscono seri danni al piumaggio che garantisce loro isolamento termico e impermeabilità. Intere aree marine si trasformano in “zone morte”, prive di ossigeno, cancellando qualsiasi forma di vita.

Tra i fenomeni meno evidenti e più dannosi, il bio-accumulo ovvero l’arricchimento di una sostanza cancerogena, come ad esempio gli idrocarburi aromatici policiclici (IPA), nei tessuti animali per respirazione, ingestione di cibo o contatto. Il fenomeno causa alterazioni nella riproduzione, formazione di carcinomi e patologie ormonali capaci di mettere in pericolo l’intera specie.

Non solo, entrando nei tessuti animali, gli idrocarburi contenuti nel petrolio vengono immessi nella catena alimentare minacciando pescherie, industrie e centinaia di consumatori.

2) Radioattività

I bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, il disastro di Chernobyl dell’86 e gli oltre 100 incidenti in 50 anni di storia non hanno impedito a governi e grandi multinazionali di percorrere la strada atomica. Il colosso del nucleare Areva, ad esempio, è riuscito a contaminare il Niger superando di 500 unità il limite di radioattività consentito per legge. Qui,  le strade trasudano uranio.

Scorie e scarti radioattivi sono la normale conseguenza di centrali nucleari, armi atomiche, lavorazioni mediche e industriali, laboratori di ricerca e impianti di fabbricazione del combustibile a ossidi misti (MOX).  Che siano ad alta, media o bassa attività tutti i rifiuti radioattivi sono potenziali contaminatori di acqua, aria e terra. L’avvelenamento da radiazione può portare a gravissimi danni genetici facilitando l’insorgenza di carcinomi e forme di leucemia infantile.

Il rischio di contaminazione, molto elevato nell’uomo, causa danni fisici irreversibili. Il problema maggiore resta il tempo di decadimento delle scorie. Alcuni rifiuti radioattivi necessitano di migliaia di anni per diventare inerti, continuando a minacciare flora e fauna locale per secoli.

Tra gli episodi più recenti e ancora irrisolti che coinvolgono l’atomo c’è il caso dello stadio olimpico di Londra, progettato per i giochi del 2012. Sembrerebbe che l’area scelta per il futuro parco olimpico sia un sito radioattivo. E mentre le autorità smentiscono, è stata avviata un’inchiesta parallela e indipendente per dissipare ogni dubbio e garantire sicurezza e tranquillità a operai e cittadini della zona.

3) Inquinamento urbano

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità i morti per inquinamento atmosferico raggiungono la cifra annua dei 2.4 milioni. Metropoli densamente popolate come Los Angeles, Mumbai, Cairo, Beijing e Hong Kong hanno la peggiore qualità dell’aria, inquinamento che ha come diretta conseguenza l’allarmante aumento di casi di asma e decessi dovuti a malattie polmonari.

Bastano sette giorni di esposizione alle polveri sottili per sconvolgere il DNA umano. L’aumento del rischio di ictus e infarti è legato al fenomeno dell’inquinamento urbano, le polveri sottili, infatti, hanno conseguenze devastanti sulla genetica e respirare PM10 può avere effetti che vanno dalle più banali allergie al rischio di trombosi.

Il caso più allarmante di inquinamento atmosferico risale al 1952 quando, a Londra morirono 8.000 persone in pochi mesi per la catastrofe ambientale che fu battezzata Grande Smog. Quattro giorni di nebbia densa e maleodorante causata dagli elevatissimi consumi di carbone da parte dei londinesi, che avvolse la città provocando quasi 20.000 vittime tra decessi e malattie.

A 58 anni di distanza, l’inquinamento urbano si manifesta in tutta la sua gravità in Cina. Sono molte le città nel Pese del Dragone che hanno riscontrato un aumento dei livelli di smog. A Hong Kong i livelli registrati sono da record, costringendo le autorità a proibire qualsiasi attività all’aria aperta.

4) Avvelenamento da mercurio

Il mercurio è un metallo pesante altamente tossico che viene spesso impiegato in diverse attività antropiche come centrali a carbone, miniere, lavorazioni industriali e agricole, produzione di cemento, ferro e acciaio.

Una volta immesso nell’ambiente, il mercurio si accumula nel suolo, nell’acqua e in atmosfera contaminando habitat e specie animali. I casi più diffusi di avvelenamento da mercurio si riscontrano nella catena alimentare marina, non ultimo quello delle sogliole tossiche nel Tirreno denunciato da Greenpeace.

Il consumo di pesce rappresenta la più significativa fonte di contaminazione da mercurio negli  esseri umani. Alcuni effetti dell’avvelenamento includono handicap neurologici, malattie ai reni, perdita di capelli, denti e unghie, e un’estrema debolezza muscolare. (Foto: Greenpeace)

5) Gas serra

Vapore acqueo, anidride carbonica, ozono e metano sono i gas serra più comuni in atmosfera. Tra questi, la CO2 è sicuramente la più dibattuta, madre del surriscaldamento globale denunciato con forza da Al Gore, l’anidride carbonica ha raggiunto livelli elevatissimi con l’incremento delle attività antropiche.

Gli effetti prodotti dall’aumento di CO2 vanno dall’acidificazione, monitorata recentemente nell’Artico con la missione Arctic Under Pressure di Greenpeace, alla perdita di biodiversità per arrivare alla minaccia dell’innalzamento del livello del mare, conseguenza diretta dello scioglimento dei ghiacciai.

Gli effetti sull’uomo? la prospettiva di veder ridotte all’osso le riserve idriche a disposizione a causa del cambiamento climatico che sta aumentando l’estensione delle aree desertiche del pianeta costringendo intere popolazioni a migrare in cerca di luoghi più accoglienti.

6) Inquinamento farmacologico

Sono milioni le dosi di medicinali che ogni anno vengono prescritte nel mondo, senza contare gli antibiotici somministrati ai capi di bestiame dall’industria zootecnica. L’inquinamento da farmaci è diventato un problema internazionale, colpisce le riserve idriche del Pianeta favorendo lo sviluppo di batteri immuni agli antibiotici e mette seriamente a rischio la salute umana.

Fiumi e laghi, in particolare d’Europa, si arricchiscono di principi farmacologicamente attivi, dalle penicilline ai farmaci cardiovascolari, dagli anticolesterolici agli antidepressivi e così via. Bovini, ovini e altre specie d’allevamento intensivo vengono letteralmente imbottiti di sostanze farmacologiche per accelerarne la crescita e la resistenza a virus e batteri, finendo poi sulle nostre tavole.

Particolarmente rischiosa per l’uomo la presenza di sostanze farmacologiche mescolate tra loro nelle acque. Concentrazioni elevate di questi ‘farma-cocktail’ possono avere effetti tossici sulla proliferazione cellulare.

La soluzione? sembra arrivare dalla Svezia dove è stato predisposto un modello di classificazione ecotossicologica dei farmaci. Azione terapeutica e valutazione dei rischi ambientali legati all’utilizzo vengono presentati parallelamente, dando la possibilità al medico di prescrivere la medicina più green. Sicuramente la soluzione più ovvia resta quella di ridurre il consumo.

7) Plastica

La Great Pacific Garbage Patch, l’enorme isola di plastica nell’Oceano Pacifico, 3.5 milioni di tonnellate, ha una copia gemella nell’Oceano Atlantico. Pensate che le due “sorelline”  sommate raggiungo le dimensioni dell’Europa.

Un continente galleggiante di PVC, bisfenolo A e altre sostanze tossiche e cancerogene che non sparirà prima di centinaia di migliaia di anni. E questo è solo l’aspetto più evidente dell’intera questione.

Le componenti tossiche della plastica possono interferire con importanti processi biologici umani che sono alla base dello sviluppo e della riproduzione, alterano le funzionalità endocrine, favoriscono patologie come il diabete e sono legate all’insorgenza di numerose malattie cardiovascolari.

Il fenomeno delle Great Garbage Patch è solo la punta dell’iceberg, problema denunciato recentemente dall’incredibile traversata oceanica di David de Rothschild a bordo del catamarano Plastiki, imbarcazione realizzata dal recupero di 12.500 bottiglie di plastica.

8) Acque reflue contaminate

Il fenomeno colpisce principalmente le popolazioni dei paesi in via di sviluppo dove gli impianti di depurazione delle acque sono inefficaci o totalmente assenti. In America Latina, per esempio, solo il 15% delle acque reflue viene trattato, mentre nell’Africa sub sahariana la percentuale è pari allo zero.

Le acque di scolo non depurate sono una delle principali cause di malattie per intere comunità locali. Tifo, colera, dissenteria, gastroenteriti e malaria causano ogni anno 5 milioni di morti. Quasi metà della popolazione africana non ha accesso all’acqua potabile mentre in SudAmerica  il 60% dei soggetti più indigenti si concentra proprio in quelle zone dove l’acqua è inquinata.

L’acqua contaminata raggiunge le falde acquifere aumentando il rischio per la salute. Bromodiclorometano, tetracloroetilene e poi ancora metalli pesanti come piombo, mercurio e cadmio si accumulano nell’organismo con un’azione tossica anche a basse concentrazioni. (Foto: Daniel Berehulak)

9) Avvelenamento da piombo

Detto anche saturnismo, l’avvelenamento da piombo può avvenire per via cutanea, inalazione o ingestione. Altamente tossico, il piombo è nocivo per la maggior parte degli organi, inclusi cuore, reni, sistema nervoso, apparato riproduttivo, ossa e intestino.

Uno studio dell’Harvard School of Public Health in collaborazione con la University of Michigan School of Public Health, ha dimostrato che gli individui esposti all’inquinamento da piombo hanno maggiori probabilità di sviluppare malattie cardiovascolari. Il piombo, infatti, tende ad accumularsi nelle ossa per poi colpire il cuore dopo anni dalla prima esposizione all’agente tossico.

Piombo metallico e ossido di piombo vengono impiegati nella costruzione di accumulatori elettrici, mentre altri importanti usi si hanno nell’industria chimica, elettrica, nell’edilizia ed è anche un componente di molte leghe a basso punto di fusione usate nei sistemi antincendio.  Per le sue proprietà stabilizzanti, garanzia di asciugatura rapida e tenuta, il piombo è stato mescolato nelle comuni vernici fino alla fine degli anni ’70.

Oggi la situazione è cambiata ma il rischio, in particolare per chi lavora a diretto contatto con questo metallo pesante quasi ogni giorno, rimane. Pensate, ad esempio, agli impianti industriali dove vengono prodotte batterie piombo-acido. (Foto: National Institute for Occupational Safety and Health)

10) Inquinamento agricolo

, composti chimici e concimi non trattati rientrano fra le peggiori calamità per l’ambiente. Essendo idrosolubili, queste sostanze penetrano in profondità nel terreno raggiungendo falde e acque sotterranee per poi contaminare il rifornimento idrico di paesi e città.

Non solo, lo scarico di fertilizzanti chimici in fiumi, laghi e mari causa il fenomeno dell’eutrofizzazione ovvero, un abnorme proliferazione di biomassa vegetale, alghe soprattutto, che vanno a eliminare tutto l’ossigeno a disposizione creando “zone morte”.

Numerose ricerche olandesi sulla contaminazione da agricoltura non sostenibile, attestano che più della metà delle terre agricole in Europa supera il limite di contaminazione stabilito dall’Unione europea.

L’Italia è uno dei paesi che impiega più pesticidi, arrivando a 175.000 tonnellate ovvero 3 Kg per abitante.  Ironia della sorte, solo una piccolissima parte di queste sostanze raggiunge il bersaglio, tutto il resto va a colpire l’ambiente e gli individui, primi fra tutti gli operatori di settore.

L’uso dei pesticidi in agricoltura danneggia solo lo 0.1% della popolazione di piante infestanti e parassiti che, per rispondere alla minaccia stanno sviluppando sistemi sempre più resistenti agli agenti tossici. Aumenta, invece, la percentuale di individui che si ammalano a causa delle sostanze velenose ingerite con frutta e verdura coltivata a suon di fertilizzanti chimici e pesticidi.

Serena Bianchi

Fonte: Green me

Censimento del cervo sardo

Wednesday, September 1st, 2010

Dall’11 al 19 settembre 2010, nella Riserva WWF di Monte Arcosu (Cagliari) avrà luogo l’annuale censimento della popolazione di Cervo Sardo. Cerchiamo volontari appassionati…

Eco Home Plus, ‘Salvare il Pianeta una casa alla volta’

Wednesday, September 1st, 2010

Una famiglia canadese composta da sei persone aderisce al progetto Eco Home Plus: vivere 12 mesi in una casa autosufficiente dal punto di vista energetico sembra ormai una realtà sempre più vicina

(Rinnovabili.it) – Abitare in una casa ultra-efficiente dal punto di vista energetico è ormai una possibilità reale. Lo sta dimostrando una famiglia canadese i cui sei componenti hanno preso parte, senza modificare le proprie abitudini di vita, all’avventura di Eco Home Plus, un modulo sperimentale prefabbricato che produce integralmente l’energia che consuma immettendo il surplus nella rete elettrica nazionale. Con emissioni nocive tendenti allo zero si eviteranno, quindi, le circa 8 tonnellate di anidride carbonica emesse da una abitazione standard in un anno.
Grazie alla tecnologia Bosch e al supporto della società di costruzioni canadese Maple Leaf Homes è stato possibile realizzare il progetto avvalendosi della collaborazione di altre aziende che hanno fornito le proprie conoscenze e il relativo impegno in termini di materiali e componentistica.
Situata nella città canadese di Bathurst, nella provincia orientale del New Brunswick, la villetta eco-efficiente sarà abitata per 12 mesi dalla famiglia Kenny attraversando le condizioni climatiche avverse tipiche della zona, che metteranno a dura prova le tecnologie applicate alla Eco Home Plus: il prefabbricato e le istallazioni dovranno sopportare temperature invernali che raggiungono normalmente i -30 °C per raggiungere i +30 °C nei mesi estivi. Provvedendo al funzionamento dei sistemi di riscaldamento e di raffrescamento grazie ai moduli e pannelli solari, gli impianti lavoreranno al fianco di quello di ventilazione e della pompa di calore geotermica con l’obiettivo di generare energia pulita sensibilizzando la popolazione e avvicinando all’idea che la generazione di energia a impatto zero è possibile.

Fonte: La Repubblica

Sciame sismico, quattro scosse a Montereale

Tuesday, August 31st, 2010

Lo sciame sismico sui monti reatini non si ferma. Dopo le due scosse di questa mattina, alle 13:45 la terra ha tremato di nuovo nella zona di Montereale. Secondo l’Ingv la magnitudo è di 2,3 con epicentro a una profondità di 9,9 chilometri. Nuova scossa venti minuti dopo, alle 14:05, con magnitudo 3,3 e profondità 2,3.

IL VERTICE Intorno alle sette si è concluso il vertice convocato dal prefetto dell’Aquila Giovanna Iurato per fare il punto sulla situazione con il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, i sindaci dei comuni coinvolti dallo sciame cioè Montereale, Capitignano, Cagnano Amiterno e Campotosto, le forze dell’ordine, i Vigili del Fuoco e la Protezione Civile.

I sindaci hanno chiesto al prefetto che nelle zone in cui erano state installate le tendopoli dopo il sei aprile vengano montati dei container visto che, come ha sottolineato il sindaco di Cagnano Amiterno, Donato Circi, “dentro le case la gente ha timore di stare. Indubbiamente - ha proseguito Circi - c’e’ molta paura e tanta preoccupazione e queste sono azioni preventive dal momento che i terremoti non possono essere previsti e nessuno puo’ sapere che cosa succedera”. Il prefetto ha ascoltato le proposte, le sta valutando e ha fatto sapere che risponderà entro 24-48 ore.

Circi comunque ha sottolineato che non bisogna creare allarmismi e che comunque i sindaci attenderanno la decisione del prefetto che verra’ comunicata in una riunione da convocare nel giro di 24-48 ore”.

BLOG Lo sciame sismico a Montereale di Giustino Parisse

CANTIERI BLOCCATI PER DUE GIORNI Intanto il Servizio Emergenza Sisma e Ricostruzione del Comune dell’Aquila ha intanto emesso un ordine di servizio per sospendere per 48 ore e quindi fino a tutto il 2 settembre prossimo l’attività dei cantieri nel centro storico e nelle frazioni dove si stavano effettuando interventi di messa in sicurezza.

La decisione, come recita il provvedimento, è stata adottata in seguito “all’incremento dello sciame sismico sismico delle ultime ore, vista la complessità delle lavorazioni da effettuare per la messa in scurezza del comune dell’Aquila e della frazioni”.

L’ordine di servizio è stato suggerito dalla Prefettura dell’Aquila al Comune che ha immediatamente inviato la nota alle aziende in azione sul territorio comunale.

LE SCOSSE E LA PAURA Le due scosse sismiche di stamani sono state registrate dall’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia tra le province di L’Aquila e Rieti, entrambe nettamente avvertite dalla popolazione che si e’ riversata in strada. Le scosse sono state avvertite anche nella zona ovest dell’Aquila. La seconda scossa c’e’ stata alle 9.12 con magnitudo 3.6. La prima, alle ore 5, e’ stata di magnitudo 3.4 e ha interessato, in particolare, i Comuni di Borbona (Rieti), Citta’ Reale (Rieti) Cagnano Amiterno (L’Aquila) e Montereale (L’Aquila).

I Comuni prossimi all’epicentro sono stati Borbona, Cagnano Amiterno e Montereale. Dalle verifiche effettuate dalla Sala Situazione Italia del Dipartimento della Protezione Civile non risultano danni a persone o cose.

Alle 13:45 la terra ha tremato di nuovo. La magnitudo è stata di 2,3 con epicentro a 9,9 chilometri. Nuova scossa venti minuti dopo, alle 14:05, con magnitudo 3,3 e profondità 2,3

Sono oltre cento le chiamate giunte da stamane al centralino dei vigili del fuoco dell’Aquila da parte di cittadini che dalle prime ore della mattina, distintamente, continuano ad avvertire lo sciame sismico in atto. “Si tratta - dicono i vigili del fuoco - per lo più di
telefonate in cui ci si chiede cosa bisogna fare, come ci si dovrebbe comportare in queste situazioni. Altre invece sono telefonate in cui la popolazione chiede informazioni

CHIODI, RIUNIONE CON LA PROTEZIONE CIVILE Il presidente della Regione, Gianni Chiodi, ha presieduto nel pomeriggio una riunione con i responsabili della Protezione civile regionale avente lo scopo di conoscere, nei dettagli, la situazione sismica che sta interessando alcuni Comuni dell’Alto Aterno e del reatino.

Al termine della riunione, lo stesso Chiodi ha precisato che la Protezione civile e’ stata attivata allo scopo di fornire la massima assistenza alla popolazione interessata e di soddisfare le eventuali richieste che dovessero provenire dai sindaci dei comuni ricadenti nel territorio, cioè Montereale, Campotosto, Capitignano, Cagnano Amiterno.
sull’entità delle scosse, l’epicentro, la profondità

Fonte: La Repubblica

Vendola contro le ricerche del petrolio nel mare delle Tremiti e del Gargano

Wednesday, August 25th, 2010

BARI. Il presidente della regione Puglia, Nichi Vendola, interviene sul parere positivo del Ministero dell’Ambiente alle trivellazioni nel mare tra il Gargano e le Isole Tremiti alla ricerca di petrolio, a 12 chilometri dall’arcipelago e a 11 dalla costa: «Sono un’avventura dissennata non solo per i profili ecologici ma anche per quelli economici - ha detto all’Adnkronos - Il rischio è quello del rilascio di inquinanti di prim’ordine, dal piombo al cadmio e ad altri, e di un danno irreparabile. Quindi la nostra opposizione é nel merito totale e radicale e nel metodo esprime una viscerale e indignata reazione a chi, mentre blatera di federalismo, opera secondo le regole di un centralismo autoritario che oggi produce una reazione preoccupata e indignata delle popolazioni pugliesi».

L’ufficio Via del ministero ha accolto le richieste della società petrolifera Petroceltic Elsa. Le compagnie petrolifere pagheranno allo Stato circa il 30% tra royalties e tasse, mentre alla regione resterà solo l’1%.

Sulla vicenda interviene oggi anche l’assessore pugliese all’ecologia, Onofrio Introna: «La posizione della Regione Puglia rispetto alle perforazioni esplorative in mare è sempre stata coerente con lo spirito di tutela dell’ambiente e delle sue risorse. Perciò il Comitato Via regionale ha espresso parere negativo, che è stato recepito con apposite delibere di giunta regionale. Lungo la costa pugliese ad oggi, risultano arrivate cinque richieste di perforazione per ricerca idrocarburi, di cui due alle Isole Tremiti e tre lungo la costa al largo di Monopoli. La Regione ha già fatto ricorso avverso le autorizzazioni concesse dal Ministero dell’Ambiente ed ha ottenuto la sospensione. La nostra posizione non è un prurito intellettuale, ma è fondata su diverse questioni».

«Il recente spiaggiamento dei cetacei sulle spiagge garganiche - continua l’assessore - ci induce ad adottare ulteriori elementi di cautela dal momento che vi è il sospetto che la morte di questi animali sia stata causata da embolia per una improvvisa risalita derivante da forte spavento (molto probabilmente causato dai sonar). In tal senso il Comitato Via regionale ha chiesto al Ministero dell’Ambiente l’esecuzione di approfondimenti sulla scorta delle risultanze analitiche e dei pareri e contributi acquisiti dal Ministero a seguito dell’evento eccezionale. Appare evidente che tali progetti non sottendono ad una visione globale delle caratteristiche e delle vocazioni dell’ambiente marino e della costa pugliese, nè tengono conto delle politiche ambientali, produttive e di sviluppo turistico che la Puglia persegue con determinazione. Lo scopo finale delle società petrolifere è evidente: installare lungo la costa infrastrutture destinate a rimanere in esercizio per decenni. Per questo, lo sfruttamento massivo e duraturo richiederebbe una valutazione ambientale integrata e non su porzioni di opera. Queste le motivazioni che ci inducono a valutare negativamente i progetti al netto di qualunque forma di strumentalizzazione. Nè può trascurarsi la circostanza che le richieste di prospezioni geosismiche risultano essere immediatamente a ridosso della “Area Marina Protetta Nazionale - Isole Tremiti” che come è noto è una meta internazionale del turismo marino e subacqueo e rappresenta una delle voci più significative che alimentano l’economia dell’ arcipelago delle Diomedee».

Per sostenere questa posizione del Governo Regionale - ed aderendo all’invito del sindaco Giuseppe Calabrese - l’assessore Introna parteciperà martedì 27 alla riunione straordinaria del consiglio provinciale di Foggia presso il Centro Polifunzionale Comunale dell’Isola di San Domino sul tema: “Esame ed eventuali determinazioni a seguito delle indagini geosismiche per la ricerca degli idrocarburi al largo delle Isole Tremiti”.

Per il vicepresidente di Legambiente, il pugliese Sebastiano Venneri, è «Una vergogna compromettere la bellezza dell’area. La Puglia è la regione capitale delle rinnovabili. Le isole Tremiti sono una ricchezza per l’Italia e comprendono una delle tre aree marine protette pugliesi. E’ una vergogna pensare di deturpare l’area trasformandola in un distretto petrolifero con tanto di piattaforme, danneggiando il turismo, la salute dei cittadini e la pesca. Come si è battuta contro le piattaforme petrolifere nel Mar Grande a Taranto e al largo di Monopoli, Legambiente si opporrà a questo tentativo di scempio. Non è sul fronte degli idrocarburi, una fonte il cui utilizzo va in direzione opposta rispetto agli impegni presi contro il mutamento climatico che occorre investire per potenziare il nostro settore energetico. Con 95 MW di idroelettrico, 95,19 di solare fotovoltaico, 1128,75 di eolico e 139 di biomasse, la Puglia è capitale delle rinnovabili ed è questa la direzione giusta per lo sviluppo futuro».

Fonte: Ecquo

A 10 anni dalla tragedia Kursk. Artico, polveriera nucleare

Wednesday, August 25th, 2010

Il 12 agosto del 2000 l’esplosione nel sommergibile atomico in cui persero la vita 118 marinai russi. I reattori ancora abbandonati in un deposito all’aperto in attesa di stoccaggio. E il passaggio di Nord Est, rotta sempre più battuta dal traffico commerciale, è disseminato di relitti potenzialmente pericolosi di JACOPO PASOTTI

Sono passati dieci anni da quando il sommergibile nucleare russo Kursk affondò durante una manovra militare 1a seguito di una esplosione. Alla prima esplosione ne seguirono altre, percepite sia da navi militari russe coinvolte nella stessa operazione che da un sommergibile statunitense, nei paraggi per “spiare” l’esercitazione. Persero la vita tutti i 118 marinai a bordo, abbandonati nel relitto a 110 metri di profondità nel Mare di Barents, non lontano dalle coste norvegesi. Un anno dopo una compagnia olandese recuperò il relitto e lo trasportò in una officina militare nel porto di Murmansk, nella penisola di Kola, per essere smantellato. I due reattori nucleari del sommergibile (miracolosamente intatti dopo le esplosioni) furono sistemati in un deposito all’aperto, dove giacciono ancora insieme ad altri 40 reattori nucleari abbandonati da decenni in attesa di una sistemazione sicura. Che per ora non esiste, e che solleva timori sul futuro di queste ed altre scorie “temporaneamente” posteggiate lungo le coste siberiane e nei mari artici.

Spazzatura nucleare. Il passaggio di Nord Est, che unisce la Scandinavia ai porti asiatici orientali, nasconde però altre sorprese. Il 21 luglio le autorità russe hanno dato il via a una ispezione delle coste siberiane in cerca di scorie radioattive, relitti di navigli nucleari e altri “oggetti potenzialmente pericolosi” disseminati lungo la rotta. Una nave specializzata sta scandagliando i fondali da Arkhangelsk fino alla regione Chukotka (nei pressi dello stretto di Bering). Solo nei pressi dell’isola di Novaya Zemla “sono sepolti molti oggetti contenenti materiali radioattivi, incluso il reattore della prima rompighiaccio nucleare della storia, la Lenin”, spiega Maksim Vladimirov, del Ministero della Difesa, in una intervista alla agenzia stampa RIA Novosti. Intanto altri sette reattori di altrettanti sommergibili dismessi sono stati inviati nella baia di Saida, non lontano da Murmansk. Si affiancheranno ai già 40 container stoccati in un deposito di cemento (costruito grazie a un finanziamento tedesco di 150 milioni di euro). Sono però ancora 50 quelli in attesa di essere sigillati e spediti nel deposito, mentre fonti norvegesi affermano che decine di reattori giacciono ancora su boe galleggianti ormeggiate nella baia: un rischio altissimo per l’ambiente marino.

Ma la Russia sembra non avere sotto pieno controllo il destino delle proprie scorie radioattive. In maggio un blogger russo ha diffuso la notizia dell’affondamento di una nave che aveva per anni trasportato residui nucleari lungo le coste siberiane. La Severka era ridotta a un rottame quando è colata a picco nel porto di Aleksandrovsk. Il blogger commentava: “Ora mi chiedo cosa ci aspetta in futuro”. La notizia è stata tenuta nascosta alle autorità norvegesi, nonostante tra i due Paesi esista un reciproco accordo che prevede la notifica di incidenti che coinvolgano diffusione in zone di confine di materiali radioattivi.

I piani nucleari russi comunque procedono. A giugno è stata varata la prima centrale nucleare galleggiante. Un colossale impianto che sarà operativo nelle acque territoriali artiche entro la fine del 2012.

Un mare sempre più sfruttato. Oltre al traffico marittimo a rischio, nell’Artico sembra destinato ad aumentare però anche lo sfruttamento dei fondali, soprattutto per la esplorazione di giacimenti di gas e petrolio. Le compagnie petrolifere hanno già speso 5 miliardi di euro da quando i fondali nel mare di Barents sono stati aperti alla esplorazioni. Secondo il quotidiano norvegese Dagens Næringsliv sono state già compiute 83 trivellazioni. Malgrado fino ad oggi quel settore non abbia dato i frutti sperati, le compagnie (tra cui Statoil, Gaz de France e l’italiana Eni) intendono intensificare le prospezioni. Statoil ed Eni in particolare hanno deciso di cominciare nuove esplorazioni in un settore marino a 80 chilometri dalla costa norvegese. Decisione che ha innescato la rivolta degli ambientalisti della Ong Friends of the Earth, che temono una seconda Deepwater Horizon. Secondo il leader norvegese della Ong Lars Haltbrekken, le compagnie non hanno imparato nulla dal disastro della BP: “Tutte le valutazioni di impatto ambientale di Eni sono datate e non includono l’esperienza del Golfo del Messico”.

La banchisa polare si riduce a causa del cambiamento climatico, e il Passaggio di Nordest è sempre più trafficato da petroliere e altre imbarcazioni commerciali. Proprio questo luglio una nave norvegese da trasporto carica di minerali di ferro è salpata da Kirkenes in Norvegia con l’intento di percorrere la rotta circumpolare. È la prima volta che le autorità russe permettono a una nave commerciale straniera di compiere questa rotta. Un esperimento per valutare il possibile incremento del traffico internazionale lungo il passaggio. Malgrado i timori per l’ambiente artico rimangano, le autorità russe hanno promesso ingenti investimenti per migliorare la sicurezza delle acque artiche.

Fonte: La Repubblica

Vendemmia, un’ottima annata ma non significa vino di qualità

Wednesday, August 25th, 2010

La produzione enologica italiana potrebbe crescere del 5% rispetto al 2009. Ma non sarà festa per tutti Nel corso degli anni troppe autorizzazioni a impiantare vitigni di qualità, anche in aree non ad alta vocazione Così il Barolo sarà pagato due euro al litro e il Barbaresco poco più di uno. Una manna per i commercianti spregiudicati, una rovina per i veri “vignerons” di CARLO PETRINI

COME sempre accade in questo periodo si fanno tante chiacchiere sulla qualità della vendemmia e, neppure stessimo parlando di una partita di calcio, si rincorrono i discorsi da bar sport sulla sfida con i nostri cugini transalpini. Da inizio agosto è partito il tam tam mediatico e si sono alzate inopportune grida di giubilo per il sorpasso di produzione degli italiani sui francesi. Secondo i dati diffusi da alcune associazioni di categoria risulta che la produzione di vino italiano potrebbe (e l’uso del condizionale è d’obbligo) segnare un aumento fino al 5% rispetto allo scorso anno, su valori intorno ai 47,5 milioni di ettolitri. Oltralpe, invece, la produzione potrebbe far registrare una crescita limitata che si assesterebbe a 47,3 milioni di ettolitri.

Oltre a non appassionarmi più di tanto, trovo questa sfida anche un po’ inutile. Una vendemmia si giudica, come mi insegnano i miei amici viticoltori, non solo dopo aver portato le uve in cantina, ma alcuni mesi dopo. Infatti, le tre settimane che precedono la raccolta sono decisive dal punto di vista climatico e possono decretare la grandezza o meno di un’annata. L’uva è una cosa viva e si deve per forza attendere la magia della fermentazione per capire se tutte le premesse verranno poi mantenute nel vino. Una grande bottiglia ha bisogno di tempo, bisogna aspettare e aver pazienza per capire la sua evoluzione.

Ma passiamo dalle chiacchiere a discorsi ben più seri e gravi sul futuro della viticoltura italiana. Stiamo vivendo un momento di svolta che va analizzato nella sua complessità. Il fatto che la vendemmia sarà ricca non mi conforta più di tanto se questa abbondanza non farà che aumentare il processo di svendita del vino sfuso che è già in corso da più di un anno a questa parte. Le settimane che precedono la vendemmia sono le più febbrili per i mediatori del vino che per conto dei grandi commercianti e imbottigliatori girano le cantine italiane a caccia dell’affare.

Da una parte trovano produttori che non essendo riusciti a vendere il vino che avevano prodotto sono obbligati a svuotare la cantina per fare spazio al nuovo raccolto e dall’altra un mercato che sta richiedendo vini dal basso costo e non fa così tanto caso alla qualità di quello che consuma. Informandosi, non è difficile scoprire come il Barolo sfuso abbia raggiunto la deprimente quotazione di due euro e mezzo al litro, stesso prezzo che mi dicono spunti il Brunello 2005. Per non parlare di un vino a cui sono molto affezionato come il Barbaresco, che viene pagato la cifra folle di un euro o poco più. Una situazione insostenibile e ridicola, soprattutto per quei produttori che in vigna lavorano seriamente.

Ma quali sono le cause di questa situazione così deprimente? Diciamo che il governo del limite, che dovrebbe regolare il mondo agricolo, è andato a farsi benedire. Sono quindici anni che predichiamo nel vento dicendo che le viti vanno piantate solo nelle zone ad alta vocazione evitando di aumentare a dismisura le superfici vitate. Tutto inutile. Il Barolo, il Barbaresco, il Brunello hanno raddoppiato le bottiglie in commercio nel giro di un decennio. L’Amarone è passato da quattro milioni di pezzi agli attuali sedici.

All’inizio degli anni Novanta i prezzi dei vini, che erano obiettivamente molto bassi, sono stati giustamente alzati, ma poi si è esagerato pensando che tutti potessero superare tranquillamente i quaranta euro a bottiglia. Ma in cosa consiste questo governo del limite nel settore vitivinicolo? Semplice: nei momenti in cui il mercato tira occorre contenere i nuovi impianti e non esagerare con l’aumento dei prezzi; nei momenti di crisi bisogna ridurre la produzione dei vini di eccellenza e salvaguardarne il prezzo.

In Italia si è fatto l’esatto contrario. Molti dicono che le diverse categorie di produttori (vignaioli, industriali, commercianti) sono tra loro inconciliabili. In realtà, in un momento così drammatico, i vigneron italiani dovrebbero prendere esempio dai cugini francesi: qualche anno fa, in un momento di vacche magre, i produttori di Champagne decisero di diminuire la produzione del 30%. Tutti uniti: vignaioli, cooperative sociali e industriali. In Italia manca una visione comune, una politica di sviluppo che riesca a mettere d’accordo un mondo lacerato da troppe divisioni e incapace di dialogare per gestire al meglio la situazione economica e, se fosse possibile, progettare seriamente il futuro. Una scelta come quella francese sarebbe non solo auspicabile, ma anche possibile, perché i produttori potrebbero declassare una parte dei loro grandi vini potendo contare su denominazioni meno importanti che in gergo vengono chiamate di ricaduta: basti pensare al Langhe Nebbiolo, al Rosso di Montalcino o di Montepulciano, così come al Valpolicella Rosso.

Bisogna tutelare i nostri grandi vini come veri patrimoni nazionali e la loro gestione non dovrebbe ricadere nelle mani di pochi imbottigliatori pronti a speculare quando il mercato è in affanno. Gli stessi produttori dovrebbero limitare la loro produzione unicamente alle zone più vocate, ai cru storicamente riconosciuti come tali, e ai vigneti con piante più vecchie. Altrimenti l’eccellenza rischia di essere svilita e assistiamo così alla vendita di bottiglie di Barolo a 8 euro negli autogrill italiani, presi d’assalto in questi giorni da vacanzieri frettolosi.
Questa deriva è manna per commercianti spregiudicati e industriali a cui non interessa la qualità, non mette ansia alle grandi firme (che magari svendono le eccedenze sotto banco), ma distrugge il prestigio dei grandi vini e mette in ginocchio le miriadi di piccoli e medi produttori che, in questi ultimi vent’anni, hanno realizzato il rinascimento del vino italiano. Per la prima volta in tanti anni ho sentito invocare un po’ di grandine per ridurre le eccedenze, magari nelle vigne dei vicini.

Viareggio, il fascino selvaggio

Tuesday, August 17th, 2010

Selvaggia lo è ancora, la cara e vecchia Lecciona, spiaggia straordinaria raccontata dai pittori macchiaioli e amata anche da Giacomo Puccini che, si racconta, ogni tanto la raggiungeva dalla sua villa davanti al lago di Massaciuccoli per guardare il mare e trarre nuove ispirazioni. Si estende per circa quattro chilometri dalla Marina di Torre del Lago, in pieno Parco naturale, sino a sfiorare la darsena di Viareggio, tra Versilia “storica” e “ripensata” dai nuovi confini. Una parte della spiaggia è diventata anche simbolo della comunità gay che, per un tratto di un paio di chilometri, la frequenta da anni.

DEGRADO NEGLI ULTIMI DUE ANNI - Sino a pochi anni fa la Lecciona non era solo selvaggia, ma anche pulita. Arrivavano gli operatori ecologici del Comune di Viareggio (ma anche volontari) e

La Lecciona oggi (foto inviata dai lettori)

toglievano plastica, fogli di ogni tipo, cicche di sigarette. E soprattutto liberavano la sabbia dal “lavarone” che in gergo versiliese sono i sedimenti, soprattutto rami di albero ma anche bottiglie di plastica e altri rifiuti, che i fiumi depositano in mare e, dopo una libecciata, ritornano immancabilmente sulla spiaggia. Accade ovunque dopo una mareggiata, ma sul litorale della Versilia che conta (Forte dei Marmi, per esempio) la battigia è ripulita dai bagnini e il disagio dura un giorno al massimo. Alla Lecciona, invece, rimane lì. E deturpa l’ambiente bellissimo tra pineta e mare. Oltretutto pare che il maltempo di questi giorni abbia portato nuovi sedimenti, la maggioranza depositati al largo ma che adesso le onde stanno trasportando a riva.

IL SINDACO: «BRACCIO DI FERRO CON L’ENTE PARCO» - Molte sono state le proteste, ma pochi i risultati. Anche perché esiste un problema di attribuzione e di regolamenti. «La gestione della spiaggia è dell’Ente Parco – spiega il sindaco di Viareggio, Luca Lunardini – e l’operazione di pulizia deve sottostare a norme rigide del Parco. Non si possono utilizzare macchinari e persino cestini. Noi abbiamo investito diversi soldi ma gli interventi sono lenti. Da anni abbiamo un braccio di ferro con l’Ente Parco per far cambiare le regole». E intanto, in attesa della disputa, il “lavarone” continua a deturpare la cara vecchia Lecciona, la spiaggia di Puccini.

Marco Gasperetti
Fonte: Corriere della Sera

Forte scossa di terremoto alle Eolie, segnalati sette feriti lievi

Monday, August 16th, 2010

Una scossa di terremoto di 4,5 gradi della scala Richter - la più forte in Italia nel 2010 - è stata registrata alle 14,54 alle isole Eolie. A Lipari la caduta di massi sulle spiagge ha causato il ferimento di sette persone. «Le loro condizioni non destano particolare preoccupazione», ha riferito un sanitario di Lipari. Non sono segnalati danni nelle cittadine delle isole Eolie, anche se sono in corso accertamenti più accurati, nessun danno alle imbarcazioni. Non ci sono state onde anomale.

Audio - La testimonianza di un ristoratore di Vulcano

SISMA - Il sisma è stato avvertito distintamente dalla popolazione e dai numerosi turisti che affollano in agosto le isole e anche nella costa settentrionale siciliana. A Lipari ci sono state frane e smottamenti nella zona di Valle Muria, tra la spiaggia di Gelso e quella dell’Asino. Il sindaco Mario Bruno ha istituito un’unità di crisi e ha vietato l’accesso alle spiagge dove si è verificata la caduta di massi. Segnalati crolli anche a Quattrocchi e a Vulcano. La Guardia costiera ha evacuato una quarantina di persone sulle spiagge a Lipari. «C’è stato un po’ di panico, ma nessun incidente ci è stato segnalato», ha detto Riccardo Gullo, sindaco di Leni, nell’isola di Salina.

EPICENTRO IN MARE - L’epicentro della scossa è stato registrato in mare a 19 chilometri di profondità e a sei chilometri da Lipari. Una squadra di esperti della Protezione civile è partita da Roma per le Eolie. «Non è stato un terremoto particolarmente forte», ha detto il presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), Enzo Boschi, secondo il quale le frane che ha provocato si devono «soprattutto alla scarsa manutenzione del territorio». La scossa, ha aggiunto, «è stata avvertita molto bene dalla popolazione perché è avvenuta a una profondità molto bassa. I terremoti di questo tipo non sono mai molto forti e rientrano nella normale e ben conosciuta attività sismica del Mediterraneo

Fonte:Corriere della Sera

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