Archive for the ‘Allevamento’ Category

Foer, perché mangiare animali è lo stesso che divorare uomini

Wednesday, March 10th, 2010

L’ultimo libro di Jonathan Safran Foer, pubblicato da Guanda (pagine, 363, euro 18) è un’opera grandiosa e sconvolgente e, per quando vale il mio giudizio, da leggere assolutamente e da far leggere al maggior numero di persone possibile. Per dare a questo volume intitolato: Se niente importa - sottotitolo - perché mangiamo gli animali? - un inquadramento minimale, si può dire che è un «saggio» sull’alimentazione nelle sue ricadute etiche e filosofiche, ma è anche una denuncia, una perturbante opera morale e insieme una perorazione potentissima a favore di una scelta di vita vegetariana. Se non avessi già scelto di orientarmi in direzione del vegetarianesimo sarei diventato vegetariano già a pagina 30 di questo libro. Anche io ho di recente licenziato un piccolo scritto costruito sul fil rouge di un accorato appello a favore di un’alimentazione priva di violenza e di sangue e segnalo al lettore di questi miei commenti che è in ragione di questa coincidenza che mi è stato chiesto di recensire una pietra miliare di questo calibro, mirabile, vuoi per maestà dell’argomentare, vuoi per altissimo pregio letterario che avrebbe meritato ben altro chiosatore.

Jonathan Safran Foer, a mio parere, è non solo grandissimo scrittore, ma anche un profondo pensatore morale. Già un altro grande della letteratura ebraico-americana, l’ultimo esponente letterario della lingua yiddish, Isaac Bashevis Singer, aveva lanciato un terribile monito: «Nei confronti degli animali siamo tutti nazisti, per gli animali Auschwitz continua per sempre». Jonathan Safran Foer attraverso le sue parole, incise nella materia dell’orrore con la forza incontrastabile di una scrittura sacra, dipana davanti a noi lo sterminio di cui, in quanto esseri umani, in stragrande maggioranza, siamo responsabili diretti, complici, volontari, o indifferenti e distratti, di una violenza atroce e spietata, in gran parte gratuita, inutile, e tossica per i nostri corpi e le nostre anime.

Il lettore che eventualmente si fidi della mia appassionata sollecitazione non si aspetti di incontrare uno di quei libri provocatorii ed aggressivi nei confronti degli onnivori, né tantomeno una di quelle operazioni-provocazione impiantate su un sensazionalismo di maniera, mirante a suscitare facili rigurgiti di pietà o di commiserazione. Qui siamo di fronte a ben altro. Non c’è nessuna retorica dell’intimidazione o del ricatto nello scrittore. L’impressionante e documentata vastità delle informazioni che Safran Foer sottomette alla nostra responsabilità è sorretta da un’incessante interrogazione alla ricerca di senso e di intelligenza.
L’argomentare ininterrotto e rischioso ci chiede di riconoscere contraddizioni, paradossi e verità inquietanti, coniuga l’appello all’ascolto delle ragioni dell’anima con l’ascolto della ragione dell’intelletto. È un’assillante pungolo a riconsiderare la questione della relazione con la vita e con noi stessi attraverso lo sguardo della nostra pervertita relazione con il mondo animale, per come lo intendiamo genericamente, ma anche con tutto il creato e le sue creature viventi, come non sappiamo più pensarlo, perché la routine dell’alienazione ci ha espropriati dell’interiorità.

Il nucleo radiante di questo cammino di Jonathan Safran Foer è un insegnamento della nonna, un’ebrea perseguitata e sopravvissuta che ha conosciuto l’inferno sulla terra e che ridotta allo stremo delle forze dalla persecuzione, sfinita e devastata dalla fame, seppe astenersi dal mangiare un pezzo di carne di maiale per non trasgredire un comandamento, spinta da questa incrollabile convinzione: «Se niente importa, allora perché vivere?».

Jonathan Safran Foer muove dall’intuizione che il grande ammaestramento donatogli da sua nonna nulla ha a che fare con il fanatismo e tantomeno con la religione. È la prescrittiva religiosa ebraica stessa a consentire la trasgressione dei comandamenti se la vita è in pericolo. Il «se niente importa… » attiene alla dignità della vita e ancor più alla dignità del senso stesso della vita. Assillato da questo monito etico, definitivo come il più memorabile dei versetti biblici, Jonathan Safran Foer costruisce il suo cammino nella nostra relazione con l’animale attraverso un respiro creativo che attinge alla molteplicità delle cifre letterarie: dalla riflessione filosofica, alla enumerazione, dall’invenzione grafica, alla graficità liturgica, dalla lettera alla testimonianza, dalla critica letteraria alla citazione e questa molteplicità converge in un fiume di parole che cambia definitivamente non solo il nostro sguardo sui nostri infelici e brutalizzati compagni di pianeta, ma anche lo sguardo intimo sulla nostra relazione con il carnefice che nutriamo in noi nel nostro seno oscuro.

Ecco il cimitero dei bufali: è nascosto nella pineta di Castel Volturno

Wednesday, March 10th, 2010

Non servono al latte, e neppure alla carne così vengono soppressi appena nati e le carcasse gettate alle spalle della pineta di Castel Voturno, dove sorge un cimitero di bufali. Macabra scoperta nella mattinata di oggi, mercoledì, da parte degli uomini del corpo forestale dello Stato, della locale stazione, diretti da Paolo Verdicchio. In una parte della pineta, dove l’acqua assume le sembianze di una palude, sono stati rinvenuti i corpi senza vita di decina di bestie di pochi mesi. Il responsabile della forestale della provincia di Caserta, Nicola Costantino, ha informato la Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere e disposto una serie di accertamenti tra le aziende zootecniche della zona per identificare i responsabili dell’uccisione degli animali.

 

SOPPRESSI E ABBANDONATI - Secondo Costantino si tratta di un fenomeno diffuso, i bufalini appena nati vengono strappati dopo uno o due giorni alla madre e lasciati morire nelle campagne, gettati nei canali o nei fossi, soffocati con la paglia o anche seppelliti ancora vivi. Sarebbero stati dunque gli allevatori, proprio perché i bufali maschi al contrario delle bufale non danno il latte alla base della mozzarella e non sono richiesti per la commercializzazione delle carni, a usare uno dei laghetti della pineta di Castel Volturno come cimitero dei bufali. Alcuni erano addirittura ancora integri mentre di altri sono state rinvenute solo le ossa, a testimoniare una pratica prolungata nel tempo.

Fonte: Corriere della Sera

Vandana Shiva: “Gli Ogm uccideranno i piccoli coltivatori”

Friday, March 5th, 2010
L’attivista: in India 200 mila suicidi in 10 anni con quei semi modificati ci si indebita per sempre
ANDREA ROSSI
È una brutta notizia. È la vittoria dell’Europa dei burocrati e delle lobbies sull’Europa dei popoli, che restano in larga parte contrari all’utilizzo dei semi geneticamente modificati». Vandana Shiva, 58 anni, attivista indiana (nel 1993 ha vinto il «Right Livelihood Award», una sorta di Nobel assegnato a chi si batte per un’economia più giusta), una vita a combattere contro gli Ogm, è diretta come sempre. E delusa: «L’Europa era la grande speranza di chi difende la biodiversità. Per 12 anni aveva resistito a pressioni di ogni sorta. Il sì alla patata Amflora, invece, è una resa».Se è per questo anche tra i governi serpeggia un certo malumore: il ministro italiano Luca Zaia propone un referendum e Francia, Germania, Austria, Lussemburgo, Ungheria e Grecia potrebbero appellarsi alla clausola di salvaguardia per bloccare l’autorizzazione.
«E fanno bene. Meno di un anno fa prima la Francia e poi la Germania hanno bandito le coltivazioni di mais Ogm. E hanno deciso forti di recenti ricerche secondo cui gli Ogm sono nocivi per l’ambiente».Molti scienziati sostengono il contrario. E dicono che chi si oppone è agitato da fobie o paure legate alle possibili conseguenze economiche. È così?
«Ah sì? Vadano a vedere di quanto è cresciuto l’uso dei fitofarmaci dove si sono impiantati gli Ogm. In India otto Stati hanno adottato una moratoria per vietare la melanzana transgenica. L’Ogm non è sicuro. E comunque le conseguenze economiche esistono e sono pesanti: nel mio Paese gli agricoltori che sono passati alle coltivazioni geneticamente modificate sono andati in rovina. E sa perché?»

Lo spieghi.
«Ogm equivale a brevetto. Vuol dire che un’azienda può diventare monopolista di un certo seme e imporlo a chiunque lo voglia coltivare. In India coltivare a riso un ettaro, prima che arrivassero le multinazionali con le loro sementi, costava circa 16 mila rupie. Quando molti hanno spostato la coltivazione sulla vaniglia, il costo è salito a 300 mila rupie per ettaro».

Come è successo?
«A tanti contadini è stato fatto credere che si sarebbero arricchiti comprando i nuovi semi, che avrebbero incrementato le produzioni. Chi si è lasciato convincere ha scoperto che bisognava acquistare le sementi tutti gli anni - non si riproducono, hanno un gene “suicida”, ed è la dimostrazione che sono contro natura - a un prezzo triplo rispetto ai semi tradizionali. Così si sono indebitati fino al collo. Risultato: 200 mila suicidi in 10 anni».

Crede che possa succedere anche in Europa?
«Forse non in modo così dirompente. Ma gli Ogm saranno la rovina dei piccoli produttori: i costi, per loro, diventeranno insostenibili. Perderanno la terra».

Chi approva la decisione dell’Ue sostiene che le aziende europee potranno entrare nell’agricoltura industriale. Saranno più competitive?
«Se lo saranno, succederà a danno dell’agricoltura organica e biologica. L’introduzione degli Ogm sarà un genocidio per i piccoli coltivatori. La biodiversità, che è lo strumento per battere la fame, sarà spazzata via. Tutto il mondo rischia di essere soggetto a una dittatura dei semi».

Oggi un quarto del mais coltivato è Ogm. Secondo molti scienziati è più sicuro: combatte i parassiti senza i pesticidi e non permette la formazione di funghi, responsabili delle microtossine. Perché vi opponete?
«Perché non così. Una delle cause dell’indebitamento degli agricoltori indiani è stata la spesa in fitofarmaci. Le coltivazioni sono più vulnerabili. Hanno bisogno di più pesticidi e acqua. L’Ogm non cambia l’agricoltura, non ammortizza l’impatto sul clima, né produce più cibo. È solo una resa agli interessi delle lobbies».

Fonte: La Stampa

Gli Ogm sono tra noi

Friday, February 12th, 2010

Entrano nei mangimi del 25 per cento degli animali allevati in Italia, quindi nel latte e nella carne. Passano le frontiere nei sacchi di soia e mais. Si nascondono nei prodotti, anche bio. E i consumatori sono senza difese

 

Un disegno anti-Ogm tracciato da Greenpeace in una risaia lombarda

Invisibili. Nascosti. Ce n’è sugli scaffali dei supermarket. Protetti dalle concentrazioni minime che non obbligano a dichiararli sull’etichetta. O trasformati in proteine nei gelati del futuro, che non si sciolgono e non si congelano mai. Occultati fra farine e bevande di soia, le stesse che ogni giorno passano i confini schivando i controlli. E soprattutto serviti quotidianamente nelle stalle, dove il menù di mucche, maiali, polli e tacchini è sempre più Ogm: geneticamente modificato. Ogni anno negli allevamenti italiani si consumano quasi 4 milioni di tonnellate di soia transgenica, un quarto del fabbisogno totale. Stessa cosa vale per il mais, pur in percentuale minore. Numeri sconosciuti ai più, che circolano solo fra gli addetti ai lavori. Così come pochi sanno che con quegli stessi animali si producono anche i grandi marchi Dop del made in Italy: dal Parmigiano al Grana, fino al prosciutto di San Daniele. Senza bisogno di scriverlo da nessuna parte, senza l’obbligo di informare chi compra. È così che l’Ogm si diffonde, fa concorrenza all’agricoltura tradizionale, si infiltra nella nostra dieta. Sì, perché lo scontro che vede l’agguerrito ministro delle Politiche agricole Luca Zaia, schierato per il no alle colture biotech, riguarda solo il divieto di seminare mais e soia ottenuti in provetta. Ancora proibiti nei campi, ma già legali sulla tavola degli italiani.

DALLA STALLA ALLA CUCINA
È il pasto di Frankenstein, denuncia la Coldiretti. Vegetali col genoma modificato. Un rebus genetico difficile da decifrare, i cui effetti sulla salute non saranno chiari prima di molti anni. Nossignore, ribattono a Confagricoltura: quei prodotti sono l’ambrosia del Terzo millennio. Frutti high-tech e supernutrienti, piante che prevengono i tumori, proteine con proprietà farmaceutiche capaci di resistere a sbalzi climatici e parassiti. Alle ricerche americane che mostrano come gli Ogm facciano bene, il fronte dei contrari risponde con dossier che proverebbero i danni al fegato subiti dai bovini alimentati a quel modo. Mentre la polemica infuria, silenziose quelle tonnellate di mangime con Dna modificato entrano ogni

giorno in Italia da Argentina, Brasile e Stati Uniti. Tutto secondo le regole, beninteso. La soia RR o il mais Mon 810 hanno i documenti a posto. Hanno superato i test dell’Efsa di Parma, l’autorità europea per la sicurezza alimentare, per cui possono varcare le frontiere. E finire nelle mangiatoie: dalle stalle produttrici del latte, ai prosciuttifici. Senza l’obbligo di esplicitarlo sulle etichette del prodotto finale. Eppure sono diventati il piatto forte delle 43 mila stalle italiane: incidono per il 10 per cento sulla dieta dei suini, addirittura il triplo per i bovini. Con un risparmio fra il 20 e il 30 per cento. Messa così saranno presto una strada obbligata, se si vuole reggere alla concorrenza globale: “Senza questi mangimi l’Italia non sarebbe in grado di soddisfare il fabbisogno degli allevamenti”, spiegano all’Anacer, l’associazione nazionale dei cerealisti che rappresenta un centinaio di importatori. Già oggi. E Nomisma prevede che nel 2013 andrà ancora peggio: il mais non Ogm calerà del 70 per cento. Vuol dire che ne circoleranno meno di 26 milioni di tonnellate, quando già adesso il doppio non basta. Inevitabile sarà l’aumento di prezzo di 4 euro ogni cento. “Produrre i mangimi convenzionali è costosissimo. Ecco perché l’Ogm è diventato indispensabile anche nelle filiere che producono Dop”, dicono all’Assozoo, che riunisce i maggiori produttori italiani di mangimi. Trovare soia non Ogm, poi, è quasi impossibile. “La produzione futura di uova e pollame biologici è a rischio”, denuncia Martin Humphrey, portavoce di una fra le più importanti ditte di mangimistica: “Non credo che nel 2012 ci saranno più mangimi non Ogm. Bisogna che i consumatori lo sappiano”.

IL FALSO OGM-FREE
Dalla stalla al piatto il passo è breve. Anche se non sembra. Se fai un giro fra gli scaffali dei supermercati l’etichetta Ogm, in effetti, è molto rara. La si trova ogni tanto sull’olio di semi per friggere. E poco altro. Ma le cose non stanno proprio così. Le multinazionali commissionano sondaggi continui e sanno bene che l’80 per cento degli italiani si schiera ancora contro i cibi transgenici. Magari senza sapere bene di cosa si parli, visto che quattro adulti su dieci non conoscono nemmeno il significato della sigla. E così i brand mondiali preferiscono non rischiare e restare sotto soglia. Tanto, fino allo 0,9 per cento di concentrazione nelle merendine, nei crackers, nel lievito o nella panna di soia, come di ogni prodotto in vendita in Italia, sulla confezione non serve scrivere Ogm.

Il limite è definito dai tecnici che spie come le macchine non riescono a identificare sostanze mutate sotto quella soglia, e aggiungono che durante i trasporti o nei magazzini un rischio minimo di contaminazione, di fatto, c’è e quello 0,9 mette al sicuro dal caso. Ma a chi riempie il carrello della spesa, non basta evitare alimenti a base di mais e soia, perché l’ingrediente biotech può nascondersi nei derivati. Amido, semola, fruttosio, glucosio. Tutte sostanze che il consumatore non riconosce come a rischio. È la grande contraddizione denunciata da Confagricoltura: “Il sì o il no all’Ogm sono un falso problema. Il paradosso italiano prevede l’import e l’uso dei derivati di mais e soia transgenici, ma allo stesso tempo vieta ai produttori di accedere a queste innovazioni”, ripete il presidente Federico Vecchioni. Al punto che in Italia è esploso il fenomeno opposto: sempre più spesso in etichetta compare il bollino “Ogm free”. La prova, secondo il marketing, che si sta mangiando naturale. Ma non è sempre vero. “Dovrebbe essere possibile etichettare a quel modo solo a fronte di controlli precisi della filiera”, spiega Franca Braga di Altroconsumo: “Che non sempre si fanno”. Questo sembra oggi il tema vero sul piatto: si fanno pochi controlli e il consumatore non sa se sta comprando alimenti modificati, in una qualche fase della loro produzione, o no. E le verifiche fatte dai tecnici del ministero della Salute, che mette in atto il piano di controllo sulla presenza di organismi geneticamente modificati negli alimenti, dimostrano che sostanze modificate negli alimenti in vendita in Italia ci sono, eccome. Nel potenziale paniere transgenico c’è un po’ di tutto: l’amido di mais, presente nelle farine e nella pasta, le bevande di soia, i budini, le creme salate, i fiocchi di cereali, gli integratori dietetici. Perfino pane, latte, impasti per dolci e snack salati.

Fino ai prodotti bio come il tofu, che spadroneggia nelle bioteche. Nel 2008 il ministero ha controllato un migliaio di alimenti e il 4,3 per cento risulta positivo al test: è vero che spesso l’Ogm presente è al di sotto della soglia dello 0,9, ma in molti obiettano che l’esistenza di un limite tecnico sotto il quale non si vede la mutazione non è garanzia che quella mutazione sia irrilevante. Non solo: i furbetti del transgenico si moltiplicano quando i controlli si spostano alle frontiere. Sui Tir in ingresso, un campione di alimenti su 10 presentava tracce di Ogm. Tantissimi. Anche il ministero parla di “riscontro significativo “, eppure i controlli restano insufficienti: solo 54 durante l’anno. “È per questo che chiediamo l’etichettatura completa dei prodotti su carni, formaggi e derivati. Il consumatore deve sapere tutto su ciò che acquista e mangia. È una mancanza grave di trasparenza “, spiega ancora Altroconsumo: “I controlli sono difficili, lunghi e ancora troppo pochi per avere la certezza che quello che finisce in tavola sia davvero Ogm free”. Le Asl ci stanno provando. Già nel triennio 2009-2011 si prevede di intensificare le verifiche, soprattutto alle ex dogane da cui proviene il grosso degli alimenti a rischio. Anche perché se in Italia produrre Ogm è vietato, in Europa siamo circondati: Spagna, Repubblica Ceca, Portogallo, Germania, Slovacchia, Romania e Polonia coltivano regolarmente mais transgenico. Migliaia di ettari, destinati ad aumentare negli anni.

IL VENTO DEL NORD
Doveva adeguarsi anche l’Italia e sdoganare l’agricoltura transgenica. La firma dell’accordo Stato-Regioni per definire i paletti era attesa a fine gennaio. Invece dal ministro Zaia è arrivato un altro rinvio. Troppi dubbi sulle linee guida per la coesistenza tra colture convenzionali, biologiche e geneticamente modificate. In altre parole non c’è accordo su come impedire che i semi transgenici contaminino i campi ancora al naturale. Così da Vivaro, un paesino alle porte di Pordenone, è partita la sfida al governo. La guida un contadino friulano, Silvano Dalla Libera, che ha spento il trattore e s’è rivolto al giudice. Ricorsi, controricorsi fino al Consiglio di Stato che gli ha dato ragione: è un suo diritto seminare mais Ogm e il ministero dovrà autorizzarlo entro il 19 aprile. Una bomba a orologeria per Zaia, in corsa per la poltrona di governatore del Veneto, che promette di impugnare la sentenza e fermare il contadino biotech pronto, invece, a seminare il primo campo Ogm al confine fra Veneto e Friuli. Con lui altri mille soci di Futuragra, forti di un sondaggio Demoskopea che dimostrerebbe come da quelle parti ben il 53 per cento degli agricoltori si dica pronto a seguire l’esempio: “Ho dovuto arrivare a 63 anni per farmi il primo campo transgenico. Negli Stati Uniti vidi con i miei occhi la soia Ogm già 20 anni fa e mi dissi: dove vogliamo andare con le nostre zappe?”, racconta Dalla Libera che ha inviato una lettera aperta al premier Berlusconi. Il Friuli Venezia Giulia resta a guardare. L’ex governatore Riccardo Illy s’era detto favorevole nel 2005 all’avvio delle sperimentazioni, pronto a divorare una polenta transgenica alzando un calice di vino. Così farà anche il successore Renzo Tondo del Pdl: “Non vedo contraddizioni fra la tutela del prodotto locale e l’Ogm. Possono avere spazi e funzioni diversi. Da una parte coltiviamo l’alimento di qualità, dall’altra Ogm, magari per produrre energia alternativa. Zone separate, regole, rispetto reciproco”.

Il problema di Tondo non sarà tanto il vento elettorale, che soffia in poppa alla Lega contraria al suo progetto. Quanto la brezza di montagna. Perché dal campo di Silvano Dalla Libera i semi di mais Ogm voleranno dappertutto, dando avvio anche in Italia alla “ contaminazione” che Coldiretti denuncia come rischio globale. Basta farsi una cinquantina di chilometri verso il mare. A Fossalon, nella laguna di Grado, Massimo Santinelli coltiva soia biologica. È titolare della Biolab e da vent’anni commercia tofu nel Nord-est. “La mia soia è naturale al 100 per cento, effettuo controlli alla semina, durante il raccolto e sul prodotto finito. Se danno il via libera ai campi Ogm, non potrò più avere certezze. Chi risponderà dei danni?”. Nessuno lo dice. Anche perché il rovescio della medaglia è che i contadini-tech sono pronti a fare altrettanto. E chiedere un risarcimento di 200 milioni di euro se lo stop agli Ogm rovinasse il loro raccolto: “La contaminazione? La subiremo noi, quando le piante robuste e perfette verranno contaminate da mais malato”. Si annuncia battaglia. Anche perché Federconsumatori è pronta a ricompattare la coalizione anti-Ogm che già nel 2007 si mobilitò per indire un referendum.

SUPER-GELATO ARTICO
Ci aggiungi il super-gelato del futuro, che dall’estate scorsa può circolare nei 27 paesi della Ue e la zona grigia degli Ogm nascosti s’allarga ancora. Si chiama cono “very strong”, realizzato con un gene rubato a un pesce artico, capace di renderlo resistente alle temperature polari. Puoi metterlo in un frigo a bassissime temperature e resta cremoso. Eppure, sebbene la proteina Isp con cui si produce derivi da un lievito geneticamente modificato, l’etichetta Ogm non è obbligatoria: “È esonerato perché l’elemento transgenico usato per la produzione viene rimosso dal prodotto finale”, denuncia la Fondazione diritti genetici. Non è considerato un ingrediente. Non c’è scritto da nessuna parte. Chi mangia non lo sa. E i casi sono sempre di più.

Fonte: L’espresso

Scontro sulle semine Ogm

Monday, February 1st, 2010

Il ministero delle Politiche agricole dovrà autorizzare entro 90 giorni l’avvio delle coltivazioni Ogm anche in assenza di norme specifiche da parte delle Regioni. La sentenza del Consiglio di Stato (numero 183 del 19 gennaio 2010) è destinata a lasciare il segno nella spinosa vicenda delle biotecnologie che continua a spaccare il paese tra favorevoli e contrari.

La causa ha inizio nel 2006 quando il maiscoltore friulano, Silvano Dalla Libera, vicepresidente di Futuragra insieme ad altri 400 agricoltori, rompe gli indugi e mette in mora l’Italia «perché vieta di seminare mais Ogm regolarmente iscritto nel catalogo europeo». Al primo round, presso il Tar, gli agricoltori perdono. I giudici, infatti, fanno propria una nota del ministero delle Politiche agricole in base alla quale l’autorizzazione alle coltivazione Ogm è successiva al varo delle norme da parte delle regioni che devono assicurare la coesistenza tra varietà geneticamente modificate, tradizionali e biologiche.

Nuovo ricorso da parte degli agricoltori e la sentenza del consiglio di Stato che chiarisce: le regioni non intervengono in alcun modo nel procedimento di autorizzazione che è di competenza esclusivamente statale; l’iscrizione di una semente transgenica nel catalogo europeo, dunque verificati i requisiti di sicurezza, ha efficacia in tutti i Paesi membri; in attesa dei piani di coesistenza regionali non viene meno l’obbligo di autorizzare la coltivazione di Ogm. E sulla base di questi presupposti i giudici fissano un termine di 90 giorni per il rilascio dell’autorizzazione da parte del ministero delle Politiche agricole.

«La sentenza è inequivocabile – afferma Duilio Campagnolo, presidente di Futuragra – seminare Ogm è un diritto degli agricoltori e le linee guida sulla coesistenza non sono e non potranno essere un ostacolo all’innovazione». Per il presidente di Confagricoltura, Federico Vecchioni, «si mette fine al paradosso italiano che prevede l’import e l’uso derivati di mais e soia transgenici e il divieto imposto ai produttori di accedere a tali innovazioni con un ostracismo ideologico che richiama quel no al nucleare che tanto è costato negli ultimi anni al sistema paese».

I principali produttori di biotech sono Stati Uniti, Argentina e Brasile con oltre 98 milioni di ettari coltivati su 125 milioni registrati nel 2008 da cui l’Italia importa il 90% di soia destinato alla filiera zootecnica. Dal prossimo maggio, dunque, scatteranno le prime semine di mais Ogm? Per il ministro Zaia non sarà così. «Continueremo a difendere cittadini e agricoltori. La sentenza segue il dettato delle leggi e dei codici, ma contravviene in modo palese alla volontà della stragrande maggioranza dei cittadini e delle regioni italiane che non vogliono Ogm nei loro campi». Insomma, al ministro appare «impossibile» la coltivazione di Ogm se non in presenza di un piano di coesistenza, piano che può essere realizzato soltanto in accordo con le regioni. Dunque, «difficilmente arriverà un parere favorevole».

E se anche dovesse arrivare il via libera, il presidente della Coldiretti, Sergio Marini, annuncia che ricorrerà a un referendum «per difendere il sacrosanto diritto dei cittadini e degli agricoltori di mantenere i propri territori liberi dagli organismi geneticamente modificati». Per il presidente della Cia, Giuseppe Politi, la decisione del Consiglio di Stato «appare frettolosa e soprattutto in controtendenza con quanto e presso dagli stessi cittadini italiani, che in più di un’occasione si sono dichiarati contrari al cibo-biotech. Su un argomento del genere ci vuole riflessione e confronto fra tutte le parti interessate, a cominciare dai produttori agricoli».

Le regioni, tagliate fuori dal Consiglio di Stato, rivendicano il proprio ruolo. Per l’assessore all’Agricoltura dell’Emilia Romagna, Tiberio Rabboni, è necessario varare al più presto uno «scudo anti-Ogm» e in questo senso sollecita l’approvazione del documento di indirizzo già messo a punto dalle regioni. «Questa sentenza – spiega il coordinatore degli assessori agricoli regionali, Dario Stefàno – ci costringe a prendere una decisione». Se ne parlerà nella riunione tecnica della Conferenza Stato-Regioni la prossima settimana. «Occorre evitare posizioni di retroguardia – sottolinea il responsabile agricolo della Lombardia, Luca Daniel Ferrazzi – ma nello stesso tempo occorre garantire da eventuali inquinamenti le filiere di qualità che contraddistinguono il made in Italy».

Fonte: Il Sole 24 ORE

Pericolosi e dannosi Perché è stato deciso lo stop sugli Ogm

Thursday, January 28th, 2010

Ne ha per tutti, Giulia Maria Crespi. Per le multinazionali, «più potenti dei petrolieri» che con gli organismi geneticamente modificati «stanno corrompendo il mondo». Per Luca Zaia, ministro di un’agricoltura «al collasso ». E per la Chiesa, che starebbe diventando, secondo il presidente onorario del Fondo per l’ambiente italiano, il cavallo di Troia dei terribili Ogm. Però Zaia li ha fermati.

Non è contenta?
«Già. Nessuno ha detto il vero motivo per cui l’ha fatto».

Lei lo sa?
«Certamente. Perché lo stesso giorno in cui doveva essere ratificato l’accordo con le Regioni che avrebbe dovuto diventare operativo da domani 28 gennaio la Monsanto, una delle grandi multinazionali che producono gli Ogm, è stata costretta a pubblicare un dossier riservato da cui risultava che animali nutriti con mais geneticamente modificato avevano subìto gravi danni al fegato e ai reni. Ecco la verità».

Resta il fatto che gli Ogm in Italia sono fermi, al contrario di quanto sembra accadere in Europa.
«Resta il fatto che l’agricoltura italiana è al completo collasso. E agricoltura vuol dire turismo, occupazione, difesa idrogeologica. Diciamolo: finora Zaia è stato un disastro. Si cura soltanto di prendere il posto di Giancarlo Galan. Non si è minimamente occupato di aiutare le aziende agricole».

Come, come?
«Senta, l’unica cosa che ha fatto è stato aumentare le quote latte, facendo un favore ai suoi leghisti».

Questo non è aiutare le aziende?
«Bell’aiuto. Così anche i Paesi europei hanno preteso di aumentarle e ora più che mai c’è un dramma italiano, perché la concorrenza produce a minor costo. Infatti in Italia si stanno chiudendo stalle a più non posso. Me lo ha detto Zaia quando è venuto a trovarmi, con due auto blu e la scorta della Forestale. Lui è molto gentile, simpatico, un conoscitore dell’arte. Ma mi pare che i politici non si rendano conto della situazione».

È davvero arrabbiata.
«Sento delle cose che non vanno bene. Anche Pier Luigi Bersani dice: va bene la sperimentazione sugli Ogm, ma con prudenza. Con prudenza? E che cosa vuol dire? Se il mio vicino ha il mais geneticamente modificato, come posso impedire che la mia coltura venga inquinata dal polline? Lo sa che il polline viene portato dai venti? Che con il polline si arriva a contaminare anche le erbe selvatiche della stessa famiglia, diminuendo la biodiversità? E che in questo modo viene impoverito anche l’ambiente? ».

Se le cose stanno così, non è strano che un luminare come Umberto Veronesi abbia dichiarato che gli Ogm
«miglioreranno l’umanità»? «Miglioreranno l’umanità? Intanto sappiamo che in Argentina grandissime superfici coltivate con gli Ogm sono diventate sterili. E che la Food and drugs administration statunitense ha dato un giudizio negativo. Per quanto riguarda Veronesi, ha detto davanti a me che con gli Ogm si può fare agricoltura biologica, dimenticando che se così si eliminano certi insetti come la piralide, poi ci vogliono anche i diserbanti, i concimi, gli anticrittogamici… »

Ma l’uomo? Che prove esistono che facciano male alla nostra salute?
«Per saperlo con esattezza ci vorranno trenta o quarant’anni, ne ho parlato con gli esperti. Per il momento si privatizza un bene comune, perché il contadino che vuole utilizzare le sementi Ogm deve pagare una royalty a chi le produce, cioè le grandi multinazionali. Anni fa in India ci sono stati molti suicidi di contadini falliti perché si erano indebitati per questo e poi la siccità aveva compromesso i raccolti. Il contadino diventa dipendente delle potenti multinazionali, questo è il dramma ».

Veronesi, ma anche Rita Levi Montalcini. C’è chi sostiene che battaglie come la sua sono contro il progresso. Molte scoperte mediche e scientifiche sono avvenute forzando la natura.
«Non la insospettisce che anche la Chiesa stia aprendo agli Ogm organizzando convegni? »

Dovrebbe?
«Senta qua. E Dio disse: la terra produca germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie, e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie».

Cos’è?
«La Genesi. Edizione critica ufficiale a cura di Civiltà cattolica presentata da Carlo Maria Martini. Ora, gli Ogm che cosa sono, se non la negazione di quel principio “secondo la propria specie”, che la Genesi attribuisce a Dio? Non so se tutti hanno chiaro che si uniscono specie diverse: specie vegetali con specie animali, insetti. È una cosa completamente diversa dai cosiddetti ibridi. Si manipola la natura, e alla lunga la natura si ribella».

Ma allora perché la Chiesa sarebbe favorevole agli Ogm?
«Dice che contribuisce a risolvere il problema della fame nel mondo».

Non lo dice soltanto la Chiesa.
«Mi pare una tesi un po’ fasulla. Per ora gli Ogm fanno prosperare soltanto le multinazionali. Alcuni anni fa la scienziata ambientalista indiana Vandana Shiva ci ha raccontato come le multinazionali sono riuscite a imporre il brevetto sul golden rice, che era il loro cibo. La conseguenza è che tutti adesso devono pagare le royalty. Si stanno appropriando di brevetti in tutto il mondo ».

Sergio Rizzo

Fonte: Corriere della Sera

Quote latte, rinvio a giudizio per 19

Wednesday, October 7th, 2009

Truffa da un miliardo di euro. Il pm: gli imputati si appropriavano delle somme da versare all’Agea

 

MILANO - Rinvio a giudizio per 19 persone, tra cui i rappresentanti legali di due cooperative milanesi e alcuni produttori di latte, nonchè soci delle stesse cooperative. La richiesta del pm di Milano Frank Di Maio riguarda la più grande truffa sulle quote latte scoperta dalla procura di Milano con un’inchiesta dai numeri imponenti che coinvolge società di produttori di Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna accusate di non aver pagato per anni le multe dovute per lo sforamento dei limiti di produzione imposti dalla Ue. Gli indagati sono accusati di aver messo in atto una truffa ai danni della Agea (Agenzia per l’erogazioni in agricoltura) poichè, secondo l’accusa, aggiravano la normativa sulle quote latte e si appropriavano delle somme da versare all’Ente. La truffa, ha coinvolto anche cooperative di altre regioni a cui sono state trasmesse per competenza le posizioni giudiziarie.

L’INDAGINE - L’indagine del sostituto procuratore Frank Di Maio è partita dall’arresto, il 9 febbraio scorso, dei legali rappresentanti di «La Lombarda» e «La Latteria di Milano», due cooperative di Melzo accusate di avere come «unico obiettivo» quello «dell’aggiramento della normativa» per «commercializzare il latte prodotto oltre quota dai soci». Le aziende erano state sequestrate. I due indagati, Gianluca Paganelli e Alessio Crippa - che fu tra i leader Cobas che nel 2002-2003 per protesta contro il sistema bloccarono le strade del Nord - rispondono di peculato e truffa aggravata, mentre le altre 17 persone tra cui «produttori soci-conferenti», devono rispondere soltanto di truffa aggravata. Ai 19 indagati viene contestato di essersi appropriati di oltre 118 milioni di euro dal 2003 al febbraio 2009, poichè «omettevano di versare» all’Agea le somme dovute che venivano poi ridistribuite in favore dei soci-produttori. Rinviate a giudizio anche le due società, attraverso le quali sono state commercializzate oltre 270 mila tonnellate di latte «fuori quota» omettendo di versare per anni tutti i cosiddetti «prelievi supplementari».

TRUFFA DA UN MILIARDO - Il pm ha chiesto il rinvio a giudizio anche per le due cooperative che devono rispondere in base alla legge 231/2001 sulla responsabilità amministrativa degli Enti. Nelle scorse settimane la posizione di altri indagati nell’inchiesta era stata trasmessa per competenza alle procure del Friuli, del Piemonte e dell’Emilia Romagna, poiché l’inchiesta si era allargata ad altre cooperative, per una truffa che sfiorerebbe il miliardo di euro. È stata trasmessa per competenza anche la posizione del deputato della Lega Nord Fabio Ranieri, rappresentante legale di una cooperativa di Parma.

PRONTI ALLO SCIOPERO DEL LATTE IN ITALIA

Saturday, September 12th, 2009

Il crollo dei prezzi alla stalla e la mancanza di sostegni concreti da parte di Bruxelles fa salire sulle barricate i produttori europei del latte, spingendo i francesi a proclamare già oggi lo sciopero della produzione, seguiti a ruota dagli italiani che incroceranno le braccia a partire da oggi.

La mobilitazione è stata decisa al termine della riunione del direttivo dell’European Milk Board a Parigi, all’interno del quale siede in rappresentanza dell’Italia Roberto Cavaliere, responsabile nazionale per il latte di Copagri e presidente dell’associazione produttori latte della pianura Padana. La protesta proseguirà inoltre nei prossimi giorni, fa sapere Cavaliere, con una serie di azioni che porteranno di nuovo i trattori in coda sulle strade italiane, per sfociare nel blocco delle frontiere già la prossima settimana, in compagnia dei colleghi francesi e tedeschi.

Da oggi, dunque, stop al conferimento all’industria del latte; dopo la mungitura il latte sarà versato nelle vasche di stoccaggio e poi smaltito. C’é il rischio che i consumatori non trovino più a breve il latte sugli scaffali dei bar e supermercati. “Siamo pronti anche a questo - afferma Roberto Cavaliere -, se non verranno accolte le richieste dei produttori del latte per uscire dalla crisi rivolte la scorsa settimana al commissario Ue all’ agricoltura Mariann Fischer Boel”.

I produttori hanno espresso al commissario la loro contrarietà agli indennizzi sullo stoccaggio del latte in polvere e burro, richiesto un cambiamento radicale nell’Ocm latte che deve essere più flessibile e adattarsi alla domanda, e lanciato la proposta di un piano di riequilibrio della produzione attualmente in surplus, remunerando con 5 centesimi al litro i produttori che si impegnano a ridurre la produzione per due anni.

In questo modo - sostiene Cavaliere - “si potrebbe riequilibrare il mercato senza dover abbandonare delle quote, ed entro il prossimo dicembre i prezzi del latte al produttore potrebbero riavvicinarsi ai 40 centesimi il litro”. Negli ultimi sei mesi il prezzo alla stalla è precipitato del 40% creando serie difficoltà ai produttori che lamentano anche alti oneri d’esercizio. Questo significa - rileva Coldiretti Brescia - che rischiano di perdere il posto di lavoro “gli occupati, i lavoratori autonomi e salariati delle migliaia di aziende zootecniche che producono latte in Italia”.

Fonte : Ansa.it

Il regno delle bufale in autogestione

Tuesday, June 16th, 2009

La storia sentimentale tra l’allevatore Antonio Palmieri e le sue bufale ha inizio qualche decennio fa quando gli toccano, in eredità, duecento ettari di terreno acquitrinoso nella piana del Sele sui quali si adagiano questi bestioni neri, parecchio selvatici e parecchio puzzolenti. Dagli occhi pieni di sangue, scriveva Goethe. “Pensai invece che sarebbe stato un ottimo affare voler bene alle bufale”. Palmieri voleva fare la migliore mozzarella col latte della sua mandria e trovò la radice quadrata della sua fortuna: “Il loro benessere garantisce la qualità del latte e, per proprietà transitiva, la mia mozzarella… Capii presto che le bufale non amano lo sporco e nella palude ci sguazzano se non ne possono fare a meno. Sono invece piuttosto educate, democratiche nella gestione della vita di mandria, delicate nell’utilizzo degli attrezzi che le fanno star bene. Non legano con chi è scorbutico: i mungitori per esempio hanno spesso fretta e le indispongono. L’uomo sa essere cattivo e quindi loro restituiscono pan per focaccia”. Da qui, con un occhio al sentimento e l’altro al portafoglio, la nascita del primo gruppo di bufale autogestite.

Fanno tutto da sole. Si lavano, si spazzolano, si mungono, si dividono i pasti. Entrano ed escono (da sole) dall’infermeria quando qualcosa non va e, in caso di gravidanza, godono di un permesso sindacale di tre mesi di astensione dal lavoro prima del parto: al pascolo allo stato brado, su e giù senza far nulla fino all’arrivo della figliolanza.

Il computer è stato l’amico di Palmieri e un sistema robotizzato lo strumento col quale far girare a meraviglia la società animale, distesa proprio dietro i Templi di Paestum. “Il robot me l’hanno venduto gli svedesi, ma che fatica! Dicevano che le bufale erano meno intelligenti delle vacche e il loro sistema, adatto alla gestione della sola comunità di vacche, avrebbe fallito. Io a ripetergli: “La bufala è molto intelligente, e non c’è paragone tra lei e una mucca. Ma scherziamo?”".

La spuntò Palmieri. Gli svedesi sistemarono i microchip alle orecchie dei suoi quattrocentocinquanta animali, fecero a ciascuna uno screening elettronico sintonizzando nome e dimensione corporea con i bracci robotici delle mungitoie e poi ancora con un sistema complesso di gestione totale. “La mia bufala sa che può disfarsi del suo latte ogni otto ore. Si avvia verso il recinto e il cancello le si apre solo se la precedente mungitura è avvenuta a sufficiente distanza. La bufala entra e si posiziona da sola all’altezza del braccetto per farsi mungere. Comodo, anche elegante e piuttosto discreto. La quantità di latte che rilascerà modula anche la quantità di cibo di cui avrà bisogno. Quindi munge: le nostre macchine riescono a valutare la qualità del latte. Se ci sono problemi, per esempio una mastite, malattia piuttosto comune e ricorrente, il suo latte sarà deviato in altri recipienti e l’animale vedrà aprirsi il cancello alla sua sinistra, quello dell’infermeria. Se tutto fila liscio dopo la mungitura fa i suoi bisogni, poi un piccolo spuntino e infine esce dal paddock. Se ritiene, la bufala decide per una seduta rilassante di massaggio e si fa spazzolare da enormi rulli che - in ragione di questi benedetti chip - si mettono in movimento al suo arrivo. La bufala decide dove e come e quanto spazzolarsi. Dopo la seduta, se è sera, va nel suo spazio privato, sono venticinque metri quadrati, e si distende. Ho pensato che un materassino di gomma le facesse comodo. Infatti tutte hanno molto gradito. Non lo rovinano, lo custodiscono con gelosia, hanno rispetto e tutela per il loro benessere”.

Anche le luci, che col passare delle ore impallidiscono e trascolorano dal rosso fuoco al blu night, rendono il sonno tranquillo e profondo.

Al mattino c’è il pascolo in quindici ettari disponibili. D’estate, col caldo, la bufala sceglie di muoversi meno: “Sa che a ogni ora può farsi una doccia rinfrescante”.
Anche le bufale di Palmieri alla fine della loro carriera fanno la fine di tutte le loro compagne di corso: diventano carne da macello. “Però hanno avuto una vita da nababbi. E di questi tempi…”.

Fonte: La Repubblica

Pecore contaminate con la diossina: ne saranno eliminate 1600

Thursday, December 11th, 2008

 Sono state portate al macello comunale di Conversano (Bari) le circa 1.600 pecore allevate in otto masserie tra Taranto e Statte e risultate contaminate dalla diossina, prodotta da stabilimenti dell’area industriale. Le pecore saranno abbattute nelle prossime ore, probabilmente giovedì, su disposizione della Regione Puglia.

RIMBORSO - Secondo le analisi eseguite dall’Azienda sanitaria locale, gli animali avrebbero assunto veleno e le loro carni risulterebbero contaminate. Gli allevatori saranno risarciti con 160 mila euro complessivi: meno del valore di ogni animale che è di circa 133 euro lordi. L’Ilva di Taranto martedì in un comunicato ha sottolineato che «allo stato non vi è nessun elemento che possa mettere in correlazione la contaminazione degli animali con la diossina prodotta in maniera univoca dallo stabilimento siderurgico di Taranto».

Fonte: Corriere della Sera

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