Archive for the ‘alimentazione’ Category

Falso Bio, un milione di truffe

Wednesday, October 16th, 2013

 

Il colore è giallo brillante. L’odore è appetitoso. Il sapore, dolce e deciso. E poi c’è quell’etichetta rotonda, con una sigla che dà istintivamente fiducia: “D.O.P- di origine protetta”. In realtà, di protetto, in quella confezione c’è ben poco: fra agenti chimici e conservanti tossici si tratta del mais meno salutare che possa esserci in commercio.

Truffe alimentari di questo genere sono quasi all’ordine del giorno. Quintali di prodotti che vengono fatti passare per delizie biologiche sottoposte a severi controlli ma che invece aggirano ogni norma falsificando le etichette e utilizzando, spesso, pericolosi pesticidi, liquidi non commestibili o persino sostanze destinate all’alimentazione zootecnica. Ovvero mangimi per animali.

L’ultima frode è stata scoperta a Roma, dove sono state sequestrate duemila confezioni di finti cibi biologici destinati al commercio su internet. C’era di tutto: dalle tisane alle salse di pomodoro passando per gli integratori alimentari. Ma la portata del fenomeno è vastissima: solo nel 2013 il Nucleo Antifrode dei Carabinieri ha sequestrato in tutta Italia due milioni di finte etichette biologiche e confezioni “ingannevoli” e più di 77 mila prodotti agroalimentari. La Guardia di Finanza, invece, ne ha ritirati dal mercato quasi un milione in un anno. 

Un giro d’affari enorme che ha un doppio fine: truffare i clienti e accaparrarsi i finanziamenti europei elargiti per favorire l’agricoltura biologica in Italia. In un anno, sempre i militari dell’Arma hanno accertato frodi ai danni dell’Ue per oltre 12 milioni di euro. Tanto che ora Bruxelles per scongiurare altre truffe “all’italiana” potrebbe decidere di chiudere i rubinetti dei finanziamenti decurtando per il 2014-2020 le assegnazioni dei fondi per la Politica Agricola Comune. E sarebbe un grave danno, visto che in Italia gli agricoltori impegnati nel biologico sono più di 50 mila e nonostante la crisi il nostro paese si conferma come uno dei leader per produzioni “green”.

La chiave di tutto infatti è proprio questa: cresce a dismisura la domanda di prodotti “bio” o di origine protetta e aumentano in maniera simmetrica le truffe. Soprattutto nell’e-commerce, il commercio via internet, che sta diventando sempre più pratico e popolare e dà la possibilità di esportare il prodotto “finto bio” in breve tempo su larghissima scala o di importare quello contraffatto dall’estero.

Ma come si comportano, esattamente, i professionisti delle truffe alimentari? I modi per ingannare gli ignari consumatori sono tre. Il primo è ovviamente quello di falsificare l’etichetta grazie a tipografi compiacenti che riproducono alla perfezione i marchi “DOP”, “IGP”,”STG-biologico”: sigle che attestano la provenienza protetta del cibo e il trattamento senza pesticidi. Mentre in realtà per quegli alimenti non c’è tracciabilità, non si sa dove sono stati prodotti né come. Negli ultimi anni gli organi di controllo hanno incrementato la vigilanza sulle confezioni alimentari, ma molte truffe continuano a resistere.

Il secondo modo è quello di violare le più basilari norme igienico-sanitarie o addirittura di utilizzare elevati contenuti di Ogm o agenti chimici vietati secondo le norme europee nell’agricoltura biologica.

Poi c’è – appunto – chi cerca di ottenere i finanziamenti europei riservati agli imprenditori agricoli non rispettando le norme e i parametri sulla produzione biologica. O chi, addirittura, si finge un agricoltore mentre in realtà svolge tutt’altro mestiere. Racconta a l’Espresso il comandante del Nucleo Antifrodi dei Carabinieri di Roma Riccardo Raggiotti: «L’universo dei truffatori è variegato: in questi anni c’è capitato di tutto. Uno dei casi più classici è però quello di inserire nel Sistema Informativo Agricolo Nazionale dati sui terreni completamente fasulli. In pratica: pur di avere i soldi dicono di essere possidenti di un immenso terreno coltivabile mentre in realtà inseriscono i dati catastali del parco pubblico o del campo da calcio cittadino». E se i controlli non sono attenti e severi rischiano pure di ottenerli.

La truffe di alimenti bio riguardano principalmente i prodotti ortofrutticoli oppure in scatola: dalle minestre alla soia. Però in questi anni le forze dell’ordine si sono trovate a doversi occupare di tutto: dai latticini ai prodotti surgelati da forno fino alla pasta fatta con la farina di riso. In alcuni casi si tratta semplicemente di alimenti di scarsa qualità o al di sotto dello standard qualitativo che ci si aspetta da un prodotto “green”. In altri casi, invece, sono proprio prodotti tossici.

Proprio come quelli “low cost” sequestrati in tutta Italia lo scorso aprile dalla Guardia di Finanza di Pesaro e dall’Ispettorato repressione frodi del ministero della Politiche Agricole di Roma. Mille e cinquecento tonnellate di mais, 800 tonnellate di semi di soia e 340 tonnellate di panello e olio di colza provenienti dall’Europa dell’Est che stavano per finire sulle nostre tavole e che contenevano il “clormequat”, un pericolosissimo pesticida. Nei chicchi di grano, poi, sono state trovate tracce di prodotti chimici “destinati all’industria mangimistica per l’alimentazione zootecnica”. Per animali, insomma. Nella maxi truffa internazionale erano coinvolte 23 società fra italiane e straniere, che per evitare i controlli nazionali sdoganavano i cibi a Malta prima di portarli nel nostro paese.

Erano vendute a carissimo prezzo, invece, le oltre 100 mila tonnellate di falsi prodotti biologici sequestrate lo scorso giugno sempre dalle Fiamme Gialle a Cagliari. Mais, grano, soia, semi di girasoli: l’organizzazione criminale era riuscita a mettere in piedi un giro da oltre 135 milioni di euro evadendo – tra l’altro – l’Iva per cinque milioni. Il gruppo con sede a Capoterra poteva contare sull’appoggio di molte società fantasma nel comparto dell’intermediazione di prodotti cerealicoli biologici.
E tossico era anche il miele sequestrato ad Ascoli Piceno dal Corpo Forestale dello Stato nel maggio del 2012 durante l’operazione “Ape Maia Bio”. Migliaia di confezioni destinate agli scaffali dei piccoli supermercati “di nicchia” che contenevano miele e preparati biologici a base di propoli nei quali erano stati utilizzati farmaci nocivi e vietati.

Un vero classico poi è la vendita all’estero di finto olio biologico. Si tratta infatti del prodotto “made in Italy” più ambito al mondo, e cadere in una truffa, soprattutto online, è facilissimo. L’ultimo maxi sequestro di questo genere è stato portato a segno dalle Fiamme Gialle di Trani: un’organizzatissima associazione per delinquere aveva messo in piedi il commercio di bottiglie spacciandole per “olio pugliese extravergine e biologico”. In realtà, perquisendo i frantoi i finanzieri hanno trovato due silos contenenti due diversi tipi di olio che venivano miscelati. Alla faccia della qualità dichiarata. Fra questi, poi, c’era anche il “lampante”: l’olio che un tempo veniva usato per le lampadine. E che ovviamente non è commestibile.

Questa impennata di truffe sta preoccupando l’Unione Europea. E proprio di recente l’ha spinta a correre ai ripari varando norme di controllo più severe che entreranno in vigore il prossimo gennaio. Fra le tante, questa è la più significativa: ogni anno ciascun Paese Ue si dovrà impegnare a prelevare forzatamente un numero minimo di campioni di prodotti “bio” sul proprio territorio da analizzare, valutare e - se è il caso – bocciare. Prima ancora che ci pensino l e forze dell’ordine.

Fonte; L’Espresso

Ottocento milioni ancora senza cibo

Wednesday, October 16th, 2013

Ottocento milioni ancora senza cibo La grande ingiustizia del Pianeta

I paesi sottosviluppati raccolgono la stragrande maggioranza dei denutriti, solo una crescita della ricchezza disponibile potrà cambiare le cose. Per ora un terzo della popolazione mondiale consuma i tre quarti delle risorse della Terra. Sembra ancora lontano, a livello globale, l’obiettivo più ambizioso fissato dal Vertice mondiale dell’alimentazione del 1996 (Wfs), quello cioè di dimezzare il numero delle persone che soffrono la fame entro il 2015, anche se alla fine del 2012 ventidue paesi vi erano riusciti

ROMA  -  “La fame non ha scrupoli”, dice Charlie Chaplin in “Luci della ribalta”. La grande verità di questa “sentenza” agghiacciante, recitata da uno dei più grandi personaggi del XX secolo, serve  per affrontare una condizione umana dalle dimensioni planetarie, che annulla senza scrupoli  -  appunto - ogni energia; instupidisce il pensiero; rende indifferenti rispetto ad altri affamati (come racconta Dostoesvskij in “Umiliati e offesi”); produce noncuranza di fronte alla paura e alle gerarchie; rigenera povertà, oltraggiando la dignità di milioni di esseri umani, destinati a non essere mai liberi. I loro orizzonti sono nelle bidonvilles, dove la povertà estrema si trasforma in miseria sordida, che risulta più vistosa e insopportabile di quella dei milioni di contadini più poveri, derubati della terra.

Stando alle ultime stime, riferite all’arco di tempo 2011-13 sono 842 milioni - una persona su otto  -  i “morti di fame” nel mondo, interessati da una condizione di quasi totale assenza di cibo quotidiano, o che non hanno abbastanza cibo per condurre una vita sana e attiva. Si tratta di un dato  del rapporto congiunto (”Lo Stato dell’insicurezza alimentare nel mondo”) pubblicato dalle agenzie alimentari delle Nazioni Unite: l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (Ifad), ed il Programma alimentare mondiale (Pam). Le aree dove sopravvivono le più alte percentuali di denutriti, rispetto alla popolazione, sono le repubbliche andine, subito dopo vendono tutti i Paesi dell’Africa nera e l’Asia del Sud, nella quale si contano il maggior numero di affamati, in valore assoluto.

Ma la fame si può ingannare. Come fanno i popoli che usano consumare sostanze eccitanti e stupefacenti, con l’effetto di aggravare di più lo stato fisico e sottrarre spazio per la coltivazione di piante capaci di produrre alimenti. Ecco allora il cosiddetto circolo vizioso della povertà: gli uomini non lavorano o sono poco produttivi, in quanto malnutriti; ma sono malnutriti perché non producono abbastanza, al punto di essere costretti a chiedere prestiti all’estero; per pagare i debiti, devono esportare materie prime che invece potrebbero essere utili per la propria gente. E’ così che si produce un progressivo, inesorabile processo di impoverimento, che può essere interrotto solo da improbabili interventi dei pubblici poteri locali e dalla cooperazione internazionale, in molti casi però ispirata a politiche predatorie, o a giochi geopolitici.

La buona notizia  -  per così dire  -  sta nel fatto che il numero complessivo è sceso, rispetto agli 868 milioni del periodo 2010-12, di circa 30 milioni, quella cattiva invece è che, ancora una volta, la stragrande maggioranza delle persone denutrite vive nei paesi poveri, mentre 15 milioni e 700mila vivono nei paesi sviluppati. Vengono individuati molti elementi che hanno contribuito ad aumentare il numero di persone in grado di accedere più regolarmente al cibo. Tra questi, c’è l’innegabile crescita economica nei paesi in via di sviluppo  -  ancorché disomogenea - che ha aumentato i redditi e creato le condizioni per una ripresa della produttività agricola e dunque per una più diffusa disponibilità di cibo.

Vanno aggiunti poi gli effetti  - in questo caso positivi - della forte emigrazione dai paesi poveri, fenomeno che produce cospicue rimesse di denaro degli emigranti, origine di una significativa diminuzione del tasso di  povertà, a sua volta generatrice di condizioni migliori in fatto di diete e maggiore sicurezza alimentare. Il volto oscuro della fame resta tuttavia nell’Africa sub-sahariana. Qui ci sono stati scarsissimi progressi in questi ultimi anni. Pertanto, è proprio in questa enorme parte del continente che rimane la più alta percentuale di denutrizione, con un africano su quattro (24,8 per cento) che soffre cronicamente la fame.

Piccoli passi avanti. Insufficienti, per autorizzare una qualsiasi forma di ottimismo, anche i risultati che riguardano l’Asia occidentale; mentre, al contrario, nelle regioni meridionali del continente il dossier segnala piccoli passi avanti. Stessa cosa  per l’Africa settentrionale. Una riduzione più consistente, sia nel numero degli affamati che nella diffusione della denutrizione, si sono avute invece nella maggior parte dei paesi dell’Asia orientale, del Sud-est asiatico e dell’America Latina. In sintesi, il quadro che appare è il seguente: dal 1990-1992 ad oggi il numero totale delle persone sottonutrite nei paesi in via di sviluppo è sceso del 17%, passando da 995,5 milioni a 826,6 milioni.

Il consumo delle risorse alimentari mondiali è appannaggio di poche aree del mondo, caratterizzate da un forte sviluppo industriale. I redditi elevati servono a pagare i servigi dei saccheggiatori di risorse in tutti i climi possibili del Pianeta. Ecco perché nei negozi di Chicago o Torino, di Tokyo o Parigi, di New York, Londra, Firenze o Francoforte si trovano alimenti che evocano di fatto i paesaggi agrari di tutto il mondo, in tutte le stagioni dell’anno. I frigoriferi nelle case del mondo occidentale possono essere visti  -  dice il geografo francese Pierre George - anche come piccoli “musei” della produzione di cibo nel mondo. Il caffè brasiliano assieme al cacao della costa d’Avorio e al riso del sud est asiatico.

Un terzo della popolazione mondiale si trova in America del Nord, Europa e paesi dell’ex Unione Sovietica. E’ in queste aree che si consumano i tre quarti della produzione alimentare disponibile sulla Terra. A tutti gli altri rimangono le briciole. E’ da questa condizione che si formano i continenti del sottosviluppo, popolati di diseredati che “consegnano” la propria fame fino alle periferie delle grandi metropoli del cosiddetto Terzo Mondo, dove sperano di trovare cibo.  popoli delle bindonvilles la cui miseria è più sordida, più appariscente di quella dei più poveri contadini senza terra, pur senza essere più grande.

Il rapporto, confortato dai numeri, si mostra incline ad una visione rosea della situazione e ricorda come, nonostante i dati non siano uniformi, i paesi poveri - nel loro insieme - abbiano fatto progressi notevoli verso il dimezzamento della percentuale di persone che soffrono la fame entro il 2015, che rappresenta il primo degli Obiettivi di sviluppo del millennio (Mdg) concordati a livello internazionale. Se il calo medio annuo, dal 1990 ad oggi, dovesse continuare sino al 2015, la percentuale di denutrizione  -  si legge nel rapporto - riuscirebbe a raggiungere un livello vicino a quello richiesto dall’obiettivo di sviluppo del millennio sulla fame nel mondo.

Purtroppo però sembra rimanga ancora lontano, a livello globale, l’obiettivo più ambizioso fissato dal Vertice mondiale dell’alimentazione del 1996 (Wfs), quello cioè di dimezzare il numero delle persone che soffrono la fame entro il 2015, anche se alla fine del 2012 ventidue paesi vi erano riusciti. La prefazione al rapporto porta la firma dei responsabili della Fao, dell’Ifad e del Pam, rispettivamente José Graziano da Silva, Kanayo F. Nwanze e Ertharin Cousin. Nelle loro parole c’è l’esortazione ai Paesi ricchi del Pianeta “ad intervenire subito e con maggiore impegno”.  “Con una spinta finale, entro il prossimo biennio, per l’obiettivo del millennio che  -  sostengono - si può ancora raggiungere”.  Vengono raccomandati interventi in agricoltura, e nei sistemi alimentari nel loro complesso, ma anche nei servizi sanitari, nell’istruzione, con una particolare attenzione alle donne.

Esortazioni che, tuttavia, suscitano perplessità per la cronica scarsa capacità delle Nazioni Unite di incidere concretamente nei contesti di crisi, alimentare e non. E questo per ragioni antiche, che oggi svelano con maggiore evidenza la realtà tragica e grottesca di un’istituzione debilitata da profonde contraddizioni, prodotte dai rapporti disonestamente sbilanciati fra i 193 Paesi che ne fanno parte. Inefficienza e ingiustizia che costringono ad un confronto, che si rivela drammatico, fra i costi finanziari per mantenere in piedi l’istituzione e i risultati concreti raggiunti in tutto il Pianeta, nell’ambito della fame e non solo. Nel ricordo di tutti ci sono i tre più recenti e terribili disastri umanitari che hanno visto l’inefficace, nebuloso, impalpabile intervento dell’Onu: Haiti, Somalia e Ruanda.
Fonte: La Repubblica

Là dove c’era la foresta ora c’è l’olio da snack

Friday, July 26th, 2013

La piantagione di olio di palma PT Tunggal Perkasa Plantations (Astra Agro) a Lirik, nella provincia di Rian, sull'isola di SumatraLa piantagione di olio di palma PT Tunggal Perkasa Plantations (Astra Agro) a Lirik, nella provincia di Rian, sull’isola di Sumatra

Distributore automatico di merendine in un’azienda occidentale. Tarallucci, crackers, biscotti di cioccolato, wafer al riso soffiato, patatine. Su cinque snack, cinque citano fra gli ingredienti “oli e grassi vegetali”. Nome generico dietro cui, probabilmente, si cela anche l’olio di palma, usato pure come biocarburante e in vari detersivi, shampoo, cosmetici, in particolare nei saponi, perché permette di ottenere un prodotto molto solido, di rapida essiccazione e che si consuma lentamente. È l’olio vegetale più usato al mondo, dopo quello di soia: coltivarlo costa poco e ha un’altissima resa. Un singolo ettaro può produrre fino a sette tonnellate di olio, molto più di quanto si riesca a estrarre da altre colture di semi oleosi come mais, soia, colza.

INCENDI DOLOSI - Isola di Sumatra, Indonesia. Da giugno a settembre, nella stagione secca, ogni anno qui si consuma un triste rituale: incendi dolosi appiccati nelle foreste per far posto a sconfinate piantagioni di palma da acacia, da cui si estrae la polpa di cellulosa per la produzione di carta, oppure di una particolare varietà di palma, che produce un grosso frutto rosso ricco di olio, la palma da olio appunto. Incendi accesi da mano umana che spesso si trasformano in roghi fuori da ogni controllo. Migliaia di ettari di vegetazione tropicale vanno in fumo così, ogni anno, creando enormi nuvole di cenere e polvere che arrivano fino a Singapore, Malesia, Taiwan e altri Paesi vicini, rendendo l’aria irrespirabile per centinaia di chilometri. Come hanno dimostrato le scioccanti immagini satellitari diramate in giugno. Per giorni Singapore è stata avvolta da una densa caligine che ha spinto la popolazione a barricarsi in casa o girare con la mascherina e le centraline dell’inquinamento dell’aria, che misurano le famigerate polveri sottili in atmosfera, sono schizzate da 75 a 401 (Pollutant Standard Index), “rischio letale per anziani e malati”.

LA «BONIFICA» DELLE TORBIERE - Gli ecosistemi più minacciati dall’espansione delle piantagioni di palma da olio sono le torbiere, zone semipaludose su substrati di vegetazione decomposta (torba) che agisce come una spugna, assorbendo acqua e aiutando a prevenire le inondazioni. Un’enorme riserva di materiale organico che racchiude in sé grandi quantitativi di carbonio. Chi vuole sviluppare nuove piantagioni, spesso illegalmente, prima di tutto “secca” le torbiere costruendo canali di drenaggio, quindi “bonifica” il terreno appiccando il fuoco. Risultato: tonnellate di CO2 in atmosfera e animali selvatici costretti a migrare in tutta fretta; tra questi anche diversi esemplari di specie in via di estinzione come l’orango, il rinoceronte o la tigre di Sumatra.

IL COSTO AMBIENTALE - L’Indonesia è leader mondiale nella produzione di olio di palma. «Difficilmente rinuncerà ai profitti che ne derivano. Una volta piantato, l’albero tropicale può produrre frutti per più di 30 anni, fornendo occupazione tanto necessaria per le comunità rurali povere », conferma un report del Worldwatch Institute. «Ma ciò ha un costo altissimo, a livello ambientale. Le piantagioni spesso sostituiscono le foreste tropicali, uccidendo le specie in pericolo, sradicando le comunità locali e contribuendo al rilascio di gas clima-alteranti. Soprattutto a causa della produzione di olio di palma, l’Indonesia è il terzo Paese al mondo per emissioni di gas serra, dopo Stati Uniti e Cina». Secondo i dati dell’organizzazione ambientalista Greenpeace, la deforestazione e poi gli incendi causano ogni anno il rilascio in atmosfera di circa 1,8 miliardi di tonnellate di CO2.

CHI INQUINA PAGA? - La legge a protezione delle foreste in realtà c’è, ma non viene applicata correttamente; le concessioni vengono date spesso in modo poco trasparente e non esiste ancora un archivio dati preciso delle terre interessate alla deforestazione e alla salvaguardia ambientale, denuncia Greenpeace, che ha lanciato una campagna mediatica di respiro internazionale per sollevare il velo sulle responsabilità economiche e politiche dietro le grandi nuvole nere che invadono i cieli dell’Asia meridionale. «In Indonesia è stata fortunatamente rinnovata per altri due anni la moratoria che vieta di convertire in piantagioni le torbiere con strati di torba più profondi di tre metri ed esiste anche un organismo, il “Roundtable on sustainable palm oil” (RSPO) istituito nel 1997, che dovrebbe garantire e certificare la sostenibilità dell’olio prodotto dai suoi associati», spiega Chiara Campione, responsabile della Campagna foreste di Greenpeace Italia. «La legge c’è ma non viene rispettata. E la RSPO di fatto concede la certificazione anche a chi si comporta in maniera scorretta, secondo i nostri parametri. Noi chiediamo che espella almeno i produttori che hanno causato i recenti incendi forestali».

LA BATTAGLIA APERTA - Sulla questione, la battaglia è aperta. Greenpeace vanta una grande vittoria: l’anno scorso ha “convinto” la multinazionale cino-indonesiana della carta APP, parte del colosso Sinar Mas, ad adottare una politica di “deforestazione zero” lungo tutta la sua filiera e quando la Rainbow Warrior, nave ammiraglia degli “ecoguerrieri”, è arrivata a Giakarta, il presidente indonesiano Susilo Bambang Yudhoyono è salito a bordo per mandare un segnale di collaborazione con gli ambientalisti dopo anni di tensioni. «Ora bisogna che anche le altre multinazionali, produttrici di olio da palma, seguano l’esempio», sostengono i responsabili di Greenpeace, elencando i nomi dei presunti produttori “fuorilegge”: «Sime Darby, Wilmar International e IOI continuano a incendiare come se nulla fosse e anche la RSPO, l’ente certificatore, non vieta di fatto lo sviluppo di piantagioni sulla torba», si legge nel comunicato diffuso nelle settimane scorse.

I NUOVI IMPRENDITORI - La RSPO ribatte difendendo parzialmente le aziende del settore e rimbalzando la responsabilità dei roghi sulle aziende della carta: «L’80% degli incendi è avvenuto al di fuori delle piantagioni di palma da olio, molti nelle piantagioni di polpa di cellulosa e di carta. Speriamo che Greenpeace inizi ad applicare lo stesso rigore di vigilanza in questi settori». La disputa allontana, in realtà, l’attenzione da altri e meno visibili protagonisti dello scempio forestale in Indonesia. Mentre le grandi industrie del settore, sempre più sorvegliate dai mass media e dai governi, stanno lentamente abbandonando le pratiche più discutibili e le concessioni dubbie, si fanno strada “imprenditori” senza scrupolo di medio livello, pronti a rimpiazzare i big e a utilizzare la pratica del cosiddetto slash-and-burn, il taglia e brucia. «Acquistano terreni con contratti informali a livello di villaggio, aggirando così di fatto il sistema di concessioni governative su terre formalmente pubbliche», sostiene uno studio del Centro Agroforestale Mondiale. «Quindi impiegano forza lavoro non locale per “ripulire” il terreno e prepararlo alla coltivazione della palma da olio, illegalmente ». In questo clima confuso, gli incendi sull’isola di Sumatra, in particolare nella provincia di Riau, sono tutt’altro che spenti. «È molto probabile che si riproporranno periodi di roghi violentissimi come quelli del mese scorso», denuncia un report del World Resources Institute. «Gli incendi boschivi sono un problema endemico in Indonesia, che avrebbe bisogno di soluzioni complesse e coordinate».

LE COLPE DELL’OCCIDENTE - Di certo noi italiani non possiamo chiamarci fuori, anche se centinaia di migliaia di chilometri ci separano da quelle foreste. Siamo, infatti, uno dei principali consumatori di polpa di cellulosa dalla Cina (e quasi tutta la polpa di cellulosa commercializzata dai cinesi proviene dall’Indonesia) e terzi consumatori di olio di palma a livello europeo dopo Gran Bretagna e Olanda. Sugli scaffali dei nostri supermercati, come nei distributori automatici di snack o nelle profumerie, si accumulano prodotti industriali che contengono materie prime provenienti dalla distruzione delle foreste indonesiane. L’obiettivo di Greenpeace è proprio quello di ricostruire la filiera, il binario che collega la distruzione delle torbiere con i prodotti che finiscono nelle nostre case. Tentando poi di cambiare le politiche di acquisto di queste materie prime da parte dei grandi brand internazionali.

LA CAMPAGNA “DEFORESTAZIONE ZERO” - Come è già avvenuto per la filiera della carta, attraverso una campagna “deforestazione zero” che ha spinto gli editori a non comprare più polpa di cellulosa proveniente da “crimini forestali”, Greenpeace ora punta a spingere i brand della cosmetica e dell’alimentazione a ripulire i loro prodotti alla sorgente e quindi a fermare la “politica dello slash and burn”. Quando Unilever o Procter&Gamble, che commercializzano saponette, prodotti cosmetici e detersivi, hanno cancellato il contratto con le multinazionali più controverse dell’olio di palma, infatti, anche i produttori indonesiani hanno fatto marcia indietro. Insomma, la via più facile per spegnere gli incendi in Asia sembra essere la sensibilizzazione dei consumatori e delle aziende occidentali, quasi tutte ormai dotate di una politica di Corporate sustainability che si occupa dell’impatto delle proprie pratiche produttive. Torno al distributore di merendine. Prendo un’acqua e vado via.

Fonte: corriere.it

Allarme in Piemonte. Il ministero: «Il pesto alla genovese può contenere botulino»

Saturday, July 20th, 2013

Pesto al basilico  Allarme per sospetta presenza di botulino in pesto genovese. Lo lancia il ministero della Salute, in merito al pesto prodotto e confezionato dalla ditta Bruzzone e Ferrari di Genova per conto di alcune grandi catene di distribuzione, transitato in una piattaforma di vendita situata nell’alessandrino con data di scadenza 9 agosto 2013 ed il numero di lotto 13G03.

 

RITIRO DELLA MERCE - E’ stata la stessa azienda nella notte tra venerdì e sabato a dare l’allarme. La ditta ha immediatamente disposto il ritiro del prodotto in commercio e sono in corso gli accertamenti delle ASL per valutare l’estensione dell’allerta sul territorio regionale ed extra regionale ma, al momento, non si può escludere la possibilità che alcuni vasetti possano già aver raggiunto il frigorifero di qualche ignaro consumatore. In Piemonte è stato rintracciato in alcuni supermercati dell’ alessandrino e Regione Piemonte e Asl hanno lanciato l’allerta ai cittadini per verificare se ne hanno fatto acquisto.

ACCERTAMENTI - Sono in corso accertamenti per valutare l’estensione dell’allerta sul territorio regionale ed extra regionale. Il «clostridium botulinum», ha spiegato Gianfranco Corgiat, responsabile del settore Prevenzione della Regione Piemonte «può presentarsi in conserve e alimenti come il pesto che non possono essere sterilizzati, può anche essere inerme quanto invece produrre una tossina molto potente che può anche causare la morte di chi lo ingerisce. Il fatto che il prodotto abbia scadenza ad agosto potrebbe aggravare la situazione in quanto il microbo, fino ad allora avrebbe parecchio tempo a disposizione e potrebbe produrre la sostanza velenosa». Sulle merci ritirate - fa ancora sapere la Regione Piemonte - saranno disposti ulteriori controlli per valutare l’effettivo rischio sanitario.

Fonte: Corriere della Sera

Così si sposteranno le coltivazioni del Mediterraneo

Wednesday, July 3rd, 2013

Giacomo TrombiGiacomo Trombi La laurea quinquennale e il dottorato, promette, li affronterà presto. D’altra parte, Giacomo Trombi fa ricerca già da sette anni nel gruppo del professor Marco Bindi al dipartimento di scienze delle produzioni agroalimentari dell’Università di Firenze e ha partecipato a un importante studio pubblicato sulle riviste Climatic Change e Biogeography che svela come uliveti e vigneti stiano lentamente ma inesorabilmente migrando verso nord e l’Atlantico.

 

SIMULAZIONE DI CRESCITA - La sua carriera è cominciata quando, fresco di laurea triennale in agraria, ha preparato l’esame sui software di simulazione della crescita delle colture. «E siccome la mia passione è sempre stata l’informatica, mi riuscì piuttosto bene». Al punto che Bindi lo chiamò nel suo team. Risultato: Giacomo oggi è un ricercatore conosciuto in Europa, ma formalmente è solo un collaboratore a progetto. Se ne dispiace, ma non rimpiange il periodo passato in Austria. «Qui lavoriamo con progetti europei, i fondi non mancano». Così il gruppo ha condotto gli studi, in collaborazione con l’Istituto di biometeorologia del Cnr, incrociando i dati reali della coltivazione di vite e ulivo con una serie di variabili del clima e del suolo.

VERSO NORD - Il sistema ha previsto come le due coltivazioni si muoveranno nel futuro. In Nord Africa, Medio Oriente e Spagna, per esempio, le attuali superfici destinate a ulivo risulteranno presto inadatte a causa del deficit idrico e delle temperature più elevate. I cambiamenti climatici potrebbero invece favorire la produzione di vino in Germania. «Le condizioni climatiche che oggi caratterizzano le aree dove le colture prosperano tendono a spostarsi verso nord-ovest e maggiori altitudini. Non significa che in Toscana sparirà il Chianti. L’uomo si è sempre adattato per fare in modo che la pianta potesse dare il massimo in quella precisa località, con quel suolo e quel clima». Insomma, semmai è tempo che l’Italia, che ancora non ha un’agenda per i cambiamenti climatici, cominci a ragionare su queste cose. «A livello di ricerca gli strumenti li abbiamo, sia per prevedere i trend sia per avviare progetti di selezione», conclude Giacomo. Ora deve muoversi la politica.

Sara Gandolfi

Fonte: Corriere della Sera

Latte tossico dal Friuli ai supermarket: 7 arresti

Thursday, June 20th, 2013

Latte tossico distribuito dal Friuli, dove veniva prodotto, fino a Veneto, Toscana, e poi, ancora più a Sud, Umbria, Campania e Puglia. È questa la mappa geografica dei luoghi dove veniva distribuito e venduto il latte con marchio Cospalat, un consorzio di allevatori che produceva latte destinato ai caseifici, per produrre formaggio, e ai punti vendita dove veniva posto sugli scaffali come latte fresco. Le indagini condotte dai Nas di Udine hanno portato all’emissione di sette misure cautelari personali richieste dalla Procura di Udine, coordinata dal pm Marco Panzeri, per commercio di alimenti cancerogeni, nocivi e adulterati. Gli indagati, invece, sono 26, di cui 17 allevatori del consorzio.

I SEQUESTRI - Il latte veniva ritiratoda imprenditori agricoli associati al Cospalat della provincia di Udine, per essere poi miscelato e trasportato ai caseifici di Selva del Montello (Treviso), Sacile (Pordenone) e Feletto Umberto (Udine), dove veniva destinato alla produzione del formaggio Montasio doc. Questo, nonostante si trattasse di latte proveniente anche da caseifici non certificati per la produzione dello stesso Montasio doc, violando così il disciplinare che garantisce al consumatore le caratteristiche chimico fisico e organolettiche del prodotto.

LA RICOSTRUZIONE - Secondo la ricostruzione fatta dai carabinieri del Nas di Udine, comandati dal capitano Antonio Pisapia, il latte destinato al Montasio non avrebbe contenuto la aflatossina, la muffa cancerogena. Il latte destinato ad altri caseifici che producono altri formaggi, conteneva la sostanza pericolosa; esso veniva diluito con prodotto non contaminato per renderlo idoneo ai controlli analitici effettuati dagli acquirenti. Negli oltre sei mesi di indagini condotte da maggio a dicembre 2012, i carabinieri del Nas di Udine hanno sequestrato 1.063 forme di formaggio prodotto con latte contaminato, e scoperto che partite di latte vendute come contenente Omega3, era in realtà latte diluito con semplice acqua. «Abbiamo verificato che c’erano strani passaggi del latte - ha spiegato il comandante dei Nas di Udine, capitano Antonio Pisapia - che ad esempio partiva da Udine, arrivata fino a Brindisi per poi tornare indietro fino ad Arezzo».

IL LEADER - È stato arrestato il leader del Cospalat del Friuli Venezia Giulia, Renato Zampa. Oltre a lui, sono state eseguite cinque misure degli arresti domiciliari e un obbligo di dimora. Per tutti l’ipotesi di reato è di associazione per delinquere finalizzata alla frode in commercio, adulterazione di sostanze alimentari e commercio di sostanze alimentari pericolose per la salute.

 

LA TRUFFA AI TRUFFATORI - Dalle indagini è emersa anche una ulteriore truffa nelle truffe. Il consorzio, infatti, veniva danneggiato da due autotrasportatori che rubavano 2/3 quintali di latte nel corso di ogni viaggio verso Toscana e Umbria. È per questo che Dragan Stepanovic e Roberto Alaimo, in concorso tra loro, sono accusati di furto. I due autotrasportatori pesavano i camion facendo figurare un peso a vuoto superiore di alcuni quintali rispetto a quello reale. Poi, prima di intraprendere il viaggio, aggiungevano quintali di acqua al latte già stivato nella cisterna. Il quantitativo eccedente (calcolato sulla base dell’acqua e del peso aggiunti) veniva quindi sottratto durante il viaggio e venduto a un soggetto che non è stato ancora identificato.

Fonte: Corriere della Sera

Il bio-bollino degradabile per la frutta bio

Thursday, June 13th, 2013

Compost Label, il bollino biodegradabile (da Polycart)Compost Label, il bollino biodegradabile (da Polycart) Lo chiamano biollino. Si tratta di un’etichetta adesiva biodegradabile e compostabile al 100%, stampata e applicabile su prodotti alimentari e non solo. Il nome effettivo è Compost Label e si tratta, per esempio, del bollino che incollato sulle mele o sulle arance ne indica marchio e provenienza, ma che al contrario degli altri può essere smaltito tra i rifiuti umidi. «È compostabile secondo la norma Uni En 13432, e infatti dopo l’utilizzo si smaltisce con le sostanze organiche e successivamente nei centri di compostaggio», spiega Luca Bianconi, amministratore della Polycart, azienda umbra produttrice di film plastici e compostabili che, in collaborazione la poligrafica Gpt, ha realizzato la nuova linea di prodotti adesivi realizzati con Mater-Bi come base di partenza (la bioplastica ideata da Novamont) e altre componenti vegetali oltre all’amido di mais.

 

MATER-BI - «Oltre ai bollini adesivi per frutta e verdura abbiamo realizzato etichette da bilancia pesa-alimenti e stiamo sperimentando etichette per bottiglie di olio e vino, ma ancora non siamo alla fase della commercializzazione. Abbiamo anche siglato un accordo volontario con il ministero dell’Ambiente per l’analisi dell’impronta ambientale della linea», aggiunge Bianconi. Per la fine dell’estate il bio-bollino sarà pronto, con certificazione Cic (Consorzio italiano compostatori) a garanzia della compostabilità del manufatto: compostabile significa che si decompone in tempi brevi.

FUTURI SVILUPPI - «Se la linea incontrerà sul mercato lo stesso favore espresso dai produttori di frutta e verdura che l’hanno già vista alla Fiera di Udine e soprattutto a Berlino, a Fruit Logistica, il successo sarà garantito. L’idea è sperimentare nuove applicazioni per i materiali biodegradabili e compostabili che, come i sacchetti, hanno contribuito alla salvaguardia dell’ambiente».

Anna Tagliacarne

Fonte: Corriere.it

Sprechi domestici, ecco qualche dritta per evitarli

Tuesday, June 4th, 2013

Sprechi di ciboSprechi di cibo Una quantità indecente di cibo nel mondo viene buttato via, nella spazzatura, magari in mare. Se non possiamo controllare gli sprechi di industria alimentare, rivenditori di cibo e ristoranti, possiamo certamente farlo dentro le nostre mura domestiche. Un piccola sfida che può risultare creativa e divertente.

 

RISORSE ANTISPRECO - «Ama il cibo, odia lo spreco», una campagna lanciata cinque anni fa dall’ong Wrap e sostenuta dal governo britannico aiuta la popolazione a ridurre lo spreco alimentare anche grazie un’ampia piattaforma online con notizie e consigli pratici per scegliere il cibo che dura, conservarlo meglio, riutilizzare quello avanzato o salvare in extremis ciò che sta per finire nella spazzatura. Le risorse su Internet sono infinite, comprese ricette per riutilizzare al meglio gli avanzi. A partire da quelle di Lisca, la blogger italiana che mette insieme ambiente e fornelli. Esistono anche le app per smartphone che aiutano a organizzare la cucina, il frigo, la lista della spesa. Wrap ha recentemente aggiornato la sua. Tra le altre, quella creata dal Wwf, One planet food, per calcolare quanto i nostri consumi impattano sull’ambiente.

UNA RISORSA: L’AVANZO - Alcuni consigli riguardano cose che noi mediterranei – o magari le nostre mamme – abbiamo già nel sangue, ed è bene mantenere le sane, vecchie, abitudini, come quella di fare una frittata di pasta con lo spaghetto rimasto dal giorno prima. Il concetto è: riutilizzare gli avanzi. Chi tende ad accumularne tanti in frigo, può pensare di organizzarli meglio, preservandoli in contenitori – non di plastica – e magari scrivendo la data in cui il cibo è stato cucinato o la confezione aperta su un pezzetto di scotch di carta, in modo da evitare di buttare tutto via «nel dubbio». In freezer si può piazzare un contenitore-zuppa, dove far convogliare resti di verdura, pasta, riso o quant’altro potrà trasformarsi in un’interessante minestra. In generale, avere nel congelatore anche piccole porzioni avanzate può sempre venir bene. Si può poi pensare d’istituire una cena degli avanzi settimanale, che può diventare un tradizionale e simpatico appuntamento famigliare – o magari con vicini e amici, in cui condividere e riproporre al meglio della fantasia ciò che è rimasto dai pasti precedenti (obbligatorio, ovviamente, il pasto degli avanzi condiviso post-festività).

DALLA SPESA AL COMPOST - Quando si fa la spesa, la parola d’ordine è: avere un piano. Va bene ogni tanto farsi tentare, ma in linea generale bisogna evitare di riempire sacchetti e sporte sull’onda dell’acquolina del momento, senza pensare a quanto cibo ci serva veramente, per quanti pasti. Se nei prossimi giorni siamo spesso a mangiar fuori casa, per esempio, il rischio che le prelibatezze acquistate finiscano nel bidone è obiettivamente forte. La conservazione dei cibi è un aspetto fondamentale. Quando ci si mette a tavola, poi, il trucco è servire porzioni modeste. Soprattutto con i bimbi, non si sa mai quanto finirà nella pancia e quanto nella spazzatura. E poi, se si ha ancora fame c’è sempre tempo per un bel bis. Infine, se i viveri arrivano proprio al capolinea del loro ciclo commestibile, fateli finire nel bidone giusto: quello del compost. Se non avete un giardino e dove abitate non avviene la raccolta, potreste sfoggiare eccellente volontà provando a informarvi se qualcuno nei paraggi gradirebbe i vostri rifiuti organici.

CONSERVARE FRUTTA E VERDURA – Ognuno ha il suo trucco per conservare le verdure in frigo: contenitori ermetici, sacchetti del pane, carta da cucina e strofinacci bagnati. Ecco però qualche dritta su piccole cose che potreste non sapere. Le banane si conservano meglio all’aria, ma un volta mature (o perfino stramature) si possono affettare e surgelare per utilizzarle in seguito in qualche ricetta dolce. Anche le uova si possono mettere in freezer, magari dopo essersi assicurati che abbiano passato il test di freschezza (immergerle in una ciotola d’acqua e assicurarsi che non galleggino). E poi: molti di noi tengono cipolle e patate insieme fuori dal frigo: errore. A causa dei gas che entrambe sprigionano, si rovinano a vicenda. Stessa incompatibilità d’anima tra la lattuga e alcuni frutti, in particolare meloni, mele e pere: emettendo etilene, la faranno marcire. Infine, un consiglio per tutti: la temperatura del frigo deve essere tra i 3 e i 4 gradi, altrimenti è solo uno spreco energetico.

Carola Traverso Saibante

Fonte: corriere.it

Pensa, mangia, preserva: l’ambiente si salva (anche) a tavola

Tuesday, June 4th, 2013

La salvezza dell’ambiente passa dalla nostra tavola. Da ciò che mangiamo e da quello che sprechiamo. Il tema scelto dall’Unep (Programma ambiente delle Nazioni Unite) per il 2013 è diverso da quelli soliti, più «ambientali». Non più i riflettori puntati sulla biodiversità, la conservazione delle zone umide, l’accesso all’acqua e via dicendo - tutte cose importantissime e sacrosante per l’ambiente - ma un approccio più «personale», che parte appunto dalla seconda funzione più importante per la nostra sopravvivenza dopo l’atto della respirazione: alimentarsi e mangiare.

 

PENSA, MANGIA, PRESERVA - Il tema del 2013 è «Pensa, mangia, preserva», in inglese Think, Eat, Save. Il claim originale inglese ha una profondità maggiore rispetto alla versione italiana: save, infatti, non significa solo «preservare», ma anche «salvare» e «risparmiare». E quindi si comprende meglio la motivazione che l’Unep ha inteso assegnare alla Giornata mondiale dell’ambiente di quest’anno (che vede la sede centrale della ricorrenza assegnata alla Mongolia): riflettere su ciò che si mangia per evitare gli sprechi.

SPRECHI ALIMENTARI - Nel mondo un terzo delle risorse alimentari viene sprecato: significa 1,3 miliardi di tonnellate. Quindi non è più (solo) un problema di risparmio per dare cibo a chi non lo ha e di risorse in un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo. Ma è diventata un’emergenza ambientale, dato che cibo significa anche impronta carbonica e idrica, consumo di suolo, utilizzo di fertilizzanti, spreco di carburante per il trasporto. Non a caso il 6-7 giugno ad Amsterdam si tiene il Vertice sul cibo sostenibile.

I NUMERI - Nei Paesi occidentali ogni anni (dati Unep e Fao) si sprecano 222 milioni di tonnellate di cibo, pari quasi (230 milioni di tonnellate) alla produzione di cibo nell’Africa sub-sahariana. In Italia si spreca cibo per un valore di 15 miliardi di euro. Ogni giorno vengono sprecati 4 milioni di mele (fonte Barilla Center for Food and Nutrition: proprio sui temi del cibo e della nutrizione Barilla annuncia per il 26-27 novembre a Milano il 5° Forum) e lo spreco alimentare è aumentato del 50% dal 1974 al 2006.

ITALIA - Molte le manifestazioni in Italia per la Giornata mondiale dell’ambiente: impossibile citarle tutte (si possono cercare sul sito ufficiale dell’Unep con la voce Italy). Tra le più intessanti quelle di Treedom, sostenuta anche dal Comune di Firenze, una campagna per piantare 100 mila alberi, che possono essere fotografati e geolocalizzati uno a uno. Sempre a Firenze alla Biblioteca degli Uffizi il convegno Investimenti per un Rinascimento verde. A Milano la giornata si inserisce nella campagna di sensibilizzazione Basta mozziconi per terra. A Torino giornata finale del Festival del cinema ambientale con la consegna dei premi.

 

Paolo Virtuani

La locandina del programma di Martina Franca (Ta) per la Giornata dell'ambienteLa locandina del programma di Martina Franca (Ta) per la Giornata dell’ambiente

Sprechi alimentari: ogni anno in Italia

Wednesday, May 22nd, 2013

ogni anno in Italia si buttano 76 Kg di cibo a testa

ROMA - Nei Paesi più ricchi, è in casa che si sprecano più alimenti, e non fa eccezione l’Italia dove il 42% del totale degli sprechi (76 kg pro capite per anno) si materializza all’interno delle mura domestiche: si tratta, in percentuale, del 25% della spesa. La parte del leone è tutta a livello domestico e rappresenta lo 0,96% del Pil. Lo rileva Waste Watcher, l’Osservatorio internazionale contro gli sprechi attivato nell’ambito dell’Università di Bologna, presentato oggi a Padova in occasione della Green Week Tre Venezie. Operativo in partnership con Swg, società di ricerche di mercato, l’osservatorio ha l’obiettivo di fornire monitoraggi periodici sugli sprechi, alimentari ma non solo.

Il sondaggio. I dati della ricerca sono il frutto del sondaggio effettuato su 2mila cittadini italiani maggiorenni, stratificati per genere, zona ed età. Ed emerge anche ciò che i consumatori pensano dello spreco di alimenti. Metà dei cittadini ritengono che si tratti di un problema rilevante e grave; un terzo si definisce preoccupato e quasi la metà richiede una maggiore informazione sull’argomento. Il cibo che viene buttato giornalmente è ‘troppo’ per il 53% delle donne, per il 54% dei responsabili degli acquisti, per il 54% di chi si occupa di gestire la spesa in frigo e in dispensa, per il 75% di chi vive in un nucleo più numeroso (6 o più).

L’identikit dello ’sprecone’. Il problema dello spreco alimentare è considerato

‘molto grave’ dal 54% delle donne, dal 57% dei responsabili degli acquisti, dal 58% di chi si occupa di gestire la spesa in frigo e in dispensa, dal 59% dei 35-44enni, dal 62% di chi vive in un nucleo più numeroso (6 o più). Infine, lo spreco alimentare preoccupa il 38% delle donne, il 39% dei responsabili degli acquisti, il 40% di chi si occupa di gestire la spesa in frigo e in dispensa.

Le conseguenze. I principali effetti dello spreco alimentare nelle risposte degli intervistati sono inquinamento e impoverimento delle risorse ambientali per il 21%, povertà e fame nel mondo per il 19%, aumento rifiuti per il 18%, spreco di risorse per il 14%, conseguenze economiche per il 16% (aumento dei prezzi per l’8%, danni economici e speculazione per il 3%, diseguaglianze socio-economiche per il 3%, eccessiva produzione di ricchezza per il 2%.

Perché si sciupa. Ma perchè le famiglie italiane sprecano? Per consumismo, secondo il 20% degli intervistati, carenza culturale ed educativa secondo il 18%, eccessivo benessere per il 16%, superficialità e pigrizia per l’ 11%, incapacità di gestione del bilancio familiare per l’11%, condizionamento del mercato, tempi frenetici, scadenze ravvicinate, altro per il 13%. Inoltre dichiarano di essere informati sullo spreco il 50% dei responsabili degli acquisti, il 51% di chi si occupa di gestire la spesa in frigo e in dispensa, il 56% degli over 64enni, l’ 85% di chi vive in un nucleo più numeroso (6 o più).

E vorrebbe ricevere delle informazioni sulle conseguenze dello spreco alimentare e sui sistemi utili a ridurre gli sprechi il 58% dei responsabili degli acquisti, il 60% di chi si occupa di gestire la spesa in frigo e in dispensa, il 60% degli over 55enni, il 64% di chi vive in un nucleo più numeroso (6 o più).

Come evitare gli sprechi. In un periodo di forte crisi economica gli italiani riscoprono l’arte di cucinare con gli avanzi. Secondo una recente indagine di Coldiretti/Swg, infatti, la metà degli italiani (il 51% per la precisione) ha ridotto gli sprechi a tavola. E come testimoniano i dati si tratta di scelte ben ponderate e consapevoli.

Il 66% di chi ha diminuito gli sprechi l’ha fatto direttamente “alla fonte”, cioè acquistando meno prodotti al supermercato; il 54% ha aguzzato la fantasia cucinando per il giorno successivo gli avanzi della sera mentre al 45% è bastato fare attenzione alle date di scadenza. Perché anche la disposizione degli alimenti in frigorifero è una scienza: mettere più in vista i cibi a breve scadenza può evitarci di buttare nella spazzatura soprattutto yogurt, insaccati e carne.

Record negli Usa. Gli Stati Uniti però fanno molto peggio di noi. Gli americani infatti sprecano il 40% del cibo: in termini economici si tratta di 165 miliardi di dollari che anziché nella bocca dei cittadini finiscono nelle discariche, trasformandosi così in un costo per la collettività, quello dello smaltimento. Essere cicala o formica non è certo una questione genetica, ma di prezzi. Negli Usa infatti ogni famiglia manda in fumo oltre 2000 dollari di cibo all’anno perché pane, carne e pesce costano ancora relativamente poco. E i consumatori acquistano quantità superiori al loro fabbisogno.

Fonte: La Repubblica

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