Archive for the ‘alimentazione’ Category

12 regole per una cucina biodiversa

Tuesday, December 10th, 2013

 

(Benvegnù-Guaitoli)
da «Vademecum per la biodiversità quotidiana», di Chiara Spadaro
Ecco un sintetico «Manifesto della cucina biodiversa», tratto dal libro di Chiara Spadaro «Vademecum per la biodiversità quotidiana» (Altreconomia, 2013), per riconoscere quei locali che mettono al centro l’«agri-cultura». O, più semplicemente, per orientare le nostre scelte di cuochi domestici.

1. Contare, ovvero: accorciare le distanze Quanti passi, pedalate, spinte sull’acceleratore, onde o nuvole ci separano dal campo dove è stato coltivato quel che troviamo nel piatto? Preferiamo le cucine che accorciano queste distanze, scegliendo prodotti locali e da filiera corta. Non c’è solo da guadagnarci in freschezza e qualità dei prodotti; anche l’ambiente ringrazia se investiamo nel “capitale delle relazioni” instaurando uno scambio diretto con i produttori del territorio.

2. Conoscere, ovvero: piccolo è bello Valorizziamo i piccoli produttori che praticano un’agricoltura naturale. Di quanti ettari è l’azienda dalla quale prendiamo gli ortaggi? Quante arnie custodisce l’apicoltore che ci fornisce il miele? Quante mucche alleva il casaro dei nostri formaggi? La salvaguardia della biodiversità è nelle mani di chi pratica un’agricoltura minuta, facendosi custode dei saperi ancestrali della terra.

3. Preservare, ovvero: scegliere un’agricoltura naturale Lavoriamo con i produttori che coltivano la terra con rispetto, senza fare uso di concimi e diserbanti chimici. Preferiamo le aziende agricole biologiche e biodinamiche del territorio e tutti quegli agricoltori, allevatori e trasformatori che, pur non essendo certificati, hanno scelto di praticare forme di agricoltura naturale. E non solo: valorizziamo i produttori che salvaguardano la biodiversità, ad esempio scegliendo di mantenere a bosco una parte dell’azienda.

4. Scegliere, ovvero: elogio della scelta vegetariana e vegana Ci limitiamo a un solo dato: una dieta basata su cibi animali consuma da 5 a 10 volte l’acqua di una dieta vegetariana e - secondo il centro internazionale di ricerca Nutrition ecology (www.nutritionecology. org) - ha un impatto ambientale 10 volte più pesante. Per riflettere attorno a quel che mangeremo domani rimandiamo agli utili scritti di Marinella Correggia, che dedica un intero capitolo di “Cucinare in pace” (Altreconomia 2013) alla scelta di “non mangiar carni” e al “mana pisikuy”…- “che ci sia cibo a sufficienza per tutti”, in lingua quechua. Oggi meno del 5% della popolazione italiana è vegetariana (l’1% è vegano, fonte Eurispes).

5. Preparare, ovvero: della trasformazione dei prodotti Lavoriamo le materie prime - di stagione, fresche e integrali: al bando i surgelati e gli ingredienti troppo raffinati - con tecniche semplici. Cottura al vapore, stufata, con poca acqua, a fuoco lento e al “coperto” (usando i coperchi si risparmia fino al 30% di energia). O meglio ancora (per la salute e l’ambiente): senza cottura.

6. Ricordare, ovvero: memorie da recuperare e condividere A proposito della trasformazione dei prodotti in cucina, aggiungiamo l’aspetto della memoria: recuperiamo le ricette della tradizione, osserviamo le nonne ai fornelli e tramandiamo le ricette. Condividerle di generazione in generazione, scambiandosi racconti che mantengono vive le memorie di un tempo, è un’occasione unica di socialità culinaria e tutela della biodiversità alimentare.

7. Pagare, ovvero: diritto a un lavoro dignitoso e alla trasparenza Il lavoro della terra dev’essere riconosciuto con una retribuzione equa e dignitosa. Non consumiamo, né acquistiamo materie prime ottenute con lo sfruttamento dei lavoratori (oltre che della terra). Noi commensali, inoltre, potremmo rivendicare un menù “a prezzo trasparente”: come per i prodotti del commercio equo, chiedere che siano indicate in modo trasparente le diverse voci che compongono il prezzo finale di un prodotto (o un menù), guardando uno dopo l’altro a tutti i passaggi della filiera alimentare.

8. Arredare, ovvero: per un’architettura biodiversa Per fare un tavolo ci vuole un fiore. Meglio se il legno è di recupero: cassette dell’ortofrutta che si trasformano in mensole, panche e tavole ottenute da pallet riciclati, vecchie credenze che scoprono nuovi usi. Anche l’arredamento della cucina può guardare alla biodiversità: scegliamo materiali semplici e naturali, tinti con colori vegetali, e oggetti usati che possiamo reinventare con l’upcycling.

9. Recuperare, ovvero: viva il riciclaggio selvaggio Praticare la raccolta differenziata in cucina è un dovere, ma possiamo fare di più: ad esempio sperimentare ricette che prevedono l’uso di parti che è abitudine scartare, come foglie, gambi, baccelli e scorze. Anche i materiali usati in un ristorante possono essere vocati a un basso impatto ambientale. Un paio di idee da copiare: al Barco - il bar della cooperativa Insieme, che da oltre 30 anni si occupa di riciclo e riuso a Vicenza (www.albarco.it) - ritagli di vecchi giornali, incollati e plastificati sono diventati delle tovagliette riutilizzabili; da Sbarbacipolla, biosteria a Colle Val d’Elsa (Si, www.biosteriasbarbacipolla. it), il menù (che cambia quasi quotidianamente proprio per assecondare la stagionalità e la proposta degli orti dei fornitori) è scritto su una lavagna d’ardesia, da cancellare e riscrivere senza alcun impatto sull’ambiente.

10. Leggere, ovvero: l’informazione nel piatto Molti ristoranti eco e bio sono anche dei presidi d’informazione: approfittiamone. Volantini e racconti sui produttori che forniscono le materie prime; materiali dedicati al mondo dei Gas e dell’economia solidale; riviste e libri in tema. Ma anche (soprattutto a livello do100 mestico) etichette, sigle e codici impressi sui cibi. Impariamo a decifrarli. Altri oggetti è bene che siano completamente “no logo”. Un esempio su tutti, la brocca con l’acqua del rubinetto (cerchiamo il logo di Imbrocchiamola: la lista dei locali che aderiscono è sul sito della campagna, www.imbrocchiamola.org).

11. Giocare, ovvero: per una cucina a misura di bambino Coinvolgiamo i più piccoli in cucina, sperimentando con loro ricette semplici e divertenti, impasti, forme e colori. E ritagliamo degli spazi a misura di bambino anche negli agriturismi e nelle osterie. A Ca’ dell’Agata - ecoagriturismo a Zugliano (Vi) -, accanto alla stufa, c’è un banchino con dei giochi di legno e una lavagna con i gessetti colorati.

12. Collaborare, ovvero: comunità culinarie crescono Sperimentiamo cucine di comunità, collaborando con altre realtà del territorio fino a creare una vera e propria rete: Gruppi d’acquisto solidale, cuochi, ortolani, allevatori, panificatori, artigiani, associazioni e botteghe del commercio equo e solidale. Insieme si possono realizzare delle serate a tema, cene biodiverse, raccolti collettivi, laboratori di autoproduzione e corsi di cucina. Mettendosi in rete, c’è sempre più gusto.

Dal libro di Chiara Spadaro «Vademecum per la biodiversità quotidiana» (Altreconomia, 2013)
Fonte: corriere.it

Agricoltura di domani: ritorno al futuro con la concimazione naturale

Monday, November 18th, 2013

una sfida a favore della fertilità del suoloLetame contro petrolio: una sfida a favore della fertilità del suoloIn Italia, 80 anni fa, si utilizzavano 100 milioni di quintali di fertilizzanti naturali e rinnovabili, oggi meno di 92 mila. Partendo da questo dato gli allevatori bio-sostenibili lanciano una sfida: per ridare fertilità alla terra bisogna nutrirla. Sembra l’uovo di Colombo. E parafrasando lo slogan di Expo 2015 (Nutrire il pianeta) rilanciano con «Nutrire il suolo per nutrire il pianeta».

LETAME CONTRO PETROLIO - Cia (Confederazione italiana agricoltori) e Anabio (Associazione nazionale agricoltura biologica), per contrastare la progressiva erosione di terra arabile, si sono posti come obiettivo per l’Italia 15 mila nuove aziende (bio) entro il 2020 (cioè il raddoppio di quelle esistenti): perché la creazione di allevamenti zootecnici biologi e biodinamici garantisce la produttività della terra e riduce l’impiego di energie fossili. L’idea: letame contro petrolio. Una sfida a favore della fertilità del suolo. In Italia, solo nel Meridione, il letame prodotto dagli allevamenti animali (ovini, bovini e suini) e utilizzato per fertilizzare i campi produttivi (cereali, legumi, frutta e verdura) ammontava a oltre 100 milioni di quintali nel 1930. Nella stessa area geografica nel 2000 il consumo dello stesso fertilizzante organico era quantificabile in 92 mila tonnellate.

CONCIMAZIONE NATURALE - Tornare alla concimazione naturale dunque, per il bene della terra. Ma le emissioni di CO2? Secondo Cia e Anabio la zootecnica, praticata in modo sostenibile, può contribuire all’abbattimento dei volumi di anidride carbonica. A supporto di questa tesi l’ultimo rapporto della Fao sottolinea che «un uso più ampio delle migliori pratiche e tecnologie già esistenti per l’alimentazione, la salute e l’allevamento animale, e la gestione del letame - insieme a un maggiore uso delle tecnologie attualmente sottoutilizzate come i generatori di biogas e i dispositivi di risparmio energetico - potrebbe contribuire a tagliare l’apporto del settore al riscaldamento globale fino al 30%, diventando più efficiente e riducendo gli sprechi energetici».

RAPPORTO FAO - Si legge ancora nel rapporto Tackling climate change through livestock: A global assessment of emissions and mitigation opportunities (Affrontare il cambiamento climatico attraverso il bestiame: la valutazione globale delle emissioni e delle opportunità di mitigazione): «Sono state individuate tre aree prioritarie in cui il miglioramento delle pratiche potrebbe risultare efficace, la promozione di pratiche più efficienti, una migliore conduzione dei pascoli e una migliore gestione del letame». Infine, una soluzione davvero green per ridurre ulteriormente le emissioni di metano provenienti dagli allevamenti (soprattutto bovini) che durante la digestione dei vegetali che ruminano emettono metano nell’atmosfera. Un professore di nutrizione dell’università americana Penn State, Alexander Hristov, ha scoperto che l’aggiunta di origano alla dieta delle mucche riduce le emissioni del 40% e aumenta la produzione di latte. Miracoli della natura.

Fonte: corriere.it

Gli spinaci non sono ricchi di ferro

Wednesday, October 23rd, 2013

Diete e alimentazione: è questo il campo dove i falsi miti prosperano di più e la fantasia sembra non avere limiti: dagli spinaci ricchi di ferro (leggenda perpetuata dai cartoni di Braccio di Ferro, anche se questi vegetali non abbondano del minerale più di altre verdure simili), all’ananas brucia-calorie (che invece aiuta soltanto la digestione grazie all’enzima bromelina); dai carboidrati e i latticini che fanno ingrassare, alle uova off limits per colpa del colesterolo. Ce n’è davvero per tutti i gusti.

 

TUTTI NUTRIZIONISTI - Perché? «In parte accade perché i disturbi che compaiono dopo aver mangiato sono abbastanza comuni, così la gente si convince che qualche specifico alimento ne sia responsabile senza rendersi conto che, se l’apparato digerente non funziona bene, si possono avere sintomi a prescindere da ciò che si mangia - risponde Gino Roberto Corazza, presidente della Società Italiana di Medicina Interna -. Inoltre, i test a disposizione per capire se realmente un cibo non viene tollerato sono poco precisi, e questo non fa che favorire il proliferare dei numerosi luoghi comuni». «C’è da aggiungere che negli ultimi anni l’alimentazione è entrata nelle case di tutti e chiunque si sente un po’ nutrizionista per aver orecchiato qualche informazione in televisione o altrove - interviene Andrea Ghiselli, ricercatore del Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura (CRA) di Roma -. A questo si sommano i lavori scientifici amplificati e divulgati soprattutto se accattivanti, a prescindere dal loro reale valore. Non sorprende, quindi, che da tutto ciò possano nascere le idee più eccentriche».

LATTICINI - Ecco, allora, la dieta dei cavernicoli, a cui dovremmo tornare per salvarci da malattie cardiovascolari e tumori: nessuno però ha mai dimostrato che i nostri avi (il cui stile di vita di cacciatori-raccoglitori era peraltro ben diverso dal nostro) abbiano davvero avuto una salute di ferro, nessuno sa che cosa mangiassero realmente, mentre pare certo che privarsi di cereali e latticini, come predicano i più intransigenti “paleo-seguaci”, non faccia bene alla salute. «Uno dei miti da sfatare più pericolosi riguarda proprio i latticini, a cui tantissimi si autoproclamano intolleranti un po’ per moda, un po’ perché hanno sentito dire che l’uomo è l’unico animale che beve latte da adulto, e un po’ perché si convincono di aver la pancia gonfia dopo aver introdotto una microscopica quantità di latticini - dice Ghiselli -. L’intolleranza al lattosio, dovuta alla carenza dell’enzima che serve a digerirlo, è un disturbo comune, ma tutti dovrebbero sapere che i sintomi, dal dolore alla diarrea, compaiono se si beve una tazza di latte tutta insieme: se in un giorno la stessa quantità viene introdotta in due volte non succede niente. Nonostante ciò, tante persone si stanno privando di nutrienti che sono indispensabili per raggiungere il picco di massa ossea, come dimostrano parecchi lavori scientifici. Perché non è nemmeno vero che il latte sia acidificante e “rubi” calcio alle ossa: un’altra leggenda da smentire. Come quella per cui non dovremmo mangiare la frutta dopo i pasti. Tutt’altro: la frutta dovrebbe farne sempre parte, anche perché contiene la vitamina C che aiuta a assorbire meglio il ferro presente nei vegetali».

ZUCCHERO - Non è vero neppure che dare zucchero ai bambini li renda iperattivi: gli studi hanno dimostrato come in gran parte si tratti di un’errata impressione in genitori al corrente di questo luogo comune. Lo zucchero, semmai, aiuterebbe il cervello dei bimbi a concentrarsi meglio. Ma il miglioramento delle performance dura poco , e quindi è meglio dar loro pasti equilibrati che contengano carboidrati complessi, in grado di fornire ai neuroni un apporto stabile di glucosio.

Fonte: corriere.it

Agromafie, boom di frodi alimentari (+170%)

Saturday, October 19th, 2013

(Ansa)(Ansa) CERNOBBIO (Como) – I terreni agricoli contaminati dall’interramento di rifiuti tossici hanno raggiunto in Italia un’estensione pari a quella del Friuli Venezia Giulia. Benvenuti nel mondo delle agromafie, i fenomeni di criminalità organizzata che aggrediscono la filiera italiana del cibo. L’allarmante dato è contenuto nel rapporto Agromafie 2013 presentato questa mattina a Cernobbio dalla Coldiretti. Detto che il business generale delle cosche in agricoltura è cresciuto nell’ultimo anno del 12 per cento, in controtendenza con l’andamento dell’economia legale, la ricerca, condotta in collaborazione con Eurispes, si spinge ad analizzare i fenomeni illegali più allarmanti. Quello dei campi usati per interrare i rifiuti tossici è sicuramente tra questi.

IL RAPPORTO - «Le imprese criminali si impadroniscono di terreni destinati alla produzione di cibo e li utilizzano come discariche – scrive il rapporto – e i campi vengono contaminati in maniera irreversibile». La vicenda della Terra dei Fuochi in Campania è da questo punto di vista la più eclatante ma non è l’unica. «La contaminazione dei suoli – prosegue la ricerca – interessa ormai l’intero paese con ben 725mila ettari di aree gravemente inquinate, una superficie grande poco meno del Friuli Venezia Giulia». La cosche riescono a diversificare efficacemente i loro investimenti lungo la filiera, inserendosi in particolare nel trasporto dei prodotti delle campagne ma anche nella distribuzione e nel consumo. Il rapporto, basandosi su dati forniti dalla direzione nazionale antimafia ha stimato che 5mila locali della ristorazione siano in mano alla criminalità organizzata e che il 15% delle attività agricole appartiene ormai all’illecito. Tutta questa catena di violazioni si ripercuote sulle frodi alimentari complessive, che hanno portato in un anno a un incremento del 170% dei sequestri di prodotti non conformi alle norme.

FANTASIA - La fantasia dei contraffattori, da questo punto di vista, non ha limiti: Coldiretti ha scoperto che in Gran Bretagna è in vendita un kit per la produzione (non autorizzata) di formaggi italiani protetti da marchi di qualità come parmigiano, mozzarella e pecorino romano. «Un fatto doppiamente grave – sottolinea – l’organizzazione – se si pensa che la Gran Bretagna fa parte dell’Unione Europea». E’ stato scoperto addirittura che nelle stalle gira un prodotto farmaceutico, un vaccino, capace di far apparire sani a ogni controllo veterinario capi di bestiame in realtà malati, con gravissime ripercussioni per la sicurezza dei consumatori.

Fonte. corriere. it

Falso Bio, un milione di truffe

Wednesday, October 16th, 2013

 

Il colore è giallo brillante. L’odore è appetitoso. Il sapore, dolce e deciso. E poi c’è quell’etichetta rotonda, con una sigla che dà istintivamente fiducia: “D.O.P- di origine protetta”. In realtà, di protetto, in quella confezione c’è ben poco: fra agenti chimici e conservanti tossici si tratta del mais meno salutare che possa esserci in commercio.

Truffe alimentari di questo genere sono quasi all’ordine del giorno. Quintali di prodotti che vengono fatti passare per delizie biologiche sottoposte a severi controlli ma che invece aggirano ogni norma falsificando le etichette e utilizzando, spesso, pericolosi pesticidi, liquidi non commestibili o persino sostanze destinate all’alimentazione zootecnica. Ovvero mangimi per animali.

L’ultima frode è stata scoperta a Roma, dove sono state sequestrate duemila confezioni di finti cibi biologici destinati al commercio su internet. C’era di tutto: dalle tisane alle salse di pomodoro passando per gli integratori alimentari. Ma la portata del fenomeno è vastissima: solo nel 2013 il Nucleo Antifrode dei Carabinieri ha sequestrato in tutta Italia due milioni di finte etichette biologiche e confezioni “ingannevoli” e più di 77 mila prodotti agroalimentari. La Guardia di Finanza, invece, ne ha ritirati dal mercato quasi un milione in un anno. 

Un giro d’affari enorme che ha un doppio fine: truffare i clienti e accaparrarsi i finanziamenti europei elargiti per favorire l’agricoltura biologica in Italia. In un anno, sempre i militari dell’Arma hanno accertato frodi ai danni dell’Ue per oltre 12 milioni di euro. Tanto che ora Bruxelles per scongiurare altre truffe “all’italiana” potrebbe decidere di chiudere i rubinetti dei finanziamenti decurtando per il 2014-2020 le assegnazioni dei fondi per la Politica Agricola Comune. E sarebbe un grave danno, visto che in Italia gli agricoltori impegnati nel biologico sono più di 50 mila e nonostante la crisi il nostro paese si conferma come uno dei leader per produzioni “green”.

La chiave di tutto infatti è proprio questa: cresce a dismisura la domanda di prodotti “bio” o di origine protetta e aumentano in maniera simmetrica le truffe. Soprattutto nell’e-commerce, il commercio via internet, che sta diventando sempre più pratico e popolare e dà la possibilità di esportare il prodotto “finto bio” in breve tempo su larghissima scala o di importare quello contraffatto dall’estero.

Ma come si comportano, esattamente, i professionisti delle truffe alimentari? I modi per ingannare gli ignari consumatori sono tre. Il primo è ovviamente quello di falsificare l’etichetta grazie a tipografi compiacenti che riproducono alla perfezione i marchi “DOP”, “IGP”,”STG-biologico”: sigle che attestano la provenienza protetta del cibo e il trattamento senza pesticidi. Mentre in realtà per quegli alimenti non c’è tracciabilità, non si sa dove sono stati prodotti né come. Negli ultimi anni gli organi di controllo hanno incrementato la vigilanza sulle confezioni alimentari, ma molte truffe continuano a resistere.

Il secondo modo è quello di violare le più basilari norme igienico-sanitarie o addirittura di utilizzare elevati contenuti di Ogm o agenti chimici vietati secondo le norme europee nell’agricoltura biologica.

Poi c’è – appunto – chi cerca di ottenere i finanziamenti europei riservati agli imprenditori agricoli non rispettando le norme e i parametri sulla produzione biologica. O chi, addirittura, si finge un agricoltore mentre in realtà svolge tutt’altro mestiere. Racconta a l’Espresso il comandante del Nucleo Antifrodi dei Carabinieri di Roma Riccardo Raggiotti: «L’universo dei truffatori è variegato: in questi anni c’è capitato di tutto. Uno dei casi più classici è però quello di inserire nel Sistema Informativo Agricolo Nazionale dati sui terreni completamente fasulli. In pratica: pur di avere i soldi dicono di essere possidenti di un immenso terreno coltivabile mentre in realtà inseriscono i dati catastali del parco pubblico o del campo da calcio cittadino». E se i controlli non sono attenti e severi rischiano pure di ottenerli.

La truffe di alimenti bio riguardano principalmente i prodotti ortofrutticoli oppure in scatola: dalle minestre alla soia. Però in questi anni le forze dell’ordine si sono trovate a doversi occupare di tutto: dai latticini ai prodotti surgelati da forno fino alla pasta fatta con la farina di riso. In alcuni casi si tratta semplicemente di alimenti di scarsa qualità o al di sotto dello standard qualitativo che ci si aspetta da un prodotto “green”. In altri casi, invece, sono proprio prodotti tossici.

Proprio come quelli “low cost” sequestrati in tutta Italia lo scorso aprile dalla Guardia di Finanza di Pesaro e dall’Ispettorato repressione frodi del ministero della Politiche Agricole di Roma. Mille e cinquecento tonnellate di mais, 800 tonnellate di semi di soia e 340 tonnellate di panello e olio di colza provenienti dall’Europa dell’Est che stavano per finire sulle nostre tavole e che contenevano il “clormequat”, un pericolosissimo pesticida. Nei chicchi di grano, poi, sono state trovate tracce di prodotti chimici “destinati all’industria mangimistica per l’alimentazione zootecnica”. Per animali, insomma. Nella maxi truffa internazionale erano coinvolte 23 società fra italiane e straniere, che per evitare i controlli nazionali sdoganavano i cibi a Malta prima di portarli nel nostro paese.

Erano vendute a carissimo prezzo, invece, le oltre 100 mila tonnellate di falsi prodotti biologici sequestrate lo scorso giugno sempre dalle Fiamme Gialle a Cagliari. Mais, grano, soia, semi di girasoli: l’organizzazione criminale era riuscita a mettere in piedi un giro da oltre 135 milioni di euro evadendo – tra l’altro – l’Iva per cinque milioni. Il gruppo con sede a Capoterra poteva contare sull’appoggio di molte società fantasma nel comparto dell’intermediazione di prodotti cerealicoli biologici.
E tossico era anche il miele sequestrato ad Ascoli Piceno dal Corpo Forestale dello Stato nel maggio del 2012 durante l’operazione “Ape Maia Bio”. Migliaia di confezioni destinate agli scaffali dei piccoli supermercati “di nicchia” che contenevano miele e preparati biologici a base di propoli nei quali erano stati utilizzati farmaci nocivi e vietati.

Un vero classico poi è la vendita all’estero di finto olio biologico. Si tratta infatti del prodotto “made in Italy” più ambito al mondo, e cadere in una truffa, soprattutto online, è facilissimo. L’ultimo maxi sequestro di questo genere è stato portato a segno dalle Fiamme Gialle di Trani: un’organizzatissima associazione per delinquere aveva messo in piedi il commercio di bottiglie spacciandole per “olio pugliese extravergine e biologico”. In realtà, perquisendo i frantoi i finanzieri hanno trovato due silos contenenti due diversi tipi di olio che venivano miscelati. Alla faccia della qualità dichiarata. Fra questi, poi, c’era anche il “lampante”: l’olio che un tempo veniva usato per le lampadine. E che ovviamente non è commestibile.

Questa impennata di truffe sta preoccupando l’Unione Europea. E proprio di recente l’ha spinta a correre ai ripari varando norme di controllo più severe che entreranno in vigore il prossimo gennaio. Fra le tante, questa è la più significativa: ogni anno ciascun Paese Ue si dovrà impegnare a prelevare forzatamente un numero minimo di campioni di prodotti “bio” sul proprio territorio da analizzare, valutare e - se è il caso – bocciare. Prima ancora che ci pensino l e forze dell’ordine.

Fonte; L’Espresso

Ottocento milioni ancora senza cibo

Wednesday, October 16th, 2013

Ottocento milioni ancora senza cibo La grande ingiustizia del Pianeta

I paesi sottosviluppati raccolgono la stragrande maggioranza dei denutriti, solo una crescita della ricchezza disponibile potrà cambiare le cose. Per ora un terzo della popolazione mondiale consuma i tre quarti delle risorse della Terra. Sembra ancora lontano, a livello globale, l’obiettivo più ambizioso fissato dal Vertice mondiale dell’alimentazione del 1996 (Wfs), quello cioè di dimezzare il numero delle persone che soffrono la fame entro il 2015, anche se alla fine del 2012 ventidue paesi vi erano riusciti

ROMA  -  “La fame non ha scrupoli”, dice Charlie Chaplin in “Luci della ribalta”. La grande verità di questa “sentenza” agghiacciante, recitata da uno dei più grandi personaggi del XX secolo, serve  per affrontare una condizione umana dalle dimensioni planetarie, che annulla senza scrupoli  -  appunto - ogni energia; instupidisce il pensiero; rende indifferenti rispetto ad altri affamati (come racconta Dostoesvskij in “Umiliati e offesi”); produce noncuranza di fronte alla paura e alle gerarchie; rigenera povertà, oltraggiando la dignità di milioni di esseri umani, destinati a non essere mai liberi. I loro orizzonti sono nelle bidonvilles, dove la povertà estrema si trasforma in miseria sordida, che risulta più vistosa e insopportabile di quella dei milioni di contadini più poveri, derubati della terra.

Stando alle ultime stime, riferite all’arco di tempo 2011-13 sono 842 milioni - una persona su otto  -  i “morti di fame” nel mondo, interessati da una condizione di quasi totale assenza di cibo quotidiano, o che non hanno abbastanza cibo per condurre una vita sana e attiva. Si tratta di un dato  del rapporto congiunto (”Lo Stato dell’insicurezza alimentare nel mondo”) pubblicato dalle agenzie alimentari delle Nazioni Unite: l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (Ifad), ed il Programma alimentare mondiale (Pam). Le aree dove sopravvivono le più alte percentuali di denutriti, rispetto alla popolazione, sono le repubbliche andine, subito dopo vendono tutti i Paesi dell’Africa nera e l’Asia del Sud, nella quale si contano il maggior numero di affamati, in valore assoluto.

Ma la fame si può ingannare. Come fanno i popoli che usano consumare sostanze eccitanti e stupefacenti, con l’effetto di aggravare di più lo stato fisico e sottrarre spazio per la coltivazione di piante capaci di produrre alimenti. Ecco allora il cosiddetto circolo vizioso della povertà: gli uomini non lavorano o sono poco produttivi, in quanto malnutriti; ma sono malnutriti perché non producono abbastanza, al punto di essere costretti a chiedere prestiti all’estero; per pagare i debiti, devono esportare materie prime che invece potrebbero essere utili per la propria gente. E’ così che si produce un progressivo, inesorabile processo di impoverimento, che può essere interrotto solo da improbabili interventi dei pubblici poteri locali e dalla cooperazione internazionale, in molti casi però ispirata a politiche predatorie, o a giochi geopolitici.

La buona notizia  -  per così dire  -  sta nel fatto che il numero complessivo è sceso, rispetto agli 868 milioni del periodo 2010-12, di circa 30 milioni, quella cattiva invece è che, ancora una volta, la stragrande maggioranza delle persone denutrite vive nei paesi poveri, mentre 15 milioni e 700mila vivono nei paesi sviluppati. Vengono individuati molti elementi che hanno contribuito ad aumentare il numero di persone in grado di accedere più regolarmente al cibo. Tra questi, c’è l’innegabile crescita economica nei paesi in via di sviluppo  -  ancorché disomogenea - che ha aumentato i redditi e creato le condizioni per una ripresa della produttività agricola e dunque per una più diffusa disponibilità di cibo.

Vanno aggiunti poi gli effetti  - in questo caso positivi - della forte emigrazione dai paesi poveri, fenomeno che produce cospicue rimesse di denaro degli emigranti, origine di una significativa diminuzione del tasso di  povertà, a sua volta generatrice di condizioni migliori in fatto di diete e maggiore sicurezza alimentare. Il volto oscuro della fame resta tuttavia nell’Africa sub-sahariana. Qui ci sono stati scarsissimi progressi in questi ultimi anni. Pertanto, è proprio in questa enorme parte del continente che rimane la più alta percentuale di denutrizione, con un africano su quattro (24,8 per cento) che soffre cronicamente la fame.

Piccoli passi avanti. Insufficienti, per autorizzare una qualsiasi forma di ottimismo, anche i risultati che riguardano l’Asia occidentale; mentre, al contrario, nelle regioni meridionali del continente il dossier segnala piccoli passi avanti. Stessa cosa  per l’Africa settentrionale. Una riduzione più consistente, sia nel numero degli affamati che nella diffusione della denutrizione, si sono avute invece nella maggior parte dei paesi dell’Asia orientale, del Sud-est asiatico e dell’America Latina. In sintesi, il quadro che appare è il seguente: dal 1990-1992 ad oggi il numero totale delle persone sottonutrite nei paesi in via di sviluppo è sceso del 17%, passando da 995,5 milioni a 826,6 milioni.

Il consumo delle risorse alimentari mondiali è appannaggio di poche aree del mondo, caratterizzate da un forte sviluppo industriale. I redditi elevati servono a pagare i servigi dei saccheggiatori di risorse in tutti i climi possibili del Pianeta. Ecco perché nei negozi di Chicago o Torino, di Tokyo o Parigi, di New York, Londra, Firenze o Francoforte si trovano alimenti che evocano di fatto i paesaggi agrari di tutto il mondo, in tutte le stagioni dell’anno. I frigoriferi nelle case del mondo occidentale possono essere visti  -  dice il geografo francese Pierre George - anche come piccoli “musei” della produzione di cibo nel mondo. Il caffè brasiliano assieme al cacao della costa d’Avorio e al riso del sud est asiatico.

Un terzo della popolazione mondiale si trova in America del Nord, Europa e paesi dell’ex Unione Sovietica. E’ in queste aree che si consumano i tre quarti della produzione alimentare disponibile sulla Terra. A tutti gli altri rimangono le briciole. E’ da questa condizione che si formano i continenti del sottosviluppo, popolati di diseredati che “consegnano” la propria fame fino alle periferie delle grandi metropoli del cosiddetto Terzo Mondo, dove sperano di trovare cibo.  popoli delle bindonvilles la cui miseria è più sordida, più appariscente di quella dei più poveri contadini senza terra, pur senza essere più grande.

Il rapporto, confortato dai numeri, si mostra incline ad una visione rosea della situazione e ricorda come, nonostante i dati non siano uniformi, i paesi poveri - nel loro insieme - abbiano fatto progressi notevoli verso il dimezzamento della percentuale di persone che soffrono la fame entro il 2015, che rappresenta il primo degli Obiettivi di sviluppo del millennio (Mdg) concordati a livello internazionale. Se il calo medio annuo, dal 1990 ad oggi, dovesse continuare sino al 2015, la percentuale di denutrizione  -  si legge nel rapporto - riuscirebbe a raggiungere un livello vicino a quello richiesto dall’obiettivo di sviluppo del millennio sulla fame nel mondo.

Purtroppo però sembra rimanga ancora lontano, a livello globale, l’obiettivo più ambizioso fissato dal Vertice mondiale dell’alimentazione del 1996 (Wfs), quello cioè di dimezzare il numero delle persone che soffrono la fame entro il 2015, anche se alla fine del 2012 ventidue paesi vi erano riusciti. La prefazione al rapporto porta la firma dei responsabili della Fao, dell’Ifad e del Pam, rispettivamente José Graziano da Silva, Kanayo F. Nwanze e Ertharin Cousin. Nelle loro parole c’è l’esortazione ai Paesi ricchi del Pianeta “ad intervenire subito e con maggiore impegno”.  “Con una spinta finale, entro il prossimo biennio, per l’obiettivo del millennio che  -  sostengono - si può ancora raggiungere”.  Vengono raccomandati interventi in agricoltura, e nei sistemi alimentari nel loro complesso, ma anche nei servizi sanitari, nell’istruzione, con una particolare attenzione alle donne.

Esortazioni che, tuttavia, suscitano perplessità per la cronica scarsa capacità delle Nazioni Unite di incidere concretamente nei contesti di crisi, alimentare e non. E questo per ragioni antiche, che oggi svelano con maggiore evidenza la realtà tragica e grottesca di un’istituzione debilitata da profonde contraddizioni, prodotte dai rapporti disonestamente sbilanciati fra i 193 Paesi che ne fanno parte. Inefficienza e ingiustizia che costringono ad un confronto, che si rivela drammatico, fra i costi finanziari per mantenere in piedi l’istituzione e i risultati concreti raggiunti in tutto il Pianeta, nell’ambito della fame e non solo. Nel ricordo di tutti ci sono i tre più recenti e terribili disastri umanitari che hanno visto l’inefficace, nebuloso, impalpabile intervento dell’Onu: Haiti, Somalia e Ruanda.
Fonte: La Repubblica

Là dove c’era la foresta ora c’è l’olio da snack

Friday, July 26th, 2013

La piantagione di olio di palma PT Tunggal Perkasa Plantations (Astra Agro) a Lirik, nella provincia di Rian, sull'isola di SumatraLa piantagione di olio di palma PT Tunggal Perkasa Plantations (Astra Agro) a Lirik, nella provincia di Rian, sull’isola di Sumatra

Distributore automatico di merendine in un’azienda occidentale. Tarallucci, crackers, biscotti di cioccolato, wafer al riso soffiato, patatine. Su cinque snack, cinque citano fra gli ingredienti “oli e grassi vegetali”. Nome generico dietro cui, probabilmente, si cela anche l’olio di palma, usato pure come biocarburante e in vari detersivi, shampoo, cosmetici, in particolare nei saponi, perché permette di ottenere un prodotto molto solido, di rapida essiccazione e che si consuma lentamente. È l’olio vegetale più usato al mondo, dopo quello di soia: coltivarlo costa poco e ha un’altissima resa. Un singolo ettaro può produrre fino a sette tonnellate di olio, molto più di quanto si riesca a estrarre da altre colture di semi oleosi come mais, soia, colza.

INCENDI DOLOSI - Isola di Sumatra, Indonesia. Da giugno a settembre, nella stagione secca, ogni anno qui si consuma un triste rituale: incendi dolosi appiccati nelle foreste per far posto a sconfinate piantagioni di palma da acacia, da cui si estrae la polpa di cellulosa per la produzione di carta, oppure di una particolare varietà di palma, che produce un grosso frutto rosso ricco di olio, la palma da olio appunto. Incendi accesi da mano umana che spesso si trasformano in roghi fuori da ogni controllo. Migliaia di ettari di vegetazione tropicale vanno in fumo così, ogni anno, creando enormi nuvole di cenere e polvere che arrivano fino a Singapore, Malesia, Taiwan e altri Paesi vicini, rendendo l’aria irrespirabile per centinaia di chilometri. Come hanno dimostrato le scioccanti immagini satellitari diramate in giugno. Per giorni Singapore è stata avvolta da una densa caligine che ha spinto la popolazione a barricarsi in casa o girare con la mascherina e le centraline dell’inquinamento dell’aria, che misurano le famigerate polveri sottili in atmosfera, sono schizzate da 75 a 401 (Pollutant Standard Index), “rischio letale per anziani e malati”.

LA «BONIFICA» DELLE TORBIERE - Gli ecosistemi più minacciati dall’espansione delle piantagioni di palma da olio sono le torbiere, zone semipaludose su substrati di vegetazione decomposta (torba) che agisce come una spugna, assorbendo acqua e aiutando a prevenire le inondazioni. Un’enorme riserva di materiale organico che racchiude in sé grandi quantitativi di carbonio. Chi vuole sviluppare nuove piantagioni, spesso illegalmente, prima di tutto “secca” le torbiere costruendo canali di drenaggio, quindi “bonifica” il terreno appiccando il fuoco. Risultato: tonnellate di CO2 in atmosfera e animali selvatici costretti a migrare in tutta fretta; tra questi anche diversi esemplari di specie in via di estinzione come l’orango, il rinoceronte o la tigre di Sumatra.

IL COSTO AMBIENTALE - L’Indonesia è leader mondiale nella produzione di olio di palma. «Difficilmente rinuncerà ai profitti che ne derivano. Una volta piantato, l’albero tropicale può produrre frutti per più di 30 anni, fornendo occupazione tanto necessaria per le comunità rurali povere », conferma un report del Worldwatch Institute. «Ma ciò ha un costo altissimo, a livello ambientale. Le piantagioni spesso sostituiscono le foreste tropicali, uccidendo le specie in pericolo, sradicando le comunità locali e contribuendo al rilascio di gas clima-alteranti. Soprattutto a causa della produzione di olio di palma, l’Indonesia è il terzo Paese al mondo per emissioni di gas serra, dopo Stati Uniti e Cina». Secondo i dati dell’organizzazione ambientalista Greenpeace, la deforestazione e poi gli incendi causano ogni anno il rilascio in atmosfera di circa 1,8 miliardi di tonnellate di CO2.

CHI INQUINA PAGA? - La legge a protezione delle foreste in realtà c’è, ma non viene applicata correttamente; le concessioni vengono date spesso in modo poco trasparente e non esiste ancora un archivio dati preciso delle terre interessate alla deforestazione e alla salvaguardia ambientale, denuncia Greenpeace, che ha lanciato una campagna mediatica di respiro internazionale per sollevare il velo sulle responsabilità economiche e politiche dietro le grandi nuvole nere che invadono i cieli dell’Asia meridionale. «In Indonesia è stata fortunatamente rinnovata per altri due anni la moratoria che vieta di convertire in piantagioni le torbiere con strati di torba più profondi di tre metri ed esiste anche un organismo, il “Roundtable on sustainable palm oil” (RSPO) istituito nel 1997, che dovrebbe garantire e certificare la sostenibilità dell’olio prodotto dai suoi associati», spiega Chiara Campione, responsabile della Campagna foreste di Greenpeace Italia. «La legge c’è ma non viene rispettata. E la RSPO di fatto concede la certificazione anche a chi si comporta in maniera scorretta, secondo i nostri parametri. Noi chiediamo che espella almeno i produttori che hanno causato i recenti incendi forestali».

LA BATTAGLIA APERTA - Sulla questione, la battaglia è aperta. Greenpeace vanta una grande vittoria: l’anno scorso ha “convinto” la multinazionale cino-indonesiana della carta APP, parte del colosso Sinar Mas, ad adottare una politica di “deforestazione zero” lungo tutta la sua filiera e quando la Rainbow Warrior, nave ammiraglia degli “ecoguerrieri”, è arrivata a Giakarta, il presidente indonesiano Susilo Bambang Yudhoyono è salito a bordo per mandare un segnale di collaborazione con gli ambientalisti dopo anni di tensioni. «Ora bisogna che anche le altre multinazionali, produttrici di olio da palma, seguano l’esempio», sostengono i responsabili di Greenpeace, elencando i nomi dei presunti produttori “fuorilegge”: «Sime Darby, Wilmar International e IOI continuano a incendiare come se nulla fosse e anche la RSPO, l’ente certificatore, non vieta di fatto lo sviluppo di piantagioni sulla torba», si legge nel comunicato diffuso nelle settimane scorse.

I NUOVI IMPRENDITORI - La RSPO ribatte difendendo parzialmente le aziende del settore e rimbalzando la responsabilità dei roghi sulle aziende della carta: «L’80% degli incendi è avvenuto al di fuori delle piantagioni di palma da olio, molti nelle piantagioni di polpa di cellulosa e di carta. Speriamo che Greenpeace inizi ad applicare lo stesso rigore di vigilanza in questi settori». La disputa allontana, in realtà, l’attenzione da altri e meno visibili protagonisti dello scempio forestale in Indonesia. Mentre le grandi industrie del settore, sempre più sorvegliate dai mass media e dai governi, stanno lentamente abbandonando le pratiche più discutibili e le concessioni dubbie, si fanno strada “imprenditori” senza scrupolo di medio livello, pronti a rimpiazzare i big e a utilizzare la pratica del cosiddetto slash-and-burn, il taglia e brucia. «Acquistano terreni con contratti informali a livello di villaggio, aggirando così di fatto il sistema di concessioni governative su terre formalmente pubbliche», sostiene uno studio del Centro Agroforestale Mondiale. «Quindi impiegano forza lavoro non locale per “ripulire” il terreno e prepararlo alla coltivazione della palma da olio, illegalmente ». In questo clima confuso, gli incendi sull’isola di Sumatra, in particolare nella provincia di Riau, sono tutt’altro che spenti. «È molto probabile che si riproporranno periodi di roghi violentissimi come quelli del mese scorso», denuncia un report del World Resources Institute. «Gli incendi boschivi sono un problema endemico in Indonesia, che avrebbe bisogno di soluzioni complesse e coordinate».

LE COLPE DELL’OCCIDENTE - Di certo noi italiani non possiamo chiamarci fuori, anche se centinaia di migliaia di chilometri ci separano da quelle foreste. Siamo, infatti, uno dei principali consumatori di polpa di cellulosa dalla Cina (e quasi tutta la polpa di cellulosa commercializzata dai cinesi proviene dall’Indonesia) e terzi consumatori di olio di palma a livello europeo dopo Gran Bretagna e Olanda. Sugli scaffali dei nostri supermercati, come nei distributori automatici di snack o nelle profumerie, si accumulano prodotti industriali che contengono materie prime provenienti dalla distruzione delle foreste indonesiane. L’obiettivo di Greenpeace è proprio quello di ricostruire la filiera, il binario che collega la distruzione delle torbiere con i prodotti che finiscono nelle nostre case. Tentando poi di cambiare le politiche di acquisto di queste materie prime da parte dei grandi brand internazionali.

LA CAMPAGNA “DEFORESTAZIONE ZERO” - Come è già avvenuto per la filiera della carta, attraverso una campagna “deforestazione zero” che ha spinto gli editori a non comprare più polpa di cellulosa proveniente da “crimini forestali”, Greenpeace ora punta a spingere i brand della cosmetica e dell’alimentazione a ripulire i loro prodotti alla sorgente e quindi a fermare la “politica dello slash and burn”. Quando Unilever o Procter&Gamble, che commercializzano saponette, prodotti cosmetici e detersivi, hanno cancellato il contratto con le multinazionali più controverse dell’olio di palma, infatti, anche i produttori indonesiani hanno fatto marcia indietro. Insomma, la via più facile per spegnere gli incendi in Asia sembra essere la sensibilizzazione dei consumatori e delle aziende occidentali, quasi tutte ormai dotate di una politica di Corporate sustainability che si occupa dell’impatto delle proprie pratiche produttive. Torno al distributore di merendine. Prendo un’acqua e vado via.

Fonte: corriere.it

Allarme in Piemonte. Il ministero: «Il pesto alla genovese può contenere botulino»

Saturday, July 20th, 2013

Pesto al basilico  Allarme per sospetta presenza di botulino in pesto genovese. Lo lancia il ministero della Salute, in merito al pesto prodotto e confezionato dalla ditta Bruzzone e Ferrari di Genova per conto di alcune grandi catene di distribuzione, transitato in una piattaforma di vendita situata nell’alessandrino con data di scadenza 9 agosto 2013 ed il numero di lotto 13G03.

 

RITIRO DELLA MERCE - E’ stata la stessa azienda nella notte tra venerdì e sabato a dare l’allarme. La ditta ha immediatamente disposto il ritiro del prodotto in commercio e sono in corso gli accertamenti delle ASL per valutare l’estensione dell’allerta sul territorio regionale ed extra regionale ma, al momento, non si può escludere la possibilità che alcuni vasetti possano già aver raggiunto il frigorifero di qualche ignaro consumatore. In Piemonte è stato rintracciato in alcuni supermercati dell’ alessandrino e Regione Piemonte e Asl hanno lanciato l’allerta ai cittadini per verificare se ne hanno fatto acquisto.

ACCERTAMENTI - Sono in corso accertamenti per valutare l’estensione dell’allerta sul territorio regionale ed extra regionale. Il «clostridium botulinum», ha spiegato Gianfranco Corgiat, responsabile del settore Prevenzione della Regione Piemonte «può presentarsi in conserve e alimenti come il pesto che non possono essere sterilizzati, può anche essere inerme quanto invece produrre una tossina molto potente che può anche causare la morte di chi lo ingerisce. Il fatto che il prodotto abbia scadenza ad agosto potrebbe aggravare la situazione in quanto il microbo, fino ad allora avrebbe parecchio tempo a disposizione e potrebbe produrre la sostanza velenosa». Sulle merci ritirate - fa ancora sapere la Regione Piemonte - saranno disposti ulteriori controlli per valutare l’effettivo rischio sanitario.

Fonte: Corriere della Sera

Così si sposteranno le coltivazioni del Mediterraneo

Wednesday, July 3rd, 2013

Giacomo TrombiGiacomo Trombi La laurea quinquennale e il dottorato, promette, li affronterà presto. D’altra parte, Giacomo Trombi fa ricerca già da sette anni nel gruppo del professor Marco Bindi al dipartimento di scienze delle produzioni agroalimentari dell’Università di Firenze e ha partecipato a un importante studio pubblicato sulle riviste Climatic Change e Biogeography che svela come uliveti e vigneti stiano lentamente ma inesorabilmente migrando verso nord e l’Atlantico.

 

SIMULAZIONE DI CRESCITA - La sua carriera è cominciata quando, fresco di laurea triennale in agraria, ha preparato l’esame sui software di simulazione della crescita delle colture. «E siccome la mia passione è sempre stata l’informatica, mi riuscì piuttosto bene». Al punto che Bindi lo chiamò nel suo team. Risultato: Giacomo oggi è un ricercatore conosciuto in Europa, ma formalmente è solo un collaboratore a progetto. Se ne dispiace, ma non rimpiange il periodo passato in Austria. «Qui lavoriamo con progetti europei, i fondi non mancano». Così il gruppo ha condotto gli studi, in collaborazione con l’Istituto di biometeorologia del Cnr, incrociando i dati reali della coltivazione di vite e ulivo con una serie di variabili del clima e del suolo.

VERSO NORD - Il sistema ha previsto come le due coltivazioni si muoveranno nel futuro. In Nord Africa, Medio Oriente e Spagna, per esempio, le attuali superfici destinate a ulivo risulteranno presto inadatte a causa del deficit idrico e delle temperature più elevate. I cambiamenti climatici potrebbero invece favorire la produzione di vino in Germania. «Le condizioni climatiche che oggi caratterizzano le aree dove le colture prosperano tendono a spostarsi verso nord-ovest e maggiori altitudini. Non significa che in Toscana sparirà il Chianti. L’uomo si è sempre adattato per fare in modo che la pianta potesse dare il massimo in quella precisa località, con quel suolo e quel clima». Insomma, semmai è tempo che l’Italia, che ancora non ha un’agenda per i cambiamenti climatici, cominci a ragionare su queste cose. «A livello di ricerca gli strumenti li abbiamo, sia per prevedere i trend sia per avviare progetti di selezione», conclude Giacomo. Ora deve muoversi la politica.

Sara Gandolfi

Fonte: Corriere della Sera

Latte tossico dal Friuli ai supermarket: 7 arresti

Thursday, June 20th, 2013

Latte tossico distribuito dal Friuli, dove veniva prodotto, fino a Veneto, Toscana, e poi, ancora più a Sud, Umbria, Campania e Puglia. È questa la mappa geografica dei luoghi dove veniva distribuito e venduto il latte con marchio Cospalat, un consorzio di allevatori che produceva latte destinato ai caseifici, per produrre formaggio, e ai punti vendita dove veniva posto sugli scaffali come latte fresco. Le indagini condotte dai Nas di Udine hanno portato all’emissione di sette misure cautelari personali richieste dalla Procura di Udine, coordinata dal pm Marco Panzeri, per commercio di alimenti cancerogeni, nocivi e adulterati. Gli indagati, invece, sono 26, di cui 17 allevatori del consorzio.

I SEQUESTRI - Il latte veniva ritiratoda imprenditori agricoli associati al Cospalat della provincia di Udine, per essere poi miscelato e trasportato ai caseifici di Selva del Montello (Treviso), Sacile (Pordenone) e Feletto Umberto (Udine), dove veniva destinato alla produzione del formaggio Montasio doc. Questo, nonostante si trattasse di latte proveniente anche da caseifici non certificati per la produzione dello stesso Montasio doc, violando così il disciplinare che garantisce al consumatore le caratteristiche chimico fisico e organolettiche del prodotto.

LA RICOSTRUZIONE - Secondo la ricostruzione fatta dai carabinieri del Nas di Udine, comandati dal capitano Antonio Pisapia, il latte destinato al Montasio non avrebbe contenuto la aflatossina, la muffa cancerogena. Il latte destinato ad altri caseifici che producono altri formaggi, conteneva la sostanza pericolosa; esso veniva diluito con prodotto non contaminato per renderlo idoneo ai controlli analitici effettuati dagli acquirenti. Negli oltre sei mesi di indagini condotte da maggio a dicembre 2012, i carabinieri del Nas di Udine hanno sequestrato 1.063 forme di formaggio prodotto con latte contaminato, e scoperto che partite di latte vendute come contenente Omega3, era in realtà latte diluito con semplice acqua. «Abbiamo verificato che c’erano strani passaggi del latte - ha spiegato il comandante dei Nas di Udine, capitano Antonio Pisapia - che ad esempio partiva da Udine, arrivata fino a Brindisi per poi tornare indietro fino ad Arezzo».

IL LEADER - È stato arrestato il leader del Cospalat del Friuli Venezia Giulia, Renato Zampa. Oltre a lui, sono state eseguite cinque misure degli arresti domiciliari e un obbligo di dimora. Per tutti l’ipotesi di reato è di associazione per delinquere finalizzata alla frode in commercio, adulterazione di sostanze alimentari e commercio di sostanze alimentari pericolose per la salute.

 

LA TRUFFA AI TRUFFATORI - Dalle indagini è emersa anche una ulteriore truffa nelle truffe. Il consorzio, infatti, veniva danneggiato da due autotrasportatori che rubavano 2/3 quintali di latte nel corso di ogni viaggio verso Toscana e Umbria. È per questo che Dragan Stepanovic e Roberto Alaimo, in concorso tra loro, sono accusati di furto. I due autotrasportatori pesavano i camion facendo figurare un peso a vuoto superiore di alcuni quintali rispetto a quello reale. Poi, prima di intraprendere il viaggio, aggiungevano quintali di acqua al latte già stivato nella cisterna. Il quantitativo eccedente (calcolato sulla base dell’acqua e del peso aggiunti) veniva quindi sottratto durante il viaggio e venduto a un soggetto che non è stato ancora identificato.

Fonte: Corriere della Sera

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