Archive for the ‘alimentazione’ Category

Insalate pronte in busta, foglie salate e da rilavare

Wednesday, September 1st, 2010
I mix pronti all’uso sono comodi, ma il prezzo è decisamente altoe la qualità non sempre è perfetta. Il Salvagente ha testato dieci prodotti. Ecco i risultati

Lavata, tagliata, asciugata. Pronta da condire. Per chi ha poco tempo da dedicare alla preparazione dei pasti l’insalata in busta è la soluzione ideale per mangiare verdura. E sembrano davvero tanti gli italiani a corto di tempo: il nostro paese è il primo mercato europeo nel consumo dei cosiddetti ortaggi di IV gamma, pronti per il consumo. Con un giro d’affari di 730 milioni di euro e una tendenza di crescita dell’8%, però, il settore non è ancora normato. Nessuna disposizione fissa limiti certi alla contaminazione microbica delle foglie di insalata in busta. Contaminazione che invece c’è, sempre, in misura più o meno allarmante.

Mistero verde
La salubrità delle insalate pronte è un tema di grande attualità all’estero. Poche settimane fa, il Codex Alimentarius (composto da Oms e Fao per regolare il mercato alimentare) nella sua trentatreesima sessione ha deciso di vietare l’uso di letame come concime e di acque contaminate come irrigazione per tutti i prodotti di quarta gamma. Da un paio d’anni, del resto, l’Agenzia per la sicurezza alimentare tedesca (BfR) continua a monitorare il settore. E a scoprire falle igieniche così gravi da raccomandare sempre ai consumatori un ulteriore lavaggio domestico delle insalate pronte. Una beffa indigeribile, visto il caro prezzo che si paga per portare in tavola un prodotto pronto da condire. E in Italia che succede?
Il settimanale dei consumatori il Salvagente, nel numero in edicola da giovedì 2 settembre, ha sottoposto ad analisi di laboratorio 10 confezioni di insalate miste e verificando le condizioni igieniche generali, misurando la contaminazione microbica totale e la presenza di alcuni indicatori che raccontano qualcosa in più sulla pulizia delle foglie che si propongono come pronte da mangiare. Il risultato delle analisi mostra uno scenario abbastanza allineato a un livello accettabile sotto l’aspetto igienico. Con qualche eccezione.
Rispetto al quadro generale, i due big del settore si distinguono in positivo: Bonduelle e Dimmidisì risultano le insalate in busta meno contaminate. Le due eccellenze sono anche i prodotti più cari in assoluto dell’intero campione. Rispetto a un prezzo medio di 9 euro, Bonduelle svetta con l’astronomica cifra di 15,80 euro al chilo. Dimmidisì va oltre: per il suo lattughino chiede ben 18,28 euro al chilo. Foglie di lusso.

Secondo Giuseppe Battagliola, coordinatore della sezione IV gamma dell’Aiipa, l’associazione confindustriale di settore, il caro-insalate pronte è un tema spinoso: “È l’equivoco della quarta gamma. Anche il prezzo del mais è inferiore alla farina pronta per fare la polenta, ma la differenza è evidente. Nel caso della quarta gamma, invece, l’insalata appare uguale. Non si vede che nella lavorazione viene scartato il 50% della materia prima, che la filiera è controllata, che c’è manodopera, confezionamento, trasporto. Tutti passaggi che fanno lievitare il prezzo di 10 volte”.

Care e contaminate
Pagare tanto, quindi, dovrebbe garantire un elevato profilo igienico? La lussuosa Bonduelle sposa questa tesi, e sulla sua confezione scrive “garantito igienicamente”. Stefania Grazianetti, responsabile della qualità del famoso marchio, rilancia: “Vogliamo dire al consumatore che l’igiene è garantita da una serie di controlli. E vogliamo anche distinguere il nostro prodotto da altri, quelli che in un angolino della confezione riferiscono che bisogna lavare il prodotto prima dell’uso. Noi siamo in grado di assicurare il prodotto fino al punto vendita”. 

L’altra eccezione rilevata in laboratorio riguarda una confezione di misticanza proposta come “pronta da condire” e venduta a un prezzo di 13,52 euro al chilo. Alle analisi microbiologiche la misticanza in questione, la Foglia verde, a marchio Eurospin, è risultata positiva, sebbene sotto i limiti di legge, all’Escherichia coli, un germe a che indica l’avvenuto contatto con materiale fecale. Le blande regole esistenti sulla contaminazione microbica delle insalate pronte contemplano, infatti, soltanto i germi patogeni: quelli capaci di procurare disturbi alla salute più o meno gravi. Tra questi figura anche l’Escherichia coli, per il quale è previsto un limite di 100 ufc/g (unità formanti colonia per grammo). Il campione di Eurospin “mostra una contaminazione di 50 ufc, quindi sotto l’aspetto legale è ancora conforme”, spiega Ilaria Zardi, responsabile della qualità di Eurospin.

Spiega meglio di cosa si tratta Raffaello Morgante dell’Istituto zooprofilattico dell’Umbria: “La presenza di questi germi può indicare, per esempio, che l’insalata è stata concimata con letame o irrigata con acqua di fogna. L’eventualità non è per niente remota. Normalmente si irriga prelevando l’acqua da fonti contaminate: canali e falde superficiali o da pozzi. Né si può escludere la collocazione delle vasche di irrigazione in contatto con le fogne o nelle vicinanze di una porcilaia. Il discorso non riguarda solo le insalate pronte, ma vale anche per la pianta. La differenza è che il cespo lo laviamo sempre prima di mangiarlo, e con il lavaggio in acqua si riduce la carica contaminante. I prodotti pronti, invece, siamo portati a mangiarli senza lavaggio”, avverte Morgante. A buon intenditore poche parole. E meno germi.

Fonte: Kataweb

Pane e vestiti fatti in casa

Tuesday, August 31st, 2010

Il movimento del risparmio ecologico “Così consumiamo la metà senza troppi sacrifici”. La rete di mille famiglie cattoliche ed “equo-solidali”: bollette tagliate ma identico stile di vita  

dal nostro inviato MICHELE SMARGIASSI

MARGHERA - Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Anzi no, dacci solo la farina (biologica), che il pane ce lo facciamo da soli, in casa. Quello di Marta ed Ezio, insegnanti, una figlia di 5 anni, è caldo e croccante, ma soprattutto è “giusto”. È un pane ecologico e morale, un pane “liberato”. “Sei anni fa, sposandoci, scegliemmo di non essere di peso né all’ambiente né al Sud del mondo”. Acqua di rubinetto, pannelli solari, scambio di vestiti, niente tivù, al lavoro in bici, e alla fine del mese si fanno i conti. Con la calcolatrice. Marta ed Ezio sono cattolici praticanti, ma il loro non è un fioretto, è un impegno, e gli impegni si calcolano. “Quest’anno abbiamo sforato sulle vacanze. Risparmieremo sull’elettricità”.

Marta ed Ezio sono una famiglia “bilancista”, una tra oltre mille organizzate in 42 gruppi locali dal Trentino alla Sicilia. Apostoli del sostenibile, predicatori dell’eco-solidale, difensori del Creato, sono un movimento cattolico se non altro perché lo fondò e lo coordina ancora un sacerdote, don Gianni Fazzini, che però se gli proponi l’etichetta di “ecologismo cristiano” te la corregge: “Siamo un movimento di liberazione”. Da cosa? “Dallo stato di schiavitù del consumatore, in teoria padrone del mercato, in realtà succube di un immaginario del benessere che lo sfrutta per il profitto di pochi”.

Una Greenpeace col segno di Croce? “Cristo ci invita ad essere liberi, noi scegliamo come. Una mano ce la dà anche quel signore lì”. Gandhi: è pieno di poster del Mahatma l’ufficetto alla periferia di Marghera dove don Gianni, classe 1937, ex prete operaio, parroco di San Eliodoro ad Altino, tiene i legami col suo movimento “leggero” (niente statuto né veste giuridica) che senza clamore esiste e resiste da diciassette anni. Una rete di famiglie solidali che però ora ha pensato di alzare un po’ la voce. L’assemblea nazionale dei “Bilanci di giustizia” si concluderà stasera a Massa Marittima calcando sulla parola Politica, con la maiuscola.

“All’ultima assemblea alcuni amici ci misero un po’ in crisi: voi fate belle cose ma siete “poco politici”, non basta il pane in casa, dovete fare i conti col potere”. Hanno ragione? “Me lo sono chiesto. Poi ho pensato, la Giovanna a Messina ha messo su una cooperativa di installazione del solare termico, Giorgio a Bologna distribuisce la pasta madre per il pane, l’Antonella in Trentino promuove le piste ciclabili, Andrea a Torino ha inventato i distretti dell’economia solidale… E allora un po’ di politica forse la facciamo già”.

Del resto tutto cominciò nel ‘93 a Verona con uno slogan quasi sovversivo: L’economia uccide, bisogna cambiare. Era un convegno mondialista di “Beati i costruttori di pace”, e un centinaio di famiglie decisero di cominciare a cambiare in casa propria. Cambiare cosa? “Chiesi aiuto a un economista, mi suggerì: “Se un’azienda vuole cambiare gestione, parte dal bilancio”. Geniale. Infatti partimmo dal bilancio di casa”. Funziona ancora così: ogni famiglia “bilancista” si impegna a compilare ogni mese e inviare alla sede centrale un rendiconto minuzioso della propria economia domestica, una partita doppia “etica”: su una colonna le spese effettive divise per capitoli, su quella a fianco le spese “spostabili secondo giustizia”.

Ogni mese ci si dà un obiettivo. Mollo l’acqua minerale e bevo l’acqua “San Rubinetto”. Abbasso il termostato. Regalo e ricevo i vestiti dei bimbi. Lavo a mano. Compro frutta e verdura solo di stagione. Autoproduco in casa quel che posso. Riparo la bici (e la uso). Ogni famiglia “bilancista” riceve poi una carta sconti, L’Altracard, risposta polemica alla social card di Tremonti. “Non la puoi usare nei negozi ma vale di più”: dà accesso a un sito dove un programmino ti calcola quanto stai risparmiando con i comportamenti “sostenibili”. Anche centinaia di euro al mese.

Con l’aiuto del tedesco Wuppertal Institute, i “Bilanci di giustizia” hanno cominciato a misurare i propri successi. I risultati sono sorprendenti. Rispetto alla famiglia italiana media Istat, le famiglia “bilanciste” consumano il 16% in meno, con significativi trasferimenti di poste: meno 49% nell’abbigliamento, addirittura -56% in cosmetici e detersivi, più 72% in divertimenti e cultura. I consumi energetici sono la metà di quelli medi (107 litri d’acqua al giorno contro 192, e 599 Kwh annui contro 1202). Dal punto di vista etico, la famiglia “bilancista” sposta ogni anno quasi il 20% delle proprie risorse su prodotti meno “ingiusti”. Tutto senza sacrificare il proprio stile di vita: l’indice di soddisfazione si colloca sul 5 in una scala di 7.

Ma la scelta del bilancista non è utilitaria: comprare prodotti biologico o equo-solidali in realtà costa di più, anche se “proprio per questo ne sprechi meno”, non molla Marta, “ma il vero guadagno non è monetario”. Per scambiare vestiti devi avere molti amici e frequentarli: devi costruire relazioni. Dario e Antonella hanno scoperto che invitandosi a cena una volta alla settimana si risparmia e ci si diverte.

Quando Enrico e Serenella hanno dovuto cambiare auto hanno lanciato un appello email a tutta la rete, “Ci aiutate a trovare la più “sostenibile”?”, e s’è riunita un’assemblea (con grigliata finale). La differenza tra i bilancisti e un’associazione di consumatori è tutta qui: “Non lo facciamo per risparmiare, ma per nostalgia di giustizia”, dice don Gianni. E allora, da oggi questa cosa è giusto chiamarla Politica: “Le nostre famiglie vivono in città in preda alla corruzione, alla non-cura del bene comune. Noi in questo sfacelo vogliamo camminare puliti”. Lo vede, don Gianni, che alla fine torniamo al punto: inquinare, sprecare sono peccati. “No! Sono schiavitù. Di questo sistema siamo le vittime, non i colpevoli. Quindi dobbiamo liberarci, non pentirci”.

Fonte: La Repubblica

Vendemmia, un’ottima annata ma non significa vino di qualità

Wednesday, August 25th, 2010

La produzione enologica italiana potrebbe crescere del 5% rispetto al 2009. Ma non sarà festa per tutti Nel corso degli anni troppe autorizzazioni a impiantare vitigni di qualità, anche in aree non ad alta vocazione Così il Barolo sarà pagato due euro al litro e il Barbaresco poco più di uno. Una manna per i commercianti spregiudicati, una rovina per i veri “vignerons” di CARLO PETRINI

COME sempre accade in questo periodo si fanno tante chiacchiere sulla qualità della vendemmia e, neppure stessimo parlando di una partita di calcio, si rincorrono i discorsi da bar sport sulla sfida con i nostri cugini transalpini. Da inizio agosto è partito il tam tam mediatico e si sono alzate inopportune grida di giubilo per il sorpasso di produzione degli italiani sui francesi. Secondo i dati diffusi da alcune associazioni di categoria risulta che la produzione di vino italiano potrebbe (e l’uso del condizionale è d’obbligo) segnare un aumento fino al 5% rispetto allo scorso anno, su valori intorno ai 47,5 milioni di ettolitri. Oltralpe, invece, la produzione potrebbe far registrare una crescita limitata che si assesterebbe a 47,3 milioni di ettolitri.

Oltre a non appassionarmi più di tanto, trovo questa sfida anche un po’ inutile. Una vendemmia si giudica, come mi insegnano i miei amici viticoltori, non solo dopo aver portato le uve in cantina, ma alcuni mesi dopo. Infatti, le tre settimane che precedono la raccolta sono decisive dal punto di vista climatico e possono decretare la grandezza o meno di un’annata. L’uva è una cosa viva e si deve per forza attendere la magia della fermentazione per capire se tutte le premesse verranno poi mantenute nel vino. Una grande bottiglia ha bisogno di tempo, bisogna aspettare e aver pazienza per capire la sua evoluzione.

Ma passiamo dalle chiacchiere a discorsi ben più seri e gravi sul futuro della viticoltura italiana. Stiamo vivendo un momento di svolta che va analizzato nella sua complessità. Il fatto che la vendemmia sarà ricca non mi conforta più di tanto se questa abbondanza non farà che aumentare il processo di svendita del vino sfuso che è già in corso da più di un anno a questa parte. Le settimane che precedono la vendemmia sono le più febbrili per i mediatori del vino che per conto dei grandi commercianti e imbottigliatori girano le cantine italiane a caccia dell’affare.

Da una parte trovano produttori che non essendo riusciti a vendere il vino che avevano prodotto sono obbligati a svuotare la cantina per fare spazio al nuovo raccolto e dall’altra un mercato che sta richiedendo vini dal basso costo e non fa così tanto caso alla qualità di quello che consuma. Informandosi, non è difficile scoprire come il Barolo sfuso abbia raggiunto la deprimente quotazione di due euro e mezzo al litro, stesso prezzo che mi dicono spunti il Brunello 2005. Per non parlare di un vino a cui sono molto affezionato come il Barbaresco, che viene pagato la cifra folle di un euro o poco più. Una situazione insostenibile e ridicola, soprattutto per quei produttori che in vigna lavorano seriamente.

Ma quali sono le cause di questa situazione così deprimente? Diciamo che il governo del limite, che dovrebbe regolare il mondo agricolo, è andato a farsi benedire. Sono quindici anni che predichiamo nel vento dicendo che le viti vanno piantate solo nelle zone ad alta vocazione evitando di aumentare a dismisura le superfici vitate. Tutto inutile. Il Barolo, il Barbaresco, il Brunello hanno raddoppiato le bottiglie in commercio nel giro di un decennio. L’Amarone è passato da quattro milioni di pezzi agli attuali sedici.

All’inizio degli anni Novanta i prezzi dei vini, che erano obiettivamente molto bassi, sono stati giustamente alzati, ma poi si è esagerato pensando che tutti potessero superare tranquillamente i quaranta euro a bottiglia. Ma in cosa consiste questo governo del limite nel settore vitivinicolo? Semplice: nei momenti in cui il mercato tira occorre contenere i nuovi impianti e non esagerare con l’aumento dei prezzi; nei momenti di crisi bisogna ridurre la produzione dei vini di eccellenza e salvaguardarne il prezzo.

In Italia si è fatto l’esatto contrario. Molti dicono che le diverse categorie di produttori (vignaioli, industriali, commercianti) sono tra loro inconciliabili. In realtà, in un momento così drammatico, i vigneron italiani dovrebbero prendere esempio dai cugini francesi: qualche anno fa, in un momento di vacche magre, i produttori di Champagne decisero di diminuire la produzione del 30%. Tutti uniti: vignaioli, cooperative sociali e industriali. In Italia manca una visione comune, una politica di sviluppo che riesca a mettere d’accordo un mondo lacerato da troppe divisioni e incapace di dialogare per gestire al meglio la situazione economica e, se fosse possibile, progettare seriamente il futuro. Una scelta come quella francese sarebbe non solo auspicabile, ma anche possibile, perché i produttori potrebbero declassare una parte dei loro grandi vini potendo contare su denominazioni meno importanti che in gergo vengono chiamate di ricaduta: basti pensare al Langhe Nebbiolo, al Rosso di Montalcino o di Montepulciano, così come al Valpolicella Rosso.

Bisogna tutelare i nostri grandi vini come veri patrimoni nazionali e la loro gestione non dovrebbe ricadere nelle mani di pochi imbottigliatori pronti a speculare quando il mercato è in affanno. Gli stessi produttori dovrebbero limitare la loro produzione unicamente alle zone più vocate, ai cru storicamente riconosciuti come tali, e ai vigneti con piante più vecchie. Altrimenti l’eccellenza rischia di essere svilita e assistiamo così alla vendita di bottiglie di Barolo a 8 euro negli autogrill italiani, presi d’assalto in questi giorni da vacanzieri frettolosi.
Questa deriva è manna per commercianti spregiudicati e industriali a cui non interessa la qualità, non mette ansia alle grandi firme (che magari svendono le eccedenze sotto banco), ma distrugge il prestigio dei grandi vini e mette in ginocchio le miriadi di piccoli e medi produttori che, in questi ultimi vent’anni, hanno realizzato il rinascimento del vino italiano. Per la prima volta in tanti anni ho sentito invocare un po’ di grandine per ridurre le eccedenze, magari nelle vigne dei vicini.

Mozzarelle blu, indagato il presidente della Granarolo

Friday, August 6th, 2010

Indagato dalla procura di Torino il presidente dell’azienda di Cadriano. Avviata verso l’archiviazione una inchiesta bis aperta dalla procura di Bologna, sempre sui latticini alterati

Giampiero Calzolari, presidente della Granarolo spa, è indagato alla Procura di Torino nell’ambito dell’inchiesta sulle frodi in commercio aperta dal procuratore Raffaele Guariniello e che riguarda anche importazioni di prodotti tedeschi. Calzolari è l’unico indagato dell’azienda di Cadriano e dovrà dare spiegazioni in particolare su una confezione di mozzarelle consegnata ai tecnici dell’Usl di Torino che è risultata essere contaminata dal batterio che colora di azzurro i latticini. L’avvocato Luca Sirotti, che lo difende, ha specificato che l’esame sulla mozzarella alterata non ha visto la presenza di un consulente di parte. Sullo sfondo di questa vicenda risalta una differenza radicale di vedute tra la procura di Torino e quella di Bologna. Quest’ultima ha fatto eseguire alcuni controlli presso la Granarolo che sono risultati negativi ed è quindi probabile che l’inchiesta bolognese del pubblico ministero Luca Tampieri si avvii verso l’archiviazione. Tra le due procure c’è freddezza anche per il fatto che il dottor Guariniello ha voluto ascoltare i carabinieri dei Nas che avevano fatto gli esami per conto della procura bolognese.

Solo pochi giorni fa Calzolari aveva lamentato l’ingente danno d’immagine per la Granarolo, parlando di alluvione mediatica e di danni per due milioni e mezzo di euro, fra confezioni ritirate dagli scaffali e calo della richiesta nei 60mila punti di consegna. Senza contare la valanga di mail dei consumatori delusi, i problemi d´immagine, le relazioni tese coi clienti. Aveva poi, a beneficio dei fotografi, consumato le sue mozzarelle per dimostrarne con l’esempio la genuinità.

FOTO Calzolari mangia la mozzarella

Aveva inoltre ricordato come il caso si sia sollevato su due mozzarelle quando l’azienda ne produce 300mila al giorno “solo ed esclusivamente con latte italiano”. Solo un cortocircuito mediatico? Calzolari aveva risposto: “Abbiamo subìto un attacco intenso alla nostra reputazione su basi del tutto pretestuose”. Un complotto? “Potrebbe essere un brillante filone d´inchiesta, quello sulla lealtà della competizione commerciale”.
 

Fonte: La Repubblica

Dopo mozzarella e ricotta anche il latte diventa blu

Friday, August 6th, 2010

Prima la mozzarella 1, poi la ricotta 2, adesso è il latte a diventare blu. Dal bianco al blu azzurrino, con venature celesti per la precisione, e senza cattivo odore, al contrario di quello che era successo ai formaggi. Il colore del latte ricorda quello dei primi casi accertati (foto 3).

Il primo caso è stato segnalato dal Tirreno 4: la bottiglia di latte, a lunga conservazione e di marca italiana, era stata iniziata e lasciata nel frigo da una coppia di Piombino, in Toscana, che poi era partita per il fine settimana. Lunedì mattina al ritorno a casa, i due hanno riempito la tazza e il latte era diventato blu.

“Quando ho visto quel colore - ha raccontato il marito - mi sono spaventato. Anche perché pochi giorni prima io l’avevo bevuto. Devo dire però che mi sento bene. Non voglio diffondere allarmismo. Però penso che sia importante fare chiarezza. E dunque, prima di intraprendere qualsiasi iniziativa, aspetto i risultati delle analisi della Usl”.

I coniugi hanno portato la confezione di latte all’ufficio di Igiene dell’Asl. Il servizio ha prelevato un campione di latte dalla bottiglia da un litro già aperta e un altro campione da una confezione ancora sigillata, comprata lo stesso giorno nello stesso supermercato. I campioni, fanno sapere dall’ufficio Prevenzione dell’Asl, sono stati inviati a Pisa, all’istituto zooprofilattico. L’esito delle analisi, che dovranno stabilire la causa e l’eventuale pericolosità, potrebbe essere disponibile all’inizio della prossima settimana.

Nei casi di mozzarella e ricotta (che è stata trovata, sempre in Sardegna, anche di colore rosso 5) era stato detto che a dare la colorazione fosse un batterio 6, il pseudomonas, che prolifera in situazioni di scarsità di igiene nel processo di lavorazione e che non risulterebbe pericoloso per l’uomo. Dopo aver ingerito il latte, confermano dalla Asl, i coniugi di Piombino non hanno avuto malesseri o sintomi particolari.

Fonte: La Repubblica

Ogm, blitz di Greenpeace

Friday, July 30th, 2010

Gli attivisti intervengono sul campo illegale: “Le autorità competenti continuavano a rimandare mentre i pollini contaminavano i terreni circostanti”. La protesta sostenuta anche dalle associazioni degli agricoltori di ANTONIO CIANCIULLO

IL CAMPO era illegale. Il mais transgenico 1 piantato senza autorizzazioni. Le autorità erano state avvertite, ma nulla è successo per giorni e giorni, mentre il polline ogm contaminava i terreni circostanti. Lo stallo è durato fino all’alba di oggi, quando venti attivisti di Greenpeace sono arrivati a Vivaro, in provincia di Pordenone, e hanno tagliato le infiorescenze del mais mettendole in contenitori sigillati.

 ”La decisione delle autorità di rinviare la messa in sicurezza di questo campo è stata irresponsabile”, ha denunciato Federica Ferrario, responsabile della campagna Ogm di Greenpeace. “Il mais è fiorito e sta già disseminando il polline sulle coltivazioni vicine. Questo è il secondo campo di mais transgenico identificato da Greenpeace in pochi giorni. A questo punto non possiamo escludere che esistano anche altre coltivazioni di mais Ogm in Friuli. Serve una scrupolosa campagna di campionamenti e analisi ad ampio raggio”.

A fine mattinata gli attivisti di Greenpeace, che avevano messo in sicurezza circa tre quarti del cmapo, sono stati fermati dalla polizia che ha sequestrato i contenitori con le infiorescenze del mais transgenico. Rischiano l’arresto per “arbitraria invasione di terreno agricolo”.

Ma il consenso al blitz degli ecologisti è quasi corale. L’azione di protesta è stata sostenuta dalle associazioni agricole, dalla Confederazione italiana agricoltori alla Coldiretti che ha creato un “presidio della legalità”: “Tutti gli otto campioni prelevati sono risultati positivi per la presenza di mais Mon 810. E’ stata una vera e propria semina priva di autorizzazione su almeno 4 ettari di terreno agricolo, punibile dalla legge con il carcere fino a due anni”.

La task force “Per un’Italia Libera da Ogm”, che comprende tra gli altri Legambiente, Wwf, Aiab, Greenpeace e Slow Food, contesta, in particolare, la scelta del procuratore della Repubblica di Pordenone Antonio Delpino: il provvedimento di sequestro del campo di mais, privo della procedura di urgenza sollecitata dagli ecologisti, si è rivelato insufficiente. La contaminazione è avvenuta nonostante le segnalazioni e la possibilità di intervento. Gli ambientalisti chiedono al ministro di Grazia e Giustizia Angelino Alfano un provvedimento disciplinare a fronte di un danno che avrà un evidente impatto sull’ambiente e sollecitano l’applicazione del “protocollo operativo di gestione tecnica in presenza di Ogm”, che venne utilizzato nel 2003, quando si verificò un caso analogo, dall’allora ministro delle Politiche agricole Gianni Alemanno.

Anche il presidente di Confeuro, Rocco Tiso, favorevole alla sperimentazione e alla ricerca in materia di ingegneria genetica, ha giudicato i due campi in Friuli “un atto irresponsabile che sta già causando la contaminazione per via aerea dei terreni vicini. E’ indispensabile che le autorità competenti provvedano al più presto a isolare e eliminare entrambi i campi ogm di Fanna e Vivaro, e che avviino prontamente un’indagine accurata di campionamenti e analisi a largo spettro”.

Fonte: La Repubblica

Dopo le mozzarelle blu a Olbia ecco la ricotta rossa

Thursday, July 29th, 2010
La scoperta è stata fatta da una donna che ha subito consegnato la confezione ai carabinieri. Si attende il responso delle analisi

di Stefania Puorro

La ricotta rossa scoperta da una donna di Olbia La ricotta rossa scoperta da una donna di Olbia

OLBIA. Aveva proprio un grande desiderio di ricotta, forse perché è anche in dolce attesa. Ma appena ha aperto la confezione, l’amara sorpresa: la ricotta era rossa.
Dopo il blu, ecco che alcuni latticini assumono improvvisamente un altro colore. Non c’è allarmismo e neanche stavolta c’è una denuncia. Però la giovane signora olbiese, molto attenta a ciò che mangia, ancor di più nel periodo che attraversa (è al settimo mese di gravidanza) si è subito accorta, appena tolto il coperchio, del colore anomalo della ricotta.

«L’avevo acquistata in un supermercato della zona l’altro ieri. Ho visto che la ricotta era proprio rossa e allora ho guardato la scadenza: tutto in regola, sulla confezione da 250 grammi c’era scritto che andava consumata entro il 1º agosto. A quel punto non ho perso tempo: ho telefonato ai Nas di Sassari e li ho informati dell’accaduto. Ho precisato di non aver mangiato la ricotta e poi, come mi hanno consigliato, l’ho consegnata alla stazione dei carabinieri di Poltu Quadu. Da qui, poi, gli uomini del nucleo antisofisticazioni l’avrebbero portata in laboratorio per analizzarla». Alla signora è stato chiesto dove l’avesse acquistata ed è probabile che l’intera partita di quella ricotta (non sarda) sia già stata sequestrata. Un provvedimento che non deve comunque creare allarmismo. Adesso, si dovrà aspettare il responso delle analisi.

Intanto, si è sempre in attesa di conoscere i risultati degli accertamenti fatti dai Nas sulla ricotta blu sequestrata lo scorso 14 luglio a Porto Cervo. In quel caso fu un turista ad aver acquistato una confezione di ricotta in un supermercato di Arzachena. L’aveva consumata in parte, e quando, ore dopo, aveva provato a fare il bis aveva scoperto che era diventata blu. Il vacanziere era subito andato dal comandante dei carabinieri  di Porto Cervo e i militari avevano bloccato l’intera partita di ricotta presente negli scaffali del

supermercato di Arzachena

Fonte: La Repubblica.it

Mozzarelle blu, controlli in tutta Italia

Sunday, July 25th, 2010

Dopo il caso Granarolo, il ministro della Salute assicura verifiche su tutte le fasi di commercializzazione sull’intero il territorio nazionale. Nell’azienda italiana trovate prove sulla situazione della ditta tedesca. La polizia giudiziaria: “Forse un problema di produzione interno”

ROMA - “L’azione di monitoraggio e controllo negli stabilimenti di produzione ed in tutte le fasi di commercializzazione delle mozzarelle su tutto il territorio nazionale va avanti”. È quanto comunica in una nota il ministro della Salute. L’intervento di Fazio arriva a ventiquattr’ore dalla denuncia di un caso di colorazione anomala 1 della mozzarella su un prodotto italiano a marchio Granarolo. L’azienda ha smentito l’episodio.

Nei controlli, ha comunicato il ministero, sono coinvolti i servizi veterinari delle Asl, delle Regioni e province autonome di Trento e Bolzano, i Nas e gli Istituti zooprofilattici sperimentali. “A loro va un particolare ringraziamento per la costante attività svolta a tutela del consumatore e delle produzioni italiane”, scrive Fazio. Il ministero della Salute ha convocato un tavolo operativo con l’Istituto Superiore di Sanità e gli Istituti Zooprofilattici per fare una valutazione dei dati raccolti nel corso dei controlli effettuati e dei dati scientifici, attualmente disponibili.

Grazie ai risultati che emergeranno dall’incontro, saranno formulate alcune indicazioni operative da fornire sia agli organi di controllo che alle aziende di produzione. È stato previsto, inoltre, un incontro con le le associazioni di categoria del settore lattiero caseario al fine di sensibilizzare gli operatori

del settore alimentare a mantenere una stretta collaborazione con le autorità sanitarie e pianificare strategie comuni sul fronte igienico sanitario.

Nei documenti della Granarolo prove sulla situazione della ditta tedesca. Intanto ieri gli spettori di polizia giudiziaria inviati dal pm Raffaele Guariniello nella sede della Granarolo hanno raccolto prove importanti sulla situazione della ditta tedesca che ha prodotto le “mozzarelle blu”. I tecnici dell’azienda italiana, infatti, si erano accorti che nell’azienda straniera non tutto era in regola, e avevano scritto i loro dubbi su documenti. Granarolo ha avuto frequenti contatti con la Milchwerk Jager Gmbh, dalla quale acquistava del formaggio a pasta filata poi rivenduto come provola dolce. Nel corso degli anni sono stati fatti numerosi “audit” (valutazioni e controlli di dati e procedure) da cui risulta che la ditta tedesca, secondo gli emissari della stessa Granarolo, non rispettava gli standard: nelle carte si parla di “non conformità”. In uno dei documenti si può leggere che la Jager, pur ammettendo i rilievi mossi dagli italiani, li ha lasciati “irrisolti” o “risolti solo in parte”. Dal materiale raccolto dagli investigatori risulterebbe che Granarolo ha continuato a fare acquisti in Germania perché era troppo difficile trovare un altro fornitore. A partire dallo scorso maggio, in merito al prodotto - di origine tedesca -  sono state delle segnalazioni in cui si lamenta la presenza di muffe.

Forse un problema di produzione. Secondo gli inquirenti della procura di Torino, che proprio ieri hanno effettuato un sopralluogo nella sede della nota industria alimentare emiliana, a far assumere alle mozzarelle Granarolo il colorito bluastro potrebbe essere stato un problema di produzione interno. La colorazione blu, finora, era stata riscontrata solo in mozzarelle di produzione tedesca. Le analisi avevano accertato la presenza, in quei formaggi, di un microrganismo chiamato “pseudomonas”, ma anche di batteri che lasciavano pensare all’uso di acqua sporca.

Fonte: La Repubblica

Confederazione italiana agricoltori, arrivano le patate di qualità cresciute dai rifiuti

Thursday, July 22nd, 2010

I tuberi, frutto del lavoro della Cia e dell’Università di Salerno, con il sostegno del ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali, battezzati con il nome di ‘riciclelle’ sono la dimostrazione che si può fare agricoltura dando un contributo importante all’ambiente e risparmiando

Dopo l’insalata arrivano le ‘riciclelle’, le prime patate di qualità “cresciute dai rifiuti”, coltivate con il compost ottenuto dalla parte organica degli scarti domestici. A riferirlo è la Cia-Confederazione italiana agricoltori spiegando che il risultato è frutto del lavoro della confederazione e dell’Università di Salerno, con il sostegno del ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali, che “hanno esteso con successo la sperimentazione già affermata su alcune varietà di insalata”.

“Anche i tuberi -afferma la Cia- possono essere tranquillamente fertilizzati con questo compost e i risultati sono ottimi, perché il prodotto giunto a maturazione è di grande qualità e gradevole al gusto. Le abbiamo battezzate con il nome di ‘riciclelle’ e sono la dimostrazione che si può fare agricoltura dando un contributo importante all’ambiente e risparmiando”.

 

 

Per ottenerle, spiega la confederazione, “è bastato recuperare e ‘compostare’ la parte organica dei rifiuti di poche famiglie, per ottenere fertilizzante utile ad una produzione di patate in grado di soddisfare una porzione delle loro esigenze alimentari“.Si realizza così, secondo la Cia, un “processo di riciclaggio completo” che “una volta irreggimentato potrà attenuare anche il problema della spazzatura, divenuto una complicazione annosa e gravosa in molte aree del Paese”.

Fonte: ADNkronos

La dieta dei colori per battere il solleone

Monday, July 19th, 2010

 Il caldo, a tavola, si combatte anche con i colori. Così il giallo-arancione di albicocche e meloni, spia della presenza di beta-carotene, precursore della vitamina A, assicura quel film idrolipidico sulla pelle che mette un freno all’eccessiva sudorazione. E il rosso di pomodori e anguria, ricchissimi di licopene, suggerisce un effetto antiossidante che, sempre sulla pelle, aiuta a difendersi dai danni dell’esposizione (inevitabile) ai raggi del sole. «Certo, verdura e frutta sono ingredienti indispensabili della dieta, soprattutto in estate e soprattutto quando il termometro supera i 30-35 gradi — commenta Evelina Flachi, specialista di scienze dell’alimentazione e docente di medicina termale all’Università di Milano — ma non dimentichiamoci che l’acqua, in particolare quella a elevato contenuto minerale, diventa, in questa situazione, un vero e proprio alimento. Bere molto è indispensabile». Poi c’è il colore viola (quello dei frutti di bosco, come i mirtilli, dell’uva nera e delle melanzane) che indica la presenza di antocianine, sostanze che hanno un effetto protettivo sui vasi sanguigni e sulla microcircolazione: in definitiva possono avere un effetto preventivo sui gonfiori alle gambe, effetto del caldo sgradito soprattutto alle donne.

 

ADULTI - PESCE GRIGLIATO E NIENTE ALCOLICI - Una persona in buona salute sopporta bene gli effetti del caldo, magari si sentirà inappetente, ma questo non guasta, dal momento che la maggior parte degli occidentali si ritrova in sovrappeso. «L’unica vera raccomandazione utile — continua Flachi che ha appena pubblicato un libro La dieta Flachi edito da Rizzoli — è quella di bere. L’organismo può andare incontro a danni per la disidratazione e la perdita di minerali. In questo caso è il verde che viene in aiuto. Verdure di questo colore contengono clorofilla, vitamine e soprattutto minerali e possono reintegrare quelli persi». Mai come in questo periodo, dunque, è da suggerire la dieta mediterranea: pasta con sughi leggeri, insalate condite con olio, pesce alla griglia e, perché no, un cous cous di verdure, tunisino o siciliano, sono l’ideale per un pasto leggero e nutriente. Ovvio ricordare che l’alcol, se non evitato, deve essere almeno limitato.

ANZIANI - FRULLATI DI FRUTTA COME PICCOLI PASTI - Certo, consigliare un tè caldo di questi tempi non è proprio l’ideale, ma gli anziani devono prestare una particolare attenzione a quello che bevono: i cinesi insegnano e, secondo la loro medicina tradizionale, gli anziani non devono mai bere bibite ghiacciate. «Se non si è abituati, un repentino raffreddamento dello stomaco — spiega Flachi — può rendere la digestione difficile e addirittura provocare disturbi gastrointestinali». L’anziano, però, va in qualche modo costretto a bere, perché sente sempre in ritardo lo stimolo della sete e, più di altri rischia la disidratazione. «Sono consigliabili frullati e centrifugati di frutta e verdure che forniscono liquidi, ma possono anche diventare un piccolo pasto». E il tè, possibilmente deteinato, può essere bevuto a temperatura ambiente, magari con qualche foglia di menta rinfrescante o con qualche fettina di limone o di pesca che possono renderlo più gradevole

BAMBINI - CARNE DI POLLO E GELATI ALLA CREMA - Si sa che i bambini non sono grandi amanti di frutta e verdura. Ecco allora un accorgimento della dottoressa Flachi: «Se i bambini diventano inappetenti, magari perché sono reduci da qualche mal di gola o raffreddore, non rari anche in questo periodo, si può ricorrere al gelato. Il gelato può diventare un piccolo pasto: può essere di frutta, ma anche di crema: oltre a essere gratificante, è anche nutriente, grazie alle proteine e i grassi che contiene». Altro suggerimento per le mamme: centrifugare la frutta e mettere il centrifugato nelle forme per i ghiaccioli; una volta raffreddato, non sarà troppo freddo, fornirà nutrienti utili e non sarà certo rifiutato. Per il resto i bambini, che non soffrono in maniera particolare il caldo, dovranno bere e mangiare leggero: oltre alle verdure, la carne di pollo e il pesce, che diventa (almeno si spera) più accessibile nei luoghi di vacanza, vanno benissimo

Fonte: Corriere della Sera

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