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Vendemmia, un’ottima annata ma non significa vino di qualità

Wednesday, August 25th, 2010

La produzione enologica italiana potrebbe crescere del 5% rispetto al 2009. Ma non sarà festa per tutti Nel corso degli anni troppe autorizzazioni a impiantare vitigni di qualità, anche in aree non ad alta vocazione Così il Barolo sarà pagato due euro al litro e il Barbaresco poco più di uno. Una manna per i commercianti spregiudicati, una rovina per i veri “vignerons” di CARLO PETRINI

COME sempre accade in questo periodo si fanno tante chiacchiere sulla qualità della vendemmia e, neppure stessimo parlando di una partita di calcio, si rincorrono i discorsi da bar sport sulla sfida con i nostri cugini transalpini. Da inizio agosto è partito il tam tam mediatico e si sono alzate inopportune grida di giubilo per il sorpasso di produzione degli italiani sui francesi. Secondo i dati diffusi da alcune associazioni di categoria risulta che la produzione di vino italiano potrebbe (e l’uso del condizionale è d’obbligo) segnare un aumento fino al 5% rispetto allo scorso anno, su valori intorno ai 47,5 milioni di ettolitri. Oltralpe, invece, la produzione potrebbe far registrare una crescita limitata che si assesterebbe a 47,3 milioni di ettolitri.

Oltre a non appassionarmi più di tanto, trovo questa sfida anche un po’ inutile. Una vendemmia si giudica, come mi insegnano i miei amici viticoltori, non solo dopo aver portato le uve in cantina, ma alcuni mesi dopo. Infatti, le tre settimane che precedono la raccolta sono decisive dal punto di vista climatico e possono decretare la grandezza o meno di un’annata. L’uva è una cosa viva e si deve per forza attendere la magia della fermentazione per capire se tutte le premesse verranno poi mantenute nel vino. Una grande bottiglia ha bisogno di tempo, bisogna aspettare e aver pazienza per capire la sua evoluzione.

Ma passiamo dalle chiacchiere a discorsi ben più seri e gravi sul futuro della viticoltura italiana. Stiamo vivendo un momento di svolta che va analizzato nella sua complessità. Il fatto che la vendemmia sarà ricca non mi conforta più di tanto se questa abbondanza non farà che aumentare il processo di svendita del vino sfuso che è già in corso da più di un anno a questa parte. Le settimane che precedono la vendemmia sono le più febbrili per i mediatori del vino che per conto dei grandi commercianti e imbottigliatori girano le cantine italiane a caccia dell’affare.

Da una parte trovano produttori che non essendo riusciti a vendere il vino che avevano prodotto sono obbligati a svuotare la cantina per fare spazio al nuovo raccolto e dall’altra un mercato che sta richiedendo vini dal basso costo e non fa così tanto caso alla qualità di quello che consuma. Informandosi, non è difficile scoprire come il Barolo sfuso abbia raggiunto la deprimente quotazione di due euro e mezzo al litro, stesso prezzo che mi dicono spunti il Brunello 2005. Per non parlare di un vino a cui sono molto affezionato come il Barbaresco, che viene pagato la cifra folle di un euro o poco più. Una situazione insostenibile e ridicola, soprattutto per quei produttori che in vigna lavorano seriamente.

Ma quali sono le cause di questa situazione così deprimente? Diciamo che il governo del limite, che dovrebbe regolare il mondo agricolo, è andato a farsi benedire. Sono quindici anni che predichiamo nel vento dicendo che le viti vanno piantate solo nelle zone ad alta vocazione evitando di aumentare a dismisura le superfici vitate. Tutto inutile. Il Barolo, il Barbaresco, il Brunello hanno raddoppiato le bottiglie in commercio nel giro di un decennio. L’Amarone è passato da quattro milioni di pezzi agli attuali sedici.

All’inizio degli anni Novanta i prezzi dei vini, che erano obiettivamente molto bassi, sono stati giustamente alzati, ma poi si è esagerato pensando che tutti potessero superare tranquillamente i quaranta euro a bottiglia. Ma in cosa consiste questo governo del limite nel settore vitivinicolo? Semplice: nei momenti in cui il mercato tira occorre contenere i nuovi impianti e non esagerare con l’aumento dei prezzi; nei momenti di crisi bisogna ridurre la produzione dei vini di eccellenza e salvaguardarne il prezzo.

In Italia si è fatto l’esatto contrario. Molti dicono che le diverse categorie di produttori (vignaioli, industriali, commercianti) sono tra loro inconciliabili. In realtà, in un momento così drammatico, i vigneron italiani dovrebbero prendere esempio dai cugini francesi: qualche anno fa, in un momento di vacche magre, i produttori di Champagne decisero di diminuire la produzione del 30%. Tutti uniti: vignaioli, cooperative sociali e industriali. In Italia manca una visione comune, una politica di sviluppo che riesca a mettere d’accordo un mondo lacerato da troppe divisioni e incapace di dialogare per gestire al meglio la situazione economica e, se fosse possibile, progettare seriamente il futuro. Una scelta come quella francese sarebbe non solo auspicabile, ma anche possibile, perché i produttori potrebbero declassare una parte dei loro grandi vini potendo contare su denominazioni meno importanti che in gergo vengono chiamate di ricaduta: basti pensare al Langhe Nebbiolo, al Rosso di Montalcino o di Montepulciano, così come al Valpolicella Rosso.

Bisogna tutelare i nostri grandi vini come veri patrimoni nazionali e la loro gestione non dovrebbe ricadere nelle mani di pochi imbottigliatori pronti a speculare quando il mercato è in affanno. Gli stessi produttori dovrebbero limitare la loro produzione unicamente alle zone più vocate, ai cru storicamente riconosciuti come tali, e ai vigneti con piante più vecchie. Altrimenti l’eccellenza rischia di essere svilita e assistiamo così alla vendita di bottiglie di Barolo a 8 euro negli autogrill italiani, presi d’assalto in questi giorni da vacanzieri frettolosi.
Questa deriva è manna per commercianti spregiudicati e industriali a cui non interessa la qualità, non mette ansia alle grandi firme (che magari svendono le eccedenze sotto banco), ma distrugge il prestigio dei grandi vini e mette in ginocchio le miriadi di piccoli e medi produttori che, in questi ultimi vent’anni, hanno realizzato il rinascimento del vino italiano. Per la prima volta in tanti anni ho sentito invocare un po’ di grandine per ridurre le eccedenze, magari nelle vigne dei vicini.

Aiuto, mi è scappata la canola Se l’ogm si riproduce in natura

Wednesday, August 11th, 2010

Per la prima volta una pianta geneticamente modificata è stata osservata allo stato selvatico. Accade in North Dakota. Gli scienziati temono che possano minacciare la biodiversità. L’esperto italiano Rosellini: “Geni vagliati e considerati sicuri, nessun pericolo” di JACOPO PASOTTI

Piante di canola OGM si stanno propagando dai terreni agricoli del Nord Dakota, negli Stati Uniti, invadendo aree incoltivate. Le piante transgeniche possono dunque abbandonare i campi ed invadere le zone naturali circostanti. Lo sostengono alcuni scienziati statunitensi che hanno osservato, per la prima volta, la presenza di piante geneticamente modificate che si sono riprodotte in aree naturali, e che sono quindi una minaccia per la biodiversità. La scoperta, secondo gli esperti, avrà “implicazioni importanti” nelle politiche agricole degli Stati Uniti.

In luglio i ricercatori hanno raccolto, fotografato ed analizzato 406 piante di canola cresciute fuori dai terreni coltivati lungo un transetto di 5.400 chilometri che attraversa vaste regioni agricole. Di queste, ben 347 (l’86%) sono risultate positive ai test sulla presenza di proteine che le rendono più resistenti ad alcuni erbicidi (la CP4 EPSPS e la PAT).

Un segnale d’allarme, dunque, che non giunge da associazioni ambientaliste ma da Meredith Schafer, ricercatrice presso Università dell’Arkansas, insieme a colleghi della Environmental Protection Agency (Epa, l’agenzia federale che si occupa della protezione dell’ambiente). Secondo lei queste piante “scappate” dai campi potrebbero influenzare la biodiversità della regione. Meredith Schafer ha presentato i risultati delle sue analisi alla conferenza annuale della Società Ecologica Americana (ESA) tenutasi nei giorni scorsi a Pittsburgh. Gli scienziati non sanno se questo possa essere accaduto anche ad altre colture OGM.

Secondo Daniele Rosellini, biologo presso l’Università di Perugia, la scoperta dei ricercatori statunitensi è una conferma di un fenomeno già noto. “Che i geni introdotti mediante ingegneria genetica persistano nell’ambiente in piante coltivate presenti fuori dai campi o in piante spontanee di specie affini che possono incrociarsi con loro è indesiderato da molti. Questo non è comunque pericoloso per l’ambiente e la salute, perché quei geni sono stati vagliati e considerati sicuri prima di autorizzare la coltivazione delle piante OGM che li contengono”, conclude Rosellini.

Ma c’è di più. I ricercatori hanno anche trovato “due casi di modificazioni multiple all’interno di singoli individui”. Un fatto che, secondo gli scienziati, “indica che alcune colture si sono inselvatichite, cioè oltre ad essersi stabilite al di fuori dei campi coltivati, si stanno riproducendo in natura”.
Niente di male per le piante di canola, che sono in questo modo più resistenti e di maggior produttività. Ma la scoperta potrebbe essere l’indizio che il controllo esercitato dai biotecnologi sugli organismi OGM ha maglie più larghe di quanto si pensasse. “I nostri risultati hanno conseguenze rilevanti sulla ecologia e la gestione sia per le piante native che per i prodotti OGM del paese”, dicono gli scienziati.

La scoperta non può passare inosservata in Europa. La commissione europea ha infatti appena dato il via libera alle prime colture OGM, ponendo fine a un embargo in vigore dal 1998. Dalla primavera di quest’anno il gruppo tedesco Basf è autorizzato a produrre la patata transgenica Amflora per usi industriali e come mangimi.

La canola è una varietà della colza, prodotta inizialmente in Canada (il suo nome deriva appunto da Canada e olio). È impiegata nell’alimentazione degli animali da allevamento e per la produzione di biocarburanti. Attualmente i campi di canola ricoprono 2 milioni di ettari del territorio statunitense, ma l’estensione delle coltivazioni è destinata a crescere a causa del continuo aumento dell’impiego dei bio-combustibili.
Fonte: La Repubblica

Ogm, blitz di Greenpeace

Friday, July 30th, 2010

Gli attivisti intervengono sul campo illegale: “Le autorità competenti continuavano a rimandare mentre i pollini contaminavano i terreni circostanti”. La protesta sostenuta anche dalle associazioni degli agricoltori di ANTONIO CIANCIULLO

IL CAMPO era illegale. Il mais transgenico 1 piantato senza autorizzazioni. Le autorità erano state avvertite, ma nulla è successo per giorni e giorni, mentre il polline ogm contaminava i terreni circostanti. Lo stallo è durato fino all’alba di oggi, quando venti attivisti di Greenpeace sono arrivati a Vivaro, in provincia di Pordenone, e hanno tagliato le infiorescenze del mais mettendole in contenitori sigillati.

 ”La decisione delle autorità di rinviare la messa in sicurezza di questo campo è stata irresponsabile”, ha denunciato Federica Ferrario, responsabile della campagna Ogm di Greenpeace. “Il mais è fiorito e sta già disseminando il polline sulle coltivazioni vicine. Questo è il secondo campo di mais transgenico identificato da Greenpeace in pochi giorni. A questo punto non possiamo escludere che esistano anche altre coltivazioni di mais Ogm in Friuli. Serve una scrupolosa campagna di campionamenti e analisi ad ampio raggio”.

A fine mattinata gli attivisti di Greenpeace, che avevano messo in sicurezza circa tre quarti del cmapo, sono stati fermati dalla polizia che ha sequestrato i contenitori con le infiorescenze del mais transgenico. Rischiano l’arresto per “arbitraria invasione di terreno agricolo”.

Ma il consenso al blitz degli ecologisti è quasi corale. L’azione di protesta è stata sostenuta dalle associazioni agricole, dalla Confederazione italiana agricoltori alla Coldiretti che ha creato un “presidio della legalità”: “Tutti gli otto campioni prelevati sono risultati positivi per la presenza di mais Mon 810. E’ stata una vera e propria semina priva di autorizzazione su almeno 4 ettari di terreno agricolo, punibile dalla legge con il carcere fino a due anni”.

La task force “Per un’Italia Libera da Ogm”, che comprende tra gli altri Legambiente, Wwf, Aiab, Greenpeace e Slow Food, contesta, in particolare, la scelta del procuratore della Repubblica di Pordenone Antonio Delpino: il provvedimento di sequestro del campo di mais, privo della procedura di urgenza sollecitata dagli ecologisti, si è rivelato insufficiente. La contaminazione è avvenuta nonostante le segnalazioni e la possibilità di intervento. Gli ambientalisti chiedono al ministro di Grazia e Giustizia Angelino Alfano un provvedimento disciplinare a fronte di un danno che avrà un evidente impatto sull’ambiente e sollecitano l’applicazione del “protocollo operativo di gestione tecnica in presenza di Ogm”, che venne utilizzato nel 2003, quando si verificò un caso analogo, dall’allora ministro delle Politiche agricole Gianni Alemanno.

Anche il presidente di Confeuro, Rocco Tiso, favorevole alla sperimentazione e alla ricerca in materia di ingegneria genetica, ha giudicato i due campi in Friuli “un atto irresponsabile che sta già causando la contaminazione per via aerea dei terreni vicini. E’ indispensabile che le autorità competenti provvedano al più presto a isolare e eliminare entrambi i campi ogm di Fanna e Vivaro, e che avviino prontamente un’indagine accurata di campionamenti e analisi a largo spettro”.

Fonte: La Repubblica

.Come costruire un impianto di irrigazione a goccia con pochi euro e pochi minuti

Friday, July 30th, 2010

Tempo d’estate, tempo di vacanze. Con la bella stagione dobbiamo fare molta attenzione alle nostre amate piante; in particolare a quelle che hanno una maggiore esposizione al sole rovente e che necessitano per questo una maggiore innaffiatura durante la giornata, soprattutto in quelle torride d’agosto.

Inoltre, dobbiamo porre particolare attenzione alle foglie secche e ai fiori che, per via delle alte temperature, appassiscono molto più velocemente; ricordiamoci di eliminarli in quanto possono favorire la comparsa di parassiti. Ragnetti rossi e cocciniglie non sono buoni amici delle nostre piante.

Questo maggiore bisogno di cure ovviamente mal si sposa con le nostre vacanze. Come riuscire allora ad innaffiare correttamente l’orto sul balcone e nello stesso tempo goderci le meritate ferie?

Le risposte più immediate che mi vengono in mente sono due: la prima è acquistare un impianto di irrigazione automatico, molto efficace, ma anche molto costoso e poco ecologico. La seconda è quella di suonare anche quest’anno il campanello del nostro vicino che sarà ben contento di innaffiare la nostra piccola foresta pluviale e di essere attaccato da sciami di assetate zanzare tigri per il solo gusto di compiacerci.

Ma se anche voi non siete molto propensi a queste due alternative e volete risolvere il problema in modo più creativo e green, ecco la soluzione: costruirsi un impianto di irrigazione a goccia con pochi euro ed in pochi minuti.  L’idea c’è arrivata da un nostro lettore che ne ha realizzato uno per il suo balcone.

Cosa ci servirà 
- un moschettone 
- una tanica per liquidi con rubinetto regolabile 
- alcuni metri di filo per stendere il bucato rivestito in gomma (la metratura dipenderà dalla grandezza della tanica che acquisterete) 
- uno spezzone di tubo da giardinaggio di circa 10 cm di lunghezza e con uno spessore pari a quello del rubinetto della tanica. 
- un tappo di sughero o di gomma dello stesso diametro dello spezzone di tubo 
- due connettori per impianto a goccia (o un numero maggiore, secondo le vostre necessità) 
- alcuni metri di tubo di distribuzione per impianto a goccia (anche in questo caso la metratura dipenderà dal numero di vasi da innaffiare) 

I materiali

La scelta della tanica determinerà la capacità d’acqua del nostro impianto di irrigazione e conseguentemente la sua durata nel tempo. Maggiore sarà la capacità espressa in litri più saranno i giorni che l’impianto sarà in grado di innaffiare un numero più o meno elevato di piante ed ortaggi. Questi fattori influenzeranno inoltre il numero di connettori ed i metri di tubo di distribuzione da acquistare. 
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L’assemblaggio

1. Come prima cosa avvolgiamo diverse spire del nostro filo da bucato intorno alla tanica, creando una sorta di imbragatura, nella quale faremo passare, nella parte alta, il moschettone così da creare un gancio per appendere il nostro contenitore.

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2. Ora prendiamo lo spezzone di tubo da giardinaggio e pratichiamo nella seconda metà inferiore due fori dove andremo ad immettere i connettori dell’impianto. Inseriamo il tappo in sughero o gomma nell’estremità inferiore del tubo subito sotto ai connettori. 

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Infine colleghiamo l’estremità superiore libera del tubo con il rubinetto regolabile della tanica.(Vedi foto 03 e 05) 

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3. Tagliamo ora il tubo di distribuzione in due parti (o più a seconda del numero di connettori e di vasi da innaffiare), della lunghezza che ci serve per raggiungere le piante e colleghiamoli ai nostri connettori. Prima di mettere in opera il nostro nuovo impianto di innaffiatura non ci resta che praticare un piccolissimo forellino nella parte alta della tanica, in prossimità del tappo, in modo da creare un risucchio d’aria che faciliterà l’uscita dell’acqua attraverso il rubinetto.  

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La messa in opera 

Il nostro impianto di irrigazione a goccia è finalmente pronto e aspetta solo di essere messo in funzione. Non ci resta che riempire la tanica, posizionarla nel punto prescelto, regolare l’apertura del rubinetto in base alla quantità d’acqua necessaria alle piante ed il gioco è fatto.  

Le piante avranno “da bere” e noi il nostro meritato riposo. 

Lorenzo De Ritis
Foto e idea: Massi websign
Fonte: Green Me

Confederazione italiana agricoltori, arrivano le patate di qualità cresciute dai rifiuti

Thursday, July 22nd, 2010

I tuberi, frutto del lavoro della Cia e dell’Università di Salerno, con il sostegno del ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali, battezzati con il nome di ‘riciclelle’ sono la dimostrazione che si può fare agricoltura dando un contributo importante all’ambiente e risparmiando

Dopo l’insalata arrivano le ‘riciclelle’, le prime patate di qualità “cresciute dai rifiuti”, coltivate con il compost ottenuto dalla parte organica degli scarti domestici. A riferirlo è la Cia-Confederazione italiana agricoltori spiegando che il risultato è frutto del lavoro della confederazione e dell’Università di Salerno, con il sostegno del ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali, che “hanno esteso con successo la sperimentazione già affermata su alcune varietà di insalata”.

“Anche i tuberi -afferma la Cia- possono essere tranquillamente fertilizzati con questo compost e i risultati sono ottimi, perché il prodotto giunto a maturazione è di grande qualità e gradevole al gusto. Le abbiamo battezzate con il nome di ‘riciclelle’ e sono la dimostrazione che si può fare agricoltura dando un contributo importante all’ambiente e risparmiando”.

 

 

Per ottenerle, spiega la confederazione, “è bastato recuperare e ‘compostare’ la parte organica dei rifiuti di poche famiglie, per ottenere fertilizzante utile ad una produzione di patate in grado di soddisfare una porzione delle loro esigenze alimentari“.Si realizza così, secondo la Cia, un “processo di riciclaggio completo” che “una volta irreggimentato potrà attenuare anche il problema della spazzatura, divenuto una complicazione annosa e gravosa in molte aree del Paese”.

Fonte: ADNkronos

Vino? No, è acido e concime

Tuesday, June 15th, 2010

Un milione e mezzo di litri sequestrati. E un sospetto: dietro c’è lo stesso gruppo di adulteratori dello scandalo di due anni fa


Lo scandalo è stato inutile. Due anni fa scattò l’allarme su una colossale centrale del vino adulterato, che da oscure cantine della Puglia finiva in bottiglie dai marchi insospettabili (vedi “L’espresso” n.14 del 2008). E oggi la Forestale crede che la stessa banda sia ancora all’opera e inondi negozi e supermarket italiani con etichette che celano prodotti molto poco genuini.
All’epoca tutto partì da una misteriosa cantina di Massafra (Taranto) poi, alla fine di febbraio, gli ispettori del Corpo hanno fatto una nuova scoperta in due aziende di Casoli e Perano (Chieti): vasche con quasi un milione e mezzo di litri destinati ad essere venduti come vino da tavola. Dalle prime analisi è risultata l’adulterazione e ora sono in corso le controverifiche di laboratorio. Tutto il prodotto proveniva da una ditta di Ginosa Jonica, in provincia di Taranto, non lontana da Massafra. Gli investigatori sospettano intrecci allarmanti: esisterebbe fra i due responsabili delle aziende di Casoli e Ginosa un “sodalizio criminoso” per la produzione e vendita di “prodotti vinosi sofisticati”, che potrebbe portare direttamente ai produttori di Massafra. Un sodalizio non nuovo all’adulterazione, per la presenza di “gravi precedenti penali” per gli stessi reati. Gli inquirenti presumono infatti che, dietro l’imprenditore tarantino di Ginosa, agisca sempre la stessa banda di sofisticatori e vogliono chiarire ogni complicità.

Si tratta di quantità industriali sfuggite alla rete dei controlli. Come è stato possibile? A fine di luglio i dieci imputati per lo scandalo del vino di Massafra compariranno davanti al gip, dopo la richiesta di rinvio a giudizio formulata dal procuratore di Taranto Pietro Argentino. Più ancora dei capi d’imputazione del pm, ora c’è un video esclusivo che mostra come veniva “confezionato” quel cosiddetto vino. Il video doveva essere distrutto ma “L’espresso” è riuscito invece a entrarne in possesso: un brodame verdastro esce dai silos che dovrebbero contenere vino. Dentro si trovano fertilizzanti, prodotti ogm, acido cloridico, solforico e fosforico, glicerina, lieviti, solfati di vario genere. Questo è il prodotto della Enoagri export e della VMC: la base di quel liquido è acqua, concimi e acidi. Il video si conclude con un agente che rovescia a terra gli acidi che al contatto con l’aria vanno in ebollizione. Dentro quelle vasche ci sono “prodotti vinosi del tutto differenti dal prodotto alimentare vino”, ottenuti “mediante pratiche enologiche illecite”, scrive il procuratore: di uve, infatti, non c’è traccia, “in realtà mai o solo in infima parte utilizzate”. Ma dei 70 milioni di litri partiti da lì, ne sono stati “certamente individuati” solo 16. Gli altri è probabile che siano finiti sulle nostre tavole.

Secondo l’atto d’accusa, la banda avrebbe goduto di protezioni nel municipio di Massafra dove sono inspiegabilmente spariti i documenti di trasporto dal registro delle convalide della Tirrena vini, la terza azienda sotto accusa che aveva sede sempre nello stesso stabilimento delle altre due. Gli ispettori scrivono che “il fascicolo è stato intenzionalmente sottratto o occultato presso il comando della Polizia municipale”. Ma proprio la documentazione sparita e gli accertamenti fanno temere che siano ben più di 70 milioni i litri partiti dalla centrale di adulterazione. Alla faccia dei tanti che si impegnano per difendere la qualità dell’enologia italiana

Fonte: L’Espresso

Il pomodorino nelle mani delle mafie

Saturday, June 5th, 2010

Così le cosche si arricchiscono con il business dell’ortofrutta. Duemila chilometri di viaggi inutili per far aumentare il prezzo delle merci dal nostro inviato ATTILIO BOLZONI  

FONDI (LATINA) - Il pomodorino non si ferma mai. Si sposta sempre, da sud a nord e da nord a sud, scavalca l’Appennino, attraversa lo Stretto. Percorre le strade d’Italia e chilometro dopo chilometro il suo prezzo sale, s’impenna. Più viaggia e più costa. È uno dei tanti miracoli della mafia. Parte e ritorna nello stesso posto, gira e rigira per finire sempre a un passo da dove è nato.

Noi abbiamo seguito il cammino di un “ciliegino”, quello cresciuto nelle terre del signor Antonio di Fondi, tre ettari in mezzo alla magnifica valle di contrada San Raffaele. Campagna buona, zolle profumate, in fondo c’è il mare che entra fra le dune di sabbia. Il signor Antonio ha venduto i suoi pomodorini a 85 centesimi il chilo al grande circo dell’orto e della frutta e, tre giorni dopo, li ha ricomprati a 2,58 euro “da Enzo” che ha una piccola bottega sulla provinciale per Sperlonga. Tre volte di più a neanche due chilometri dalle sue serre. È l’incredibile andata e ritorno del “ciliegino” dei boss, è la tassa che fa diventare carissima la nostra tavola. Lasciando i campi di Antonio ci siamo addentrati nel labirinto di un grande affare criminale e ci siamo persi in una giungla di prezzi e di camion, di balzelli e di ricatti. Tutto sembra in ordine, tutto è avvolto dal silenzio, tutto è sotto gli occhi di tutti. Ma è davvero così?
In realtà tutto è molto “sporco” intorno al pomodorino che arriva nelle case degli italiani. È andata così questa inchiesta nel regno dell’omertà fra teloni riscaldati dal primo sole d’estate e i fumi che buttano gli autotreni dietro alle pedane di carico e scarico. È cominciata con Antonio che ha raccolto i suoi pomodorini dalla pianta e all’alba li ha portati al Mof, il Mercato Ortofrutticolo di Fondi. Un mercato che non è un mercato: tutto è già scritto, tutto è già deciso. Prezzi e regole, pizzo e truffe. È un pozzo nero dove un “commissionario” ha deciso quanto valeva il suo raccolto: 1 euro al chilo. Antonio ha pagato il 14 per cento di imposta e poi non ha saputo più nulla del suo raccolto. Né a quanto l’hanno venduto né dove l’hanno spedito. Quello che è accaduto dopo ce l’ha raccontato qualcuno che il destino dei pomodorini lo conosce bene, uno che è dentro ai percorsi segreti dell’Anonima Trasporti SpA

Il “ciliegino” di Antonio l’hanno piazzato a 689 chilometri di distanza da Fondi: l’hanno portato a Milano. Un grossista ha comprato il pomodorino delle serre di contrada San Raffaele a 1,98 euro al chilo ma non per rivenderlo, per smerciarlo in giornata ai commercianti lombardi o veneti. L’ha comprato per fargli fare un giro dell’oca. È il talento creativo dei lestofanti, per loro l’agroalimentare è come l’albero della cuccagna. Su e giù, sotto e sopra, più si muove e più si fa guadagno. E chi muove, chi ha i camion, sono sempre loro: i boss delle mafie.

Il “ciliegino” di Antonio è tornato a Fondi. A 2,20 euro al chilo. È tornato come carico di un altro carico. A Fondi qualcuno aveva richiesto il giorno prima, al grossista di Milano, un paio di tonnellate di banane. La contrattazione è stata veloce: “Ti dò le banane ma solo se ti prendi anche un po’ di pomodorini”. E così il grossista milanese ha fatto ridiscendere il “ciliegino” di Antonio. Altri 689 chilometri ma nella direzione opposta. Lo stesso pomodoro, lo stesso prodotto ha ripreso la via del Sud.

Anche il viaggio delle banane ha una sua storia. Erano partite dall’Olanda, dal porto di Rotterdam. Per raggiungere Milano - e poi Roma - il costo del trasporto si aggirava sui 1.000 euro. Ma a Roma finisce un mondo e ne comincia un altro, a Roma tutti i camion che provengono dal Nord si fermano, non possono più andare avanti. Le banane e i pomodorini di Antonio nella capitale vengono scaricati da un mezzo e caricati su un altro: i camion della camorra. Un cambio che costa altri 250 euro per coprire i soli 120 chilometri che separano Roma dal mercato ortofrutticolo di Fondi. Più di duemila chilometri con 1.000 euro e poco di cento chilometri con 250 euro. Sono le tariffe dei padroni della frutta. Tutti le conoscono e tutti le rispettano. Chi non ci sta va fuori strada. L’inghippo dei “ciliegini” della mafia è dentro quell’ingranaggio: il trasporto “su gomma”. Tutto costa di più su quei camion che attraversano l’Italia.

Verso il supermercato
Il pomodorino di Antonio è rimasto all’ammasso un altro giorno al mercato ortofrutticolo di Fondi e poi un altro grossista lo ha comprato. Per lui l’anonimato è d’obbligo: “Per piazzarli in un supermercato ho dovuto pagare come al solito il 2 per cento di tangente al responsabile dell’ufficio acquisti, il 2 per cento è la cifra giusta, però ci sono i più avidi che a volte vogliono anche il 4 per cento. O si paga o nessuno compra e la nostra merce va in putrefazione”. Quasi tutto il “ciliegino” di Antonio è finito sugli scaffali della grande distribuzione del Lazio a 2,60 al chilo, “gonfiato” dall’ultima estorsione. Una piccola parte l’hanno dirottata ai piccoli commercianti. Così Antonio si è ritrovato il suo pomodoro anche fra le cassette “da Enzo” a Sperlonga, tre giorni e 1.398 chilometri dopo.
Una magia mafiosa fa lievitare i prezzi e una maledizione perenne condanna Antonio a spaccarsi la schiena dal 1979 racimolando qualche spicciolo anche con il tondo rosso e il san marzano e pure con il caramba, il pomodoro verde per insalata. Ma è il “ciliegino” che gli potrebbe dare un po’ di respiro e un po’ di utile in più, quel “ciliegino” che almeno da dieci anni è nelle mani di uomini che si chiamano Francesco Schiavone detto Ciciariello o di Domencio Cataldo detto Mimmuccio ‘o mericano o di Antonio Panico detto Paperone. Casalesi. E poi anche calabresi, napoletani, catanesi e palermitani. I rais dell’Ortofrutta.
In tutte le direzioni
Le rotte del “ciliegino” sono infinite. Carichi e scarichi, pese, celle frigorifere e sempre chilometri su chilometri. Più il pomodorino fa strada e più le mafie ingrassano. Il produttore è strangolato, il consumatore ingannato. Il pomodorino di Antonio - che gli era stato pagato 85 centesimi - può arrivare a costare anche 3,50 euro a Roma e 4 euro a Milano.
Decidono sempre loro e i loro camion che corrono da Porto Paolo fino su in Trentino. Decidono tutto. L’altro ieri Antonio ha visto al mercato di Fondi anche la stupefacente odissea del pomodorino di Vittoria, che è in fondo all’Italia. Caricato lì e trasportato a Catania, imbarcato su una nave per Napoli, prelevato in Campania da un altro tir, transitato per qualche ora (per l’etichettatura) a Fondi e poi il viaggio all’inverso per ritornare un’altra volta a Vittoria. Più caro e più ammaccato dopo i 1.840 chilometri assicurati dalla premiata ditta Paganese di Costantino Pagano, un campano di San Marcellino che dal 2000 - così scrivono i procuratori di Napoli - “è il protagonista indiscusso di illecita concorrenza nei mercati ortofrutticoli del Paese”.

Dobbiamo ringraziare lui se il “ciliegino” di Antonio, che poi diventa anche il nostro “ciliegino”, lo paghiamo tre o quattro volte tanto. È lui, Costantino Pagano, che dirige il traffico dei camion che trasportano pomodorini e cocomeri, sedano e mele da una parte all’altra dell’Italia. Come? Ecco come. Lo dice lui stesso parlando con un suo compare di camorra: “Devo mantenerla questa cosa… perché il giorno che devo dividere un viaggio significa che è finita… per mantenere la Paganese come si sta mantenendo da sette anni non è facile perché se ci sta il problema con quello a Catanzaro andiamo a sparare a Catanzaro… se ci sta il problema con il marocchino a Fondi ed andiamo a sparare al marocchino a Fondi… abbiamo un problema con questo a Giugliano, andiamo a sparare a Giugliano… Una situazione come la Paganese non esiste da nessuna parte, secondo me, in Europa…”. Il monopolio assoluto. Come si è ramificata la Anonima Trasporti Spa?

La rete di “agenzie”
Loro le chiamano “agenzie”. Ce ne sono a Palermo, ce ne sono a Catania, ce ne sono a Gela e a Vittoria. Ma nel centro-sud Italia c’è solo lei, la Paganese. È ancora Costantino Pagano che parla, intercettato e ascoltato: “Qua esiste solo la Paganese per trecento chilometri quadrati capisci qua… fino a Roma, fino a Milano… comandiamo noi… ci sono camorristi da tutte le parti…”.

Rapaci, controllano tutto. Il giro di affari mafiosi con frutta e verdura è di 7,5 miliardi l’anno, l’86% del “fresco” viaggia sui camion e quasi tutti i camion sono di quelli là. Chi non è della banda rischia tutto. Anche la vita. Il racconto di un camionista che non stava alle regole del gioco ai procuratori napoletani: “Esco dalla galleria di Villafranca vicino a Messina e mi trovai con due tre camion di loro dietro e, io, giusto in mezzo. Andavo per passare e non mi facevano passare.. mi dissero: chi ti ha autorizzato a caricare? Tiro fuori la freccia e lui mi incastrava, mi urtò, stavo andando fuori e arrivai nella discesa, entrai nel casello a 160, 170 l’ora…”.

Il pomodorino deve viaggiare sempre. E sopra il camion ci devono stare sempre loro. Fino al supermercato. È lì che, anche noi, andiamo a comprare il nostro “ciliegino”. È lì che si chiude il suo cammino. In Campania. A Milano. A Reggio. E in Sicilia. Se uno va nella parte occidentale dell’isola, a Trapani, la grande distribuzione era in mano a un certo Giuseppe Grigoli prestanome di Matteo Messina Denaro. Se uno va nella parte orientale, a Catania, i supermercati più grandi erano di Sebastiano Scuto, uomo di Nitto Santapaola. Qualche pomodorino di Antonio, fra un viaggio e l’altro, sicuramente sarà finito anche laggiù. Nei supermercati dei Corleonesi. Ed è lì che il “ciliegino” conquista definitivamente il suo marchio di qualità. Un pomodorino completamente mafioso.

Agricoltura: biodiversità a rischio, servono pratiche ecocompatibili

Tuesday, June 1st, 2010

Partendo dall’assunto che la pratica agricola è il piu’ importante fattore di erosione genetica, di perdita di specie e conversione di habitat naturali, la Strategia nazionale per la Biodiversita’ messa a punto dal ministro Prestigiacomo indica le linee di intervento per la salvaguardia ambientale

L’agricoltura nonostante sia un importante ricettacolo di biodiversita’, sia di specie domestiche sia selvatiche, sia coltivate che allevate, tuttavia, rimane il piu’ importante fattore di erosione genetica, di perdita di specie e conversione di habitat naturali. A fronte di questo presupposto, basato sul Millennium Ecosystem Assessment (Valutazione degli Ecosistemi del Millennio), la Strategia nazionale per la Biodiversita’, presentata di recente dal ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, suggerisce alcune linee di intervento per fare in modo di progettare politiche agricole ecocompatibili per la gestione e la conservazione della biodiversita’. Un obiettivo di salvaguardia ambientale cui e’ orientata la stessa Politica Agricola Comunitaria (Pac).

Il dossier quindi, dopo aver esaminato le criticita’ del settore agricolo su questo tema individuato alcuni obiettivi principali cui tendere, come ad esempio, favorire la conservazione e l’uso sostenibile della biodiversita’ agricola, nonche’ la tutela e la diffusione di sistemi agricoli e forestali ad alto valore naturale; mantenere e recuperare i servizi ecosistemici dell’ambiente agricolo, con particolare riguardo all’impatto di prodotti chimici, alla perdita di suolo all’inquinamento dell’aria, del suolo e dell’acqua; promuovere il presidio del territorio (in particolare in aree marginali) attraverso politiche integrate che favoriscano l’agricoltura sostenibile con benefici per la biodiversita’, per il mantenimento degli equilibri idrogeologici e dei nutrienti, evitando l’abbandono e la marginalizzazione delle aree agricole.

 

 

E ancora promuovere la tutela e la valorizzazione di specie locali e autoctone, promuovere l’uso delle terre in base alla loro attitudine e favorire la tutela e la valorizzazione di specie locali e autoctone e infine favorire il mantenimento degli ecosistemi e del paesaggio rurale attraverso una gestione mirata dei terreni agricoli allo scopo di creare una sorta di ‘infrastruttura verde’.

 

 

Dopo gli obiettivi, le linee guida individuano anche le priorita’ per il raggiungimento degli stessi. Innanzi tutto, promuovere la diffusione di pratiche agricole finalizzate alla riduzione della perdita della biodiversita’, con particolare riferimento alla biologia delle specie (alimentazione, riproduzione, migrazioni) e alla distruzione di habitat agricoli; promuovere pratiche agricole eco-compatibili, in particolare quelle dell’agricoltura biologica, finalizzate alla riduzione dei rilasci di inquinamento nel suolo, nelle acque superficiali e sotterranee e in atmosfera, e all’aumento della sostanza organica e della capacita’ di assorbimento della CO2 dei suoli agrari.

 

 

Inoltre, secondo la Strategia Nazionale, occorre promuovere pratiche volte ad una diversificazione delle produzioni, azioni volte alla commercializzazione di sostanze chimiche meno pericolose e ad un loro uso sostenibile per la riduzione del rischio ecotossicologico ad esse legato. E ancora, azioni volte alla tutela del paesaggio rurale e dei suoi elementi distintivi anche attraverso l’aumento della naturalita’ diffusa e poi azioni volte a ridurre, in particolare nelle aree ecologicamente piu’ vulnerabili, i fenomeni di intensificazione e specializzazione delle pratiche agricole.

 

 

Importante anche l’indicazione di interventi per la protezione del suolo attraverso l’adozione di sistemi di produzione agricola che prevengano il degrado fisico, chimico e biologico del suolo e delle acque. Azioni volte al recupero di tecniche di difesa e conservazione del suolo e delle acque. Cosi’ come interventi di ingegneria naturalistica e di rinaturalizzazione. Oltre che alla diffusione di avvicendamenti e rotazioni di tutte le pratiche agronomiche e di gestione delle colture piu’ conservative. La modificazione o il mantenimento dell’uso del suolo, l’avvio di un programma nazionale di monitoraggio della biodiversita’ del suolo e infine attivita’ che favoriscano la protezione delle popolazioni esistenti di insetti pronubi e il ripopolamento o la reintroduzione delle popolazioni minacciate o scomparse.

Fonte: Adnkronos

I 12 modi per ridurre le emissioni a tavola

Tuesday, May 11th, 2010

Anche a tavola possiamo dare il nostro contributo per cercare di arrestare il surriscaldamento globale. Questo appena trascorso è stato, secondo gli esperti il decennio con le temperature medie più elevate di tutta la storia, una tendenza che sta continuando anche nel 2010. Bisogna intervenire su più fronti se si vuole cercare di arrestare gli effetti dei cambiamenti climatici da imputare soprattutto alle emissioni di gas serra e di anidride carbonica. E allora, mentre i grandi del mondo discutono su come intervenire per ridurre la CO2 a medio e lungo termine, noi nel nostro piccolo, lo ripetiamo più volte, possiamo contribuire attivamente a salvare il clima.

Si dice spesso che noi siamo ciò che mangiamo e allora perché non cominciare proprio su questo fronte? Ecco 12 piccoli accorgimenti nel modo in cui facciamo la spesa o consumiamo gli alimenti che possono contribuire a risparmiare energia, ridurre la dipendenza dal petrolio e a fare del bene all’ambiente.

1) Privilegia l’acquisto di prodotti locali e a km zero che riducono i trasporti e le intermediazioni

E’ stimato dalla Coldiretti che ogni pasto percorre in media quasi 2.000 chilometri prima di giungere sulle tavole degli italiani con la conseguente immissione in atmosfera di ingenti quantità di CO2. Preferire prodotti nostrani, a chilometro zero rispetto a quelli di importazione, ormai lo sappiamo, permette di ridurre gli elevati sprechi di petrolio ed emissioni inquinanti derivanti dalla progressiva crescita di cibi proventi dall’estero che devono fare migliaia di chilometri prima di giungere sulle nostre tavole.

ALIMENTI PROVENIENZA PETROLIO BRUCIATO CO2 EMESSI RISPETTO A PRODOTTI LOCALI
1 KG ARANCE BRASILE 5,5 KG +17,2 Kg
1 B. VINO AUSTRALIA 9,4 KG + 29,3 KG
1 Kg Prugne Cile 7,1 kg + 22 kg
1 kg Carne Argentina 6,7 Kg + 20,8 kg

Inoltre ridurre la filiera e i passaggi di mano degli alimenti dal produttore alla tavola significa eliminare inutili intermediazioni con la conseguenza di diminuire sia le emissioni che derivano dai trasporti che i vari sovrapprezzi che ogni passaggio in più implica. Aquistando direttamente dal contadino e nei farmers market significa avere la certezza di comprare prodotti di qualità, buoni con l’ambiente e anche con la salute.

2) Autoproduci:

Dice un vecchio proverbio che “Chi fa da sé fa per tre” e mai come adesso sarebbe il caso di riprenderlo in considerazione perché fare a casa, ad esempio il pane, lo yogurt o un piccolo orto, non solo permette di ridurre le emissioni, ma anche di risparmiare e di riacquistare il contatto con la Terra o con il piacere di vecchie pratiche ormai abbandonate.

3) Scegli frutta e verdura di stagione

Pomodori, fragole o zucchine sono ormai disponibili sugli scaffali dei supermercati tutto l’anno. La grande distribuzione ha modificato profondamente le nostre abitudini offrendo nei reparti ortofrutta gli stessi prodotti a gennaio quanto in pieno agosto. Il tutto a scapito del valore nutritivo degli alimenti e dell’equilibrio ecologico. Riacquistare il concetto di stagionalità dei cibi e tornare ad acquistare solo quelli naturamente disponibili in un determinato periodo che solitamente crescono all’aria aperta o in posti vicino al luogo di consumo, permette di risparmiare sia sul minor uso di pesticidi che sul consumo energetico per il riscaldamento delle serre. Oltre che sull’energia necessaria per la loro conservazione nel caso si tratti di prodotti colti e messi poi a maturare in grandi celle frigorifere o del loro trasporto nel momento in cui provengono da altri Paesi. Senza contare che mele, pere, kiwi, arance e fragole provenienti dalle più disparate zone del mondo possono arrivare a costare anche 10 volti di più della frutta made in Italy.

In questo la tecnologia ci viene incontro e stanno uscendo diverse applicazioni per iPhone come ad esempio diStagione che fornisce informazioni in maniera rapida e direttamente sul cellulare se stiamo acquistando cibi realmente adatti al periodo.

4) Riduci il consumo di carne

Una ricerca americana ha attribuito oltre la metà dei gas serra prodotti oggi dall’uomo agli allevamenti industriali di bestiame che produrrebbero secondo i due scienziati statunitensi ben il 51% delle emissioni di gas serra prodotte annualmente nell’intero pianeta equivalenti a 32.6 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio.

Stando a quanto asserito inquinerebbe di più una bistecca che un’automobile: se per la produzione di 225 grammi di patate si emette una quantità di CO2 pari a quella generata dal guidare un’auto per 300 metri, per la stessa quantità di carne di pollo l’auto ne dovrà fare 1,17 km mentre per il manzo ben 15,8.

Questo non significa che bisogna necessariamente eliminare del tutto la carne o diventare vegetariani. Ma limitarne il consumo, magari anche solo accantonandola dalla nostra dieta un giorno a settimana come consigliato da Paul McCartney, oltre a farci sentire meglio, sia fisicamente che con la vostra coscienza, avrebbe un effetto davvero concreto sul global warming. Anche perché di valide alternative alla carne ce ne sono molte altrettanto nutrienti e gustose.

5) Scegli prodotti derivanti da agricoltura e allevamenti biologici

Secondo una ricerca ancora in corso dell’Università di Pisa che ha messo a confronto il sistema di coltivazione convezionale (molto spesso a carattere intensivo) con quello quello biologico cercando di tracciare un vero e proprio bilancio energetico delle differenti colture, dalla semina al prodotto alimentare, risulta che la coltivazione tradizionale comporta un consumo energetico di gran lunga superiore a quello necessario all’agricoltura biologica.

Prendendo in considerazione fattori come il carburante utilizzato dai macchinari, oppure l’energia spesa per produrre le sostanze diserbanti, i concimi e gli antiparassitari, i maggiori consumi derivano proprio dal maggior uso di pesticidi e nel complesso si è concluso che il biologico, facendo un uso dell’energia estremamente efficiente e limitando molto gli sprechi, è 4 volte più efficiente delle tradizionali colture e se si convertissero al sistema biologico tutte le colture mondiali, si otterrebbe un grandissimo risparmio di energie da combustibili fossili.

6) Quando possibile vai a fare la spesa a piedi, in bici o con i mezzi pubblici

Se le distanze e la portata degli acquisti ce lo permettono, facciamo la scelta di lasciare l’auto (o lo scooter) a casa e facciamoci due passi a piedi o in bicicletta. Ne trarrà beneficio non solo l’ambiente ma anche la nostra linea.

7) Scegli di fare gli acquisti in gruppo, (anche in condominio)

Optando per la condivizione della spesa attraverso un Gruppo di Acquisto solidale permette non solo di risparmiare le emissioni derivanti dal trasporto, ma anche sulla spesa.

8) Privilegia i prodotti sfusi che non consumano imballaggi

Ridurre gli imballaggi significa minore produzione di plastica e minori rifiuti da smaltire. Acquistare prodotti alla spina come latte, vino, pasta, ecc… che eliminano gli imballaggi contribuisce sensibilmente a ridurre le emissioni. Per fortuna quella dei prodotti sfusi sta diventando una buona pratica che oltre a dar vita a nuove realtà e negozi dedicati dove si compra solo sfuso, anche la grande distribuzione ha introdotto interi reparti in cui fare acquisti senza imballaggi.

9) Porta da casa la borsa della spesa

Riutilizzare la busta di plastica o, meglio ancora abituarsi alle sporte di tela, permette di risparmiare il petrolio derivante dalla produzione dei sacchetti che rappresentano ancora una delle minacce per l’ambiente e l’ecosistema. Nel caso in cui non fosse possibile, privilegiare e sostenere gli esercizi che hanno fatto la scelta di dotarsi delle buste biodegradabili realizzate da bioplastiche di origine vegetale come quelle in MaterBI. Il tutto in attesa che le famigerate buste di plastica vengano messe al bando definitivamente.

10) Non sprecare risorse inutili nella preparazione e conservazione dei cibi

L’acqua e l’energia elettrica vanno usate con parsimonia anche in cucina. A partire dagli elettrodomestici e dalle pentole scelte per cucinare. Chiediamoci sempre se abbiamo davvero bisogno e soprattutto utilizziamo tutti gli apparecchi che abbiamo in cucina e se, dal forno al frigorifero o ai metodi di conservazione, esistono alternative più efficienti o che ci facciano risparmiare. A tal proposito rimandiamo alle nostre guide su come cuocere e conservare i cibi in maniera ecologica.

11) Evita di servire a tavola con piatti e bicchieri di plastica che consumano energia e inquinano l’ambiente

Le stoviglie di plastica, che non sono riciclabili, rappresentano uno spreco di energia e un accumulo di rifiuti considerevole. Cerchiamo sempre di utilizzare piatti e bicchieri lavabili e al massimo serviamoci dell’aiuto di una lavastoviglie ad alta efficienza energetica. Se le circostanze ci impongono però di far uso di stoviglie usa e getta, optiamo almeno per quelle biodegradabili realizzate in bioplastica compostabile.

12) RICICLA: per consentire il recupero di energia dai rifiuti prodotti

Differenziare correttamente i rifiuti significa permettere di trasformarli in risorse e di risparmiare sulla produzione di nuovi materiali oltre che ridurre la quantità di rifiuti presenti in discarica da destinare agli inceneritori.

Simona Falasca

Alleanza mafiosa sull’ortofrutta

Tuesday, May 11th, 2010
Un’inchiesta della Dda di Napoli ha messo in luce un cartello cartello tra camorra, mafia e ‘ndrangheta per il controllo del trasporto ortofrutticolo. Eseguiti sequestri per circa 90 milioni di euro in Campania, Lazio e Sicilia. Legambiente «Ecco la spesa dei clan». Il procuratore Grasso: «È federalismo mafioso»

Sono 68 le ordinanze di custodia cautelare emesse nell’ambito dell’inchiesta della Dda di Napoli sul controllo del trasporto ortofrutticolo attuato da un cartello di clan della camorra, della mafia e della ‘ndrangheta. È stato eseguito stamane anche un decreto di sequestro preventivo di un ingente patrimonio, valutato in circa 90 milioni di euro, consistente in decine di aziende del settore, appartamenti, terreni, conti bancari e da una flotta di automezzi commerciali di oltre 100 unità. I sequestri sono stati effettuati in Campania, Lazio e Sicilia. I beni erano intestati agli indagati, ai loro familiari o a imprese a loro riconducibili. L’operazione ha smantellato una presunta organizzazione criminale che imponeva il monopolio ai commercianti e agli autotrasportatori di prodotti ortofrutticoli in tutto il Centro-sud, con la conseguente lievitazione dei prezzi della frutta. I capi delle organizzazioni camorristiche e mafiose si riunivano nella sede di un’azienda di trasporti del Casertano per decidere le strategie e le alleanze. Nel corso dell’indagine, sono stati sequestrati veri e propri arsenali di armi provenienti dalla Bosnia.

“’La rilevanza dell’operazione si ravvisa nell’alleanza che nel tempo si è prodotta tra mafia, camorra e ‘ndrangheta per poter monopolizzare l’attività nel settore dell’ortofrutta” ha sottolineato il generale Antonio Girone, direttore della Dia. Un’organizzazione, ha sottolineato Girone, che controllava tutte la fasi “cominciando dall’imposizione dei prezzi a livello locale fino al trasporto e alla distribuzione”. “Un sistema di questo tipo – ha spiegato – si riflette sui cittadini i quali trovano prezzi maggiorati, talvolta venti volte il prezzo orginario con danni per gli utenti e in generale per l’economia”.
 
“Ecco la spesa della camorra, i cittadini pagano e loro incassano. L’operazione di oggi dimostra la potenza economica delle mafie, con un vero e proprio monopolio del settore agricolo” sottolinea Michele Buonomo, della segreteria nazionale di Legambiente. “La faccia concreta di una mafia ingorda e insaziabile che agisce dalla coltivazione alla vendita, altera la libera concorrenza, influenza il prezzo di mercato, scarica i costi sui portafogli dei cittadini e sfrutta il mercato del lavoro – aggiunge – Sono 27 i clan censiti da Legambiente nel settore delle agromafie, che operano nell’acquisizione fondiaria, nella gestione delle coltivazioni, nella sofisticazione dei prodotti alimentari fino al sistema dei trasporti e della distribuzione con l’imposizione dei prezzi ai commercianti”. “A rendere particolarmente difficile il contrasto degli abusi e il ripristino della legalità - ha concluso Buonomo - il fatto che le attività criminali in questo settore si intrecciano e si confondono con le attività legali attraverso un complesso sistema di relazioni tra contesto sociale, struttura economica e istituzionale”.
 
Durante la conferenza stampa di questa mattina a Napoli, il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso ha detto che l’indagine sul controllo dell’ortofrutta da parte di una alleanza tra cosche di diverse regioni ha fatto emergere l’esistenza di un “federalismo mafioso”. Grazie alle alleanze con altri clan della Campania, della Calabria e della Sicilia, ha chiarito Grasso, i casalesi hanno ottenuto il monopolio del trasporto dei prodotti ortofrutticoli in gran parte d’Italia. Ne conseguono quelle che il procuratore nazionale ha definito “cose impensabili”: per esempio, per essere impacchettate, le fragole vengono inviate da Vittoria, in Sicilia, a Fondi nel basso Lazio; da lì vengono poi distribuite in tutto il Sud Italia e a Milano: le conseguenze sui prezzi sono enormi.
 
Grasso ha anche messo in rilievo l’arresto di alcuni imprenditori siciliani tra cui Antonio e Massimo Sfraga legati al boss latitante Matteo Messina Denaro e Giuseppe e Vincenzo Ercolano, imparentati con la famiglia Santapaola. Grazie ai legami con loro, i casalesi riuscivano a controllare rispettivamente i mercati ortofrutticoli della Sicilia Occidentale e di quella Orientale. Le indagini coordinate dai pm Cesare Sirignano, Francesco Curcio e Ivana Fulco si sono avvalse anche della collaborazione di due collaboratori di giustizia: Felice Graziano, capo dell’omonimo clan di Quindici (Avellino) e di Carmine Barbieri, già “uomo d’onore” della famiglia Madonia di Gela e definito dagli investigatori di “elevatissimo spessore”.
Fonte: La Nuova Ecologia

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