Archive for the ‘Acqua’ Category

ACQUA: DA RUBINETTO SANA, LOW COST E PIU’ CONTROLLATA

Thursday, March 18th, 2010

L’acqua del rubinetto e’ ‘’sicura e controllata, di qualita’, oltre che economica e rispettosa dell’ ambiente, laddove solo un terzo delle bottiglie utilizzate per l’acqua minerale viene raccolto in modo differenziato e destinato al riciclaggio”. E’ quanto emerso dai dati diffusi oggi da Legambiente e Federutility, la federazione delle aziende di servizi pubblici locali che operano nel settore idrico, secondo cui sono 250mila le analisi effettuate in un anno nella citta’ di Roma, altrettante in Puglia e 350mila in Provincia di Milano, Pavia e Lodi. ”Sono numeri che dimostrano - ha affermato il vice presidente nazionale di Legambiente Sebastiano Venneri - quanto l’acqua di rubinetto delle nostre case sia molto piu’ controllata di quelle in bottiglia”. Mentre per le acque minerali, infatti, le prescrizioni normative prevedono la realizzazione di una sola analisi l’anno da parte dei soggetti titolari della concessione, che viene inviata al ministero della Salute insieme a una autocertificazione relativa al mantenimento delle caratteristiche delle acque, l’acqua potabile di rubinetto, come precisato dal direttore dell’Iss (Istituto superiore di Sanita’) Massimo Ottaviani, rispetta parametri di qualita’ costante nell’Unione europea a 27, e secondo valutazioni Oms (Organizzazione mondiale della sanita’), ”non ha problemi tossicologici, e quindi sanitari”. L’Italia ho poi previsto un regime di controlli, come sottolineato dal vice presidente di Federutility Mauro D’Ascenzi, un regime di controlli piu’ restrittivo, con un numero di analisi che dipende dal volume di acqua distribuito, dalla lunghezza e dalla complessita’ dell’acquedotto. ”Sempre molto piu’ numerosi - ha detto - dei quattro controlli di routine e del controllo annuale di verifica previsti in attuazione della direttiva europea 98/83/CE. Sono, solo per fare altri esempi, quasi 30mila in Emilia Romagna, 9.500 in Sardegna, 8.500 in Basilicata”. Federutility, ha precisato il direttore generale Adolfo Spaziani, distribuisce 200 litri d’acqua potabile al giorno per 55 milioni di abitanti nel Paese. L’obiettivo della campagna, partita oggi in vista della Giornata mondiale dell’Acqua il 22 marzo, ha aggiunto D’Ascenzi, ”e’ ridurre il numero delle bottiglie di plastica e imballaggi tra i rifiuti inquinanti, e informare e dare consigli sul risparmio idrico e la tutela di questa preziosa risorsa che incide nelle tasche degli italiani poco piu’ dell’1%, a fronte del 7% per la telefonia. Non e’ una battaglia per togliere quote di mercato all’industria delle acque minerali, ma con Legambiente vogliamo dare significato alla storia, ingegneria, cultura, investimenti economici, che sono dietro a una goccia d’acqua distribuita in ogni casa”. ”Non bere l’acqua di casa - ha osservato Venneri - significa rinunciare ad una risorsa sana, perche’ controllata con rigorose norme sanitarie, e molto economica, visto che un litro di acqua ‘del Sindaco’ puo’ costare fino a mille volte meno di quella in bottiglia. E poi l’acqua di rubinetto rispetta l’ambiente, non produce rifiuti plastici ed e’ a ‘chilometri zero’; non viaggia per centinaia di chilometri su inquinanti Tir, evita il consumo di combustibili fossili, l’emissione di Co2 e di polveri sottili”. Infatti i due terzi delle bottiglie di plastica utilizzate per l’acqua minerale non vengono raccolti in modo differenziato e finiscono in discarica o in un inceneritore. Inoltre il consumo annuo di 12 miliardi di litri di acqua imbottigliata comporta, per la sola produzione delle bottiglie, l’utilizzo di 350mila tonnellate di polietilene tereftalato (Pet), con un consumo di 665 mila tonnellate di petrolio e l’emissione di gas serra di circa 910 mila tonnellate di CO2 equivalente. La fase del trasporto dell’acqua minerale infine influisce non poco sulla qualita’ dell’aria: solo il 18% del totale di bottiglie in commercio viaggia sui treni, tutto il resto viene movimentato su strada. (ANSA).

Mediterraneo il mare che muore

Sunday, March 14th, 2010

Scienziati e biologi marini lanciano l’allarme: “Veleni, pesca e traffico lo stanno uccidendo”

VINCENZO ZACCAGNINO

ROMA

Sta malissimo. Sulla cattiva salute del Mediterraneo gli scienziati sono d’accordo. Il più famoso bacino del mondo versa in pessime condizioni. «La situazione è sempre più preoccupante. Aumenta l’inquinamento e il traffico navale, la pesca industriale depaupera la fauna, le praterie sommerse Posidonia si stanno riducendo. L’unica nota positiva, ma ancora di scarso peso, è rappresentata dalle riserve marine», dice Rosalba Giugni, presidente dell’Associazione Ambientalista Mare Vivo, da quarant’anni in lotta per la difesa del più famoso bacino del mondo.
Più ottimista Patricia Ricard, che guida l’Istituto Oceanografico Francese Paul Ricard. Sta monitorando con un’équipe di scienziati l’habitat marino a bordo di un trealberi, il Garlaban: «Il Mediterraneo può avere delle debolezze, ma è capace di riprendersi. E’ necessario però prendersi cura della sua salute».

A questo punto è lecito domandarsi qual è la situazione di un mare, molto chiuso, che come affermava l’oceanografo Jacques Cousteau ha bisogno di 75 anni per il ricambio totale delle sue acque. Un primo problema è rappresentato dall’affollamento dei 46mila chilometri di coste, sulle quali vivono 143 milioni di persone, senza contare le legioni di turisti che le affollano durante la bella stagione. Rappresentano un terzo del turismo mondiale, ovvero 246 milioni di individui. E infatti l’80 per cento dell’inquinamento ha origine terrestre, anche perché il cinquanta per cento dei centri urbani rivieraschi con più di 100mila abitanti non dispone di impianti di trattamento delle acque reflue.

L’Italia non può vantarsi di giocare un ruolo positivo. Molti dei suoi impianti funzionano male o sono fuori uso. Siamo i primi nell’inquinamento da metalli pesanti. Ovvero il 30% del totale di piombo, cadmio, rame e zinco. Il pericolosissimo mercurio ci vede al terzo posto, con uno scarico annuo di 13 tonnellate, dietro alla Spagna che è a quota 18 e alla Francia che è a livello 17. Nicola Pirrone, direttore dell’Istituto dell’Inquinamento Atmosferico del Cnr, ha evidenziato i rischi per la salute che nascono dal cibarsi di specie ittiche infettate dal mercurio. «Il consumo di pesci di grandi dimensioni - precisa - aumenta l’esposizione. meglio quelli di piccola taglia».

Un’altra fonte di inquinamento è rappresentata dall’intenso traffico navale. Ogni giorno solcano le acque del Mediterraneo 200 traghetti, in stagione 130 navi da crociera, 1500 cargo, 2000 imbarcazioni commerciali, 300 navi cisterna. Quest’ultime costituiscono il pericolo maggiore, perché trasportano ogni anno 340 milioni di tonnellate di greggio. E 150mila finiscono in mare per il lavaggio abusivo delle cisterne o a causa di collisioni.

Le zone a rischio sono lo Stretto di Gibilterra, quello di Messina, il Canale di Sicilia e le acque antistanti i porti di Alessandria, Beirut, Limassol, Pireo, Genova, Livorno, Civitavecchia e Venezia. La salvezza può arrivare, oltre che dal comportamento di chi frequenta le coste e di chi naviga, anche dai Parchi Marini, dove è vietata o ridotta la pesca e la navigazione. Purtroppo rappresentano soltanto l’1 per cento della superficie mediterranea.

Fonte: La Stampa

Acqua privata, è rivolta tra piazza e referendum

Tuesday, March 9th, 2010

La rivolta contro la privatizzazione dell’acqua ha la faccia tranquilla del sindaco di Anghiari Danilo Bianchi. Bianchi ha 51 anni e dal 2002 guida il piccolo comune in provincia di Arezzo. Ha assunto la carica tre anni dopo l’ingresso dei privati nella gestione dell’acqua pubblica. «Da noi sono arrivati i francesi della Suez».

Controllano la Nova Acque con il 46%. Il resto è nelle mani degli enti pubblici. «Che non contano nulla». Suez si sceglie gli amministratori, quantifica gli investimenti, strozza i comuni che serve. E soprattutto decide le tariffe idriche. In otto anni di mandato il sindaco le ha viste lievitare del 150%. La faccia tranquilla di Bianchi era una delle tante che ieri affollava la sala Di Liegro al secondo piano del palazzo della Provincia di Roma. Il sindaco fa parte del «Coordinamento Nazionale Enti Locali per l’Acqua Bene Comune e la Gestione Pubblica del Servizio Idrico».

È nato nel novembre del 2008. E cioè qualche mese dopo l’approvazione della legge 133 o legge Tremonti, primo passo verso la privatizzazione dell’acqua, e un anno prima del decreto legge 135, Fitto-Ronchi, che toglie completamente la gestione delle risorse idriche al pubblico. Al movimento hanno aderito un centinaio di sindaci, di tutti i colori. Ieri si sono ritrovati per dare vita allo loro assemblea nazionale. Con un duplice scopo: promuovere la manifestazione pubblica del prossimo 20 marzo a Roma («Fuori l’acqua dal mercato, fuori il profitto dall’acqua»), ma soprattutto lanciare la campagna referendaria, assieme a un vasto movimento di associazioni, contro la cessione delle risorse idriche ai privati.

Con questi tempi. «Il 24-26 marzo - spiega Corrado Oddi, sindacalista Cgil e membro del Forum dei movimenti italiani per l’acqua pubblica - porteremo i quesiti in Corte di Cassazione, dopo le regionali partirà la raccolta delle firme, e si andrà a votare nel 2011». I quesiti sono tre. E sono stati redatti dai giuristi Alberto Lucarelli, Gaetano Azzariti, Gianni Ferrara, Stefano Rodotà. Il primo chiede l’abrogazione dell’articolo 23 bis della legge 133 del 2008, cioè l’architrave su cui poggia la privatizzazione dei servizi pubblici (acqua, rifiuti, trasporto pubblico). Il secondo propone la cancellazione dell’articolo 150 del decreto 152 del 2006 (o codice ambientale) che individua le forme di gestione e affidamento del servizio idrico. Il terzo, più specifico, vuole invece l’abrogazione dell’articolo 154 del già citato decreto 152, nella parte in cui parla «dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito» nella determinazione del sistema tariffario.

Un modo per toglie il profitto dall’investimento. E far scappare i privati. Cosa non facile. Vito Ferrantelli ci sta provando da tempo. Ha 50 anni e vive a Burgio, paese di tremila anime in provincia di Agrigento. È sindaco da appena un anno. Un anno intenso. Nel quale ha impedito di mettere le mani sull’acquedotto locale bloccando fisicamente i commissari regionali. E come lui altri venti sindaci della zona. Che hanno anche promosso un progetto di legge di iniziativa popolare in discussione all’Assemblea Regionale. Un progetto sottoscritto da 116 comuni. La faccia tranquilla della rivolta.

Fonte: L’Unità

Acqua privata: 150 amministrazioni locali in lotta

Sunday, March 7th, 2010

“La proprietà dell’acqua deve essere collettiva e la gestione della sua distribuzione deve restare nelle mani del servizio pubblico, in un assetto privo di ogni rilevanza economica”.  Sono questi i concetti attorno ai quali si riconoscono ben 150 istituzioni locali italiane - Comuni, Province e Regioni - che oggi si costituiranno in Associazione nazionale durante un’assemblea che avrà luogo alle 15 nella Sala Di Liegro della Provincia di Roma, in via IV Novembre 119/a.  Al Coordinamento, nato nel maggio 2009 a Palermo, aderiscono amministrazioni di centrodestra e centrosinistra, unite dalla convinzione che preservare la proprietà e la gestione pubblica dell’acqua rappresenti “un principio fondamentale  per il buon governo locale”.

Il Coordinamento ha anche già deciso di aderire alla manifestazione nazionale per la ripubblicizzazione dell’acqua che si terrà il  20 marzo a Roma ed è parte del costituendo comitato promotore del referendum per l’acqua pubblica. Tra l’altro, l’Assemblea nazionale di oggi sarà anche l’occasione per programmare strategie e iniziative future del Coordinamento e della neonata Associazione.

All’incontro nella Sala Di Liegro è previsto l’intervento di Nicola Zingaretti, presidente della Provincia di Roma, di Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia, del Sindaco di Anghiari (AR) Danilo Bianchi, di Silvestro Greco, assessore all’Ambiente e tutela delle acque Regione Calabria, Coordinatore della Commissione Ambiente della Conferenza delle Regioni e delle Provincie Autonome. E ancora di Corrado Oddi, del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua. Le conclusioni saranno tratte dal Sindaco di Corchiano (Vt) Bengasi Battisti. Sono stati invitati il Presidente della Camera Gianfranco Fini e il Presidente del Senato Renato Schifani.

Il 17 novembre scorso, il governo aveva posto la fiducia  -  per la ventottesima volta a quella data  -  sul decreto salva-infrazioni, che contiene anche la riforma dei servizi pubblici locali, compresa l’acqua. “Per velocizzare” , disse il ministro per i rapporti con il Parlamento, Elio Vito. Ma tutto era cominciato il 5 agosto scorso, quando il ministro dell’Economia Giulio Tremonti aveva firmato il provvedimento contenuto nell’articolo 23 bis del decreto legge numero 113, in cui si dava il via alle privatizzazioni dei servizi offerti dai diversi enti.

Il primo comma dell’art. 23 bis infatti recita: “Le disposizioni del presente articolo disciplinano l’affidamento e la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, in applicazione della disciplina comunitaria e al fine di favorire la più ampia diffusione dei principi di concorrenza, di libertà di stabilimento e di libera prestazione dei servizi di tutti gli operatori economici interessati alla gestione di servizi di interesse generale in ambito locale, nonché di garantire il diritto di tutti gli utenti alla universalità ed accessibilità dei servizi pubblici locali ed al livello essenziale delle prestazioni, ai sensi dell’articolo 117 della Costituzione, assicurando un adeguato livello di tutela degli utenti, secondo i principi di sussidiarietà, proporzionalità e leale cooperazione. Le disposizioni contenute nel presente articolo si applicano a tutti i servizi pubblici locali e prevalgono sulle relative discipline di settore con esse incompatibili”.

Fonte: La Repubblica

Lambro, l’onda nera è arrivata al Po

Thursday, February 25th, 2010

La marea di olio combustibile che ha invaso all’alba di martedì il fiume Lambro è arrivata al Po. E’ allarme a livello nazionale per i dieci milioni di litri di gasolio fuoriusciti all’alba di martedì dai depositi della ex raffineria «Lombarda Petroli» di Villasanta, vicino a Monza. Sull’atto doloso i dubbi degli inquirenti sono minimi. Nei prossimi 5 giorni, parte del materiale inquinante interesserà l’asta del Po nelle province di Piacenza, Parma, Reggio Emilia e Ferrara. L’incessante lavoro dei vigili del fuoco non è stato sufficiente per fermare la sostanza inquinante, che ha passato anche la barriera di galleggianti posta nel territorio di Sant’Angelo Lodigiano: gli sbarramenti non hanno raggiunto il fondo del fiume, perché la forza dell’acqua li ha sollevati. Al lavoro una task force formata dai Pontieri, i Vigili del Fuoco, la Protezione Civile e l’Arpa. È già attivo un tavolo di coordinamento tra i diversi enti interessati alla salute del Po. Il direttore regionale della Protezione civile dell’Emilia Romagna, Demetrio Egidi, farà un sopralluogo in elicottero per valutare dall’alto la situazione e decidere quali interventi adottare. Sono in corso analisi chimico-fisiche da parte di Arpa e la realizzazione di tre sbarramenti in provincia di Piacenza per il contenimento e il parziale recupero del materiale inquinante. «Il passaggio della massa di olio combustibile - fa sapere la Protezione civile - potrà essere segnalato da odore caratteristico di idrocarburi che perdurerà per alcuni giorni e da una colorazione iridescente delle acque superficiali». Durante la notte, alla diga di San Zenone al Lambro (sbarramento realizzato negli anni ‘30 per utilizzare le acque del Lambro nella centrale idroelettrica di Enel Green Power), i tecnici della società hanno lavorato febbrilmente per contribuire a fermare l’onda inquinante. Lo sbarramento si è rivelato determinante per bloccare in parte il defluire degli idrocarburi.

Petrolio nel Lambro
Petrolio nel Lambro   Petrolio nel Lambro   Petrolio nel Lambro   Petrolio nel Lambro   Petrolio nel Lambro   Petrolio nel Lambro   Petrolio nel Lambro

STATO DI CALAMITA’ - La Regione Lombardia chiederà lo stato di calamità per «finanziare gli interventi» sul fiume Lambro: l’ha reso noto l’assessore al Territorio Davide Boni al termine della riunione, in Prefettura a Milano, del Comitato per l’ordine e la sicurezza. «Nel contempo - ha continuato Boni - è necessario individuare i colpevoli di quanto sta accadendo, comportandoci in maniera inflessibile e punendo duramente coloro che hanno determinato questo disastro». L’assessore ha anche reso noto che sarà organizzata una riunione tra gli enti locali interessati. Boni ha voluto rassicurare i cittadini che abitano nelle zone percorse dal fiume sul fatto che «l’acqua in zona è potabile, anche se c’è in effetti cattivo odore». L’assessore ha spiegato che «sono in atto i controlli dell’Arpa e degli enti locali, 24 ore su 24, per i pozzetti della falda acquifera». Il prefetto di Milano, Gian Valerio Lombardi, ha sottolineato il lavoro fatto: «E’ stato attenuato fortemente l’impatto negativo della massa oleosa. È in atto un’azione di contenimento molto importante».

«ATTO CRIMINALE» - «Siamo davanti ad un atto criminale contro cui dobbiamo ribellarci», è il commento del presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni. «C’è stato qualche criminale - ha aggiunto il governatore - che ha deciso di intervenire in maniera dolosa e vigliacca, mettendo a repentaglio un patrimonio che è di tutti. Ci deve essere una ribellione contro questi atti criminali, vanno individuati i responsabili e assicurati alla giustizia, e la giustizia contro costoro deve essere particolarmente rigorosa». «Di fronte a questo atto criminale - ha concluso - le istituzioni e la Regione in primis hanno reagito facendo tutto quello che si doveva fare. I nostri tecnici sono impegnati fin dal primo momento. Siamo davanti ad un atto di boicottaggio e di odio, frutto di una mentalità che va stigmatizzata».

ANIMALI A RISCHIO - Il Wwf, annunciando che si costituirà parte civile nel processo, riferisce che è stata colpita anche l’Oasi di Montorfano, «uno degli unici esempi di riqualificazione su 130 km del Lambro». Le prime specie a essere direttamente colpite dal disastro ambientale sono state quelle acquatiche: pesci, anatre selvatiche, le colonie di aironi che proprio in questi giorni hanno iniziato a nidificare sulle sponde del Po. Sono decine gli animali ripescati senza vita. In allerta il centro di recupero animali selvatici Wwf di Vanzago, dove già ieri sono stati portati i primi germani reali interamente coperti di gasolio: verranno curati dai veterinari del centro. Purtroppo, spiegano gli esperti, i danni di questo sversamento si ripercuoteranno su tutta la catena alimentare, con conseguenze che dureranno nel tempo, e si registrano già gravissime conseguenze sul settore agricolo che gravita intorno al sistema fluviale. «Per rimediare a questo disastro ambientale, non basterà bonificare le macchie nere, si dovrà anche ricreare un habitat naturale capace di sostenersi - spiega Stefano Leoni, presidente del Wwf Italia -. Il Lambro è da più parti dato per morto, ma il rilancio dei 130 km del fiume non solo è possibile ma è soprattutto necessario per il benessere di tutto l’ecosistema del Po e delle attività che da esso dipendono».

LE AUTOBOTTI E LO SMALTIMENTO - La Provincia di Milano, dopo il vertice svoltosi martedì pomeriggio a Palazzo Diotti, ha individuato, di concerto con la Prefettura, una serie società e consorzi in grado di aspirare, attraverso pompe idrauliche, le diverse tonnellate di gasolio e olio combustibile per poi caricarle su apposite autobotti. Il Gli oli saranno smaltiti in centri di smaltimento rifiuti autorizzati della Lombardia, ma anche del Piemonte e della Liguria. Unità della Direzione ambiente, della Polizia provinciale e del Servizio di Protezione civile hanno operato con il massimo impegno per fare fronte al disastro ecologico.

«EMERGENZA NAZIONALE» - Legambiente intanto ha lanciato un appello: «La Regione Lombardia chieda al Governo la dichiarazione di stato di emergenza ambientale nazionale». Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale, e Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia, commentano: «Siamo di fronte a un disastro ambientale vero e proprio, il problema non riguarda solo il fiume Lambro ma tutta l’asta del Po fino al delta. Per arginare i danni che può causare la macchia d’olio, urge un coordinamento nazionale degli interventi delle Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna». Rosalba Giugni, presidente dell’associazione Marevivo, aggiunge che gli oli inquinanti, passando dal Po all’Adriatico, causeranno gravi danni all’ecosistema marino, mettendo in pericolo circa 10mila specie marine tra fauna e vegetali.

Fonte: Corriere della Sera

Acqua privatizzata? No, politicizzata

Thursday, February 18th, 2010

Un libro del giornalista Giuseppe Marino: «Solo il 7% delle gestioni sono davvero in mano privata» Il 20 marzo manifestazione nazionale del popolo degli «scontenti»

Acqua e polemiche

Acqua privatizzata? No, politicizzata

Un libro del giornalista Giuseppe Marino: «Solo il 7% delle gestioni sono davvero in mano privata» Il 20 marzo manifestazione nazionale del popolo degli «scontenti»

La privatizzazione dell’acqua non è andata giù a parecchi italiani. Tanto che il popolo degli scontenti si è dato appuntamento il 20 marzo a Roma per una manifestazione nazionale che vuole chiedere a gran voce al «palazzo» di fare un passo indietro e riportare le risorse idriche sotto il controllo pubblico. 

MOVIMENTI E INIZIATIVE - I movimenti per l’acqua pubblica sono sorti spontaneamente un po’ dappertutto, dalla Lombardia, alla Toscana, al Lazio, alla Sicilia, contestano il forte aumento delle tariffe, lievitate del 47 per cento in dieci anni e invocano gestioni più aperte al dialogo con le comunità locali, accusando le aziende di voler lucrare su un bene essenziale. Ma un libro inchiesta in uscita in questi giorni, inquadra la questione sotto una luce diversa. Secondo l’autore, il giornalista Giuseppe Marino, a mettere le mani sull’acqua è stata una casta legata soprattutto alla politica. «Solo sette gestioni su cento sono davvero affidate ad aziende private - spiega Marino - oltre la metà parte è rimasto, senza gara d’appalto, a società interamente pubbliche. La parte restante è costituita da società miste in cui il socio privato è spesso rappresentato dalle ex municipalizzate, dunque aziende che non sono estranee, ancora oggi, all’influenza della politica».

LA CASTA DELL’ACQUA - La tesi del libro, (La casta dell’acqua, ed. Nuovi Mondi, 12 euro) è che il dibattito sulla scelta tra gestione pubblica e privata dell’acqua perde di vista il vero problema, l’assenza di regole e parametri che obblighino a una gestione sana dell’oro blu, e la mancanza di un controllore dotato di competenze e poteri di intervento per controllare chi ha in mano gli acquedotti e sanzionare disservizi e storture. La riforma varata nel ’94 ha diviso l’Italia in 91 zone grosso modo corrispondenti alle province e affidato questo compito agli «Ato», una sorta di mini-parlamentini formati dai rappresentanti dei comuni della zona. «Altre poltrone per politici locali - spiega Marino - che costano ai cittadini quasi 50 milioni di euro l’anno e si sono dimostrati incapaci di assolvere ai propri compiti. Nei consigli d’amministrazione delle società che avrebbero il compito di controllare ci sono esponenti della stessa maggioranza che nomina (e domina) gli Ato. E infatti, nonostante i disservizi, raramente dagli Ato arrivano serie contestazioni ai gestori».

IL BUCO NERO DELL’ACQUA - Eppure di buchi neri la gestione ne ha tanti: le bollette sono aumentate ma solo la metà degli investimenti sulla rete idrica sono stati realizzati. Dopo 15 anni dalla riforma che mirava a ridurre le perdite, queste sono ancora calcolate tra il 30 e il 40% (a seconda delle stime) considerando la dispersione dai tubi e l’acqua erogata ma non conteggiata per problemi amministrativi. Inoltre, molte aziende hanno accumulato indebitamenti di decine di milioni di euro. E questo vale sia per società pubbliche, come Gaia, che gestisce l’acqua nella zona di Massa Carrara, sia per quelle miste, come Acqualatina, gestore del Basso Lazio. In più si moltiplicano i tentativi di inserire nelle tariffe costi impropri, dallo scarico delle acque piovane a contributi per le comunità montane. E i “controllori” politici? «Avallano tutto o quasi -accusa Marino- come a Frosinone dove sono stati approvati aumenti retroattivi bocciati poi dal Coviri, la commissione di controllo che pure ha scarsi poteri. E così anche l’acqua è diventata di destra o di sinistra, a seconda della maggioranza che controlla l’Ato e ha piazzato i propri rappresentanti e consiglieri d’amministrazione in decine di poltrone. A volte costose come quelle dell’Arra, la siciliana Agenzia regionale rifiuti e acque alla cui guida è stato nominato il burocrate più pagato d’Italia, che percepisce intorno ai 550mila euro l’anno». 

Paolo Ligammari
Fonte: Corriere della Sera

Acqua, la rete colabrodo e la privatizzazione fantasma

Wednesday, February 10th, 2010

Niente accomuna oggi trasversalmente la sinistra e la destra come l’acqua. Se il «religiosissimo » (autodefinizione) governatore della Puglia Nichi Vendola azzarda un paragone blasfemo, dicendo che «privatizzare l’acqua è una bestemmia in chiesa», una liberista come Emma Bonino non esita a liquidare così la faccenda: «Mancano le condizioni ». Mentre la Lega, che per lealtà ha dovuto ingoiare il boccone amaro, votando la legge che potrebbe trasferire in mani private la gestione delle risorse idriche, comincia a intuire quanto rischia di rivelarsi indigesto. E anche molti amministratori locali del Pdl storcono il naso.

Il paradosso è che niente, come l’acqua, divide gli italiani. Basta dare un’occhiata al Blue Book del centro di ricerca Proacqua per rendersi conto di come l’unità «idrica» del Paese non si sia mai realizzata. A Milano si pagano tariffe pari a un quarto di quelle di Terni, che sono appena più alte rispetto alle bollette di Latina. O di Agrigento, dove l’acqua è un bene raro e prezioso. Per non parlare degli sprechi. Ogni anno, secondo un documento della Confartigianato, il 30,1% dell’acqua immessa in rete non arriva ai rubinetti: per fare un paragone europeo, in Germania le perdite non arrivano al 7%. Come se buttassimo dalla finestra 2 miliardi e 464 milioni, somma che basterebbe a compensare l’abolizione dell’Ici per la prima casa. Chi è responsabile? Reti colabrodo, investimenti carenti, una gestione spesso sconsiderata. I colpevoli sono diversi, e tutti in qualche modo imparentati con l’azionista pubblico. Problemi così grandi che la buona volontà, senza i soldi, serve a poco. In tre anni l’Acquedotto pugliese, il più grande d’Europa con i suoi 20 mila chilometri di rete, è riuscito a recuperare 40 milioni di metri cubi di perdite. Le quali sarebbero così scese al 35% dal 37,7%. Bene. Anzi, benissimo. Ma se ai tubi rotti e agli allacci abusivi si sommano le perdite amministrative, calate comunque dal 12,8% all’ 11,8%, l’emorragia economica dell’azienda sfiora ancora il 47%.

Tutto questo rende difficilmente comprensibile, al di là delle pur rispettabili opinioni ideologiche, la sollevazione bipartisan contro la privatizzazione del servizio, con la motivazione che ciò esproprierebbe i cittadini di un bene pubblico vitale a vantaggio di imprese che hanno il solo obiettivo del profitto. Privatizzazione che peraltro in Italia, a dispetto di quello che si immagina, è ancora una illustre sconosciuta. Prendiamo il caso di Agrigento, dove si pagano le tariffe fra le più alte d’Italia, con una media di oltre 400 euro l’anno a famiglia per un servizio, come ha dimostrato il bel servizio trasmesso da Presa diretta di Riccardo Iacona, di qualità inaccettabile. Ebbene, da tre anni la gestione è appaltata a una società «privata», la Girgenti acque, che opera in perdita. Ma di «privato » ha il nome e gli azionisti di minoranza. Perché il 56,5% è controllato dalla Acoset spa, società dei Comuni catanesi, e dalla Voltano spa, a sua volta di proprietà dei Comuni agrigentini. Che della Girgenti acque hanno anche la gestione: presidente e amministratore delegato sono infatti i manager delle due società comunali, Vincenzo Di Giacomo e Giuseppe Giuffrida.

In Acqualatina, società che gestisce le risorse idriche nell’area pontina, la gestione è invece nelle mani del socio privato. È la francese Veolia, che con il 49% delle azioni esprime l’amministratore delegato Jean Michel Romano e deve convivere con una situazione molto curiosa, per un azionista privato: gestire un’azienda di cui è presidente un senatore, Claudio Fazzone del Pdl. Nel 2008 Acqualatina ha perso 4,4 milioni e ha dovuto varare un piano di lacrime e sangue. Nonostante tariffe astronomiche.

Dimostrazione che nemmeno i privati, in un sistema come il nostro, hanno la bacchetta magica. Ecco perché prima di tutto sarebbe il caso di risolvere il problema della regolamentazione del FarWest dell’acqua, affidando a un’autorità indipendente il compito di stabilire tariffe eque e imporre la decenza del servizio. Se anche qui si vuole aprire il capitolo dei privati, è uno strumento fondamentale per mettere al sicuro da ogni rischio l’uso di un bene vitale. C’è per il gas e l’elettricità. Perché non per l’acqua? O si vuole ripetere l’errore già compiuto in occasione di altre privatizzazioni?

ACQUA: A BRUXELLES LANCIO CARTA ETICA, ORO BLU DI TUTTI

Tuesday, February 9th, 2010

L’acqua e’ un patrimonio comune, il cui accesso deve essere garantito a tutti. Questo il filo rosso di un manifesto per l’uso sostenibile dell’oro blu sul Pianeta, lanciato recentemente a Bruxelles da Cipsi-solidarieta’ e cooperazione (coordinamento nazionale di 45 organizzazioni non governative), Comitato italiano per il contratto mondiale sull’ acqua e Centro di volontariato internazionale (Cevi), nel corso di un seminario al Parlamento europeo. ”Le indicazioni contenute nel documento - ha spiegato Guido Barbera, presidente di Cipsi - sottolineano con urgenza la necessita’ di un uso sostenibile di quello che deve essere considerato il bene piu’ prezioso del Pianeta. Mentre oggi nel mondo il 12% della popolazione usa e spreca l’85% delle risorse idriche, l’accesso partecipato all’acqua puo’ infatti contribuire al rafforzamento della solidarieta’ fra i popoli, le comunita’, i Paesi”. Tra i principi della ”Carta etica dell’ acqua”, quello che la proprieta’, il governo e il controllo politico dell’acqua, in particolare della gestione e dei servizi idrici, devono restare pubblici. Per assicurare la disponibilita’ della risorsa, le collettivita’ locali, dai comuni allo Stato, devono assicurare gli investimenti necessari per garantire il diritto essenziale all’acqua potabile per tutti ed un suo uso sostenibile. Nel mondo, riferisce Cipsi, 1,6 miliardi di persone non hanno accesso all’acqua potabile, mentre in Italia si perdono 104 litri d’acqua per abitante al giorno. Ciascun italiano consuma 213 litri di acqua al giorno: 39% per la doccia, 20% per i sanitari, 12% per il bucato, 10% per le stoviglie, 6% in cucina, 6% per giardinaggio e lavaggi auto, 1% per bere e 6% per altri usi.
Fonte: Ansa.it

Acqua, reti colabrodo e record a Sud

Friday, January 8th, 2010

Ogni giorno usiamo 250 litri a testa

 
Per quanto riguarda l’acqua potabile, “nel 2008 si registra una perdita pari al 47%. Le maggiori dispersioni in Puglia, Sardegna, Molise e Abruzzo. E  il prelievo di acqua potabile ammonta, a livello nazionale, a 9,1 miliardi di metri cubi

 

“In Italia per ogni 100 litri di acqua erogata si preleva una quantità di 165 litri, cioé il 65% in più”. Una rete colabrodo che evidenzia le maggiori dispersioni nelle regioni del Sud, dove per erogare 100 litri di acqua ne servono quasi altri 100. Per quanto riguarda l’acqua potabile, “nel 2008 si registra una perdita pari al 47%”. Questa la fotografia scattata dall’Istat e contenuta nel ‘Censimento delle risorse idriche a uso civile’ per l’anno 2008, presentato ieri a Roma. Rispetto alla dispersione anche in Valle d’Aosta si devono prelevare 158 litri per averne erogati 100, nella provincia di Trento 109, in Sardegna 104.

Le maggiori dispersioni di rete si osservano in Puglia, Sardegna, Molise e Abruzzo dove, per ogni 100 litri di acqua erogata, se ne immettono in rete circa 80 litri in più. Mentre le dispersioni minori si registrano in Lombardia e nelle province autonome di Trento e Bolzano, con un eccesso di immissione in rete inferiore ai 30 litri per ogni 100 erogati. Tra i comuni con più di 200.000 abitanti, Bari ha la maggiore dispersione di acqua, pari a 106 litri in più immessi per 100 litri erogati, seguono Palermo con 88 litri, Trieste con 76. Dispersioni superiori al 50% per Catania, Roma, Napoli, Torino e Padova.

Mentre al di sotto del 35% sono quelle a Venezia, Milano, Firenze e Bologna. Una situazione che nel 2005 necessitava del 67% di prelievo in più e del 68% nel 1999, e che secondo il presidente dell’Istituto di statistica, Enrico Giovannini, “preoccupa” anche se “c’é lo spazio per migliorare l’efficienza” della rete. A questo proposito, dice, “molto dipende dagli investimenti dei comuni”. Le dispersioni in Italia, spiega l’Istat, sono dovute sia per garantire afflusso alle condutture di acqua concesse alle imprese industriali, sia a prelievi non autorizzati, ma anche a perdite e mancata regolazione.

Inoltre, il consumo medio italiano di acqua si attesta sui 250 litri al giorno pro-capite. Ci sono differenze rilevanti da regione a regione: per l’acqua immessa si va dai 497 litri al giorno della Valle d’Aosta ai 277 dell’Umbria; per l’acqua erogata il maggior quantitativo è della provincia di Trento con 348 litri, il minimo della Puglia con 174 litri. Nel 2008, riferisce l’Istat, il prelievo di acqua a uso potabile ammonta, a livello nazionale, a 9,1 miliardi di metri cubi (più 1,7% rispetto al 2005 e più 2,6% rispetto al 2006); aumenti significativi si registrano nelle regioni del nord-est e del centro, mentre altrove si osservano riduzioni dovute alla carenza di precipitazioni. Nel 2008 il 32,2% dell’acqua prelevata è stata sottoposta a trattamenti di potabilizzazione, la quota varia in base alle caratteristiche idrogeologiche del territorio. Le regioni con la maggior quota di potabilizzazione di acqua sono la Sardegna con l’89,2%, la Basilicata con l’80,5%, la Liguria con il 55,6% e l’Emilia-Romagna con il 53,7%. I livelli più bassi si osservano nel Lazio con il 2,9%, in Molise con l’8,9% e in Campania con il 9,1%.(Ansa)

Speronato il trimarano degli «ecopirati»

Thursday, January 7th, 2010

 Il trimarano ultra-rapido utilizzato dagli ecologisti australiani per inseguire le baleniere giapponesi è stato semi-distrutto in seguito a uno scontro con i pescatori nell’Antartico. Lo hanno denunciato gli ambientalisti di Sea Shepherd, l’associazione che cerca di contrastare la caccia ai cetacei, oggetto di una moratoria internazionale in vigore dal 1986 che le autorità nipponiche continuano a ignorare con il pretesto della cattura di esemplari a scopi scientifici. Una posizione isolata, quella di Tokyo, che gli è valsa dure critiche soprattutto da Australia e Nuova Zelanda, nazioni che hanno fatto della difesa dei santuari marini una priorità.

EQUIPAGGIO IN SALVO - I sei membri dell’equipaggio dell’«Ady Gil» - così battezzato in onore del mecenate che lo ha donato agli «ecowarrior» - sono stati soccorsi e sono usciti indenni dall’imbarcazione. «Sembra che l’Ady Gil stia affondando e le possibilità di recuperarlo sono molto labili», ha aggiunto Sea Shepherd, che ha definito «non provocata» l’aggressione delle baleniere giapponesi e sostiene di averla ripresa in un filmato. «Lo Shonan Maru numero 2 si è improvvisamente messo in movimento e ha deliberatamente colpito l’Ady Gil sfondando otto piedi (2,4 metri) di prua», si precisa nella nota.

IL MEZZO D’ASSALTO - L’«Ady Gil» è un trimarano futuristico nero in carbonio e kevlar che può raggiungere i 93 chilometri orari. Doveva servire a ostacolare l’avanzata dei pescatori giapponesi con operazioni di disturbo. Prima di oggi, l’equipaggio dell’Ady Gil aveva lanciato bombolette maleodoranti contro la baleniera nipponica. «Le baleniere giapponesi si sono macchiate di un’escalation molto violenta del conflitto» ha dichiarato Paul Watson, responsabile della campagna condotta annualmente dall’associazione Sea Shepherd. La distruzione dell’Ady Gil rappresenta «una perdita sostanziale per la nostra organizzazione», ha affermato Watson, che ha quantificato la perdita economica in circa due milioni di dollari.

LA REPLICA DEI GIAPPONESI - I giapponesi hanno accusato a loro volta i militanti di Sea Shepherd, cinque neozelandesi e un olandese, di aver tentato di ostacolare le eliche della loro barca con una fune e di aver utilizzato un «indicatore laser verde» in direzione dell’equipaggio. Il governo australiano, retto dal premier progressista Kevin Rudd, viene invece incalzato dall’opposizione conservatrice che in passato aveva preso posizione contro la caccia alle balene autorizzata dal Giappone: il primo ministro è accusato di tenere un atteggiamento troppo morbido nei confronti di Tokyo per evitare di danneggiare i rapporti commerciali tra le due nazioni. Non solo: stando alla denuncia presentata da alcuni membri dell’opposizione, dal territorio australiano sarebbero partiti aerei spia giapponesi la cui missione era sorvegliare dall’alto i movimenti delle navi ambientaliste per mettere in allerta le baleniere su eventuali incontri ravvicinati. Gli equipaggi di Sea Shepherd, presenti sul teatro antartico con tre imbarcazioni (oltre al trimarano speronato ci sono una rompighiaccio e la storica nave «Steve Irwin» ogni anno cercano di condurre azioni di contrasto alla flotta nipponica che ingaggia con loro battaglie a colpi di idranti. Una vera e propria guerra di posizione documentata anche da una serie tv - «Whale Wars» - trasmessa da Animal Planet (da quest’anno anche in Italia) e che negli Usa è uno dei programmi più seguiti della tv via cavo.

Fonte: Corriere della Sera

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