Militanti di sinistra e leghisti. Cattolici e anarchici. Tutti insieme, hanno raccolto una quantità impressionante di adesioni al referendum contro la privatizzazione. E la battaglia continua
Sindaco per un giorno, quello del suo centesimo compleanno, Vittorio Cloè dà l’esempio: una bella firma per il referendum per l’acqua pubblica a Vico nel Lazio (Frosinone). Non è solo. Nel giro di due mesi di banchetti e iniziative, firmano in più di un milione in tutt’Italia, ben distribuiti per regione. Senza partiti o megafoni tra i media, sito Internet, quello sì, aggiornatissimo (
acquabenecomune. org), padre Alex Zanotelli in tour a predicare “no ai profitti sull’acqua”, un pullulare di referenti locali che a livello nazionale non sono nessuno, ma sulla materia la sanno lunga come nonno Vittorio.
La macchina referendaria per difendere l’acqua dai privati si muove così. Silenziosa eppure efficace.
Centro sociale Rialto a Roma, sede nazionale del Forum italiano movimenti per l’acqua: il traguardo è storico. In poco tempo, hanno mietuto firme più del referendum sull’aborto, scala mobile o caccia. Tutto per chiedere una consultazione popolare che cancelli le leggi italiane sulla privatizzazione del servizio idrico: la Ronchi dello scorso autunno, ma anche le norme precedenti in materia. Per l’acqua pubblica nella “civile” Italia, così com’è avvenuto nei paesi più poveri del mondo, è in corso una specie di rivoluzione. E il risultato è una specie di miracolo.
“Dalle parrocchie ai centri sociali”. Marco Bersani, 51 anni, responsabile Acqua e beni comuni di Attac, una delle tante realtà del Forum per l’acqua, sintetizza così la formula vincente da difendere da ogni agguato. E ce ne sono.
“Nel vuoto delle ideologie post ‘900, il tema acqua pubblica ricostruisce un pensiero politico capace di rivolgersi a tutti”, è convinto Emilio Molinari, europarlamentare di Democrazia proletaria negli anni ‘80, uomo di lotte per l’acqua nei ‘90, da Porto Alegre a Mumbai, nei Forum Sociali noglobal, modello che un po’ può descrivere l’attuale battaglia italiana sulle risorse idriche. Solo un po’, però. Perché lo sforzo referendario coinvolge a raggio più largo: cattolici e militanti di sinistra, leghisti, associazioni di destra e gente nuova all’impegno politico. I partiti dovranno farci i conti, ragionano al comitato, sapendo che qualcuno li ha già dovuti fare e a sue spese. E citano Di Pietro
Con lui è stata rottura, quasi subito. “Non ha accettato di stare tra i sostenitori della campagna con la sinistra extraparlamentare”, dice Marco Bersani, “voleva un posto tra i promotori, dove noi non abbiamo voluto i partiti. Perciò si fa la sua raccolta firme sull’acqua, senza chiedere che sia davvero patrimonio di tutti…”.
Ma il Forum ci tiene alla sua autonomia. “Serve a coinvolgere tutti”, continua Bersani, “invece Di Pietro col suo slogan “Fermiamolo”, rivolto a Berlusconi, porta la battaglia al solito scontro tra schieramenti: controproducente”. E se il leader dell’Idv ha deluso, perché, come dice Roberto Gelli, “grillino” di Torino, “si rischia pure la confusione di due referendum”, col Pd la storia non è nemmeno iniziata.
Il segretario Pier Luigi Bersani preferisce la “via dell’iniziativa parlamentare” al referendum. Nessuna adesione ufficiale dunque, con tanti “se”. “Avessero almeno ripreso la nostra proposta di legge del 2007, governo Prodi: giace in Parlamento, pur sostenuta da oltre 400 mila firme”, spiegano al comitato. Niente. Ma la “storia non iniziata” ha trovato da sola una sua strada.
Al Forum snocciolano l’elenco delle federazioni del Pd che, a dispetto delle direttive di partito, hanno aderito all’iniziativa. Vai a controllare e ci trovi: Veneto, Umbria, Pavia, Monza, Brianza, Vercelli e via elencando. E poi i Giovani democratici, oltre a vari esponenti nazionali che alla fine hanno firmato (mentre altri difendono le privatizzazioni). Giovanni Cocciro, assessore ai Beni Comuni di Cologno Monzese, fede Pd, anima per l’acqua pubblica, si arrabbia per “quei sindaci del mio partito che se ne stanno zitti”. Tanto più che, per restare al Nord, la Lega ha già offerto praterie di firme alla campagna referendaria. Lontano da Roma e col peso della legge Ronchi sulla coscienza, i padani sono in prima linea. Non se ne sorprende Giulio Di Capitani, assessore leghista all’Agricoltura in giunta Formigoni, un passato di impegno per l’acqua pubblica: “L’acqua va estromessa dalle risorse utili a trarre profitto. Se la battaglia referendaria non sarà strumentalizzata dalla politica, tutti dovrebbero partecipare, a partire dalla Lega
Se ne vedranno delle belle. Al momento, posto che vai, vertenza che trovi. Perché il Forum per l’acqua è attivo da cinque anni di battaglie locali. Da Arezzo, uno dei primi comuni (di centrosinistra) ad assaggiare il prezzo salato dell’acqua privata. Fino a Palermo, dove il governatore Raffaele Lombardo ha inserito in Finanziaria un pretesto per assicurarsi il sostegno del Pd: una norma per l’acqua pubblica, appunto.
“Inutile orpello”, commenta Giuseppe Sunseri, responsabile raccolta firme in Sicilia.
C’è il caso di Nola, città di Giordano Bruno, monarchica e poi democristiana, schierata contro divorzio e aborto, ma l’acqua no. “Non si tocca”, dice Restituta De Lucia, 70enne, di Azione Cattolica, segretaria della Pastorale sociale del Lavoro in città e anche delegata alla Salvaguardia del creato. Contro la Spa Gori, che gestisce il servizio idrico a Nola con rincari “da 0,40 a 1,29 euro al metro cubo”, la battaglia è radicale. “Sciopero delle bollette dal 2004″, racconta Restituta a nome dei “6 mila utenti che, su 11 mila abitanti, non pagano. Pure il vescovo è con noi”.
A Nola si firma nelle parrocchie e si lavora fianco a fianco “con l’estrema sinistra e l’associazione dei Borboni”.
Da Cosenza, Alfonso Senatore dice che “persino gli autisti dei bus locali hanno fatto le staffette per portare i moduli referendari da Trebisacce a Oriolo”, dal mare alla montagna. Il comitato? Anche qui, fritto misto: “Io vengo dall’Azione cattolica, ma c’è chi viene da Lotta continua, chi dall’anarchia”. Al Nord, Vicenza, la battaglia referendaria è fatta da “No dal Molin” e denuncia l’inquinamento della falda acquifera vicina al cantiere della nuova base Usa. “Riserva potabile da cui si disseta mezzo Veneto”, spiega il referente locale Filippo Canova, “si scrive acqua, si legge democrazia”, ripetono al Forum, certi di aver salvato dalle ceneri della storia lo strumento referendum. “Lo difenderemo, contro ogni tentativo parlamentare di vanificarlo”, promette Molinari.
Fonte: L’Espresso