Archive for July, 2012

Riscaldamento globale: +1,5 gradi negli ultimi 250 anni

Tuesday, July 31st, 2012
Il ghiaccio di Isfjord, nelle isole Svalbard (Reuters)Il ghiaccio di Isfjord, nelle isole Svalbard (Reuters)

MILANO - La temperatura media globale sulle terre emerse è aumentata di un grado e mezzo negli ultimi 250 anni. L’analisi accurata è stata eseguita dall’istituto Berkeley Earth. E la conclusione è che, visti i dati acquisiti con l’incremento dell’anidride carbonica nell’atmosfera, la migliore spiegazione sono le emissioni di gas serra dovute alle attività umane.

 

CENTO ANNI PRIMA - L’analisi risale sino al 1753, cioè circa cento anni prima dei precedenti più accurati studi, e ha preso in considerazione un numero di stazioni meteo ben cinque volte maggiore.

ATTIVITÀ SOLARE - Nel 2007 l’agenzia dell’Onu Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) aveva diffuso un rapporto nel quale la «gran parte» del riscaldamento dal 1956 a oggi era attribuita alle attività umane, mentre restava un dubbio per i decenni precedenti. C’era infatti la possibilità che fosse stato causato dall’incremento dell’attività solare: mancavano dati incontrovertibili. Ora questo studio di Berkeley Earth spazza via ogni residuo dubbio: anche nei 200 anni precedenti, il contributo al riscaldamento dell’attività solare è stato irrilevante.

ERUZIONI - Nel nuovo studio vengono evidenziati gli improvvisi crolli delle temperature globali, che sono perfettamente allineati alle principali eruzioni vulcaniche conosciute. Negli ultimi 50 anni le temperature nelle terre emerse sono aumentate di 0,9 gradi.

fonte: Corriere della Sera

Scarichi fognari nei laghi d’Italia:«Due su tre inquinati, maglia nera al Nord»

Tuesday, July 31st, 2012

Batteri fecali oltre il limite stabilito dalla legge, perché gli scarichi fognari dei comuni dell’entroterra finiscono in acqua attraverso fiumi e torrenti. Lo stato di salute dei laghi italiani è tutt’altro che confortante. Le situazioni più gravi si registrano nei laghi del Nord Italia, soprattutto in quelli di Como, Varese, Iseo e sul lago di Garda. Promosso a pieni voti, invece, il lago di Viverone, nel Piemonte. Un po’ meno grave la situazione delle acque interne del Lazio, dove risultano «inquinate» o «fortemente inquinate» 6 aree tra le 17 finite sotto osservazione. Situazione buona a Bracciano, Salto e Turano.

 

«IL RISCHIO AMBIENTALE» - I dati arrivano dal monitoraggio scientifico sui laghi italiani effettuato nei giorni scorsi dalla Goletta dei Laghi di Legambiente. «Tra le 64 aree da noi monitorate in tutta Italia, 40 zone risultano inquinate, 29 di queste in maniera particolarmente preoccupante. Le situazioni critiche sono ancora troppe: è necessario investire di più sulla tutela dei laghi», spiega Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente. «In Italia c’è un sistema di depurazione carente, che riguarda ancora un quarto della popolazione. Rischiamo gravi ripercussioni ambientali e pesanti sanzioni per le violazioni delle direttive europee», aggiunge Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente.

IL CASO DI ISEO E GARDA - La «maglia nera», anche in questa settima edizione del monitoraggio della Goletta, spetta ai grandi laghi del Nord, su cui si riscontra la falla più grande nel sistema di depurazione. Sono 36, infatti, i punti risultati fuori legge nei laghi del Nord Italia, perché «inquinati» o «fortemente inquinati». Sul lago di Iseo (Lombardia) sono state esaminate 7 zone, di cui 6 risultate inquinate (cinque di queste in maniera molto grave, con la presenza di batteri fecali ben oltre il doppio del limite di guardia previsto dalla legge). Sul lago di Como (Lombardia), dei 13 punti campionati, 10 sono risultati critici (otto dei quali fortemente inquinati).

MALE IL «MAGGIORE» - Sul lago Maggiore (Lombardia-Piemonte) sono stati effettuati 6 prelievi: in 5 zone le acque sono risultate fortemente inquinate. Sul lago di Varese (Lombardia) i tecnici di Legambiente hanno realizzato due campionamenti: dati sconfortanti in entrambi i casi. Sul lago di Lugano (Lombardia), i tre punti esaminati hanno rivelato due volte acque «fortemente inquinate», e «inquinate» nel terzo caso. Sul lago di Garda (Trentino-Lombardia-Veneto) sono stati prelevati 14 campioni d’acqua: dati preoccupanti in 8 circostanze (in 5 casi «fortemente inquinate» e altre 3 volte da classificare come «inquinate». Tra i laghi del Nord Italia, solo Viverone (in Piemonte) supera a pieni voti l’esame di Legambiente: acque «ok» in entrambi i rilevamenti.

NEL LAZIO - Non troppo soddisfacente, ma sicuramente meno cupa la situazione dei laghi del Lazio. Diciassette i punti monitorati: risultati preoccupanti in sei casi (quattro volte acque «fortemente inquinate» e due volte «inquinate»). Bene il lago di Salto e quello di Turano, in provincia di Rieti, che non presentano aree a rischio. Promosso anche il lago di Bracciano, vicino Roma: la rilevazione ha fornito dati molto tranquillizzanti. Male, invece, il lago di Bolsena (Viterbo), con acque «inquinate» o «fortemente inquinate» in tre rilevazioni sulle cinque effettuate. Alcune situazioni critiche lungo il lago di Albano (Roma). Tre le rilevazioni effettuate: due volte risultati «entro i limiti di legge» e «fortemente inquinato» nel terzo caso. Per Fibreno (Frosinone) e per Vico (Viterbo), positiva una rilevazione su due.

Fonte: Corriere.it

Sai cosa c’è nel tuo gelato?

Monday, July 30th, 2012

 Avrebbe potuto rimanere in paese e godersi i frutti dei sacrifici di suo padre, che quando lui aveva 11 anni aveva comprato quella gelateria; e nella stagione estiva rendeva bene. Ma Celle Ligure non bastava a Roberto Lobrano. Non aveva un’idea precisa sul suo futuro, ma sapeva che non sarebbe rimasto tutta la vita ad aspettare i turisti. E così a 18 anni ha messo la spatola in valigia ed è andato a studiare, lingue e poi marketing, e a vedere il mondo del gelato con un’altra prospettiva. Prima di tutte quella di inventarsi un nuovo modo di fare il mestiere del padre.

Da lì a ritrovarsi immerso a tempo pieno tra i profumi, gli aromi e le ricette segrete del gelato artigianale italiano il passo è stato breve, ma già segnato dall’innovazione. Oltre al negozio, Lobrano ha aperto un blog nel quale ragiona di gelato a tutto campo. Perché di una cosa è convinto: fare i gelati è - o dovrebbe essere - una continua ricerca. Ad esempio di nuovi gusti e assortimenti, di studiare scientificamente le caratteristiche chimico-fisiche degli ingredienti, di perfezionare le formulazioni. Tutto ciò lo ha portato molto presto a diventare un docente di corsi di gelateria richiesto in tutto il mondo e uno dei fiori all’occhiello della Carpigiani Gelato University di Bologna, la scuola dove ogni anno decine di migliaia di studenti di diversi paesi vanno a imparare i segreti del mestiere.

Ma tutto questo studiare ha spinto Lobrano a vedere chiaramente i limiti di un prodotto che ancora oggi non è considerato come dovrebbe e valorizzato nel modo giusto né a livello legislativo né, spesso, da chi lo fa e lo vende. Spiega infatti: «Nonostante sia senza dubbio una delle eccellenze del Made in Italy, il gelato artigianale non è protetto da una normativa né tutelato da marchi specifici, e questo è un grave vulnus per tutti: per chi lo produce all’insegna della qualità, che non può difendersi dalla concorrenza sleale, e per il consumatore, che non può sapere che cosa sta acquistando, visto che non è necessario rispettare alcuna norma per definire un gelato artigianale. Ciò significa che sotto quell’etichetta ci può essere di tutto».

Per capire che cosa questo significhi è utile riassumere come si fa un gelato artigianale. Praticamente tutti utilizzano quelli che vengono chiamati semilavorati, cioè miscele composti forniti da alcune ditte specializzate che contengono le basi di alcuni ingredienti necessarie per ottenere i gusti, che vengono poi uniti al latte, allo zucchero a agli additivi come gli addensanti. Ma il punto è proprio qui: le miscele dei semilavorati possono essere di altissima qualità, cioè, per esempio, contenere solo nocciole del Piemonte, o pistacchi di Bronte, o il cioccolato migliore e così via, ma possono anche essere fatte di ingredienti scadenti, magari uniti ad additivi usati solo per fare massa. Solo l’esperienza può aiutare il gelatiere a capire che cosa sta utilizzando, anche perché spesso le stesse ditte fornitrici sono piuttosto parche di informazioni sul contenuto dei semilavorati. Lo stesso vale per gli additivi e per la frutta: i gelatieri artigianali usano quella fresca o quella in preparazioni surgelate, che mantengono buona parte del gusto e dell’aroma di quella fresca, ma in commercio si trovano anche preparati industriali che la frutta l’hanno vista molto da lontano, e che contengono aromatizzanti e coloranti, sia pure legali, non necessari quando gli ingredienti sono freschi.

Al proliferare di “gelaterie artigianali” che vendono, invece, prodotti di scarsa qualità e disorientano il consumatore si associa, poi, la sapienza del marketing dell’industria che, che da tempo hanno imparato a conquistare la gola dei clienti con modelli di business vincenti. Così, spiega Lobrano, «le pubblicità dei gelati industriali puntano sempre di più su aspetti come la genuinità degli ingredienti e la somiglianza con i gelati artigianali». Certo, i gelati industriali sono sicuri e sempre più spesso fatti anche con ingredienti di buon livello, ma contengono il più delle volte grassi vegetali idrogenati e addititivi per colorare e aromatizzare, che nel gelato artigianale non dovrebbero esserci. Basta pensare che quest’ultimo deve essere fatto ogni giorno, perché il ghiaccio, che aumenta entro poche ore, lo rende sempre meno cremoso, mentre quello industriale dura diversi mesi- «E’ evidente che non stiamo parlando dello stesso prodotto», continua Lobrano: «Bisognerebbe poi distinguere tra il gelato del singolo artigiano e quello delle catene di gelaterie artigianali e marchi in franchising, che necessariamente utilizzano prodotti più vicini a quelli industriali, per garantire l’uniformità».

Così, è nato il blog “gelatieriperilgelato.com“, un forum di discussioni dove si stanno elaborando proposte di legge per giungere a un disciplinare unico. Tra le richieste vi sono quella di vietare i grassi idrogenati vegetali e la frutta che non sia fresca o surgelata, quella di specificare le percentuali minime di quest’ultima così come quelle di latte e panna nelle creme e molto altro. L’approvazione di una legge è ritenuta sempre più urgente non solo per tutelare un prodotto che è tra i pochi a far segnare una crescita costante, ma anche per rispondere alle richieste di un mondo di appassionati sempre più esigente. Prima tra tutte quella di avere prodotti salutari, anche capaci di rispondere ai bisogni di chi ha deve fare attenzione all’alimentazione per contrastare il rischio di malattia. Negli ultimi anni si è, per esempio, studiato il modo di fare gelati buoni con zuccheri alternativi al saccarosio, con un indice glicemico notevolmente più basso. Oltre a far sì che oggi un diabetico o un celiaco o un intollerante al lattosio possano facilmente trovare il gelato adatto, la ricerca costante ha favorito l’impiego di materie prime più in linea con un’alimentazione attenta alla salute. Lo stesso vale per la frutta: un gelato è anche una fonte di antiossidanti preziosi. Non solo: al posto degli addensanti classici come le farine di carruba e il guar allo studio c’è la possibilità di usare fibre alimentari, per poter avere un gelato che aiuta ad assumere questo alimento così importante.

Fonte: L’Espresso

Casco per ciclisti, è polemica

Monday, July 30th, 2012

"Non serve"

Il titolo non lascia dubbi: “La lobby dell’auto attacca il rinascimento ciclistico”. Così l’associazione #Salvaciclisti risponde a Quattroruote che fra le sue tante campagne legate alla sicurezza stradale si era dichiarata favorevole all’introduzione del casco per i ciclisti. Non vogliamo entrare nella polemica, per cui riportiamo qui sotto integralmente la posizione di #Salvaciclisti e quella del direttore Quattroruote, Carlo Cavicchi, che abbiamo interpellato sul tema.

Solo una cosa però: siamo stupiti dai toni dell’associazione di chi pedala. Una violenza inaudita e inaspettata da chi pratica la filosofia dolce della pedalata, del rispetto della natura e degli altri. Toni e temi - fra l’altro - identici a quelli della lobby delle moto e degli scooter che per anni ha contrastato l’introduzione del casco per i cinquantini. Toni e temi, per concludere, che non sembrano cercare una qualche forma di dialogo. Un dialogo necessario da tirar fuori quando in Italia muoiono sulle nostre strade ogni anno il doppio dei ciclisti che partecipano al giro d’Italia.

Ecco la presa di posizione di #Salvaciclisti
Conforta sapere che persino il mensile di riferimento dell’automobilismo italiano, “Quattroruote”, si interessa al rinascimento ciclistico del nostro paese.

Una strana sensazione, vedere l’ampio articolo che la rivista dedica al ciclismo urbano: avremmo detto che, così come quotidianamente per strada, anche in edicola chi usa la macchina e persino ne scrive non si sarebbe mai accorto

di noi.
Certo, il mensile lo fa a modo suo. Dopo aver rilevato l’enorme crescita dello shift modale dalle 4 alle 2 ruote a pedali, sottolinea i troppi rischi a cui noi ciclisti quotidiani siamo esposti. E prospetta una soluzione per la sicurezza di chi usa la bici.
Indovinate quale?
Esatto. Quella.
Il casco obbligatorio.

Sfugge, alla pomposa testata, che la causa di morte in strada per i ciclisti sono gli impatti contro l’oggetto-feticcio di cui si occupa con dedizione degna di miglior causa, ovvero l’automobile condotta male come la si conduce male in Italia.
Sono tante le cose che sfuggono, chissà quanto per distrazione, a “Quattroruote”. Proviamo a elencarle in ordine sparso.
Nei pochi luoghi del pianeta in cui il casco è obbligatorio (Australia, per esempio) la quota di ciclisti quotidiani si è dimezzata, e le morti non sono diminuite in percentuale: un ottimo incentivo all’abbandono della bici, e come conseguenza all’acquisto dell’automobile.

Su 1.000 utenti fragili della strada uccisi in Italia dalle automobili, 750 sono pedoni e 250 sono ciclisti: mettiamo il casco ai pedoni?.
Nei paesi ad alta densità ciclistica l’obbligo non è mai stato neanche contemplato, persino nei tempi pioneristici dell’Olanda anni ‘60. Come noto, in Danimarca e Olanda sono tutti morti a causa di questa colpevole svista legislativa.
A noi non sfugge invece che questa ovvia azione di pura lobby, decisamente immatura e cialtronesca, sia stata resa pubblica in piena estate, quando le anime sono vacanziere e l’attenzione cala.

Assicuriamo i lobbisti e chi li sostiene che qui, da #salvaiciclisti, l’attenzione non cala mai: è una nostra seconda natura, dovuta al fatto che se la nostra attenzione cala qualche macchina ci ammazza e non esiste armatura che tenga contro una tonnellata lanciata a 80 km/h sul tuo corpo. Quindi la nostra attenzione deve essere sempre ben alta e lubrificata, e perciò ci accorgiamo -come effetto secondario- anche di queste meschine manovre volte a disincentivare l’uso della bici attraverso argomenti solo apparentemente positivi e ragionevoli, mentre sono in realtà viscidi tentativi di soffocare sul nascere un vero cambiamento stradale e tentare di rivitalizzare un mercato ormai defunto e nocivo. E non contengono, sia ripetuto, un briciolo di rispondenza a realtàad impatti superiori a 23 km/h il caschetto è ininfluente per la sicurezza, e a volte provoca lesioni gravi a atlante ed epistrofeo, con conseguente lesione del midollo spinale e relativa paralisi motoria.

L’era dell’automobile è conclusa, ma continuerà a far danni ancora per un po’ di tempo. Sta a noi tutti riportare questo paese fuori controllo entro termini di civiltà già altrove operanti ed efficaci.
Anche deridendo, e denunciando pubblicamente, manovre ridicole come quella di “Quattroruote”.

Ed ecco la risposta di Carlo Cavicchi, direttore di Quattrotuote
Parlare di lobby degli automobilisti per attaccare un articolo il cui scopo era solo di proteggere la salute dei ciclisti è davvero una forzatura. Se si è convinti che il casco non serva a nulla bastava obiettare questo: peraltro lo avevano fatto a lungo anche i motociclisti salvo poi convenire che il casco ha salvato tante vite e ridotto tante lesioni tanto è vero che adesso nessuno lo mette più in discussione.

Quattroruote ha pubblicato dei numeri che si possono contestare, spiegare, confutare ma non cancellare. Chiedere che i ciclisti siano più protetti non è volere loro male, semmai è proprio il contrario; e augurarsi che il costo sociale che deriva dalle conseguenze dei loro incidenti si riduca è nell’interesse di tutti. In quanto al florilegio d’insulti, molti dei quali davvero scomposti, che ci sono stati rovesciati addosso vorrei pensare ad un infortunio di chi ha poca pratica con lo scrivere. O anche solo col leggere: perché se avesse letto con più attenzione quanto scritto da Quattroruote sarebbe stato più prudente nelle reazioni; semmai ci avrebbe dovuto dare la tessera onoraria di #Salvaciclisti
Fonte: La Repubblica

Nel 2011 meno rifiuti urbani

Monday, July 30th, 2012

Nel 2011 meno rifiuti urbani  In crescita la differenziataE

ROMA - Nelle città si consuma di meno, e di conseguenza diminuisce la produzione di rifiuti. Tendenza che si combina virtuosamente con l’incremento della propensione a differenziare la raccolta. In estrema sintesi, questo il quadro che si ricava dall’analisi dei dati Istat per il 2011. Nei capoluoghi di provincia lo scorso anno sono state raccolte complessivamente 10.687.154 tonnellate di rifiuti urbani, il 2,9% in meno rispetto al 2010. Considerando i valori pro capite, si tratta di 590 chilogrammi per abitante, contro i circa 609 nel 2010 (-3,1%). Quanto alla differenziata, la quota sul totale dei rifiuti urbani è pari a 33,4%, in aumento di 1,8 punti percentuali rispetto all’anno precedente.

Nei comuni con più di 200 mila abitanti o centro di area metropolitana, nel 2011 sono stati raccolti in media 589,6 chilogrammi di rifiuti per abitante. In quelli con meno di 200mila abitanti, 590,4. La raccolta differenziata sul totale dei rifiuti urbani ha raggiunto in media il 40% nei comuni con meno di 200 mila abitanti e non centro di area metropolitana, mentre si scende al 28% nei grandi centri.

Tra i comuni maggiori, si raccolgono quantità di rifiuti urbani superiori alla media a Catania (775,1 kg per abitante), Venezia (673,1), Padova (668,9), Firenze (662), Roma (648,5), Bari (609,7) e Cagliari (605,4). Nessun grande comune ha raggiunto nel 2011 l’obiettivo del 60% di raccolta differenziata. Quote superiori al 40% si registrano a Verona (52,7%), Padova (44,8%), Torino (43,9%) e Firenze (40,2%). In coda

alla classifica i grandi centri della sicilia: Palermo, Catania e Messina, dove la raccolta differenziata risulta rispettivamente pari al 10,2%, all’8,4% e al 6,3%.

Più rifiuti nel Centro. I comuni capoluogo di provincia del Centro Italia sono quelli in cui si producono più rifiuti per abitante: 647 chilogrammi pro capite. Nei capoluoghi del Nord se ne raccolgono circa 71 chilogrammi pro capite in meno (576) e nel Mezzogiorno si scende a 557. Rispetto al 2010 si registrano diminuzioni del 3,6% e del 3,5% rispettivamente nel Centro e nel Nord e del 2,2% nei comuni capoluogo di provincia del Mezzogiorno.

Quantità di rifiuti urbani maggiori di 800 chilogrammi per abitante si registrano a Olbia (1.200,9), Forlì (836,8), Rimini (831,7), Pisa (825) e Massa (808,8). Tutti comuni nei quali c’è comunque una diminuzione rispetto all’anno precedente, che varia dal -8,7% di Massa al -1,4% di Pisa. Di contro, i comuni nei quali si raccolgono meno di 400 kg per abitante sono Lanusei (310,6), Villacidro (363,8) e Benevento (398,4).

Raccolta differenziata, bene il Nord. Il servizio è presente in tutti i comuni capoluogo di provincia, ma sono 96 quelli in cui, al 31 dicembre 2011, risulta servita l’intera popolazione. La percentuale di raccolta differenziata sul totale dei rifiuti risulta pari al 44,9% nei comuni capoluogo del Nord, il valore medio scende al 30,7% nei capoluoghi del Centro e al 19,5% in quelli del Mezzogiorno. Per tutte le ripartizioni, comunque, si registrano incrementi rispetto al 2010, più consistenti al Centro (+2,7%), rispetto alle variazioni del complesso dei comuni del Nord (+1,6%) e del Mezzogiorno (+1,2%).

Obiettivo 60%. Sono 16 i comuni capoluogo di provincia che hanno raggiunto l’obiettivo del 60% di raccolta differenziata imposto dalla normativa per la fine del 2011. A Pordenone, Novara, Verbania, Carbonia, Salerno, Belluno, Trento, Oristano, Asti, Rovigo, Tortolì e Nuoro, che avevano già perseguito il risultato negli anni antecedenti, si sono aggiunti nel 2011 Teramo, Benevento, Udine e Monza.

Salgono a 37 i capoluoghi nei quali più della metà dei rifiuti è raccolta secondo modalità differenziate (raggiungendo l’obiettivo del 50% fissato dalla normativa per il 2009).

Piccoli progressi in Campania. Anche se la quota è ancora contenuta (18,4%), la raccolta differenziata a Napoli cresce di 0,7 punti percentuali rispetto al 2010, mentre Salerno e Benevento hanno superato l’obiettivo fissato per il 2011.

Al Sud c’è chi resta sotto il 15%. Nel 2011, 19 comuni non raggiungono il 15% di differenziata. E tra questi ci sono otto dei nove capoluoghi siciliani (solo Ragusa raggiunge il 16,8%), con il minimo a Enna. Va aggiunto che in alcuni comuni di questo gruppo (Enna, Foggia, Catanzaro, Agrigento, Caltanissetta, Campobasso e Andria) la quota di raccolta differenziata è addirittura scesa rispetto al 2010.

Le migliori performance a Benevento, Perugia e La Spezia. L’analisi congiunta delle variazioni rispetto al 2010, della raccolta totale dei rifiuti urbani e della raccolta differenziata, mette in evidenza buone performance da parte di quei comuni che, a fronte di contrazioni superiori al 9% dei rifiuti urbani raccolti, fanno registrare incrementi della quota di differenziata. Benevento, che nell’ultimo anno ha diminuito del 17,3% la raccolta totale e aumentato di 29,8 punti percentuali la differenziata, grazie all’avvio della raccolta porta a porta alla fine del 2009; Perugia, con una diminuzione del 12,3% dei rifiuti urbani raccolti e un aumento di 9,2 punti percentuali della differenziata; La Spezia con valori pari rispettivamente a -10,1% e +6,1 punti percentuali e Teramo, dove la riduzione dei rifiuti urbani è del 9,8% mentre l’aumento della differenziata è pari a 11,4 punti percentuali.

Chieti e Brindisi, forte incremento della differenziata. A questi si aggiungono i comuni che, pur in presenza di una riduzione nella raccolta totale meno consistente del gruppo precedente, presentano un incremento significativo della quota della differenziata (maggiore di 10 punti percentuali rispetto all’anno precedente): Chieti (+26,9 punti percentuali la differenziata e - 5,4% il totale dei rifiuti urbani raccolti) e Brindisi (aumento di 17,9 punti della differenziata e diminuzione del 6,4% del totale raccolto). In tutti questi comuni è stata attivata negli ultimi anni la raccolta porta a porta.

Differenziata, soprattutto “verde” e carta. Nel 2011, il 34,4% della raccolta differenziata nei comuni capoluogo di provincia è costituito dai rifiuti verdi, organico e legno, il 32,5% dalla raccolta di carta e cartone, il 12,3% dal vetro, l’11,8 dalla voce altro (comprensiva di ingombranti avviati a recupero, rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, inerti, tessili, ecc.), il 6,4% dalle materie plastiche, il 2,4% dai metalli (compreso l’alluminio) e lo 0,2% dalla raccolta selettiva di pile esauste, accumulatori al piombo, rifiuti tossici infiammabili e farmaci.

Nel 2011 la raccolta dei rifiuti verdi, dell’organico e del legno, in continua crescita dal 2000, è stata pari a 67,9 chilogrammi per abitante (+5,6% rispetto al 2010). Si passa dai 91,4 chilogrammi per abitante raccolti nei comuni del Nord, ai 62,3 del Centro fino ai 39,8 del Mezzogiorno, dove però l’incremento rispetto al 2010 è pari al 14,7% (+9,6% al Centro e +1,4% nel Nord).

Raccolti in modo differenziato mediamente 64,1 kg per abitante di carta e cartone (-2% rispetto al 2010), 24,2 kg pro capite di vetro (il 3,3% in più rispetto al 2010), 12,5 kg di materie plastiche (+6,1% rispetto al 2010).

Nel 2011 diminuisce la quantità di metalli (compreso l’alluminio) raccolta in modo differenziato nei comuni (da 4,9 chilogrammi pro capite del 2010 a 4,7 del 2011), andamenti tuttavia differenziati a seconda della collocazione geografica dei comuni: crescenti al Centro, +11,9%, con indicatore in linea con il dato nazionale, in diminuzione sia nel Nord che nel Mezzogiorno (rispettivamente -7,1% e -19,4%).

Risulta stabile nel tempo la raccolta selettiva dei rifiuti pericolosi, pari a 0,4 kg per abitante, quantitativo pressoché invariato dal 2001.

Le altre tipologie di rifiuti raccolte in modo differenziato ammontano a 23,3 kg per abitante, con un incremento nell’ultimo anno del 4,1%.

Fonte: La Repubblica

Smog, città sempre più oltre i limiti

Monday, July 30th, 2012

 Nel 2011, nei cento capoluoghi in cui è monitorato il pm10, il numero medio di superamenti del valore limite per la protezione della salute umana si attesta a 54,4 giorni, in aumento rispetto agli ultimi anni, nel corso dei quali i valori erano diminuiti dai 68,9 giorni del 2007 ai 44,6 giorni del 2010. L’incremento è in parte dovuto all’andamento dei fattori meteo-climatici nell’Italia settentrionale, soprattutto nella pianura padana. ma anche la tendenza degli italiani a usare sempre più l’auto: nel 2011 scende leggermente rispetto all’anno precedente (-0,2%), la domanda di trasporto pubblico. Ogni mille abitanti, nel 2011 ci sono circa 614 autovetture. E torna a crescere anche il tasso di motorizzazione: +0,5% rispetto al 2010, dopo due anni di lievi diminuzioni.

Superati i limiti in tutti i grandi comuni. Nel 2011, i giorni di superamento dei limiti del pm10 sono aumentati in quasi tutti grandi comuni a eccezione di Venezia, Catania, Bari, Firenze e Napoli. In particolare a Verona, Milano, Trieste, Roma e Torino, dove si sono registrati incrementi tra i 27 e i 60 giorni in più di superamento dei limiti durante l’anno. Gli unici grandi comuni che rimangono al di sotto delle 35 giornate sono Genova, Catania e Bari.

Nord, da quattro anni mai così male
. Solo il 17,4% dei capoluoghi del Nord che hanno effettuato il monitoraggio per il pm10 non ha superato la soglia delle 35 giornate, oltre le quali sono obbligatorie per legge misure di contenimento e di prevenzione

delle emissioni di materiale particolato (quali la limitazione della circolazione). Nel 2010 la quota del Nord era pari al 31,1%, ma il quadro disegna una situazione negativa dei capoluoghi settentrionali che non si registrava da almeno 4 anni. Anche nei capoluoghi del Centro, sia pur contenuto, si rileva un peggioramento, mentre nel Mezzogiorno si conferma il trend di lento miglioramento in atto negli ultimi anni.

Siracusa nella top ten del pm10. I primi dieci comuni per numero di giorni di superamento del pm10 sono tutti del Nord, con Torino e Milano in prima e terza posizione. L’eccezione è Siracusa in seconda posizione. In queste città del Nord, escludendo la sola Alessandria, è stato anche registrato il superamento del margine di tolleranza del valore limite previsto dalla normativa per l’anno di riferimento per il pm2,5 (27,9 µg/m3).

Dalla mappa dei capoluoghi ricavata in base ai giorni di superamento del pm10, emerge una variazione decrescente partendo dal Nord e passando per il Centro-Sud. La mappa del limite di tolleranza per il pm2,5, produce una variazione decrescente tra pianura padana e resto d’Italia, ma bisogna considerare che nel mezzogiorno il pm2,5 viene monitorato in un numero molto ridotto di capoluoghi (12 su 47).

Motorizzazione. Come si diceva all’inizio, oltre ai fattori climatici è la motorizzazione a incidere sul livello di particolato nelle città. Dopo due anni di lievi diminuzioni, il tasso di motorizzazione (numero di autovetture per mille abitanti) dei comuni capoluogo di provincia è tornato ad aumentare (+0,5% rispetto all’anno precedente) ed è di circa 614 autovetture per mille abitanti.

Dal 2000, il valore più elevato si è registrato nel 2003 (639,3 autovetture per mille abitanti), il minimo nel 2000 (606,8). I capoluoghi di provincia che hanno fatto registrare più di 700 autovetture per mille abitanti sono 11 (9 nel 2010): Aosta (2.168,2 per mille abitanti), Viterbo (754,4), l’Aquila (745,1), Frosinone (728,2), Latina (727,8), Catania (721,7), Potenza (714,5), Vibo Valentia (710,6), Nuoro (705,5), Olbia (703,6) e Rieti (702,1).

Ma il tasso di motorizzazione risulta elevato quasi ovunque: sono, infatti, 74 i comuni capoluogo di provincia con più di 600 autovetture per mille abitanti. I valori meno elevati dell’indicatore, (meno di una autovettura ogni due abitanti) si riscontrano invece a La Spezia (498,3), Genova (465,1) e Venezia (412,2). Risulta ancora leggermente predominante la presenza di autovetture più inquinanti; il tasso di motorizzazione delle autovetture euro 0, euro i, euro ii e iii è pari a 325,8, mentre per le autovetture euro iv e v è pari a 287,9.

La densità veicolare, calcolata considerando i mezzi adibiti sia al trasporto di persone sia al trasporto di merci, è pari a 725,9 veicoli per km quadrato di superficie comunale (valore medio riferito al complesso dei comuni capoluogo di provincia), con un aumento dell’1,1% rispetto al 2010.

In 49 comuni si riscontra una densità veicolare superiore alla media, con il valore massimo a Napoli (6.323,2), seguita da Milano (5.313,5), Torino (5.248,0), Aosta3 (4.582,7), Palermo (3.488,0), Monza (3.090,6), Pescara (3.064,4) e Firenze (3.014,3). Bassi valori di densità veicolare (inferiore ai 100 mezzi per km quadrato) caratterizzano Enna (66,9) e molti capoluoghi della Sardegna: Iglesias (94,9), Lanusei (88,9), Sanluri (74,7), Villacidro (61,7) e Tempio Pausania (51,9).

Fonte: La Repubblica

Da milanese ringrazio quel proprietario di garage  che pur di diventare ricco ci fa morire tutti…

Olio di semi di soia per pneumatici Goodyear

Sunday, July 29th, 2012

L’utilizzo dell’olio di semi di soia nei pneumatici può estendere potenzialmente la durata del battistrada del 10% e ridurre l’uso degli oli derivati dal petrolio

 

Olio di semi di soia per pneumatici Goodyear

Come fare per ridurre la quantità di oli derivati dal petrolio usati nella produzione dei pneumatici e al contempo aumentare la durata del battistrada? La risposta sembra arrivare dai ricercatori che lavorano presso il Centro di Innovazione Goodyear, i quali hanno scoperto che l’utilizzo dell’olio di semi di soia nei pneumatici può estendere potenzialmente la durata del battistrada del 10% e ridurre l’uso degli oli derivati dal petrolio impiegati dai fabbricanti di pneumatici di oltre 26 milioni di litri l’anno.

L’Azienda ha scoperto che le mescole fabbricate con olio di semi di soia si uniscono più facilmente alla silice utilizzata per la costruzione dei pneumatici. Questo può migliorare l’efficienza dell’impianto e ridurre il consumo energetico e le emissioni di gas a effetto serra.

“Goodyear è attivamente impegnata nella protezione dell’ambiente e delle comunità, e l’uso dell’olio di semi di soia è un altro modo per realizzare quest’obiettivo”, spiega Luca Crepaccioli, Presidente e Amministratore Delegato di Goodyear Dunlop Tires Italia. “Gli automobilisti trarranno vantaggio dalla maggiore durata del battistrada, Goodyear ne beneficerà in termini di maggiore efficienza e risparmio energetico.”

I prototipi di pneumatici costruiti a Lawton saranno collaudati nei mesi prossimi sulla pista di prova di Goodyear a San Angelo, in Texas. Se gli indicatori rimarranno positivi, Goodyear prevede che gli automobilisti potranno acquistare i pneumatici prodotti con olio di semi

di soia già a partire dal 2015.

Lo United Soybean Board (USB) contribuisce a finanziare il progetto di Goodyear con una sovvenzione di  500.000 dollari in due anni. Goodyear presenterà un pneumatico prodotto con olio di semi di soia i prossimi 6 e 7 agosto presso il centro di ricerca Ford Motor Company a Dearborn, in Michigan, in occasione di un evento sponsorizzato dallo United Soybean Board.

L’uso dell’olio di semi di soia è solo una delle iniziative adottate da Goodyear per aumentare l’utilizzo delle materie prime rinnovabili. Goodyear e DuPont Industrial Biosciences continuano a lavorare insieme per sviluppare il BioIsoprene, un prodotto rivoluzionario, a base biologica e valida alternativa all’isoprene derivato dal petrolio.
Il BioIsoprene può essere utilizzato per la produzione di gomma sintetica - un’alternativa alla gomma naturale - e di altri elastomeri. Lo sviluppo del BioIsoprene contribuirà a ridurre ulteriormente la dipendenza dell’industria della gomma e del pneumatico dai prodotti derivati dal petrolio.

Fonte: La Repubblica

Frana in Valcamonica: riapre la statale 42

Saturday, July 28th, 2012
Il luogo della frana (Fotogramma/Bs)Il luogo della frana (Fotogramma/Bs)

Alta Valcamonica isolata per 24 ore a causa di una frana che venerdì sera ha travolto Rino di Sonico. Il torrente Rabbia, che scorre nell’omonima valle, è esondato per la pioggia abbondante, trascinando a valle oltre 250mila metri cubi di detriti che hanno travolto e spezzato il ponte della frazione di Rino e si sono spinti fino alla Statale 42, spaccandola in due. Frana a Sonico spezza la statale, Valcamonica isolata Frana a Sonico spezza la statale, Valcamonica isolata    Frana a Sonico spezza la statale, Valcamonica isolata    Frana a Sonico spezza la statale, Valcamonica isolata    Frana a Sonico spezza la statale, Valcamonica isolata    Frana a Sonico spezza la statale, Valcamonica isolata

 

QUINDICI SFOLLATI RIENTRANO A CASA -Nonostante l’imponente frana non si è registrato alcun ferito. Solo un uomo, già malato, ha accusato un lieve malessere, mentre un ragazzo che venerdì sera si trovava a bordo della sua Golf è riuscito a fuggire alla furia del fiume di fango. Rientrano nelle loro case anche i dieci sfollati di Sonico e i quattro di Malonno che erano stati evacuati in via precauzionale: venerdì notte sono rimasti ospiti di famigliari e alberghi (a spese dell’amministrazione comunale). Ripristinata l’erogazione di metano e acqua a Rino, grazie all’intervento del Soccorso Alpino. La piccola frazione resta però isolata: il ponte distrutto dalla furia della frana fungeva da unico collegamento con il resto della valle. Da lunedì sarà installato un ponte mobile sul torrente.

RIAPRE LA STATALE - Grazie al lavoro intenso di Protezione Civile e Vigili del Fuoco la Statale 42 invasa da detriti e fango è stata liberata in tempi record è ha riaperto su entrambi i sensi di marcia dalle 20,30 di sabato sera. Forti i disagi subiti tra venerdì e sabato per i vacanzieri che si trovavano nelle località turistiche dell’alta Val Camonica (Ponte di Legno e Tonale) con code di oltre 6 ore.

DISSESTO IDROGEOLOGICO - E non tarderà a riaprirsi la polemica sul rischio di dissesto idrogeologico, che vede la Valcamonica maglia nera nella classifica annuale di Legambiente: l’eccessiva cementificazione in aree di esondazione o a rischio frana ancora una volta si configura come causa principale di drammi annunciati. Il torrente Rabbia, nell’abitato di Rino, 20 anni fa era stato irregimentato in un modo troppo angusto. L’amministrazione comunale aveva già appaltato l’allargamento delle sponde. Ma la piena l’ha preceduta di qualche settimana.

Pietro Gorlani

Fonte: Corriere della Sera

L’Asinara, da carcere a paradiso terrestre

Saturday, July 28th, 2012

L’Asinara, da carcere a paradiso terrestre

L’Alcatraz italiana è oggi un parco naturalistico in cui gli animali girano liberi, soprattutto gli asini, simbolo dell’isola sarda

Ci ha pensato il Parco Nazionale dell’Asinara, istituito nel 1997, a trasformare un luogo di pena in un paradiso mediterraneo. E, mentre il carcere in cui furono rinchiusi Raffaele Cutolo e Totò Riina crolla giorno dopo giorno, la natura di questa meravigliosa isola, rimasta chiusa al pubblico per oltre un secolo, rinnova la sua meraviglia, fatta di coste frastagliate, di sabbie bianchissime, di acque turchesi e di una fauna che si moltiplica indisturbata dall’uomo. Uno scenario evocativo, che nel febbraio 2010 ha spinto un gruppo di lavoratori del petrolchimico di Porto Torres a occupare una delle strutture carcerarie dismesse, inscenando l’isola dei cassintegrati, con evidente intento parodico verso il più noto reality show isolano. E in effetti a quella dei famosi, quest’isola ha poco da invidiare.

L’ISOLA DEGLI ASINI - I romani la chiamavano l’«isola di Ercole», ma a prevalere è stato l’impoetico nome di Asinara, legato alla presenza dei pazienti quadrupedi, che ancora oggi si aggirano per questo angolo di Sardegna. Chi sbarchi al molo di Fornelli con i traghetti che partono da Stintino se li trova davanti, insolitamente bianchi, secondo il ceppo albino che qui prevale.

L’Asinara, paradiso di uccelli e animali L'Asinara, paradiso di uccelli e animali    L'Asinara, paradiso di uccelli e animali    L'Asinara, paradiso di uccelli e animali    L'Asinara, paradiso di uccelli e animali    L'Asinara, paradiso di uccelli e animali

ANDARE PER SENTIERI - L’isola si può visitare in fuoristrada, a piedi o in bicicletta (da qualche tempo anche con un trenino gommato), ricordando che è piuttosto grande: oltre 51 kmq di superficie e ben 110 km di sviluppo costiero. Una strada in cemento la percorre da sud a nord, collegando Fornelli, Cala Reale e Cala d’Oliva. Ma il fascino dell’Asinara si coglie inoltrandosi per le sterrate e i sentieri che si staccano dall’asse principale. Hanno nomi affascinanti: Sentiero del Granito, del Leccio, del Faro, della Memoria, dell’Asino Bianco e sono descritti da opuscoli che si possono ritirare arrivando a Fornelli. Per l’alloggio c’è solo un ostello, in verità non molto economico.

UN PARADISO DELLA FAUNA - Il comandante Venanzio Cadoni della Forestale, che ha il compito di sorvegliare sia il Parco, sia l’Area Marina Protetta istituita nel 2002, è uno dei massimi esperti dell’isola. «Dall’autunno alla primavera le zone umide accolgono una straordinaria quantità di uccelli: fenicotteri rosa, cavalieri d’Italia, ma ci sono anche specie stanziali come i gabbiani corsi, le pernici sarde, i falchi pellegrini. I cinghiali e i mufloni sono numerosissimi. È stata avviata la cattura delle specie introdotte dall’uomo, comprese i cinghiali, che sono degli ibridi a causa della presenza umana: con il loro pascolo eccessivo recavano gravi danni alla macchia mediterranea. Buona anche la situazione del mare, anche se avremmo bisogno di maggiori risorse per l’effettivo controllo».

L’ALCATRAZ ITALIANA - Il carcere dell’Asinara aveva distaccamenti in tutta l’isola. A Fornelli c’era quello di massima sicurezza, dove erano detenuti gli esponenti delle Brigate rosse e dell’Anonima sequestri, più tardi quelli della mafia. A Santa Maria i carcerati si dedicavano all’agricoltura e all’allevamento, mentre a Trabuccato si coltivava la vite. Tumbarinu, nel centro dell’isola, era riservato ai detenuti che si fossero macchiati di «reati contro la morale». Durante la prima guerra mondiale fu allestita una stazione sanitaria, da cui passarono 25 mila prigionieri austro-ungarici, seimila dei quali riposano oggi in un ossario. A metà degli anni Ottanta sull’isola soggiornarono per diversi mesi per motivi di sicurezza anche i giudici Falcone e Borsellino, che qui istruirono il maxi-processo alla mafia. Il carcere dell’Asinara è quello con il minor numero di evasioni: 2 in 112 anni contro i\ 29 di Alcatraz.

LA GUARDIA SCULTORE - Dopo avere fatto la guardia carceraria per molti anni, Enrico Mereu è tornato sull’isola e scolpisce i materiali offerti dalla natura: tronchi spiaggiati, ceppi, blocchi di granito e trachite. Le sue opere sono sparse nei villaggi dell’Asinara, il suo laboratorio si trova a Cala d’Oliva.

Franco Brevini

Fonte: Corriere.it

Italia, guida alle piste ciclabili

Friday, July 27th, 2012

Italia, guida alle piste ciclabili vincono Piacenza e Bolzano


Quanto sono ciclabili le città italiane? Dove ci si può muovere meglio con la bici? Come si può migliorare la ciclabilità dei centri urbani? Le risposte a queste domande sono contenute nell’ultimo dossier Ecosistema Urbano realizzato da Legambiente e Fiab (Federazione italiana amici della bicicletta) per fotografare la realtà italiana considerando diversi indicatori per monitorare gli spostamenti urbani facendo emergere le città più “pedalabili”. Con una sorpresa: l’estensione chilometrica delle piste ciclabili, di per sé, non rappresenta un parametro indicativo e può essere addirittura fuorviante. Parlare solo di lunghezza senza prendere in considerazione altre variabili, in molti casi, è riduttivo.

Strade sicure o recinti? Il dibattito intorno alle piste ciclabili è sempre all’ordine del giorno: c’è chi le considera infrastrutture importanti e sicure (perché separano le bici dal traffico pesante) e chi, invece, le considera recinti dove vengono relegati i ciclisti urbani penalizzando i loro spostamenti all’interno del tessuto cittadino. In molti casi, infatti, le piste, oltre a soffrire di scarsa manutenzione, non sono esclusivamente ciclabili ma “promiscue” (aperte, cioè, anche ai pedoni) e dunque poco adatte a garantire lunghe percorrenze in sella.

Verso le ciclocittà. In base ai dati raccolti, le città in cui si registrano i maggiori spostamenti in bicicletta - da un terzo a un quinto del totale - sono Piacenza (33%), Bolzano (29%), Pesaro (28%), Ferrara (27%), Prato (23%), Rimini (21%) e Mestre (20%). Percentuali rilevate prima del boom della bicicletta - avvenuto dall’inizio di quest’anno sulle strade italiane anche grazie alla campagna #salvaiciclisti - e dunque già cresciute e destinate a salire ancor di più nei prossimi mesi. Ma per avere città “a misura di bicicletta” bisogna puntare sull’intermodalità.

Modal Split ecologico. La suddivisione modale degli spostamenti (o Modal Split) promuove un mix tra le varie forme di mobilità sostenibile (bici, piedi, trasporto pubblico locale) e le separa nettamente da quelle inquinanti (auto e moto). Per migliorare la vivibilità e la circolazione di tutti, a un’alta percentuale di spostamenti in bici deve essere associata - secondo quanto riportato da Legambiente e Fiab - una percentuale altrettanto sostenuta di mobilità a piedi e con trasporto pubblico locale, cercando di contenere - laddove possibile - le forme di mobilità inquinanti sotto la soglia del 50%, come avviene a Bolzano, Genova e Mestre.

Obiettivo “meno auto”. Città con buone o discrete percentuali di spostamenti in bici - come Ferrara, Piacenza, Rimini, Prato, Parma e Reggio Emilia - sono deboli sul lato pedonalità e trasporto pubblico, mentre la mobilità “insostenibile” (auto + moto) rimane elevata, in una forbice compresa tra il 59 e il 65% del totale. In una città “a mobilità sostenibile”, invece, gli spostamenti brevi e a medio raggio avvengono a piedi o in bici e le amministrazioni locali promuovono le varie forme di mobilità sostenibile associando il trasporto pubblico alle bici, istituendo Zone 30 (con velocità massima di 30 km/h per tutti i veicoli, ndr) e diffondendo capillarmente il bike sharing sul territorio comunale.

“Comuni Bicicloni”. All’inizio dell’estate in Puglia è partita un’iniziativa di Regione, Anci e Legambiente per valorizzare le politiche a favore delle due ruote, trasformandole in marchio di qualità urbana. I 258 comuni pugliesi hanno ricevuto un cicloquestionario (da riconsegnare entro il 14 settembre) per sondare la loro vicinanza alla bicicletta in base a diversi parametri: la presenza di infrastrutture ad hoc; le politiche attive sulla mobilità sostenibile; la percentuale di cittadini che si spostano senza inquinare; infine, la presenza sul territorio di strutture cicloturistiche e di associazioni che promuovono l’uso della bicicletta. In base alle risposte fornite, Legambiente Puglia stilerà le classifiche e in autunno presenterà i risultati della sfida-a-pedali, premiando i “Comuni Bicicloni” con una targa e tante bici.
Fonte: La Repubblica

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