Archive for March 29th, 2012

Videocamere sui lampioni contro le discariche abusive

Thursday, March 29th, 2012
(da Umpi)(da Umpi)

MILANO - L’abbandono dell’immondizia fuori dai luoghi deputati allo scarico, o la creazione di vere e proprie discariche abusive, è uno dei comportamenti peggiori sia sotto il profilo dell’etica civica che di quello ambientale. Un comportamento che si traduce in costi elevati di pulizia da parte delle amministrazioni pubbliche che vogliono comunque mantenere un elevato standard di decoro urbano. Mettere cartelli a volte non basta, e nemmeno le ordinanze di multe salate se non si sa chi condannare. A meno di non mettere un vigile urbano in ogni strada, giorno e notte. Ma la tecnologia ora offre una soluzione, anche se qualcuno potrà sollevare qualche rilievo sul piano della privacy.

 

VIDEOSORVEGLIANZA - Umpi Elettronica (che ha vinto lo scorso anno il premio Sette Green Awards nella categoria Tecnologia green), ha oggi al suo attivo 500 mila «punti intelligenti» di illuminazione distribuiti nelle reti urbane, e propone alle pubbliche amministrazioni Waste Sentinel, una piattaforma elettrica contro l’abbandono dell’immondizia. «Il sistema funziona su rete elettrica», spiega Marco Ghetti, responsabile ricerca e sviluppo dell’azienda che ha sede a Cattolica. «Grazie alla possibilità di incrociare i dati sulla base di un algoritmo automatico, è in grado di inviare un alert in tempo reale all’amministrazione o alle forze dell’ordine se vengono abbandonati rifiuti dove non è consentito», prosegue. «Applicando videocamere ai lampioni già equipaggiati con il telecontrollo Minos System, si potranno ottenere informazioni su quando e quante persone abbandonano rifiuti al di fuori dei cassonetti, al di fuori delle zone deputate allo scarico rifiuti più o meno ingombranti, con possibilità di registrare e di inoltrare alle forze dell’ordine le immagini o fotogrammi, in accordo con le leggi sulla privacy. Si tratta di una verifica essenzialmente comportamentale».

IL DISPOSITIVO - In pratica sarebbero installati, in ogni lampione, scatolini grandi come pacchetti di sigarette: sono questi dispositivi a lanciare i segnali che consentono telegestione e telecontrollo della luce al quadro di comando, dov’è collocata la scatola di controllo. L’aggiunta delle videocamere permetterebbe di riprendere per esempio l’abbandono del frigorifero sul ciglio della strada. Ma non il lancio di un sacchetto di rifiuti dalla bicicletta. «Le amministrazioni dovrebbero individuare aree a rischio, luoghi dove vi sia l’abitudine a scaricare rifiuti. Il sistema servirebbe da deterrente e se, ripulita una zona, il problema si manifesta altrove», spiega ancora Ghetti, «il sistema di monitoraggio immondizia è flessibile, e si sposta rapidamente. Si possono equipaggiare zone a seconda delle necessità».

INTRUSIVA - Ma la videosorveglianza davanti al cassonetto, per “verificare il comportamento” non è intrusiva? «Siamo sempre videosorvegliati. E i Comuni che hanno installato videocamere, ormai quasi tutti, registrano in base alla legge sulla privacy: possono conservare le immagini per un numero di ore preciso. La legge stabilisce che gli interessati siano sempre informati quando stanno per accedere in una zona videosorvegliata».

SISTEMA - Il sistema Minos della Umpi oggi è applicato all’illuminazione stradale telecontrollata, consentendo diagnostica da remoto, accensione e riduzione del flusso luminoso dei singoli punti luce, monitoraggio delle polveri sottili e molto altro direttamente dai lampioni stradali. L’idea di base è la «gestione intelligente» dell’illuminazione, che permette di non sventrare il manto stradale, utilizzando la rete elettrica esistente grazie alle onde convogliate, con un risparmio energetico sino al 45% e della manutenzione pari al 35%.

Anna Tagliacarne

Fonte: Corriere della Sera

I delfini buoni e simpatici? «In realtà sono animali opportunisti e violenti»

Thursday, March 29th, 2012
(Reuters)(Reuters)

MILANO - Aggressivi e cattivi non per motivi di territorialità ma solo per il gusto di esserlo; opportunisti e calcolatori quando si tratta di mettere in atto le strategie di caccia e persino stupratori se qualche maschio osa mettere in dubbio la loro autorità. A dar retta agli scienziati dell’Università del Massachusetts – Dartmouth e allo studio pubblicato sulla rivista Proceedings of the Royal Society B, questo è l’identikit dei delfini. O meglio, del loro lato oscuro, che stride decisamente con l’immagine dolce e gentile che abbiamo da sempre di questi animali.

 

LEGAMI ESTENUANTI - Insomma, le favole alla Flipper sarebbero, appunto, solo tali, perché in realtà i delfini sono capaci di azioni da predatori veri, che non esitano a ricorrere alla violenza sessuale per imporsi sui maschi provenienti da altri gruppi. E se già nel 1999 un documentario del National Geographic presentava i delfini non già come pacifici mammiferi, bensì come killer e infanticidi, un successivo studio del giugno dello scorso anno, condotto da un’organizzazione no-profit californiana e pubblicato sul New Scientist, aveva evidenziato come questi animali uccidessero non per procurarsi il cibo, ma per sfogare la loro frustrazione sessuale o per crudeltà pura e semplice. Conclusioni che sembrano essere confermate anche dall’ultima ricerca internazionale, che ha passato sei anni a studiare il comportamento di 120 esemplari che vivono nella Shark Bay, Australia occidentale, scoprendo fra l’altro che il lato curioso dei delfini non è affatto quello di cui parla una nota pubblicità italiana. E’ emerso, infatti, che gli animali vivono in una “società aperta”, nella quale sperimentano periodi di omosessualità e di bisessualità e dove ci si accoppia e ci si lascia dopo un certo periodo di tempo e i legami sono così complicati «da risultare fisicamente e mentalmente estenuanti», secondo il giudizio espresso dal professor Richard Connor, che si è anche detto contento «di non essere un delfino».

DRAMMA CONTINUO - Quanto alle relazioni quotidiane, i maschi del gruppo ne instaurano di tre tipi (mentre le femmine esaminate hanno mostrato un solo caso di coalizione temporanea): c’è un’alleanza di base, nella quale due o tre maschi cooperano lo stretto necessario per accoppiarsi con una femmina, che può poi sfociare in un’alleanza di secondo grado, che comporta un accordo di più lunga durata, nel quale si compiono attacchi per tenere lontani i maschi di altri gruppi dalle proprie femmine, ma si cerca anche di conquistare le femmine degli avversari. A volte questo secondo livello, che scatena sanguinose battaglie che possono coinvolgere anche più di 20 delfini che si mordono e colpiscono l’un l’altro per il dominio su una femmina, si fa ancora più forte con un terzo ordine di rapporti, che prevede l’accordo con maschi di altri gruppi. E l’aspetto più singolare di questo gioco di alleanze è che non viene inscenato per difendere il territorio, come invece avviene in genere nel regno animale. «La vita sociale dei delfini maschi che ho studiato è davvero molto intensa – ha spiegato il professor Connor a Discovery News – e sembra un dramma continuo».

Simona Marchetti

Fonte: Corriere della Sera

Rinnovabili, si può risparmiare quanto una Finanziaria “pesante”

Thursday, March 29th, 2012

UN BENEFICIO economico netto pari a 76 miliardi di euro (più di una Finanziaria pesante). Un aumento dell’occupazione misurabile in 130 mila posti di lavoro (23 volte i dipendenti della Mirafiori). Una crescita della capacità di export di 3 miliardi di euro l’anno (un decimo di tutto l’export agroalimentare). Una diminuzione della dipendenza del Paese equivalente a 13 miliardi di metri cubi di gas l’anno (ben più degli 8 miliardi di metri cubi estratti attualmente in Italia).

Sono i benefici che si possono ottenere evitando di strangolare la crescita delle fonti rinnovabili in Italia. Li ha misurati una ricerca condotta dall’Osservatorio internazionale sull’industria e la finanza delle rinnovabili presieduto da Andrea Gilardoni, dell’università Bocconi, con il supporto di Anev, Aper ed Enel Green Power.

I dati sono stati calcolati mettendo a fuoco i benefici che sono stati effettivamente prodotti nel periodo 2008  -  2011 e proiettandoli al 2030. L’analisi parte dal riconoscimento di una serie di errori compiuti nel settore: peso eccessivo degli oneri autorizzativi, inefficace controllo sugli incentivi, normativa incostante. E da una serie di difficoltà oggettive: crisi economica, sovrapproduzione del sistema elettrico, difficoltà di adattamento della rete al nuovo assetto della generazione distribuita dell’energia (oggi non ci sono più solo poche grandi centrali ma oltre 400 mila punti di produzione elettrica pagati dalle famiglie, dagli artigiani e dalle piccole imprese).

Nonostante

queste difficoltà il settore è in grado di decollare. Lo studio analizza ad esempio il caso del fotovoltaico. Oggi per incentivare 13 gigawatt di capacità installata sono impegnati 5,6 miliardi di euro l’anno. Con altri 1,4 miliardi (più 25%) la capacità produttiva crescerà dell’80% al 2016 e raggiungerà poi, senza ulteriori incentivi, i 30 gigawatt nel 2020. E’ uno sviluppo in linea con le prospettive globali, caratterizzate da una rapida crescita del settore: nel 2011 gli investimenti globali per le rinnovabili hanno superato i 240 miliardi di euro. Un mercato in cui l’Italia ha cominciato a inserirsi con una certa efficacia negli ultimi 4  -  5  anni utilizzando capacità nel settore della meccatronica e della ricerca avanzata (ad esempio i brevetti di Rubbia e Angelantoni per il solare termodinamico).

“Congelare in modo brusco gli investimenti invece di pilotare una discesa morbida significherebbe uccidere un intero comparto produttivo e dare un colpo micidiale all’occupazione”, osserva Simone Togni, presidente di Anev. “Le scelte contraddittorie del passato governo e le incertezze di questa fase del governo Monti hanno già prodotto una netta frenata nel mercato dell’eolico. Se gli impegni presi continueranno a essere rimessi in discussione e le scadenze normative a non essere rispettate le industrie del settore saranno costrette a chiudere e al posto dei benefici ci saranno oneri aggiuntivi per i contribuenti perché la bolletta energetica salirà e l’occupazione scenderà”.

Fonte: La Repubblica

Energia sempre più piccola e verde ormai soddisfa un quarto dei bisogni

Thursday, March 29th, 2012

Energia sempre più piccola e verde  ormai soddisfa un quarto dei bisogni

La costruzione della centrale a biomasse di Varna (Bz), comune più rinnovabile d’Italia 

ROMA - L’Italia non è completamente coperta da pannelli solari e non siamo ancora stati sfrattati da casa, eppure nel 2011 il 26,6% dell’elettricità e il 14% dell’energia  che abbiamo consumato è stata comunque prodotta da fonti pulite. “Comuni rinnovabili”, l’annuale rapporto realizzato da Legambiente, ha tra i tanti meriti soprattutto quello di ricordarci come un lento e silenzioso cambiamento dal basso ha rivoluzionato negli ultimi anni il sistema energetico italiano, smentendo i catastrofici verdetti dei detrattori interessati. ”Se tutta l’Italia fosse ricoperta di pannelli solari e la popolazione venisse trasferita su navi avremmo comunque a disposizione un quarto dell’energia necessaria”, sentenziava nel 2010 l’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni.

Bene, l’ultimo dossier di Legambiente, realizzato in collaborazione con il Gse e Sorgenia, presentato questa mattina a Roma alla presenza del ministro dell’Ambiente Corrado Clini e del Presidente dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas Guido Bortoni, certifica invece che un obiettivo simile è stato centrato nel giro di appena due anni senza bisogno dei paventati devastanti effetti collaterali.

LEGGI IL RAPPORTO COMPLETO 1

Un nuovo modello. “Dal 2000 ad oggi 32 TWh da fonti rinnovabili si sono

aggiunti al contributo dei vecchi impianti idroelettrici e geotermici”, si legge nel rapporto. “E’ qualcosa di mai visto, che ribalta completamente il modello energetico costruito negli ultimi secoli intorno alle fonti fossili, ai grandi impianti, agli oligopoli”, spiega il curatore Edoardo Zanchini. “Decine di migliaia di impianti installati negli ultimi anni (piccoli, grandi, da fonti diverse) e i tanti progetti in corso di realizzazione - sottolinea - stanno dando forma a un nuovo modello di generazione distribuita, in uno scenario che cambia completamente rispetto al modo tradizionale di guardare all’energia e al rapporto con il territorio”.

Risultati esaltanti. “Comuni rinnovabili” snocciola quindi una lunga serie di numeri che descrivono la portata del fenomeno. Grazie a oltre 400 mila impianti distribuiti su tutto il Paese, la produzione da fonti rinnovabili “nel 2011 ha raggiunto il 26,6% dei consumi elettrici complessivi italiani (eravamo al 23% nel 2010), e il 14% dei consumi energetici finali (eravamo all’8% nel 2000)”. “In un anno - si legge ancora nel dossier - la produzione è passata da 76,9 TWh a 84,1, secondo i dati del GSE, e malgrado il contributo dell’idroelettrico sia sceso (da 51 TWh a 47), perché intanto sono cresciute tutte le altre fonti”. Nel trarre i bilanci non si può prescindere dal totale, ma la vera forza delle rinnovabili per come viene fotografata dal rapporto di Legambiente sta nella loro capillarità.

IL GRAFICO: RINNOVABILI E CONSUMI 2

Non solo fotovoltaico. Grazie a un mix di fonti pulite (grande idroelettrico escluso), ben 279 Comuni soddisfano una percentuale compresa tra il 50 e il 79% delle loro necessità, 1338 coprono tra il 20 e il 49%, mentre quelli autosufficienti per la sola elettricità sono oltre 2mila. E se siete preoccupati per gli impatti sul paesaggio p il caso di citare anche i 109 municipi dove questo obiettivo è centrato grazie esclusivamente al fotovoltaico installato sui tetti degli edifici. Il top è rappresentato infine dai 23 comuni energeticamente autosufficienti al 100%, quasi tutti concentrati nell’arco alpino. In testa alla classifica troviamo quest’anno una nuova entrata, Varna, in provincia di Bolzano, che copre i fabbisogni delle proprie famiglie attraverso 66 impianti fotovoltaici per complessivi 3,3 MW, un piccolissimo impianto mini idroelettrico da 70 kW e un impianto a biogas da 1.140 kW mentre l’energia termica viene prodotta attraverso un impianto a biomasse da 6.500 kW e distribuita attraverso una rete di teleriscaldamento. Altri riconoscimenti sono andati invece al comune toscano di Vicchio e alla provincia di Roma.

LA MAPPA DEI COMUNI RINNOVABILI 3

Ciò che ancora manca. Il rapporto fotografa insomma un caso italiano di successo, con punte di eccellenza a livello internazionale, ma secondo Legambiente non è tanto importante ricordare le valutazioni dei tanti “che avevano considerato questi risultati semplicemente impossibili da realizzare” quanto gettare le basi per consolidare e ampliare gli obiettivi raggiunti. La madre di tutte le ricette è la definizione di quel piano energetico nazionale che manca ormai da decenni e che ormai, vista l’emergenza ambientale, dovrebbe chiamarsi Piano per il clima. Al suo interno, spiega Zanchini, “è il momento di dare certezze a questa prospettiva, puntando su un modello sempre più efficiente, distribuito, rinnovabile: non sono consentiti ulteriori e incomprensibili ritardi da parte del governo nell’emanazione dei decreti di incentivo alle rinnovabili termiche ed elettriche, e serve anche più coraggio per spingere la riqualificazione energetica del patrimonio edilizio”.

Luoghi comuni da rivedere. Ma proprio come il successo delle rinnovabili ha smentito i luoghi comuni sulla loro inevitabile marginalità, allo stesso modo se si vuole davvero andare avanti occorre fare piazza pulita dal ritornello che ci vuole perennemente in credito di nuove centrali. “Secondo i dati di Terna - ricorda il dossier - il totale di centrali termoelettriche installate è pari a 78mila MW, a cui vanno aggiunti 41mila MW da fonti rinnovabili. Se consideriamo che il record assoluto di consumi di elettricità in Italia (avvenuto il 18 dicembre 2007) è di 56.822 MW richiesti complessivamente alla rete, si comprende come il tema della sicurezza, e quindi la necessità di realizzare nuove centrali, non esista”, a maggior ragione in virtù dei tanti “investimenti fatti in centrali che lavorano meno ore di quanto programmato. Con la conseguenza che le aziende hanno interesse a non far calare i prezzi per rientrare degli investimenti”.

La sponda del ministro Clini. In realtà le prime bozze che circolano in materia di incentivi alle rinnovabili (termiche ed extra fotovolotaico), insieme alle spinte per il varo di un quinto conto energia che dia un giro di vite troppo stretto al solare incutono grande preoccupazione per il futuro. Ma consolo se non altro che dopo tanto tempo a questa parte le analisi degli ambientalisti coincidano non solo con quelle di un crescente settore industriale, ma anche con quelle del ministero dell’Ambiente. E’ necessario “rafforzare la diffusione degli impianti di generazione distribuita incardinata sulle fonti rinnovabili di efficienza energetica”, ha avvisato oggi il ministro Clini. Bisogna, ha ricordato, “rivedere il Piano energetico nazionale, aggiornare il Piano d’azione sulle rinnovabili e mettere insieme queste due cose, tenendo presente la direttiva Ue, sull’efficienza energetica, ormai in fase di approvazione, e legando tutto questo alle smart cities e all’efficienza energetica”. Tutto ciò, ha considerato ancora Clini, “mette in discussione la situazione attuale, nella quale c’è poco spazio per altre grandi centrali termoelettriche e questo impatta sul monopolio energetico nazionale. Ma ormai - ha concluso - questo è lo schema sul quale stiamo lavorando”.

Fonte: La Repubblica
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Con i gas di scarico diesel più rischi

Thursday, March 29th, 2012

MILANO – I gas di scarico dei motori diesel, classificati già nel 1989 come possibili cancerogeni dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc), aumentano le probabilità di morire di tumore ai polmoni. A dare la conferma sui possibili e a lungo sospettati danni per la salute provenienti dall’inquinamento sono due studi iniziati negli anni Ottanta i cui esiti sono stati pubblicati nei giorni scorsi sul Journal of the National Cancer Institute. «Gli ultimi esiti delle ricerche americane – commenta Sergio Harari, direttore dell’Unità di pneumologia all’ospedale San Giuseppe di Milano - rafforzano i dati di altre analisi precedenti che documentavano come l’inquinamento atmosferico fosse causa oltre che di malattie respiratorie e cardiovascolari anche di tumori, e in particolare di tumori polmonari. Bisogna però ricordare che la prima causa di questo killer è di gran lunga il fumo di sigaretta, nel nostro Paese sempre più diffuso tra i giovani e fra le donne. E se si aggiunge che l’azione nociva del tabacco è potenziata dallo smog è chiaro che smettere di fumare è ancora più fondamentale per chi vive in città industriali».

 

LE CITTA’ INQUINATE UGUALI A MINIERE - I ricercatori statunitensi (nei due studi noti come Diesel Exhaust in Miners Study condotti da Michael D. Attfield e Debra T. Silvermanhanno analizzato i dati di oltre 12mila minatori che in otto miniere diverse utilizzavano macchinari con motori diesel, trovandosi a respirarne in varia misura i gas di scarico in livelli comunque generalmente più alti rispetto al resto della popolazione e ad altre categorie di lavoratori. Le loro conclusioni indicano che i minatori più esposti ai gas (quelli attivi a lungo sottoterra più di quelli addetti alle aree minerarie in superficie) hanno maggiori rischi sia di ammalarsi di tumore ai polmoni che di morirne. «I risultati delle nostre ricerche sono importanti non sono per chi lavora in miniera ma anche per l’1,4 milioni di americani e i tre milioni di europei che quotidianamente devono usare macchinari diesel. E per chi vive in città molto inquinate, dove l’esposizione ai gas di scarico diesel è simile» ha spiegato Debra Silverman, facendo riferimento ai centri urbani di Cina, Messico e Portogallo che nell’ultimo decennio hanno raggiunto livelli di smog simili a quelli registrati sottoterra in miniera.

L’ARIA INQUINATA SARA’ IL PRIMO BIG KILLER - Secondo l’ultimo rapporto dell’Ocse da qui al 2050 l’inquinamento dell’aria diventerà il «big killer» principale causa di 3,6 milioni di morti all’anno in tutto il mondo (attualmente è già il responsabile di oltre un milione di decessi). Oggi, sottolinea il documento, solo il due per cento della popolazione urbana mondiale vive con concentrazioni di pm10 accettabili, sotto i 20 microgrammi per metro cubo, mentre il 70 per cento ne deve subire più di 70, una cifra che è destinata a crescere nei prossimi anni. Un altro aspetto preoccupante è quello dell’ozono nelle città, che raddoppierà le proprie vittime dalle 385 mila l’anno a più di 800 mila. Secondo il rapporto, molte di queste morti saranno concentrate in Asia, ma anche i paesi occidentali saranno colpiti soprattutto a causa del fatto che gli anziani, sempre più numerosi, sono più sensibili a questo gas. Anche i livelli di ossidi di zolfo e azoto sono destinati, in assenza di interventi, ad aumentare rispettivamente del 90 e del 50 per cento e, nello stesso lasso di tempo, le emissioni di gas serra potrebbero aumentare del 50 per cento.

 

Fonte: Corriere della Sera

Bracconaggio, inquinamento e penuria d’acqua La lontra scompare dai fiumi italiani

Thursday, March 29th, 2012
Un esemplare di lontra, animale sempre meno presente nei corsi d'acqua italiani Un esemplare di lontra, animale sempre meno presente nei corsi d’acqua italiani

MILANO - La lontra rischia di scomparire dai nostri fiumi: l’animale, classificato come «in pericolo» nella Lista rossa nazionale delle specie minacciate di estinzione, conta meno di 250 individui sul territorio nazionale. I ceppi più compromessi sono quelli piccoli e isolati, come quelli molisano e calabrese. Motivo per cui il Corpo Forestale dello Stato – in occasione della “Giornata mondiale dell’acqua” – ha promosso un incontro sulla salvaguardia del mustelide.

 

La lontra a rischio scomparsa La lontra a rischio scomparsa    La lontra a rischio scomparsa    La lontra a rischio scomparsa    La lontra a rischio scomparsa    La lontra a rischio scomparsa

INQUINAMENTO E INCIDENTI - In Italia, i maggiori fattori di declino sono la distruzione dell’habitat, l’inquinamento e gli incidenti stradali: dalle segnalazioni raccolte sul sito «La lontra» dell’Università di Trieste gli esemplari morti o feriti sono 27 sul totale stimato in 220-260. Il controllo del territorio, perciò, risulta fondamentale: «Il trend positivo nella riproduzione – spiega Livia Mattei, primo dirigente del Corpo Forestale – va incoraggiato. Dall’Italia meridionale, le lontre stanno risalendo verso il centro, in Molise e Abruzzo. Dobbiamo preservarle dal pericolo di essere investite, perché così morirebbero una seconda volta». Altra causa di spopolamento è la scarsa disponibilità di risorse alimentari, dovuta all’instabilità del regime idrico, all’eccessivo sfruttamento dei bacini e alla cattiva gestione della pesca. «Siamo in allerta – conferma la Mattei – dato che i nostri fiumi sono molto degradati e discontinui, mentre il mustelide per diffondersi e colonizzare nuovi territori ha bisogno di muoversi per chilometri». Se i bacini fluviali sono in secca, l’animale riesce a sopravvivere solo in presenza di pozze d’acqua residue, laghi e invasi artificiali. L’insufficienza di acqua è più accentuata in Italia, dove il consumo medio pro capite è superiore alla media europea.

IL BRACCONAGGIO - La lontra è anche vittima del bracconaggio, per la sua naturale conflittualità con la pesca e l’itticoltura: tra il 1963 e il 1973 sono stati uccisi illegalmente circa 660 esemplari, mentre tra il 1999 e il 2008 in Puglia e Basilicata ne sono stati abbattuti 9 malgrado il divieto di caccia. Tra gli agenti inquinanti che incidono di più sulla scomparsa del mammifero si segnalano i pesticidi e i metalli pesanti, assorbiti per via diretta o tramite la catena alimentare. I danni maggiori si riscontrano nell’apparato riproduttivo. Le contromisure? «Il Piano d’azione nazionale per la conservazione della lontra – ricorda la Mattei – ha individuato una serie di interventi per incrementare la popolazione e migliorare l’ecosistema».

PREVENZIONE E RECUPERO - Non solo: il Corpo Forestale, oltre all’azione di monitoraggio e prevenzione dei reati ambientali, è impegnato nel Centro Visita di Caramanico Terme, nel Parco della Majella. Il centro svolge attività di ricerca su mustelidi in cattività, non idonei al ripopolamento. «Studiamo il comportamento del mammifero e raccogliamo informazioni», precisa la Mattei. L’attività divulgativa punta sul coinvolgimento emotivo del pubblico per stimolare maggiore consapevolezza: dall’allestimento museale per i più piccoli, che si immedesimano nei cuccioli di lontra, ai filmati sulla nascita e le cure parentali. La prossima sfida? «Riuscire a recuperare gli esemplari feriti e a reinserirli nel loro habitat», auspica la dirigente del Corpo Forestale. Già, perché se la lontra è in lento recupero, il processo va difeso e incentivato. Complici le “sentinelle” in divisa, pronte a intervenire nelle zone più colpite dall’urbanizzazione e dall’inquinamento.

Maria Egizia Fiaschetti

Fonte: Corriere della Sera

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