Fukushima un anno dopo

Nell’anniversario dello tsunami che devastò il nord-est Giappone investendo anche la centrale nucleare, un fisico italiano che collabora con l’istituto RIKEN cerca di fare chiarezza. “Resoconti spesso esagerati”. E la radioattività ci accompagna sempre, a partire dal fumo delle sigarette di ALESSIA MANFREDI

Un anno fa il terremoto che sconvolse il nord-est del Giappone 1 provocò uno tsunami che investì in pieno la centrale di Fukushima. Macerie, devastazione, panico. E l’incubo dell’incidente, che ha riaperto il dibattito sulla sicurezza del nucleare 2 in Italia e nel mondo.
 
Quale lezione si può trarre a distanza di 12 mesi? “Di sicuro l’emergenza è stata gestita male, con una sottostima del pericolo e una centrale costruita probabilmente in modo sbagliato. Con l’aggravante della reticenza e della scarsa informazione data alla popolazione, anche se è vero che è sempre facile ragionare col senno del poi”: a proporre una riflessione nell’anniversario della tragedia è Marco Casolino, fisico delle astro-particelle di alta energia, ricercatore dell’Istituto nazionale di fisica nucleare e collaboratore del dipartimento di Fisica dell’università di Tor Vergata e del RIKEN, centro di ricerca giapponese.
 
“Detto questo, è vero che c’è stata contaminazione e ci sono stati danni, ma il livello di radioattività che ha investito il paese è stato relativamente basso”, spiega.

Molte voci allarmate si erano levate a ridosso dell’incidente sui pericoli per la salute della popolazione, generando una psicosi collettiva. Ma a detta del fisico i resoconti delle vicissitudini di Fukushima sono stati spesso esagerati o riportati in maniera erronea. A cominciare dalla confusione sulle misure delle radiazioni rilasciate nell’ambiente dopo l’incidente e sulla loro effettiva pericolosità. “A Tokyo il livello di radioattività considerato normale è di 0,1 microSv all’ora. Cosa dovremmo dire di Roma dove a Tor Vergata ci sono muri di tufo che arrivano anche a 0.4microSv/ora?. Viaggiando in aereo, in quota si assorbono fino a 2 microSv/ora a causa dei raggi cosmici. Per non parlare degli astronauti, che nello spazio assorbono fino a 100 microSv/ora”.
 
Tutto relativo, quindi. Quello che è importante, anche oggi, anche in Italia, è fare chiarezza. “Se dai i numeri giusti e fai in modo che la gente sia in grado di capire esattamente quello che succede, ci si preoccupa di meno. E tra gli effetti più gravi di Fukushima sulla popolazione ci sono stati forse la paura e le malattie da stress collegate”.
 
L’incidente nella centrale giapponese ha riportato alla mente lo spettro di Chernobyl e riacceso il dibattito sulla sicurezza, referendum incluso 3. Ma a Fukushima non c’è stata esplosione nucleare e Fukushima non è come Chernobyl, né come Nagasaki o Hiroshima, assicura il fisico. “Quello del nucleare è un discorso molto complesso, perché riguarda scelte politiche ed energetiche del paese. Ma non è poi che liberandosi del nucleare ci si libera della radioattività”, ricorda.
 
Radiazioni che in diversa misura ci accompagnano quotidianamente, di cui il fisico parla nel dettaglio nel libro-vademecum Come sopravvivere alla radioattività, Cooper edizioni, nato proprio come instant book dopo Fukushima. Qualche esempio? “Prendiamo il fumo. Se si consumano due pacchetti al giorno di sigarette, per via del Polonio 210, in un anno si assumono 150 millisievert rispetto a 1 millisievert che si assorbe normalmente nello stesso periodo”. Fra le altre sorgenti che inquinano la nostra quotidianità ci sono già i raggi cosmici che vengono dallo spazio, che colpiscono soprattutto gli equipaggi degli aerei, sottoposti periodicamente a controlli. O il radon nelle scuole e nelle case, che si accumula soprattutto nelle cantine e nei seminterrati.
 
Senza contare, poi i più subdoli pericoli latenti: “l’Italia”, conclude - e qui non parliamo più di Giappone - “è piena di scorie radioattive, di sorgenti dannose nascoste ed eliminate in modo clandestino”.

Fonte: La Repubblica

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