Archive for March 29th, 2011

Parziale fusione del nucleo A Fukushima tracce di plutonio

Tuesday, March 29th, 2011

L’acqua radioattiva per la prima
volta fuori dalla centrale atomica

TOKYO
Dopo l’acqua con forti valori di radioattività sia nel seminterrato della turbina del reattore n.2 sia fuori dallo stesso edificio, nella centrale di Fukushima sono comparse anche tracce di plutonio, in cinque aree diverse.

In mattinata, sulla radioattività dell’acqua, il portavoce del governo, Yukio Edano, ha spiegato che il fenomeno è dovuto «al contatto con le barre di combustibile del nucleo che si è parzialmente fuso»: sposando le tesi dell’Agenzia per la sicurezza nucleare, Edano, che ha definito «inaccettatbile» gli errori della Tepco sulla radioattività, ha definito il fenomeno «temporaneo». In tarda serata, invece, la stessa utility ha annunciato di aver rilevato, in campioni di una settimana fa, il plutonio che sarebbe a livelli non dannosi per la salute, al punto che i lavori di messa in sicurezza di Fukushima «andranno avanti».

Secondo l’Agenzia per la sicurezza atomica, le tracce sarebbero legate ai danni alle barre di combustibile per effetto del sisma/tsunami dell’11 marzo, mentre, poichè «non è noto quale reattore lo abbia rilasciato», è necessaria una «vigilanza sull’impianto rafforzata». Il plutonio può provenire dal funzionamento di un reattore a uranio (un terzo dell’energia è generata dalla conversione di uranio in plutonio), ma le ultime notizie non sono affatto buone e danno corpo alle ipotesi dei giorni scorsi di danni al contenitore, alle condotte idriche del sistema o alle valvole di connessione del reattore n.3, il più pericoloso perchè alimentato a mox, combustibile di ossidi di uranio e plutonio, come isotopo radioattivo letale. «I campioni hanno mostrato la presenza di plutonio 238, 239 e 240 - hanno fatto sapere dalla Tepco - ma la concentrazione è bassa e non presenta pericoli». C’è una «forte probabilità che almeno due campioni abbiano un legame diretto con gli incidenti presso la centrale».

Il tasso di plutonio trovato, tuttavia, è equivalente ai valori segnati in Giappone dopo i test nucleari in Paesi vicini come la Corea del Nord. Lo scenario per la messa in sicurezza della centrale resta alquanto precario. La Tepco ha reso noto che la radioattività all’esterno del reattore n.2 di ha registrato alti livelli. In particolare, sono stati rilevati nell’acqua accumulatasi fuori dall’edificio della turbina, sollevando preoccupazioni sul fatto che le sostanze radioattive possano già essere finite nell’ ambiente circostante, incluso nel vicino mare. «Abbiamo trovato quest’acqua accumulata fuori dalle condutture della camera sottostante alla turbina, con un livello di radioattività oltre i 1.000 millisievert/ora», ha detto un portavoce della utility. Le condutture distano 60 metri dal Pacifico e il deflusso delle acque contaminate potrebbe essere già finito sulla riva. I lavori per rimuovere l’acqua altamente tossica sono andati avanti anche oggi, negli sforzi per consentire ai tecnici il ripristino delle funzioni di raffreddamento della centrale, mentre alte concentrazioni radioattive sono state nuovamente rilevate nel vicino mare.

Fonte: La Stampa

 

Petrolio sui pinguini di Nightingale Island

Tuesday, March 29th, 2011

Un cargo s’incaglia sulla costa di questa remota isola dell’Atlantico rovesciando tonnellate di carburante su una colonia di pinguini a rischio di estinzione

di Christine Dell’Amore

Petrolio sui pinguini  di Nightingale Island

Petrolio su Nightingale Island
Fotografia di Andrew Evans, National Geographic

Quest’immagine del 23 marzo mostra un pinguino ricoperto di chiazze di petrolio una settimana dopo il naufragio contro l’isola dell’Atlantico meridionale di un cargo che aveva a bordo circa 1.500 tonnellate di carburante: lo riporta l’organizzazione inglese Royal Society for the Protection of Birds.

L’isola, parte del territorio britannico di Tristan da Cunha, ospita circa 200.000 eudipti crestati della sottospecie moseleyi (che alcuni considerano invece una specie sé), quasi metà della popolazione mondiale. La International Union for Conservation of Nature considera questo pinguino a rischio di estinzione, a causa del rapido declino della specie negli ultimi 30 anni.

In mare si sono riversate anche 65.300 tonnellate di soia, ma l’impatto di questo vegetale sull’ambiente non è ancora quantificabile.

Le prime stime dicono che circa 20.000 pinguini sono rimasti contaminati dal carburante. “La scena a Nightingale era spaventosa”, dice Trevor Glass, responsabile dell’ambiente per il territorio.

Il disastro ambientale potrebbe coinvolgere anche le vicine isole Inaccessible e Gough, entrambi siti Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco.

Fonte:National Geographic

Le allergie aumentano per «colpa» del benessere

Tuesday, March 29th, 2011

 Non sono pochi quelli che temono la primavera come il peggiore degli incubi, perché sanno che si ritroveranno a starnutire in continuazione, con gli occhi che lacrimano e il naso che cola. C’è chi va al ristorante con la paura che una piccola quantità di cibo “proibito” possa scatenare uno shock anafilattico. C’è chi si ritrova con prurito e la pelle arrossata solo per aver toccato qualcosa che non tollera. Non è una vita facile quella degli allergici e siccome la fantasia del nostro sistema immunitario, che “decide” di rispondere in maniera anomala a sostanze di per sé innocue, non ha limite, di allergie ce n’è per tutti i gusti: ai pollini, agli alimenti, agli insetti, ai farmaci, a sostanze di ogni genere con cui si può venire in contatto. E l’esercito degli interessati è imponente: secondo i dati riferiti dal Libro Bianco della <CF8126>World Allergy Organization</CF>, appena presentato al congresso dell’American Academy of Allergy, Asthma and Immunology, nel mondo ci sono oltre 300 milioni di asmatici, 400 milioni di persone con rinite allergica, centinaia di milioni di allergici “vari” (gli intolleranti a qualche alimento sono stimati in mezzo miliardo).

Quello che più preoccupa gli esperti è il continuo incremento delle allergie non solo nel mondo occidentale, ma ora anche nei Paesi in via di sviluppo: soprattutto nei centri urbani negli ultimi 30 anni la frequenza di alcune forme di allergia, come l’eczema atopico, è raddoppiata o triplicata. «In Italia si prevede che entro il 2020 un bambino su due soffrirà di rinite allergica — spiega Giorgio Walter Canonica, unico italiano fra i quattro responsabili del Libro Bianco e direttore della Clinica di Malattie respiratorie e allergologia dell’Università di Genova —. Il perché di tutto questo è legato allo stile di vita. Il nostro modo di vivere è molto cambiato, tanto che le allergie vengono oggi considerate il prezzo per il miglioramento della qualità della vita degli ultimi decenni. Cinquant’anni fa i bambini giocavano all’aperto, mangiavano più “sporco” perché non c’erano tante delle norme di sicurezza che oggi impediscono il consumo di cibi non perfettamente conservati. Magari si pativa qualche gastroenterite in più, ma c’erano molte meno allergie. Oggi i ragazzi vivono una vita più “sterile”: passano la maggior parte del tempo al chiuso e la loro flora batterica intestinale è cambiata, per le modificazioni nella dieta. E il sistema immunitario “impazzisce” più facilmente». Il concetto è stato spiegato ben<CF8126>e in una ricerca apparsa da poco sul New England Journal of Medicine</CF>, che ha dimostrato come i bambini cresciuti in fattoria abbiano una probabilità di asma e allergie molto inferiore rispetto ai bimbi di città: il motivo è tutto nel contatto con un gran numero di bacilli durante l’infanzia. Perché il sistema immunitario, impegnato a combattere contro i germi dell’ambiente, non si “distrae” e non punta la sua risposta contro sostanze innocue, come invece accade nell’allergico. Se a tutto questo si aggiunge la qualità dell’aria che respiriamo, peggiorata per colpa dello smog e anche per il fumo di sigaretta, ecco spiegato il maggior pericolo di asma e allergie: un sistema immunitario già “indebolito”, esposto continuamente a polveri e gas con effetti pro-infiammatori, prima o poi deraglia.

«Nelle grandi città i bimbi che vivono al primo piano, più vicini alla strada, hanno un maggior rischio di asma e allergie rispetto a quelli che abitano gli ultimi piani — riprende Canonica —. I nostri ambienti domestici, inoltre, sono “sigillati” rispetto all’esterno e questo crea le condizioni ideali per il proliferare di acari e muffe. L’inquinamento poi sta contribuendo a cambiare i calendari pollinici: uno studio italiano, ad esempio, ha mostrato che negli ultimi 27 anni la stagione di pollinazione della parietaria si è allungata di 100 giorni». «La colpa è dell’effetto serra, cui contribuisce in larga parte l’anidride carbonica prodotta dalle attività umane— interviene Gennaro D’Amato, direttore dell’Unità di Malattie respiratorie e allergiche al Cardarelli di Napoli —. Il riscaldamento globale aumenta la liberazione dei pollini allergizzanti e allunga la stagione degli starnuti: negli ultimi anni basta il primo sole per veder pollinare la parietaria, a volte già all’inizio di marzo. È difficile dire come sarà la stagione pollinica che si sta avviando, il clima è stato molto variabile nei mesi scorsi. Ma nelle ultime settimane qualcuno può aver già avuto i primi fastidi: qualche polline si è “mosso” e sono ancora in giro i virus tipici dell’inverno, che destabilizzano le vie aeree facilitando la comparsa dei sintomi in chi è allergico».

Quali sono le allergie per cui c’è maggior “preoccupazione” fra gli esperti?«Visto il ruolo dell’inquinamento e degli stili di vita, le allergie in maggiore crescita sono quelle respiratorie, seguite a ruota dalle allergie ai cibi» risponde Canonica. In Italia i bambini intolleranti a latte, uova, nocciole e altri alimenti sono raddoppiati negli ultimi dieci anni, secondo i dati diffusi dall’European Academy of Allergy and Clinical Immunology. La prova definitiva che il nostro stile di vita e l’ambiente che ci circonda fanno male? Le allergie degli immigrati. «In molti Paesi d’origine dei migranti le allergie sono rare — osserva D’Amato —. Arrivati da noi gli immigrati incontrano nuovi allergeni, in più l’inquinamento e lo stile di vita occidentale facilitano la sensibilizzazione. Ed ecco che la frequenza delle allergie sale a dismisura, fino a superare quella della popolazione locale. Un esempio lampante? I bimbi migranti, che soffrono meno di asma rispetto ai piccoli italiani; all’aumentare del numero di anni trascorsi in Italia, però, la prevalenza della malattia cresce. Immancabilmente».

Elena Meli
Fonte: Corriere della Sera

uova in codice

Tuesday, March 29th, 2011

Abbiamo spesso parlato di uova in questo blog ma non ci siamo mai soffermati sulle varie tipologie presenti sul mercato. Al supermercato potete trovare uova le cui confezioni recitano le cose più disparate: “allevate a terra”, “biologiche”, “allevate all’aperto” o altro. Che significano?

E quel codice stampigliato su ogni uovo? Quei simboli sono una specie di carta di identità dell’uovo. Il primo numero identifica il metodo con cui sono state allevate le galline ovaiole:

  • Tipo 3: le galline sono allevate in gabbie con una superficie minima di 550 cm^2 per gallina (per confronto un foglio A4 ha una superficie di 624 cm^2). Dal 2012 queste gabbie verranno vietate e si dovranno usare gabbie denominate “arricchite”, di almeno 750 cm^2 e dotate di accessori interni come un nido e un bagno di sabbia. In pratica le galline non hanno spazio per muoversi. Hanno cibo e acqua a volontà. Questa uova rappresentano la grande maggioranza tra quelle in commercio.
  • Tipo 2:  Le galline non stanno in gabbia ma libere a terra. Sono allevate in capannoni chiusi senza accesso all’esterno. La densità massima di galline è di 12 per metro quadro (9 dal 2012). Sono denominate “allevate a terra”.
  • Tipo 1: Sono galline che giornalmente hanno accesso all’esterno per razzolare, con uno spazio di almeno 2,5 metri quadri per ovaiola e dotato di nidi, trespoli e lettiere. Quando sono all’interno la densità massima è di 12 per metro quadro (9 dal 2012). Sono le galline “allevate all’aperto” (o “free range” in inglese)
  • Tipo 0: Stanno all’esterno per almeno un terzo della loro vita. Quando sono all’esterno hanno a disposizione almeno 4 metri quadri per gallina ovaiola. Nel ricovero all’interno hanno una densità di 6 galline per metro quadro. Sono alimentate con mangime biologico.

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Dopo il codice della tipologia di allevamento troviamo il codice della nazione di produzione. Nel caso in fotografia l’uovo è stato prodotto in Italia. (IT). Il nostro paese produce tutte le uova di cui abbiamo bisogno e difficilmente troverete altri codici. Segue poi il codice ISTAT del comune di produzione. L’uovo lì sopra è stato prodotto nel comune di Giavera del Montello (comune 032 della sua provincia). Le due lettere seguenti indicano la provincia di produzione, Treviso (TV = 026, quindi il codice ISTAT completo del comune è 026032). Per finire un numero che identifica l’allevamento e che serve per la tracciabilità.

Il consumatore quindi si trova di fronte ad una gamma di prodotti a prezzi molto diversi ma senza nessuna informazione sulla qualità delle uova prodotte con i vari metodi di allevamento. Ci sono differenze apprezzabili dal consumatore tra uova di tipologia diversa? Alcuni articoli in letteratura affrontano la questione.

Differenze tra uova

Laura Rizzi e collaboratori in “Effect of organic farming on egg quality and welfare of laying hens” hanno indagato l’influenza dell’alimentazione (mangime biologico o convenzionale) e del tipo di allevamento (all’aperto o in gabbia) sulla qualità delle uova.

108 galline ovaiole sono state divise in quattro gruppi. Le galline di due gruppi sono state messe in gabbie da 50×50×50cm, tre galline per gabbia. Gli altri due gruppi di galline sono state messi in due zone all’aperto di 40 metri quadri dotate di pollai e nidi. Due gruppi di galline (uno in gabbia l’altro all’aperto) sono state nutriti con mangime biologico mentre le restanti con mangime convenzionale. Le galline sono state seguite per quattro mesi e periodicamente le uova prodotte sono state misurate e analizzate

ricercatori hanno trovato delle piccole differenze nelle caratteristiche fisiche delle uova confrontando le galline allevate all’aperto (indipendentemente dalla loro dieta) con quelle allevate in gabbia. Le uova prodotte da galline in gabbia avevano un po’ più di albume (64-66% del peso dell’uovo rispetto al 62-23%), un po’ meno tuorlo (24% contro 25%). Le galline all’aperto hanno prodotto uova con il guscio più spesso rispetto a quelle allevate in gabbia. Lo spessore del guscio è un parametro commerciale importante perché da quello dipendono le fratture del guscio durante le fasi di lavorazione e trasporto. Le uova da galline in gabbia avevano un albume con indice Haugh più elevato. Questo parametro è collegato alla consistenza dell’albume: più è alto e più l’albume è “bello compatto”, caratteristica apprezzata dai consumatori rispetto invece all’albume che si appiattisce e si diffonde perché “più liquido”. Le galline allevate all’aperto hanno prodotto uova con un tuorlo più intensamente colorato grazie alla possibilità di mangiare dell’erba. Studi precedenti avevano trovato risultati opposti per quel che riguardava il colore del tuorlo e lo spessore del guscio.

Tutti gli animali mostravano buone condizioni di salute. Le galline tenute in gabbia avevano un piumaggio in condizioni peggiori mentre le galline tenute all’aperto avevano la possibilità di esprimere un più alto numero di comportamenti naturali.

Veniamo ora alle caratteristiche chimiche e nutrizionali delle uova. L’analisi chimica del tuorlo e dell’albume dei quattro gruppi non ha mostrato differenze per quel che riguarda il contenuto d’acqua, di proteine, di grassi e di colesterolo. Pare quindi che questi parametri non vengano influenzati dal tipo di dieta o dal sistema di allevamento.

Come dicono i ricercatori “questo conferma l’osservazione frequente che è difficile influenzare le caratteristiche nutrizionali delle uova”

“possiamo concludere che i parametri collegati alla qualità delle uova non dipendono tanto dalla dieta –convenzionale vs biologica- quanto dal sistema di allevamento, dove un miglioramento generale può essere visto in alcuni parametri per le uova prodotte da galline allevate all’aperto, quali la percentuale e lo spessore del guscio, che sono importanti per ridurre le fratture durante la lavorazione e il trasporto, la percentuale di tuorlo, e il colore arancio del tuorlo. L’indice Haugh e il pH dell’albume erano più bassi nel gruppo allevato all’aperto, ma erano comunque valori compatibili per uova di qualità eccellente.”

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Differenze al supermercato

Gli studi controllati come quello descritto servono per stabilire, con più rigore possibile, delle correlazioni e, se possibile, delle relazioni di causa ed effetto. Non sono però sempre necessariamente rappresentativi della situazione che il consumatore trova quando deve acquistare dei prodotti perché le variabili in gioco nella produzione sono moltissime. Ecco quindi che un gruppo di ricerca dell’Università di Milano ha effettuato uno studio direttamente su delle uova acquistate al supermercato. Uno studio diretto sulle delle uova acquistate è importante per il consumatore perché la qualità delle uova in vendita non è influenzata solamente dal metodo di produzione ma anche da una serie di fattori, ad esempio il trasporto e le scelte commerciali dei punti vendita con il turnover che può essere molto diverso per uova di tipo diverso I ricercatori hanno acquistato 28 campioni di uova tipo A di marche diverse prodotte secondo i quattro metodi classificati dalla legge (10 tipo 0, 6 tipo 1, 6 tipo 2 e 6 tipo 3) in alcuni supermercati dell’Italia del Nord. Ogni campione consisteva di circa 40 uova dello stesso lotto. In Italia il grosso delle uova in commercio è di tipo 3. L’articolo riporta che nel 2008 le uova prodotte con metodi alternativi alle gabbie (0+1+2) rappresentavano il 4% del totale (12% in Europa).

Le uova sono state sottoposte ad una serie minuziosa di analisi per valutare variazioni nella composizione chimica, rotture nel guscio, freschezza e così via. Come forse saprete un parametro collegato alla freschezza di un uovo è la dimensione della sacca contenente aria presente all’interno dell’uovo. Con il tempo la sacca aumenta ed è questo fenomeno alla base del vecchio modo per riconoscere uova fresche mediante immersione in acqua.

Le uova biologiche (tipo 0) hanno mostrato una grandezza media della sacca d’aria simile a quella delle uova da galline allevate all’aperto (tipo 1) ma più grande di quella delle uova di tipo 2 o 3. La minor freschezza delle uova di tipo 0 o 1 potrebbe essere dovuta, suggeriscono i ricercatori, ad un sistema inefficiente di raccolta delle uova, in ritardo rispetto alla deposizione. Il fenomeno della minor freschezza delle uova biologiche era stato riscontrato anche in una ricerca americana, ed era stata messa in relazione al basso turnover delle uova di questo tipo, più costose, in un supermercato.

Esattamente come nello studio descritto in precedenza, la qualità dell’albume è risultata inferiore per le uova biologiche rispetto alle uova di galline in gabbia. Ancora una volta dal punto di vista nutrizionale non sono state riscontrate differenze significative tra le uova di diversa tipologia e anche la minore consistenza dell’albume delle uova bio (la cui origine è ancora da spiegare) è comunque nel range di uova di buona qualità.

Una buona notizia invece per chi le deve montare: le uova biologiche hanno mostrato una quantità superiore di schiuma e una consistenza più elevata.

La percentuale di tuorlo rispetto al totale è risultata la stessa nelle varie tipologie mentre le uova di tipo 3 hanno mostrato una percentuale superiore (14%) di gusci con fratture (incluse microfratture non visibili ad occhio nudo) mentre le uova biologiche la percentuale più bassa (5%).

Le conclusioni dei ricercatori:

“dal punto di vista del consumatore, a parte le motivazioni psicologiche ed etiche, gli elementi caratterizzanti la qualità delle uova prodotte nei vari modi non giustifica il prezzo più alto per le uova da produzioni alternative: il prezzo medio in euro (2008) delle uova usate in questo studio è stato:

Tipo 3: 0.17 +/- 0.06 Euro/uovo               (allevamento in gabbia)

Tipo 2: 0.22 +/- 0.03 Euro/uovo  + 39%  (allevamento a terra)

Tipo 1: 0.27 +/- 0.03 Euro/uovo  + 59%  (allevamento all’aperto)

Tipo 0: 0.33 +/- 0.03 Euro/uovo  + 95%  (allevamento biologico)

Basta il benessere delle galline?

gabbia-gallineInsomma, perché un consumatore dovrebbe consumare uova “alternative” visto che non danno vantaggi dal punto di vista nutrizionale? Il sapore? Io sinceramente in media non trovo differenze (e no, non ho mai assaggiato le uova di Paolo Parisi, quelle che costano un euro l’una e sono prodotte da galline che si nutrono anche di latte di capra munto appositamente per loro. Qui trovate qualcuno che le ha assaggiate). E quindi? Beh, uno potrebbe considerare l’idea di spendere qualche centesimo in più per uova prodotte con metodi che garantiscono un migliore trattamento degli animali. Il benessere delle galline può essere influenzato dal metodo di allevamento. In particolare galline allevate con la possibilità di stare all’aperto in spazi adeguati mostrano una maggiore varietà di comportamenti naturali per la specie, come il razzolare, impossibili da compiere negli allevamenti in gabbia. Il rovescio della medaglia degli allevamenti “alternativi” però sono la mortalità più elevata, un tasso maggiore di cannibalismo, una maggiore incidenza di parassiti e la mancanza di un ordine sociale ben definito che può portare a comportamenti aggressivi e a stress. Vivere all’aperto può anche comportare che le uova contengano sostanze che non dovrebbero esserci, come le diossine: ad esempio in Belgio, Olanda e altri paesi europei hanno trovato nelle uova biologiche e in quelle allevate all’aperto una concentrazione di diossine oltre i limiti legali ammessi e superiore alle uova da allevamento in gabbia. Questo è dovuto al fatto che le galline, stando all’aperto, possono mangiare insetti, erba ed ingerire sassolini che possono essere contaminati. Nelle uova provenienti non da allevamenti professionali ma da “hobbisti” (le classiche “uova del contadino”), sempre in Belgio, la concentrazione di diossina era più del triplo del limite legale. D’altra parte lo scandalo recente dei mangimi alla diossina non ci pone al riparo da questi rischi neanche per le galline allevate al chiuso.

Insomma, la questione non è semplice e vi confesso che ogni volta che devo comprare delle uova ci rimugino sopra. Il mio “algoritmo” di spesa solitamente cerca di comprare uova di tipo 1 (allevate all’aperto), tuttavia non sempre perché non disdegno l’acquisto di altre tipologie se c’è molta differenza nella data di deposizione. In altre parole cerco se possibile di comprare l’uovo deposto dal minor numero di giorni.

Uno studio spagnolo sul comportamento dei consumatori rispetto all’acquisto delle varie tipologie di uova ha trovato, senza grande sorpresa, che la caratteristica che più guida l’acquisto dei consumatori spagnoli è il prezzo, seguito dal tipo di ricovero che hanno le galline e poi dal tipo di dieta (convenzionale o biologica)

Voi come vi regolate?

Alla prossima

Dario Bressanini

Fonte: L’Espresso

Giappone, dentro Fukushima

Tuesday, March 29th, 2011

Le prime foto dall’interno della centrale nucleare giapponese gravemente danneggiata dallo tsunami. Il lavoro delle squadre di 50 tecnici che cercano di limitare i danni.
Vedi anche Le Scienze blog: Il muro della vergogna

di Marianne Lavelle

 

Giappone, dentro Fukushima

A caccia di risposte
Fotografia Agenzia giapponese per la sicurezza industriale e nucleare via AP

I volti coperti dalle maschere per respirare, i lavoratori analizzano i dati raccolti nella sala di controllo dei reattori 1 e 2 della centrale nucleare di Fukushima Daiichi.

Benché nell’impianto sia stata parzialmente ripristinata la corrente elettrica, gli operai - ribattezzati i 50 di Fukushima perché lavorano a turni di 50 per evitare un’eccessiva esposizione alle radiazioni - devono affrontare l’arduo compito di rimettere in funzione il sistema di raffreddamento del reattore e del combustibile esausto custodito nella centrale.

Le immagini rilasciate dall’Agenzia giapponese per la sicurezza industriale e nucleare consentono per la prima volta di vedere l’interno della centrale dal disastro che ha colpito il Giappone l’11 marzo scorso, danneggiando gravemente l’impianto.

(Vedi: Cinque domande sulla catastrofe in Giappone)

Fonte: National Geographic

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