Archive for March 27th, 2011

Difesa dell’acqua pubblica e no al nucleare

Sunday, March 27th, 2011

Politici, sindaci e migliaia di cittadini in piazza nella Capitale per sostenere i tre quesiti in votazione il 12 e 13 giugno. Al centro della manifestazione anche lo stop ai bombardamenti in Libia

ROMA - Dopo la manifestazione per la dignità delle donne e quella in difesa della Costituzione e della scuola pubblica, anche il corteo contro il nucleare e la privatizzazione dell’acqua si è trasformato in uno straordinario successo di mobilitazione popolare organizzato al di fuori dei partiti. Trecentomila partecipanti - hanno detto gli organizzatori. Ma al di là delle cifre il corteo imponente che ha sfilato oggi per il centro di Roma è l’ennesimo messaggio tanto al governo quanto ai partiti di opposizione, a cominciare dal Pd, diviso al suo interno anche su questi temi. L’obiettivo era quello di ottenere finalmente attenzione per i referendum fissati maliziosamente dal ministro dell’Interno Roberto Maroni per il 12 e 13 giugno, a un mese di distanza dalla consultazione per le amministrative.

In tutto quattro quesiti 1: due per abrogare i piani di privatizzazione (tanto del governo Berlusconi quanto di quello Prodi) degli acquedotti; uno per bloccare le ambizioni di revival nucleare dell’attuale esecutivo; e un quarto, infine, per abrogare il legittimo impedimento, per quanto ridimensionato nella sua efficacia dalla Consulta. Malgrado l’allarme destato dalla catastrofe di Fukishima, raggiungere il quorum sarà un’impresa tutta in salita, ma l’entusiasmo mostrato oggi dai manifestanti sembra non voler fare troppi calcoli. “Questo movimento di persone è nato sei anni fa: per la prima volta
si è creato un soggetto politico partendo dal basso, non un partito. Questa è una speranza per il futuro”, commenta uno degli animatori dell’iniziativa, il missionario comboniano padre Alex Zanotelli.

La varietà di sigle e persone sfilate oggi da piazza Esedra a San Giovanni è stata in effetti ancora una volta impressionante. Insieme ai comitati promotori dei referendum, in piazza c’erano infatti oltre a sigle ambientaliste e sindacali, esponenti del Pd, dell’Idv e della sinistra rimasta fuori dal Parlamento, anche numerosi amministratori locali e i rappresentanti delle imprese e dei lavoratori delle rinnovabili, ormai un importante settore produttivo messo a rischio dalla precedenza data dal governo per il ritorno all’energia nucleare.

Coloratissimo, ironico, creativo, come accade ormai sempre in queste occasioni, il corteo, disseminato di cappelli a forma di rubinetto e manifestanti in tuta antiradiazioni, era aperto dallo striscione “Due sì per l’acqua bene comune”. Tra gli altri cartelli letti lungo la sfilata “Capannori vuole bere l’acqua del sindaco”, “L’acqua è sorella delle creature, non dei mercanti”, “No alla guerra per l’acqua, per il petrolio e per l’uranio”. I temi del nucleare e della privatizzazione dell’acqua si sono intrecciati infatti con la mobilitazione contro l’intervento armato in Libia. A dare un tocco di folclore a quest’ultimo aspetto, un gruppo di ragazze, le ‘Gheddafine’, assoldate lo scorso anno per partecipare a una serata organizzata in onore del leader libico Gheddafi. Anche loro sono scese in piazza per dire “stop alle bombe in Libia”, “we love Libya” e ancora “no alle bombe ‘umanitarie’, apriamo un canale diplomatico”.
Fonte: La Repubblica

Wwf, la tua azione per il pianeta: il rap della scuola media

Sunday, March 27th, 2011

Il video girato dalla scuola media ‘Marconi’ di Terni per l’iniziativa del Wwf in occasione dell’Ora della Terra: una canzone rap dal titolo ‘Take Aim at Climate Change’ (’Prendiamo di mira il cambiamento climatico’)

Fonte: la Repubblica

Campania col veleno in corpo

Sunday, March 27th, 2011

Diossina nelle vene, Arsenico nell’acqua. E poi cadmio, mercurio, piombo. Con i picchi nei comuni più vicini alle discariche e agli inceneritori. Un rapporto segreto analizza gli effetti dell’emergenza rifiuti

(24 marzo 2011)

Il termovalorizzatore di Acerra Il termovalorizzatore di AcerraC’è una rapporto nascosto da mesi nei cassetti della Regione Campania. Si chiama Sebiorec, ed è uno dei più imponenti studi epidemiologici con biomarcatori mai fatti in Italia. Dice che c’è diossina cancerogena nel sangue di napoletani e casertani, c’è troppo arsenico nell’acqua e non mancano, in alcuni comuni, i velenosi Pcb. Ma niente panico, il rapporto si cautela:”i livelli di esposizione non sono tali da giustificare uno stato d’allarme sanitario”. I valori, in genere, sono nella norma. E sembra una buona notizia, soprattutto per i campani che da tempo sospettano di vivere in una delle zone più inquinate e pericolose d’Italia. Perché allora finora nessuno ha reso pubblici i risultati? Forse perché, spulciando il rapporto e i suoi faldoni nelle pieghe (in tutto migliaia di pagine di analisi e test) non tutti i dati sono così tranquillizzanti come sembra. E di sicuro gli addetti ai lavori sono preoccupati.

Anche perché il rapporto parla espressamente di presenza di quella diossina chiamata “tipo Seveso”, la più pericolosa tra le diossine, e la associa al consumo di mozzarella e verdure. Aggiungendo che nel quartiere di Pianura c’è più diossina che nel resto della regione. Come si può restare sereni?
“L’Espresso” ha letto le conclusioni definitive del rapporto, commissionato nel lontano 2007 dagli uomini di Antonio Bassolino e costato in tutto 250 mila euro. Il lavoro è pronto dallo scorso dicembre, frutto di mesi di studio (e bracci di ferro) di 115 tra scienziati e medici che hanno partecipato alla sua stesura. Sono ricercatori dell’Istituto superiore di sanità (Iss), del Cnr, del Registro tumori e delle Asl locali che hanno prima analizzato 900 campioni di sangue e 60 di latte materno per capire la quantità di sostanze tossiche presente negli abitanti di 16 città a rischio ambientale del napoletano e del casertano. E che poi hanno interpretato i dati e messo nero su bianco le loro valutazioni sul livello di contaminazione e di esposizione agli inquinanti. Se i livelli “medi” di diossine e metalli pesanti riscontrati sono simili a quelle di altre realtà nazionali ed europee, ci sono molte differenze tra zone e comuni. Ma la somiglianza col resto del territorio nazionale è anche conseguenza dalla metodologia con cui è stata fatta l’indagine, visto che i 900 campioni di sangue sono stati divisi in pool da dieci campioni ciascuno. Una scelta dettata da fattori economici (ogni analisi è molto costosa) e scientifici (lavorare su grandi quantità di sangue permette maggiore precisione statistica). Di certo, però, in questo modo i picchi di esposizione ai veleni dei singoli donatori non sono stati registrati, e si è persa anche la variabilità tra soggetti  Nonostante tutto, che alcune zone siano più contaminate di altre è un fatto che balza subito agli occhi. In un paragrafo intitolato “Possibili esposizioni anomale” si indicano sei comuni con fattori di criticità alti o medi. Luoghi dove gli scienziati hanno trovato concentrazione di inquinanti maggiori che altrove. E dove, si legge nel rapporto, in un futuro prossimo venturo si potrebbe (dovrebbe?) intervenire. Per bonificare le sorgenti inquinanti. La priorità è “alta” per la presenza di arsenico a Villaricca e Qualiano, e “media” a Caivano e Brusciano (sempre per l’arsenico), a Giugliano (dove gli scienziati segnalano un primato per il mercurio) e a Napoli, zona Pianura, per la diossina tipo 2,3,7,8-Tcdd, quella più pericolosa. Nelle zone citate vivono, dati Istat alla mano, oltre 320 mila persone. Il rapporto dice che le sostanze sono “indesiderate”, e poi aggiunge che i valori non sono tanto alti. Ma a molti osservatori questa sembra un’incongruenza. Di fatto, certo è che bisognerebbe studiare la sorgente dei veleni, capire quale parte della catena alimentare è stata contagiata, quanto pesano i fumi tossici sprigionati dall’immondizia bruciata.

Nel sangue degli abitanti di Pianura sono state trovate quantità di diossina tipo “Seveso” tre volte superiori a quelle di Villa Literno (tra i paesi è quello meno contaminato dalla sostanza), quasi doppia razione di cadmio e di diossine-benzofurani rispetto a Casapesenna. Nel pool che analizza la presenza di diossina cancerogena nei ragazzi maschi e nelle donne anziane di Pianura, per esempio, troviamo valori superiori a 2 picogrammi per grammo. Per essere davvero tranquilli, dicono gli scienziati più preoccupati, dovrebbero essere intorno a 1. Perché a Napoli non ci dovrebbero essere valori simili a quelli registrati vicino a poli industriali come a Mantova o a Taranto.
Continuando la mappatura, lo studio evidenzia che a Nola si trovano i valori più alti per i Pcb (sono diossina-simili), a Qualiano le quantità maggiori di mercurio, mentre Caivano primeggia per la speciale classifica del piombo. Per quanto riguarda il latte (nelle primipare gli scienziati hanno cercato eventuali tracce di Pbde, sostanze chimiche utilizzate in genere come ritardanti di fiamma e altamente nocive). Nel rapporto si legge: “� stato osservato come i tre pool più contaminati mostrino una presenza rilevante di congeneri con elevato grado di bromurazione presenti negli altri pool”. Traducendo, in alcune zone dell’Asl Napoli 3 e Napoli 4 (come Acerra dove esiste l’inceneritore più grande d’Italia) e dell’Asl Caserta 1 potrebbero esistere sorgenti di veleno. “Tali sorgenti”, dice ancora il rapporto Sebiorec, “potrebbero essere individuate nei luoghi con presenza di rifiuti, ma anche in possibili fattori indoor”.

Se i risultati generali non destano particolari allarmi sanitari, una parte dei ricercatori che ha lavorato al progetto sostiene che bisognerebbe indagare più a fondo sull’origine della contaminazione. Soprattutto quando i dati scientifici s’intrecciano con i questionari sulle abitudini e gli stili di vita compilate dai donatori di sangue. Alcune valutazioni sono comunque scioccanti. Nei campioni in cui è stata trovata traccia di diossina 2,3,7,8-Tcdd, per esempio, “l’analisi evidenzia” si legge “una relazione con la percentuale media di consumo di mozzarella, che assume valori più elevati a Napoli (località Pianura) e Nola”. Sempre a Pianura si scoprono, poi, correlazioni tra la presenza dei cancerogeni e quella delle discariche, fenomeno riscontrato anche a Qualiano e Villaricca. Non solo. La presenza nel sangue dei Pcb è collegabile “alla percentuale di consumo di verdure”. E questo accade in molti paesi e città noti alle cronache per casi di inquinamento da rifiuti tossici Castel Volturno, Villa Literno, Mugnano.

Se alcuni valori della diossina preoccupano i medici più sensibili, la presenza di un cancerogeno come l’arsenico è decisamente eccessiva. La contaminazione è collegata all’acqua dell’acquedotto e utilizzata “sia a scopo alimentare”, scrivono gli scienziati dell’Iss e del Cnr, “sia a scopo di cucina, e sia per lavare”. Gli scienziati propongono a scopo cautelativo verifiche frequenti sulle condutture, e studi approfonditi sull’impatto dei rifiuti “sui prodotti alimentari locali, in particolare laddove i rifiuti siano o siano stati soggetti a combustioni incontrollate”. Il rapporto non lo specifica, ma il territorio più colpito dai fuochi è quello di Giuliano, dove le pratiche illegali di smaltimento di rifiuti nocivi sono all’ordine del giorno. La diossina e altri inquinanti possono dunque finire nel sangue non solo attraverso gli alimenti: “Non può escludersi, in linea teorica, che vie di esposizione diverse da quella alimentare forniscano contributi non trascurabili al carico inquinante corporeo”.
Nel rapporto, oltre ai risultati delle analisi e le relative interpretazioni epidemiologiche, ci sono anche parti dedicate alla percezione dei rischi da parte dei cittadini. Tutti i donatori hanno compilato un questionario, in cui spiegano le loro abitudini e le loro preoccupazioni. Ebbene, l’87 per cento delle persone intervistate ha dichiarato di essere certa o quasi sicura che prima o poi si ammalerà di una forma di cancro, vivendo vicino ad un’area inquinata. La preoccupazione - giusta o sbagliata che sia - è alta per tutte le patologie indicate dagli scienziati: allergie, malattie respiratorie, danni agli organi. Quello che li spaventa maggiormente è l’aria, ma il timore è che l’intera catena alimentare sia compromessa.
Resta, però, il dubbio: anche senza fare allarmismi, non sarebbe importante discutere dei risultati di Sebiorec? Nessuno, però, finora ne ha parlato: con i soldi pubblici è stato realizzato anche un sito Internet che conteneva dati e commenti sullo studio, ma non è mai entrato in funzione.
Fonte: L’Espresso

Sadismo gratuito: sevizie ai danni di un cane

Sunday, March 27th, 2011

Orrore e angoscia a Vittoria nel ragusano, per il terribile maltrattamento di un cane da parte di una o più persone. Il nome del responsabile ancora non è venuto fuori; ma il volontario che ha trovato l’animale, ha sostenuto che l’aguzzino si è “divertito” ad amputargli 3 zampe su 4, non contemporaneamente ma in momenti ben distinti. Sull’episodio ci sono poche notizie, ma le foto hanno cominciato a circolare sul web già la sera stessa del ritrovamento, o meglio la notizia è stata messa in luce in particolare dagli utenti del social network Facebook.

Molti volontari si sono attivati per salvare la vita di Dream, così ribattezzato; grazie ad una catena di solidarietà che ha pagato persino il biglietto aereo Catania - Bologna, dopo le prime cure prestate a Vittoria. Dream è stato ricoverato in una clinica specialistica: una moderna tecnica d’intervento esportata dagli Stati Uniti, ha permesso di aggiungere ai moncherini delle zampe delle protesi che dovrebbero permettergli di tornare a camminare. L’intervento, che si è svolto lo scorso 22 marzo, è riuscito perfettamente; alla zampa anteriore destra il chirurgo ha lasciato il gomito, alla posteriore destra è stato rimossa l’infezione e alla posteriore sinistra è emerso che il cucciolo ha ancora il cuscinetto grande centrale intatto, che gli servirà assolutamente per l’appoggio una volta cicatrizzato il tutto. Gli hanno amputato circa 15 cm di coda, perché il folle carnefice anonimo ha infierito anche li. Dream è vispo, mangia e non patisce molto dolore, a breve tornerà a scodinzolare.

Fonte: La Zampa.it

A Kesennuma, il paese delle navi finite sui tetti

Sunday, March 27th, 2011

Il fiordo nel Nord-Est giapponese, dove l’onda ha raggiunto la massima potenza

ROBERTO GIOVANNINI

È stata una cosa tanto grande e mostruosa che fatichi a credere a quel che vedi con i tuoi occhi. A misurare ciò che misurabile non è, ciò che va fuori dalla scala di comprensione di noi umani. Ad accettare l’idea che esista una forza tale da lanciare a decine di metri nell’entroterra pescherecci che pesano centinaia di tonnellate. A rendersi conto che un’auto può finire incastrata con il muso al secondo piano di un parcheggio. A vedere come una casa, la vita di una famiglia, possano trasformarsi in un mucchio di assi stracciate. A camminare in un buco fangoso che puzza di mare salmastro, di porto, di sporcizia, dove c’era un edificio che è stato strappato via ed è finito chissà dove. Kesennuma, prefettura di Miyagi, una volta contava 75 mila abitanti, un po’ schiacciati in una valle che sfocia sul mare. Un porto che chiude un lungo e stretto fiordo, che si apre in mare aperto dopo qualche chilometro. Era una comunità con pochi giovani, un po’ chiusa e anziana, la cui unica ragione di fierezza era la flotta di pescherecci per la cattura del tonno. Tutto questo, due settimane fa, è stato spazzato via nel giro di mezz’ora.

L’allarme terremoto era stato dato quasi subito, alle 14,46 dell’11 marzo. Poco dopo, attraverso gli altoparlanti e i media, era arrivato l’allarme tsunami, e la gente, disciplinatamente, era salita verso le colline e su una specie di rocca a picco sul mare sulla quale sorge un brutto albergo in cemento. Anche per questo, dice Satoshi Abe, un impiegato che lavora al centro dei soccorsi, le perdite umane sono state contenute: a oggi, si contano 350 morti e 350 dispersi. L’onda scatenata dal terremoto ha impiegato 45 minuti ad arrivare, portando via anche qualche auto con a bordo gente che aveva tardato, o non aveva creduto. Purtroppo, come pure è successo in altre località poste in fondo a baie o golfi, la conformazione del fiordo di Kesennumma è stata fatale: lo tsunami, incanalato, ha acquistato forza e velocità e ha colpito con un’onda alta 11 metri che correva a 500 chilometri l’ora. Prima l’urto, poi le abitazioni divelte come fossero di carta, e l’onda che arriva a lambire la stazione ferroviaria, a mezza costa della collina. Era acqua, ma c’era anche il carburante che stava nei depositi più in là: alla fine sembrava una scena di film di fantascienza, con case che bruciavano mulinando nell’acqua. L’incendio è durato fino all’alba. Il risultato è – tra l’altro – il peschereccio Myojin-maru, 800 tonnellate e 150 metri di lunghezza, tutto dipinto di bianco e di rosa, appoggiato con garbo ed equilibrio sulla sua chiglia. Non è in acqua però: ma sul cemento del lungoporto di Kesennumma. Il proprietario, Yuta Suzuki, guarda verso l’alto un marinaio che con una scala è salito sul ponte, ma può solo rimpiangere la sua nave, capace di andare fino nell’Oceano Indiano a pescare tonni.

Più in là, verso il municipio, c’è un’altra grossa nave da pesca, la Kyotoku-maru, dallo scafo rosso e blu, appoggiata su un mare di assi e legname sfranto che un tempo erano case e negozi. Sul ponte è dipinta la scritta «Safety first», la sicurezza innanzitutto. La voce popolare, in città, dice che durante lo tsunami i marinai che erano a bordo sono stati costretti a rimanerci, e dopo un’irreale surfata si sono ritrovati in città. A due settimane dalla catastrofe le cose in città vanno un po’ meglio. La parola «meglio» va naturalmente calata in una realtà che ha visto la distruzione totale di circa il 30 per cento delle abitazioni e 10 mila sfollati. Nella zona più disastrata sono al lavoro operai con mezzi per ripristinare la viabilità; fanno avanti e indietro le autoblindo delle Forze di Autodifesa, l’esercito giapponese. Qua e là, dove ci sono ammassi di detriti che erano case, si vedono buste di plastica dove sono stati accumulati i poveri beni ancora utilizzabili trovati là dentro: pentole, giocattoli, frammenti di vita. Al primo piano di un palazzo di cemento tutto pencolante c’è un signore che passa al volo di sotto ai suoi parenti delle sacche con vestiti e oggetti. Il titolare di un’officina auto di cui sembrano in piedi solo le pareti trova dei pezzi di ricambio, li lava in una pozza e se li porta via.

Accanto, conchiglioni e un granchio portati qui dall’onda. Davanti a un negozio che è un buco pieno di fango e cose distrutte, i proprietari hanno organizzato un minibanco di frutta e verdura: vendono pesche, insalata, barattoli di frutta sciroppata, mele, rape. A fotografarli, loro e i clienti in attesa, ci si sente orridi sciacalli. Ieri alla scuola elementare di Hashikami – da cui per qualche ora sono stati allontanati gli sfollati che vi risiedono da due settimane – si è tenuta la cerimonia della consegna dei diplomi ai ragazzi delle classi seste e nona. Si riparte dai dodicenni e dai quindicenni.

Fonte: La Stampa

Trema la terra anche in Birmania, Laos, Thailandia

Sunday, March 27th, 2011

Dopo il Giappone, un terremoto di magnitudo 7 ha colpito un’area fra Thailandia, Birmania e Laos. Lo riferisce l’Istituto geologico americano (USGS) sul suo sito. Il terremoto si è verificato 69 miglia a nord di Chiang Rai, nel nord della Thailandia, al confine con Birmania e Laos.

Il tremito è stato sentito anche nella capitale del Vietnam, Hanoi, dove la gente è stata evacuata dagli edifici alti.

«Il terremoto è stato chiaramente percepito a Chiang Mai, la più popolosa città nel nord della Thailanda, e più debolmente ai piani alti di Bangkok». Nella zona attorno all’epicentro, non ci sono grandi città, ma sono presenti alcune cittadine di qualche decina di migliaia di abitanti e diversi villaggi, dove praticamente tutti gli edifici sono costruiti senza rispettare gli standard antisismici.

«La sedia su cui io ero seduto ha cominciato a ballare e i ventilatori appesi al soffitto hanno preso a ondulare». Lo ha raccontato all’ANSA un professore italiano che si trova ad Hanoi, Vietnam, a proposito della scossa di terremoto di magnitudo 7 che si è verificata a 69 chilometri a nord di Chang Rai, nord della Thailandia, al confine con Birmania e Laos. Dai Hoc di Hanoi. «Eravamo tutti nell’aula magna dell’università di Dai Hoc quando ho sentito la scossa - ha detto ancora -. Sarà durata una quindicina di secondi. Poi tutto è tornato tranquillo».

Secondo le prime stime, sarebbe compresa fra 6,8 e 6,9 la magnitudo del terremoto avvenuto oggi al confine tra Birmania, Thailandia e Laos. La zona colpita è montuosa e poco popolata e la città più vicina dista circa 90 chilometri. «Sono stime preliminari, ma già da queste risulta che è un terremoto medio per quest’area», spiega il sismologo dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), Salvatore Barba.

«È un terremoto classico, in linea con la mappa di pericolosità della zona e con l’accelerazione prevista». È avvenuto anche molto vicino alla superficie, ad appena 10 metri di profondità, ed è stato generato dai movimenti laterali generati dalla collisione fra la placca continentale indiana e quella birmana. «In questa zona - ha spiegato Barba - i movimenti tra le piattaforme sono molto diversi da quelli che avvengono in aree come l’Itali». I due blocchi si muovono infatti ad una velocità compresa fra 30 e 60 millimetri l’anno, ossia da 30 a 50 volte più velocemente di quanto avvenga nel sottosuolo italiano, dove i movimenti sono pari a 1 centimetro l’anno.

Fonte: L’Unità

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