Archive for June 7th, 2010

I veleni dell’Ecomafia che investe sulla crisi

Monday, June 7th, 2010

Affari illegaliper 20 miliardi. Non solo al Sud. L’emergenza immondizia in Campania durata 15 anni è costata cone un paio di leggi finanziarie

di ROBERTO SAVIANO

RACCONTANO che la crisi rifiuti è risolta. Che l’emergenza non c’è più. Gli elenchi dei soldati di camorra e ‘ndrangheta arrestati dovrebbero rassicurare che la battaglia è vinta. O almeno, questa è la versione. Molto distante, però, da ciò che realmente accade. Ogni anno Legambiente attraverso il suo Osservatorio ambiente e legalità produce storie e numeri: “Ecomafia”.

Quello dei rifiuti è uno dei business più redditizi che negli anni ha foraggiato le altre economie. Come il narcotraffico, il fare affari con i rifiuti, sotterrare scorie tossiche, devastare intere aree, ha permesso alle organizzazioni criminali e a semplici consorterie imprenditoriali di accumulare capitali poi necessari per specializzarli in altri settori. Catene di negozi, imprese di trasporti, proprietà di interi condomini, investimenti nel settore sanitario, campagne elettorali. Sono tutte economie sostenute con i rifiuti. Esempio lampante ne è l’economia campana e i suoi gangli politici che si sono strutturati intorno alla crisi rifiuti. Il mondo intero non si spiegava come fosse possibile che un territorio in Europa vivesse una piaga tanto purulenta. Come fosse possibile che le dolcissime mele annurche o le pregiate bufale campane, caratteristiche proprio di quelle zone, potessero trasformarsi improvvisamente in prodotti rischiosi per la salute. Possibile che convenga di più avvelenare che concimare e raccogliere?

Evidentemente sì, basta saperne leggere i vantaggi. L’emergenza rifiuti in Campania è costata 780 milioni di euro l’anno. Questa è la cifra quantificata dalla Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti nella scorsa legislatura che, moltiplicata per tre lustri (tanto è durata la crisi), equivale a un paio di leggi finanziarie. Di fronte a cifre come questa è comprensibile che nessuno avesse convenienza a porre rimedio all’emergenza. Rapporti di consulenza politica, assunzioni, e persino specializzazione delle ditte nello smaltimento; oggi le imprese campane del settore rifiuti, grazie anche ai soldi dell’emergenza e alla pubblicità - sembra assurdo parlare di pubblicità, no? - che ne hanno ricavato, sono tra le più richieste in Europa

Ma risolvere un’emergenza significa anche non averne più i benefici e gli utili. E in verità, nonostante i proclami, oggi si è risolto poco. Si è tolta la spazzatura dalle strade ma, come afferma chi lavora nel settore, è solo fumo negli occhi, perché sta per tornarci. “Se non ci saranno altri impianti entro il 2011 la Campania, come molte regioni italiane, rischia una nuova crisi rifiuti”. Sono parole dell’amministratore delegato dell’Asia (l’azienda che fornisce servizi di igiene ambientale ai napoletani.) Come un tempo, quindi, la spazzatura sta di nuovo per essere accumulata. Resta quindi il problema di scongiurare una crisi da mancanza di discariche. Una crisi che sarebbe estremamente grave anche perché purtroppo in Italia sono ancora le discariche la valvola di sicurezza del sistema rifiuti. Come risulta dal rapporto di Enea e Federambiente queste continuano a ingoiare il 51,9 per cento del totale della spazzatura del nostro Paese e il 36,5 per cento senza nessun trattamento. Nel Sud le bonifiche delle terre avvelenate da decenni di sversamenti di veleni sono rare e lente. I rifiuti tossici hanno spalmato cancro prima nei terreni, poi nei frutti della terra, nelle falde acquifere, nell’aria. Poi addosso alla gente, nelle loro ossa e nei tessuti molli. Ogni ciclo di vita è stato compromesso.

La diossina, i metalli pesanti e le sostanze inquinanti vengono ingerite, respirate, assimilate come una qualunque altra sostanza. La pelle di ogni cittadino delle zone ammorbate trasuda sudore e scorie. Il cancro ha raggiunto percentuali molto più alte che negli altri Paesi europei. Gli ultimi dati pubblicati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità mostrano che la situazione campana è incredibile, parlano di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro. Pancreas, polmoni, dotti biliari più del 12% rispetto alla media nazionale. La rivista medica “The Lancet Oncology”, già nel settembre 2004, parlava di un aumento del 24% dei tumori al fegato nei territori delle discariche e le donne sono le più colpite. Ma l’ecomafia non è un fenomeno che appartiene solo al Sud. Nel Sud assume caratteristiche totalizzanti e più evidenti: nelle strade si inscena il dramma dei cassonetti incendiati, il puzzo accompagna ogni movimento, e il silenzio copre ogni cava, ogni singolo luogo dove è possibile accumulare e nascondere. Ma è sempre più il nord Italia il centro del vero business. E la novità di quest’anno, al di là del noto primato di Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, è che il Lazio si posiziona al secondo posto tra le regioni con il più alto numero di reati ambientali. Tra le inchieste più rilevanti del settore, nel 2009, ce ne sono alcune con nomi fantasiosi, talvolta anche vagamente familiari. “Golden Rubbish”, “Replay”, “Matassa”, “Ecoterra”, “Serenissima”, “Laguna de Cerdos”, “Parking Waste”. Alcune, già dal nome si riescono anche a localizzare geograficamente, e tutte quelle che ho citato sono inchieste che riguardano il nord Italia. È evidente che il Nord ce la sta mettendo davvero tutta per non essere secondo al Sud in questa gara all’autodistruzione.

La “Golden Rubbish” è un’inchiesta che vede coinvolta la provincia di Grosseto, ma ancora conserva legami con Napoli e la Campania perché ha preso le mosse da un’inchiesta che riguardava la movimentazione dei rifiuti prodotti dalla bonifica del sito industriale contaminato di Bagnoli. Si tratta di un traffico spaventoso: un milione di tonnellate di rifiuti e un sistema che ha coinvolto decine e decine di aziende di caratura nazionale. L’inchiesta “Replay” è tutta lombarda e l’organizzazione criminale sgominata operava tra Milano e Varese. Un affiliato al clan calabrese che fa capo a Giuseppe Onorato è finito in manette insieme a un manipolo di colletti bianchi, tra cui funzionari di banche. Lombarda è anche l’inchiesta denominata “Matassa”.

È trentina, e precisamente della Valsugana, l’inchiesta “Ecoterra” che ha bloccato un traffico illecito di scorie di acciaierie che venivano riutilizzate, senza alcun trattamento, per coprire discariche o per bonifiche agrarie. Come dimenticare Porto Marghera, dove l’operazione “Serenissima” ha scoperto il traffico illecito di rifiuti diretti in Cina. Ma anche nelle Marche l’”Operazione Appennino” ha intercettato un flusso criminale di scarti derivanti dalle lavorazioni delle industrie agroalimentari e casearie.

È umbra, invece, nonostante il nome spagnoleggiante l’operazione “Laguna de Cerdos” un traffico illecito di rifiuti liquidi di origine suinicola per cui la regione e i singoli comuni si sono a lungo palleggiati le responsabilità. Friulana, invece è l’inchiesta “Parking Waste” che ha smascherato lo smaltimento illecito di medicinali scaduti. In tutte queste inchieste, l’aspetto che più colpisce è il legame strettissimo che si è creato tra gestori delle ditte di smaltimento, politici locali e istituti di credito presenti sul territorio.
Tra le altre cose, vale la pena ricordare che a marzo l’Italia è stata condannata dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea per come ha gestito l’emergenza rifiuti in Campania. È stata condannata per “non aver adottato tutte le misure necessarie per evitare di mettere in pericolo la salute umana e danneggiare l’ambiente”. E nella sentenza si legge che l’Italia ha ammesso che “gli impianti esistenti e in funzione nella regione erano ben lontani dal soddisfare le sue esigenze reali”.

Come non rimanere colpiti da questo dato: se i rifiuti illegali gestiti dai clan fossero accorpati, diverrebbero una montagna di 15.600 metri di altezza, con una base di tre ettari, quasi il doppio dell’Everest, alto 8850 metri.
Se un cittadino straniero conservava l’illusione delle colline toscane e del buon vino, delle belle donne e della pizza gustata osservando il Vesuvio da lontano mentre il mare luccica cristallino, qualcosa inesorabilmente cambia. Tutto assume una dimensione meno idilliaca e più sconcertante. La domanda più semplice che viene da porsi è come può un Paese che dovrebbe tutto al suo territorio, alla salvaguardia delle sue coste, al suo cielo, ai prodotti tipici, unici nelle loro caratteristiche, permettere uno scempio simile? La risposta è nel business: più di venti miliari di euro è il profitto annuo dell’Ecomafia, circa un quarto dell’intero fatturato delle mafie. Le mafie attraverso gli affari nel settore ambientale ricavano un profitto superiore al profitto annuo della Fiat, che è di circa 200 milioni di euro, e più del profitto annuo di Benetton, che è di circa 120 milioni di euro. Quindi in realtà usare il territorio italiano come un’eterna miniera nella quale nascondere rifiuti è più redditizio che coltivare quelle stesse terre. Tumulare in ogni spazio vuoto disponibile rifiuti di ogni genere costa meno tempo, meno sforzi, meno soldi. E dà profitti decisamente più alti. Bisogna guadagnare il più possibile e subito. Ogni progetto a lungo termine, ogni ipotesi che tenga conto di una declinazione del tempo al futuro viene vista come perdente. Un euro non guadagnato oggi è un euro perso domani. Questo è l’imperativo del nostro Paese che vede coincidere mentalità dell’imprenditoria legale e criminale. Per difendere il Paese, per continuare a respirare, è necessario comprendere che in molte parti del territorio il cancro non è una sventura ma è causato da una precisa scelta decretata dall’imprenditoria criminale e che molti, troppi, hanno interesse a perpetrare.
O quello delle ecomafie diventa il tema principale della gestione politica del Paese, o questo veleno ci toglierà tutto ciò che aveva permesso di riconoscere il nostro territorio. La speranza è che questo allarme venga ascoltato, e che non si aspetti di sentire la puzza che affiori dalla terra, che tutto perda di luce e bellezza, che il cancro continui a dilagare prima di decidersi a fare qualcosa. Perché a quel punto sarebbe davvero troppo tardi. E coloro che sono stati chiamati i grandi diffamatori del Paese sarebbero rimpianti come Cassandre colpevolmente inascoltate.
©2010 Roberto Saviano/Agenzia Santachiara

(Il testo pubblicato è la prefazione al volume  “Ecomafia” di Legambiente che sarà in libreria mercoledì 9 giugno) 
  Fonte: La Repubblica

Sicilia, Alaska… 25 mete da clic

Monday, June 7th, 2010

Dalla Namibia all’Antartide, da Jaipur al Mar Rosso. Un sito americano ha chiesto a reporter professionisti di indicare gli ambenti più adatti ad essere immortalati su una memory card. Eccoli

 
Clicca sulla foto per ingrandire

Dopo un viaggio a Parigi sulla memory card della digitale sicuramente ci saranno diverse foto della Torre Eiffel, Notre Dame e del Louvre. Stessa congestione di scatti del Colosseo, del Vaticano e del Pantheon in seguito a un week end romano. I luoghi simbolo, oramai diventati icone delle varie città del mondo sono conosciuti ai più e sono continua meta di acerbi paparazzi. Ma quali sono i luoghi preferiti  di chi scatta per lavoro? Il sito Pop Photo, la versione online del mensile statunitense Popular Photography Magazine, ha chiesto a 25 fotografi professionisti quale fosse il loro set ideale per gli shooting. Ecco quindi un viaggio tra culture lontane, scenari e animali accessibili solo ad intrepidi esploratori, architetture esotiche, paesaggi con condizioni di luce e tempo estreme e fondali incantati.

CULTURA
Nuova Guinea. Il luogo che il fotografo e documentarista Chris Rainier preferisce immortalare nei suoi scatti è la Nuova Guinea: “Puoi ancora trovare persone che vivono totalmente fuori dal mondo e non conoscono le culture oltre le loro valli. Ecco perché continuo a tornare in quei posti straordinari”.

Sicilia, Italia. Ad affascinare il grande fotografo toscano Andrea Pistolesi, nell’Isola, sono in particolare le tradizionali feste religiose: “Quando il passato greco e arabo dell’isola  emerge e ne influenza la società profondamente cattolica  crea una situazione unica per un fotografo”.

Xinjiang, Cina. Carolyn Drake preferisce imprimere sulla memory card i forti cambiamenti che stanno interessando la Regione Autonoma Uigura: “Il lento e inesorabile incedere della società di massa distrugge le popolazioni locali che trova sulla sua strada, è una trama che tende a ripetersi per l’intera storia dell’umanità”.

Polinesia francese. La bellezza mozzafiato degli arcipelaghi, la natura esotica che incantò Paul Gauguin e il calore delle genti sono indimenticabili per la giornalista e fotografa Jodi Cobb, che però vuole ricordare “le devastazioni causate dai primi esploratori: queste isole sono state tormentate e purtroppo lo saranno ancora”.

Mongolia.  “L’unica cosa che manca è il tempo”. Così Brown W. Cannon III descrive un paese intriso di tradizioni: le corse dei cavalli, il trekking in cammello, la lotta mongola e la caccia con l’aquila reale.

NATURA INCONTAMINATA
Parco nazionale del Masai Mara, Kenya. L’incredibile varietà di animali e la facilità di entrare in contatto con loro ha portato il fotografo naturalistico Daniel Co ha effettuare regolari servizi fotografici in Kenya per 12 anni: “In Kenya ci sono poche restrizioni sulle strade che un guidatore può percorrere durante un safari e le guide sono veramente esperte. Questo rende l’esperienza molto produttiva in termini fotografici”.

Circolo polare Artico. Daisy Gilardini ne parla così: “Gli orsi polari e i trichechi sono delle creature affascinanti.  Con le immagini possiamo dimostrare alle persone che se non cambiamo stile di vita presto questi animali potrebbero scomparire”

Antartide. Spesso i fotografi naturalistici si appassionano di specie in via di estinzione o di incredibili paesaggi messi a rischio dall’evoluzione umana. Paul Nicklen è specializzato nei delicati ghiacci del Polo Sud: “Continuerò ad esplorare gli ecosistemi e a documentare ciò che sta scomparendo a causa dei cambiamenti climatici”.  

Pantanal, Brasile. L’immensa pianura alluvionale formata dal Rio delle Amazzoni è abitata da animali dai colori sgargianti e dalle fauci potenti. Joel Sartore è affascinata da tutto questo: “Pappagalli, giaguari e formichieri giganti già rendono l’esperienza unica; se la si vuole rendere magica è necessario andare al fiume durante la stagione secca..tutti gli uccelli si riuniscono lì.

Atollo di Midway, Hawaii. Un piccolo gruppo di isole a ovest delle Hawaii costituisce il luogo preferito della fotografa Susan Middleton: “Molta della fauna dell’atollo ha poca paura dell’uomo e è facilmente avvicinabile”. La zona fa parte del Papahānaumokuākea Marine National Monument

Il parco nazionale Denali, Alaska. Tom Mangelsen: “Ci sono pochi posti in Nord America dove si possono vedere orsi, lupi, alci e caribù tutti nello stesso giorno e il paesaggio dell’Alaska contribuisce alla straordinaria bellezza dello scatto”.

BELLEZZE ARCHITETTONICHE
Baja, Messico Pete Turner adora le nuance e gli architetti della città messicana “Lavorano a colori, ed è la stessa cosa che faccio io.

Oman. Jen Judge: “La forte contrapposizione tra il paesaggio arido e desolato e l’architettura antica e ornate sembra abbiano creato l’equilibrio perfetto tra uomo e natura”.

Siria. I castelli dei crociati, le città abbandonate, le rovine della città romana di Palmira e i centri storici di Aleppo e Damasco sono il soggetto preferito del fotografo Peter Aaron. I migliori periodi per scattare le foto? Aprile e maggio.

Jaipur, India.  La città rosa, per i suoi edifici di arenaria rosata, ha una estetica armoniosa che piace al fotografo italiano Andrea Fazzari che si raccomanda: “Oltre a Jaipur meritano una visita anche le città di Udaipur e Jodhpur, sempre nello stato del Rajasthan”.

PAESAGGI
Namibia, Africa. I paesaggi incontaminati di questo paese africano hanno stregato George Steinmeitz:  “Puoi volare sulla costa per un’ora e non vedere neanche una macchina”. Suggerimenti dell’artista sui luoghi da visitare? Sossusvlei e Dead Vlei e poi un viaggio in auto da Lüderitz a Walvis Bay in attesa dello shoot perfetto perché : “Le cose interessanti hanno bisogno di tempo per rivelarsi”.

Volcanoes National Park, Hawaii. Linda Conner ha forse dei rimpianti: “La prossima volta che ci andrò cercherò di essere il più aperta possibile e lascerò che sia il luogo a svelarmi i suoi segreti più nascosti..sono sicura che ne risulterà un quadro molto diverso”.

Four Corners, Stati Uniti. E’ la regione degli Usa dove si incontrano 4 Stati: Utah, Colorado, New Mexico e Arizona. Il fotografo Tom Till là è di casa: “Tanta luce e paesaggi infiniti, è tutto quello di cui ho bisogno.

San Juan Mountains, Colorado. Tim Fitzharris: “In autunno i pendii delle montagne sono  ricoperte del bronzo e dell’oro dei pioppi. In estate i prati sono una esplosione di fiori di campo”.

Salzhammergut, Austria.  Sissy Brimberg e Cotton Coulson, sulla regione dei laghi austriaca: “Acque calme che riflettono le montagne innevate e una luce che varia dalla nebbia mattutina ai tramonti romantici che preludono alla sera”.

SOTTOMARINA
Costa Azzurra, Francia. Perfetta per le immersioni, fornisce soddisfazioni anche a chi rimane all’asciutto. Il fotografo Damion Berger http://www.damionberger.com/ in Costa Azzurra ha solo l’imbarazzo della scelta: “C’è una tale ricchezza di scene da immortalare: dal Festival di Cannes, al Gran Premio di Monaco, ma anche i ricchi corpi abbronzati di Saint Tropez e le piscine piene di bambini iperattivi”.

Nuova Zelanda. Meglio portarsi dietro tutto. Così potrebbe essere riassunto il consiglio del fotografo Brian Skerry per un servizio fotografico nei fondali della Nuova Zelanda: “C’è una tale diversità di fauna che vorresti fotografare tutto, dalle enormi balene alle piccolissime bavose, meglio portarsi dietro tutte le lenti”.

Coral Triangle, Oceano Pacifico e Indiano. Una delle regioni con la maggior biodiversità del pianeta è il luogo ideale per gli scatti di Tanya G. Burnett e Kevin Palmer.

Mar Rosso, Egitto. Jeff Rotman: “Ogni  luogo  è unico, ma il Mar Rosso lo trovo specialmente bello grazie alla sua barriera corallina ricca e lussureggiante, così come la vita marina sui fondali”.

Port Hardy, Vancouver, Canada. Alexander Mustard: “Scogliere rocciose intonacate di coralli rossi, spugne gialle e anemone bianchi, pesci bizzarri e il più grande lumacone di mare esistente; se aggiungete a tutto questo la possibilità di imbattersi in un polpo gigante del Pacifico o in un leone marino Port Hardy è veramente una destinazione da sogno”.

Ambiente. Per sostenbilità investire in energia e agricoltura

Monday, June 7th, 2010

Secondo ultimo rapporto Unep

Roma, 7 giu. (Apcom-Nuova Energia) - L’agricoltura e l’energia sono i due settori su cui è più urgente investire per uno sviluppo sostenibile nel XXI secolo. È la conclusione del rapporto “Environmental Impacts of Consumption and Production: Priority Products and Materials”, elaborato dall’International Panel for Sustainable Resource Management dell’UNEP (il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente). I combustibili fossili, soprattutto nel settore energetico e industriale, sono infatti i principali responsabili del degrado ambientale, mentre l’agricoltura rappresenta il 70% del consumo globale di acqua dolce e produce il 19% delle emissioni di gas serra. Secondo il documento le principali linee d’azione da intraprendere per spezzare il legame fra crescita economica e danno ambientale sono gli incentivi fiscali e gli investimenti nell’innovazione tecnologica. In generale però è l’intera impostazione sociale ed economica che va ripensata, a partire dal livello individuale: più attenzione al risparmio energetico, ai trasporti e una dieta meno basata sul consumo di carne, la cui produzione ha un elevato impatto ambientale. Ernst von Weizsäcker, uno dei presidenti del Panel, ha spiegato che “raddoppiare il benessere normalmente porta a un aumento del 60-80% delle emissioni di anidride carbonica, e a volte anche di più nei Paesi in via di sviluppo”. “Le strategie attuali sulle emissioni sono obsolete, perché ormai i Paesi industrializzati producono il 20-30% delle emissioni all’estero”, ha aggiunto Achim Steiner, direttore esecutivo dell’Environment Programme dell’ONU (UNEP). Secondo Ashok Khosla, presidente della World Conservation Union (IUCN), “c’è stato qualche piccolo passo avanti, ma rispetto a quello che c’è da fare è come se stessimo cantando e suonando mentre Roma brucia”. Copyright APCOM (c) 2008

Una chiazza di 320 chilometri Bp: recuperata metà perdita

Monday, June 7th, 2010

Allarmanti le misure della macchia: il petrolio ha un raggio di 200 miglia. Continuano i tentativi della Bp: “L’imbuto funziona meglio del previsto”. Il danno ammonta a 31 miliardi di dollari, 25,8 miliardi di euro

WASHINGTON - La macchia di petrolio nel Golfo del Messico si estende per un raggio di 200 miglia, 320 chilometri. Una chiazza nera e tossica che aleggia intorno alla falla in fondo al mare da dove fuoriesce il greggio. A misurarla è stato il comandante della guardia costiera americana, l’ammiraglio Thad Allen.

La Bp intanto continua i suoi tentativi 1 di pulizia e Tony Hayward, il numero uno della British Petroleum ha dichiarato questa mattina che “l’imbuto” riesce a recuperare circa 10 mila barili di petrolio al giorno. L’ha definita “una gran parte” del greggio che fuoriesce dal pozzo nel Golfo. “Mentre parliamo, l’imbuto raccoglie circa 1.600.000 litri di petrolio”, ha dichiarato Hayward alla Bbc, precisando che si tratta “probabilmente della gran parte” del petrolio che esce dal pozzo.

Si tratterebbe di circa metà della perdita che il responsabile ha quantificato il 12-19 mila barili al giorno. Per la Bp dunque il recupero del petrolio va meglio del previsto. Se qualcuno avesse mai previsto un meglio. “Al momento - ha detto il dirigente - è difficile quantificare, ma ci attendiamo che si arrivi a recuperare la maggior parte del petrolio”.

Nell’intervista il leader del gruppo petrolifero ha detto che la Bp fermerà la perdita e ripulirà tutto ripristinando le condizioni ambientali precedenti 2. Il danno ammonta a trentuno miliardi di dollari, circa 25,8 miliardi di euro. Più o meno quanto la manovra correttiva di Giulio Tremonti. Tanto costa il disastro ambientale nel Golfo del Messico. A dirlo sono gli analisti di Credit Suisse, i cui dati sono stati pubblicati oggi in prima pagina dal Washington Post.

Fino a oggi il prezzo delle operazioni di pulitura e di copertura del pozzo, si sono aggirate intorno ai 990 milioni di dollari, con una media giornaliera che varia tra i 14 e i 30 milioni di dollari. Ma questa cifra non è nulla in confronto alla montagna di soldi che si dovranno spendere in futuro: secondo questo studio, per terminare le operazioni di pulitura del Golfo, tra mare e coste, serviranno tra gli 11 e i 17 miliardi. A questi vanno aggiunti i circa 14 miliardi che saranno necessari per risarcire i danni enormi che la marea nera sta già causando all’industria della pesca e del turismo.

Il presidente Barack Obama ha promesso ieri di mobilitare “tutte le risorse” della sua amministrazione per far fronte alla più grave tragedia ambientale mai subita dagli Stati Uniti, e la Bp ha aggiunto che non sfuggirà alle sue responsabilità e procederà nel pagare risarcimenti alle vittime della marea “per tutto il tempo che sarà necessario”. “Penso che la reazione delle persone sia stata assolutamente comprensibile per l’enormità di quanto è accaduto. Io stesso - ha detto Hayward - sono arrabbiato e frustrato”.
Fonte: Corriere della Sera

In arrivo il grande caldo Giovedì scoppia l’estate

Monday, June 7th, 2010

Il Servizio meteorologico dell’Aeronautica annuncia per il 10 giugno temperature tra i 36 e 38 gradi al centro-sud. Archiviata una delle primavere più fredde e piovose degli ultimi anni. Grazie alla quale è comunque scongiurato il rischio siccità

ROMA - Se in questo weekend il sole splende sulla Penisola e le vie del mare si popolano finalmente con decisione, l’arrivo dell’estate 2010 dovrebbe essere sancito in via definitiva la prossima settimana. Le previsioni del Servizio Meteorologico dell’Aeronautica Militare annunciano infatti un’ondata di caldo afoso per la giornata di giovedì 10 giugno, quando al centro-sud le temperature potrebbero toccare i 36/38 gradi. Sarà il primo vero giorno di asfalto bollente, condizionatori a pieno regime e assalto ai ventilatori. Il giorno in cui sarà messa definitivamente alla spalle quella che Coldiretti ha definito “una delle primavere più fredde degli ultimi anni”. 

Sulla base dei dati dell’Istituto di Scienze dell’atmosfera e del clima (Isac) del Cnr di Bologna, la primavera 2010 risulta “solo” al 29mo posto tra le più calde degli ultimi due secoli, e decisamente più fredda di quella del 2009 (al quarto posto), del 2008 (17mo posto) e di quella del 2007, che detiene il record del caldo davanti alle stagioni 2001 e 2000. Una primavera fredda e piovosa, grazie alla quale è scongiurato per l’estate il rischio siccità. “Le precipitazioni durante la primavera sono state 12 volte superiori alla media di riferimento del periodo 1960-1990 - spiega Coldiretti - dopo un inverno che, per effetto della straordinaria caduta della pioggia e della neve, si è classificato al secondo posto tra i più piovosi degli ultimi trent’anni”.

L’avvicinamento al giovedi del grande caldo sarà preceduto da un graduale aumento delle temperature al centro-sud tra martedì e mercoledì, mentre al Nord persisterà nuvolisità irregolare sulle aree alpine e prealpine con precipitazioni sparse anche temporalesche in parziale estensione alle aree pianeggianti orientali e al settore appenninico ligure. Poco nuvoloso sulle restanti aree, con sole in prevalenza a partire da mercoledì. Finché, tra venerdì e sabato, anche sull’arco alpino la situazione volgerà al miglioramento, con residui fenomeni sparsi. Il prossimo sarà dunque un weekend di sole, salvo parziali annuvolamenti pomeridiani. Ma nessuna paura per un’estate appena cominciata.

Fonte: La Repubblica

Le emissioni europee di gas serra in calo anche per effetto della crisi economica

Monday, June 7th, 2010

Più che Kyoto poté la crisi economica, si potrebbe dire facendo il verso a Dante. Leggendo l’ultimo rapporto diramato dall’Agenzia Europea dell’Ambiente si capisce, infatti, che le emissioni di gas serra del vecchio continente stanno calando, non solo per la bravura di alcuni stati particolarmente virtuosi come Germania, Francia e Gran Bretagna, che si sono impegnati seriamente a rendere i propri sistemi energetici più efficienti e a investire in rinnovabili, ma anche per la sfavorevole contingenza economica. La domanda di beni si contrae, cala la produzione, chiudono fabbriche, aumenta la disoccupazione, si consuma meno energia e, di conseguenza, anche le emissioni si abbattono. Certo, dei gas serra evitati in questo modo non c’è affatto da compiacersi. Ben altro era lo spirito del Protocollo di Kyoto, che indicava la decarbonizzazione energetica come frutto degli ammodernamenti energetico-industriali, piuttosto che come conseguenza di collassi economico-industriali. Ma, piaccia o no, questa è la ricaduta della crisi internazionale. Il rapporto, aggiornato al 31 dicembre del 2008 (la complessità dei dati da raccogliere e trattare non consente di includere anche il 2009), illustra l’andamento delle emissioni europee a partire dal 1990, anno scelto dai firmatari del Protocollo di Kyoto come base di riferimento.

L’ANALISI - L’analisi comprende sia l’Europa dei 15, quella che nel 1997 assunse l’impegno di ridurre le emissioni dell’8% entro il 2012; sia l’Europa allargata dei 27, che nel 2008 si è data l’obiettivo, ancor più ambizioso, chiamato ‘20-20-20’ (dalla percentuale di riduzione delle emissioni, di aumento delle rinnovabili e dell’efficienza da raggiungere entro il 2020). Ebbene, si può constatare che l’Europa dei 15, alla fine del 2008, aveva già ridotto le sue emissioni del 6,9%. Per raggiungere l’obiettivo del -8% resta da fare una piccola riduzione dell’1,1% da attuare antro il 2012. Non dovrebbero esserci problemi di sorta. In valori assoluti, la riduzione delle emissioni europee al 2008 si traduce in 295 milioni di tonnellate di CO2 equivalente risparmiate all’atmosfera. Nell’Europa dei 15 gli obiettivi di riduzione sono differenziati: alcuni stati più solidi si sono impegnati a ridurre di più, ad altri più deboli è stato concesso uno sconto o addirittura un permesso di aumentare le emissioni. I Paesi finora più virtuosi, che sono andati oltre l’impegno di riduzione concordato, risultano:

- Germania (obiettivo -21%; riduzione -22,3%)
- Gran Bretagna (obiettivo -12,5%; riduzione -19,1%)
- Francia (obiettivo 0,0%; riduzione -6,5%)
- Svezia (obiettivo +4.0%, riduzione -11,3%)
- Belgio (obiettivo -7,5%, riduzione -8,6%), - Finlandia (obiettivo 0,0%, riduzione -1,2%)

MALE L’ITALIA, MA MIGLIORA - Tra i paesi meno virtuosi ci sono: Austria, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna, tutti accomunati dall’aumento, invece che dalla riduzione delle emissioni. L’Italia, in particolare, durante una prima fase, si è comportata come le cicale della fiaba di Esopo; ora, complice la crisi, sta riducendo lo svantaggio rispetto al proprio impegno del - 6,5%. Infatti, le emissioni del nostro Paese, dal 1990 al 2004, sono passate da 517 milioni di tonnellate di CO2 equivalente a 574 milioni. Poi la tendenza si è invertita e le emissioni si sono ridotte fino a 541 milioni di tonnellate di CO2 equivalente nel 2008. Per raggiungere l’obiettivo del - 6,5% le emissioni italiane al 2012 dovranno scendere fino a 507 milioni. Complici la crisi economica e gli sconti ottenuti grazie alle riforestazioni e al ricorso ai cosiddetti «meccanismi flessibili» (green economy a favore dei Paesi via di sviluppo) potremmo, miracolosamente, tener fede all’obiettivo.

Franco Foresta Martin

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