Archive for February 23rd, 2010

Il dissesto italiano è on line almeno da tre anni

Tuesday, February 23rd, 2010

Era il 13 novembre del 2007 quando l’ISPRA, allora APAT, presentò il rapporto IFFI, l’inventario delle Frane in Italia. Un’ interessante e precisa messa a fuoco del dissesto su scala nazionale che censiva ben 470 mila frane per un totale di 20 mila km di territorio e di 5.596 Comuni italiani colpiti.  Di questi  4.530 venivano classificati  con livello di attenzione elevato e molto elevato .  Non solo: lo stesso rapporto stimava in 50 anni un totale di 2.552 vittime di eventi franosi.   Ma che fine fanno questi lavori realizzati per fornire un supporto vero al monitoraggio del territorio?   Una domanda difficile perché come nel caso di IFFI e come sempre, di questi rapporti fondamentali per la pianificazione territoriale se ne parla solo quando non se ne può fare a meno. Eppure l’inventario è on line! Non è molto lontano l’evento calabrese che è costato la vita ad alcuni ragazzi che, dentro a un pullman, passavano proprio in quel punto dell’autostrada nell’esatto momento in cui la montagna ha ceduto.  In quel caso la Commissione Trasporti della Camera si è ricordata dell’esistenza del censimento dei fenomeni franosi richiedendo all’Istituto ulteriori dettagli. Si, perché l’Ispra quella frana l’aveva già censita insieme a tutte le altre che in questi ultimi giorni sono tornate alla ribalta, e per vederle ed esserne a conoscenza è sufficiente un semplice click. Lo possono fare tutti e non occorre essere scienziati per notare quell’enorme chiazza marrone ( usata per indicare le zone a rischio) intorno all’area del messinese. La condizione di estrema fragilità in cui versano Sicilia e Calabria  è stata sempre messa in evidenza dal Servizio Geologico d’Italia.  Anche in occasione del centenario del sisma del 1908 fu nuovamente ribadita l’estrema vulnerabilità  dovuta alle caratteristiche del terreno, fondali compresi, ma anche  ad una pianificazione urbanistica a dir poco disattenta. Nel 2007,  il convegno di presentazione di IFFI terminava con queste parole “Gran parte dei fenomeni franosi, come è noto, si riattivano nel tempo. Risulta, dunque, evidente il ruolo fondamentale rivestito dall’attività conoscitiva del progetto che, basato sulla raccolta e l’archiviazione delle informazioni sulle frane, permette una corretta pianificazione territoriale (individuazione di aree di nuova urbanizzazione, limitazione d’uso e vincoli), progettazione di nuove infrastrutture riducendo, di conseguenza, rischio, danni ed eventuali vittime”.  In altri termini le conoscenze e le competenze esistono, ma bisogna utilizzarle. Per non parlare poi delle tecnologie che, oggi, permettono ad ogni cittadino di controllare lo stato del territorio sul quale è costruita la propria casa ed eventualmente far sentire la propria voce:  “ Grazie ad IFFI – ha spiegato Leonello Serva, Direttore del Servizio Geologico d’Italia dell’ISPRA – è possibile verificare personalmente se la zona in cui si vive è a rischio .  Tutti possono e devono sollecitare Enti e Istituzioni a prenderne atto e mettere in campo azioni di prevenzione concrete.”

On line si può constatare non solo quello che sta accadendo  in questi giorni, ma anche lo stato in cui versa, solo per fare un esempio, la Salerno – Reggio Calabria.  Giudicate voi: http://www.mais.sinanet.apat.it/cartanetiffi/

La scomoda verità dei conti energetici e l’inganno nucleare

Tuesday, February 23rd, 2010

L’economia mondiale oggi è alimentata fondamentalmente da combustibili fossili, che nel 2007 coprivano l’81,4% dell’energia primaria (calore, elettricità, carburanti) utilizzata (vedi figura 1).

consumi di energia primaria nel 2007 (IEA)

fig.1: consumi di energia primaria nel 2007 (IEA)

Piuttosto modesto risulta il contributo del nucleare, pari al 5,9% addirittura in calo rispetto al 6,2 % del 2006; inoltre tale dato rappresenta il calore prodotto dalle centrali nucleari che viene in massima parte disperso e solo il 30% – 35% convertito in elettricità. Quindi il nucleare ha fornito nel 2008 come energia elettrica realmente utilizzata, meno del 2% dell’energia primaria utilizzata nel mondo. Rispetto ai consumi mondiali di sola elettricità, il nucleare ha fornito il 13,8%, molto meno dell’idroelettrico che ha dato il 15,6% . L’andamento storico dei consumi mondiali mostra una crescita media annua negli ultimi 30 anni di circa il 2% coperta prevalentemente con il ricorso a carbone, petrolio e gas naturale.

Continuando con questo tasso di aumento si dovrebbe quindi fronteggiare una domanda di 15.500 Mtep nel 2020 e di ben 28.000 Mtep nel 2050[1]. Considerare una crescita dei consumi costante e pari al 2%, fino al 2050 comporta la necessità di reperire 168.500 Mtep per alimentare l’economia mondiale fra il 2006 e il 2020, e ben 856.000 Mtep fino al 2050. Il livello di trasformazione del pianeta che l’utilizzo di queste quantità di energia provocherebbe sugli ecosistemi planetari, sarebbe di per sé insostenibile a prescindere da qualsiasi altra considerazione sulle emissioni di gas serra.

Una simile prospettiva deve fare inoltre i conti con la disponibilità delle fonti non rinnovabili che hanno fino ad oggi alimentato il sistema economico mondiale.

Carbone

Le riserve mondiali accertate di antracite alla fine del 2007, ammontavano a 430.896 milioni di tonnellate, mentre quelle di lignite 416.592 milioni di tonnellate, corrispondenti complessivamente a circa 457 Gtep[2] [3].

Petrolio

Alla fine del 2007, le riserve accertate di petrolio ammontavano a 168,6 Gtep[4].

Gas naturale

Le riserve accertate di gas naturale a fine 2007 risultavano pari a 177.360[5] miliardi di metri cubi, equivalenti a 146,3 Gtep.

Nucleare

Le riserve di Uranio accertate ammontano a circa 5,5 milioni di tonnellate[6]. corrispondenti a 18-29 Gtep elettrici, dal momento che l’unica energia utilizzabile di una centrale nucleare è quella elettrica. Nel caso si potesse ipotizzare in futuro un uso termico dell’energia nucleare le riserve corrisponderebbero, in termini di energia termica, a 55-88 Gtep. [7]

risorse enegeticheQuanto detto e riassunto nella tabella, significa che se continueremo con lo scenario di crescita dei consumi degli ultimi trent’anni, prima del 2050 avremo esaurito tutte le risorse energetiche non rinnovabili attualmente accertate. Gli economisti ed i politici obiettano che nel frattempo si svilupperanno nuove tecnologie, e nuove risorse saranno rese sfruttabili, e possiamo ragionevolmente pensare che almeno in parte ciò accadrà. Di fronte a queste cifre sorge tuttavia tutta una serie di interrogativi:

  • E’ giusto e responsabile legare il futuro dell’umanità ad auspici, promesse e speranze, di nuove scoperte?
  • Siamo così sicuri che il ritmo di scoperte ed invenzioni continuerà in questo secolo ad essere veloce come quello eccezionale del secolo scorso?
  • Quanto sono consapevoli i politici di stare guidando il mondo sul filo del rasoio?
  • Quanto sono consapevoli i cittadini che chi decide le sorti del mondo sta scommettendo in modo così spericolato sul loro futuro?

Tornando al nucleare bisogna considerare che circa il 70% dei reattori nucleari oggi in funzione sono stati realizzati fra il 1975 e il 1985, e quindi verranno chiusi fra il 2030 e il 2040. Ciò significa che per mantenere l’attuale potenza nucleare, che nello scenario inerziale considerato rappresenterà nel 2020 appena il 4% del fabbisogno mondiale di energia primaria, considerando costi di realizzazione stimati in 7 $/W 5,46 €/W (stima di Moody’s Investors-2008)[8], sarà necessario sostituire circa 250 GW che saranno chiusi, con un costo di circa 1.365 miliardi di euro. Senza cobntare i costi di smantellamento delle vecchie centrali, assai più elevati degli stessi costi di costruzione, motivo per cui nel mondo si sta prolungando la vita di questi impianti ben oltre il tempo previsto nei progetti; ciò non può non avere crescenti conseguenze sulla sicurezza. Basta solo questo per comprendere che il nucleare riveste un ruolo marginale nel futuro energetico mondiale.

scorie nucleari

scorie nucleari

A questo aggiungiamo le permanenti incertezze su costi ed affidabilità per la gestione finale delle scorie e il fatto che il costo dell’uranio è aumentato di 10 volte fra il 2003 e il 2007. Anche nel  paese tecnologicamente più avanzato, gli USA, dopo 50 anni di ricerche il problema di un deposito sicuro per le scorie ad alta radioattività non ha ancora trovato soluzione. Secondo Chemistry and Engineering News del 5 maggio 2008, le scorie rimarranno sui piazzali delle centrali per un tempo indeterminato

Bisogna anche notare che nessuna nazione europea, e tanto meno l’Italia, produce o ha riserve di Uranio, per cui non sarà certo lo sviluppo del nucleare che potrà aiutarci ad avere maggior indipendenza energetica. Il costo dell’uranio, poi, è destinato a crescere per il fatto che dopo il 2030 saranno esaurite le miniere ad alta concentrazione in giacimenti sabbiosi e quindi facili da trattare (soft ore) e si dovrà ricorrere all’estrazione di uranio da graniti (hard ore) e ad una concentrazione di uranio decine di volte inferiore. Ciò implicherà costi molto più elevati e più alti consumi di combustibili per la sua estrazione. Si prevede che i crescenti consumi delle attività di estrazione porteranno rapidamente le emissioni di CO2 del kWh nucleare a superare quelle relative alle centrali a gas, smentendo anche il presunto ruolo dell’energia nucleare in uno scenario di riduzione delle emissioni.

Inoltre, sempre secondo il già citato rapporto di Moody’s, il costo del kWh nucleare sta aumentando del 7% all’anno, e quindi nel 2020 sarà raddoppiato passando dagli attuali 0,07 € a 0,14 €. Ciò comporta che se per quella data il 25% dell’elettricità verrà prodotta dal nucleare, come nei piani del nostro governo, la bolletta elettrica degli italiani sarà più pesante del 25%; cioè su una bolletta annua di 500 € il cittadino si troverebbe a pagare ben 125 € in più.

L’utopia che vi propongo oggi è molto semplice: che si dica la verità alla gente.

Alla prossima utopia

 


[1] In realtà  la situazione è molto più problematica se consideriamo il fatto che ci sono più di 1.320 milioni di cinesi che hanno accresciuto i loro consumi energetici fra il 2006 e il 2007 di ben il 7,7%, ed inoltre questo aumento è andato in massima parte a vantaggio del 20% più ricco della popolazione.

 

[2] 1Gtep (gigatep) = 1000 Mtep, cioè un miliardo di tep (tonnellate equivalenti petrolio)

[3] Dati tratti da BP Statistical Review of World Energy, June 2008 Considerando per l’antracite un potere calorifico inferiore medio pari a 30Gj/t, corrispondente a 0,7 tep e per la lignite un potere calorifico inferiore pari a 15 GJ/t, corrispondente a 0.36 tep, le riserve accertate di carbone corrispondono complessivamente a 457 Gtep.

[4] Dati tratti da BP Statistical Review of World Energy, June 2008

[5] Dati tratti da BP Statistical Review of World Energy, June 2008

[6] Fonte: IAEA (International Atomic Energy Agency) Annual Report-2007 e si riferisce alla quantità di “combustibile nucleare” producibile con l’uranio estraibile ad un costo inferiore ai 130 $/kg.

[7] Il fattore di conversione in energia termica utilizzato nel Red Book della OECD NEA/IAEA è 10.000-16.000 tep per tonnellata di ossido di uranio; la variabilità così ampia dipende dalle diverse tecnologie adottate nei reattori nucleari. Dal momento che l’energia utile prodotta dai reattori nucleari è solo quella elettrica, viene considerato il 33% che è un rendimento medio/alto di una centrale nucleare. In definitiva il fattore di conversione utilizzato è 3.300-5.280 tep/tonnellata di Uranio.

[8] Moody’s Corporate Finance, “New Nuclear Generating Capacity”, May 2008

Fonte: Ecquo

Smog, tutti a piedi: blocco completo del traffico il 28 febbraio in 80 comuni del Nord

Tuesday, February 23rd, 2010

Sì al blocco del traffico da parte di 80 Comuni di sette Regioni del Nord Italia, cui si è aggiunta anche Napoli. Le regioni interessate saranno Lombardia, Piemonte, Liguria, Veneto, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia e Trentino e domenica 28 febbraio, aderiranno a blocco. Variabili gli orari per ciascuna città, anche se approssimativamente riguarderanno la fascia oraria tra le 9 e le 17.I rappresentanti dei Comuni si erano riuniti questa mattina a Palazzo Marini, dove i promotori dell’iniziativa Letizia Moratti e Sergio Chiamparino, rispettivamente sindaci di Milano e Torino, hanno proposto di muoversi in maniera compatta contro questo problema.

Ma al di là del blocco di domenica 28, i sindaci hanno discusso la possibilità di trovare soluzioni a lungo termine. Si tratta delle cosidette “misure strutturali” di cui grande sostenitrice è Letizia Moratti. Intanto dalla seduta è stato raggiunto un accordo in merito alla costituzione di un coordinamento permanente dei sindaci della pianura padana con l’impegno espresso di “far scattare misure straordinarie in condizioni di eccezionale persistenza di inquinanti in atmosfera, indiirizzare il fabbisogno di mobilità verso una razionalizzazione dell’uso dell’auto privata, estendere le aree pedonali e le zone a traffico limitato”. Il comitato inoltre ha proposto di sottoporre eventuali proposte a Governo, Regioni e Province per reperire le risorse necessarie.

In particolare, al Governo i Comuni di Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna hanno fatto richieste esplicite: “provvedimenti normativi volti a semplificare e snellire le procedure per la gestione della mobilità e la realizzazione delle infrastrutture ad essa destinate, un programma triennale che preveda la sostituzione del parco mezzi pubblici inquinanti con quelli a basso impatto ambientale, incentivi per le città che promuovono misure limitative a veicoli inquinanti ma, soprattutto il permesso di investire risorse escludendo dal patto di stabilità gli investimenti per la lotta ai cambiamenti climatici e per la riduzione delle emissioni inquinanti.

Qualcosa sembra si stia muovendo. Una novità sembra riguardare i pedaggi di autostrade e tangenziali, partendo da quelle più trafficate in direzione delle grandi città. I fondi potrebbero essere il punto di partenza per nuove iniziative contro l’inquinamento. In merito a ciò Chiamparino osserva: “Occorre avanzare una richiesta al Governo per mettere insieme un piano di misure sia sul fronte della mobilità, sia sul fronte dell’energia, che incentivino i comportamenti ecologicamente sostenibili, dall’uso di veicoli ecologici ai sistemi di riscaldamento a minor impatto ambientale”.

 

 

California, arriva il registro di chi fa del male agli animali

Tuesday, February 23rd, 2010

Dopo il registro dei sex offenders, la California avrà presto il registro degli animal offenders, i nemici degli animali domestici e non. Un disegno legge di Dean Florez, il leader del senato californiano, prevede la pubblicazione online delle foto, i recapiti, i posti di lavoro e vari altri dati di quanti abusano delle indifese creature. Florez, un democratico, è certo del passaggio del disegno, presentato venerdì. «C’è un accordo bipartisan, i californiani amano gli animali, alcuni dei quali sono già protetti da leggi precedenti» ha detto. Il registro degli animal offenders, ha aggiunto il senatore, «sarà il primo di molti in America. Altri Stati, per esempio il Tennessee, ci hanno comunicato che seguiranno il nostro esempio». Per gli animalisti, numerosissimi in America, dove tra i pets si trovano oltre 50 milioni di cani e oltre 50 milioni di gatti, è una svolta storica. Un loro esponente, l’avvocato Gillian Deegan della Virginia, ha commentato che «è un cruciale passo avanti contro chi fa contrabbando di animali, li alleva illegalmente, ne organizza i combattimenti».

STATO ALL’AVANGUARDIA - La California, che ha una fiorente agricoltura, è sempre stata all’avanguardia nella protezione degli animali. Negli ultimi anni, ha stabilito che i polli, i maiali e i vitelli allevati in batteria godano di qualche spazio e ha vietato il taglio della coda delle mucche da latte per facilitare la mungitura. Il registro degli animal offenders corona il lavoro svolto dagli animalisti. «Vi figurerà chi abusa di un animale e viene condannato - ha spiegato Florez -. Il pubblico deve essere informato». Secondo Stephan Otto, il direttore del Fondo per la difesa legale degli animali, «si tratta fondamentalmente di violenti che possono aggredire anche le persone». Se cercassero un impiego, ha concluso, i potenziali datori di lavoro «saprebbero che corrono certi rischi». Otto ha citato un altro registro online di grande utilità pubblica in California, quello dei piromani: «Se si spostano in un altro Stato sono identificabili».

UN MILIONE DI DOLLARI - In America gli animalisti hanno già messo online vari registri di animal offenders come Petabuse.com. Quello ufficiale costerà alla California 1 milione di dollari e verrà finanziato con una piccola tassa sul cibo dei pets. Wayne Pacelle, della Humane society, teme che la tassa sia un ostacolo al passaggio del disegno legge a causa del deficit di bilancio e del debito della California. Ma il registro ha l’appoggio della maggioranza degli americani. Lo conferma l’inattesa conversione del Pentagono al credo animalista. Il New York Times riferisce che nel grandi basi militari in America, speso veri e propri latifondi, il Pentagono spende milioni di dollari annui - 300 milioni nel quinquennio 2004-2008 - per la tutela delle specie in via di estinzione. Il giornale pubblica una foto di un soldato che prepara un nido per i picchi in cima a un albero.

 

 

Ennio Caretto

PS: il cane nella foto è il cane più alto del mondo. Non ha nulla a che fare con la notizia, volevo solo mostrarvelo. Non credo che a lui qualcuno faccia del male

:) regard

Falsi i dati sulle emissioni di C02 Le auto in realtà inquinano di più

Tuesday, February 23rd, 2010

Le case automobilistiche non dicono il vero sulle emissioni di C02. Questa la sconcertante realtà dell’inchiesta appena pubblicata da Auto Motor und Sport, la più grande rivista di settore d’Europa. Una denuncia forte, ma in qualche modo scontata considerando il fatto che tutte, o quasi, le dichiarazioni sui consumi medi sono false. Dopo la famosa inchiesta di Autobild e quella di Quattroruote venne infatti dimostrato che in fatto di consumi ci sono differenze abissali fra quelli reali e quelli dichiarati: si va dal 17 al 47% in più. Ma non è solo una questione di inchieste: on line abbiamo ormai migliaia di testimonianze dei nostro lettori che denunciano come le proprie vetture (divise per marca e modello) non rispettino i consumi dichiarati. Un gigantesco blog interattivo dove i messaggi dei nostri lettori valgono più di mille discorsi.

Detto questo, visto che le emissioni sono legate anche ai consumi era facile immaginare che anche in fatto di C02 ci potesse essere qualcosa di “strano”. Ma si trattava solo di supposizioni, appunto. Ora invece abbiamo una prima prova che testimonia come perfino le auto più virtuose in fatto di ambiente poi tanto virtuose non siano…

I dati della tabella che pubblichiamo parlano da soli, ma  -  se possibile  -  il fatto che le case automobilistiche barino sui dati di emissioni è ancora più fastidioso. E già perché mentre con i consumi chiunque si può rendere conto che i dati dichiarai sono pressoché impossibili da replicare su strada, con la C02 queste è impossibile. Insomma, bisogna fidarsi…

Il problema di tutto questo è il solito. Ossia la metodologia seguita per i test: la legge - in vigore in ben 50 Paesi - prevede infatti che i consumi e le emissioni di C02 per tragitti in città e su strada siano calcolati simulando il viaggio delle macchine su speciali rulli per un tempo complessivo di 1.180 secondi, circa 20 minuti: per 780 secondi si misura il consumo nel percorso urbano, per 400 secondi quello di un viaggio extraurbano; per un tempo massimo di 10 secondi si raggiunge invece la velocità di 120 chilometri orari.

Condizioni inesistenti. Anche perché le case costruttrici hanno la possibilità di effettuare questi test con aria condizionata spenta e con modelli completamente privi di accessori, quindi in realtà non in vendita.

Dite la vostra, come venir fuori da questa farsa?

Frane, a rischio il 70% del territorio

Tuesday, February 23rd, 2010

L’Italia è ancora sotto la pioggia. Una nuova ondata di maltempo ha colpito la Sardegna e le regioni centro-meridionali tirreniche, portando piogge e temporali. Per il maltempo uno scuolabus è finito in una scarpata nel bresciano provocando il ferimento di alcuni bambini. Nel Napoletano invece è crollata un palazzina fatiscente e per fortuna disabitata. Intanto dopo i sopralluoghi effettuati ieri in Sicilia, il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, prosegue la sua visita in Calabria, nella zone colpite dalle frane dei giorni scorsi.

Bertolaso, sopralluoghi in Calabria. Dopo la Sicilia, il capo della Protezione civile prosegue oggi la sua ricognizione in Calabria, nei luoghi più danneggiati dal dissesto del cosentino, come Rogliano o le zone del Savuto. Nel pomeriggio Bertolaso sarà a Catanzaro per un sopralluogo a Janò, la frazione in cui 70 famiglie sono state fatte sgomberare, e a Maierato, il paese i cui 2.300 abitanti sono stati trasferiti a causa della minaccia di una frana che incombe sul centro storico. Una situazione, spiega la Protezione civile, che ha registrato un ulteriore peggioramento e che ha costretto le autorità locali a sospendere il piano di rientro degli abitanti del paese nelle loro case. 

San Fratello, frana non ancora stabilizzata. Proseguono intanto anche in Sicilia gli interventi e l’assistenza alla popolazione sfollata nel Comune di San Fratello. Infatti la frana che la scorsa settimana ha costretto 1500 persone a lasciare le proprie case non si è ancora stabilizzata.

Napoli, crolla palazzina disabitata. Disagi e difficoltà in Campania per il maltempo dove il vento e la pioggia hanno provocato una serie di danni. Nel corso della notte a Torre Annunziata, nel Napoletano, è crollata una palazzina disabitata. Lo stabile, fatiscente, era stato abbandonato da tempo e per fortuna non si sono registrati feriti. A causa delle avverse condizioni del mare, sono stati sospesi tutti i collegamenti di aliscafi e mezzi veloci con le isole del golfo di Napoli

Legambiente, Italia 70 per cento rischio frane. “In Italia il territorio è quasi totalmente a rischio idrogeologico: ben 5.581 comuni, pari al 70 per cento del totale, sono a potenziale rischio elevato. Il 100 per cento del territorio di Calabria, Umbria e Valle d’Aosta è in questa situazione, mentre nelle Marche riguarda il 99 per cento e in Toscana il 98 per cento”. E’ questo lo stato dell’arte del suolo del nostro Paese per il rapporto “Ambiente Italia 2010″ di Legambiente, presentato oggi a Roma. Nello specifico, si legge nel rapporto, “le regioni con le più alte percentuali di comuni con abitazioni in zone a rischio sono la Sicilia (93 per cento) e la Toscana (91 per cento). In Sardegna - continua - c’è la maggior percentuale di comuni con interi quartieri costruiti in zone a rischio, mentre in Sicilia e Toscana si segnala anche il più elevato numero di comuni con insediamenti industriali e produttivi in aree esposte a rischio idrogeologico”.
Quello che occorrerebbe fare, dice Legambiente, sarebbe “adeguare le politiche regionali per la tutela e la prevenzione del rischio adeguando le mappe, pianificando la lotta agli illeciti ambientali e demolendo gli immobili abusivi, delocalizzando rapidamente i beni attualmente esposti al pericolo di frane e alluvioni”.

Fonte: La Repubblica

Emergenza clima, scompare la nebbia

Tuesday, February 23rd, 2010

In Pianura Padana diminuzione del 30-35% in 20 anni. Sulle coste Usa ogni giorno è presente tre ore di meno

UNO STUDIO DELL’UNIVERSITA’ DI BERKLEY: FENOMENO MONDIALE

Emergenza clima, scompare la nebbia

In Pianura Padana diminuzione del 30-35% in 20 anni. Sulle coste Usa ogni giorno è presente tre ore di meno

La nebbia scompare, vittima dei cambiamenti climatici: la Pianura Padana ne regista una riduzione del 30-35% in 20 anni mentre sulle coste Usa si è calcolato che ogni giorno è presente tre ore di meno. E si parla di allarme ecosistemi. A dirlo negli Stati Uniti sono stati i ricercatori dell’Università di Berkley che hanno evidenziato come questo cambiamento potrebbe incidere negativamente sul benessere delle foreste. Lo studio, che sarà pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, ha sottolineato come la drastica riduzione della nebbia, accompagnato da un aumento della temperatura media, possa causare ripercussioni negative sulle foreste di sequoie che popolano la costa orientale degli Stati Uniti: la nebbia, riuscendo a prevenire la perdita di acqua dagli alberi, svolgeva un ruolo fondamentale nel mantenimento dell’ecosistema costiero, che adesso si trova in “serio” pericolo

 
 

 

FENOMEMO GLOBALE - Dalle analisi effettuate lungo la costa orientale degli Stati Uniti è stato evidenziato che, solo nell’ultimo secolo, in estate è stata riscontrata una perdita giornaliera di nebbia di circa tre ore. Un evento questo che i ricercatori ritengono “pericoloso” per il benessere ambientale: sequoie, animali e piante, non potendo più contare sul particolare clima umido delle zone costiere, non riescono a continuare il naturale processo di rigenerazione. Ma il fenomeno è “ben visibile” anche in Europa: in Italia la nebbia è in netta regressione ed è stata calcolata una riduzione del 30-35 per cento negli ultimi 20 anni in Pianura Padana, catalogata, fino agli anni ‘90, come una delle zone più nebbiose del mondo. «Da quell’anno in poi non sono stati più registrati i picchi massimi e i giorni di nebbia si sono notevolmente ridotti anche se gli ultimi due anni hanno fatto registrare un ritorno a una situazione simile agli anni ‘60-’90», ha raccontato Giampiero Maracchi ordinario di climatologia all’Università di Firenze. «Il periodo tra gli anni ‘60 e ‘90 è stato caratterizzato da valori medi di nebbia molto elevati - ha spiegato Maracchi -mentre poi la media ‘80-’99 è caratterizzata già da una fase di cambiamento della circolazione atmosferica e del clima».

FORESTE A RISCHIO - I ricercatori Usa grazie alle informazione su visibilità, vento e temperatura concesse dagli aeroporti, hanno attribuito la causa alla «notevole» diminuzione, nel corso degli anni, della differenza di temperatura tra costa e interno del Paese. Processo questo che ha implicato, secondo le analisi, un calo del 33% degli eventi nebbiosi. Un esempio del cambiamento è stato registrato tra l’università di Berkley, nella Baia di san Francisco, e la città di Ukiah a nord della California: all’inizio del 20/o secolo si stimava una differenza diurna di temperatura di 17 gradi fahrenheit, mentre oggi sono solamente 11. «I dati - ha affermato James A. Johnstone, autore dello studio - supportano l’idea che la nebbia costiera della California del Nord è diminuita in connessione al calo del gradiente di temperatura tra costa e interno. Nonostante sia basso il rischio che le sequoie mature muoiano a titolo definitivo, questo processo può intaccare fortemente il reclutamento di nuovi alberi: andando a cercare altrove acqua, alti tassi di umidità e temperature più fresche - ha concluso Dawson - si avranno effetti sull’attuale gamma di sequoie, piante e degli animali che vivono in questi fragili ecosistemi». (Fonte Ansa)

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