Archive for January 19th, 2010

Worldwatch Institute, per salvare il pianeta occorre rinunciare al consumismo sfrenato

Tuesday, January 19th, 2010
Procedere a cambiamenti tecnologici e politici mantenendo una cultura imperniata sul consumo sfrenato non e’ piu’ possibile, la crisi economica deve esser un’occasione per cambiare stile di vita
 La lotta al cambiamento climatico deve passare per la rinuncia al consumismo in favore di valori compatibili con lo sviluppo sostenibile del pianeta. E’ quanto emerge dal rapporto sullo ‘Stato del mondo nel 2010′ del Worldwatch Institute.
Dal 2005, ‘’sono state emanate migliaia di politiche governative, centinaia di miliardi di dollari sono stati investiti in imprese verdi e in infrastrutture, scienziati e ingegneri hanno accelerato lo sviluppo di una nuova generazione di tecnologie ‘verdi’, e i mass media hanno trasformato i problemi ambientali in una preoccupazione generale” spiega il presidente del Worldwatch Institute, Christopher Flavin. Ma in mezzo a tutto questo fervore ”e’ stata trascurata una dimensione del nostro dilemma ambientale: le radici culturali”.

 

”Abbiamo visto sforzi incoraggianti per combattere la crisi mondiale provocata dal cambiamento climatico in questi ultimi anni” afferma Erik Assadourian del Worldwatch Institute. Tuttavia, osserva l’esperto, ”procedere a cambiamenti tecnologici e politici mantenendo una cultura imperniata sul consumismo non e’ piu’ possibile”. Le spese per i consumi nei paesi industrializzati contano per il 70% del Pil. In totale, ogni anno si estraggono 60 miliardi di tonnellate di risorse, circa il 50 per cento in piu’ rispetto a 30 anni fa. In altre parole, le persone utilizzano circa un terzo in piu’ della capacita’ della Terra, minando cosi’ la vita degli ecosistemi, dai quali dipende l’umanita’.

 

”Per mantenere un’economia sostenibile le societa’ umane devono modificare i loro valori culturali nel senso che una crescita economica duratura deve diventare la norma e i consumi eccessivi un tabu”’ prosegue Assadourian. Secondo il rapporto dell’istituto sullo ’stato del mondo nel 2010′ la popolazione globale ha consumato beni per 30.500 miliardi di dollari nel 2006, con un aumento del 28% in dieci anni. Questo boom dei consumi ha implicato un’esplosione dell’estrazione di materie prime e dei consumi energetici, equivalente in massa a circa 112 ”Empire State Building” al giorno.

 

Se tutti gli abitanti della terra consumassero quanto uno statunitense medio, cioe’ 88 chili di beni e equivalenti in termini di energia al giorno, il pianeta potrebbe soddisfare i bisogni solo di 1,4 miliardi di persone, un quinto della popolazione attuale, si legge nel rapporto. Secondo il Worldwatch Institute i 500 milioni di persone piu’ ricche, il 7% circa della popolazione mondiale, sono responsabili della meta’ delle emissioni di biossido di carbonio, i tre miliardi di persone piu’ povere del sei per cento.

 

Senza misure per contenere i gas effetto serra la temperatura della Terra rischia di aumentare di 4,5 gradi Celsius nel 2100 rispetto all’era preindustriale. E anche se tutti i paesi rispettassero i loro obiettivi piu’ ambiziosi di taglio della Co2, il termometro salirebbe di 3,5 gradi da qui a fine secolo, si legge nel rapporto. Al summit Onu di Copenaghen a dicembre i paesi partecipanti hanno concluso un accordo di minima sottolineando la necessita’ di limitare il rialzo termico a due gradi, senza indicare i mezzi per raggiungere questo obiettivo.

 

Per produrre una quantita’ di energia pulita nei prossimi 25 anni sufficiente a fare a meno di carbone e petrolio, il mondo dovrebbe fabbricare 200 metri quadrati di pannelli solari al secondo e 24 turbine eoliche da tre megawatt l’una all’ora per tutto il periodo di tempo, si legge nel rapporto.

 

L’economista britannico Paul Ekins descrive il consumismo come un orientamento culturale in cui “il possesso e l’uso di un numero crescente di beni e servizi e’ la principale aspirazione culturale e la strada piu’ sicura percepita per la felicita’ personale, status sociale, e il successo nazionale”. Paradossalmente, pero’, la ricerca mostra che consumare di piu’ non significa necessariamente una migliore qualita’ della vita.

 

Ad invertire la rotta puo’ contribuire anche la religione. Per Gary Gardner del Worldwatch Institute “le organizzazioni religiose, che coltivano molte delle credenze piu’ profonde dell’umanita’, potrebbe svolgere un ruolo centrale nel promuovere la sostenibilita’ e dissuadere dal consumismo”.

 

E non solo. Anche il mondo delle imprese puo’ contribuire a cambiare lo stato delle cose. Basta creare una visione della cultura centrata non sul consumismo, ma sulla sostenibilita’ come nuovo dato per la gestione delle priorita’. “E la priorita’ numero uno sara’ quella di acquisire una migliore comprensione di cio’ che e’ l’economia e se la crescita perpetua e’ possibile o addirittura desiderabile” spiega Assadourian.

 

”Mentre il mondo emerge dalla recessione piu’ grave dal tempi della Grande Depressione, abbiamo un’occasione senza precedenti per voltare le spalle al consumismo” rileva il presidente del Worldwatch Institute Christopher Flavin. ”In fin dei conti l’istinto di sopravvivenza deve prevalere su quello di consumare a qualunque costo”.
Fonte ADnKronos

Nuove strade per il riciclo creativo

Tuesday, January 19th, 2010
Risparmio energetico e contenimento dell’inquinamento si impongono a tutti. Partono iniziative anche in Italia
ROMA
Creatività, fantasia e ingegno: ecco le chiavi dell’innovazione ecologica. Per prevenire lo spreco di materiali potenzialmente utili e per cercare di ridurre sia il consumo delle materie prime sia l’utilizzo di energia , passaggi ormai obbligati per tutti. E infatti in tutto il mondo si respira una nuova linea di tendenza: non più solo differenziare il materiale di scarto, per renderne meno onerosa la riutilizzazione, ma addirittura attuare un riciclaggio dei materiali con metodi sempre più originali.Così dai contenitori differenziati per vetro, plastica e carta si è passati alle invenzioni più innovative per risparmiare anche Co2. Ne sono un esempio i progetti presentati all’undicesima fiera degli eco-prodotti in Giappone: porte automatiche funzionanti solamente grazie al peso delle persone, batterie per il telefono cellulare che funzionano ad energia solare e borse per la spesa create dalle foglie di tè e dal riso. Ma la boccata di aria ’verdè si respira anche in Italia: sono molte le iniziative italiane che rispecchiano la volontà di stare al passo con la green economy.

Dal settore nautico che, oltre a lavorare a un progetto di riciclo degli scafi in disuso, sta implementando la ricerca per migliorare la scelta dei materiali e dei combustibili, al mondo della ceramica che sperimenta la via ecologica attraverso la realizzazione di piastrelle fotovoltaiche, in grado di produrre energia. Ma gli esempi del cambio di rotta nel rispetto dell’ambiente non finiscono qui.

A Santa Croce sull’Arno questa estate sono stati presentati i prototipi di piccoli elettrodomestici e di caschetti da montagna ottenuti dal riciclo di bottiglie in plastica, mentre alla fiera di Rho-Pero sono state mostrate borse create utilizzando, ad esempio, fascette da imballaggio colorate e opportunamente intrecciate oppure rubando il tessuto del divano dismesso.

E, per i manici, i tipici cordoni per legare i tendaggi delle vecchie ville d’epoca. Rifiuti che si trasformano così sotto gli occhi di tutti, in materiale utile, educativo, divertente e che, con un salto nella pura creatività trascende direttamente nel mondo dell’arte. Di questa idea sono sicuramente gli artisti che hanno fatto dei gusci d’uova e delle buste di plastica materiale per le proprie creazioni.

Fonte: La Stampa

Quarta edizione per il concorso Giornalisti in erba

Tuesday, January 19th, 2010
 
 
ROMA
Al via la quarta edizione del concorso “Giornalisti in erba” sul giornalismo ambientale per bambini e ragazzi, ideato e promosso dall’associazione Il Refuso.I Giornalisti nell’Erba - dai cinque ai 18 anni, divisi in tre fasce d’età - dovranno cimentarsi sui temi di sole e acqua. Il concorso ha un duplice obiettivo: sollecitare l’uso di tecniche di comunicazione ed offrire l’opportunità di un incontro diverso con l’ambiente a bambini e ragazzi.

Per i più piccoli (5-10 anni) il tema da trattare è “Mi scappa l’acqua”: l’acqua come origine della vita, a partire da una frase di Eraclito e da storie e leggende tradizionali. «Diritto d’acqua» è invece il tema proposto ai giovani dai 10 ai 14 anni: il valore crescente di acqua privata e pubblica, e interrogativi su qualità, quantità e disponibilità della risorsa idrica nel mondo.

Il sole con “Yellow è meglio”, è l’argomento per la fascia 14-18 anni: cosa fanno le amministrazioni per favorire ricerca e informazione su energia solare, diffusione degli impianti, adeguamento ai parametri nazionali e internazionali in tema di energia solare. C’è inoltre una sezione internazionale per gli studenti di italiano all’estero.

Il regolamento è consultabile sul sito www.giornalistinellerba.org, dove si potrà anche individuare la sezione cui concorrere a seconda della tipologia di elaborato presentato (cartaceo, audio/video, giornale o telegiornale completo oppure prodotto “creativo”) e scaricare la scheda di iscrizione.

Data di scadenza entro cui inviare i lavori: 9 marzo 2010. La premiazione è prevista per la seconda metà di maggio 2010.

La giuria che giudicherà i lavori è composta da giornalisti, ambientalisti, scienziati ed è presieduta da Luigi Contu, direttore responsabile dell’Agenzia Ansa che è media partner del concorso. Ne fanno parte, tra gli altri, Alessandro Cecchi Paone, Natalia Augias e Paola Bolaffio.

L’iniziativa è realizzata con il contributo di Presidenza del Consiglio Regionale del Lazio (e anche il patrocinio) e Banca di Credito Cooperativo del Tuscolo di Rocca Priora. Alla scorsa edizione hanno partecipato 1.500 ragazzi, da tutta Italia e dall’estero. Il concorso ha avuto riconoscimenti da Presidenza della Repubblica, Consiglio dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, Presidenza della Camera dei Deputati, Regione Lazio, Esa-Esrin Agenzia Spaziale Europea e altre istituzioni.

Fonte: La Stampa
 

In Italia è boom di croccantini, ma c’è chi preferisce gli avanzi

Tuesday, January 19th, 2010
 
   
 
ROBERTA MARESCI
ROMA
Agli italiani toglietegli tutto, ma non la voglia di prendersi cura dei propri amici a quattro zampe. Basta guardare la ciotola di Fido colma di croccantini e cibo in scatola per averne la prova. Malgrado sia diventata un’abitudine tirare la cinghia, per far quadrare i conti alla fine del mese, i padroni di cani e gatti hanno dato il benservito alla vecchia pappa ricavata dagli avanzi della tavola, ormai un ricordo del dopoguerra. Sembra infatti che la pastasciutta scondita, mescolata al cibo avanzato, sia un’abitudine mantenuta solo nei canili e dai cacciatori.Perché? Si cerca l’alimento bilanciato. E perché è pratico aprire una confezione e riempire la ciotola del quadrupede. Fatto sta che gli italiani spendono 1.232 milioni di euro in cibo per pet. Soprattutto nei canali della grande distribuzione e negozi specializzati o petshop. Un giro d’affari che va a gonfie vele visto che, in Italia, vivono 7 milioni di gatti e 6,8 milioni di cani e quasi una famiglia su due, secondo dati Euromonitor, possiede almeno un animale domestico (il 48% comprendendo però anche uccellini, pesci e roditori). Eppure, la penetrazione del cibo industriale nelle famiglie italiane è pari al 53%, notevolmente più bassa rispetto al 75% registrato come media europea.Il risultato? L’animale che mangia il pet food, campa cent’anni! Parola di Gualtiero Gandini, professore associato della Facoltà di Veterinaria dell’università di Bologna. «Ne esistono di due tipi – ha dichiarato Gandini all’Adnokronos Salute -: uno che punta principalmente al risparmio economico, di più basso livello, e uno, la parte più cospicua, che mira invece alla qualità e alla personalizzazione della dieta, e che davvero ha contribuito a soddisfare i bisogni nutrizionali dei ’pet’ e ad allungargli la vita, aiutando a prevenire alcune malattie, come l’obesità».

Il consiglio? «Chiedere al veterinario di aiutarci a elaborare una dieta personalizzata, adatta all’età, alla razza e alla quantità di movimento dell’animale, evitando il fai da te e il ’mix’ di cibo confezionato e cucinato. Chiaramente il cane, se si trova davanti un alimento diverso ogni giorno e dal gusto differente, ci sembrerà più felice. Ma bisogna ricordare che siamo noi uomini - conclude il veterinario - a esserci convinti che i ’pet’ debbano variare la propria dieta, senza sapere che il loro organismo può anche soffrire a causa del cambiamento repentino del pasto».

Fa il tifo invece per gli avanzi di famiglia l’etologo. «Per farlo sentire parte integrante del nostro branco», dice Enrico Alleva, direttore del reparto di Neuroscienze comportamentali dell’Istituto superiore di sanità e presidente della Società italiana di etologia. Ma non solo per questo: «Oggi la disponibilità di cibi controllati è aumentata rispetto al passato e questo è un bene da un punto di vista di igiene alimentare – dice Alleva all’Adnkronos Salute – ma bisogna ricordare che il cane deriva dal lupo, una specie per cui l’alimentarsi insieme agli altri componenti del branco è importantissimo. D’altra parte, oggi, quando un cane entra in una famiglia - prosegue l’etologo - deve adattarsi a far parte di un branco umano. Quando si cucina e gli vengono offerti gli stessi alimenti che mangia il proprietario, lo capisce e ne trae giovamento. Per lui equivale a dire: «abbiamo abbattuto una preda insieme e ora la dividiamo», proprio come fanno i componenti di un vero branco di animali.

Un’abitudine da riprendere, secondo Alleva, visto che «tutto ciò che toglie qualità e quantità al tempo trascorso con i nostri animali, all’interazione con loro, è negativo: oggi spesso si dà da mangiare al cane mentre si sta al telefono, si apre una scatoletta e il problema è risolto. Invece bisognerebbe prestare attenzione a questo momento e accompagnarlo con il gioco e l’interazione. Certo, il ’pet food’ li nutre bene, ma dal punto di vista del benessere psicologico toglie qualcosa al cane. Queste ’cerimonie’ dovrebbero essere quotidiane, perchè il pasto è un grande regolatore della socialità del nostro animale».

 

Fonte: La Zampa.it

WWF: a tavola bisogna fare la ‘dieta della CO2′

Tuesday, January 19th, 2010

In Gran Bretagna e in Italia in settore alimentare rappresenta uno dei più inquinanti. Il WWF in collaborazione con il FCRN invita ad adottare pratiche sostenibili che riducano l’impronta industriale ed individuale

(Rinnovabili.it) – Da un’indagine condotta da WWF UK in collaborazione con Food Climate Research Network (FCRN) è emerso che le emissioni derivanti dal settore alimentare rappresentano il 30% dell’impronta nazionale di CO2. Il fattore di maggiore incidenza sembra essere il cambio di destinazione d’uso dei terreni, caratterizzato soprattutto dal fenomeno della deforestazione, causa di un’alta percentuale di emissioni di gas serra: ogni anno vengono distrutti oltre 12mila Km quadrati di foreste, equivalenti a metà della superficie totale dell’Inghilterra, proprio per la necessità di coltivare aree sempre più estese, parte delle quali messe a pascolo.
A seguito dei dati raccolti entrambe le associazioni hanno deciso di lanciare un appello affinchè il sistema alimentare venga modificato e reso meno distruttivo oltre che meno inquinante, arrestando la deforestazione e le emissioni del settore agro-alimentare. A tal proposito il report “Quanto possiamo scendere: una valutazione delle emissioni di gas serra provenienti dal sistema alimentare del Regno Unito per una riduzione entro il 2050” analizza una serie di scenari possibili qualora non si dovesse far nulla per modificare il sistema suggerendo la possibilità di utilizzare energie pulite nella catena produttiva alimentare e razionalizzando i consumi.
In linea con il rispetto degli obiettivi volti al mantenimento dell’aumento della temperatura globale entro i 2 gradi centigradi le emissioni del settore alimentare dovrebbero esse tagliate del 70% entro il 2050, mirando a modificare anche i modelli di consumo dei cittadini.
Mark Discroll, responsabile del programma One Planet Food del WWF UK ha dichiarato: “L’impatto globale della nostra dieta sui cambiamenti climatici è davvero impressionante, il Report lo dimostra. Sembra che il target di taglio delle emissioni del 70% entro il 2050 sia un obiettivo apparentemente impossibile, ma non è così. Dobbiamo smettere di rimuginare su questi temi e avviare il cambiamento – sia in termini di tecnologie sia di abitudini individuali e collettive” ha dichiarato Mark Discroll.
Per quanto riguarda il caso italiano, analizzato dal team guidato dal professor Riccardo Valentini dell’Università della Tuscia e dalla prof.ssa Simona Castaldi della II Università di Napoli, la produzione degli alimenti nella nostra penisola risulta pari al 19% delle emissioni totali di gas serra, pari a 104 milioni di tonnellate di CO2 equivalente di cui il 45% prodotto dalla fase agricola, il 19% dai trasporti necessari per la distribuzione delle merci, il 18% dagli allevamenti e il 13% dal Packaging.
Sono state infine calcolate le emissioni derivanti dal consumo: ogni cittadino emette circa 1778 Kg di CO2 equivalente ogni anno, per questo il WWf ha già da tempo avviato campagne di sensibilizzazione, come ad esempio il Carrello della Spesa volte alla sensibilizzazione dei cittadini, oltre che dei produttori.

Va di nuovo all’asta Serpentara, l’isola sarda inedificabile

Tuesday, January 19th, 2010

Nessuno vuole Serpentara. L’isolotto davanti alle spiagge di Villasimius, nel sud-est della Sardegna, che deve al suo nome alle coste rocciose e alla sua forma, lunga e sinuosa, sarà messa all’asta martedì per la terza volta dal Tribunale civile di Cagliari. Paradiso granitico di 134 ettari, è però assolutamente inedificabile, in quanto fa parte di un’Area marina protetta. La base d’asta è di 600 mila euro. Troppo, evidentemente, perché un privato possa farsi avanti senza intravedere alcuna possibilità di business. Così le due aste precedenti sono andate deserte: nessun acquirente. Nemmeno il Comune di Villasimius, che pure nell’aprile scorso durante un affollato Consiglio comunale aveva affrontato l’argomento deliberando di essere interessato all’acquisizione. «A mio modo di vedere - commenta il sindaco Tore Sanna - la soluzione ideale è che l’isolotto, attualmente di proprietà di una società immobiliare romana dichiarata fallita, sia ceduto anche attraverso una trattativa diretta alla Regione Sardegna e che quest’ultima poi lo faccia gestire dallo stesso ente che gestisce il resto dell’area marina protetta. In questo modo si potrebbe tutelare al massimo il patrimonio avifaunistico, ma anche restaurare l’importante torre spagnola di San Luigi, risalente al 1700 e ormai fatiscente, e ancora il fortino-bunker della seconda guerra mondiale».

TERRA DI CONQUISTA - Intanto, alla vigilia dell’asta, Serpentara è diventata terra di conquista. L’indipendentista Doddore Meloni, dopo aver occupato un’altra isola della Sardegna messa recentemente in vendita, Mal di Ventre, ed essersi autoproclamato presidente della repubblica dell’isola, sabato, assieme a un gruppo di militanti, ha occupato anche Serpentara, annunciando che ci sarebbe una cordata di imprenditori locali pronta ad acquistarla con l’aiuto delle banche sarde o attraverso la creazione di una Spa ad azionariato diffuso. «A quel prezzo - sottolinea l’ambientalista Stefano Deliperi, del Gruppo d’Intervento Giuridico e Amici della Terra - è difficile che acquisti un privato, visto che non si può mettere nemmeno un mattone. Ad acquisirla dovrebbe essere la Regione attraverso quell’Agenzia della Conservatoria delle coste sarde avviata dalla Giunta guidata da Renato Soru e oggi piuttosto sotto traccia con l’attuale Amministrazione regionale di Ugo Cappellacci» (fonte Ansa).

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