La lunga estate che cancellò l’uomo-cicala
La storia è maestra di vita, ma anche di ecologia. A Copenhagen, oltre che allungare lo sguardo verso il 2020 o il 2050, i leader mondiali dovrebbero anche volgerlo all’indietro, verso quel Basso Medioevo in cui l’Europa, nella parole nel più celebre eco-archeologo, Brian Fagan, visse la sua «Lunga Estate». In quel paio di secoli in cui i vichinghi colonizzavano una Groenlandia verdeggiante di nome e di fatto, nella valle del Tamigi si vendemmiava e la popolazione del Vecchio Continente quasi raddoppiava, dando vita a un anticipo di Rinascimento economico e culturale.
Come è finita Brian Fagan l’ha già raccontato nel suo primo best-seller, intitolato appunto «La lunga estate». Era bastato un grado in più nelle media annua delle temperature per far fiorire quella primavera e bastò un grado in meno per gelarla sul nascere. Ma la lezione non sta soltanto lì. Nel riscaldamento globale, che sia del tutto naturale o ci sia anche lo zampino dell’uomo, ci sono vincenti e perdenti. E, anche se è del tutto naturale, gettarsi a capofitto nelle risorse supplementari che l’aumento della temperatura mette a disposizione, almeno al Nord, può avere conseguenze catastrofiche.
Tanto più oggi. «I cambiamenti climatici hanno influito sull’umanità nel passato - spiega Fagan, 73 anni, che nel suo ultimo libro “Effetto caldo” (Corbaccio) ha allargato lo sguardo sulle conseguenze della lunga estate medievale in tutto il pianeta, dalla Siberia all’Isola di Pasqua -. Ma allora la popolazione mondiale era molto inferiore, le città molto più piccole. Oggi miliardi di persone vivono di agricoltura di sussistenza e in povertà».
Rispetto ad allora, però, l’umanità dispone di conoscenze scientifiche e tecnologie per mitigare gli effetti del clima. «Ma il problema - ribatte Fagan, che è stato di recente in Italia a presentare il suo libro - è convincere i politici che occorrono investimenti sul lungo periodo». Un esempio: «Affrontare la siccità. Ci vogliono programmi decennali, se non di secoli. Una delle cose poco note finora della lunga estate sono le terribili siccità che colpirono il continente americano e misero in ginocchio le culture degli indios, compresi i Maya».
Una delle parti più affascinanti del racconto di Fagan è in effetti la lotta tra le civiltà precolombiane e le ondate di siccità che accompagnarono l’ascesa delle temperature dopo l’anno mille. Per alcuni si trattò davvero di un mille e non più mille. Ma non furono solo i Maya - che pure avevano un sofisticato sistema di stoccaggio e distribuzione dell’acqua nell’ambiente, imprevedibile, delle foreste dello Yucatan - a essere colti di sorpresa dall’improvviso cambio di regime delle piogge. Intere città scomparvero in pochi decenni.
Molto più sagaci gli investimenti della popolazione dei Moche, nell’attuale Cile. Invece di costruire enormi serbatoi centralizzati e sotto il controllo della casta sacerdotale, collegarono le loro valli aride a sorgenti perenni nelle Ande, decine di chilometri più a Nord. «Costruire i canali fu un lavoro e un investimento enorme, su più decenni - spiega l’eco-archeologo -. Ma era una soluzione più stabile a lungo termine, perché non era legata alle piogge annuali che, durante le oscillazioni climatiche, cambiano rapidissimamente, soprattutto nell’aerea del Pacifico».
Un altro aspetto finora poco esplorato della lunga estate sono infatti il capricci del Niño e della Niña, la corrente fredda oceanica che decide i destini, climatici, dal Cile al Messico. «La lezione che possiamo imparare, in questo caso, riguarda i rischi che si corrono vivendo su una soglia, su un limite ecologico, come facevano i Maya, senza che se ne rendessero conto. Oggi questa soglia riguarda tutte le popolazioni che vivono in climi aridi e semi-aridi, vale a dire, con una stima ottimistica, due miliardi di persone».
Ma allo stesso modo, sulla soglia, vivevano anche i colonizzatori medievali della Groenlandia e dei fiordi settentrionali della Norvegia, e persino i polinesiani, che con il nuove regime dei venti si spingevano fino all’isola di Pasqua. «Sfruttare la natura fino al limite non è una buona idea, come dimostra il ribaltamento improvviso che spazzò via quegli antichi colonizzatori, che il riscaldamento aveva trasformato da marginali a vincenti». E oggi chi potrebbero essere i vincenti? «Certo, di nuovo la Norvegia, il Canada, la Russia. Nazioni del Nord con molta acqua a disposizione. Ma anche lì progettare espansioni economiche e della popolazione sul breve periodo potrebbe essere pericoloso, come in epoca medievale».
L’unica via perché la febbre da lunga estate non si trasformi in un autunno da cicale è la collaborazione a livello planetario, la condivisione dei rischi e degli investimenti. «Non possiamo farci sconfiggere dalle divisioni tra ricchi e poveri - conclude Fagan -, dai nazionalismo gretti, da ideologie superate dalla storia, a un estremo e all’altro del compasso politico, da una visione della religione chiusa e oscurantista, a tutte le latitudini. La parola è ai politici. Noi scienziati abbiamo già detto la nostra».
Chi è Brian Fagan Eco-archeologo
RUOLO: È PROFESSORE EMERITO DI ANTROPOLOGIA ALLA UNIVERSITY OF CALIFORNIA - SANTA BARBARA (USA)
I LIBRI: «EFFETTO CALDO» E «IL LUNGO VIAGGIO DELLE ARINGHE» IL CORBACCIO
IL SITO: WWW.BRIANFAGAN.COM/
Fonte: La Stampa
Tags: anno mille, effetto serra, La lunga estate
